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Quelli che parlano ai concerti

in società by

In questa stramaledettissima società del baccano, sembra che si senta il bisogno di aggiungere rumore al rumore, trambusto al frastuono, cacofonia al suono.

Probabilmente annichilita dall’assedio costante di cachinni tecnologici, logorree social e scoregge musicali, un certo tipo di umanità tenta di rivalersi darwinamente sulla specie più debole, ovvero su tutti coloro che vorrebbero invece ancora godersi il piacere antico del momento auditivo. Quelli che parlano ai concerti sono l’esempio lampante della mortificazione dell’ascolto a cui siamo sottoposti/ci sottoponiamo quotidianamente.

Lo stronzo (o lo stronza) pare possedere il dono dell’onnipresenza: a volte si trova di fronte a te, in altre occasioni è alle tue spalle, molto spesso ti siede a fianco, ma è sempre, sempre, in compagnia di un accompagnatore anonimo, vera e propria spalla tragicomica, il cui unico ruolo è fornire un pubblico, un’audience, al monologhista disturbatore. Monologhista che, in accordo con la tradizione Shakespeariana, è un grado di andare avanti a parlare per ore e ore, senza interruzioni o pause di alcun tipo, apparentemente immune dal bisogno di tirare fiato o reidratarsi – più resistente di un cammello del Gobi. La presenza di un cantante o di una band sul palco non lo turba: basta alzare un po’ la voce quando la musica sale di volume, o urlare durante gli applausi. L’oggetto di tali orazioni è, nelle maggior parte dei casi, velleitario: si passa dal vestito nuovo comprato in saldo all’idraulico che non è riuscito a sostituire la guarnizione, senza dimenticare ovviamente quella troia della Paola che è una settimana che non risponde ai miei messaggi.

Come tutte le forme di vita parassitarie, il disturbatore si adatta a qualsiasi genere musicale: sebbene il suo habitat preferito sia il concerto jazz (musica bassa, birre sul tavolino e brani di cui non frega un cazzo a nessuno), si adatta benissimo anche alla classica (d’altronde parlare tra un movimento e l’altro commentare è praticamente un obbligo), al pop (anche se in questo caso viene spesso sostituto da un’altra, esecrabile figura: quello che canta tutte le canzoni ad alta voce), e al rock (a fine esibizione ha in genere la gola a pezzi dopo aver tentato inutilmente di sovrastare riffs satanici e percussioni apocalittiche). Cercare di interromperli, anche in maniera cortese, è inutile: ti guarderanno in maniera offesa, quasi scandalizzata, non chiederanno scusa e aspetteranno circa mezzo minuto per poi riprendere la loro interessantissima tergiversazione sull’ultima offerta della Vodafone con chiamate illimitate.

Ma dietro questa arroganza di superficie si nasconde, temo, un’insicurezza di fondo – mista a una certa dose di malinconico fatalismo. È forse la consapevolezza più o meno inconscia di aver perso non solo la capacità di ascoltare, ma persino il beneficio di lasciarsi trasportare dal potere del suono armonico. Fratello gemello della musica, il silenzio è un elemento imprescindibile dell’ascolto attivo, quello che ci permette di andare in profondità a livello intellettuale ed emotivo e di godere appieno dell’esperienza attuale – cioè limitata nello spazio e nel tempo – che stiamo vivendo. Quelli che parlano durante i concerti parlano innanzitutto sopra se stessi, nella vana illusione che il suo della voce possa davvero riempire i buchi che hanno nell’animo.

Senza contare la rottura di coglioni per chi sta loro attorno.

Vasco Rossi è stato un genio e io devo chiedergli scusa.

in arte/musica by

Qualche giorno fa mi ero messo ad ascoltare un best of di Franco Battiato, di cui fino ad allora conoscevo essenzialmente tre canzoni: Cuccuruccuccù, Bandiera Bianca e Centro di Gravità Permanente. Dalle casse sono cominciate ad uscire fuori Prospettiva Nevskij, L’Era del Cinghiale Bianco,  Summer on a Solitary Beach e tante altre ancora, e sebbene per un secondo mi sia rammaricato di non averle mai ascoltate prima, a dominarmi è stato subito dopo la meraviglia di avere davanti a me un’intera discografia ignota e di qualità eccelsa, praticamente un godimento infinito.

Mi ero quindi ripromesso di ascoltarmi ogni singolo album nelle settimane successive e così ho cominciato con Patriots. Mentre stavo per passare a Gommalacca, è avvenuto – ahimè – qualcosa di strano e mostruoso. Da un angolo remoto del mio cervello, come il serpente che tenta Eva con una pasticca fuori dalla scuola, ho sentito me stesso pensare: “Beh, se per questo, non hai mai ascoltato nemmeno la discografia di Vasco”. Il maledetto suggerimento veniva dal fatto che, gli stessi giorni in cui avevo l’epifania su Battiato, mi era capitato di ascoltare per la prima volta Colpa d’Alfredo. 

“Ho perso un’altra occasione buona stasera / è andata a casa con il negro, la troia”.

Come scusa? Ha proprio detto “è andata a casa con il negro, la troia”. Mi ero fatto la classica risatina da stupore in ritardo di 36 anni ed ero andato avanti ad ascoltare. Beh, pazzesco! Non mi aspettavo da Vasco un testo in cui, anziché vagheggiare i soliti sentimenti noiosi e banali, veniva narrato un aneddoto con un dettaglio incredibile delle persone coinvolte, del luogo, di tutto ciò che è contenuto effettivamente nelle parole e ciò di cui non c’è nemmeno bisogno di dire un aggettivo. Non è affatto facile rendere al pubblico una descrizione fotografica di una situazione usando pochissimi versi, ma Colpa d’Alfredo ci riesce benissimo.

Così, ancora con l’ironia imbecille di chi guarda Ciao Darwin “perché mi piace il trash e mi piace soprattutto sapermi migliore di loro”, ho cliccato sull’album omonimo alla canzone. “Solo un attimo, poi torno a Battiato.”.

