un blog canaglia

Tag archive

nazismo

Il nazismo di Heidegger è un sottogenere del fantasy

in giornalismo/humor by

“Tornare a parlare di Heidegger nazista può sembrare un esercizio noioso”, esordisce l’ennesimo pezzo sulla fine questione filosofica del presunto nazismo di Heidegger: ormai un sottogenere letterario che attinge al fantastico, una chiacchiera filosofica di quel genere che proprio Heidegger relegava a passatempo contro la noia (ah, l’inconsapevole ironia). E’ una questione che, lasciata in mano ai commentatori, tende a finire nell’elencazione di altri personaggi emeriti che avrebbero preso abbagli politici in una sorta di riabilitazione collettiva o, peggio, nell’assolutorio isolamento del pensiero filosofico rispetto al pensiero politico.

Proveremo invece a ricondurre tale questione nei termini di una minima correttezza fattuale, in primo luogo per quando riguarda il rettorato di Friburgo: Heidegger diviene effettivamente rettore, eletto all’unanimità nella primavera del 1933, dietro la richiesta e con il sostegno del precedente rettore, il socialdemocratico Von Möllendorf, costretto alle dimissioni dalla NSDAP. E’ a questo punto che prendere la tessera nazionalsocialista diviene quantomeno necessario per evitare un’eccessiva esposizione contro il partito; nonostante questo, quando appena un anno dopo darà le dimissioni (siamo nell’aprile del 1934), l’organo del partito di Friburgo saluterà il nuovo rettore che lo sostituisce come “il primo rettore nazionalsocialista” di Friburgo. E’ giusto ricordare che dopo la caduta di Hitler gli occupanti alleati revocarono ad Heidegger il permesso di insegnare, ma si tende curiosamente a dimenticare  che molti, fra cui Arendt e Jaspers, considerarono questo provvedimento ingiusto e ingiustificato.

Per quanto riguarda gli appunti di Heidegger di recente pubblicazione che hanno buttato paglia sul fuoco del fortunato filone, occorre precisare che – al contrario di quanto affermato nel post precedente – i cosiddetti Quaderni Neri sono stati pubblicati ben prima di quanto fosse stato previsto dal piano editoriale dell’opera omnia, fissato dallo stesso Heidegger nel 1976. Rimane oscuro, seguendo il ragionamento dei novelli censori, il motivo per cui il filosofo che davvero avesse voluto nascondere il propri convincimenti antisemiti, invece di “rallentare” la loro pubblicazione rendendola postuma, non abbia semplicemente stracciato le 12 pagine su mille che si occupano di mondo ebraico. Questo avrebbe potuto farlo sicuramente dopo la caduta del nazismo. Ma prima perché mai un antisemita convinto che ha la fortunata sorte di vivere in un regime ufficialmente antisemita, avrebbe dovuto tenere nascosti i propri sentimenti affidandoli a quadernetti tipo Moleskine di cui nessuno conosceva l’esistenza, invece di scrivere articoli come faceva per esempio Rosenberg? Sarebbe molto più semplice, oltre che veritiero, ammettere che i Moleskine furono nascosti perché contenevano frasi come “il nazismo è un principio barbarico” e altre in cui si parla di Hitler come di un pericoloso delinquente; in cui si scrive peraltro: “nota per asini fatti e finiti: l’antisemitismo è un principio esecrabile e insensato”.

Sulla questione della tecnica, il nostro precedente autore la interpreta da ignote pagine hedeggeriane come “il male” contrapposto alla purezza della tradizione. Nelle conferenze di Brema Heidegger dice piuttosto che la tecnica è l’essere stesso: voleva forse dire che “il male” è “il bene”? Oppure non ha mai pensato che “la tecnica” fosse “il male”?

E infine, il nostro autore si spinge a condensare la filosofia di Heidegger in un invito a un “nuovo umanesimo” che coinciderebbe con il nazionalsocialismo: a una simile scorciatoia non si può che rispondere rimandando alla lettura degli oltre cento libri a disposizione degli studiosi, impresa faticosa ma che porterà a convergere sulla mancanza di qualsiasi appoggio testuale a supporto.

Per quanto riguarda le prossime puntate della vicenda – “le chicche più gustose” come le definisce il nostro – la sorpresa è ormai rovinata ai lettori ingolositi: in una delle lettere al fratello si apprende di un Heidegger effettivamente entusiasta che invita alla lettura del Mein Kampf definendo Hitler “un genio”. Si tratta di un errore grossolano che, non appena compreso, è stato rimediato dal filosofo nei limiti del possibile: rimettere la tessera sarebbe stato letto come un atto patente di ostilità verso il partito e gli sarebbe potuto costare troppo caro. Per contro, vietò fermamente al figlio di iscriversi alla Gioventù hitleriana.

Heidegger? Sì, era nazista

in Articolo by

Riceviamo e pubblichiamo da Luca Gili, Université du Québec à Montréal

Tornare a parlare di Heidegger nazista può sembrare un esercizio noioso, ma un mio recente articolo per il Foglio sta suscitando un certo dibattito. E questo rende opportune richiamare alcuni punti fondamentali.

