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L’utero in affitto è davvero un’aberrazione?

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Dopo giorni di discussioni, polemiche e diatribe sul numero di partecipanti al Family Day, almeno un risultato certo pare (purtroppo) acquisito: la pratica del cosiddetto “utero in affitto” viene condannata in modo ormai pressoché unanime, sia da parte di chi si straccia le vesti prevedendone un vertiginoso aumento a seguito del DDL Cirinnà (dove andremo a finire di questo passo, signoramia), sia da parte di chi nega il nesso causale, minimizza e si affretta a prendere le distanze (macché, quale utero in affitto, noi vogliamo soltanto regolamentare l’esistente).
La questione “gravidanza surrogata”, insomma, pare definitivamente chiusa con la rubricazione sommaria dell’argomento alla voce “barbarie”: senza, tuttavia, che se ne siano approfonditi i contorni come io credo sarebbe stato auspicabile.
Tanto per cominciare: è lecito chiedersi se portare avanti una gravidanza per conto terzi sia davvero, al di là delle possibili distorsioni legate allo “stato di necessità” o al “mercimonio di bambini”, un’aberrazione intollerabile in sé e per sé?
In altri termini, siamo sicuri che implementando delle regole grazie alle quali ci si possa assicurare che una donna decisa a “prestare” l’utero ad altri non sia spinta del bisogno, e si riesca a scongiurare l’eventualità che lo faccia a scopo meramente “commerciale”, il nostro punto di vista sulla questione sarebbe lo stesso?
La domanda, a ben guardare, è importante: perché segna il confine tra la condanna di una pratica in quanto tale e l’esigenza di regolamentare quella pratica in modo efficace per renderla accettabile; un po’ come succede, tanto per spingere il discorso un tantino più in là, con la donazione di organi, che è riconosciuta come un encomiabile atto di generosità qualora sia spontanea, e allo stesso tempo viene proibita nei casi in cui si configuri come una “vendita”, a maggior ragione se motivata dal fatto che il “cedente” versa in condizioni economiche precarie.
Sotto questa luce la questione diventa assai più complessa di come la si è dipinta nelle scorse settimane, e suscita interrogativi che prima o poi sarebbe il caso di esplorare compiutamente: portare avanti una gravidanza per mera “generosità”, fatto salvo un ragionevole “rimborso” per le spese sostenute, è davvero “moralmente inaccettabile”? E se sì, presupposta (e verificata) la capacità di intendere e volere di chi vi si determina e la sua libertà di scelta, perché mai?
Ecco, io a quest’ultima domanda, che poi mi pare quella cruciale, non riesco a trovare risposte plausibili.
Se qualcuno le avesse o ritenesse di averle, al di là dei pistolotti moralisti legati alla consueta proiezione delle proprie convinzioni su quelle degli altri, sarebbe gradito che le esprimesse.
In caso contrario sarebbe il caso di piantarla con le lamentazioni, e mettersi finalmente a ragionare sulle regole.
Altrimenti, come diceva Padre Pizzarro, stamo a parla’ de tutto e de gnente.

Il diritto a essere dei poveri stronzi

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Quanti di voi non hanno dormito per i 900 morti nel Mediterraneo? Quanti di voi hanno lasciato lì la cena, lo stomaco troppo chiuso dal dolore per potere affrontare un’altra forchettata? Quanti di voi si sono recati di corsa dallo psicologo per dare sfogo a un insormontabile senso di lutto? Quanti, pochi? Pochissimi? Nessuno?

Io di certo no. La verità è che non me ne frega un cazzo.

La mia reazione alla notizia è stata un “poverini” biascicato davanti al televisore, prima di passare all’ultima puntata di House of Cards e spendere il resto della giornata a mangiareberescoparedormire tranquillamente, con l’unico pensiero della sveglia maledetta il lunedì mattina.

E voi, cosa avete fatto? Stracciate le vesti, siete corsi giù in Sicilia ad aiutare quei poveri disgraziati appena sbarcati dal gommone? Vi siete arruolati in una qualche milizia anti-qualcosa per difendere a spada tratta i più deboli? Vi siete candidati al parlamento europeo per ribadire l’importanza dei diritti umani?