Cantanti completamente strafatti durante un concerto: deve esserci un momento nella vita di queste persone in cui il bivio tra sopravvivere e soccombere è decisivo. L’importante è trovare sempre qualcosa di ironico nelle cose, come il fatto che questo video sia stato caricato dal profilo ufficiale del Partito Democratico.

Tralascio il classico Non l’hai mica capito, ché sulla questione dei classici pop di Vasco ci voglio tornare dopo. Susanna è divertente ma dimenticabile, senonché mi colpisce perché penso a mia sorella che si chiama come la canzone, che è contemporanea (o quasi) al disco e da ragazza era fan di Vasco, e mi viene in mente che magari questo brano le piaceva tantissimo da piccola e che dovrei ricordargliela la prossima volta che la sento. Poi Anima Fragile, dove tiro un sospiro di sollievo: finalmente una canzone inutile alla Vasco Rossi. E sono già pronto a chiuderla lì, quando salta fuori Alibi, e di nuovo mi accorgo che sono letteralmente immerso nella scena descritta. Non solo, ma poi comincia ad elencare “devono accertare / controllare / verificare / analizzare / eventuali connivenze / coincidenze”. Un uso delle parole singole, tutte in rima, che non so come ma mi ricorda Nun te reggae più. 

Cavolo, un disco piacevolissimo. Ha le canzoni strane, le canzoni famosissime e spensierate, un tot di canzoni banalotte come è lecito che sia per un album non scritto dai Beatles. O da Battiato, per dire. Così mi viene un dubbio: stai a vedere che prima di diventare famoso, Vasco era bravo. Seleziono quindi Non siamo mica gli americani  e schiaccio play.

Signori, popolo che mi legge, voglio oggi chiedere scusa a Vasco Rossi. Mi scuso per tutte le volte che ho pensato che fosse un coglione totale, uno dei minimi livelli della musica italiana, fagocitatore di fama senza aver contribuito a nulla in Italia se non ad arricchire i gestori degli stadi di calcio. Perché se da un certo punto in avanti della sua carriera questi concetti possono anche essere in parte o del tutto veri, è sicuramente certo che come artista ha fatto dei veri e propri capolavori assoluti quali Non siamo mica gli americani. 

L’album, il secondo della sua discografia, contiene 8 canzoni. Una metà è piacevolissima. L’altra metà è già diventata pietra miliari mia personale raccolta di canzoni fondamentali. Si tratta innanzitutto di Fegato, fegato spapolato, che guarda un po’ inizia esattamente come Alibi. E, nuovamente, racconta in maniera fotografica una mattina – che diventa poi automaticamente l’intera giovinezza – del classico fattone del piccolo paesello di provincia. Noi oggi quando vogliamo attribuire un complimento ad un altro divo del pop, Max Pezzali, diciamo “Eh, ma come ha raccontato lui certe situazioni dei ragazzi di provincia, proprio nessuno”. Sì, ma si trattava dei ragazzi puliti, quelli da oratorio d’inverno e Grest d’estate, e delle loro comunissime disavventure. Quindici anni prima Vasco parlava già dei comunissimi problemi dei lazzaroni tossici e cazzari che esistono e sempre esisteranno in provincia. Gente priva delle velleità dei disgraziati cantati dai Baustelle. Nonostante per assurdo poi il testo contenga tracce di poesia talvolta perfettamente unita al comico:  “La primavera insiste la mattina” o “La festa ha sempre lo stesso sapore, gusto di campane, non è neanche male”. Montale, scansati.

Segue Sballi ravvicinati del 3° tipo. Concetti dello spazio profondo, melodie lontane come i già citati L. dei Baustelle o No Time No Space di Battiato. Solo che parla, di nuovo, di fattoni completamente persi. Gente che non ha bisogno di parlare di serpenti giganti e autobus blu per spiegare che si è imbottita di fumo peggio di una centrale a carbone dell’800. E poi Non siamo mica gli americani, con quell’intro assurdo in dialetto meridionale o con quella divagazione (Astro del Ciel) dentro la melodia senza alcun motivo apparente che oggi vengono ricalcate da Elio e le Storie Tese,. Con la differenza che Elio parla di cose demenziali del tutto immaginarie, mentre Vasco sta semplicemente recitando frasi che le persone semplici pensavano o dicevano per davvero durante la leva militare. Perché se la guerra rende i soldati semplici vittime e poeti (aka Generale, quella famosa di Vasco che poi ha rifatto De Gregori…no dai, scherzo) in tempo di pace a dominare è la pura noia di essere obbligati a fare da guardia alla polveriera di domenica sera, sotto la sarcastica minaccia della guerra fredda.

E infine Albachiara. Uno, superata l’adolescenza, deve rendersi conto che il pop non è una merda. Il pop, come tutte le cose, può essere una roba orrenda o un’opera d’arte. Dietro Uptown Funk di Bruno Mars, per dire, c’è del genio. Dietro i diversi singoli di Pharrell Williams c’è del lavoro impressionante. E noi italiani non possiamo chiamare “cantautorato” le canzoni di massa che ci piacciono per lasciare che al pop la spazzatura. Adesso venitemi a dire che Agnese non è pop come Albachiara. Che Notte prima degli esami non è pop come Albachiara. Una canzone che non è orecchiabile, non è che si lascia ascoltare. E’ una bomba universale che al secondo ritornello stavo per salire in piedi sulla scrivania, tirare un calcio al monitor e cantare in mezzo all’ufficio. Ed è solo perché sono a Tokyo; se fossi stato in Italia non solo il gesto non avrebbe avuto ripercussioni, ma sono pronto a scommettere che avrei potuto interrompermi a “Sei fresca come…” e, col gesto del microfono rivolto al pubblico, lasciare che i colleghi completassero il verso.