  1. Heidegger era nazista. Tutti sanno che aderì al Partito Nazionalsocialista e che, anche grazie al suo sostegno al regime, poté diventare rettore dell’Università di Friburgo in Brisgovia. Dopo la caduta di Hitler, gli occupanti alleati revocarono ad Heidegger il permesso di insegnare, che gli fu concesso nuovamente soltanto nel 1951.
  2. I fatti di cui sopra sono noti a tutti. Quel che ha catturato di recente i riflettori è la pubblicazione dei cosiddetti Quaderni neri, ossia fogli di appunti che Heidegger tenne negli anni ’30 e ’40. Si tratta di oltre 1000 pagine di dattiloscritto la cui pubblicazione è iniziata solo nel 2014, perché gli eredi di Heidegger, evidentemente conoscendone il contenuto esplosivo, si sono lungamente opposti alla pubblicazione. Il filosofo morì infatti nel 1976 e nulla giustifica un tale ritardo nella pubblicazione se non il desiderio di nascondere lo scheletro nell’armadio. E lo scheletro nell’armadio era facile da intuire già prima della pubblicazione: Heidegger era un antisemita convinto. Parla degli ebrei come di un popolo “senza radici”, indegno di partecipare all’impresa bellica, che coinvolge il “sangue migliore del popolo migliore”. Certo, siamo lontani dalle follie dei discorsi di Hitler o da apologie della soluzione finale, ma, una volta decrittato l’ostico linguaggio di Heidegger, il senso è chiaro. Per Heidegger la tecnica è il male, l’essere e il contatto con la tradizione e le radici è il bene. La manipolazione del mondo con il processo tecnico, per ragioni che nessuno se non gli heideggeriani ha mai capito, va combattuta per ricostruire un “nuovo umanesimo”. La filosofia di Heidegger è tutta qui. E ciò ha un solo significato, come emerge ora dai Quaderni neri: i tedeschi sono attaccati alla terra e all’essere, quindi sono un popolo superiore; americani, ebrei, inglesi amano la tecnica, il capitalismo, che è male, quindi sarà il caso di ammazzarli tutti. Il nuovo umanesimo è il nazionalsocialismo. Questo è peraltro perfettamente in accordo con il rifiuto esplicito della ragione e del logos occidentale, sprezzantemente chiamato da Heidegger “onto-teo-logia”. E se si rifiuta la ragione occidentale, il risultato, come è ovvio, non è certo l’eden a contatto con “la Terra” (?) o la “rivelazione dell’Essere” (?!) che Heidegger descrive, ma la pura barbarie – come si è sperimentato con il nazismo e come si continua a sperimentare oggi in tutti quei luoghi in cui la ragione è vinta da superstizioni e miti (sì, il riferimento è proprio all’islam e al comunismo). Nei Quaderni neri mancano le chicche più gustose, che Martin Heidegger relega alla corrispondenza col fratello – corrispondenza anch’essa sotto embargo per lungo tempo per decisione della famiglia. Sotto pressione dopo la pubblicazione dei Quaderni neri, la famiglia ha finalmente consentito alla pubblicazione di parte della corrispondenza, uscita in Germania nell’ultimo scorcio del 2016 (Heidegger und Antisemitismus, Verlag Herder, Freiburg i. B., 2016). Al fratello dubbioso sul partito nazista, Martin scrive che Hitler è un genio e che deve assolutamente leggersi il Mein Kampf – letto il quale, scrive il filosofo, il fratello non potrà che unirsi a Martin nel sostegno incondizionato al partito nazionalsocialista.
  1. I punti che vado elencando, benché forse sconosciuti ai più, che giustamente alla lettura di Heidegger o di Kant la sera preferiscono fare altre cose, sono naturalmente noti agli heideggeristi nostrani e a quelli d’importazione. Essì, perché sulle ceneri di questo elogio del nazionalsocialismo che ci ostiniamo a chiamare filosofia heideggeriana è fiorita una intera industria, con libri che vendono assai e numerosissime carriere accademiche per i benemeriti esegeti del Nostro. Il più simpatico di tali esegeti è forse Gianteresio Vattimo, detto Gianni, uomo senz’altro dotato di ingegno, ma la cui carriera fortunata di uomo di spettacolo prestato alla politica e all’accademia è senz’altro macchiata dai suoi ripetuti elogi dei peggiori regimi comunisti sudamericani. Donatella Di Cesare non è un Vattimo, ma somiglia più a un altro prodotto tipico dell’Accademia italiana: l’archivista meticoloso. Altri direbbero, sprezzantemente, il topo di biblioteca, ma io preferisco parlare di archivista meticoloso. Benché l’opera degli archivisti sia essenziale per la vita culturale di un paese, è indubbio che non occorra molto ingegno per classificare e copiare documenti, soprattutto quando si ha accesso ad essi. Prova ne sia che Aristotele o David Lewis avrebbero svolto in modo egregio il ruolo di archivisti, ma di certo ben pochi archivisti avrebbero potuto scrivere filosofia del livello di quella prodotta da Aristotele e Lewis. Ora, poiché all’università ci sono più cattedre di filosofia di persone dotate dell’ingegno di Aristotele, è inevitabile che anche qualche archivista diventi professore di filosofia. A me, per esempio, le cose sono andate così. E sono andate così anche a Donatella Di Cesare, la quale ha scritto un libro, Heidegger e gli ebrei, che ha avuto un meritato successo per la mole di documenti che mette a disposizione. Il verdetto della Di Cesare è perentorio: Heidegger non era soltanto nazista e antisemita, ma l’antisemitismo è l’ossatura del suo pensiero. Eppure la Di Cesare non si arresta qui, come avrebbe potuto e dovuto, ma aggiunge che, nonostante tutto, il pensiero di Heidegger è grande perché ci permette di comprendere la tragedia di Auschwitz, grazie alle categorie di “fabbrica di cadaveri” e alla critica della tecnica – tecnica che, ci par di capire, ha reso possibile Auschwitz. Un discorso dalla logica ineccepibile.

Veniamo ora a una valutazione. Molti parlano di nazismo come di “male assoluto”. Non ho mai capito cosa sia effettivamente il male assoluto. O meglio, credo di averlo capito quando ho studiato metafisica. Siccome il male è una privazione di un bene dovuto, il male assoluto o “male in sé” altro non è che una privazione: come tale, non esiste. Satana stesso, per esempio, è sì malvagio, ma, fintantoché esiste, il suo esistere è qualcosa di buono (stante che la definizione di “bene” è l’esser desiderabile, e ogni esistente, qua esistente, è desiderabile). Insomma il male assoluto, propriamente parlando, non esiste. Esiste però la barbarie e la malvagità e mi sembra ragionevole dire che nella storia umana non si è mai vista tanta barbarie e malvagità quanta ce ne fu con il nazionalsocialismo e con il comunismo – ideologie che hanno fatto del ventesimo secolo l’era più cupa e sinistra della storia dell’uomo.

