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Michele Serra

Il contrappasso triste di Roberto Benigni

in politica/società by

Sic transit gloria mundi: anche Roberto Benigni – profeta della sinistra al caviale, colta, illuminata, dotta, la sinistra delle grandi ma piccole cose, dei salotti che si ripetono di non scordarsi degli ultimi, della commiserazione per la deriva morale™ del Paese, è diventato un nemico. Nell’arco di una dichiarazione, da essere la Stella Polare della “resistenza” che il suo humus culturale pensa di vivere e combattere quotidianamente tra un insulto e un’Amaca di Serra, Benigni è stato subissato di offese, insinuazioni e accuse da quell’autoproclamata élite che fino a poco fa lo acclamava sua guida. Ha smesso di alimentare, anche solo per un attimo, la convinzione del suo popolo di essere quello eletto, custode una missione di redenzione e salvataggio del Paese dai propri beceri concittadini. Non sopravviverebbero a tanto, ne sono assuefatti da decine di anni di continua propaganda.

Questa storia – al netto della sgradevole conferma di ciò che già, con preoccupazione, sapevamo – ha il sapore del contrappasso. Per rimanere in tema referendum, lui e altri come lui hanno pasciuto la retorica soffocante della Costituzione intoccabile, inviolabile, perfettissima. Benigni è stato (anzi: è ancora) uno dei ministri che dettano le linee guida di etica ed estetica pubblica: un passo dentro la morale, guardando dentro le mutande di Berlusconi e magnificando le opere di procure e procurette in costante ricerca di un colpevole fino a prova contraria; e un passo dentro l’estetica, tra la stucchevole retorica dell’amore e della poesia, le letture popolari di Dante al popolino che si è scordato da dove veniamo, e “la più bella del mondo”. E adesso, tra un insulto e l’altro dicono che l’ha tradita, la più bella del mondo. Hanno ragione. Il tradimento si è consumato verso quello schema di pensiero che separa la realtà in noi, giusti, e loro, abbietti – ignoranti o in malafede. Se non sei con noi, sei con loro, caro Roberto. Ce lo hai insegnato tu.

¡Que viva La Zanzara!

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Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

