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Morale

Il contrappasso triste di Roberto Benigni

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Sic transit gloria mundi: anche Roberto Benigni – profeta della sinistra al caviale, colta, illuminata, dotta, la sinistra delle grandi ma piccole cose, dei salotti che si ripetono di non scordarsi degli ultimi, della commiserazione per la deriva morale™ del Paese, è diventato un nemico. Nell’arco di una dichiarazione, da essere la Stella Polare della “resistenza” che il suo humus culturale pensa di vivere e combattere quotidianamente tra un insulto e un’Amaca di Serra, Benigni è stato subissato di offese, insinuazioni e accuse da quell’autoproclamata élite che fino a poco fa lo acclamava sua guida. Ha smesso di alimentare, anche solo per un attimo, la convinzione del suo popolo di essere quello eletto, custode una missione di redenzione e salvataggio del Paese dai propri beceri concittadini. Non sopravviverebbero a tanto, ne sono assuefatti da decine di anni di continua propaganda.

Questa storia – al netto della sgradevole conferma di ciò che già, con preoccupazione, sapevamo – ha il sapore del contrappasso. Per rimanere in tema referendum, lui e altri come lui hanno pasciuto la retorica soffocante della Costituzione intoccabile, inviolabile, perfettissima. Benigni è stato (anzi: è ancora) uno dei ministri che dettano le linee guida di etica ed estetica pubblica: un passo dentro la morale, guardando dentro le mutande di Berlusconi e magnificando le opere di procure e procurette in costante ricerca di un colpevole fino a prova contraria; e un passo dentro l’estetica, tra la stucchevole retorica dell’amore e della poesia, le letture popolari di Dante al popolino che si è scordato da dove veniamo, e “la più bella del mondo”. E adesso, tra un insulto e l’altro dicono che l’ha tradita, la più bella del mondo. Hanno ragione. Il tradimento si è consumato verso quello schema di pensiero che separa la realtà in noi, giusti, e loro, abbietti – ignoranti o in malafede. Se non sei con noi, sei con loro, caro Roberto. Ce lo hai insegnato tu.

Dynasty

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Paese che vai, pudore politico che trovi. Esattamente come per i costumi, difatti, ogni latitudine vanta le maschere e i pulcinella che merita. E strano sarebbe, se non fosse così. A cavallo dei tempora e surfando sui mores, il discorso regredisce alla sintesi sulla moralità e i codici etici. Roba brutta brutta.

Esempi facili si possono estrarre da paralleli di ogni tipo. E tra questi uno molto efficace insiste sulle differenze tra i costumi politici italiani e quelli statunitensi. Ci sono infatti comportamenti che purtroppo distinguono la vita pubblica del nostro Paese e che gli americani non riuscirebbero mai a comprendere. Infatti non lo fanno e ci sfottono.
E’ chiaro, il fenomeno non riguarda solo gli americani, ma anche altri: un simbolo utile a rappresentare il fenomeno lo si trova in “Aprile” il film di Moretti nel quale il regista si fa intervistare da un giornalista francese. Stimolato sul conflitto di interessi Moretti ammette il fatto, e il giornalista commenta: “Ma è molto singolare, molto pittoresco”.
L’esempio magari è un po’ forzato, perché il conflitto di interessi di Berlusconi non era pittoresco solo per i francesi, ma anche per molti italiani: ma il pudore politico evidentemente conosce ranghi che prescindono le latitudini geografiche.

Tornando però ai nostri amici americani, anche loro vivono come normali atteggiamenti che noi italioti probabilmente non accetteremmo. Le dinastie politiche, per esempio, sono una cosa che in una certa forma ci sono per il momento ancora sconosciute.
Negli States non è motivo di scandalo (al punto di inficiare il consenso) il fatto che un presidente nomini ministro un fratello di nome Bob, né che questo poi si ricandidi – morto il primo – alla presidenza. Ma lasciamo stare i Kennedy, perché è evidente che gli omicidi hanno giocato il loro ruolo sul fenomeno.
Ma con i Clinton come la mettiamo? In Italia che avremmo detto della moglie di un presidente che prova a succedergli nel medesimo ruolo?
E della famiglia Bush, che pare – dopo George e George W. – ci voglia addirittura provare per la terza volta, che vogliamo dire?

L’affare si presta a considerazioni di vario genere, anche costituzionale, perché è chiaro che le famiglie cercano di perpetuarsi nel potere per aggirare il limite del secondo mandato. E’ questo – similitudine tra le differenze – è invece molto italiano. Se però si trascura questo aspetto, la domanda è spontanea e irrinunciabile: ma è possibile che la selezione dei leader del mondo libero, nel corso degli ultimi decenni, sia stata caratterizzata così decisamente da due sole famiglie? La politica americana è davvero così povera?

