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La lista dei razzisti: una barbarie

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Cos’hanno in comune Stefano Dolce, Domenico Gabbana, Carlo Tavecchio, Angelino Alfano, Rosi Bindi, le sentinelle in piedi, Povia e Salvini? Sono iscritti a un club, stavolta per davvero a loro insaputa.

Capisco: i personaggi citati non sono simpatici, e poca simpatia riscuoterebbe ogni tentativo di difenderli, specialmente perchè vengono chiamati in causa per affermazioni stupide, sbagliate, odiose. Eppure. La crescita di un sito del genere presenta aspetti inquietanti: potrebbe bastare avere un minimo di notorietà, fare una battuta che irrita i gestori della lista, per trovarsi l’appartenenza a questi elenchi: e mancherebbe solo la lettera scarlatta marchiata a fuoco sulla schiena, a quel punto. L’idea che sta alla base è la seguente: invece di criticare una idea, c’è bisogno di canalizzare odio verso chi è accusato di sposarla. Per intimorire chi sta nel mezzo, chi in fondo non lo pensa tanto ma a questo punto ha paura ad esprimersi per paura di irritare questi nuovi Torquemada. Perchè, alla fine, una dichiarazione estemporanea può essere equiparata ad una iscrizione al “partito dei cattivi”, esattamente come una reiterata abitudine a riversare odio contro determinate categorie.

La paura di essere associati alle Binetti, ai Tavecchio, ai Povia, è probabilmente sufficiente per prestare piú attenzione possibile ad esprimersi secondo i canoni del politicamente corretto. Ma questo, se all’inizio priva del gusto per il becero, nel lungo periodo finisce per rendere certi argomenti simili a un campo minato, perchè ogni affermazione (in un senso o nell’altro) può alla fine irritare qualcuno. Siamo, sempre e comunque, in un intorno della pretesa di un diritto a non sentirsi offesi, una pretesa assurda che ha conseguenze grottesche. Non auspico che sia un giudice a chiudere il RIRO: la libertà di espressione è appunto più importante anche delle preoccupazioni circa le sue conseguenze, e tanto mi basta. Ma spero che gli attivisti dei movimenti gay, i piú organizzati e visibili, dicano chiaramente che non è rispondendo all’odio di alcuni con odio cieco e indiscriminato che intendono vincere le loro battaglie.

Sarebbe molto facile stare dalla loro parte, a quel punto.

Piccoli omofobi crescono

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Non so se l’episodio riportato nelle ultime ore dai giornali, in merito alla presunta discriminazione di un ragazzo omosessuale all’interno di un istituto cattolico di Monza, risponda o meno a verità. Saranno le autorità competenti (immagino che in questo caso si tratti del rettorato, perlomeno sul piano “disciplinare”) ad accertare la verità dei fatti, in un evento che rischia di essere un scusa come un’altra per fare un po’ di casino e giocare agli indignati.

Ma chiunque abbia frequentato la scuola dell’obbligo, dall’elementari in su, sa perfettamente che la vita di bambini e adolescenti timidi, effemminati, o persino omosessuali in nuce è caratterizzata da una discriminazione costante  – non saprei come chiamarla altrimenti – da parte dei compagni di classe, sempre pronti a deridere il “diverso” di turno per il solo fatto di essere, appunto, diverso – un discorso che vale anche per le ragazzine “maschiaccio”, quelle che non vogliono vestirsi da fatina e preferiscono giocare a calcetto. L’odio dei bambini è purissimo proprio perché fondato su un’ignoranza assoluta, incontaminata: “frocio”, “finocchio”, “culattone” e varianti varie sono appellativi costanti in quella jungla istituzionalizzata chiamata ricreazione.

Senza voler scadere negli estremi (a volte pretestuosi) dell’ideologia gender, rimane comunque lecito domandarsi da dove provenga tale atteggiamento discriminatorio. Affermare che questo sia insito nel bambino è abbastanza assurdo, così come sarebbe insensato riportare tutto a un semplice discorso di propensione: i bambini sono malvagi, lo sappiamo, ma perché la loro cattiveria si indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra? Supporre che vi sia qualcos’altro dietro, che alla base vi sia un discorso più grande che coinvolge, guarda un po’, gli adulti, è tanto scontato quanto inevitabile. Il che ci dovrebbe spingere a considerare il presunto episodio del ragazzo di Monza come la manifestazione caciarona e un po’ grottesca di una situazione generalizzata che, purtroppo, non riguarda solamente le solite teste di cazzo cattoliche. L’ignoranza incontaminata di cui  sopra forse tanto incontaminata non è, soprattutto più in considerazione del fatto che bambini e ragazzi sono sottoposti a un processo di socializzazione costante che continua fino alla fine dell’adolescenza, al termine delle scuole superiori.

Bisognerebbe dunque rivedere il problema dell’omofobia come un discorso più ampio, una questione che coinvolge una fetta della popolazione di portata decisamente maggiore rispetto alla tanto criticata minoranza bigotta – le sentinelle in piedi o i pretucoli infervorati di campagna. Considerazioni che si dovrebbero fare a scanso di qualsiasi umanesimo di facciata: non si tratta di insegnare ai nostri figli ad amare i gay (come non dovremmo insegnare loro a piangere per i negretti che muoiono di fame, gli handicappati dal visino triste o la mamma di Bambi; queste puttanate dell’amore universale lasciamole a Gesù),  quando di educare alla rispetto della diversità, nell’ottica di un rispetto più generale nei confronti delle scelte altrui. Piccolo mio, se al tuo compagno di classe piace giocare alle Barbie e un giorno gli piacerà pure prenderlo in culo, lascialo fare che tanto a te non cambia nulla. E vedi di non scassargli la minchia.

Dietro ogni scemo c’è un villaggio, diceva il poeta. E dietro ogni piccolo omofobo c’è una comunità.