25 fatti poco noti su Jorge Mario Bergoglio

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  1. Ha una vera e propria fissazione per la pesca d’altura, come esca viva usa cuccioli di Shar-Pei.
  2. Riesce a prendere sonno solo appeso per i piedi al soffitto.
  3. Ha sollevato un polverone nello Stato Pontificio quando, poco dopo essere stato eletto papa, è sceso nelle cucine vaticane e ha urlato: «Al primo che usa uno schiacciapatate gli sego le mani!».
  4. Ha una grande passione per le collezioni di francobolli, monete, timbri postali e scalpi.
  5. È un tenace giocatore di squash ma sfida esclusivamente avversari focomelici.
  6. Accanito tifoso del Club Atlético San Lorenzo de Almagro nel 1985 indossò il costume da mascotte (un corvo) per un derby contro il Boca Juniors, in seguito ad un drammatico errore logistico finì nella curva dei tifosi avversari, venne rapito e drogato per settimane.
    Fu ritrovato un mese dopo in mezzo alla pampa argentina completamente nudo, disidratato e in preda al delirio mentre cercava di trascinare un catamarano di dodici metri.
  7. È l’inventore del famoso proverbio veneto: Rossa de cavei golosa de osei.
  8. Il nome completo è Jorge Mario Alonzo Cristóbal Sanguedibue.
  9. La madre era balbuziente ma viveva in una realtà tutta sua convintissima di essere l’unica a pronunciare correttamente le parole.
  10. La scapola destra è coperta da un’angioma che ricorda moltissimo Sophie Marceau all’epoca de Il tempo delle mele 2 mentre fa un pompino a Michele Serra.
  11. Soffre di una tale stitichezza che riesce ad andare di corpo solo il martedì e solo se prima ha sentito il verso di un’alce che muore.
  12. La sua canzone preferita è “L’amore è” di Lorella Cuccarini e rifiuta di ascoltare qualsiasi altra cosa.
  13. Nel 1990 interpreta Kuato in Atto di forza di Paul Verhoeven.
  14. Se mentre gli parli fai finta di salutare qualcuno alle sue spalle lui si gira di scatto ogni volta. Il record è stato stabilito nel 2002 da Fidel Castro che ha ripetuto lo scherzo centoventisette volte durante un’incontro di appena venti minuti.
  15. Una volta gli hanno sentito dire: «Si, ma definire la garrota uno strumento di morte mi sembra un po’ eccessivo.».
  16. Ama dare pizzicotti fortissimi alle gote dei neonati e appena quelli urlano parte la scomunica.
  17. Appassionato scacchista, ha inoltrato decine di di richieste alla FIDE affinché venissero inseriti due pezzi nuovi, la strega, che appena inizia la partita prende fuoco, e il galileo galilei che, se riesce a dare scacco, appena un alfiere gli fa un’occhiataccia firma un’abiura e scappa dalla scacchiera.
  18. Nonostante gli sforzi non è mai riuscito ad imparare la tabellina del sei. Quando gli viene fatto notare risponde: «D’accordo, ma è la più difficile in assoluto.».
  19. Per anni ha dato la voce a Dodò il colorato pupazzo de L’Albero Azzuro, ha dovuto rinunciare quando gli autori hanno deciso che il personaggio avrebbe interpretato uno spot che pubblicizzava la pillola del giorno dopo.
  20. Per oltre trent’anni ha creduto che Moni Ovadia fosse un personaggio interpretato da Peter Gabriel, quando ha scoperto la verità per reprimere il dolore ha tentato di amputarsi un mignolo.
  21. Taglia le unghie degli alluci solo una volta all’anno, poi passa giornate a incidervi sopra maestose raffigurazioni dell’Annunciazione.
  22. Appena eletto papa ha mostrato le sue intenzioni su Ratzinger mimando un aeroplano che si alza in volo sull’oceano.
  23. I dieci minuti successivi, poi, ha scatenato il panico nel conclave sostenendo che si sarebbe chiamato Papa Pino Silvestre. Quando ha visto che non incontrava consensi si è tutto indispettito e ha virato su Papa AK47 prima e su Papa Papete poi.
  24. Ha una fortissima antipatia per le guardie svizzere e trova ogni pretesto per sottolinearlo, pochi giorni fa ha salutato un sottufficiale e, appena quello ha risposto, gli ha tirato uno schiaffone.
  25. Nell’estate del 1996 si era messo in testa di rivoluzionare il rito eucaristico. Secondo le sue indicazioni al momento del Corpus Christi anziché porgere un’ostia al fedele il sacerdote doveva colpirlo in faccia con un castoro.

Nel dubbio vieta (ha ragione Civati)

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Ha ragione Civati. L’amaca di oggi di Michele Serra “va immediatamente condivisa” e io la condivido, cogliendone tutto il potenziale esplicativo del modello-stampo di un certo giornalismo d’opinione con il quale è possibile esercitarsi in frotte di articoli proibizionisti sempre in voga e di sicuro successo.

Il modello è molto semplice e può essere realizzato in 3 passaggi elementari:

1. scegliere un comportamento volontario diffuso, che in casi estremi possa danneggiare il soggetto adulto che lo adotta (esempio: bere il caffè)

2. inferire che poichè l’abuso è dannoso, il suddetto comportamento sia di per sè “una piaga sociale” (esempio: poichè è in aumento il numero dei caffeinomani, bere caffè è una brutta cosa)

3. risolvere brillantemente il problema proponendo di vietare il movente del suddetto comportamento (esempio: bisognerebbe vietare l’idea che il caffè sia buono), cosa per lo più non praticabile, dunque il comportamento stesso (esempio: bisognerebbe vietare il consumo di caffè) e, se impossibile, vietare che venga pubblicizzato (esempio: che si vieti “almeno” la pubblicità!)