Un uomo che associ sé stesso all’ideologia nazionalsocialista è evidentemente un uomo riprovevole. Eppure uno potrebbe rimanere un buono scienziato pur avendo una condotta morale dubbia o anche riprovevole. Ciò che occorre sottolineare nel caso di Heidegger è che non solo l’uomo sostenne il nazismo, ma che la sua stessa produzione ”filosofica” altro non è che un inno all’irrazionalità e alla barbarie. Cioè un inno al nazismo.

 

Il Giornale e il Mein Kampf: lo sdegno della domenica

in giornalismo/politica/società by

Leggendo vari commenti ed alcune riflessioni in merito alla polemica sulla diffusione da parte de Il Giornale del Mein Kampf, mi è tornata alla memoria una storiella accaduta durante l’ultimo concerto dei Nerorgasmo, avvenuto nel 1993 all’El Paso Occupato di Torino.

I Nerorgasmo sono stati una band hardcore punk italiana attiva dalla prima metà degli anni ottanta fino agli inizi dei novanta aTorino, che proponeva un hc/punk cupo e dalle tematiche nichiliste.

Riportiamo la testimonianza di Simone Cinotto, uno dei componenti e fondatori del gruppo insieme a Luca Abort Bortolorusso ( qui trovate tutta l’intervista):

“Nell’ultimo concerto alla batteria suonò Francesco Dilecce, ora mio batterista nei Via Luminosa. Con lui abbiamo fatto l’ultimissimo concerto dei Nerorgasmo, quello che è diventato l’album “Nerorgasmo Live a El Paso” e in cui Luca era vestito da nazi. Credo che sapesse che sarebbe stato davvero l’ultimo concerto. Mi ricordo che è stato tutto il giorno, dalla mattina alle otto, fino a mezzanotte, prima di suonare ad assemblare l’uniforme da ufficiale SS. Chicca, la sua ragazza dell’epoca, appena prima del concerto mi disse ‘Che due palle, mi ha portato in giro tutto il giorno per tutta Torino a cercare tutte le cose, maniacalmente.’ Voleva proprio la mostrina della particolare divisione delle SS… ti ho detto no che faceva un sacco di modellismo fin da piccolo, con la passione per i soldati nazi?” (.)

“A quel concerto c’era pure Lallo, un eccellente bassista che ha fatto tra l’altro il turnista per artisti importanti. Non avevamo ancora iniziato a suonare e Lallo ha cominciato a fare il culo a Luca per il suo abbigliamento nazi, ‘Come cazzo sei vestito? Vergognati! Levati di torno’. La cosa è andata avanti per quasi tutto il concerto. E allora Luca ha fatto quel discorso che c’è anche registrato nel disco: «Volevo ricordare alla gente che si scandalizza ancora per queste cose che la nostra società ha assorbito tutto quello che c’era da assorbire dal nazismo, tanto è vero che i viaggi in Volkswagen, le vacanze e la vita come la facciamo noi adesso è quella che era stata programmata allora! E i nostri lager sono il terzo mondo lontani dagli occhi e lontano dal cuore… quindi la gente che si scandalizza di fronte ad una croce uncinata messa al collo per provocazione dovrebbe fare un pochino più attenzione a quello che gli gira intorno e alla vita che fa… perché se vogliamo guardare la nostra società è tutta nazista!»(.)

Ora, sicuramente direte voi, che c’entra tutto questo con la polemica degli ultimi giorni?

Vuoi dire che noi viviamo sotto il nazismo?

Pensi di risolvere la questione con questa storiella di questo tipo ipersconosciuto che nessuno sa chi sia?

No No. Assolutamente.

Mi pare però giusto sottolineare che molti di questi scandalizzati della domenica si ingoino tutta la cloaca illiberale possibile ed immaginabile ogni giorno, per poi indignarsi per la distribuzione da parte di un quotidiano, di un testo scaricabilissimo gratuitamente su internet e che si trova quasi regalato in ogni mercatino di provincia e non.

La diffusa reazione indignata alla provocazione de Il Giornale, è identica a quella del tipo che durante un concerto punk insultava irritato e sdegnato un frontman di una band hardcore vestito da mezzo Ss.

Ed è, credo, un tantino, ma proprio un tantino, esagerata.

Soundtrack1:’Adagio’, Tommaso Albinoni

 

Heidegger e il lato oscuro della filosofia

in cultura by

Ieri su queste pagine, Lucio Gobbi ha scritto un breve articolo a proposito di Heidegger, i Quaderni Neri, l’adesione al nazismo e il presunto anti-semitismo del filosofo. Le tesi di Lucio sono sostanzialmente due:

  1. Non si può etichettare Heidegger come anti-semita o nazista sulla base di alcuni passaggi inquietanti dei Quaderni Neri. Quando lo si fa – dice Gobbi – si dimentica colpevolmente di citare i passaggi in cui Heidegger sembra esprimere giudizi diametralmente opposti.
  2. E’ scorretto etichettare Heidegger come un filosofo anti-scientifico e anti-moderno. H. non rifiutava la tecnica. Nella vita di tutti i giorni “guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato”. La questione della tecnica e della scienza è ben più complessa e profonda e ha a che vedere con l’impianto generale del suo pensiero.