Niente di tutto questo, vero?

E non venitemi a dire che voi fate volontariato nella mensa di stocazzo tutte le domeniche a pranzo, o che a cinque anni avete adottato un bimbo negro della vostra età che ora grazie ai vostri soldi è presidente degli Stati Uniti. Nella maggior parte dei casi sono poco più che hobby, riempitori di buchi di tempo, fillers, passatempi passeggeri pronti ad essere accantonati di fronte alle priorità della vita reale (priorità che comprendono una vasta gamma da “nonna morente all’ospedale” a “partita di calcetto”).

Allora, sarà mica che, sottosotto, neppure a voi frega un cazzo?

E non state sbagliando, eh. Siete semplicemente dei poveri, stronzissimi esseri umani. Avete i vostri guai, i vostri casini, le vostre personali battaglie da affrontare quotidianamente, e non potete di certo perdere tempo a preoccuparvi di perfetti sconosciuti. È così che funziona, tiriamo avanti con le nostre vite a discapito dei miliardi di tragedie che si affacciano continuamente sulla porta della realtà. Un giorno ce ne sarà anche per noi, però ce ne freghiamo. Non possiamo fare altro. È persino un nostro diritto, è forse è ora che venga riconosciuto, senza troppi scassamenti di minchia da parte dei soliti moralisti da cappuccino&gazzetta che discutono su cosa è giusto e cosa è sbagliato. L’universo va in malora, e abbiamo il sacrosanto diritto di strafottercene.

Siamo figli della nostra piccolezza, e forse, in fondo, va bene così.

Whoring class hero

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Qualche tempo fa il buon Capriccioli sosteneva che, qualora risultato di una libera scelta, la prostituzione fosse, in buona sostanza, un mestiere come un altro. Ora, nonostante lo shock che  so di stare per causarvi, lo scopo di questo post NON è sviscerare quante e quali nefandezze dialettiche il suddetto Capriccioli abbia commesso per affermare una simile fandonia in quanto sull’argomento in questione sono del tutto d’accordo con lui.

Se, infatti, tralasciassimo un momento le considerazioni di natura morale ed esaminassimo la questione su un livello puramente astratto, apparirebbe evidente come la transazione in atto sia, in buona sostanza, una questione di affari: invece di utilizzare il mio corpo per me ne cedo temporaneamente l’utilizzo a qualcun altro, affinché lo usi per se, in cambio di un compenso, sia esso monetario o meno. Tuttavia, una volta ridotta la faccenda in questi termini elementari, mi risulta difficile individuare differenze, dal punto di vista puramente pratico, tra la prostituzione e qualsiasi altro lavoro “normale”: in effetti basta cambiare la natura della prestazione o, se vogliamo, la parte del corpo che viene “affittata” alla controparte per “passare” da un concetto all’altro senza soluzione di continuità. Questo, ovviamente, a meno che non riteniate che, per qualche motivo, affittare il proprio cervello (intelligenza, creatività, talento e tutto quanto ne consegue) o le proprie braccia a qualcun altro sia più accettabile che cedergli vagina, pene, ano o bocca.

È importante notare che in questo discorso non c’entra nulla il piacere o meno che si può trarre all’interno della transazione: una prostituta che gradisca l’atto sessuale anche con tutti i suoi clienti rimane una prostituta in quanto è la transazione monetaria (o non monetaria) che la definisce tale. In soldoni una puttana è una puttana perché ciò che la motiva sono i soldi. Ma allora la domanda è semplice: voi gratis ci lavorereste?