Quegli sventurati con l’orologio guasto

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Ce ne sono tanti, sapete?
Apparentemente sono identici a noi, in tutto e per tutto. Voglio dire: lavorano, mangiano, guidano l’automobile, vanno al cinema e si vestono più o meno come gli altri.
Solo che a un certo punto, per una causa che la scienza non ha ancora accertato (forse un virus, forse un difetto genetico), gli si è guastata la parte dell’orologio biologico che misura gli anni: perciò credono di vivere nel 1956, e quindi si comportano di conseguenza, collezionando una serie di mortificazioni che manco ve le immaginate.
Si spaventano molto, ad esempio, quando accendono la televisione, perché ogni volta se l’aspettano in bianco e nero e l’esplosione di colori che gli si para davanti agli occhi li sconvolge; per non parlare della delusione cocente quando si accorgono che neanche quella sera andrà in onda “Primo applauso”, quel bel varietà condotto da Silvio Noto, ma trasmissioni indecifrabili col titolo in inglese (“sai chi parlava l’inglese, caro? Quel tuo cugino coi capelli rossi, che bravo che era!”) o programmi confusionari presentati da un certo Carlo Conti.
Il dramma è agghiacciante, e va in scena praticamente dappertutto: impiegano ore a trovare la macchina perché credono di avere Prinz, chiedono informazioni ai passanti per trovare negozi che non esistono più da anni, si congratulano col collega di lavoro perché prenderà l’aereo (“lei ha un bel coraggio: io la capisco, sa, avevo un cognato aviatore”), si incazzano quando sentono il vicino che telefona perché sono convinti di avere ancora il duplex, usano parole e sigle desuete (“amore, dobbiamo scrivere alla SIP, queste bollette sono sempre più alte”), si confondono nei supermercati perché non trovano l’Idrolitina, chiedono scusa quando pronunciano parole come “sciocco”, se la prendono molto a cuore per concetti come la verginità, la convivenza more uxorio e le gonne troppo corte, utilizzano locuzioni desuete come “fare all’amore”, si meravigliano quando vedono un “calcolatore” (“scusi, non vedo le schede perforate, dove le tenete?”), chiamano “capelloni” i cantanti rock e vanno a protestare alla scuola dei figli perché l’insegnante è gay.
Ce ne sono tanti. Più di quanti immaginiate.
A me fanno una tenerezza infinita, perché, povere stelle, dev’essere durissimo essere costretti a campare in un’epoca che non si capisce per niente.
Fatemi un favore: se ne incontrate uno non lo prendete in giro. Non lo discriminate. Siate delicati e accoglienti.
E proprio se vi viene da scompisciarvi, fatelo solo se siete sicuri che non vi veda.

Chi è che discrimina?

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Il casino che in questi giorni è scoppiato a causa delle sentinelle in piedi e di alcuni loro contestatori ha sollevato un polverone che ha nascosto il punto vero della questione: la discriminazione omofoba.

Le sentinelle in piedi scendono in piazza silenziose, chiudendosi al dialogo anche tra di loro e leggendo i loro affascinanti libri tipo “Sposati e sii sottomessa” e manifestano – almeno a quanto dicono – contro il disegno di legge (ddl) Scalfarotto.

Ovviamente la maggior parte di loro manco ha idea di cosa preveda il ddl. Molti di loro sono semplicemente in piazza contro i froci, contro le unioni omosessuali, e per ricordarci che i ricchioni sono malati e le lesbiche pure (tranne quelle di youporn, che si possono guardare e quindi va bene) e che se legalizziamo il loro matrimonio poi nulla impedirà alla gente di volersi sposare il proprio maiale o il proprio cavallo. Punto.

Però diciamo che lo scopo dichiarato della manifestazione è opporsi al ddl Scalfarotto, cioè all’introduzione di specifici reati o aggravanti contro la discriminazione omofoba e contro la violenza o l’istigazione alla violenza motivate dall’omofobia.

Ora, su questo tipo di leggi si può pensarla come si vuole: al netto della punizione contro la violenza, sempre e comunque, alcuni possono sostenere che non si crea una cultura del rispetto della diversità attraverso la legge penale. Altri pensano il contrario. Io non mi sono fatto un’idea precisa.

Quello che penso, però, è che quando lo Stato si mette a vietare un certo comportamento, lo Stato dovrebbe essere il primo a evitare quel comportamento.

E invece lo Stato italiano discrimina. Discrimina perché non permette alle coppie omosessuali di sposarsi così come lo permette alle coppie eterosessuali.

Potrebbe permettere il matrimonio, come succede in moltissimi altri Paesi senza che sia successa alcuna tragedia o sconvolgimento sociale (e non si vede come potrebbero essere successe).Potrebbe dare accesso a pari diritti e doveri alle coppie omosessuali.

Invece non lo fa. Nel migliore dei casi il Parlamento potrebbe approvare una legge che preveda un’unione-tra-omosessuali-che-però-guai-a chiamare-matrimonio-brutti-depravati!. Mentre il Governo, per bocca del Ministro degli Interni si dà da fare per impedire in Italia gli effetti  del matrimonio omosessuale celebrato all’estero.

Qualcuno mi spiega come possiamo impedire che i cittadini discriminino quando è lo Stato il primo a praticare la discriminazione omofoba?