Io la penso esattamente all’opposto di Lucio. Credo che Heidegger sia stato un convinto aderente al nazionalsocialismo e credo che fosse un antisemita. Penso inoltre che la filosofia di H. abbia un’impronta decisamente reazionaria, anti-scientifica e anti-moderna. Un impronta certo non caratteristica del solo pensiero heideggeriano, bensì tipica delle “utopie conservatrici”. E che tuttavia, proprio grazie alla enorme influenza che il modello heideggeriano ha avuto sulla successiva filosofia continentale, è riuscita a penetrare nel pensiero e nella cultura, anche quella italiana e anche quella non accademica, fino a diventare un tragico luogo comune.

Quanto alla questione del pensiero politico di H., esiste una diatriba decennale che appassiona molto gli specialisti e che, di tanto in tanto, riemerge anche sulla stampa. La pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri ha offerto l’occasione per un revival dell’affaire Heidegger/Nazismo. La dialettica tra le opposte fazioni si incardina essenzialmente sulla ricerca di appigli testuali nelle opere di H. che servano, a seconda dei casi, per crocifiggerlo o scagionarlo dalla infamante accusa.
Nei fatti, è noto che H. abbia aderito al partito nazionalsocialista nel 1933 diventando nello stesso anno rettore dell’Università di Freiburg e mantendo la carica per un anno circa. Heidegger rimarrà comunque iscritto al partito fino al 1945. Sul fatto che Heidegger fosse un sincero nazista nel 1933 ci sono ben pochi dubbi; sono i suoi stessi discorsi e le sue lettere di quel periodo a testimoniarlo apertamente. Inoltre, ci sono ragioni per pensare che la sua adesione al nazionalsocialismo scaturisse da profonde convinzioni ideali e filosofiche e non fosse semplicemente un innamoramento passeggero. La vulgata storico-filosofica tende a isolare l’adesione di H. al nazionalsocialismo al solo anno 1933 e a etichettare questa scelta come un passo falso e una leggerezza della quale H. si sarebbe ben presto avveduto. Non voglio addentrarmi invece nella questione, abbastanza inutile ma molto dibattuta, che riguarda il ‘nazismo intrinseco’ nella filosofia heideggeriana, si tratta di un dibattito ermeneutico che, come tale, difficilmente può sperare di pervenire a un consenso.

Per quanto riguarda il presunto anti-semitismo di H., alcuni passaggi scandalosi dei Quaderni Neri sono piuttosto chiari. In questi passi, H. è molto esplicito nell’affermare che la questione ebraica è una questione metafisica prima ancora che razziale. Chi conosce lo stile di H. capisce bene che una simile imputazione è, nel gergo del filosofo, persino più grave della “semplice” accusa razziale. Gli ebrei sono, per H., “quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo”.
Lucio dice di non volersi soffermare su questo punto, e neanche io lo farò. Voglio approfondire invece la sua giusta osservazione che, in altri passaggi, H. sembra dire cose diverse e in definitiva in contraddizione con gli estratti sotto accusa. Anche questo non dovrebbe stupire chi conosce le opere e la biografia del filosofo. H. era notoriamente un personaggio ambiguo e doppio. Rispondendo per lettera all’amica e amante Hannah Arendt sulle voci che circolavano attorno al suo antisemitismo, H. liquidava queste ultime senz’altro come calunnie. Contemporaneamente, scriveva alla moglie descrivendo gli ebrei come degli approfittatori nei confronti dei quali “non si è mai abbastanza diffidenti.” Parole come “intossicazione”, “invasione”, “giudaizzazione” dell’università e della società tedesca ricorrono nelle sue lettere private. Mentre a parole mascherava il suo antigiudaismo di fronte ai colleghi, amanti e amici ebrei, nei fatti non osteggiava o addirittura approvava i provvedimenti del regime contro questi ultimi. Che si trovino giudizi e riflessioni contraddittorie negli stessi quaderni non è sorprendente alla luce della sua ambiguità e doppiezza di carattere.

Uno dei più fortunati topoi heideggeriani è la critica della tecnica e dell’immagine scientifica del mondo. Su questo punto Lucio scrive che la questione non può banalmente ridursi a un rifiuto della tecnologia, rifiuto al quale nei fatti H. neanche si sarebbe attenuto. Ciò che interessava H., dice Lucio, è piuttosto l’enfasi sull’incapacità del modello scientifico di porre o risolvere questioni fondamentali. In effetti, Heidegger identificava le scienze come “ontologie regionali” e le opponeva alla filosofia intesa come “ontologia fondamentale”: più o meno questo intendeva dire quando affermava che “la scienza non pensa”. (Per inciso questo modo di vedere le cose non ha nulla a che vedere con i risultati matematici del teorema di incompletezza di Gödel, e va rifiutato nettamente ogni paragone tra le grossolane semplificazioni della filosofia della scienza di matrice heideggeriana e le presunte conseguenze epistemologiche della monumentale fatica logica di Gödel).
Il modo in cui Lucio presenta la questione è del tutto corretto dal punto di vista delle premesse filosofiche del discorso heideggeriano. Le conclusioni che H. ne trae, tuttavia, non vanno ignorate. La specializzazione accademica, la divisione in dipartimenti, la tecnica e la ‘cibernetica’ erano per H. nient’altro che culminazioni del processo destinale di “oblio dell’Essere”. Questo oblio è per H una sorta di ‘peccato originale’ della modernità. Una modernità la cui corruzione è fatta risalire addirittura alla filosofia greca post-socratica e che man mano si dispiega, secondo una fenomenologia del rimosso, nella storia della filosofia e della scienza. La perversa culminazione di questa storia inautentica è da ritrovarsi, per H., non solo nella scienza e nella tecnica, ma anche nell’egalitarismo, nella cultura di massa, nel liberalismo (di cui gli ebrei sarebbero per natura infetti) e nella democrazia. Non è un caso che H. vedesse nel modello americano e in quello sovietico due facce della stessa medaglia. Nè si può dimenticare che buona parte del pensiero tardo di H. ruota attorno al concetto di nuovo inizio: sorta di palingenesi che dovrebbe seguire il necessario collasso della modernità corrotta. Heidegger è molto chiaro sul punto che, così come il primo inizio (quello pre-socratico) ha i caratteri dell’originario spirito greco, allo stesso modo il nuovo inizio non può che fondarsi sulla lingua e sullo spirito tedeschi. Svuotata dai suoi echi misticheggianti e delle fantomatiche catene etimologiche, la filosofia heideggeriana nel periodo dopo la cosiddetta svolta è insomma un intreccio indissolubile di nazionalismo radicale, critica alla modernità scientifica e utopia conservatrice.

