un blog canaglia

Tag archive

movimento 5 stelle

Il futuro, il lavoro, il reddito. Per una volta, grazie al M5S.

in politica by

Oggi la nostra pagina FB ha lanciato, ironicamente, una parte di una intervista al sociologo Domenico De Masi.

De Masi, assieme ad altri studiosi, invitato a una iniziativa del Movimento 5 Stelle sul futuro del lavoro. Ha poi rilasciato una intervista a La Stampa. L’intervista, a dire la verità, è un po’ sconclusionata nel senso che riporta un po’ confusamente le riflessioni di De Masi sulla ripartizione del lavoro dei disoccupati, un nuovo paradigma “rivoluzionario” del lavoro, il reddito di cittadinanza. Sembra di trovarsi di fronte al solito sproloquio utopistico. Ma non è così.

16195130_976186079179527_5457709835982667641_n

non è molto chiaro, eh?

In realtà, letta tra le righe, sia l’intervista a De Masi – che è uno dei più autorevoli esperti di questioni del lavoro in Italia – ma soprattutto il tema di riflessione proposto dalla convegno del Movimento pongono delle questioni fondamentali. Se la prospettiva è che molti dei nostri posti di lavoro verranno automatizzati (cioè saremo sostituiti dalle macchine) e non è detto che tutti verranno riassorbiti dalla creazione di nuovi settori e occupazioni (cosa che invece è tutto sommato avvenuta, con inevitabili scompensi dall’inizio della rivoluzione industriale) che succede al lavoro? O meglio, cosa succede a una società dove la stragrande maggioranza delle persone deriva dal lavoro, o dall’avere avuto un lavoro, la fonte principale di reddito e di inclusione sociale?

Che succede a noi tutti?

Non è un tema solo italiano, altrove se ne parla anzi da tempo. La riflessione in Italia arriva anzi un po’ in ritardo e si fa molta confusione, ad esempio, tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito e poi tra altre misure di welfare (vedi alla voce “tassazione negativa” coi suoi pro e contro).

Fino ad oggi in Italia si sono espressi in pochi, manca una riflessione di sistema: se vogliamo riformare il sistema di welfare con che obiettivi lo riformiamo? Ad esempio, con l’obiettivo di sostenere tutti a condizione che si attivino per trovare un lavoro o per aggiornare la propria formazione? O con l’obiettivo, davvero rivoluzionario, di liberare dal bisogno di lavorare, dando un reddito a chiunque indipendentemente dalla sua ricerca di lavoro retribuito tradizionalmente inteso, ponendo quindi una pressione su chi offre lavoro tradizionale ad offrire condizioni decorose?

In ogni caso, quali sono le opportunità e le controindicazioni rispetto a queste scelte? E soprattutto dove troviamo i soldi?

Io credo che questi temi debbano interessare tutti ed è un sollievo sapere che alla giornata del M5S abbiano partecipato anche altri esponenti politici. E’ indispensabile che sui problemi di prospettiva del lavoro, del reddito e della inclusione sociale si reinizi a riflettere ad ampio raggio, uscendo dalle polemiche quotidiane sui voucher o sui dati mensili dell’occupazione. Che pure sono questioni importanti e di cui il Governo, incaricato di gestire il quotidiano, ha il dovere di occuparsi. Il M5S, però, come forza di opposizione ha il dovere di guardare un po’ più in là e questa volta, a differenza che in altre occasioni, sembra averlo fatto. Non si può non dargliene atto.

Santé

Dunque è questa la Democrazia Diretta™

in politica by

Allora, vediamo se ho capito bene. Il Capo politico, ma sarebbe meglio dire “il proprietario”, del Movimento per la Democrazia Diretta™ indice una elezione online per far confermare la propria decisione di tirare fuori il Movimento dall’EFDD, il Gruppo più euroscettico del Parlamento Europeo, e farlo aderire all’ALDE, il Gruppo più filoeuropeista di tutti, che da sempre professa idee opposte a quelle dell’EFDD. Il Movimento scopre infatti di non avere più lavoro da fare insieme all’EFDD e quindi di andare verso altri lidi. Ok.

La decisione di indire l’elezione viene presa dal Capo e pochi altri senza interpellare i parlamentari del Movimento, che nel 2014 sono stati eletti da 5.800.000 cittadini italiani perché li rappresentassero al Parlamento Europeo. Ma questi elettori e i loro eletti non contano. Nel Movimento per la Democrazia Diretta™ infatti prevale la votazione convocata dal Capo, su un quesito deciso dal Capo stesso, cui votano circa 41.000 persone, cioè circa lo 0,7 % dei quasi sei milioni di elettori del 2014. Il 78% di questi 41.000 fortunati decide di dire “SI” al Capo (chi l’avrebbe mai detto?). Il Movimento quindi decide di aderire all’ALDE in un mirabile tripudio della Democrazia Diretta™.

Sennonché c’è un piccolo intoppo. E cioè che l’ALDE, che non segue i Principi della Democrazia Diretta™ ma funziona secondo i biechi principi della democrazia rappresentativa, non ha un Capo: ha un presidente. Viene fuori che il presidente aveva raggiunto l’intesa col Capo del Movimento per il passaggio all’ALDE, senza decidere sul punto assieme agli altri parlamentari del proprio Gruppo. Molti parlamentari dell’ALDE a questo punto, capendo che i propri elettori sarebbero stati molto scontenti di ricevere il Movimento nel proprio Gruppo, fanno quello che sono pagati per fare e cioè rappresentano i propri elettori opponendosi alla entrata del Movimento, nonostante il loro presidente, non Capo, avesse già una intesa con il Capo del Movimento. Cioè fanno sentire la propria voce per rappresentare i propri elettori anche se questo avrebbe probabilmente scontentato i vertici del proprio Gruppo. Maledetti anarchici!

A questo punto il Movimento per la Democrazia Diretta™ rischia di rimanere senza Gruppo e quindi di perdere peso e finanziamenti all’interno del Parlamento Europeo. A quel punto cosa fa? Essendo il Movimento per la Democrazia Diretta™ uno si aspetterebbe una nuova votazione sul sito del Movimento. Invece no: il Capo fa una telefonata con il presidente della EFDD e si mette d’accordo per ritornare in quel Gruppo, nonostante ne fosse uscito per conflitti non sanabili due giorni prima.

Non è dato capire se gli europarlamentari siano stati consultati sul punto o se invece vengano mossi dentro o fuori dai Gruppi come in una specie di transumanza politica. Il 78% dei votanti sul sito, invece, che il giorno prima aveva deciso di andare nell’ALDE adesso si ritrova nuovamente nel Gruppo più lontano esistente dalla stessa ALDE.

Insomma, mi sa che se la Democrazia Diretta™ è questa io mi tengo la mia antiquata democrazia rappresentativa.