Santé

Non ci sono piu’ gli omofobi di una volta

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Qualche tempo fa, pur di ritardare ulteriormente il completamento della mia tesi, mi sono messa a guardare una vecchia intervista del 1997 ad Ellen (Degeneres) all’Oprah Winfrey  Show. Per chi non la conoscesse, Ellen e’ una delle stand up comedian americane piu’ famose di sempre. Per dire, nel 2014 ha presentato la notte degli Oscar e non era nemmeno la prima volta. Nel 1997 il personaggio che Ellen interpretava nella sitcom “Ellen” fece coming out sulla sua omosessualita’. Come immaginerete, il pubblico americano non ci mise molto a capire che se Ellen interpretava una lesbica di nome Ellen nella sitcom “Ellen”, probabilmente anche Ellen era lesbica. Fu dunque cosi’ che quell’episodio divenne uno degli eventi piu’ discussi dell’anno (ripeto, del 1997, non del 1957). L’intervista che stavo guardando dura circa un’ora ed oltre ad essere una conversazione tra Oprah ad Ellen sul coming out, include anche degli interventi dal pubblico. Si va dal “che succede ora se mio figlio di 9 anni al supermercato vede la copertina di Time con la foto di Ellen e il titolo ‘Yep, I am gay’?” a “l’omosessualita’ e’ un peccato come il furto e l’omicidio” a ragazze in lacrime che chiedono disperate perche’ Ellen ha “dovuto rendere pubblica questa cosa” finendo con un “io non vado sulla copertina del Time a dire che sono etero”.
Guardando il video con gli occhi del 2014, mi colpiscono due cose (oltre al fatto che io nel 1997 ero quasi adulta e che il 1997 era un sacco di tempo fa). Primo, Ellen riesce a mantenere davanti alla stupidita’ di certi commenti una calma olimpica che credo la stessa Ellen oggi faticherebbe a mantenere. Da questo si capisce come lei stessa fosse molto, molto piu’ cauta nel difendere la causa e chiedesse tolleranza piu’ che piena accettazione. Ad onor del vero, aveva pure ragione a preoccuparsi visto che dopo il suo coming out la sitcom fu cancellata e lei scomparve per parecchi anni dalle scene. La seconda cosa che mi colpisce del video e’ come gli stessi omofobi siano cambiati nelle loro esternazioni. Le frasi pronunciate dal pubblico nel 1997 verrebbero molto piu’ difficilmente esternate nel 2014. Tranquilli, non sono affetta dalla sinrome di Pollyanna, so benissimo che il motivo non e’ che certe cose non le pensa piu’ nessuno. Di omofobi e’ ancora pieno il mondo. Ma  anche loro sono sempre piu’ a disagio a sentire certe idiozie prive di logica uscire dalla loro stessa bocca. Questo e’ un bene perche’ la piena accettazione dell’omosessualita’ passa anche dal silenzio di chi ormai per ragioni anagrafiche, culturali o religiose ha perso il treno: una generazione si sente autorizzata a dire qualsiasi cosa sui gay, la seguente pensa le stesse cose ma non le dice e la terza sara’ libera essendo cresciuta con sitcom come Will and Grace, in cui i protagonisti non fanno coming out perche’ sono gay dalla prima puntata.
Oggi, dopo 17 anni, Ellen ha un suo seguitissimo show dove si sono visti ospiti come Hillary Clinton e Barack Obama dichiarare urbi et orbi il loro pieno sostegno al matrimonio gay e dove John Mc Cain nel 2008 e’ apparso piu’ che a disagio mentre cercava di dire che e’ contrario al matrimonio gay.
Tutto questo per ricordarci che anche se la strada e’ lunga,  le cose cambiano, magari a passi che vissuti in diretta sembrano piccoli ma che sono in realta’ tutt’altro che tali.

Una presa per i fondelli

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Egregio Presidente Napolitano,
oggi, come Ella certamente saprà, nel nostro paese gli omosessuali non possono sposarsi, né stipulare perlomeno dei contratti di “unione civile”, con tutto ciò che ne consegue il relazione al diritto ereditario, alla possibilità di accedere ad una serie infinita di agevolazioni, incentivi (anche economici) ed opportunità, agli innumerevoli disagi (talora assai gravi) riconducibili alla mancanza di tale status (leggasi visite in ospedale, in carcere e via discorrendo), alla possibilità di adottare o concepire in vitro dei figli, nonché, circostanza tutt’altro che secondaria, alla deprivazione di dignità pubblica (e quindi di pubblico rispetto) che viene riservata, e quindi implicitamente affermata e ribadita tutti i giorni al cospetto della popolazione tutta, alle coppie regolarmente coniugate.
Stante tale situazione, ne converrà, dichiarare che occorre promuovere a tutti i livelli la “cultura dell’inclusione e del rispetto di ogni differenza con iniziative adeguate ed idonee nella famiglia, nella scuola, nelle varie realtà sociali ed in ogni forma di comunicazione” suona un po’ come una presa per i fondelli: giacché non mi pare serio chiedere ai cittadini di porre in essere dei comportamenti che lo Stato è il primo a disattendere in modo tanto sistematico quanto ostinato.
Ecco, Presidente Napolitano, io prima di preoccuparmi di ciò che si pensa e si dice nelle famiglie, nelle scuole, nelle non meglio precisate varie realtà sociali e nelle altrettanto imprecisate forme di comunicazione, mi preoccuperei di quello che lo Stato di cui Ella è a capo potrebbe porre in essere per far cessare le discriminazioni che denuncia, e che invece si guarda bene dal fare.
L’occasione mi è gradita per PorgerLe i miei più vivi ossequi.

Boicottaggio: protesta o vendetta?

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Mercoledi’ pomeriggio, come ogni pomeriggio, stavo ascoltando la Zanzara in streaming. Ho sentito l’intervista a Guido Barilla in diretta e devo dire che sono saltata sulla sedia, come per fortuna molti altri. Piu’ che per il fatto che la Barilla non faccia spot con famiglie gay, che tutto sommato e’ una scelta legittima al pari di non farli con una famiglia con un genitore single o con un figlio unico, sono saltata sulla sedia per le frasi di contorno. Parlo del fatto che Barilla non si sia sentito in imbarazzo a dire che le famiglie gay non le usano non per scelta di marketing ma perche’ i valori dell’azienda sono altri e dell’infelicissima uscita su gay che a casa loro fanno quello che vogliono ma che lo facciano senza disturbare gli altri (tipo, immagino, limonare fuori dalle mura domestiche?). Insomma, alla fine Guido Barilla e’ uno dei milioni di persone piu’ o meno omofobe con cui abbiamo a che fare ogni giorno.
Si e’ posto dunque il problema di cosa fare al riguardo. Il mio primo istinto e’ stato di eliminare i biscotti del Mulino Bianco dal mio ordine settimanale di alimentari*. Il boicottaggio, o la minaccia di boicottaggio per me sono uno strumento legittimo di protesta verso un’azienda che fa o dice cose sgradevoli. Il problema da porsi pero’ e’ il seguente: a che fine boicottiamo i prodotti Barilla? Lo facciamo con un obiettivo o per pura vendetta verso un imprenditore che ha detto cosa sgradevoli? Nella prima ipotesi, bisognerebbe deciderecosa si vuole ottenere: ricevere le scuse della Barilla? Sostituire negli spot Banderas con Cecchi Paone e la famiglia etero con una gay? Nella seconda ipotesi, anche se Barilla dovesse chiedere scusa in venti lingue diverse con le lacrime agli occhi e far diventare gli spot un gay pride della pasta, il boicottaggio dovrebbe procedere. Ecco, io sono per la prima ipotesi. A me pare che l’ondata mondiale di indignazione e la minaccia di boicottaggio abbiano funzionato. Guido Barilla ha chiesto piu’ volte scusa, dicendosi molto colpito e ammettendo di avere ancora molto da imparare. Ora, i duri e puri diranno che non ci credono e che alla fine pensa le stesse cose di prima. Forse si’ o forse no. Per me l’importante e’ che sia chiaro a Barilla e a tutti quelli come lui che certe opinioni, se uno e’ cosi’ sfortunato da averle, e’ il caso che se le tenga per se. A giudicare dall’aria piuttosto affranta del video, mi pare che il messaggio si arrivato a destinazione.  Del resto, io non sono nemmeno convinta che i concorrenti della Barilla che hanno profuso messaggi come questi siano nel loro animo davvero cosi’ gay friendly (se lo fossero stati, magari quei messaggi li avrebbero mandati prima**). Alla fine quello che mi interessa sono i fatti, non le vendette. Il messaggio e’ arrivato a destinazione, le scuse pure. Missione compiuta, che ne dite?