Di filosofi dalle convinzioni politiche deliranti e dalla moralità dubbia è costellata la storia della filosofia. Il caso di H. ci colpisce particolarmente perché lo avvertiamo, per ragioni storiche, come più vicino a noi e perché l’adesione ad un movimento come quello nazista ci risulta del tutto intollerabile (pensiamo, per contrasto, alla leggerezza con cui si legge e si studia un filosofo certamente fascista come Gentile o tutta la schiera dei pensatori marxisti filo-sovietici). Ma la controversia infinita su H. è anche e soprattutto dettata da un luogo comune piuttosto radicato, che nelle parole di Lucio suona così: “il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire”. Sarebbe il caso di chiedersi una volta per tutte in cosa consiste questa presunta complessità del pensiero di H., così come di molti filosofi contemporanei che si ispirano al suo stile e ai suoi temi. Ho la sensazione che questa presunta complessità sia nient’altro che un modo per descrivere l’oscurità e inaccessibilità, la sensazione di profondità e insondabilità, la percezione dell’abisso, che rappresenta il fascino di tanta cattiva filosofia. Quasi mai l’oscurità (che è cosa diversa dal tecnicismo) è sinonimo di profondità. Quasi sempre, invece, l’oscurità va a braccetto con il discorso magico, religioso, esoterico. Presentarsi come guru, come sciamani o maghi in possesso di un linguaggio iniziatico ed elusivo è il modo più semplice per creare attorno a sé una comunità di fedeli pronti a scattare in difesa del maestro. Sottrarsi alla comprensibilità, infine, vuol dire allo stesso tempo provare a sottrarsi alle proprie responsabilità, anche a quelle storiche e personali, per consegnarsi al vortice infinito delle interpretazioni inutili.

All’ONU si vieta il Nazismo, l’UE si astiene e gli USA votano contro

in politica by

Boom! Beccatevi ‘sto titolo-denuncia!

No dai, ho soltanto sintetizzato all’estremo un fatto, e cioè che lo scorso giovedì 19 Novembre presso il Third Commettee delle Nazioni Unite è stata votata la proposta intitolata “Combattere la glorificazione del Nazismo, neo-Nazismo e altre ideologie che contribuiscono ad alimentare forme contemporanee di razzisimo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza”. La proposta è stata approvata con il voto favorevole di 126 Paesi su 183; si sono astenuti i paesi membri dell’Unione Europea, mentre hanno votato contro gli USA, il Canada, l’Ucraina e Palau.

Perché questi voti?

E’ difficile immaginare una proposta ONU ed in particolar modo quella del Third Committee, che si occupa di diritti umani, che non sia condivisibile nella sua essenza. Ed è così infatti anche per quella di giovedì, dove sostanzialmente si chiede a tutti gli Stati Membri di impedire il proliferare di organizzazioni neonaziste e neofasciste, promuovere elementi educativi e culturali volti al ricordo dell’Olocausto, condannare chi lo nega e tante altre belle cose che il buon senso ci fa accettare volentieri.
E allora perché mai l’Italia si è astenuta? Addirittura perché gli USA hanno votato contro? Forse i Paesi “atlantici” sono stati soggiogati dalle forze fasciste e non ce ne siamo accorti? Improbabile, per quanto qualcuno (vediamo poi chi) voglia convincerci che è proprio così che stanno le cose. Sicuramente avrete già adocchiato il primo indizio per tentare di arrivare ad una visione più completa, ovvero la presenza dell’Ucraina tra i voti contrari.

Facciamola molto semplice: in Ucraina c’è stata – anzi, è in corso – una guerra civile tra il governo centrale e i separatisti. Il primo è stato appoggiato dalle forze occidentali e – in maniera forte? minore? non importa ai fini del post – da gruppi neonazisti; i secondi dalla Russia, di fatto l’unica nazione ad avere una partecipazione diretta ed esplicita nel conflitto.

Torniamo alla proposta anti-nazista e guardiamo gli stati promotori. Innanzitutto, la Russia. Poi, una sfilza di Stati nella sua orbita (Kazakhstan, Turkmenistan…). Infine, Paesi dell’Africa Centrale (Burkina Faso, Guinea Equatoriale, Rwanda…), del medio oriente (Pakistan, Siria), di quello estremo (Myanmar, Vietnam…) e del Sudamerica (Brasile, Cuba…). Guardiamola con occhio ottimista: è con grande piacere sapere che nel mondo ci siano tanti Paesi che, pur non avendo mai interagito con il Nazismo, sono molto preoccupati per un suo possibile ritorno. Infatti, tolta la Russia, praticamente nessuno degli altri firmatari si può dire storicamente coinvolto nella lotta al nazifascismo e alla shoah. Anzi, è con piacevole sopresa che osserviamo come Stati che con gli ebrei sono stati poco teneri (Siria e Pakistan) si prodighino nel “condannare senza riserve qualsiasi negazione dell’olocausto” (punto 10 della proposta). Pensate: perfino il Nord Corea, non proprio modello dei diritti umani, è firmatario di tale proposta!