Santé

Le “multe” agli eletti del MoVimento sono nulle. Punto.

in politica by

Già in tempi non sospetti, appena Beppe Grillo annunciò che avrebbe introdotto una sanzione monetaria per tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle che disobbediscono alle regole del Movimento o se ne allontanano, avevamo spiegato che questa previsione sarebbe stata nulla. Una clausola contrattuale non può violare una norma imperativa, cioè una norma che esprime un valore superiore e da proteggere anche rispetto alla volontà delle parti contrattuali. La clausola “se non voti o ti comporti come dice il Movimento, paghi” è platealmente contraria all’articolo 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato ed è una norma imperativa.

Sennonché, la clausola che apparentemente si fa firmare ai candidati 5 stelle è po’ differente da “se sgarri paghi”. Secondo il Fatto Quotidiano, la clausola dice: “Il candidato accetta la quantificazione del danno d’immagine che subirà il M5s nel caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e si impegna pertanto al versamento dell’importo di 150mila euro, non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio“.

Questa clausola è pensata per resistere un po’ di più di fronte a un giudice rispetto alla semplice “se non fai come diciamo, paghi”, che sarebbe manifestamente nulla. Si tratta infatti di una “clausola penale“. La clausola penale è lo strumento con cui le parti di un contratto si mettono d’accordo per dire “se violi il contratto mi devi una certa somma, indipendentemente dal fatto che io provi di aver subito un danno di quella portata”. È un modo per sveltire la liquidazione dei danni e per tutelarsi velocemente, specie quando sarebbe difficile per un giudice liquidare precisamente un danno in giudizio. In linea di principio è ammessa dall’art. 1382 del codice civile.

Se siete ancora svegli avrete allora notato che clausola del M5S non dice semplicemente: “Se sbagli paghi”. Dice: “Se sbagli provocherai un danno di immagine al Movimento, siccome questo danno sarebbe difficile da quantificare in giudizio tu accetti di quantificare già da ora questo danno in 150.000 Euro”. Molto astuto e raffinato. Ma rimane tutto nullo.

Sì perché il “danno all’immagine” da cosa sarebbe determinato? Dal fatto che l’eletto, al posto di obbedire ciecamente al Movimento, decida con la propria testa. Cioè quello che è suo diritto, oltre che dovere, secondo la Costituzione. I giuristi, nel loro latinorum, usano due espressioni che qui calzano a pennello. La prima è “Nemo auditur propriam turpitudine allegans” e cioè: non si può difendersi portando a giustificazione un proprio sbaglio. Se il Movimento, insomma, si crea un’immagine per cui gli eletti vengono comandati a bacchetta questa immagine non può essere tutelata perché è comunque contraria al divieto di vincolo di mandato. Quindi non può esserci alcun danno di immagine giuridicamente tutelabile e risarcibile. Anche perché, secondo la Costituzione, l’eletto ha tutto il diritto di votare come crede e non come gli ordinano dall’alto.

E qui torna il latinorum: “qui iure suo utitur neminem laedit” e cioè “chi esercita un proprio diritto non danneggia nessuno”, non si può essere condannati a risarcire un danno determinato dal fatto che si stia esercitando un proprio diritto. Nemmeno se quel danno è liquidato da una clausola penale come quella del Movimento, perché il divieto di vincolo di mandato previsto dalla Costituzione prevale sulla clausola penale, per quanto ben congegnata.

Allo stesso modo è del tutto nulla la clausola 9b) che dispone: “Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente“, eccetera.* La clausola impone le dimissioni a seguito di una delibera di un’entità privata ed è così evidente che non possa avere alcun effetto giuridico su un sindaco, consigliere o assessore regolarmente eletto o nominato che lo stesso contratto parla di semplice “impegno etico“, quindi non giuridicamente vincolante. Una volta accettate elezioni o nomine, si può decadere dalla carica solo per i motivi previsti dalla legge e non ovviamente a seguito di delibere private. Del resto, il sindaco eletto è sindaco di tutti i cittadini non solo dei propri elettori e pensare che, una volta eletto, questi risponda solo a una parte della cittadinanza sarebbe assurdo come ritenere che chi non ha votato il sindaco non sia obbligato a rispettare le sue ordinanze.

Solo che intanto quelle clausole son là, e magari ci sono eletti del M5S che non votano secondo proprie convinzioni solo per timore della clausole, una cosa che gli impedisce di esercitare davvero liberamente il proprio mandato, come impone la Costituzione. Perciò, sarebbe il caso di farla finita del tutto con le clausole.

Santé

 

*Grazie al lettore Tommaso per la segnalazione di questa ulteriore clausola.

A Roma hanno privatizzato la democrazia

in politica by

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 6:

Nella presentazione delle proposte di atti politici e/o amministrativi, dovrà essere data preferenza a quelli diretti al conseguimento degli obbiettivi indicati nel programma del M5S per Roma Capitale e a quelli idonei a incidere in senso favorevole alle indicazioni emerse in seguito alle espressioni di voto in Rete degli iscritti al M5S.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 7, lettera b):

Le proposte di nomina dei collaboratori delle strutture di diretta collaborazione o dei collaboratori dovranno essere preventivamente approvate a cura dello staff coordinato dai garanti del Movimento 5 Stelle.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 9, lettera b):

Il Sindaco, ciascun Assessore e ciascun consigliere assume altresì l’impegno etico di dimettersi qualora sia ritenuto inadempiente al presente codice di comportamento, al rispetto delle sue regole e dei suoi principi e all’impegno assunto al momento della presentazione della candidatura nei confronti degli iscritti al M5S, con decisione assunta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio o dagli iscritti M5S mediante consultazione online.

Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016, articolo 10:

Ciascun candidato si dichiara consapevole che la violazione di detti principi comporta l’impegno etico alle dimissioni dell’eletto dalla carica ricoperta e/o il ritiro dell’uso del simbolo e l’espulsione dal M5S e che pertanto a seguito di una eventuale violazione di quanto contenuto nel presente Codice, il M5S subira’ un grave danno alla propria immagine,che in relazione all’importanza della competizione elettorale, si quantifica in almeno Euro 150.000.

Ricapitolando:

  • il governo di Roma dovrà andare nella direzione indicata da un numero imprecisato di soggetti sconosciuti iscritti a un sito privato;
  • non si potrà procedere a nomine senza aver consultato lo “staff”, anch’esso di natura privata e ovviamente non eletto da alcuno;
  • il sindaco, gli assessori e i consiglieri dovranno dimettersi se lo decideranno arbitrariamente Beppe Grillo (e Gianroberto Casaleggio, ora deceduto), che è un soggetto privato non eletto dal alcuno, o gli iscritti del movimento mediante votazione online effettuata sul sito privato di cui sopra;
  • in ragione di tale insindacabile giudizio i candidati, oltre ad avere l’obbligo “etico” di dimettersi, dovranno pagare almeno 150mila euro di risarcimento danni.