 

vasco fan

 

E nonostante tutto, oggi, Vasco Rossi è oggettivamente il simbolo del peggio che la musica italiana possa offrire. Con il senno di oggi, mi dispiace pure per lui. Come sia avvenuta questa trasformazione non lo so, non conosco la sua biografia né moltissimi degli album che sono venuti dopo Vado al massimo, l’ultimo album – per altro anch’esso stupendo – che si è fermato a quota 100mila dischi venduti. Sarà stato il successo: Bollicine, subito successivo e con un milione di copie vendute, mi ha fatto cagare. Magari è perché ha riunito sotto di se gli eroi di cui cantava, cioè quei fattoni ignoranti e privi di sogni che presi singolarmente in qualche serata all’osteria fanno ridere a crepapelle ma messi tutti dentro ad uno stadio finiscono per fare cose immonde (dovrebbero scrivere un libro sui racconti di gente che negli anni 80-90 andava ai suoi concerti: venderebbe più di tutti i titoli di Palahniuk messi assieme).

Quello che è certo e che sono stato mosso da un pregiudizio, ed è giusto che me ne penta.

David Bowie e il coraggio delle stelle

in musica by

Viviamo in un’epoca di grandi talenti canori e autori inesistenti. Basta accendere la televisione e mettersi a guardare un qualsiasi talent musicale: tantissimi ragazzi e ragazze in competizione per quei fottuti quindici minuti di celebrità, una rincorsa alla celebrità dell’attimo che, nella migliore delle ipotesi, si tradurrà in una folgorante carriera da interpreti eccezionali di canzoni mediocri.

Legioni di schiavi talentuosi “costretti” a mettere la proprio voce al servizio di brani altrui, motivetti da barbiere che rimangono nelle nostre orecchie giusto per la durata dell’assedio radiofonico, in una bulimia di tormentoni stagionali destinati a soccombere di fronte alla prossima ossessione del momento. Non vi è distanza tra terra e cielo per questi cantanti-operai della musica, legati a una catena di montaggio mediatica il cui nastro scorrevole sembra non avere mai fine.

Ma il cielo, anzi lo spazio, è ancora lì, sopra le nostre teste, e qualcuno l’ha persino raggiunto. Costruttore di scale per l’infinito, David Bowie ha speso un’intera carriera nell’esplorazione di ciò che poteva risiedere oltre i limiti. Il coraggio dell’innovazione, la sfida per il futuro, non era semplicemente un fine per il cantautore londinese, ma un vero e proprio mezzo di creazione artistica. Plasmare nuove realtà mettendo in discussione i propri canoni, innovare abbandonando i fardelli insostenibili dei vecchi sé. Ci vuole coraggio, per abbandonare la Terra.

Angelo dell’innovazione musicale, Bowie ha fatto della galassia la propria casa, dei soli e dei pianeti distanti il proprio punto di riferimento costante. E se credete che tutto ciò sia solo una metafora, guardatevi il video dell’astronauta canadese Chris Hadfield in una performance a dir poco commovente di Space Oddity a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Le stelle sembrano molto diverse oggi, ma l’universo è ancora nelle nostre mani grazie a David Bowie.

C’era una volta MTV (ovvero, breve storia del videoclip)

in cultura/musica/televisione by

Qualche giorno fa ricorreva il ventennale dell’uscita di “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins. Tra quasi tutte le persone che conosco, si è scatenata un’ondata celebrativa in ricordo non solo di questo album stupendo, ma un po’ di tutto un arco di tempo che ha racchiuso una generazione. Quella generazione che, quando non era ancora passata, già era stata definita generazione X.
Presa anche io dai ricordi ho cominciato a ripensare a quei “venti anni fa o giù di lì”. C’ era una cosa che ha plasmato la cultura giovanile di quegli anni, tanto quanto il rock´n´roll aveva cambiato gli anni 50/60 e il punk gli anni 70: quella cosa era MTV.
Sì, perché la X generation altro non era che la MTV generation.

MTV inteso non solo come canale televisivo, ma come veicolo principale di trasmissione di un prodotto che ha rivoluzionato completamente il mondo dell´audiovisivo: il videoclip.

Convenzionalmente si fa risalire la nascita del videoclip al 1975, quando, in Inghilterra, il programma Top of the Pops manda in onda “Bohemian Rhapsody” dei Queen. Diretto da Bruce Gowers, realizzato in quattro ore con un budget di 7000 sterline, è il primo concept-video, pensato e realizzato per essere trasmesso in televisione: è un video concettuale, costituito da un montaggio serrato che unisce immagini live e primi piani del gruppo effettuati col prisma che rendono visivamente l’effetto del coro della canzone. È anche il primo caso confermato di capacità promozionale del video: dopo appena sette giorni dalla trasmissione del clip infatti, la canzone balza in testa alla classifica inglese restandoci per quattro settimane.
Oltreoceano sono i Jackson Five a sperimentare i primi effetti speciali con in video “Blame it on the Boogie”, del 1978.

Ma l’epoca del videoclip inizia a tutti gli effetti allo scoccare della mezzanotte del 1° luglio 1981 (che, guarda caso, è anche il mio anno di nascita), sul tasto 25 della tv americana via cavo dove erano sintonizzate circa due milioni di persone. Con un baritonale “Signore e signori… rock and roll!” MTV da inizio alle sue trasmissioni con un video di una semi sconosciuta band inglese. Sono i Buggles, e il video si chiama“Video killed the Radio Stars”. Girato da Russel Mulchay, è il primo con una vero storyboard che riutilizza le tecniche pubblicitarie, pensato appositamente per un videoclip.

Dopo il successo di Bohemian Rapsody inizia ad aumentare il numero di clip promozionali, che si avvalgono inoltre delle prime sperimentazioni di immagini ed effetti speciali, e contemporaneamente iniziano a nascere le prime case di produzione per videoclip. La prima società di produzione indipendente è la Roseman Production: strutturata come una società di produzione di spot pubblicitari, realizzava video con budget messi a disposizione dalle case discografiche. Nel 1976 la società apre una filiale a Los Angeles e produrrà tra il ’76 e il ’79 oltre tremila video; la Roseman ha inoltre una scuderia di eccellenti videomaker, come Bruce Gowers, Russel Mulchay e Julien Temple.