Questo modello efficacissimo viene ricordato nei manuali come “Nel dubbio vieta”, parafrasi elegante del vecchio “Nel dubbio mena”, e rappresenta nelle letteratura perbene la panacea a quasi tutto quello che perbene non è, essendo l’obiettivo implicito non tanto la risoluzione del problema quanto l’eliminazione di un inestetismo sociale.

Vediamo come il nostro Michele Serra applica diligentemente il modello nel caso della ludopatia, neologismo che indica la patologia causata dalla combinazione de “la pulsione all’azzardo con la dipendenza da videogame”:

1. un milione (!) di casi patologici conclamati su non si sa quanti normali utenti di videogiochi/videopoker (qui l’ambiguità è d’uopo, perché urge richiamare l’attenzione sul fatto che la dipendenza da videogiochi aggratis non è male minore dalla dipendenza da videopoker succhiasoldi: il teorema moralista sanziona la dipendenza in sè, a prescindere dalle conseguenze che ha. Il sogno che li fa bagnare è trovare il modo di vietare la dipendenza tout-court, peccato che le forze speciali di psicopolizia si sciolgano ogni giorno alle prime luci dell’alba)

2. questo milione di casi costituisce una piaga sociale (inutile invocare il nesso mancante tra problema individuale e piaga sociale: ciascuna di queste 1.000.000 di persone – secondo il Serra – non ha un problema per i fatti suoi, ma è un problema per tutti. Ma se danneggiano solo se stessi!, direte voi: lasciate stare, vi dovete da fidà, voi non lo sapete ma loro vi danneggiano, un po’ come quelli che fumano. Ma è diverso, direte voi: il fumo passivo danneggia gli altri, mentre non esiste il gioco passivo. Inoltre, mentre il fumo danneggia la salute e al peggio fa pesare sulla collettività le spese sanitarie, il gioco no. Cioè non più della Nutella, della frittura, o della vita sedentaria! Niente, Serra dice che se fumi o se giochi sei una piaga uguale, e come ti permetti)

3. la soluzione al problema di queste persone sarebbe vietare i videopoker (quelli legali, si intende, perché quelli illegali vietati lo sono già) ma poiché perfino per il Serra questa misura è eccessiva, si vieti almeno la pubblicità, insomma, si vieti qualcosa (ma direte voi, se uno è dipendente da qualcosa che differenza fa la pubblicità? forse Serra intende questa misura in senso preventivo, ma voi direte: perché dovrei preventivamente disincentivare il videopoker, prima che si manifesti una eventuale dipendenza? e soprattutto, se la dipendenza fosse una variabile endogena all’individuo, non si esprimerebbe comunque su un altro oggetto? dice Serra: vabbé, ma nel dubbio vieta. Dici tu: okay, ma solo ai minori, per proteggerli finché non capiscono bene le cose? No, dice, nel dubbio, a tutti. Ma perché, un adulto dotato di comprendonio non può essere dipendente da quel che gli pare se non nuoce a nessun altro? NO.)

Ha ragione Civati.

Amaca Chips /6 – Ruspe

in giornalismo/politica/società by

L’Amaca di domenica sullo striscione antifascista dai toni violenti mi rimbalza da due giorni sulla bacheca di Facebook perchè a quanto pare piace proprio a tutti, anche ai miei contatti che non posso ascrivere a seguaci della Repubblica delle Idee.

