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Dei migranti morti in mare non ve n’è mai fregato un cazzo

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Martedì, al largo dell’Egeo, sono morti 11 migranti, tra i quali 5 bambini, in seguito all’affondamento del barcone su cui viaggiavano proveniente dalle coste turche. Le cifre ora parlano di circa 700 bambini morti in mare dall’inizio dell’anno – e dire che non siamo ancora arrivati a Natale.

La notizia è rimasta in testa ai maggiori siti di informazione giusto 24 ore, il tempo di essere sostituita da qualche attualità più ghiotta (il vecchio suicida per colpa delle banche, la guerriglia ultrà a Napoli, un blitz nel Casertano contro i Casalesi, ecc…). Sulle bacheche Facebook ancora intasate di messaggi di solidarietà per la Francia non è apparso niente: bisognerà forse aspettare che Zuckerberg crei un colore adatto da applicare ai profili per i morti in mare. In televisione ieri sembravano tutti preoccupati per le dichiarazioni di Putin sull’uso dell’atomica in Siria, e mi sa che oggi sarà il turno delle banche cattive che spingono la povera gente ad ammazzarsi.

Il lutto stavolta è stato breve, d’altronde undici morti sono obiettivamente pochi: probabilmente c’è una conta ufficiale per stabilire da che numero di decessi in poi è lecito indignarsi per più di una giornata. Per non parlare della distanza geografica: l’Egeo è mica il canale di Sicilia, saranno problemi dei Greci, finché non arrivano i cadaveri sulle spiagge di Lampedusa dov’è il problema? Poi si sa che l’emozione si misura non solo in quantità delle vittime e chilometri, ma anche in tratte aree: a Parigi con Ryanair ci arrivi in un’ora e mezza, invece per le isole greche con le compagnie lowcost è un casino.

Scriveva un giornalista del Washington Post qualche settimana fa, in merito agli attacchi alla capitale francese, che “il dolore è un’emozione personale, e quando è sentito veramente, non è sempre giusto o proporzionato alla demografia mondiale”. Eppure, l’impressione è che di personale in fatti e notizie che coinvolgono le masse ci sia veramente poco: se davvero l’individualità fosse ciò che determina questo genere di reazioni, nel caos generale di 7 miliardi di sensibilità diverse ogni singolo avvenimento avrebbe più o meno lo stesso peso. Non è così che funziona, mi sembra.

Temo piuttosto che quella della sensibilità individuale (che sarebbe lecita proprio perché, appunto, individuale) sia un’enorme balla: di individuale nella nostra commozione a orologeria c’è veramente poco, siamo pecoroni attaccati a internet e allo schermo della televisione pronti a cogliere le emozioni filtrate dai capricci mediatici. Capricci mediatici, sia chiaro, a cui prendiamo attivamente parte, contribuendo a costruire sistemi mitologici di indignazioni momentanee e fobie a misura di mouse o telecomando.

Questo non significa necessariamente che la nostra attenzione debba essere costantemente indirizzata a tutti i mali del mondo. Una selezione è doverosa o perlomeno inevitabile (piangiamo molto di più se ci muore il gatto che per un attentato kamikaze a Tel Aviv), tuttavia bisognerebbe finalmente riconoscere l’ipocrisia e i limiti di questo atteggiamento a correnti alterne. Perché i morti in mare che tanto ci avevano commosso qualche mese fa ora ci sono del tutto indifferenti? Com’è possibile che la nostra rabbia, la nostra indignazione, abbia la durata di vita di un moscerino della frutta?

La capacità di emozionarsi probabilmente non rappresenta una virtù. Almeno non nel senso stretto del termine: le emozioni sono temporanee, così come l’empatia, che può essere spenta e accesa come un qualsiasi interruttore. L’attaccamento (l’amore?) per una persona, un’idea, una causa, è tutto un altro paio di maniche. Fuori da questo schema, il resto è sostanzialmente irrilevante.