Il primo circuito di diffusione dei clip in America non è costituito dalle televisioni, ma dalle discoteche, i campus universitari e i festival underground. Nel 1979 nasce il canale musicale via cavo Video Concert Hall. Nel 1980 la Wasec trasmette sulla tv via cavo Nichelodeon un programma chiamato “Popclips” che doveva essere la versione televisiva di un’ora di radio: in pratica una sorta prova generale di Mtv. Poi arriva Bob Pittman, un radiofonico di 26 anni, che proponne alla Wasec una rete che trasmettesse musica 24 ore su 24. Mtv nasce con una library di appena duecentocinquanta video. Da quel momento, letteralmente, Video kills the radio star.

Curioso è che nello stesso anno nasca in Italia Videomusic, che è stato il mio primo grande amore televisivo.
Il primo videoclip italiano è “Rocking Rolling” di Scialpi, diretto da Piccio Raffanini. Beh non stiamo parlando dei Queen, ma Scialpi negli anni Ottanta era molto affascinante.
MTV arriva in Italia solo nel 1997, prendendo addirittura il posto di Videomusic nel mio cuore.

Il videoclip, spesso sottovalutato come forma espressiva, rispetto al cinema o alla videoarte, ha avuto per la cultura giovanile un impatto estremamente importante.
Nel 1979 il fenomeno punk inglese si sta esaurendo, pur continuando da quel momento fino a oggi a influenzare la musica. Le ceneri del movimento insegnano ai ragazzi degli anni ’80 ad affermare la propria identità attraverso comportamenti che avessero un preciso significato simbolico: la spettacolarizzazione dell’identità, l’uso dei propri mezzi per comunicare, una sorta di rifiuto per la società adulta, la classificazione della gioventù come categoria dello spirito, tutto questo diventa la base vitale delle generazioni dei giovani degli ultimi tre decenni. Per i giovani la musica diventa messaggio esistenziale, e lo sviluppo del videoclip rispecchia in un certo senso questa urgenza espressiva.

Oggi MTV è morta. Reality shows o programmi che nulla hanno a che fare con la musica, si sono impossessati di un canale nato per la musica. Ma il videoclip non è morto. Tanto oggi come allora, il videoclip è un fedele compagno di molti musicisti, semplicemente è più facile trovarlo su YouTube. In alcuni casi è una salvezza per gli stessi: vedi il caso degli OK Go, gruppo le cui canzoni mediocri restano difficilmente nella memoria, ma i cui video sono assolutamente geniali (vedere This shall pass too per credere)

Il videoclip soffre però ancora oggi di una sorta di pregiudizio qualitativo. Non è cinema, non  è videoarte, ha troppo a che fare con la pubblicità.

Quello che molti non notano è che, nonostante molti video siano poco più  che un accompagnamento visivo di ben poco valore, in alcuni casi questi audiovisivi sono dei piccoli capolavori.

Ma di questo ne parleremo dopo la pubblicità…

Mellon Collie ha vent’anni. E noi no.

in religione/scrivere by

Viola

Venti anni fa usciva “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins.
Non credo ci sia bisogno di soffermarsi per l’ennesima volta su quanto stupendi fossero i pezzi, su quanto intenso sia Billy Corgan, o quanto brava (e figa) fosse D’Arcy. Noi che nel 1995 eravamo teenager e/o giovani, la generazione X (si proprio quella di Ambra Angiolini, non si può avere tutto dalla vita) lo sappiamo benissimo. Ai Millenials che per caso non lo hanno ancora sentito, direi che non è mai troppo tardi per smettere di sottovalutare gli anni Novanta e fare un regalo alle proprie orecchie. E ai propri occhi: la copertina dell’album, dell’illustratore John Craig, è un piccolo capolavoro di collage ispirato alla pittura settecentesca, preraffalita, al dadaismo e al surrealismo.
La musica e l’arte hanno, d’altronde il potere di trascendere il tempo e lo spazio. E di permearlo di una bellissima, e infinita, tristezza.

Luca

Quando è uscito Mellon Collie, per me era indubbiamente troppo presto. Lo scoprii piú tardi, ma non troppo piú tardi: Repubblica aveva un inserto musicale dove si parlava della prossima uscita di questi Smashing Pumpkins, e ripercorreva gli album passati. Quello in arrivo era Machina,  e io avevo 12 anni.
A scuola ci si passava la musica tramite cd masterizzati. Con un amico del tennis avevamo l’accordo per cui ogni tanto si comprava l’album originale insieme, e poi in qualche modo uno dei due avrebbe avuto la copia: di sicuro non ebbi Iommi, ma ho tenuto Lateralus. Il colpo di fulmine per Mellon Collie avvenne grazie a un prestito, sempre dello stesso amico.
Ero solito passare il sabato (o il venerdí) sera da una zia. Per uno cresciuto fuori città, una zia ospitale, di compagnia e discreta era una complice perfetta per tornare a casa la sera dopo un tardo pomeriggio in centro: usavo lo stereo del cugino espatriato per ascoltare la mia – a volte, ammetto, anche la sua – musica: il piano dell’intro del primo cd di Mellon Collie nella mia testa non è districabile da quel salotto arredato con un gusto decisamente retró.
Quindi uscì Machina. Ricordo l’album nuovo e la moda di vestire robaccia della ADIDAS. Non più tardi dell’estate, le tv musicali erano piene di speciali su Billy Corgan e rimandavano a ruota i grandi classici: quasi tutti da Mellon Collie. E quasi tutte dal primo cd, dawn to dusk. Un amico piú grande, proveniente da un altro mondo dati i  suoi “quasi 18 anni”, propose di andare a vederli dal vivo: Palaghiaccio di Marino, Roma, 26 Settembre. Siccome la mia etá non rendeva possibile il viaggio secondo qualsiasi criterio di ragionevolezza, feci una cosa irragionevole: comprai il biglietto del concerto e quello per Roma indebitandomi, e mi presentai a casa a fatto compiuto. L’espediente, combinato a una serie di fattori rassicuranti, funzionó. Come spesso capita, si va al concerto di qualcuno ascoltando in fissa qualcun altro: allora credo fosse questo, ma se vi sforzate un poco Corgan si vede comunque.
Poi venne l’autunno e le canzoni del secondo cd sembrarono piú appropriate. D’altronde, era appunto il disco notturno, twilight to starlight. Non so se sia il cambiamento tecnologico o l’età, ma che un album attraversi così bene le stagioni non mi è più capitato.  A proposito, portate indietro le lancette: da domani fa buio piú presto.