Delle due l’una: o quello che c’è scritto in questo “Codice di comportamento per i candidati ed eletti del Movimento 5 Stelle alle elezioni amministrative di Roma 2016” non vale neppure il costo della carta su cui è stato stampato, oppure siamo di fronte alla più singolare operazione di privatizzazione di tutti i tempi: non la privatizzazione di un servizio, non la privatizzazione di un ente e neppure quella di una funzione, ma una vera e propria privatizzazione della democrazia, il cui esercizio e le cui conseguenze su tutti i cittadini vengono di fatto appaltate a singoli soggetti non eletti, a società commerciali, a persone pressoché sconosciute e scelte da terzi con criteri arbitrari.
Roba che il celeberrimo “conflitto d’interessi” di Berlusconi, al confronto, era una carezza, una cacatina, una sciocchezzuola da terza elementare.
A far venir meno la surreale situazione che in questo modo si viene a creare, perdonatemi, non valgono le solite infantili argomentazioni tipo “ah, allora era meglio quando si governava mettendosi d’accordo coi mafiosi”, o “ah, allora era meglio quando si andava avanti a forza di mazzette”, o ancora “ah, allora erano meglio Buzzi e Carminati”: perché è fin troppo evidente che se l’asservimento alla criminalità non è certo un buon modo per governare la cosa pubblica, allo stesso modo non lo è questa bizzarra democrazia privata, nella quale le decisioni cruciali sono sistematicamente affidate, in ultima analisi, a persone fisiche o giuridiche che non sono state elette, delle quali neppure si conosce il nome, o a consultazioni effettuate sì con meccanismi democratici, ma riservate a un insieme di persone che afferiscono a contesti non soltanto privati, ma spesso e volentieri perfino di carattere commerciale. Con buona pace della democrazia (quella vera) e dei “sarò il sindaco di tutti”.
Datemi retta: con queste premesse, vi conviene davvero dire che quel pezzo di carta non vale niente.

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

in politica by

Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

I sacerdoti dell’onestà che armano la mano della “kasta”

in politica by

A volte è curioso, come vanno a finire le cose: oppure no, a patto di avere un minimo di lungimiranza.
Prendete questa faccenda dell’onestà, per esempio.
Ci sono voluti anni di inoculazioni pazienti e costanti, somministrate a forza di progressivi e implacabili innalzamenti dell’asticella giustizialista, per irrigare accuratamente il terreno e apparecchiare un paese pronto a gridare indignato alle manette non soltanto di fronte agli scandali conclamati da giudizi definitivi, ma perfino al cospetto della più flebile agitazione di un mezzo, e non meglio identificato, avviso di garanzia.
C’è voluta la progressiva emersione di fronti forcaioli multipli, da quello giornalistico fino all’escalation del livello movimentista prima e parlamentare poi, per imprimere a lettere di fuoco la parola “onestà” nel cervello degli italiani, come se si trattasse di una prodigiosa panacea per sconfiggere malattie che a regola di bazzica andrebbero curate con la politica: fino a innalzare il suo opposto, vale a dire la cosiddetta “anti-politica”, al rango di unico faro possibile cui ispirare le proprie opinioni, le proprie azioni, finanche le proprie scelte elettorali.
Ebbene, qual è stato, alla fine della fiera, l’effetto di tutto questo fermento?
Un paese governato da legioni di onestissimi imbecilli del tutto inadeguati alla politica, come pure abbiamo paventato a più riprese in molti, non senza un brivido di terrore gelido lungo la schiena?
A occhio e croce no. A occhio e croce, se possibile, è andata a finire ancora peggio di così.
E’ andata a finire, e la vicenda di Marino lo dimostra in modo molto chiaro, che i primi a utilizzare la dilagante facilità di sdegno costruita “dal partito degli onesti” con tanta minuzia sono stati gli stessi che quegli onesti avversavano, o credevano di avversare, più di qualunque altro: gli esponenti della cosiddetta “vecchia politica”, i volponi delle strategie e delle tattiche, le talpe da procura, i professionisti decennali delle trame machiavelliche e delle macchine del fango.
Così, prendendo al volo e utilizzando, senza fare neppure un po’ di fatica, il clima di indignazione galoppante e perenne messo a punto dagli amici “con la schiena dritta” in anni e anni di piagnistei, lamentazioni e minacce, uno dei noti gruppi di tradizionali marpioni (nel caso di specie quello del PD) ha potuto imporre a suo piacimento le dimissioni del sindaco di Roma limitandosi a tirare fuori un paio di scontrini.
Questo bel risultato, amici che lanciate anatemi strabuzzando gli occhi al grido di slogan che terminano con “a” accentate, si deve a ciò che avete fabbricato voi: vi illudevate di giocare ai piccoli Robespierre per sconfiggere la “kasta”, e invece avete finito per regalarle un paese che reagisce con pavloviana e scientifica prontezza a tutte le loro schifezze. E quindi le avete fornito, vostro malgrado, il più efficace degli strumenti per perpetuarsi e prosperare.
Che bella impresa, eh?

Chi di vaffanculo ferisce…

in politica by

I gesti dei senatori verdiniani Barani e D’Anna diretti alle colleghe pentastellate Lezzi e Taverna sono osceni e offensivi? Assolutamente sì, il video sembra essere evidente al riguardo, è inutile giocare sulla semantica – persino il labiale è piuttosto chiaro.

Sono gesti di natura sessista, moralmente condannabili in seno allo svolgimento delle normali attività democratiche e istituzionali del Senato? Certo, qualsiasi allusione di natura sessuale rivolta a persone di sesso femminile in luoghi pubblici e/o lavorativi è esecrabile nella misura in cui lede alla dignità dell’interessata, prima in quanto donna, poi, soprattutto, in quanto essere umano.

È giusta la sospensione dei senatori incriminati? Immagino di sì, e sebbene non possa esprimermi in merito a un regolamento di condotta interno al Parlamento che sinceramente non conosco, mi sento di dire con tranquillità che a certi comportamenti sarebbe ora di porre un freno, tanto più in un luogo deputato a rappresentare la nostra democrazia, la nostra Repubblica.

Premesso tutto ciò, sperando che sia chiaro che non trovo alcuna scusante per il comportamento dei verdiani, mi domando tuttavia con quale coraggio un partito – sì, un partito, non raccontiamoci balle – che ha fatto del “vaffanculo” il suo cavallo di battaglia si lamenti ora dei toni (insultanti, aggressivi persino) assunti dagli avversarsi in sede di dibattito. Se ne parlava anche in un post precedente: tanto scandalo per la bestemmia dell’assessore Esposito in assemblea capitolina, e un’assuefazione silenziosa per la valanga di merda che siamo costretti a ingoiarci ormai quotidianamente a causa del Movimento 5 Stelle e altre forze politiche di varia natura.

Vaffanculo grillini che, in molti casi, non sono rivolti solo alla kasta!!!111!1 in generale, ma a persone reali, individui specifici. Come se l’offesa alimentata da una presunta rabbia sociale diffusa fosse ampiamente giustificata, se non persino incentivata, al punto da risultare impossibile sollevare obiezioni in merito ai toni adottati. L’accusa di ritorno è sempre quella, ovviamente: se non offendi, se non ti lasci andare al vaffanculo, fai parte pure tu della casta.