* Per la pasta non c’e’ problema, sono una di quei fighetti che in questi giorni si e’ vantato di aver abbandonato la mediocre Barilla anni fa a favore di paste molto piu’ chic.

** L’unica eccezione e’ la Althea, che aveva fatto una campagna pubblicitaria con coppie gay prima di questo pandemonio.

Cretini e stalinisti

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Intendiamoci, ché ragionare senza usare il cervello non serve a niente: in termini generali avere presente un problema e comprenderne la gravità non equivale automaticamente a ritenere di risolverlo come lo risolverebbero altri; e, specularmente, proporre per quel problema una soluzione diversa da quella proposta da altri, al contempo rilevando che a proprio parere la soluzione proposta dagli altri è inefficace, non significa affatto considerare quel problema un problema di poco conto.
Esemplificando, se uno ritiene che la legge sull’omofobia sia inutile, accusarlo in modo tranchant di strafottersene delle discriminazioni nei confronti degli omosessuali, e addirittura di rafforzare la causa dei loro detrattori, configura una cretinata dal punto di vista logico e un metodo stalinista sul piano politico: perché la logica, da un lato, ci insegna che è perfettamente plausibile immaginare soluzioni diverse per lo stesso problema; e la politica, dall’altro, ci suggerisce che mettere a confronto costruttivamente le diverse (diverse, perbacco!) proposte per elaborare la soluzione a un problema sostanzia un metodo che normalmente viene indicato col termine “democrazia”, mentre attribuire nefandezze a chi la pensa in modo diverso da noi, delegittimandolo con accuse a cazzo di cane, è indicativo di sommo spregio nei confronti della democrazia stessa.
Orbene, quando uno premette (esplicitamente, a scanso di equivoci) che il problema c’è, che esiste, che è drammatico, ma che lui lo risolverebbe in un altro modo, peraltro dettagliando tale modo in maniera puntuale (nel caso di specie attribuire diritti, il che, peraltro, configura una visione ben più avanzata di quella che si limita ad erogare sanzioni), vomitargli addosso l’accusa di sottovalutare il problema, o peggio di negarne l’esistenza, o peggio ancora di fiancheggiare gli omofobi, è al tempo stesso una cretinata e un gesto stalinista -o fascista, fate un po’ voi-: a meno che non vi siano fondati -dico fondati- motivi per ritenere che l’individuo in questione stia ciurlando nel manico, perché sotto sotto ritiene che i gay si meritino di avere una vita di merda e tenta di portare acqua al proprio mulino in modo capzioso, strisciante e occulto.
Ora, io non voglio neppure tirare in ballo il fatto che su questo blog a criticare la legge contro l’omofobia siano stati due radicali (i quali fanno parte di un movimento politico che -al di là dei suoi difetti- si batte per la causa degli omosessuali da decenni), e quindi che esisterebbero fondati motivi per ritenere esattamente il contrario: anche se fossero due sconosciuti il discorso sarebbe esattamente lo stesso, e ostinarsi a rifiutarlo a priori sparando accuse di omofobia alla cieca non porta da nessuna parte.
A meno che non si sia deciso, magari attraverso una consultazione online, che certi dibattiti debbano essere svolti per forza in modo cretino e stalinista.
Si vede che quel giorno ero distratto.

Fumo negli occhi

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In seguito all’approvazione della schizofrenica legge sull’omofobia, in cui si vogliono difendere gli omosessuali  MA ANCHE  gli omofobi, se ne sono sentite di tutti i colori. Essendo contraria a qualsiasi legge che punisce le opinioni (e si’, dire che gli omosessuali fanno schifo per me e’ un’opinione, per quanto sgradevole e poco edificante, e non dovrebbe portare conseguenze penali per nessuno), non entro qui nel merito della legge (alcune riflessioni si possono trovare qui). La cosa che mi ha piu’ impressionata pero’ sono state le reazioni scomposte di chi quella legge l’avrebbe voluta senza il famigerato emendamento “sulla liberta’ di espressione”*. I piu’ strenui difensori della lotta all’omofobia per legge si sono sperticati nel postare foto di omosessuali con volti tumefatti, chiedendo agli elettori del PD e/o alle persone contrarie a estendere all’omofobia la legge Mancino, se avessero qualche cosa da dire alle vittime di tali aggressioni. Essendo io sia elettrice del PD che contraria alla norma, rispondo.

Ai quei ragazzi io direi che fortunatamente nel nostro paese aggredire qualcuno e’ gia’ reato (a differenza di quello che afferma Ivan Scalfarotto al minuto 07:36 di questa confusa intervista), com’e’ reato ingiuriare, nel caso un omosessuale venga preso a male parole. Far passare il messaggio che ora, senza quella legge, picchiare o ingiuriare un omosessuale non sia reato non solo e’ intellettualmente disonesto ma anche offensivo per il paese. Direi loro che aggredire o ingiuriare qualcuno e’ una cosa molto diversa dall’esprimere opinioni omofobe, che di sicuro chi si macchia di questi reati e’ un omofobo ma che non vale sempre il contrario ne’ e’ utile presumerlo. Direi loro che la societa’ non si cambia creando categorie piu’ deboli per legge, dandone l’immagine di cittadini da proteggere invece di cittadini da rispettare. Gli direi che le vere leggi contro l’omofobia sono quelle che cancellano le disparita’ nei diritti, prima fra tutte la legge sul matrimonio egualitario. Perche’ leggi come quella sull’omofobia, che tanto piacciono a parte della comunita’ LGTB, hanno l’effetto di chiudere la comunita’ stessa in una gabbia mentre l’eliminazione delle discriminazioni di Stato e’ l’unica via per buttare via per sempre la gabbia. Ci vorrebbe un po’ di visione del futuro e di fiducia nelle proprie idee, entrambe non certo scarse tra i miei compagni di battaglie.

*“Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente” e “ovvero assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni”.