Di cosa parliamo quando parliamo di puttane

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Tanto per cambiare, nell’elevato (sic) dibattito tra la Biancofiore (“almeno per l’iniziazione, tutti gli uomini sono andati con le prostitute, è sempre stato così”) e i suoi indignati detrattori (“io a puttane? mai!”) manca un particolare, l’unico realmente importante quando si parla di prostituzione.
Chi sono, le puttane di cui ci stiamo occupando?
Perché secondo me senza rispondere a questa domanda non si può dire se sia davvero “squalificante”, per un maschio, pagare una donna in cambio di prestazioni sessuali.
Se le prostitute in questione sono delle schiave vittime di tratta, di quelle portate sul marciapiede a forza di botte e stupri e violenze, non riesco a non vedere i loro clienti come complici di un reato orribile: così come mi sembrano complici, tanto per fare un esempio, quelli che comprano i video pornografici coi bambini, poiché alimentano un mercato che sarebbe il caso di combattere.
Se le meretrici in oggetto, invece, esercitano la professione per libera scelta, non vedo dove sia il problema: e quando dico che non lo vedo intendo dire che ai miei occhi chi va con quelle donne è esattamente uguale a chiunque altro, rilevando la sua predilezione per il sesso a pagamento, perlomeno ai miei occhi, quanto la preferenza per il dentice piuttosto che per l’orata.
Allargando la riflessione, ecco che come al solito al dibattito sfugge questo: il fatto che quando si parla di prostituzione si usa una sola parola per designare due fenomeni completamente diversi; con la conseguenza che tutti i giudizi che ne derivano, non soltanto quello soggettivo relativo agli “utenti”, ma soprattutto quello che dovrebbe tradursi in attività legislativa e di governo, si confondono tra loro fino a non significare più niente.
Viene ignorata da entrambe le parti in causa, questa distinzione: da quelli per cui le “puttane” sono un’istituzione da inizio del secolo scorso (leggasi Biancofiore & Co.: suvvia, la parola “iniziazione” è roba da retrospettiva di Tinto Brass), e da quegli altri, i “moralizzatori”, secondo i quali non è possibile che una donna scelga liberamente di prostituirsi.
Viene ignorata ottusamente, ideologicamente, e questo è un bel guaio: perché per mettere le mani dentro la questione occorrerebbe distinguere ciò che attiene all’ordine pubblico e ciò che invece riguarda il giudizio morale, occupandosi del primo attraverso le forze dell’ordine e astenendosi, come si converrebbe in uno stato di diritto, dal secondo.
Invece no. Si va avanti a parlare di “puttane” così, senza discernimento.
E il risultato è l’unico possibile: le schiave restano per strada e continuano a essere picchiate e stuprate; le professioniste sono costrette all’illegalità; i maschi che vanno con le une o con le altre sono alternativamente dei mandrilli in cerca di iniziazione o dei maiali.
Si può fare un pochino meglio di così, sapete?

Vi sentite migliori di Mary?

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La vicenda, in estrema sintesi, è la seguente: Mary, studentessa di Napoli, in attesa di laurearsi e acquisire la sua indipendenza economica vende le proprie foto hard perché, dice, è l’unico modo che ha per comprarsi uno scooter.
Ora, comprendo benissimo che si tratta di un caso molto “light” rispetto ad altre storie (ben più drammatiche) di cui si legge: però, consentitemi, lo trovo emblematico. O meglio, credo che possano essere emblematiche le vostre risposte a un paio di domande:

  1. Mary è davvero “costretta” a vendere le proprie foto (e quindi, in una certa misura, il proprio corpo)? Magari no, perché lo scooter è un bene voluttuario; o invece magari sì, perché quel veicolo, per qualche ragione, le è indispensabile. Ma la vera domanda è un’altra: ammesso e non concesso che quello scooter le sia assolutamente necessario, o se preferite immaginando che Mary si trovi a dover soddisfare un bisogno primario come mangiare o dormire, decidere di “vendere il proprio corpo” (sia pure in una modalità “mediata”) è sostanzialmente diverso dall’optare per fare le pulizie in un condominio, fare la baby sitter o impartire ripetizioni? E’ meno “dignitoso”? Voglio dire, e questa è la domanda definitiva: esiste un criterio oggettivo per misurare la dignità di una scelta, diverso dalla valutazione individuale di chi la compie?
  2. Nella domande precedente ho usato la parola “decidere”: perché vendere le proprie foto hard, evidentemente, non è che una possibilità tra le tante. Orbene, la seconda domanda è: se capitasse (o se è già capitato) a voi  di trovarvi in difficoltà economica, e decideste (o avete deciso) di procurarvi il denaro senza denudarvi, vi sentireste (o vi sentite) in qualche modo “migliori” di Mary?