Rosario

Mellon Collie And The Infinite Sadness. Malinconia e infinita tristezza. Gli unici sentimenti che ti sembra sensato provare a 16 anni, quando è uscito Mellon Collie. Perché Mellon Collie È avere 16 anni, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Mellon Collie sono le tute acetate indossate in maniera scriteriata per uscire di casa, sono le Nike ed è Michael Jordan, è Ronaldo e Romano Prodi, è Clinton, è il modem 56k, è tutta la nostra vita, sarà sempre la nostra vita. Mellon Collie è dolcezza, è rabbia, è sentimentalismo patetico, è lirismo insensato, è bellezza che improvvisamente ti entra nelle vene con un semplice believe in me as I believe in you. Mellon Collie sono le urla di una presunta rivalsa di Fuck You (An Ode To No One) e il cuore che ti si spacca in mille pezzi di Thirty-Three. È la rabbia di un ratto di una gabbia e il fallimento di vedere chi ami che butta via il proprio amore, i segreti dei suoi sogni. Mellon Collie compie venti anni, ma non li ha mai avuti, non li avrà mai. Mellon Collie siamo noi, Mellon Collie saremo per sempre noi.

Playlist Estate 2015

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Estate.

Tempo di musica, gioia ed allegria.

Stare con gli amici, mare, falò, divertirsi e ballare fino a notte fonda.

Sfasciarsi.

E sempre con quelle piccole gocce di malinconia leggera che non guastano mai.

Appunto per questo, proponiamo qui una brevissima playlist che potrete ascoltare per tutto il mese che verrà, che vi farà compagnia nei vostri giorni vacanzieri e spensierati.

Buon ascolto.

Su e Giù dei Vernice in una delle esibizioni live più belle di sempre con un supertastierista scatenato all’inverosimile:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=3_ScobYxYK8

Jo Squillo decide di superare se stessa ed il punk ricodificando in modo inaudito i grandi Led Zeppelin:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=IuLUFpZ18Xo

A volte accettare caramelle dagli sconosciuti è un passo doloroso quanto necessario per conquistare l’età adulta. Leo Leandro ce lo spiega come nessun altro ha mai fatto nella storia della letteratura mondiale:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=iW3o9TwK2Fg

I Guns ‘N Roses come non li avete mai sentiti. Un Simone Tommasini granitico nella sua immensità:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=69evLZJ78pY

Tempo di baraonda h24, voglia di lasciarsi andare e desiderio di superare se stessi. Mino ed i Green Day:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=B8jMTS301L8

Poi magari non ce la fai e hai bisogno di riflettere un pò e di continuare a crederci. Vasco aiuta sempre, anche quando coverizza i Radiohead:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=z2DtEh-pW4E

E se i cattivi pensieri si fanno sempre più cattivi, non resta che fregarsene, come fa Masini che senza complessi di inferiorità sublima Nothing else matters dei Metallica:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=yeVIGGflK0I

D’estate le cose più belle accadono quasi sempre di notte. Notti splendide e magiche che vorremmo non finissero mai. Ma ogni notte svanisce e Miki Mix (Caparezza prima di essere Caparezza) ci dà le istruzioni per uscire vivi dal trapasso:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=9a8aC1M89PE

Siamo italiani, la terra più bella del mondo, è bene ricordarselo sempre:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=JpGDtEHcoHY

E per finire, il capolavoro assoluto di tutte le epoche che l’umanità abbia fino ad ora conosciuto:

[youtube width=”475″ height=”364″]https://www.youtube.com/watch?v=jcAqAJgeYwM

I Nobraino (spiegati male)

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Dopo la gustosissima polemica sulla battuta del gruppo “Nobraino”, della quale ho avuto coscienza grazie all’articolo del sempre ottimo Canimorti, ho pensato una cosa e una soltanto: e chi cazzo sono, adesso, questi qua? Perché se ne riporta una notizia? Dove mi trovo?

Quindi, con grande magnanimità, ho pensato di dare voce al #paesereale, che risoluto chiede a gran voce spiegazioni, e di fornirvi un breve vademecum realizzato in 5-7 minuti con sommarie ricerche online e spezzoni di canzoni ascoltate superficialmente. Questo sunto vi farà risparmiare un sacco di tempo e vi permetterà di dire la vostra sulla questione, di cui in realtà non frega un cazzo a nessuno, delle battute che questi simpatici buontemponi fanno sulla strage del canale di Sicilia, o di quelle che faranno. Tutto materiale comunque buono per provare a rimorchiare, chissà.

NB: Se qualche fan della band vuole contattarmi per eventuali lamentele, può farlo inviando una mail a questo indirizzo di posta autogenerato che si distruggerà fra 10 minuti: g2131907@trbvm.com.

Allora, i Nobraino nascono a Riccione. E questo già dovrebbe darvi un sacco di informazioni che forse no, non volevate sapere. Invece di assumere sostanze stupefacenti e mettere dischi al Cocoricò come tutti i loro compagni di scuola, i nostri decidono di darsi al folk.

Wikipedia riporta:

“In base a quanto riferiscono i membri della band provavano in una saletta improvvisata nei magazzini della palestra. Nel 2006, sotto produzione di Andrea Felli esce The Best Of, disco che raccoglie i lavori dei Nobraino dagli esordi sino al 2006. Tra il 2007 e il 2008 partecipano a molte manifestazioni locali e anche come gruppo spalla di Roy Paci & Aretuska, Marta sui Tubi e Morgan.”

Che dire, già non è da tutti avere il fegato di fare da gruppo spalla ai Marta sui Tubi –per non dire di Morgan– ma più di tutto è notevole uscire con un primo album che si chiama “The Best Of”. Che cioè, Cristo, neanche hai iniziato e già hai bisogno di raccogliere il meglio. Tutto il meglio prodotto nei fantomatici magazzini della palestra. Che poi io manco sapevo che le palestre avessero dei magazzini.

