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metodo alberoni – tetranacci

La prova logica che il Collettivo di Bologna non ha niente da dire

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Esiste un modo facile facile per capire se qualcuno ha scritto un testo banale, sempliciotto, fatto di puri slogan e frasi fatte. Si chiama “Metodo Alberoni – Tetranacci” ed è stato sviluppato nel 2009 da Ne’elam su Noise From Amerika. L’ipotesi alla base di questo metodo è che un articolo o un discorso molto banale potrebbe essere spezzato nei suoi periodi e riassemblato in maniera del tutto casuale con pochi danni per la comprensione del lettore. In altre parole, le frasi del pezzo in questione vengono tagliate, eliminate e spostate a caso. Se il risultato continua ad avere un senso e il messaggio dell’autore è ancora chiaro, siamo di fronte ad una somma di frasi fatte, senza la tipica costruzione argomentativa fatta di tesi, prove a sostegno, confutazione dell’antitesi e conclusione. Il nome del metodo deriva dalla prova fatta da Ne’elam, il quale riformulò un articolo di Alberoni secondo la sequenza Tetranacci. Il risultato fu un fratello gemello dell’editoriale originale.

Mi ero già dilettato a fare questo esperimento nel 2013 con altri giornalisti e nel 2014 con i politici. Oggi proviamo con i comunicati del Collettivo Universitario Autonomo Bologna, salito alla cronaca per la questione dei tornelli in biblioteca e delle conseguenti sommosse. L’ispirazione è nata cazzeggiando sul profilo Facebook del collettivo che, di fronte alle richieste di spiegazioni da parte di moltissimi utenti, ha linkato questi comunicati. Leggendoli ho avvertito subito il vuoto abissale di contenuti. Nessuna domanda può essere soddisfatta, perché non c’è alcuna risposta. Solo slogan e frasi fatte. Per dimostrarlo, non esiste niente di meglio che lasciarvi con questi stralci che sono frutto della somma di 2 comunicati (uno di fine gennaio e uno di questo weekend) per un totale di 32 righe, che verranno riportate per completezza in fondo all’articolo nel caso voleste cimentarvi anche voi.

Fibonacci (1,2,3,5,8,13,21):

 Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universita’.

Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.

 

Potenza di 2 (2,4,8,16,32):

Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi

I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.

L’università è di chi la vive!

 

Numeri primi al contrario (31,29,23,19,17,13):

Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.

Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.

Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!

D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.

 

Funzione Random di Excel (20,8,23,15,28):

E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.

Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.

Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.

Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.

Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.

 

 

I testi completi:

  1. Le notizie che annunciavano la possibile installazione dei tornelli al 36 di via Zamboni risalgono addirittura a maggio dell’anno scorso, anche se da allora mai erano stati realizzati.
  2. Quando verso la metà di dicembre di quest’anno veniva annunciata la chiusura anticipata della biblioteca per l’esecuzione di ”lavori di manutenzione”, ci immaginavamo già quindi la possibilità che andasse a concretizzarsi quest’ipotesi
  3. Così è stato e, sin da subito, ci siamo sentiti in dovere di prendere parola e di opporci in modo netto a questo provvedimento tanto inutile quanto controproducente imposto dell’universit
  4. I motivi e i fattori per cui ci si sta opponendo a questo nuovo sistema di controllo sono molti.
  5. Uno di questi è il metodo con cui si è cercato di imporre questo nuovo dispositivo, non tenendo minimamente conto del contesto e dei bisogni sentiti dagli studenti che attraversano maggiormente quel posto.
  6. Non si tiene presente la natura di questa biblioteca, che negli anni si è rivelata un luogo pulsante della zona universitaria, attraversata da pratiche d’autogestione edun luogo la cui identità è andata costruendosi lotta dopo lotta e che ora è un punto di riferimento di socialità e cultura.
  7. Dopo le due settimane di chiusura per ultimare i lavori (in pieno periodo d’esami) lo scenario che con cui ci si è dovuti misurare è quello di barriere di vetro, dispositivi di controllo elettronico con tanto di telecamere.
  8. Un immaginario di blindatura che ricorda molto più una banca che un’aula studio, con tanto di agenti della Digos all’interno.
  9. Il discorso sicurezza adottato dall’università per giustificare i tornelli viene smontato subito dagli studenti stessi, prima allontanando la presenza poliziesca e poi decidendo di aprire una volta per tutte le porte, facendo tornare il 36 un luogo accessibile ed attraversato, come è giusto che sia.
  10. . Riaprendo i tornelli l’abbiamo ribadito: il 36 è di studenti e studentesse e solo a chi il 36 lo vive ogni giorno può capirne le dinamiche ed i bisogni.
  11. Il 36 e gli spazi dell’università sono di tutti, tutti devono potervi accedere, i tornelli sono una barriera esclusiva; barriera che sembra seguire la linea ultra-securitaria e di controllo che si respira un po’ in tutto l’occidente.
  12. In tanti abbiamo rivendicato, di fronte ai dirigenti di quest’università, che nessuno ha paura o si sente in pericolo a stare in questa biblioteca, perché l’unica garanzia siamo noi, studenti e studentesse, che conosciamo e viviamo questo posto.
  13. D’altra parte vediamo come i vari prorettori e dirigenti invece di cogliere le rivendicazioni degli studenti pensano piuttosto a minacciare chiusure della biblioteca o ad utilizzare ogni mezzo retorico per giustificare quello scempio, ai limiti dello sciacallaggio.
  14. E’ con questa convinzione che nel corso degli ultimi tre giorni i tornelli sono stati sempre aperti per fare del 36 il luogo che è sempre stato accessibile a tutti e tutte.
  15. Parallelamente alla riapertura dei tornelli si sono svolte due assemblee in Aula Affreschi partecipate da centinaia di giovani che hanno ribadito l’importanza di costruire collettivamente un’opposizione forte a questo dispositivo, e che si riaggiorneranno lunedì prossimo alle 18.
  16. A partire da queste belle giornate, dove al 36 abbiamo tutti e tutte respirato un’aria positiva fatta di sentimenti collettivi e di autogestione, continuiamo l’opposizione ai tornelli per essere noi tutti a decidere collettivamente sul funzionamento della nostra biblioteca.
  17. Se i tornelli rimarranno, noi resteremo ad impedire che funzionino perché il 36 è casa nostra, di tutti e tutte le studentesse e gli studenti che quotidianamente passano la giornata qui a studiare!
  18. Quanto avvenuto a Bologna è noto.
  19. Un attacco portato avanti dall’università prima con la decisione unilaterale di installare un sistema di controllo tramite i famosi tornelli, poi con l’appoggio della questura con le cariche della celere dentro il 36.
  20. E’ prima di tutto questione di diritto allo studio, ma non soltanto: è questione di minare le basi dell’alterità possibile.
  21. E’ l’attacco ad una comunità e attraverso essa ad ogni frammento di contestazione, di dissenso, di opposizione reale al discorso e ai soprusi di chi si arroga il diritto di decide sulle nostre vite.
  22. Dopo la gravissima irruzione della celere in antissommossa, abbiamo visto la giusta e degna risposta di chi non ci sta a chinare la testa di fronte a queste imposizioni.
  23. Un attacco contro una comunità di studenti e studentesse che rivendicano il diritto ad un sapere libero e si oppongono a inutili barriere all’ingresso di una sala studio, e che quel giorno avevano deciso di autorganizzarsi riaprendo ed autogestendo la biblioteca.
  24. Dicono che siamo una generazione di pigri, ci dicono che dovremmo essere flessibili, ci dicono che siamo choosy.
  25. La verità è che siamo una generazione di giovani marchiati a vita dalle politiche di precarietà del PD e di Poletti, dal lavoro gratuito stile EXPO, dall’impossibilità di tracciare prospettive di futuro ed essere imbrigliata in questo eterno presente di sofferenza.
  26. Abbiamo una grande responsabilità: rompere la solitudine di tanti coetanei e coetanee, creare una contronarrazione a chi specula sugli interessi giovanili e non fa altro che perpetuare il tempo infinito della nostra precarietà.
  27. Economica, esistenziale.
  28. Anche per Michele, per chi se ne va col cappio al collo.
  29. Perché non accada più e la forza collettiva sia il vero segno del riscatto.
  30. Facciamo perciò appello a tutte le città, agli studenti, alle studentesse ed ai tanti e tante solidali del Paese, perché giovedì 16 sia una giornata di mobilitazione e così i giorni a venire. Dal Nord al Sud alle isole segnaliamo, manifestiamo, contestiamo i responsabili delle scelte scellerate che subiamo in Università e non solo.
  31. Riappropriamoci del nostro tempo e dei nostri spazi, per costruire l’alternativa possibile all’interno dell’università ormai azienda.
  32. L’università è di chi la vive!
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