Care senatrici pentastellate: io disprezzo il comportamento senatori verdiniani dal sessismo facile, come disprezzo qualsiasi attacco diretto che sfrutti le caratteristiche intrinseche di una persona per denigrarla. Appoggio quindi qualsiasi iniziativa che incentivi una maggiore attenzione rispetto a certi temi in sedi istituzionali e non, in nome del vivere civile e democratico.

Ma la mia solidarietà, quella che darei a una vittima innocente del sistema, proprio non ve la meritate.

La parte mancante

in politica by

Mi corre l’obbligo di far presente agli amici del Movimento 5 Stelle, ed in particolare a Paola Taverna, che al loro notevole spot avente per oggetto l’agognato ritorno alla lira (del quale, sia detto per inciso, ho molto apprezzato il fatto di essere praticamente immune da eventuali parodie, essendo esso stesso una parodia pressoché inarrivabile) manca una parte: quella in cui ricominciamo a stampare soldi come assatanati e già che ci siamo a fare debiti strafottendocene di pagarli, poi quei disgraziati dei nostri figli o dei nostri nipoti si trovano a doverli rimborsare al posto nostro e a quel punto arrivano altri fenomeni a raccontare loro nuove, suggestive fregnacce sui motivi della loro disperata condizione.
Non so, dev’essermi capitata una versione del video incompleta, dove trovo quella integrale?

Centoventisette, e non sentirli

in politica by

Una premessa è d’obbligo: dopo le ultime (ennesime) “fuoriuscite” non sono aggiornatissimo sul numero dei deputati e dei senatori 5 Stelle che al momento compongono i relativi gruppi parlamentari. Sta di fatto che nella quarta votazione, quella che ha portato all’elezione di Mattarella, Ferdinando Imposimato ha ottenuto 127 voti: quindi, se non vi spiace, prenderò per buono questo numero, posto che anche se fosse leggermente inferiore il ragionamento non cambierebbe di una virgola.
Ebbene, io non credo che nella storia delle elezioni presidenziali sia mai esistita una forza politica come il Movimento 5 Stelle, capace di risultare del tutto irrilevante potendo contare su (molto) più di cento parlamentari: e il punto è che si è trattato di un’irrilevanza cercata con grande determinazione, di un comportamento autistico fortemente voluto al solo scopo di evidenziare una differenza che nella circostanza ha finito per ridursi ad apparenza, esercizio, guscio.
Io non lo so, se il paese ha bisogno di persone “oneste”: più probabilmente, ed è cosa diversa, ha bisogno di nuove regole che favoriscano e incentivino comportamenti più “onesti”. Quello di cui sono sicuro, però, è che non ha bisogno di gente col vezzo di tapparsi le orecchie e ripetere stolidamente un mantra, pur sapendo che (anzi, per meglio dire, proprio perché) quel mantra non avrà la minima possibilità di incidere nella realtà.
Vi dirò di più: lo trovo un atteggiamento che non esiterei a definire politicamente vigliacco, giacché continuare a proclamarsi migliori degli altri senza degnarsi di mettere le mani nelle cose, evitando così il rischio di sporcarsele, è fin troppo facile.
Oggi, volendo prendere in prestito per una volta la retorica che i grillini ci propinano da anni, mi verrebbe da chiedere: voi che ci siete andati a fare, nei giorni scorsi, in Parlamento? Semplicemente a ribadire la vostra “estraneità”, a mostrare al paese e a voi stessi quanto siete “diversi”, a specchiarvi narcisisticamente nel vostro splendido isolamento? Ritenete davvero che abbia un senso, essere “pagati” dai cittadini per questo?
Io, al posto vostro, mi farei un esamino di coscienza: perché nei giorni scorsi vi siete dimostrati molto più chiusi, arroccati e autoreferenziali della “vecchia politica”, quella contro cui vi scagliate un giorno sì e l’altro pure.
E a diventare peggio di ciò che si accusa, senza neppure accorgersene, ci vuole un attimo.

Quando gli onesti diventano complici dei corrotti

in politica by

Grosso modo funziona così: quando viene fuori che i politici hanno rubato, quando scoppia lo scandalo e si alza l’onda dell’indignazione generale arrivano quelli “onesti”, quelli che “adesso basta”, quelli che “tutti a casa”.
E si stracciano le vesti, e scendono in strada e strillano e lanciano monetine, e tutti gli altri dietro a dire hanno ragione, basta, è ora di finirla.
Senonché, per finirla davvero sarebbe necessario capire come sia iniziata: o meglio, quali siano le condizioni che hanno reso possibile quell’inizio. E modificarle.
Osservando le cose che non funzionano, studiando perché non funzionano e inventandone di nuove che funzionino meglio.
Prendete la mafia romana, per esempio. Qualcuno ce li ha pronti, dei progetti alternativi seri per gestire in modo trasparente ciò che finora è stato il terreno di caccia dei delinquenti: dai piani abitativi di inclusione dei rom alla gestione individuale dei servizi alla persona, dall’anagrafe pubblica degli appalti alla razionalizzazione delle società partecipate. Sarebbe il caso di ascoltarlo, di dargli una mano, di lavorare con lui, invece di strillargli in faccia.
Altrimenti va a finire com’è sempre andata a finire: i corrotti se ne vanno “tutti a casa”, e il loro posto viene occupato sistematicamente da nuovi corrotti, che sfrutteranno le stesse condizioni di prima per iniziare a rubare esattamente come facevano gli altri: fino allo scandalo successivo, alla prossima ondata d’indignazione, al nuovo lancio collettivo di monetine.
Spiace dirlo, ma i “partiti degli onesti”, quelli che strillano basta, non servono: anzi, finiscono per diventare perfino controproducenti.
Perché nel marasma della loro collera coi paraocchi, che fa di tutta l’erba un fascio e confonde la merda con la cioccolata, pongono le condizioni affinché quelli (magari pochi) che non hanno mai rubato, e che due o tre buone idee per sistemare le cose le avrebbero pure, vengano travolti insieme a tutti gli altri.
Ecco, quindi, il paradosso: gli onesti, che si indignano contro i ladri, finiscono loro malgrado per diventarne i migliori complici: coprendo con le loro urla le magagne di un sistema che occorrerebbe rifondare con calma, metodo, razionalità.
Con la politica, per dirla sinteticamente: che magari per loro, per gli onesti che strillano, sarà pure una parolaccia.
Epperò, da che mondo è mondo, è l’unico strumento plausibile per venirne fuori.

Il v(u)oto online

in politica by

Abbiamo analizzato l’affluenza alle urne digitali del Movimento 5 Stelle, nonostante il dato sugli aventi diritto (i cosiddetti “iscritti certificati”, ovvero quelli che si siano registrati sul sito allegando una copia del proprio documento di identità) non venga più comunicato dal mese di giugno.