**disclaimer retroattivo (meglio tardi che mai dirà qualcuno): il fine di questa rubrica non è DARE TORTO A MICHELE SERRA, anche alla luce del fatto che a volte scrive cose tanto banali da risultare ovviamente giuste. Il punto è verificare se conduca con argomenti onesti e coerenti, se le premesse siano valide oppure talmente viziate da invalidare perfino le conclusioni; questo non perché lo si odi (si farebbe volentieri a meno anche di leggerlo, per la verità, a parte Cuore) ma perché dal momento che il popolo di sinistra acclama ogni suo rigo, forse qualche suo rigo può essere utile a capire il declino della sinistra italiana. Dunque anche questa rubrica si fonda su almeno due premesse che possono essere confutate: 1. che la sinistra italiana sia in declino (più di altre sinistre, ndr) 2. che ci sia un legame tra la sinistra italiana e il Serra. Se non basta, suggerisco masochisticamente altri due punti di discussione derivati ma non secondari: 1a. cosa sia la sinistra 1b. in cosa la sinistra italiana sia diversa dalle altre  2a. se il Serra sia tecnicamente definibile di sinistra 2b. se il popolo di sinistra in Italia sia tecnicamente definibile tale e in quale accezione. Questo non per invitarvi a sfare sfoggio delle vostre teorie – io non ne ho – ma per dire che le cose sono complesse e le parole ingannevoli quindi: non ne abbiate, qui non si argomenta per prendersela con qualcuno (neanche con Michele), ma per tenersi allenati a pensare. Abbiatevene se e solo se vi sentite colti a non farlo, o non abbastanza**

Torniamo all’Amaca incriminata, quella che si produce in un invito ai giovani a essere “meno stronzi” degli adulti che occupano la politica e i giornali (allora ogni tanto, magari la sera prima di addormentarti, lo senti un momento di rimorso? cit.)

E qui viene da chiedersi perché non lo rivolga “agli adulti che occupano la politica e i giornali” questo invito, nella fattispecie concreta a liberarsi e liberarci dall’antifascismo di regime e di facciata (non di sostanza) in nome del quale occupano quegli stessi posti. Viene da chiederlo e infatti lo chiedo, poi mi sovviene la solita temibile risposta. Chiaro: perché i giovani (di sinistra) sono per definizione migliori degli anziani (di sinistra: vale il contrario invece per la destra). Perché lo sono? Perché sono giovani (vedi a scelta alla voce tautologia o Matteo Renzi).

Insomma fin qui si svela un paternalismo sentimentale autoindulgente che ricorda un sermone di elogio della povertà fatto da Benedetto Sedicesimo. Ma è chiaro che per Serra non è l’antifascismo scimmiottato dei giovani a essere sotto accusa, bensì il Linguaggio Violento.

Come se a preoccuparci di Grillo fosse il Linguaggio Volgare e a scandalizzarci di Berlusconi le Barzellette Sessuali. Come se: per qualcuno è così e devo farmene una ragione.

Nel caso dei giovani in corteo quindi non si discute la ritualizzazione e l’impoverimento delle forme di protesta di sto cazzo di meraviglioso Eden di impegno politico che erano gli anni Settanta. Non importa se il corteo stesso si fonda sulla stessa estetizzazione della lotta politica per cui viene copiato il deprecato Linguaggio Violento: gli studenti sono così rincoglioniti da replicare ogni autunno cortei uguali e ugualmente inutili, per fotografarsi con Instagram col cartello al collo e dare un senso all’esistenza di Sinistra Giovanile e alla loro chefia comprata dai cinesi. Ma tutto questo intenerisce il Serra-innamorato-di-sè-stesso-da-giovane-come-si-è-rivisto-nei-film-di-marco-tullio-giordana al punto che è il Linguaggio Violento a rovinare la visione, non tutto il resto.

Beata innocenza, beata vanità.

Su un punto ha ragione, il nostro: ci vogliono le ruspe. Ci sto.

 

 

 

Amaca Chips /5 – La porta del Male

in giornalismo/internet/società by

Lui è tornato da appena un mese e già si annoia al punto da cercare sollievo nel bene rifugio della rete, ossia le notizie trash nella barra a destra. Pensate, si annoia a tal punto del suo stesso lavoro che non trova niente di meglio da scrivere che raccontarci questa incredibile esperienza con la foto del tatuaggio di Rihanna.

Esperienza che ha coinvolto “le persone intorno a lui” che supponiamo essere la redazione di Repubblica e che ci immaginiamo dunque avvinte da questo cazzeggio ermeneutico su un paio di tette tatuate. La Repubblica delle Idee, ammàzza.