Un passo indietro, caro Ivan

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Mi spiace dovertelo dire, caro Ivan, ma la legge sull’omofobia non è affatto un passo avanti.
Un passo avanti è fare in modo che non esistano cittadini con meno diritti degli altri, vale a dire cittadini di serie B: e l’unica strada per realizzare tale obiettivo è attribuire loro quei diritti.
Invece sai cosa si fa, Ivan? Cioè, io penso che tu lo sappia bene, cosa si fa, ma forse gioverà ripetertelo.
Si fa questo: si continua a negare agli omosessuali i loro diritti, tenendoli deliberatamente nella condizione di cittadini di serie B, salvo punire con grande severità chi li tratta come tali: il che, ne converrai, non è soltanto una contraddizione grossa come una casa, ma è proprio un processo logico che non funziona.
E’ un po’ come ripetere ogni giorno che Tizio, per carità, è una persona rispettabile, che non si ha nulla contro Tizio, ma al tempo stesso che se a Tizio lasciassimo fare tutto quello che vorrebbe fare alcuni nostri concittadini si sentirebbero offesi, urtati, infastiditi, e che la cosiddetta “sensibilità” (leggi “fastidio”) di quei concittadini merita una tutela superiore rispetto alle aspirazioni di Tizio: il che equivale ad affermare, sia pure in modo implicito, che le aspirazioni di Tizio, ancorché legittime, non sono mica il massimo della vita, altrimenti non si capisce perché sarebbe necessario tutelare chi se ne sente offeso.
Ci siamo fin qui?
Bene, dopo tutto questo si fa una legge che punisce gli omofobi. E sai chi sono gli omofobi, Ivan? Sono quelli che insultano o aggrediscono Tizio perché considerano le sue aspirazioni poco edificanti: opinione, questa, che è stata loro suggerita, o quantomeno confermata, da coloro che pur potendola fugare in modo chiaro e netto riconoscendo a Tizio il diritto di realizzarle, e quindi qualificandole come rispettabili a tutti gli effetti, si ostinano a non farlo.
Ora, Ivan, diciamocelo: possiamo punire qualcuno per un comportamento che scaturisce da un’idea che noi stessi abbiamo contribuito a suggerire, o quantomeno a confermare? Ti pare serio, questo? Ma soprattutto, ti pare davvero che sia un passo avanti?
Non è piuttosto un grave passo indietro sul piano della verità, della coerenza tra le cose che si sostengono e quelle che si fanno, della capacità di governare l’esistente in modo chiaro, lineare e per questo efficace? Pensi davvero occuparsi dei problemi in questo modo contorto possa portare da qualche parte?
Io credo, Ivan, che la legge sull’omofobia sia un vicolo cieco: o peggio, che si tratti semplicemente del sistema più semplice per evitare di assumersi le proprie responsabilità e scaricarle sugli altri.
Marcare una differenza autentica, ne converrai con me, è tutta un’altra cosa.

Se capitasse a te

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Quella che segue è una “conversazione-tipo”: cioè un dialogo che mi è capitato di sostenere, con infinite varianti, almeno un centinaio di volte con altrettante persone diverse. Dalla conversazione si evincono alcune delle difficoltà con cui un giovane omosessuale si trova a doversi confrontare prima di essere preso in giro dai compagni di scuola, prima di essere discriminato sul lavoro, prima di essere aggredito in mezzo alla strada da quattro teppisti: quelle relative al rapporto con la famiglia, che mi permetto di ritenere, per il loro valore fondativo, le più drammatiche di tutte. Ecco, se qualcuno mi facesse capire in che modo le aggravanti per omofobia potranno essere d’aiuto al malcapitato che si trovasse ad essere generato dal mio ipotetico (si fa per dire) interlocutore, quando è invece evidente che certe “resistenze” culturali potrebbero essere abbattute nel giro di pochi anni semplicemente attribuendo diritti, gliene sarei davvero grato.

Non ho nulla contro gli omosessuali.
Ci mancherebbe altro, verrebbe da dire, ma passiamo oltre.

Però, diciamocelo, un figlio omosessuale non farebbe piacere neanche a te.
Farebbe piacere? E in quale curioso modo, di grazia, le preferenze sessuali di mio figlio dovrebbero far piacere a me, o quelle del tuo dovrebbero far piacere a te?

Non dico questo, per carità, ognuno fa quello che vuole.
E ci rimancherebbe altro, verrebbe da ridire, ma ripassiamo oltre.

Però, sai com’è, avere un figlio gay sarebbe comunque un problema, se non altro perché gli altri lo discriminerebbero.
Gli altri? Sicuro, che siano gli altri? Perché a me è parso che il primo a discriminare questo ipotetico figlio gay sei proprio tu: voglio dire, se tu per primo dici che non vorresti un figlio omosessuale, come puoi prendertela con “gli altri” che dovessero discriminarlo?

Eh, ma questo è il solito dilemma se è nato prima l’uovo o la gallina…
E questo è il solito trucchetto per buttare tutto in vacca: qua tu sei sia uovo che gallina, amico mio, il che significa che come la metti la metti questa faccenda la stai muovendo anche tu.

Ok, però ammetterai che insomma, come dire, se non fosse gay e si trovasse una ragazza sarebbe meglio.
Non mi pare.

Vorresti dirmi che per te sarebbe indifferente?
Sì.

Eh, bravo. Poi voglio vederti, quando ti capita.
Mi capita? “Mi” capita? Cioè, mio figlio è omosessuale e la cosa sta “capitando” a me? Mi pare che si tratti di una cosa che “capita” a lui, mica a me.

Mah, contento tu… E poi, non so, anche la gioia di avere dei nipoti, tu ci rinunceresti così?
No. Ma i nipoti si possono adottare, o concepire artificialmente.

Ah no, guarda, io non ho niente contro i gay…
(e due)

…al limite, guarda che ti dico, mi andrebbe bene anche se si sposassero…
A te “andrebbe bene”? Cioè, loro si sposano e la cosa deve andare bene a te?

…ma all’adozione sono contrario.
Ah sì? E perché?

Guarda, io sono convinto che un bambino debba crescere con un uomo e una donna.
Ah sì? E perché? (again)

Ma come, perché. Non c’è un perché. Insomma, da che mondo è mondo è così, evidentemente dev’essere così.
Tipo la miopia?