Solo 6 mesi fa veniva annunciata una fase di “coinvolgimento senza precedenti” dei cittadini attraverso la consultazione online per le riforme, ma sembra che qualcosa non sia andato per il verso giusto.

jpegaffluenza

Ecco cosa abbiamo trovato:

1) il numero di aventi diritto, anche se non più dichiarato, sembra rimanere ben al di sotto dei 100.000 e si è dunque decisamente arrestato il trend di crescita che si era verificato tra il 2013 e l’inizio del 2014

2) la percentuale di aventi diritto che partecipa al voto non supera il 50% dall’espulsione dei 4 senatori in febbraio, e resta ben sotto il 30% quando le consultazioni riguardano l’agenda politica parlamentare e le riforme, risvegliandosi leggermente sulle questioni “interne” al movimento (la votazione di ieri sui “vice” di Grillo ha registrato una impennata di votanti quasi pari al livello delle Parlamentarie di aprile)

Il minimo storico di affluenza è dato dal 17% alle consultazioni sui membri del CSM e sulle Città metropolitane (15 luglio 2014), ma la stagione estiva potrebbe aver influito, prova ne sia il voto sulle unioni civili di ottobre che riporta la partecipazione al 30%.

Quali che siano le cause, comunque, il livello medio di astensionismo è al 60% e negli ultimi 6 mesi è arrivato al 70%: è questo che Grillo intende quando dice che “il blog non basta più?”.

Quello che è certo è che la nomina dei cinque gerarchi rappresenta una cesura nella politica di “democrazia diretta” dichiarata finora, perchè rappresenta un livello in più di filtro tra base e decisori.

Le peggio frasi dei vice di Grillo

in politica by

E’ il loro giorno. E in questo giorno vogliamo ricordarli così.

Carlo Sibilia

Discutere una legge che dia la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (o unioni civili), a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti – 11 dicembre 2013

Oggi si festeggia anniversario sulla #luna. Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa – 20 luglio 2014

Carla Ruocco

Ho trovato quasi naturale essere una ‘volontaria della politica’, anche perché, avendo due bimbi, è stato come occuparmi di loro – dal suo blog

Brunetta è il capo indiscusso del gruppo unico dell’affare, del malaffare, delle larghe intese e dell’inciucio – 25 luglio 2013

Roberto Fico

Violante è una cacchetta di pseudo-uomo. Giorgio Napolitano è un cane addomesticato per scagliarsi contro l’evoluzione dell’essere umano – 15 marzo 2013

Alessandro Di Battista (detto Dibba)

Renzi è  un sindachello assenteista che fa ricatti mafiosi, ladro e pure condannato – 16 dicembre 2013

Con i droni il terrorismo è l’unica arma rimasta a chi si ribella. Dobbiamo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione – 16 agosto 2014

Il Pd vuole colpirne uno (Fedez) per educarne 100: questi sono i metodi che utilizzavano le Brigate Rosse! – 11 ottobre 2014

In Grecia cittadini disperati si iniettano il virus dell’AIDS per prendere il sussidio – 11 ottobre 2014

Luigi di Maio

D’ora in poi Beppe Grillo e Casaleggio avranno meno spazio, ma loro sono contenti – 19 luglio 2014

 

Beppe Grillo e la democrazia diretta delle investiture

in politica by

Oggi sul blog di Beppe Grillo (e nella casella e-mail degli iscritti al M5S) è apparso questo interessante messaggio:

Quando abbiamo intrapreso l’appassionante percorso del MoVimento 5 Stelle, ho assunto il ruolo di garante per assicurare il rispetto dei valori fondanti di questa comunità

Bene. E’ il garante. Io pensavo che fosse il capo, ma vabbe’, fa niente.

Oggi, se vogliamo che questo diventi un Paese migliore, dobbiamo ripartire con più energia ed entusiasmo

Dai, entusiasmiamoci!

Il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump

Fermi, fermi. Vediamo se ho capito: siccome lui, che è il garante (mica il capo, eh), non basta più e per giunta è stanco, il Movimento ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia. Quindi: per sopperire alla stanchezza di uno che non si capisce se sia un capo o un garante, servono dei rappresentanti. Tutto molto chiaro.

Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5S ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento

Ah. Ok. Non sono proprio rappresentanti, ma punti di “riferimento più ampio” sul territorio e in parlamento. Insomma: capo, garante, rappresentanti, punti di riferimento, territorio. Un guazzabuglio. Ma vabbe’, vediamo come verranno scelte, queste persone che “servono”. Dalla piattaforma, immagino. Dagli iscritti. Dalla gente, no?

Oggi le propongo in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico:
– Alessandro Di Battista
– Luigi Di Maio
– Roberto Fico
– Carla Ruocco
– Carlo Sibilia

Ah, ecco. Li propone lui. Monocraticamente. E in ordine alfabetico. Li propone lui “in questo ruolo”, che tra parentesi non si capisce che ruolo sia. Anzi no, aspettate, forse qua sotto c’è scritto.

Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del MoVimento 5 Stelle

Ah, be’. Eccoci. I rappresentanti, o punti di riferimento, in sostanza avranno il compito di prendere “le decisioni più urgenti” (cioè potenzialmente tutte) insieme a lui (che però è solo un garante, eh) “con l’aiuto di tutti”. Poi cosa faranno ‘sti “tutti” per “aiutare” non è dato sapere. Vabbe’, direte voi, almeno gli iscritti li voteranno: se uno gli piace diranno di sì, se non gli piace diranno di no. Invece guardate che bella sorpresa:

consulta
In blocco. Gli iscritti devono votare in blocco cinque persone scelte dal capo (pardon, garante) non si capisce bene in base a quale criterio, se non quello di essere le più “visibili” e avere delle non meglio precisate “diverse storie e competenze”, per fare una cosa che nella migliore delle interpretazioni non si capisce cosa sia, e nella peggiore consiste sostanzialmente nell’incontrarsi regolarmente col capo (ops, garante) stesso allo scopo di decidere tutto.
Ora, io dico una sola cosa: Beppe Grillo è lo stesso che faceva fuoco e fiamme perché i candidati alla segreteria del PD venivano “calati dall’alto”, proposti “per grazia di partito”, di tal che dette primarie non erano altro che una farsa, al punto da ribattezzarle “buffonarie“? Era lui, vero, oppure mi sbaglio?
Ecco, la “democrazia” interna del partito (pardon, scusate, “movimento”) che mette alla frusta gli altri per il suo “verticismo” è tutta qua: in cinque nomi proposti dal capo, che possono essere votati solo in blocco allo scopo di formare una specie di “gran consiglio” con il capo stesso.
Siamo al livello delle investiture medievali, e questi ancora parlano di democrazia diretta.