Quindi è il turno dell’album dall’emblematico nome “No USA! No UK!” e l’etichetta è –ovviamente, irrimediabilmente– indipendente. Non partecipano al festival di Sanremo (che forse è un po’ USA, un po’ UK), bensì al dopofestival, che è un po’ come il dopolavoro del festival, anche se ci mettono i conduttori che non conosce nessuno.

Dopodiché succedono altre cose che non ho voglia di raccontarvi, tra cui due dischi dagli arguti titoli “Disco d’Oro” (che gustosa gag!) e “L’ultimo dei Nobraino”, che se volesse il cielo decidono di non andarsene dai magazzini della palestra e farne un altro sai che casino col nuovo titolo. Poi arriva l’immancabile concertone del 1 Maggio, organizzato dal Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti (così cita Wikipedia, e chi sono io per omettere il Comitato?) fianco a fianco, tra gli altri, al gruppo preferito della redazione di Libernazione, i 99 Posse. Nella graziosa cornice del concertone, durante la performance, il cantante dei Nobraino prende un rasoio elettrico e decide di rasarsi i capelli. Perché? Che discorsi, avete mai chiesto a Duchamp perché firmare un cesso? E allora.

 

 

Qui, per riprenderci un po’ tutti dal video qua sopra, riporto un pezzo che ho trovato su Youtube che, devo dire ora che li ho presi un po’ per il culo, non è poi male, se soprassediamo sui capelli del cantante. E pensare che Genny Savastano non era ancora nell’immaginario collettivo. Forse abbiamo spiegato il ribelle gesto del 1 maggio.

 

Ivan

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Ci fu un tempo in cui non avevamo accesso a tutta la musica del mondo comodamente seduti in poltrona, o, meglio ancora, la mattina in metro andando al lavoro. In quel tempo, l’acquisto di un cd era lo strumento principale mediante il quale fruivamo della musica. L’acquisto di costosissimi cd, almeno agli occhi di noi spiantati studenti.

Quindi andare alle Messaggerie Musicali, alla Feltrinelli, al Ricordi Media Store era quasi una sorta di rito. Potevi passarci anche tre o quattro ore dentro, con in mano Mellon Collie And The Infinite Sadness, Blood Sugar Sex And Magic, Up, (What’s The Story?) Morning Glory, Mondi Sommersi. In mano, perché poi a stento riuscivi a comprarne un paio, dovevi irrimediabilmente scegliere. E magari non ascoltare i Red Hot Chili Peppers per due mesi, perché nessun tuo amico ce l’aveva quel dannato cd, e aspettare il prossimo giro.

Per molti mesi, in queste mie sortite alla Ricordi, un cd mi ha affascinato, solo per la sua copertina. Ogni volta però, alla fine, non lo prendevo. Era uscito l’ultimo degli Smashing, era tornato il vecchio batterista, sarebbe stato sicuramente un bomba, ti pare che spendo altri soldi per quel cd con quel buffo tizio in copertina, con quegli improbabili occhiali rossi?

Invece, poi, complice la mai abbastanza rimpianta Radio Rock Italia, che durante la notte passava una canzone tristissima che parlava di una trentenne triste triste, con un nome così poco musicale, mi decisi a comprare quel cd. Era, come molti di voi avranno capito, Firenze-Lugano no stop, di Ivan Graziani.

Sinceramente, non ricordo come reagii al primo ascolto. Probabilmente un po’ rimasi perplesso ad ascoltare quella voce con così tanti falsetti. Ma la perplessità, quello sì che me lo ricordo, durò davvero pochissimo. Nel giro di pochi giorni, praticamente non ascoltavo altro. Era l’unico cd che avevo in macchina, lo portavo sempre con me, anche a casa di amici. Ero totalmente rapito.

Non riuscivo a capacitarmi del fatto che questo cantautore riuscisse a descrivere in maniera così dannatamente precisa il disagio esistenziale di tutti noi. Come riuscisse a infilarsi dentro le pieghe del nostro essere, come riuscisse a farci vedere, con garbo e velata ironia, gli ultimi. Senza nobilitare o giudicare le figure che descriveva, ma soltanto analizzandole. Quasi come un entomologo.

O come, in maniera deliziosa, andava a individuare quei sentimenti profondissimi che però spesso siamo portati a rimuovere, immagino per autodifesa, e a ricordarci che li abbiamo provati. E che, forse, li proveremo di nuovo. Perché nel verso “e non c’è più nessuno che mi parli ancora un po’ di lei, ancora un po’ di lei” (che scherzosamente -ma fino a un certo punto- definisco spesso “il verso più triste di tutta la poesia italiana del 900”) Graziani ci mette di fronte alla triste sensazione che abbiamo tutti provato almeno una volta nella vita: la storia che ci ha squarciato l’anima e ci ha distrutto l’esistenza cambiandoci probabilmente per sempre è terminata da un pezzo lasciandoci solo cocci da mettere a posto. Non solo: è passato talmente tanto tempo che ormai la tua malinconia è solo ed esclusivamente tua; le vite degli altri, anche dei tuoi più cari amici, sono giustamente andate avanti. E sei rimasto da solo, se ne è andato pure il Barbarossa.