La miopia?
Eh sì, la miopia. Mica si correggeva ma miopia, una volta. Da che mondo era mondo, sottolineo. Solo che a un certo punto abbiamo cominciato a farlo. Mi stai dicendo che dovremmo rinunciare agli occhiali?

Maddai, che c’entra, è una cosa diversa. Un bambino ha bisogno di entrambe le figure, sia quella maschile che quella femminile, ne va del suo sviluppo psicologico e affettivo.
Ho capito. E se il padre muore, o se muore la madre?

Be’, questa è una cosa diversa: quando le cose succedono, succedono.
Ah, ecco. Allora, se non ti dispiace, riformuliamo: un bambino ha bisogno di entrambe le figure, sia quella maschile che quella femminile, a meno che non vada diversamente perché “succede”. E’ corretto?

Sei il solito polemico, non ho detto questo.
Sì che l’hai detto: anche perché, perdonami, non capisco come mai la sorte del bambino che non cresce con “entrambe le figure” ab origine ti stia così a cuore, mentre quella del bambino che cresce con un genitore solo a causa di un accidente no.

Non è che non mi sta a cuore, è solo che in quel caso non ci si può fare niente…
No? E chi l’ha detto? Si può dare in affidamento a un’altra famiglia, quel bambino.

Sì, bravo. Ora si dà un bambino in affidamento solo perché è rimasto orfano di un genitore.
Solo? Come sarebbe, “solo”? Non s’era detto che per un bambino è un fatto drammatico, non crescere con un uomo e una donna? Non s’era detto che “ne va del suo sviluppo psicologico e affettivo”? Non s’era detto che è un’eventualità così nefasta, spaventosa, terrificante da indurre addirittura a negare a un cospicuo numero di cittadini il diritto all’adozione? Be’, se è così…

Guarda, non lo dicevo nel senso che intendi tu.
Ah, ecco. E in che senso, esattamente?

Oh, insomma, basta. A me avere un figlio gay non farebbe piacere. Punto. Sarò padrone di essere contento quando dico io, no?
Padronissimo. Però, permetti un’osservazione?

Sentiamo.
Tu stai con una donna, vero?

Certo, la conosci pure tu. E la pensa esattamente come me.
Non ne dubito. Quindi ‘sto figlio ipotetico di cui stiamo parlando crescerebbe con un uomo e una donna, come dici tu.

Evidentemente sì.
Ottimo. Ma questo figlio ipotetico, nel caso fosse gay, che tipo di giovamento psicologico ed emotivo trarrebbe, rispetto all’ipotesi di crescere con due maschi o con due femmine, dal fatto di essere cresciuto da un uomo e una donna a cui “non fa piacere” il suo orientamento sessuale?

Be’…
Senza fretta. Magari pensaci. Poi, se vuoi, ne riparliamo.

Ha ragione Giovanardi?

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Diciamolo, via: sul disegno di legge sull’omofobia ha ragione Giovanardi. E, per aver ragione Giovanardi, qualcun altro deve averla sparata davvero grossa. Partiamo dall’inizio. In Italia esiste dal 1993 la legge Mancino che punisce “discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Per capirci, e’ la legge che consente di perseguire il genio di turno che se la prende con il ministro Kyenge perche’ e’ nera. Ora si discute se estendere la legge Mancino anche all’omofobia. Ma davvero qualcuno la’ fuori pensa che aggiungere l’omofobia alla triste lista di aggravanti della triste legge Mancino possa essere utile a qualcuno, a parte che a Giovanardi e i suoi? Sai che spasso quando vedremo a processo qualche cattolico di tendenza talebana per aver detto che l’omosessualita’ e’ contro natura, che i gay vanno rieducati a calci o che i bambini cresciuti da due uomini diventano rapinatori.
Non e’ solo che sentir parlare di “legge contro l’omofobia” come priorita’, in questa situazione, sembra surreale. Se i nostri Legislatori sono davvero preoccupati per le discriminazioni verso gli omosessuali italiani, provino a mettere mano ai temi sui quali l’Italia e’ in ritardo come le leggi per consentire la fecondazione eterologa, il matrimonio e l’adozione per tutti. Materie su cui magari molte delle anime belle di PD e PDL hanno posizioni tutt’altro che gay-friendly.
Il punto veramente surreale e’ la solita tendenza, tipica del progressismo velleitario all’italiana, a voler scrivere principi e desideri sulla carta della legge. La legge non serve a stabilire principi e desideri, ne’ ad imporre visioni etiche o morali, ma ad ordinare la convivenza tra i cittadini. Cosi’ funziona, in teoria, nelle democrazie avanzate. Ma l’Italia e’, sempre di piu’, una Repubblica fondata sullo sproloquio dei cazzari.
Luca Mazzone
Anna Missiaia

Al limite, odio e basta

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Vediamo se riesco a spiegarlo così, con un minimo di pacatezza.
La violenza maschilista e l’omofobia sono dei problemi sociali: il che equivale a dire, tanto per fare un esempio, che sono più diffusi dell’odio, che so io, per i biondi; il che, a sua volta, equivale a dire che le persone che odiano le donne o gli omosessuali in quanto tali sono più numerose delle persone che odiano i biondi in quanto tali.
Ci siamo fin qui? Ok, andiamo avanti.
Prescindendo da quello che abbiamo chiamato “problema sociale” -concetto sul quale, state tranquilli, torneremo-, esaminiamo queste diverse fattispecie in sé e per sé.
Se qualcuno dovesse chiedermi: tra l’omicidio di una donna riconducibile al fatto che l’assassino odiava le donne e l’omicidio di un biondo riconducibile al fatto che l’assassino odiava i biondi quale trovi più odioso?, io risponderei che li trovo odiosi alla stessa maniera; cioè che trovo i due delitti -presi in sé e per sé, tenete a mente questo particolare- altrettanto gravi, essendo entrambi ispirati dall’odio ingiustificato verso un altro essere umano in ragione di qualcosa che l’altro essere umano è.
Spero che fin qui ci siate anche voi.
Orbene, siccome i delitti motivati dall’odio verso le donne sono evidentemente più numerosi dei delitti motivati dall’odio verso i biondi, al punto da destare -comprensibilmente- un vero a proprio allarme sociale, qualcuno propone di punire i primi più severamente degli altri, nel -lodevole- tentativo di arginare il problema e possibilmente di risolverlo.
Il punto è che per come la vedo io un’aggravante del genere finirebbe per punire più o meno severamente un omicidio non in ragione dell’oggettiva gravità che si attribuisce a quell’omicidio in sé e per sé, ma in ragione del fatto che omicidi analoghi compiuti da altri siano più o meno numerosi: cioè finirebbe per punire in modo differenziato il comportamento di una persona, comportamento del quale quella persona può -anzi, deve- essere chiamata a rispondere, a seconda di quanto siano numerosi comportamenti simili da parte di altre persone, comportamenti dei quali quella persona non può ragionevolmente essere chiamata a rispondere.
Questo, personalmente, mi sconcerta un bel po’. Mi dà l’idea di una disparità ingiustificabile sul piano del diritto penale, che a quanto mi risulta è fondato sulla responsabilità del singolo individuo, non su quella di gruppi di persone che tra l’altro manco si conoscono tra loro.
Ciò non significa, badate, che io non consideri i fenomeni della violenza sulle donne o sugli omosessuali dei problemi drammatici, che ne disconosca l’effettività e la gravità, che li sottovaluti, che me ne sbatta: semplicemente, ritengo che le aggravanti non siano uno strumento praticabile per perseguirli.
Altro sarebbe se si proponesse di istituire l’aggravante di odio senza specificarla ulteriormente: cioè se si decidesse che un omicidio ispirato dall’odio, sia esso odio verso le donne, i gay, gli islamici, i biondi, i cattolici, gli obesi e via discorrendo è più grave di un omicidio commesso, che so io, per rapina o per vendetta. In questo caso quella disparità non la vedrei più, e di conseguenza il trattamento dei cittadini mi sembrerebbe, come dire, più equo.
Sono sicuro, per una volta, di essermi spiegato senza prestare il fianco ad accuse di maschilismo o di omofobia: nella speranza che una faccenda del genere si possa -finalmente- discutere nel merito, ragionandone insieme e mettendo da parte i processi alle intenzioni.