Casaleggio che dice cornuto all’asino

in internet by

Cercando su Urban Dictionary la voce “click bait” (letteralmente: “esca per click”), e traducendo il risultato dall’inglese, si ottiene grosso modo questa definizione:

Un link che “acchiappa l’occhio” su un sito web, che incoraggia le persone a continuare a leggere. Spesso è pagato dagli inserzionisti (click bait “pagato”) o genera introiti basati sul numero di click

Si tratta di un fenomeno nel quale prima o poi ci siamo imbattuti tutti, specialmente sui social network: ci si trova davanti un titolo molto enfatico, nel quale vengono spese con grande generosità e disinvoltura, perlopiù in carattere maiuscolo, parole altisonanti come “VERGOGNA”, “SCANDALO”, “INCREDIBILE”, ci si clicca sopra per capire che diamine sia successo e si scopre che in realtà la notizia è molto meno clamorosa di quanto quel titolo lasciasse supporre; a tutto vantaggio degli accessi al sito web che usa questo metodo, il quale ne beneficia in termini di traffico e quindi di influenza, o più semplicemente di soldi.
Ora, voi sapete come la penso: ciascuno è libero di fare le cose come meglio crede. Ragion per cui, se uno vuole mettere su un sito che acchiappa gli accessi in questo modo non ho niente da eccepire, purché sia consapevole di quello che fa e se ne assuma la responsabilità. Voglio dire: vuoi scrivere una canzonetta orecchiabile per vincere Sanremo? Be’, non sarò certo io a giudicarti, accomodati pure. A patto che non ti metti in testa di essere Debussy. E soprattutto che non perculi gli altri, che scrivono canzonette tali e quali alla tua, accusandoli di essere troppo “pop”.
Ebbene, quest’oggi su Twitter sta andando in scena una vibrante polemica proprio su questo fenomeno. Qualcuno sta prendendo pesantemente per i fondelli quelli di FanPage perché a suo dire abusano del bait-clicking, e invita varie testate e giornalisti a sputtanarli anche loro, magari scrivendoci sopra un bell’articolo:

01
02
03
Ora, voi vi domanderete: che testata autorevole e seriosa sarà mai, quella che denuncia il click bait come una patetica schifezza, indignandosi e sfidando polemicamente mezzo mondo a scriverne? Micromega? Limes? Internazionale?
Manco per niente. Guardate un po’ qua:

06
Non so se mi spiego: stiamo parlando nientepopodimeno che di Tze-Tze, cioè del sito di proprietà di Casaleggio che funziona da vera e propria grancassa mediatica per Beppe Grillo e per il Movimento 5 Stelle. E che appena qualche centimetro più in basso, sullo stesso stream di Twitter, presenta le proprie notizie così:

04
02
03
01
Allora, capirete, uno rimane un tantino perplesso. Perché passi produrre a manetta titoli smodatamente sensazionalistici e “eyecatching” per indurre la gente a cliccarci sopra, e -guardate che vi dico- passi perfino farlo a scopo di grossolana propaganda politica: però poi, abbiate pazienza, sarebbe quantomeno dignitoso non accusare gli altri di produrre “puttanate acchiappa click e gonzi”. Voglio dire: ci vuole davvero una faccia di bronzo (quella sì) clamorosa, incredibile e scandalosa.
Il punto, probabilmente, è che il pudore funziona senza mezze misure: o lo si ha, o non lo si ha. Quindi, se non si prova il benché minimo imbarazzo a pubblicare gragnuole di titoli esagerati al solo scopo di accaparrarsi qualche click, perché mai se ne dovrebbe avere a prendere per il culo quelli che fanno esattamente, né più né meno, la stessa cosa?
Dopodiché, per completezza, sarebbe appena il caso di aggiungere che fare bait-clicking per racimolare qualche soldo di pubblicità è un tantino più dignitoso che adoperarlo per fare propaganda politica in favore del secondo partito politico italiano. Ma lasciamo correre.
Sia come sia, si vede che le cose stanno così: a noi mortali è concesso di scrivere soltanto roba molto, molto sobria, perché il monopolio assoluto delle pallonate è riservato a Casaleggio e ai suoi amici.
E guai, dico guai, a insidiarlo.

Democrazia diretta, espulsione immediata.

in politica by

“PS: Giorgio Filosto, Orazio Ciccozzi, Pierfrancesco Rosselli, Daniele Lombardi, hanno approfittato del loro ruolo di responsabili della sicurezza del palco di Italia5Stelle per occupare il palco stesso. In rispetto per gli oltre 600 volontari che hanno dedicato il loro tempo e lavoro per il successo dell’evento Italia 5 Stelle e delle centinaia di migliaia di attivisti del MoVimento 5 Stelle presenti all’evento, i 4 sopracitati sono fuori dal MoVimento 5 Stelle”

Con queste parole, nel post scriptum di un altro post, come se fosse una cosa marginale, una specie di zanzara da schiacciare, 4 attivisti del Movimento 5 Stelle sono stati espulsi per editto di Beppe Grillo, senza procedimento disciplinare, senza appello.

I quattro erano saliti sul palco del Circo Massimo con uno striscione con scritto “Occupy palco”  per chiedere “più trasparenza e partecipazione diretta nel Movimento”. E quindi, ovviamente, sono stati espulsi.

Vediamo di ricordarcelo ogni qual volta sentiremo un grillino cianciare di “trasparenza”, “democrazia diretta” e “partecipazione”, magari occupando il tetto del Parlamento. Oppure quando i parlamentari del M5S si lamenteranno di essere stati espulsi dall’Aula per aver violato il regolamento parlamentare.

Ricordiamocelo, e chiediamogli di tacere.

Santé

Prendigli il microfono

in politica by

Poi, come al solito, diranno che sono prevenuto.
Però, se avete un minimo di pazienza, guardatevi ‘sto video e poi fatevi una domanda: è possibile, logicamente parlando, conciliare la supposta “democraticità” di un’organizzazione politica con il fatto che detta organizzazione è guidata da un leader carismatico? Oppure, come mi pare più probabile, per far quadrare il cerchio occorre che la democrazia interna sia soltanto proclamata, magari a gran voce, ma al primo accenno di dissenso si renda necessario, per non dire indispensabile, gridare “prendigli il microfono“?
Io non posso saperlo, se la ragazza del video si è “guadagnata la pagnotta dal PD”: e siccome non lo so non mi azzarderei a ipotizzarlo, anche se astrattamente questa rimane pur sempre una possibilità.
Quello che so è che la stessa insinuazione è stata operata nei miei confronti, ovviamente senza alcun fondamento, ogni qual volta mi sono azzardato a criticare i nostri amici grillini; e che l’accusa di tradimento al primo cenno di disaccordo, l’imputazione di intelligenza col nemico, la calunnia utilizzata come strumento di delegittimazione dei dissenzienti e il dileggio pubblico che ne consegue sono, perché lo sono, riflessi tipicamente stalinisti; che, perlomeno a me, fanno più orrore, e sembrano ancora più pericolosi, della cosiddetta “partitocrazia”.
Qualcuno, anche su questo blog e non senza ottime ragioni, ha osservato che il Movimento 5 Stelle è diventato come tutti gli altri partiti.
Magari, mi viene da obiettare guardando queste immagini.
Magari.