L’immigrazione, e il punto di non ritorno che fingiamo di non vedere

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Mi pare, e credo non paia soltanto a me, che il dibattito sull’immigrazione sia ormai arrivato a un punto di svolta cruciale, nella misura in cui l’entità del fenomeno ci consente, anzi probabilmente ci impone, di semplificare i nostri ragionamenti riducendoli ai loro termini essenziali.
Mi spiego.
Quando la massa di individui che si sposta per il pianeta assume dimensioni ciclopiche, come mi sembra di poter dire che stia accadendo di questi tempi, e quando la pressione che deriva dallo spostamento di quella massa, che piaccia o non piaccia, non reagisce più in modo significativo alle regole restrittive dei paesi che cercano di arginarla, il suo contenimento non può che avvenire in un modo: l’eliminazione fisica.
Poco importa, a tale riguardo, che si tratti di un’eliminazione cui si provveda direttamente (leggasi: bombardiamo i gommoni) o che venga più o meno volontariamente indotta in modo indiretto, lasciando che in ragione dei divieti posti abbiano luogo affogamenti, soffocamenti, morti per malattie e stenti in quantità sempre più copiosa: la soluzione, nei fatti, è sempre quella, prova ne sia il fatto che proprio in questi giorni siamo costretti ad assistervi in modo sempre più frequente.
Senonché, i paesi che impongono regole restrittive all’immigrazione sono, guarda caso, gli stessi che hanno codificato e condiviso ormai da tempo, considerandoli tra l’altro fondanti della propria civiltà, alcuni inderogabili principi di tutela dei diritti umani: principi che da quelle eliminazioni fisiche (ripeto: dirette o indirette) vengono messi in discussione in modo sempre più vistoso, al punto che molti iniziano a dubitare, permanendo le attuali condizioni, della loro stessa effettiva sussistenza.
Si tratta, con ogni evidenza, di una vera e propria spirale, di una vite che si sta stringendo e che dovrà necessariamente condurre, ove la situazione non si modifichi in modo sostanziale, a un esito ineludibile: l’abdicazione espressa a quei principi, vale a dire il loro formale abbandono a beneficio di principi diversi.
Ebbene, a me pare sia questa la scelta che dovremo compiere nei prossimi mesi: eliminare o modificare in modo rilevante quelle restrizioni, e quindi cambiare radicalmente il nostro approccio alla questione dell’immigrazione, o dichiarare ufficialmente che i principi di tutela dei diritti umani che sino ad oggi hanno connotato in modo peculiare la nostra civiltà debbono essere abbandonati; cioè che consideriamo tollerabili lo sterminio, l’eccidio di massa, l’olocausto.
Continuare a ragionare di immigrazione senza tenere conto di questo dato che a me pare chiarissimo, fingere di non vedere che siamo a un punto di non ritorno, significa girare intorno al problema senza volerlo affrontare davvero.
Prendere e prendersi in giro, ciurlando nel manico, mentre ci trasformiamo progressivamente, in modo sotterraneo ma non per questo meno imponente, in qualcosa di molto diverso da quello che abbiamo faticosamente conquistato in millenni di storia: senza avere alcuna idea di cosa saremo diventati alla fine di questo processo, di quanto le modifiche che esso avrà indotto nella nostra società incideranno in modo determinante non soltanto sulla vita degli altri, ma anche sulla nostra.
Onestamente, non mi pare una cosa da poco.

Spostare all’indietro il confine del buonismo

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Se ci provavi vent’anni fa, a dire che gli esseri umani perseguitati nei loro paesi dovevano essere accolti tutti, in modo tempestivo e assicurando loro le migliori condizioni di vita possibili, ti davano al massimo dell’idealista, con ciò intendendosi l’atteggiamento di chi dice una cosa condivisibile nella teoria ma assai complicata da realizzare nella pratica.
Oggi, se ti azzardi a proporre lo stesso concetto, in otto o nove casi su dieci vieni bollato direttamente come “buonista”.
Si tratta, con ogni evidenza, di uno scarto sostanziale: qualunque cosa significhi la parola, il confine del buonismo è stato preso e spostato una spanna all’indietro; di tal che, se un tempo era buonista chi diceva -tanto per fare un esempio qualsiasi- che i reati commessi dagli immigrati dovessero essere considerati meno gravi degli altri, poiché generati non tanto dall’intenzione di coloro che li commettevano quanto dalle condizioni di marginalità e di miseria in cui essi versavano, di questi tempi sono etichettati come buonisti perfino quelli che cercano di ribadire concetti elementari contenuti nelle carte costituzionali e nei trattati internazionali.
E’ uno scarto sostanziale, dicevo, perché nella percezione collettiva il passaggio che lo spostamento del confine si porta dietro contiene un evidente e brutale declassamento: dalla nobiltà, per quanto ingenua, che viene riconosciuta all’atteggiamento del sognatore alla stupidità, e quindi al disprezzo, che si attribuisce all’autolesionismo ottuso del buonista.
Messa così, la faccenda assomiglia molto da vicino a una vera e propria campagna di delegittimazione culturale, prima ancora che politica: grazie alla quale l’avversario non è più soltanto uno con cui non si è d’accordo, ma più banalmente un coglione, che apre bocca per dare fiato ai suoi fantasmi e che non merita neppure l’attenzione vagamente ironica e la disincantata tenerezza normalmente riservate a chi ha la testa piena di idee tanto belle quanto irrealizzabili.
Questo, mi pare, sta succedendo.
E quando succede questo, ci vuole molto poco perché da un momento all’altro possa succedere di tutto.

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