Antianticonformismo

in società by

Io non credo che Ernesto Galli della Loggia legga questo blog. Non solo perché ha due cognomi e la percentuale di lettori di questo blog non radicali con due cognomi è intorno allo zerovirgola, ma anche perché è un intellettuale. Badate bene, non un intellettuale, ma un intellettuale.

Il Galli della Loggia, oggi, ha scritto un lungo e interessante articolo, che vi invito caldamente a guardare senza leggere, intitolato “Il mondo gay e le vestali di un certo conformismo”. L’ha scritto, naturalmente, sul meno conformista degli organi di stampa italiani e del mondo, il Corriere della Sera; e ha aggiunto in coda, per buona misura, che “questo non è un articolo sull’omosessualità, sugli omosessuali o sui loro diritti. È un articolo sulle vestali dell’illuminismo che non si sono accorte di essersi trasformate col tempo in devote sentinelle delle maggioranze silenziose”.

Io, come dicevo, non credo che EGdL leggerà queste note, ma sperare non costa niente.

Egregio professor Galli della Loggia,
nel suo articolo lei scrive che “la discussione pubblica italiana sul riconoscimento del diritto al matrimonio e all’adozione per le persone omosessuali è caratterizzata da una mancanza di voci fuori dal coro rispetto al mainstream, il flusso delle idee dominanti”, un’affermazione che sarebbe quasi plausibile se volesse dire esattamente l’opposto di quanto lei intende. È possibile che stamattina abbia inavvertitamente indossato il cervello al contrario?

“In specie da parte di chi, per professione (gli psicanalisti) o per vocazione (gli intellettuali in genere), in quella discussione, invece, dovrebbe far mostra della massima indipendenza di giudizio”.
Potrebbe illustrare, ovviamente senza che l’argomento diventi l’omosessualità, gli omosessuali e i loro diritti (ci mancherebbe altro), il motivo per cui ha scelto proprio gli psicanalisti come perfetto esempio di professionista sul tema?

“Ora si dà il caso che oggi, nell’intero Occidente, l’opinione ultramaggioritaria di costoro [gli intellettuali, ndr] sia tutta, in linea di principio, dalla parte delle rivendicazioni dei movimenti omosessuali. Per una ragione ovvia, e cioè che gli intellettuali occidentali, da quando esistono, amano atteggiarsi a difensori elettivi di ogni minoranza la quale si presenti come debole, oppressa, o addirittura perseguitata: al modo, per l’appunto, in cui di certo è stata storicamente, specie nei Paesi protestanti, la minoranza omosessuale”.
Al di là del fatto che lei sembra qui affermare, quantomeno agli occhi di un villano qual io sono, che nei Paesi cattolici o di altre religioni la minoranza omosessuale abbia avuto vita più facile, le dispiacerebbe chiarire in che modo la difesa comune delle minoranze oppresse da parte degli uomini di cultura può rappresentare un problema?

“Per questo è abbastanza ovvio che nell’ambiente intellettuale chi pure dentro di sé è magari convintissimo che la natura esiste, che il genere corrisponde a una base sessuale biologica, che non si possa parlare di alcun diritto alla genitorialità ma che semmai il solo diritto è quello del bambino ad avere un padre e una madre, chi è pure dentro di sé, dicevo, è magari arciconvinto di tutte queste cose, esita tuttavia a dirlo chiaramente”.
Certo, è terribile. Vivremmo sicuramente in un Paese migliore se i cattolici, i chierici, il Papa, Giovanardi, l’ex Presidente del Consiglio, chi vede l’omosessualità come una malattia e chi è contrario al matrimonio omosessuale e all’omogenitorialità potessero almeno una volta esprimere chiaramente la loro opinione, magari in televisione, sui giornali, sui loro siti web, su Facebook e Twitter. Lei ci mette davanti all’evidenza che purtroppo così non è. Ma perché?

“Per la semplice ragione che non ama sottoporsi al giudizio negativo che una tale affermazione gli attirerebbe immediatamente da parte dei suoi simili. Perlopiù, infatti, gli intellettuali non temono affatto il giudizio della gente comune (che anzi assai spesso si compiacciono di contrastare); temono molto, invece, quello del loro ambiente, degli altri intellettuali”.
Lei sostiene, quindi, che un fine – e del tutto ipotetico – intellettuale, giornalista, o storico omofobo italiano che volesse manifestare – magari, che so, con un articolo sul Corriere –  la sua contrarietà alla parificazione delle coppie di ogni sesso, non può farlo perché teme molto il giudizio degli altri, tipo coso, come si chiama? Dai, quel famoso intellettuale italiano sempre in prima linea per i diritti dei gay. Vabbè, avete capito. Oppure di quell’altro, che ogni volta, no? E pure quello di cui parlano sempre, che ha scritto tutti quei libri, li avete letti?
Bè, sì, capisco che possa essere un ambiente particolarmente intimidatorio.