La politica dello gnè gnè

in politica by

Non so voi, ma a me ‘sto fatto che la Taverna si sia sentita in dovere di scusarsi per aver stretto la mano a Verdini fa un curioso effetto a metà strada tra lo spaventoso e il ridicolo.
Voglio dire: ritenere che la convinzione e l’autenticità con cui si fa politica contro (nel senso “sano” del termine) qualcuno possa essere misurata dal fatto di salutarlo o non salutarlo è roba da terza elementare, e mi sto allargando.
Voi li avete presenti, i bambini che litigano e poi non si parlano più e uno si porta via il pallone e quell’altro gli fa le corna e poi, magari dopo un mese, uno dei due si avvicina per chiedere una cosa e quello gli risponde “gnè gnè“? Immagino di sì. Ebbene, voi ritenete che una reazione del genere, in ragione della sua infantile drasticità, debba essere considerata particolarmente credibile?
Io, personalmente, sono sicuro di no. Anzi, per la verità sono piuttosto convinto del contrario: che questa fregnaccia di non salutare le persone (ricordate la vicenda di Rosy Bindi?), oppure di salutarle e poi chiedere scusa come se si fosse commessa chissà quale nefandezza, invece di comportarsi in modo consapevole e determinato ma serenamente educato, siano segni di debolezza, di inconsistenza, di poca “ciccia” e tanta, tantissima fuffa.
A me, insomma, un po’ spaventa e un po’ fa ridere, che nel parlamento della Repubblica si sia arrivati allo gnè gnè.
Sinceramente, preferirei essere rappresentato da persone adulte.

Generatore automatico di cartelli di protesta al Senato

in Generatori Automatici by

Se tanto mi dà tanto, fare refresh per ottenere nuovi cartelli di protesta al Senato

Nessuna ragione di esistere

in politica by

Il paradosso, e mi spiace davvero che molti dei nostri amici pentastellati si ostinino a non vederlo, è che il Movimento 5 Stelle afferma da sempre, tra l’altro con una certa decisione, che la sua peculiarità consiste nel saper ascoltare la volontà del “popolo”; che la Camera, il Senato e i “palazzi” in genere non sono luoghi di democrazia, ma oscuri e incancreniti covi del più bieco “potere”, di tal che è necessario tornare a raccogliere il parere dei cittadini, delle persone, della “gente”, per comprenderne le esigenze e tradurle in legge. Al punto che, com’è noto, i parlamentari del Movimento si autoproclamano “portavoce”, con ciò volendo rimarcare, anche a scapito delle norme di legge sul divieto di mandato imperativo, il loro ruolo di semplici “esecutori” al servizio della volontà popolare.
Ebbene, alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle è stato votato da una cosa come quasi nove milioni di persone.
A questo punto la domanda che sorge spontanea è: chissà come le consulteranno, quelle persone. Chissà quali sofisticati strumenti avranno inventato, e poi dispiegato in modo capillare sul territorio nazionale, per dare voce a tutta quella gente. E la risposta è: lo facciamo via web.
Però si sa, mica tutti hanno internet. O magari ce l’hanno, ma non lo usano con disinvoltura. Oppure, semplicemente, non gli va di usarlo e basta. Dico, sarà legittimo non voler usare internet, no? Cioè, il voto di quelli che non vogliono usarlo, sia pure per un capriccio personale, sarà valso al Movimento tanto quanto quello degli altri, o sbaglio? Insomma, se lo sono preso, quel voto, mica lo hanno rispedito al mittente.
Sapete qual è il risultato di tutto ciò?
Il Movimento 5 Stelle, la cui pressoché unica ragione di esistere è proprio il riavvicinamento dei cittadini alla politica e l’abbattimento della democrazia rappresentativa a beneficio di quella diretta, prende le proprie decisioni consultando ogni volta (e succede molto spesso) una cosa come ventimila cittadini dei nove milioni che l’hanno votato. Che, divisioni alla mano, significa lo 0,2%.
Perbacco, e gli altri? Come dite? E’ troppo difficile consultarli? Be’, scusate ma questi sono cazzi vostri. Siete voi che vi riempite la bocca dalla mattina alla sera con la “bufala” (perché, dati alla mano, non c’è altra parola per definirla) secondo la quale le decisioni dei vostri parlamentari (pardon, “portavoce”) sono ispirate alla volontà del “popolo”: allora, scusate tanto, o trovate un modo per consultarli tutti, oppure piantatela di dire fregnacce.
Piuttosto, riflettete su un fatto: se siete dove siete esclusivamente perché vi proclamate i “portavoce” del “popolo”, e poi pensate di cavarvela con dei simulacri di consultazioni che di quelle “voci” ne ascoltano una su cinquecento, significa che siete dove siete senza alcun motivo ragionevole.
Poi fate voi.

Perché non voto Grillo

in politica by

In questi giorni ho potuto constatare che ci sono almeno una dozzina di motivi diversi per cui le persone voteranno Grillo alle europee: non soltanto gli attivisti della prima, della seconda e della terza ora, i consueti appassionati del qualunquismo e i sempre più numerosi delusi dai partiti: parlo di gente che la politica l’ha masticata, e in certi casi la mastica ancora; spesso e volentieri in posti molto lontani dal Movimento, per cultura, principi e pratiche.
Dicono: costringeranno questi politici imbelli e immobili a darsi una mossa. Tra i tanti, ne eleggeranno sicuramente qualcuno in gamba. Susciteranno perlomeno un dibattito nel paese. Sfasceranno tutto, eppoi si vedrà come ricostruire.
Ebbene, io alcune di queste motivazioni le capisco. A volte, perfino, le condivido nell’analisi.
Però, perdonatemi, non mi bastano.
Non ce la faccio, non ce la faccio proprio a sparare nel mucchio, a far saltare tutto e poi starmene a guardare quello che succede dopo la catastrofe: perché dei poi vediamo, dei ci si penserà dopo, dei tanto peggio tanto meglio non mi fido per niente; perché quello che abbiamo, anche se spesso è corrotto e marcio e certe volte perfino putrefatto, non è per niente poco (ma proprio per niente), e prima di cambiarlo con qualcosa di diverso vorrei capire con un certo dettaglio di che si tratta, come verrà declinato e con quali strumenti lo vogliono implementare.
Io vi capisco, cosa credete? Riparare le cose che non funzionano costa fatica, tempo e dedizione: con un tasso di insuccesso altissimo, molto vicino al cento per cento. Mentre sfasciare tutto e poi vediamo è una tentazione che più di una volta è venuta anche a me: è facile, non impegna e apre la strada a un luminoso futuro che assume i contorni del mitologico, per quanto è indefinito.
Però sapete che c’è? E’ proprio questo futuro indefinito, che mi spaventa; molto più della merda in cui stiamo per annegare. Perché ci sono stati tempi in cui quel futuro è diventato una carogna, quando si è cominciato a intravedere che roba fosse attraverso la polvere delle allegre macerie: e il più delle volte era già troppo tardi per tornare indietro.
Io penso che abbiate ragione, quando lo dite: vincerete voi.
Ma abbiate la bontà di non contare su di me.