D’accordo, anche da noi si è parlato di qualcosa del genere, ventilando l’ipotesi della candidatura di Marina Berlusconi. E infatti abbiamo reagito male, ma non tutti. Questo infatti non contraddice il difetto: semmai conferma che se c’è qualcosa di cattivo da imparare, in Italia siamo sempre pronti. God bless us.

La morale della mafia spiegata alla gggente

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Affermando che la mafia un tempo aveva la sua morale, Grillo dice una delle solite sciocchezze? La risposta non è banale come sembrerebbe, anche se non c’è bisogno di scomodare complessi relativismi per spiegare che ogni morale è tale per sé stessa. La mafia di un tempo, quella cui allude Grillo, “ancora non corrotta dal denaro e dalla finanza”, era morale per chi e in cosa? Lo dovrà spiegare Grillo a chi avrà voglia di parlarci, ammesso che ci riesca.
Una cosa però è certa, le organizzazioni criminali di quello stampo sono molto cambiate. Nel senso in cui dice Grillo, per cui sono diventate delle multinazionali con straordinario potere economico, infestando le istituzioni degli stati nazionali a livelli sempre più alti, ma anche in altro. Ad esempio le mafie, per dire delle camorre, della ‘ndrangheta o di qualsiasi altra organizzazione assimilabile, si sono molto involgarite, semplificate e abbrutite. Non perché mutando pelle abbiano cambiato anima, ma perché evolvendo – nei termini in cui suggerisce il leader del M5S – hanno anche completamente mutato costumi. E i costumi hanno sempre qualcosa a che vedere con la moralità percepita.

Le mafie hanno abbandonato i loro riti iniziatici e mistificato le loro gerarchie regredendo a dinamiche ancestrali. Anche la loro rappresentazione letteraria e cinematografica negli anni è mutata in modo radicale, tanto che fin dalla retorica più affettata sono scomparsi i termini della famiglia, della fede e dell’onore. Tutti feticci insulsi, adoperati per vestire di una qualche forma di “morale” la cupidigia e la sete di potere, sangue e denaro, certo. Ma oggi di quella veste non vi è più alcuna traccia. E se la mafia non si presenta in abito di sartoria, allora appare in un ghigno feroce che riconosce neanche la tribù come contesto naturale, ma soltanto il branco.

Oggi non sarebbe possibile rappresentare con effetto verosimile e credibile la storia di una ipotetica famiglia Corleone negli stessi tratti che adoperò Mario Puzo. Cerimonie, salamelecchi e penombre non disegnano più la scenografia di un padrino regnante. Oggi lo troviamo raffigurato – e lo troviamo credibile – tra i fusti di scorie radioattive e le discariche abusive. Non in un night sfavillante ma in una tetra sala da videopoker.
Ha forse qualcosa in comune Michael Corleone con l’erede Savastano di Gomorra? E Ciro Di Marzio, nonostante sia stato rappresentato con pure troppa compiacenza, ha qualcosa dell’abnegazione di quell’Alfredo Canale che riceve in carcere il bacio della morte dal Professore della Nuova Camorra Organizzata?

Si potrebbe dire che i toni pubblici della delinquenza “strutturata” si siano abbassati in ragione di un corposo arretramento inflittogli dalla lotta che con più determinazione gli muove lo Stato. E può essere anche vero, ma quel che più conta è che le mafie oggi non ostentano e non fanno mostra di alcuna ipotetica moralità, sia pur logicamente ipocrita e autoreferenziale. E da questo punto di vista – a proposito delle rappresentazioni artistiche – andrebbero rilevate pure le polemiche che speciosamente fioriscono sul rischio emulazione: perché non vi è dubbio che gli eroi della serie di Gomorra non possono competere con il Padrino o con il Camorrista neanche nell’immaginario del più abbrutito e suscettibile degli amorali.

Insomma, nonostante si tratti di fenomeni altrettanto spietati, ci vengono proposti modelli più semplici, destruttrati e mediaticamente più innocui. E che la mafia abbia disperso le sue liturgie, dimenticato la sua bibbia e trascurato la sua morale non è una cattiva notizia. Perché – nonostante ancora fortissima – così è più debole.
E’ chiaro però – tornando a Grillo – che con una chiave di lettura del genere non ci puoi imbastire un comizio.

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