(continua)

Caro

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Io non lo so, se quando un cantautore diventa importante continua a scrivere le sue canzoni ispirandosi alle vicende della propria vita, come quando si dilettava con la chitarra in mano e sognava di diventare famoso: ma a occhio e croce credo proprio di sì.
Non so neppure, e siamo a due, se “leggere” la musica e i testi attraverso gli occhi di chi le ha scritti, tenendo fede a una sorta di “interpretazione autentica”, sia un’operazione sensata: oppure se le creazioni artistiche, specie quelle di carattere popolare come le canzoni, una volta diffuse abbiano significato soltanto in relazione a chi ne fruisce, iniziando come si dice a “vivere di vita propria”, in modo diverso per ciascuno di quelli che le ascoltano.
Tuttavia, comincia a farmi un certo effetto riflettere sulla circostanza che molte delle canzoni che ci accompagnano da anni, e che in qualche modo abbiamo “immaginato” visivamente dando un volto ai loro protagonisti e una forma al loro contesto, probabilmente siano state scritte pensando a volti e contesti diversi.
Prendete “Cara” di Lucio Dalla, per esempio, una delle più struggenti canzoni d’amore del dopoguerra.
Ebbene, quasi sicuramente non si tratta di una canzone scritta per una donna, come perfino il titolo suggerirebbe, ma per un uomo. Sono quelli di un uomo, i capelli che non si riescono a contare, è un uomo la farfalla che si alza per volare ed è la mano di un uomo quella che Dalla vorrebbe prendere per poi cascare nel suo letto.
Sono quasi certamente uomini quello che scrive lettere a Charles Trenet, l’amore della vita di Freddie Mercury, la persona a cui Elton John regala una canzone perché non ha altro da dargli, quello che Ron promette di sollevare ogni volta che cadrà, il tizio a cui Tiziano Ferro scatta foto su foto, quello che ovunque andrà si ritroverà accanto Umberto Bindi, la persona di cui George Michael vuole il sesso; potrebbero essere uomini il più bello dei REM e quello con cui Morrissey vorrebbe schiantarsi in macchina.
Potrei continuare all’infinito, citando tonnellate di pezzi più o meno noti, ma credo che il principio sia chiaro.
Ecco, io sono convinto che quasi nessuno di noi, ascoltando queste ed altre canzoni, le abbia mai “visualizzate” nel contesto in cui sono state concepite: complice una censura spesso “implicita”, che ha imposto a chi le scriveva di declinarle sistematicamente (nei titoli, nei nomi, perfino nei pronomi) in una dimensione “etero”, ma trovando terreno fertile nella nostra mente, che non si è mai sognata di concepire un cambiamento di prospettiva neppure dopo aver avuto notizia dell’omosessualità dei loro autori.
Io negli ultimi tempi sto cercando di farla, questa “conversione”: mi capita sempre più spesso di ascoltare pezzi che avevo letteralmente consumato e di “visualizzarli” daccapo alla luce di quello che so, cercando di cancellare le vecchie immagini e sostituirle con immagini nuove.
Non tanto, badate, per scoprire “differenze”: ché anzi l’emozione, l’amore, il dolore, la nostalgia sono esattamente le stesse, e questo è un fatto che dalla “rilettura”, se fosse necessario, emerge con chiarezza cristallina; quanto per restituire un minimo di verità a qualcosa di autentico, che negli anni è stato sepolto dalla finzione, dall’ipocrisia, dalla censura.
Facendone rivivere la libertà originaria, per quel poco che conta e ammesso che abbia senso, almeno nella mia testa.

La serie B della serie B

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Mengoni, Emma, Vecchioni, Scanu, Carta, Di Tonno&Ponce, Cristicchi, Povia, Renga, Masini, Alexia, Matia Bazar, Elisa, Avion Travel, Oxa, Minetti, Jalisse, Ron&Tosca, Giorgia, Baldi: questi, a ritroso, i vincitori di Sanremo degli ultimi vent’anni.
Ebbene, io non saprei dire se la musica italiana, dal dopoguerra in poi, abbia prodotto qualcosa di effettivamente significativo: sicuramente De André, che personalmente considero una spanna sopra tutti gli altri, eppoi qualcosa dei cantautori un po’ a macchia di leopardo, qua e là. Cose a cui magari siamo tutti affezionati, ma niente di minimamente paragonabile a quello che succedeva negli stessi anni in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, nei quali venivano inventati dal nulla, e senza soluzione di continuità, generi musicali sempre nuovi che noi italiani abbiamo via via scopiazzato, spesso e volentieri deturpandoli e senza aggiungere (quasi) mai neppure un pizzico di originalità.
Ciò premesso, e ammesso (ma non concesso) che dalle nostre parti sia mai venuto fuori qualcosa di davvero rilevante, quel qualcosa non è passato mai, o quasi mai, per Sanremo: che per come la vedo io ha sempre rappresentato la serie B della musica italiana; e quindi, in ragione di non so più quale relazione binaria, la serie B della serie B.
Dopodiché, per una serie di ragioni che esulano dalla musica in sé e per sé, magari uno finisce perfino per guardarselo: però, per favore, non facciamo finta che si tratti di musica.
La musica, quella vera, è tutta un’altra storia.

In memoria di Malcom Sorrow

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Malcom J. Sorrow si è spento la scorsa notte nel suo appartamento di Londra; erano con lui la compagna Akar e le figlie Caress e Whisper, che lo avevano raggiunto qualche giorno fa da New York. David Bowie, in jeans e giubbotto scuri, occhiali da sole a goccia, è stato visto lasciare l’appartamento dei Sorrow a Marylebon verso le 11:00 di stamattina, mentre fonti vicine alla famiglia di Sorrow confermano che per il primo pomeriggio di domani è prevista una visita di Nick Cave. Negli ultimi mesi, Marina Abramovic si è mantenuta in stretto contatto con Malcom, almeno finché il suo stato di salute glielo ha permesso: con il supporto dell’artista serba, Sorrow ha infatti messo a punto la regia della sua cerimonia funebre, che, come programmato da Sorrow, verrà officiata presso il Tempio dell’Ipnoeroticomachia di Londra il terzo giorno successivo alla sua morte. Di questa celebrazione non si sa molto, ma, considerando le stravaganze di Sorrow e dei suoi ex compagni di scorribande (musicali e non), c’è da scommettere che le sorprese non mancheranno.

Malcom J. Sorrow (né Alexander Mc Callum) nasce nel 1969 da una famiglia borghese, cui tenta in ogni modo di ribellarsi; fondatore del collettivo artistico Smoking Tampon, fu animatore di alcune delle performance artistiche più discusse della fine degli anni Ottanta. La più celebre fu Human Scent, nella quale la sua splendida fidanzata del tempo, Suzy Temple, dovette sobbarcarsi l’ingrato compito di farsi sommergere, completamente nuda in una stanza non riscaldata, da 20.000 paia calzini usati da altrettanti uomini selezionati tramite un annuncio sui quotidiani. Quando apprese il contenuto della manifestazione artistica, tenuta presso il Victoria & Albert Museum con il patrocinio della Royal Society for Arts Development, il primo ministro Trumpet espresse netto sconcerto, definendo Sorrow e gli altri scoppiati dello Smoking Tampon “una banda di diseredati, nonché distruttori di civiltà”.