Successivamente lei contrasta – e ha ragione a farlo – chi sostiene che l’opinione della gente comune è ancora molto diversa da quella degli intellettuali conformisti pro-gay: tipicamente, infatti, le opinioni della massa si adeguano con un certo ritardo a quelle “degli addetti alle mansioni intellettuali”. Poi aggiunge: “Davvero non significa nulla, ad esempio, che proprio su questo giornale — per carità con le migliori intenzioni del mondo — sia comparsa appena la settimana scorsa un’intera pagina intitolata «Genere neutro», dove si illustrava la positività moderna, culturalmente molto à la page, di un’educazione dei bambini all’insegna del rifiuto delle obsolete categorie «maschietti» e «femminucce»?”.
Non vorrei affrontare lo spinoso e forse irrisolvibile tema presentato da un’eventuale educazione dei bambini priva di gonnellini rosa e pantaloni blu, ma potrebbe cortesemente spiegare meglio quel “per carità con le migliori intenzioni del mondo”? Quali ritiene che fossero le buone intenzioni dietro a tale pagina, e quali le pessime idee – del tutto imprevedibili per un pezzo intitolato “Genere neutro” – in essa propugnate?

“Non basta. Chi dice pubblicità dice economia. E non a caso l’omosessualità e le sue rivendicazioni ad ampio raggio sono da tempo anche un florido business. Era noto, ma ora ce lo racconta bene Il Fatto del 16 gennaio. «Essere gay friendly — si legge — non è più un costo ma un beneficio. Offre innumerevoli possibilità di guadagno e attrae un elevato numero di consumatori. I gay americani, ad esempio, spendono oltre 835 miliardi di dollari l’anno. E anche in Italia i numeri non possono essere sottovalutati» […] Dal canto suo «l’amministratore di Goldman Sachs, sposato con tre figli, fa uno spot tv a sostegno dei matrimoni gay perché, dice, “la tolleranza è un buon affare”». La tolleranza e gli affari certo. Meglio però se entrambi «politicamente corretti»: non si ha notizia, infatti, che ad alcun presidente della Apple o più modestamente della Fiat sia mai venuto in mente di presenziare al Family Day. Chissà perché”.

Perché non sono intellettuali.

Abrogare la parola omofobia

in politica/società by

Sarò breve: finché non attribuiranno agli omosessuali gli stessi diritti degli eterosessuali -ivi compreso quello di sposarsi e di adottare dei bambini-, il problema della cosiddetta omofobia non verrà mai risolto.
Dico “cosiddetta” per un motivo molto semplice: la parola “omofobia”, che pure risponde ad un significato letterale comprensibile e drammatico, è diventata la scusa che consente alla politica -ed in particolare alla politica che si dichiara “progressista”- di trasformare la discriminazione dei gay in un problema di ordine pubblico: con ciò sfuggendo alla responsabilità di sconfiggerla attribuendo diritti e assicurandone la praticabilità.
Sapete cosa? Io sarei per abrogarla, la parola “omofobia”: perché con essa abrogheremmo anche l’illusione che le aggressioni, le mortificazioni, le umiliazioni dei gay si possano scongiurare delegando il problema alla polizia e alla magistratura.
Il problema è tutto politico: e la responsabilità di affrontarlo e risolverlo, amici “di sinistra” che ciurlate nel manico, incombe su di voi.
Piantatela di lavarvene le mani nascondendovi dietro alle parole.

La Chiesa contro l'iPhone

in giornalismo/internet/mondo/società by

La notizia è vera anche se sembra uscire da una battuta di Spinoza. Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, ritiene l”iPhone 5 un “superprodotto su cui riflettere persino con urgenza“.

In primo luogo perché i melafonini “riaccendono la fiducia nella magia: come la bacchetta magica (un tipico dispositivo touch, estensione del braccio umano) era in grado di produrre immediatemente apparizioni, trasformazioni, eliminazioni, così lo smartphone, protesi ubiqua e sempre attiva, sempre più leggera e maneggevole e quasi trasparente, ci consente di “azzerare l”intervallo tra desiderio e realizzazione“.

E poi perché la diffusione dell”iPhone può portare ad una forma di “razzismo tecnologico” verso chi non lo possiede.

Sarebbe troppo semplice chiedere di fare il conto di vescovi, cardinali e prelati vari ed eventuali con in tasca un iPhone. Ancora più semplice domandare se l”eccesso di tecnologia riguarda anche la Radio Vaticana, Radio Maria e le centinaia di emittenti cattoliche sparse sul globo terraqueo.

Viene invece da chiedersi se non si sia arrivati un po” troppo in ritardo: l”iPhone come “bacchetta magica“! Parbleu! E il telecomando dove lo mettiamo? E il grammofono? Con quella musica che esce da un corno senza nessuno che suoni in stanza? E le macchine e i treni, che si muovono anche senza cavalli che li tirano! Tutte diavolerie escogitate – o meglio, evocate – da perfidi massoni, o addirittura negromanti, senza dubbio!

Ma meglio di ogni altra cosa è il monito – non il “monitor”, quella è un”altra aberrazione moderna – contro il possibile “razzismo tecnologico”. Ce ne ricorderemo quando si discuterà di proposte di legge contro l”omofobia, del “monitor” della Chiesa sul razzismo tecnologico. Santè

Ipocriti e vigliacchi

in politica/società by

Segnalo a quella -cospicua- porzione della sinistra italiana che vuole introdurre l’aggravante di omofobia, ma allo stesso tempo si rifiuta di riconoscere agli omosessuali gli stessi diritti degli altri, che relegare alcuni esseri umani al rango di cittadini di serie B, e poi pretendere di punire più severamente chi li picchia perché li ritiene cittadini di serie B, è un’operazione di un’ipocrisia e di una vigliaccheria senza uguali.
Da che esiste lo stato di diritto, le aggressioni si combattono con l’ordine pubblico, le discriminazioni con la politica. Per cui, per favore, prendetevi le vostre responsabilità, anziché ciurlare nel manico e cercare di scaricarle tutte sulla magistratura e sulle forze dell’ordine: oppure ammettete, senza tanti giri di parole, che degli omosessuali ve ne frega tanto quanto agli altri.
Cioè niente, o giù di lì.

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