Oppure la guardiamo con occhio disincantato e ci domandiamo: “Ma alla Nigeria e al Nord Corea veramente fotte qualcosa del nazifascismo e dell’olocausto degli ebrei?”. E poi, la questione è così pressante da essere stato necessario votare (e approvare) questa proposta a Novembre 2015, quando esattamente un anno fa è stata votata (e approvata) un’identica risoluzione proposta dagli stessi Paesi di cui sopra? Inoltre: ha senso che i Paesi proponenti chiedano “l’universale ratifica della Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale ” ed incoraggino i Paesi che non l’hanno ancora fatto ad approvarne l’articolo 14, nonostante molti dei firmatari siano gli stessi a non averlo fatto?

A mio parere: no.

Passiamo dal lato dei proponenti a quello degli astenuti o contrari. Perché l’Unione Europea si è astenuta? In una lettera pubblicata dai Ministeri degli Esteri europei (io l’ho trovata in quello croato  e lituano) si dice che gli astenuti sono ovviamente contrari al nazismo, avendolo chi più chi meno provato sulla propria pelle. Tuttavia, si dicono perplessi, su questioni prettamente giuridiche e/o “di competenza” che toccano il tema (il ruolo di un commissario specifico mondiale contro il nazismo), su questioni storiche (perché il nazismo sì e lo stalinismo no?) ma, soprattutto, si dicono perplessi dal contesto politico attuale: “Siamo fortemente preoccupati dai tentativi fatti dal principale proponente (la Russia, ndr) volti a distorcere l’importante obbiettivo di combattere il neonazismo nel contesto dell’attuale crisi in Ucraina [considerando che] nel 2014 tale proponente ha violato leggi internazionali e i principi fondamentali dell’ONU, circa l’annessione di parte di uno Stato sovrano proprio sotto il pretesto di combattere il neonazismo”. Detta con la sintesi delle parole del rappresentante italiano, a preoccuparci è la sincerità della proposta, ovvero che sia l’ennesimo tentativo russo di gettare ombre su americani e ucraini; i quali, infatti, hanno votato contro per la gioia della propaganda russa (e qui non linko i siti filogovernativi russi perché sì, mi stanno sulle palle).

Insomma, come si diceva, possiamo vederla in due modi. O usciamo in Piazza a festeggiare in lacrime il fatto che i Paesi del Medioriente si sono impegnati tutti contro la negazione dell’olocausto e che i partiti che oggi inneggiano a Putin (dalla Lega al Front National) rinunceranno finalmente alla loro componente diretta o indiretta nazifascista (Casa Pound); oppure alziamo un sopracciglio nella speranza che tali prese in giro prima o poi finiscano.

 

Vaccinazioni e “scelte culturali”: la salute di tutti nelle mani di pochi

in cultura/politica/società by

In tutta la sporca faccenda del calo delle vaccinazioni, sui cui spero di tornare presto con la collaborazione di qualche amico medico, un ulteriore elemento di preoccupazione è costituito dalle affermazioni di politici di rilievo sull’importanza di una presunta “scelta culturale”, a discrezione degli individui, in merito alla prevenzione delle malattie infettive (ne trovate due esempi qui e qui).

Sembra infatti che l’idea che le sensibilità sociali, politiche religiose e religiose del singolo debbano prevalere persino su interessi di carattere pubblico, come nel caso dei vaccini, dove si è sottolineato a più riprese che i numeri contano, eccome, soprattutto per quanto riguarda le masse. Insomma, se tuo figlio non viene vaccinato pure il mio è potenzialmente a rischio, il che dovrebbe ridurre notevolmente lo spazio di manovra della tua tanto amata scelta culturale. Eppure, a sentire molto voci autorevoli, tutto ciò passa in secondo piano rispetto alla libertà di coscienza del genitore pro-choice.

Sarebbe quindi ora di smetterla di addure la “cultura” – sebbene il concetto , così come utilizzato da certi stregoni della comunicazione, non mi sia del tutto chiaro – a pretesto di qualsiasi scelta di natura, appunto, pubblica, tanto più in una dimensione politica altamente suscettibile a diverse forme di manipolazioni. La predisposizione ad attribuire caratteri intoccabili e immutabili al background culturale di certi gruppi di individui ha prodotto nella storia, purtroppo, degenerazioni terribili e violenze di portata epocale. Un esempio parossistico ma efficace di questo pericolo ce lo offre la Germania di Hitler: cos’altro non è il Nazismo, se non la libera scelta culturale di un certo numero di individui che decide di far (pre)valere i propri diritti e interessi ideologici? L’arianità non è forse anch’essa un’espressione culturale al pari di tante altre? Il Lebensraum, lo “spazio vitale”, non è una necessità spirituale, costruita su basi materiali, che realizza una relativissima, culturalissima “spinta vitale”?

Diciamola una volta per tutte: la “cultura” è una puttanata, persino pericolosa, soprattutto se utilizzata per giustificare scelte e azioni di carattere meramente politico. E nel caso delle vaccinazioni, dove si parla della salute di tutti, l’idea risulta ancor più sconcertante e deleteria. Ci si chiede di scegliere tra opinioni personali e pericoli reali, conclamati, che riguardano indifferentemente ogni singolo cittadino di questo paese: in una società civile, un problema del genere non dovrebbe neanche porsi.

Altrimenti, l’unica alternativa per evitare la poliomielite rimane una bella lettura del Mein Kampf.

 

Un cancro chiamato femminismo

in internet/società/televisione/ by

Dal fantastico mondo dei media, due filmati che illustrano piuttosto chiaramente le conseguenze di quel sonno della ragione chiamato femminismo:

1) Nel corso della solita, inutile, sterilissima televisiva discussione sulla riforma della legge elettorale, Andrea Scanzi, con una retorica farlocca degna del miglior Totò, mette alle corde la deputata del PD Alessia Rotta (e questo dovrebbe dare l’idea della profondità dei contenuti di entrambe le parti), che risponde accusandolo, davvero dal nulla, di misoginia nei confronti delle sue colleghe parlamentari. La scena mi ha ricordato un episodio dell’ultima stagione di House of Cards, in cui Frank Underwood suggerisce alla candidata alla presidenza Jackie Sharp di accusare di sessismo l’avversaria nel corso di un dibattito televisivo, giusto per metterla a tacere. Quest’atteggiamento è l’equivalente contemporaneo della reductio ad Hitlerum.