Insomma come al solito volevo prendere per il culo questa ultima inutile Amaca (il nostro si annoia a morte, e si vede), poi la cosa è diventata seria, terribilmente. Perchè Michele prima non capisce, se la sghignazza coi colleghi, poi però ha un rigurgito di perbenismo. E s’incazza, diamine: la foto l’ha scattata lei, l’ha messa in giro gratis e per questo è BRUTTA. E il brutto è la porta del Male, chiosa soddisfatto.

L’articolo si conclude con questa sottospecie di luogo comune, uno dei più frequentati tra gli intellettuali e i politicanti di una certa sinistra, che li fa sentire come piace a loro: nello stesso tempo colti ma popolari.

Ecco, io volevo dire una volta per tutte che questa storia che il Brutto è Male è una stronzata emerita, e non vale la pena neanche scomporre i termini della questione, che il Brutto è concetto variabile, che non si può vietare il Brutto, nè multarlo eccetera. Che poi Repubblica.it pubblichi roba trash è risaputo ed è altro discorso.

L’orogenesi di questa montagnosa cazzata è antichissima, so che la recente vulgata recitata da Luigi Lo Cascio in una sequenza de I 100 Passi (film dai grandi meriti, tra cui non quello della profondità) ha avuto grande successo e viene citata a rotta di collo e a spropositissimo come panacea a tutto. Il Bello è il nuovo Graal: quando le città saranno belle allora vivremo meglio, la politica si misura dal grado di bellezza e “bisognerebbe obbligare le persone a rendere belle le facciate delle loro case”.

Se volete litigare con me, fate un discorso così: perchè io lo rivendico il diritto al brutto, all’irregolare, al disturbante.

Poi (facciamo che di Platone parliamo n’altra volta, ok?) voglio solo farvi presente che la bellezza è stato il volto surrettizio di tutti i regimi, che l’estetica di Stato è sorella dell’etica di Stato, e sono sorelle che vanno molto d’accordo.

Ora, il punto è che voi potete essere fighetti e patinati a piacimento, tutto quello che vi chiediamo di fare è non rompere il cazzo. E che non vi passi per la testa che essere belli e fare cose belle sia un obbligo, non lo è e potete sempre guardare altrove. Anzi: fàtelo.

Gunnàit.

 

 

 

Amaca chips /4 – Damnatio

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Nessun dizionario supporta la mia personale ricostruzione etimologica di “amàca”, ma come non cullare l’assonanza con la siciliana “nàca” (appunto, culla) che munita di articolo suona appunto “a nàca”.

Il bello è che ognuno può aggiustarsi le nozioni come vuole e poi spararle nell’etere con un certo sussiego, e far derivare qualsiasi conclusione da qualsiasi premessa.

Ad esempio oggi il beneamato Serra ci regala l’esegesi della damnatio memoriae di   Obama nei confronti dell’assassino di Denver, in formato Bibbia commentata per bambini. Il sillogismo è notevole:

siccome il Presidente ha invocato sull’assassino l’oblio come punizione massima

allora dobbiamo comprendere che la fama non è importante

Il primo che trova il paradosso vince una citazione sul social network a sua scelta.

Sulla citazione di Benigni che esalta il lavoro umano, invece, si rimanda il vaffanculo a trattazione più approfondita della differenza che passa tra faticare, lavorare per fare arricchire qualcun altro e fare le cose per cazzi propri come Dio. L’ha tirato in ballo lui, Dio, io non volevo.

(Che poi Gesù a quelli che stavano a spaccarsi la schiena con le reti da pesca mica gli ha dato una pacca sulla spalla, eh. Se li è portati via di brutto, ma questa è un’altra storia e chissà Benigni quando ce la racconta.)