Ecco, secondo me queste due domande sono emblematiche: perché se la vostra risposta (ad una sola di esse o a entrambe) fosse un sì, per come la vedo io voi (sì, proprio voi) sareste uno degli ostacoli che si frappongono tra le donne e la loro definitiva conquista dell’emancipazione.
Anche se magari siete sinceramente convinti del contrario.

Il reato di incesto ha un senso?

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La vicenda, in estrema sintesi, è la seguente: nell’approvare il testo unico che eguaglia i diritti dei figli nati all’interno del matrimonio a quelli dei figli nati al di fuori di esso (by the way: meglio tardi che mai, eh?), la Camera ha modificato anche l’articolo 251 del Codice Civile, prevedendo che anche i figli nati da rapporti incestuosi possano essere riconosciuti dai genitori.
La cosa, com’era prevedibile, ha scatenato le reazioni indignate di alcuni politici cattolici come la Binetti e Mantovano, secondo i quali il provvedimento legittimerebbe, e addirittura sacralizzerebbe, “uno dei crimini più gravi che si conoscano”.
Ok, che ne dite se facciamo un po’ d’ordine?
L’incesto, vale a dire il rapporto sessuale “con un discendente o un ascendente (madre/figlio, padre/figlia), o con un affine in linea retta (suocero/nuora, suocera/genero), ovvero con una sorella o un fratello”, è attualmente punito con la reclusione da uno a cinque anni dall’articolo 564 del Codice Penale; tuttavia -badate bene- esso costituisce reato soltanto nel caso in cui “ne derivi pubblico scandalo”: il che conduce a pensare, se l’italiano non è un’opinione, che dell’incesto consumato in segreto non frega una minchia a nessuno, con ciò suggerendo che la ratio della norma non è quella di impedire un comportamento in sé e per sé, ma piuttosto di evitare che la comunità ne venga informata e -povera comunità, com’è sensibile- abbia ad infastidirsene.
Ciò premesso (e non è poco, ma lasciamo correre), vorrei provare ad operare una distinzione: per come la vedo io un conto è l’incesto consistente -ad esempio- nella violenza sessuale di un padre nei confronti della figlia minorenne, un altro è quello consumato tra adulti maggiorenni e consenzienti che decidono, per le ragioni più svariate, di trombare tra loro.
Nel primo caso, ne converrete, il problema non consiste tanto nel rapporto tra consanguinei in sé e per sé (né, mi si consenta, il “pubblico scandalo” che potrebbe scaturirne), quanto nel fatto che trattasi di stupro, già punito altrove dal nostro diritto penale, nel caso di specie aggravato dalla particolare relazione di parentela tra i due soggetti che ne sono protagonisti, e quindi dai rapporti di forza che potrebbero scaturirne rendendo più odiosa -perché più difficile da contrastare e denunciare- la violenza e più gravi i danni psicologici che ne derivano.
Nel secondo caso, invece, sono decisamente più perplesso. Perché mai la legge dovrebbe vietare a un fratello e una sorella, a un suocero e una nuora, o perfino a una madre e a un figlio, qualora siano entrambi maggiorenni e capaci di intendere e volere, di avere rapporti sessuali tra loro? Per evitare il “pubblico scandalo” che potrebbe conseguirne? Mi pare poco. Pochissimo. Mi pare che in questo caso l’unica spiegazione plausibile del divieto sia un moralismo del quale, francamente, nel 2012 non si sente alcun bisogno.
Riassumendo: mi pare che da una parte abbiamo la violenza sessuale, casomai aggravata dalla parentela tra chi la opera e chi la subisce; e dall’altro, semplicemente, le libere scelte delle persone, che in quanto tali -poiché non danneggiano nessun altro- andrebbero rispettate e lasciate stare.
In quest’ottica il reato di “incesto” in sé e per sé mi risulta abbastanza incomprensibile: se non, lo ripeto, quale aggravante di uno stupro, che però è cosa assai diversa.
Forse varrebbe la pena di fare una battaglia per abrogarlo.
O, perlomeno, iniziare a ragionarci un po’.