2) Ennesimo “esperimento sociale” sull’internet che mostra l’ennesima bellissima ragazza chiedere ai passanti, tutti rigorosamente uomini, se vogliono fare sesso con lei. Come usuale in questi “esperimenti”, della cosiddetta società impariamo ben poco, mentre apprendiamo tantissimo sulle intenzioni di chi sta dietro la telecamera. A parte un signore di colore che rifiuta l’invito “perché troppo magra”  (mito assoluto!) , in tutte le altre scene vengono mostrate essenzialmente due categorie di persone: quelli che accettano senza pensarci mezzo secondo – la maggior parte – e si allontanano con la ragazza per cercare un luogo appartato, e quelli che le fanno notare quanto, in realtà, “valga ben più di così”. In poche parole, buoni e cattivi: gli Illuminati che ricordano alla ragazza il valore della sua dignità e i maiali che non vedono l’ora di mettere il pisello nel primo buco di passaggio. Come se nel mezzo non possa esserci alcun’altra reazione possibile a una proposto del genere: paura, diffidenza, semplice mancanza di interesse, incertezza. E invece no, solamente bianco e nero.

Ecco, questi due episodi sono significativi di quel che è diventato il femminismo ai giorni nostri. Ovviamente non mi riferisco al femminismo delle origini, quello delle grandi battaglie per la parità dei diritti, ma di quello quotidiano da discussione salottiera, quello degli isterismi mediatici. Il femminismo oggi è demonizzazione dell’altro, laddove l’altro è l’essere umano dotato di pene. Come tutti gli -ismi (nazismo, comunismo, razzismo, maschilismo, ecc.), anche il femminismo attuale divide il mondo in eletti e malvagi, e utilizza una retorica discriminante per attaccare gli avversari, indipendentemente dal contesto e dalla natura della discussione. O sei con noi o contro di noi. Una grande Salem in cui, questa volta, ad essere cacciate sono streghe dotate di scroto.

Non so voi, ma a me tutto ciò fa abbastanza schifo.

Quindi i rom vanno eliminati fisicamente

in società by

Io non ho alcun motivo di dubitare che gli episodi lamentati dai cittadini di Borgaro siano tutti -drammaticamente- veri; piuttosto, ho più di qualche motivo per farmi una domanda semplice: perché questi episodi accadono?
Ecco, quando si arriva ai perché cominciano i guai: i rom non si vogliono integrare, è la loro cultura, sono fatti così, sono geneticamente delinquenti, non c’è niente da fare.
Sono questi, i perché più “gettonati” delle persone; e a loro, prima che ad altri, verrebbe da chiedere: a prescindere dai problemi innegabili che, data la situazione attuale, questa gente vi provoca, su quali basi vi siete dati queste risposte? Voglio dire: ci sono degli studi in merito? Esistono delle evidenze, anche lontanamente scientifiche, che le cose stiano davvero in questo modo?
Naturalmente no. Non ce ne sono e non ce n’è neppure bisogno, perché tanto “si sa che è così”.
Quelle risposte, cioè, altro non sono che la constatazione dell’esistente: sono comprensibili perché nascono dal disappunto, dal disagio e dalla rabbia, ma la verità è che non vanno a fondo, non spiegano proprio un bel niente, a meno di non voler decidere che sia tornato improvvisamente ragionevole parlare di razze, di predisposizioni genetiche al crimine, di superiorità e inferiorità declinate su basi etniche e compagnia cantando: roba che appena qualche anno fa ha provocato conseguenze che in questa, e in qualsiasi altra sede, sarebbe mortificante dover ricordare puntualmente.
Ebbene, che certe “non risposte” se le dia la gente, che tra l’altro ha i suoi bei problemi per campare, passi.
Ma che la stessa, identica analisi provenga da chi i fenomeni dovrebbe governarli, vale a dire chiedersene le ragioni vere e cercare di risolverle alla radice, lo trovo assai meno accettabile.
In altri termini e per essere chiaro: ritengo che istituire autobus separati per i rom, a Torino così come in qualunque altro posto, non già come misura emergenziale finalizzata a guadagnare il tempo per implementare le necessarie politiche di inclusione, ma ritenendo che quegli autobus siano essi stessi la soluzione del problema, è letteralmente irresponsabile.
Perché il problema, già lo sappiamo, si inasprirà: così come si è sempre inasprito -e la storia parla fin troppo chiaro- ogni volta che la risposta della politica è stata la segregazione.
Ora, gettando lo sguardo qualche metro, qualche anno in avanti, cosa c’è all’orizzonte dopo i campi e dopo la separazione dei bus? Dove credete che conduca, questa spirale, se non all’unico esito possibile dell’esclusione definitiva, della deportazione, dell’eliminazione fisica? Ve ne rendete conto, sì, che è questo il finale ineludibile che state fabbricando?
Be’, allora abbiate se non altro la franchezza di dirlo: sostenere che i rom non possono essere integrati significa affermare, alla lunga, che vanno eliminati. Oppure estinti sottraendo loro i figli e affidandoli ad altri, che poi è un altro modo per ottenere lo stesso risultato: sopprimere del tutto un’etnia perché si è convinti che sia irrimediabilmente “tarata” in ragione di insuperabili questioni genetiche.
Coraggio, ditelo. Non siate timidi.
Poi, con calma, io vi dirò chi mi ricordate.