 

Amaca chips /3 – Lo sciacquone no

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Amaca del 12 luglio 2012 (commentata)

Parecchi anni fa i “microfoni aperti” di Radio Radicale fecero intendere, per la prima volta, che il prezzo di una libertà senza regole e senza selezione è moltiplicare la voce dei mascalzoni e — soprattutto — degli idioti.

uno arrivò persino a tirare lo sciacquone in diretta radio: era la prima volta che sentivo tirare uno sciacquone e fu orribile. Un vero shock per noi perbenini di sinistra, ci ritirammo in salotto a bere una bottiglia di rum da duecento mila lire e finì un po’ come nei film di Bertolucci

Oggi, su una scala infinitamente più grande, è il web che provvede a ricordarcelo.

peccato che non siamo più i ghepardi di una volta, ma qualche buona bottiglia in cantina c’è

E non è necessario tirare in ballo i siti nazisti o le altre macro-paranoie che trovano, in rete, troppo comodo alloggio.

troppo comodo, troppo. si dovrà pur trovare un modo per rendere la rete più scomoda, ho sentito un amico cinese che da loro lo fanno

Basta leggersi i normali “commenta la notizia” che ogni sito, anche quelli dei quotidiani importanti, si sentono in obbligo di attivare.

poveracci, è perchè non sono abbastanza importanti. io per esempio sulla rete non scrivo perchè mi fa schifo e pure pena. non prendo neanche l’autobus perchè non si sa mai, si sentono certe volgarità signora mia

Ieri, per esempio, le edizioni online di tutti i quotidiani davano la notizia di un incidente stradale, fortunatamente non grave, a Nicoletta Braschi, moglie di Roberto Benigni. Seguiva, tra gli altri, questo commento di un lettore: “Poteva anche prendersi un’auto più sicura di una Golf, non mi pare un’auto da signori”.

in confronto a questa oscenità, ammetto che lo sciacquone su Radio Radicale era quasi bello da sentire

La domanda che dovremmo farci, e che ormai nessuno di noi si fa più, è: perché questo pensierino gretto e mediocre, un tempo confinabile al bancone di un bar, deve finire sotto gli occhi di centinaia di migliaia di persone?

buh, però prima dovrei spiegare perchè il mio pensierino snob deve finire sulle pagine di un quotidiano

È obbligatorio?

no. Ora che ci penso neanche leggerlo lo è

Lo stabilisce una legge?

voglio dire, non c’è ancora una legge che lo vieti?

Ce l’ha ordinato il dottore?

ambulanza

E soprattutto: siamo ancora in tempo per discuterne?

non so ma casomai, di questa piaga degli idioti su internet e della fulminante idea di farci un circolo riservato agli intelligentoni, andiamo a parlarne al bar? Dai su, che poi ci diciamo anche quant’è bella la democrazia.

(io ho conosciuto poche persone che odiano il popolo quanto quelle che si dicono democratiche)

Amaca chips /2 – Parma police

in giornalismo/politica by

Fa piacere un giornalismo così benevolo e impressionabile da soffermarsi su una fiaccolata di mille persone. Le conclusioni che seguono – peraltro – sono sorprendentemente condivisibili, alla faccia dei fruttivendoli del ddl anticorruzione che vanno strillando come se in Italia non avessimo abbastanza fattispecie penali e il problema fossero i tempi di prescrizione, non la durata dei processi.

Un passo solo fallisce Michele Serra: quello in cui ostenta stupore per il fatto che “il repulisti energico e spesso ruvido fino all’approssimazione” di Tangentopoli non sia servito a ridarci il paese profumato di bucato. Più che approssimazione, in molti casi si trattò di vera e propria persecuzione e lo stupore è semmai che non si capisca l’ovvio: cioè che proprio l’uso fuori legge degli strumenti giudiziari abbia impedito e impedisca tuttora il radicamento della legalità. Suggestioni karmiche a parte, il paradosso di voler fare silenzio urlando sarebbe immediatamente evidente ai più, ma il metodo logico non è per tutti, pare.

Comunque a Parma i cittadini si sono incazzati, mille o centomila che fossero. E giù a seguire, benevoli e commossi, i giornalisti. Bene, grazie.