L’importante è saperlo

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Qualcuno, magari con calma, dovrebbe spiegarmi perché se un parlamentare, un consigliere regionale, un consigliere comunale svolge -percependone i relativi compensi- anche un’altra professione, e quella professione consiste nel fare l’avvocato, l’ingegnere o il commercialista, nessuno ha niente da dire; mentre se si tratta di sfilare in passerella con qualche costume addosso scoppia una specie di scandalo nazionale con tanto di video, gallerie fotografiche e tonnellate di commenti indignati.
Pregherei di astenersi chi avesse in mente di rispondere che il casino si deve al fatto che la consigliera regionale in questione abbia dichiarato -con un’alzata d’ingegno effettivamente singolare- di aver accettato l’incarico per sostenere l’economia: dal momento che, ne sono certo e lo sapete bene tutti quanti, il bailamme cui abbiamo assistito sarebbe scoppiato anche in assenza di tale affermazione.
Se a sconvolgere il vostro giudizio basta così poco, significa che siamo tutti dentro una deriva bacchettona che in confronto quelli del vaticano sono una massa di libertari scatenati.
L’importante è che lo sappiate: dopodiché, fate pure come vi pare.

Segnalazione di esistenza anonima

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Forse sono io, che tendo a farmi un’idea sbagliata delle cose: però, chissà perché, avevo sempre immaginato che le varie comunità hacker fossero contraddistinte da una vena anarcoide, o quantomeno antagonista, e che uno dei loro scopi -probabilmente il più nobile- fosse quello di portare all’attenzione generale istanze, questioni e notizie “scomode”, perlopiù ignorate, per non dire silenziate, dei governi e dai media “mainstream”, denunciando e scardinando le innumerevoli forme di censura quotidianamente operate dal cosiddetto “regime”.

Ebbene, forse sono io, come dicevo, che tendo a farmi un’idea sbagliata delle cose: perché attaccare con toni da moralizzatori il sito di un tizio già abbondantemente messo alla pubblica gogna dai principali quotidiani del paese mi pare un’operazione degna di un opinionista da contenitore televisivo mattutino, più che di un hacker.

Cioè, voglio dire, l’abbiamo capito bene che costui si è dopato, anche perché non fanno altro che ripetercelo in tutte le salse, con tanto di foto in lacrime, commenti autorevoli e accorate dichiarazioni della fidanzata.

Allora fatemi capire: a che pro mettergli sottosopra il sito? Per far arrivare alla gente la notizia, o piuttosto per segnalare in qualche modo la propria esistenza?

Dio che fastidio signora mia

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Vediamo se ho capito: viviamo in un paese in cui i diritti di sposarsi con chi si sceglie, di decidere se sottoporsi o non sottoporsi ai trattamenti medici, di morire come si preferisce, di concepire un figlio vincendo la sterilità, di farsi una canna in santa pace nel giardino di casa non sono considerati abbastanza rilevanti da essere riconosciuti: mentre si reputa che vada tutelato il diritto a non vedere -dio che fastidio signora mia- un pisello -leggasi pene, membro, cazzo eccetera- o una vagina -leggasi fica, cinciallegra, pucchiacca e via discorrendo-, pur essendo ben noto che chiunque sa bene come quelle parti anatomiche siano fatte -avendone presa visione in numerose circostanze-, in omaggio ad un “senso del pudore” non meglio precisato ancorché considerato così essenziale da non consentire a chi sente minacciato il proprio non dico di farsi una ragione dello spettacolo, ma perfino di voltarsi dall’altra parte.

Cioè, non so se mi sono spiegato: se uno lotta contro una terribile malattia progressiva e chiede di porre fine all’inenarrabile sofferenza che sta provando lo stato arriva e gli dice che non può; se un altro ha il desiderio di lasciare la propria eredità al compagno che gli è stato accanto per tutta la vita lo stato irrompe e glielo impedisce; invece se uno si lamenta perché la visione di un uccello -dio che fastidio signora mia- l’ha profondamente turbato lo stato si arma e si schiera al suo fianco, gli dice non preoccuparti caro so quanto stai soffrendo, adesso a quel cattivone con la minchia di fuori lo puniamo severamente, così non sarai più costretto a provare -dio che fastidio signora mia- quel senso di disgusto che ti invalida come nessun’altra cosa al mondo potrebbe fare.