“Wrecker Of Civilization” è, guarda caso, il titolo dell’opera prima di Mc Callum: un lavoro che, al netto di qualche ingenuità, contiene in nuce gli elementi di genio rivoluzionario che avrebbero fatto di Sorrow uno dei numi tutelari dell’underground dark / industriale britannico. “Wrecker Of Civilization” spinge alle estreme conseguenze la virulenta forza negatoria del post-punk, introducendo massicce dosi di disturbi elettronici. Mc Callum, mettendo a punto strumenti elettronici fatti in casa (l’ormai mitico sorrowizer), campiona rumori del mondo (due topi che copulano, una sega circolare in azione sulla carcassa di un’automobile, lo stantuffare sfiatato di una porta difettosa di un convoglio della metro, i rumori e le voci di una corsia d’ospedale, le urla di un manicomio criminale), trasformandoli e dotandoli di una ritmica ora sgemba, ora simmetrica ed accattivante. Su questo strano miscuglio, Sorrow registra, spesso filtrandola, la sua notevole voce: urla lancinanti cui spesso seguono improvvise ed inattese aperture melodiche, balbettamenti smarriti, lallazioni e nenie. Un vero capolavoro: “Wrecker Of Civilization”, con la sua anima oscura e la sua attitudine dark jazz, diventa immediatamente un classico della musica contemporanea.

Il successivo “Section Six” (1990), è invece un concept album sul senso della vita in una grande città industriale, “dove il fumo radioattivo delle fabbriche si mischia al chiarore spermatico del cielo”. Dopo la morte improvvisa della moglie, Mc Callum convive con il grande amore della sua vita, l’ermafrodito Akar. E’ probabilmente la storia con Akar a consentire a Mc Callum di intravedere un barlume di speranza dal fondo della cripta in cui si è autosepolto. Pur permanendo l’impostazione oscura e disperata e una visione della società dei consumi come una landa dominata da violenza, perversione e malattia mentale (“Burger / Autopsy”, “Cannibal Baby”, “Heart-Shaped Blood Stains”), si regitrano caute ed episodiche aperture all’amore e la speranza (“Totally Yours”, “Chinese Fucking Walls”). Giusto per non smentirsi, “Section Six” si conclude però con la tempesta metallurgica di “Hell = Heaven”: diciotto minuti di di campionamenti impietosi di presse idrauliche che si sovrappongono a chitarre effettate e ai battiti ossessivi di una drum machine che pesta senza pietà.

Nel 1992 Sorrow, che nel frattempo ha cominciato il suo percorso iniziatico-chirurgico per trasformare il suo corpo in un ibrido maschio-femmina e ha fondato nientemeno che una nuova chiesa, dà alle stampe la sua suite industriale “Into the Perversion Chapel” (Useless Music), ardito cross-over tra canti tradizionali sciamanici, free-jazz e black metal. Pur essendo un album amatissimo dai fan, “Into the Perversion Chapel”, pasticciato ed incerto, è l’unico vero passo falso nella carriera di Sorrow. E’ solo nel 2009, dopo ben diciassette anni di oblio e solitudine marcati dagli eccessi e dal consumo irresponsabile di alcol e droghe sintetiche, che vede la luce il capolavoro del “distruttore di civiltà”, le “Orgamic Suites”. Ispirato alle dottrine del discusso intellettuale neo-pagano Franz Kutzleweit, il disco è composto da sole quattro tracce, ognuna delle quali di una ventina di minuti ed è stato messo in commercio in sole 250 copie. Il CD viene venduto in bundle con un uno speciale dispositivo grande come una scatola di fiammiferi, concepito per interporsi tra riproduttore e fonte, su cui va applicata la cuffia e da cui si dipartono i cavi elettrici che lo collegano ad una fascia elastica da applicare al polso e ad un paio di speciali occhiali. Le “Orgamic Suites” sono concepite per suonare in modo diverso per ogni ascoltatore: il dispositivo venduto assieme al CD, infatti, rileva le reazioni dell’ascoltatore al suono, instaurando un circuito di feedback gestito da un software che preleva la più adatta tra le migliaia di possibili tracce pre-registrate da Sorrow remixandola in tempo reale in modo coerente alle reazioni psico-fisiche dell’ascoltatore.

Le Orgasmic Suites furono un successo underground, e, a dispetto del prezzo proibitivo (600 sterline), il “pacchetto” fece immediatamente sold-out. Le major avevano annusato l’affare e forse Sorrow era pronto a spiccare quel salto verso il mainstream cui i suoi fan “alternativi” guardavano con timorosa libidine. Sarebbe anche successo, forse, se non fosse stato per il caso di Beatrix Todd, una ventiquattrenne di Southampton, cui il brano “Shibari & Ice” procurò un orgasmo talmente violento e prolungato che il suo cuore, minato da una patologia non diagnosticata, non riuscì a resistere. Sorrow, che sotto la scorza di stravaganza, ha sempre mantenuto un animo puro e sensibile, ne fu addoloratissimo; al punto che la notte del 26 gennaio del 2010 diede fuoco al suo studio “nel quale avevo concepito un’opera che aveva ucciso un’innocente”. I genitori di Beatrix fecero causa a Sorrow e la polizia aprì un’inchiesta sul suo conto per omicidio preterintenzionale. E’ facile comprendere quanto gli ultimi anni di Mc Callun siano stati duri, segnati come furono dai rigori di un processo ingiusto e dalla rabbia cieca del popolo britannico, che liberò contro il “mostro” Sorrow tutto il suo potenziale latente di primitività ed ignoranza.

Ieri se n’è andato uno dei pochi geni musicali del secolo. Requiescat In Pace.

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