A Roma è successa la stessa cosa, ovvero la bancarotta di fatto del Comune, come questo e altri dossier hanno tentato di raccontare. I cittadini però non ne sanno nulla e i giornalisti, compresi quelli di Repubblica, si guardano bene dal raccontarglielo – chè guai a muoversi per primi, specie se tocca tirare in ballo oltre all’attuale sindaco il precedente e il precedente ancora.

E dire che un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome potrebbe non solo allertare i governati, ma anche tenere sulla corda i governanti al punto da prevenire almeno in parte disastri simili.

E dire che ci accontenteremmo se si limitassero a non nascondere la polvere sotto al tappeto e smettessero di assicurare la politica da qualsiasi disturbo non soffi dai tribunali.

L’unica cosa di cui non sappiamo che farne è la benevolenza postuma, anzi non sappiamo proprio dove mettercela.

(Like a detuned radio, dicevano quelli)

Amaca chips /1 – Analfabeti

in politica/società by

Amaca del 6 luglio 2012 (commentata)

La feroce determinazione con la quale i berlusconiani cercano di conservare il controllo della Rai non si spiega solo con i normali parametri della lotta per le poltrone.

(violini, flashback, lacrimuccia) i bei tempi andati della pacifica lottizzazione

C’è un sovrappiù simbolico che è perfino imbarazzante dover ripetere:

ma farò questo sovrappiù di sforzo, sopportando stoicamente l’imbarazzo, solo per illuminare voi cittadini eletti della Repubblica delle Idee

un forte complesso di inferiorità culturale

eccoci al punto, finalmente: quelli di destra sono analfabeti

che scatena nella destra italiana l’impulso violento

e quindi menano

a occupare per potere

loro

ciò che non è in grado di occupare per merito.

cioè ciò che è occupato da noi, per merito nostro s’intende.

La vera tragedia del berlusconismo morente,

la tragedia del berlusconismo morente della scorsa settimana era una bazzecola, in confronto, giuro

dopo quasi due decenni di purghe, censure e scorrettezze (la più scandalosa delle quali è avere imposto alla Rai uomini Mediaset, leali alla concorrenza anche se ritiravano la busta paga in viale Mazzini),

è noto infatti che aver lavorato in Mediaset è un peccato irredimibile, per fortuna Paola Ferrari non vi ha mai messo piede e i risultati si vedono

è non essere stato capace di formare dirigenti, produttori, conduttori, artisti all’altezza degli odiati e cosiddetti “rossi”.

e come d’altra parte avrebbero potuto. si sa che i “rossi” hanno la cultura nel sangue e proprio per questo sono “rossi” (raffinatissima tautologia che solo un vero rosso può capire)

Il centrodestra — con gli ovvi distinguo — ha avuto la sua piena espressione culturale ed estetica in Mediaset.

culturale ed estetica è un eufemismo, in questo caso, si capisce: si sa che in Mediaset sbagliano i congiuntivi e non hanno mai letto Dostojevskij

Ma sapeva, sentiva,

nonostante l’inferiorità di cui sopra

che molte trasmissioni e molti uomini della Rai facevano ombra, eccome, a quella cultura e a quell’estetica.

ad esempio non hanno mai sopportato la Simona Ventura, che in molte occasioni ha letteralmente surclassato la Barbara D’Urso

Per questo la governance berlusconiana alla Rai si è manifestata soprattutto in poche e dimenticate produzioni colate a picco, e nell’accanito boicottaggio di quello che, in Rai, funzionava bene.

far vincere Emma Marrone a Sanremo, ragazzi, se non è boicottaggio questo

Non c’era bisogno di ordini superiori. Era un invincibile istinto: colpire chi è più bravo di te.

cioè, ad esempio, io.