Ma andate a cagare.

Qualsiasi schifezza, ma il sesso no

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Non so se avete capito: il problema non è che le casse dei supermercati siano circondate da caramelle contenute in scatolette di plastica che pesano il doppio di quello che contengono, e allora tocca spiegare ai bambini che non gliele compri, perché la plastica inquina e per quanto si può bisogna cercare di non contribuire; non è neanche che siano piene di barrette, cioccolatini, snack ipercalorici che fanno male solo a guardarli, e allora tocca spiegare ai bambini che non glieli compri perché è meglio una fetta di ciambellone che a prepararlo insieme ci vuole mezzora e per giunta ci si diverte; e non è nemmeno che siano piene, le casse dei supermercati, di cianfrusaglie inutili collocate strategicamente in quel posto per stimolare il cosiddetto acquisto “di impulso”, consistente nel sovreccitare i bambini spingendoli ad acchiappare qualsiasi cazzata capiti loro a tiro esasperando i genitori già carichi della spesa e generando copiose discussioni con tanto di pianti, castighi e riconciliazioni al grido di vabbene ti compro ‘sta cosa che non so manco a che cazzo serve basta che smetti di farti venire le convulsioni.

No. Il problema è che vicino alle casse dei supermercati ci sono i sex toys. Quello è il problema. Perché va pure bene che i bambini crescano incivili, obesi, viziati, piagnoni, ma che vengano a conoscenza del fatto che esiste una cosa che si chiama “sesso” e che gli adulti ci si divertono perché è una gioia e che poi un giorno la scopriranno anche loro è intollerabile. Altro che plastica, schifezze e capricci.

E poi hanno pure il coraggio di lamentarsi che in questo paese le cose non vanno come dovrebbero andare.

Il parco del divertimento

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Ormai lo hanno captato anche da Marte che il peggior prodotto del berlusconismo è stato certamente l’antiberlusconismo. Ne ho la prima costatazione concreta la sera del 13 febbraio 2011 post-manifestazione “Se non ora quando’’ per la difesa della dignità delle donne, contro l’ ex Presidente del consiglio. Mi vedo con questa tipa politicamente impegnata, culturalmente solida con rispettabile titolo professionale annesso, sensibile ai problemi della comunita’e dall’impeccabile opportunità comportamentale, ipereccitata per la riuscita e la partecipazione, che mi rimprovera seccata perche’ non ci sono andato, perchè “Berlusconi e’ un immorale schifoso che non ha nessun rispetto per la moglie ed i figli ne per il concetto di famiglia, con questa considerazione delle donne come puttane oggetto mercificate e schiavizzate basata su un maschilismo bieco e squallido”. Mi racconta tutte queste cose, anche se poi mentre siamo parcheggiati zona Gianicolo comincia a dedicarsi al mio parco divertimenti proprio mentre parla al cellulare con il suo fidanzato scambiandosi parole dolci e rassicuranti. ‘’Berlusconi e’ un porco’’ dice, gioca e mi guarda con ghigno annesso.

Il giorno dopo i giornali pompano l’evento come testimonianza tangibile di un nuovo vento di cambiamento ed emancipazione che si sta sollevando dopo decenni di stagnazione e stasi collettiva, ma io non riesco a pensare ad altro se non al fatto che l’Italia non sara’mai un paese che conoscera’nemmeno un mero barlume del concetto di insorgenza, se mai al massimo una Babilonia di stranezze psichiche collettive irrisolte e senza via d’uscita. Ma va bene così, almeno ci si riesce a divertire ogni tanto.