Generatore automatico di leggi elettorali del M5S

in Generatori Automatici by

Già che si sono inventati le “preferenze negative“, potevano osare di più: fare refresh per ottenere nuove leggi elettorali del Movimento 5 Stelle

Proporzionale con preferenze asimmetriche e possibilità di penalizzare uno o più candidati attaccandoli da tutti i territori tranne la Kamchatka.

Un popò di popolo che lèvati

in politica by

Vediamo se ho capito: i 2.814.801 cittadini che presero parte (recandosi ai seggi e sborsando due euro) alle primarie del PD erano (testualmente) dei masochisti che si lasciavano prendere per il culo, mentre le 35.188 persone che hanno partecipato (senza alzare le chiappe dalla sedie e gratis) alle elezioni online dei candidati per le europee del M5S, grazie alle quali saranno spediti a Strasburgo individui che hanno raccolto nel migliore dei casi 556 (leggasi cinquecentocinquantasei) e nel peggiore 33 (no, non ho detto trentatremila, ma proprio trentatré) preferenze, sono l’inequivocabile segnale di una straripante partecipazione democratica che sta finalmente dando voce e potere ai cittadini.
Stiamo parlando, badate, di due movimenti politici di dimensioni elettorali tendenzialmente assimilabili, perlomeno volendo dar retta ai sondaggi: di tal che, evidentemente, non esiste alcun fattore di proporzionalità di cui dover tener conto per poterli paragonare.
Ebbene, sarebbe questa la “rivoluzione” da contrapporre ai partiti di regime, quelli che decidono chi mettere il lista nelle cosiddette “segrete stanze”? Voglio dire, il parere espresso da seicento, o trecento, o trenta individui qualunque configura davvero un meccanismo più “democratico” rispetto a quello in cui decide (ammesso e non concesso che sia così) uno solo, il quale tuttavia è stato scelto da quasi due milioni di persone? O magari, che so io, i seicento individui di cui sopra debbono essere pregiudizialmente considerati più attendibili degli altri semplicemente perché lo dice Grillo, e allora qualsiasi confronto diventa impraticabile?
Insomma, a prescindere da tutto il resto: com’è possibile che milioni di persone siano una presa per il culo e poi, improvvisamente, un pugno di individui diventi un popò di popolo che lèvati?
Fatemi sapere, grazie.

Beppe, ancora una balla!

in politica by

Grande Beppe! Ho sentito la tua intervista a Mentana, dove ne hai dette di cotte e di crude che magari commenterò nei prossimi giorni.

Nel frattempo però ho una cosa da dirti.

Parlando con Mentana tu hai spiegato che la Costituzione prevede una cosa assurda rispetto al divieto di mandato imperativo o di “vincolo di mandato”. E hai quindi annunciato che farai sottoscrivere a tutti i candidati una dichiarazione in base alla quale, in caso di cambio di casacca o passaggio ad altro gruppo, dovranno pagare 250.000 Euro come “penale”, “multa”, “sanzione” (non hai le idee molto chiare sul punto ma vabbè: diciamo che devono cacciare il grano se escono dal Movimento).

Hai detto anche una cosa tipo: “In questo modo introduciamo noi il vincolo di mandato, visto che la Costituzione non lo consente!”.

Bene, Beppe: chissà quanti dei tuoi sostenitori si saranno sentiti tranquillizzati a questo punto: chi va in Parlamento coi 5 Stelle e viola il vincolo di mandato dei 5 Stelle finalmente paga!

Peccato che non sia così. Peccato che non possa essere così e tu, che non sei un idiota, non puoi non saperlo.

Che ci piaccia o no il divieto di vincolo di mandato (a te non piace a me si, ad esempio), questo divieto è previsto dalla Costituzione. La stessa che i tuoi salgono sui tetti a difendere per intenderci, ecco: quella là.

Ora, non è che se una legge (la Costituzione è come una legge, Beppe, ma gerarchicamente più importante, tanto per farla semplice) impone un divieto tu possa firmare una dichiarazione con la quale quel divieto  lo ignori.

Tanto per fare un esempio: se firmiamo un contratto che prevede che in caso di violazione del contratto tu potrai uccidermi non è che se poi io violo il contratto tu potrai davvero uccidermi. Quel contratto è nullo perché il sistema giuridico non consente l’omicidio.

Allo stesso modo, se firmiamo un contratto che dice che nel caso in cui io venga eletto dai 5 Stelle e poi violi il mandato elettorale dei 5 Stelle dovrò pagare una penale, è nullo. E’ nullo (se vuoi annoiarti, è nullo ai sensi dell’art. 1418 c.c.) perché viola appunto una norma imperativa cioè l’art. 67 della Costituzione che non consente il vincolo di mandato.

Ripeto, Beppe: sei troppo furbo per non saperlo. Quindi, ancora una volta, ci prendi per il culo.

I leader della rivoluzione che si dicono bravi da soli

in politica by

Quest’oggi, facendo un giretto sul blog di Beppe Grillo (del resto, amici, ognuno ha i passatempi che si merita), ho scorto nella colonna a destra la notizia che riproduco qua sotto:

mentana
“Perbacco”, ho pensato: “quale sarà mai la notizia su Grillo diffusa da Enrico Mentana?”
Dopodiché, non senza una certa emozione, ho fatto clic, e sono stato fulmineamente catapultato sul riquadro che vedete qua sotto:

mentana2
Vediamo se ho capito: Mentana scrive su Facebook che intervisterà Grillo, e il sito “La Fucina” riporta la notizia sottolineando che Grillo non si lascia intervistare da anni, di tal che Mentana ha fatto “il colpo grosso”.
In estrema sintesi, quindi, il commento alla notizia “appena diffusa” è che Mentana ha avuto una gran botta di culo perché potrà intervistare quel gran figone di Grillo: e il sito che ha elaborato ‘sto popò di commento, che Grillo si è subito premurato di linkare sul suo blog, è di proprietà indovinate di chi?
Di Casaleggio, ovviamente.
Quindi, praticamente, la storia è questa: i due leader carismatici di un movimento che rappresenta grosso modo un terzo degli italiani, e che sostiene di voler fare una specie di rivoluzione digitale, si divertono ad auto-scriversi articoletti agiografici (oltre che incerti nella costruzione del periodo, ma questo è un altro discorso) e poi se li linkano a vicenda, manco fossero due blogger sfigati che vengono letti solo dai parenti stretti.
Poi dice che se ti viene da ridere sei “kasta”.

1 2 3 4
Go to Top