Le note della rispettabilità

in giornalismo/mondo/politica/società by

Yevgeny Nikitin è un cantante lirico apprezzato con un background inedito: in passato ha infatti militato in una band di heavy-metal, nella quale cantava e suonava la batteria. Il corpo di Nitikin, come si conviene ad un adepto del metallo, è pieno di tatuaggi, tra i quali ce ne è uno, sulla parte sinistra del petto, che richiama una svastica. Tanto è bastato per far scoppiare una grana al festival di Bayreuth in Germania.

Giusto per precisione, in un mondo compiutamente “de-nazistificato”, un festival come quello di Bayreuth non esisterebbe nemmeno. Si tratta infatti di una rassegna di musica lirica nata nel 1876 esclusivamente per celebrare i lavori di Richard Wagner, che non fece mai mistero del suo antisemitismo e la cui opera ha costituito una forma di ispirazione per Adolph Hitler ed altre belle persone. Nel 1930, alla morte di Siegfried Wagner, ad occuparsi della macchina autocelebrativa della famiglia del celebre musicista fu Winifred, moglie (inglese) del figlio del compositore e fervente nazista (era addirittura in corrispondenza con il Führer in persona!).

Eppure, Nikitin è stato sottoposto ad una tale pressione mediatica che il 22 luglio ha “deciso” di ritirare la propria partecipazione (avrebbe dovuto prestare il suo basso-baritono nell’opera “L’Olandese Volante”). Ma come è scoppiato il caso? In un programma andato in onda il 20 luglio, il cui obiettivo era quello di realizzare un ritratto dell’artista tra heavy-metal e lirica, era incluso uno spezzone di video in cui Nikitin era ripreso a torso nudo alla batteria nell’atto di cantare. Sul lato destro del suo petto, in effetti è visibile un grosso tatuaggio che sembra rappresentare una svastica parzialmente ricoperta da decorazioni verdi e rosse: diciamo che sembra una svastica davanti alla quale sia stato posizionato un agrifoglio di quelli che si vedono a Natale…

Dopo l’apparizione del presunto (ma assai probabile) segno nazista, gli organizzatori del Festival, che, memore del brodo di coltura mefitico che lo ha generato, oggi tenta di rifarsi una vita con improbabili prove di eccellenza democratica, hanno dato di matto. Quando un giornale ha chiesto a Nitikin una conferenza stampa per giustificare i suoi tattoo, lo hanno convocato: poche ore dopo, il cantante trentottenne ha annunciato il suo ritiro. A quel punto, ha cominciato a sparare sui media una serie di dichiarazioni, una più ridicola dell’altra, tra cui:

“La foto rappresenta il tatuaggio in una fase in cui non era ancora stato completato” [per la cronaca, fosse o meno una svastica quella vista nel documentario, è certo che oggi quel segno è stato coperto, come si può vedere qui]

“Non immaginavo il livello di irritazione e di oltraggio che questi segni avrebbero procurato”

“Assolutamente, non ho e non ho mai avuto alcuna affinità o collegamento con alcun movimento neonazista o fascista”, salvo poi ammettere:

“E’ stato un grave errore, e vorrei non averlo commesso”…

Non mi sembra vi siano dubbi sulle simpatie politiche di Yevgeny Nikitin, almeno in una fase della sua vita. Sulla svastica non mi esprimo, ma la presenza, sull’altro lato del petto, di un tatuaggio che rappresenta la runa Algiz (o runa della vita), fa pensare: a quanto capisco era stata molto popolare presso i nazisti, ed è ancora molto trendy tra suprematisti bianchi ed altra feccia negli USA.

Mi fa comunque rabbrividire anche la scelta degli organizzatori di costringere Nikitin a ritirarsi: per parecchie ragioni. Innanzitutto, un tatuaggio è una scelta fatta sulla propria pelle (è il caso di dirlo!), e quindi strettamente personale e non censurabile: pur ritenendo disgustosa l’idea di avere un simile infame simbolo di morte e di oppressione scritto per sempre sulla carne, non credo che questo tipo di valutazioni riguardi gli organizzatori di un festival di musica lirica.

Stesso ragionamento vale, ovviamente, per le presunte idee politiche di Nikitin: per quanto ripugnanti, sono un problema suo. In fondo, non è stato ancora inventata una cura per la stupidità. Tanto meno per quella giovanile.

Il tutto senza contare che, nei fatti, Nikitin ha dimostrato di aver modificato il simbolo oggetto di contestazione: potrebbe anche averlo fatto per opportunismo, ma vogliamo almeno concedergli il beneficio del dubbio?

Infine, l’arte dovrebbe essere qualcosa di diverso dalla politica: non possiamo permettere alla nostra valutazione valoriale di amputare le gambe alla creazione artistica. Céline fu un collaborazionista ed un detestabile antisemita, per esempio, ma credo tutti siamo d’accordo sul fatto che bruciare nella pubblica piazza “Viaggio al termine della notte” e “Morte a credito” costituirebbe una condotta simile a quella del proverbiale marito che si taglia le palle per far dispetto alla moglie.

In effetti, la dimostrazione che l’arte è pura è dato dal fatto a Bayreuth si danno appuntamento un sacco di persone per bene -certo non si tratta di un raduno degli ex della Gestapo (non solo, per lo meno…). Eppure, proprio gli organizzatori del festival,oggi, vorrebbero chiedere ai cantanti di esibire solide credenziali democratiche prima di poter lanciare un do di petto… Che assurda ipocrisia!

Senza considerare che, sempre nell’ambito della musica classica, c’è un personaggio come Herbert Von Karajan, celebratissimo direttore d’orchestra, fortemente sospettato di aver aderito al partito nazista in Austria nel 1933. Lo stesso Arturo Toscanini, che passò quindici anni negli USA in volontario esilio, noto per le sue clamorose disobbedienze civili anti-fasciste e anti-monarchiche, aderì inizialmente al partito fascista. La lista sarebbe lunga. Ma a pagare dovrà essere, a quanto pare, solo un metallaro russo.

 

 

 

Go to Top