Tra l’altro, quale complessa e psichedelica sostanza neuronale riesce a portare a dire al segretario del Pd che l’esempio per sua figlia debba essere la Fornero e non Belen? Con tutto il rispetto possibile per i soggetti in questione e per il lavoro che fanno, come puo’un uomo politico ex comunista progressista socialista europeo socialdemocratico di centrosinistra sinistracentro dire che per sua figlia sia migliore l’esempio di un ministro del welfare che partorisce una riforma del lavoro da tutti considerata inefficace e ridicola, afferma che il diritto al lavoro non esiste, propone delle leggi che peggiorano la vita e mettono in difficolta’psichica e materiale milioni di persone, toglie a tutti il sistema pensionistico retributivo tranne alla propria categoria professionale, lavora nella stessa università dove lavorano il marito e la figlia, rispetto ad una ragazza che fa l’ imprenditrice di se stessa attraverso la propria bellezza e personalità, che potranno certamente essere per molti discutibili e forieri di scetticismo, ma che non ha mai fatto niente di male a nessuno?

Ma va bene lo stesso così, almeno uno riesce a regolarsi, capisce con che gente rischia di avere a che fare.

Potremmo parlare anche di quelli del Partito di Repubblica e della Repubblica delle Idee, intellettuali, comici, saggisti, scienziati, quelli che combattono la mafia, quelli che ‘’se non ci fosse l’evasione fiscale etc etc’’, quelli che ‘’siamo gli eredi del partito d’azione ma purtroppo siamo strenua minoranza perche’se tutti fossero come noi etc etc’’, la parte migliore del paese insomma, quelli della pura moralità, privilegiati senza vergogna dalla condotta integerrima. Peccato però che nessuno di questi ha detto nulla in merito a quello che Flavio Briatore ha detto in radio durante la trasmissione di Piero Chiambretti, e cioè che ” l’editore di Repubblica paga le tasse in Svizzera ed è residente in Italia, e del suo direttore che, apprendo dai giornali, ha pagato parte della casa in nero”. E a me un po’di simpatia Briatore la fa, almeno ha vinto 7 mondiali di Formula 1.

Ma anche questo va bene, fa parte del gioco, in un paese che se lo prendi bene e’un gran parco del divertimento con dei nuclei psichici dominanti condizionati da un frustrato immaginario personale inattuato e da un ancestrale coito interrotto le cui cause ce le spiegheranno Francesco Guccini e Jovanotti, in un disco pop hip hop sul tema con testi di Umberto Eco, Antonio Pennacchi, Fabri Fibra, Margherita Hack, Ascanio Celestini e Marco Travaglio, sdoganato a Sanremo da Fabio Fazio su La7, tutti inflessibili, derisori e sommari contro il comandante Schettino.

Soundtrack: ‘The kiss’, The Cure

#ioguardoschettino

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Non credo di aver capito bene: siccome uno è accusato di aver combinato un disastro, allora sentire cosa ha da dire è un’idea immorale?

Cioè: il giornalismo -a tutti i livelli, e quindi compreso quello televisivo e nazionalpopolare- è diventato una specie di giocattolino che ha il compito di premiare i “buoni” col contentino di un’intervista e mettere in castigo i “cattivi” (ammesso e non concesso che Schettino lo sia) tacitandoli?

Io avevo capito -ma forse sbaglio- che invece il giornalismo è quella roba che dovrebbe cercare di capire le cose: e per capire com’è andata la vicenda della nave da crociera affondata, a meno che non mi sfugga qualcosa di essenziale, il contributo di quello che la guidava mi pare tutt’altro che inutile.

Dice: ma lo pagano (anche se la circostanza non pare confermata). E allora? Siete davvero convinti che ascoltare un punto di vista in più non possa valere la pena di pagarlo? Con soldi privati, per giunta, manco a dire con quelli del canone.

Dopodiché, naturalmente, ciascuno è libero di non guardarlo, Schettino: ma io, da parte mia, sono libero di sentire in bocca il retrogusto di quel moralismo che non ha bisogno di verifiche, perché un’idea già se l’è fatta e non ha la minima intenzione di metterla alla prova; eventualmente, come potrebbe accadere anche in questo caso, per formarsene una addirittura peggiore.

Sapete cosa? Io lo guarderò, Schettino. O forse no, perché probabilmente avrò altro da fare.

Ma in entrambi i casi avrò cura di riservare la mia indignazione a circostanze più appropriate.