L’inutile geografia della morale

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Una fregnaccia è una fregnaccia, sia che la urli sboccato dal palco di Pontida, sia che la scrivi avvolto in pashmine e lirismo sul tuo occhiello di Repubblica. La contrapposizione tra una Milano migliore e una Roma ladrona o peggiore è finzione neanche troppo letteraria, anzi letterariamente più che superata da quando Sciascia se ne uscì con la suggestiva metafora della linea della palma.

L’ascesa geografica delle mafie, certo, è una di quelle cose che i milanesi possono piangere incolpevoli, se ne sentissero il bisogno. Il clan tutt’altro che trasparente di Comunione e Liberazione, invece, è cosa tutta loro, che proprio nell’ambiente “protestante” e nella autoproclamata superiorità morale affonda salde radici, nulla avendo da invidiare al “curialismo” capitolino.

A pesare gli scandali, le malefatte, le rapine pubbliche e private si perde la testa e anche un po’ il tempo. A innalzare vessilli di una sedicente Italia migliore, spesso, ci si perde anche la faccia. Il fatto è che non esiste alcuna capitale morale, nè alcuna moralità acquisita per nascita, o genìa. Esistono solo gli individui, le loro azioni e la consapevolezza che ne hanno.

Poi, i neri hanno la musica nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei, Parigi è molto romantica ma i parigini sono stronzi. Ma questa è roba da barzellettieri, di cui Milano – peraltro – può vantare copiosissimo campionario.

Amaca chips /0 – Femminismo da paura

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Un appello contro il femminicidio uno pensa che sia come un concerto contro la fame nel mondo, infatti la poltronissima è dei soliti noti di sinistra e ora arriva Pisapia in bicicletta. Mai più complici è uno slogan da rito collettivo di Quaresima, nessuno pensa di essere mai stato complice (ci mancherebbe) eppure si batte il petto tre volte e se ne va via col suo bel certificato di politicamente corretto. Gli uomini, soprattutto, perchèessere tacciati di maschilismo in certi ambienti depone malissimo, peggio che non fare la raccolta differenziata. Nella corsa per accreditarsi “amico ufficiale delle donne” c’è chi si sbroda, chi si sloga. Michele Serra, ad esempio, ha riportato una brutta caduta (non solo di stile) dall’alto della sua Amaca di oggi. Per superare la collega Lipperini in femminismo tenta il salto, dal piagnisteo alla proposta politica: giuristi, dateci una fattispecie penale aggravata per omicidio di femmina! Aggravata non si capisce come, visto che l’omicidio è sanzionato diggià col massimo della pena e accertata in che modo. Mi immagino un procedimento penale contro un muliericida in cui si debba accertare il movente di maschilismo. L’imputato lavava i piatti? Stirava le camicie? Consentiva chè la consorte andasse in milonga da sola, anche in abiti succinti? Indulgeva con lo sguardo su donne altrui in abiti succinti? Costringeva la consorte a depilazione integrale? A meno che non si arrivi ad applicare l’aggravante di maschilismo a priori, col metodo sillogico: seuccidi una donna, allora sei maschilista. L’operazione era stata già tentata dagli omosessuali professionisti che invocavano l’aggravante di omofobia. Il pensiero sottostante a questi afflati carsici, che fanno eterno ritorno sulla superficie della sinistra italiana, è che fondamentalmente il reato non sta nelle azioni ma nelle opinioni e finanche nei sentimenti. E’ l’ambizione non troppo segreta di imporre la propria morale in luogo di un’altra (infatti, argomenta Serra in una logica di romana linearità, se il movente passionale era considerato in passato un’attenuante perchè adesso non renderlo un’aggravante?). La contraddizione ineludibile da cui questo femminismo non uscirà vivo è che se si chiede allo Stato di farsi vendicatore delle donne non si fa che restituire la condizione femminile a quella di sesso molto più che debole, incapace di stare alla larga dai violenti, compiacente e compiaciuto dalla gelosia ossessiva, impotente rispetto ai propri diritti di persone vive, che chiedono risarcimento da morte in un contrappasso che è l’antipodo e la pietra tombale della parità.

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