Berlusconi e la dignità delle donne

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Visto che è passato qualche mese, e che gli animi -o dovrei dire gli ormoni?- dell’opinione pubblica si sono raffreddati, colgo l’occasione per precisare una cosetta che mi sta sul gozzo da un bel po’: mi perdonerete, ne sono certo, se la dico dritta come la penso, al fine di evitare inutili giri di parole e arrivare subito al punto.

Con le sue feste, di qualunque genere esse fossero, Silvio Berlusconi non ha mai offeso la dignità delle donne.

Le ragazze che frequentavano casa sua, stando alle cronache ampiamente disponibili sui giornali, lo facevano consapevolmente, e non mi pare di aver letto che ve ne siano state di costrette con la forza, né tantomeno che alcune di loro abbiano ricevuto un euro in meno di quanto pattuito.

Avrà fatto delle cose poco dignitose per un presidente del consiglio, Berlusconi, si sarà reso ridicolo agli occhi degli osservatori internazionali, avrà spalancato le porte di casa a persone che potenzialmente avrebbero potuto ricattarlo: ma che ci azzecca questo con la dignità delle donne, a difesa della quale milioni di nostre concittadine scesero in piazza con tanto di cartelli, slogan e striscioni?

Mi trovo spesso a riflettere sul fatto che se quelle schiere di fiere sostenitrici della propria integrità -peraltro non minacciata da Berlusconi, che non mi risulta averle mai invitate- si fossero sentite analogamente offese -armando analogo casino- dalla legge 40, che effettivamente metteva le mani nelle parti intime di tutte -e non solo della manciata di partecipanti a qualche serata-, per giunta a prescindere dalla loro volontà -e non solo, come in quelle feste, nel caso in cui fossero consenzienti-, quel referendum l’avremmo vinto a mani basse.

Cos’è, costoro non sopportavano l’idea che delle donne, contrariamente a loro, avessero deciso di guadagnare due soldi usando il proprio corpo? Ritenevano inaudito che quelle donne seguissero delle linee di condotta e dei principi morali diversi dai loro? Si sentivano le sole depositarie della dignità perfetta, le interpreti incontrastate del corretto modello di virtù femminile, le titolari uniche dell’integrità esemplare?

Temo di sì. Al punto da arrivare a teorizzare che le donne in questione, quelle che andavano alle feste, non sapevano quello che facevano, non ne comprendevano appieno la portata, credevano di essere consapevoli mentre non lo erano affatto.

Cioè, in sostanza, dando loro -chiaro e tondo- delle deficienti.

E poi sarebbe stato Berlusconi, a offendere la loro dignità.

L’inutile geografia della morale

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Una fregnaccia è una fregnaccia, sia che la urli sboccato dal palco di Pontida, sia che la scrivi avvolto in pashmine e lirismo sul tuo occhiello di Repubblica. La contrapposizione tra una Milano migliore e una Roma ladrona o peggiore è finzione neanche troppo letteraria, anzi letterariamente più che superata da quando Sciascia se ne uscì con la suggestiva metafora della linea della palma.

L’ascesa geografica delle mafie, certo, è una di quelle cose che i milanesi possono piangere incolpevoli, se ne sentissero il bisogno. Il clan tutt’altro che trasparente di Comunione e Liberazione, invece, è cosa tutta loro, che proprio nell’ambiente “protestante” e nella autoproclamata superiorità morale affonda salde radici, nulla avendo da invidiare al “curialismo” capitolino.

A pesare gli scandali, le malefatte, le rapine pubbliche e private si perde la testa e anche un po’ il tempo. A innalzare vessilli di una sedicente Italia migliore, spesso, ci si perde anche la faccia. Il fatto è che non esiste alcuna capitale morale, nè alcuna moralità acquisita per nascita, o genìa. Esistono solo gli individui, le loro azioni e la consapevolezza che ne hanno.

Poi, i neri hanno la musica nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei, Parigi è molto romantica ma i parigini sono stronzi. Ma questa è roba da barzellettieri, di cui Milano – peraltro – può vantare copiosissimo campionario.

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