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Matteo Renzi

La scissione assicurata

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Il Congresso del PD prometteva di essere cosa interessante per una parte ben precisa del Paese: gli elettori del PD e la stampa. Poi c’è stata una svolta: oltre a minacciare rotture, una parte della minoranza del Partito ha iniziato a lavorare per organizzare un’altra forza politica. Di colpo la scissione è diventata reale, palpabile.

A sinistra il rapporto con le scissioni è complesso: l’impressione è che uscendo dal grande partitone, PCI PDS DS PD, le nuove formazioni siano destinate al declino e all’irrilevanza. È innegabile che questo è successo, a tutte le scissioni dal 1991 ad oggi. Ma la scissione paventata da Massimo D’Alema (D’Alema,  mica Che Guevara) è stata invece premiata da ottimi sondaggi. I sondaggi fatti oggi contano poco o nulla, non sappiamo quando si vota, chi si candida o quale sarà la legge elettorale. Ma il sondaggio ci dice che c’è un elettorato interessato e questa sì, è una vera novità.

Faccio due ipotesi: l’elettorato di sinistra è interessato a una scissione perché il PD ha superato dei paletti irrinunciabili, oppure perché gli scissionisti hanno proposto qualcosa di fortemente innovativo per lo scenario attuale. Nessuna delle due mi convince appieno: a portare la sinistra là dove “non si doveva andare” furono svariati leader prima di Renzi, tra i quali (guarda caso) D’Alema; e la scissione per ora è stata più declinata “contro” che “pro”, il messaggio innovativo se c’è è solo sottinteso. Resta la spiegazione organizzativa: gli scissionisti, questa volta, non sono movimentisti, non sono espressione di una base scontenta; tra di loro ci sono dirigenti di peso ed è plausibile che riescano a portarsi via una fetta di quel tesoro enorme che sono le sedi.

Sì, le sedi: che sono di proprietà, in gran parte, della fondazione dei DS. Senza le sedi una certa sinistra fa fatica a radicarsi (sì, ci piace trovarci la sera e parlare di politica, un blog non ci basta) e il messaggio sarebbe fortissimo: luoghi fisici, con insegne, realtà locali a cui unirsi. A sfidare quel che resterebbe del PD ad armi pari e ad offrire una casa a quei 500mila che durante la segreteria Renzi non hanno rinnovato la loro tessera.

Giusto, le tessere. Il PD una scissione, silenziosa, la ha già avuta: gli iscritti sono crollati e sono arrivate molte facce nuove. Il Partito del 2017 è assai diverso da quello del 2013, è letteralmente un altro Partito: a non cambiare sono i dirigenti, abili nel riposizionarsi, e gli eletti, che durano a lungo al sicuro dentro le istituzioni. Su questo calo delle iscrizioni e su questo ricambio fonda la sua forza congressuale Renzi: il PD oggi è un partito molto renziano, grazie alle sue scelte divisive. Chi non lo ama spesso se n’è andato, chi è arrivato per lui non lo tradirà per un avversario di sinistra.

Ecco che arrivo al punto: Renzi ha la forza per battersi al congresso, ma non solo. Renzi ha la forza per andarsene dal PD e farsi un partito suo. La sua segreteria ha visto il fiorire dell’attivismo parallelo: poca spinta a tesserarsi al PD, moltissima visibilità alle organizzazioni renziane create per le campagne elettorali e per seguire temi specifici. Dopo la sconfitta referendaria, temendo il congresso i “fiancheggiatori” sono stati mobilitati e spinti a iscriversi di corsa, ma non c’è alcun legame affettivo tra loro e il PD: se Renzi scegliesse di creare un soggetto nuovo, lo seguirebbero in tanti.

La scissione renziana è ancora fuori dai riflettori, per un grande fraintendimento: i più superficiali dei giornalisti hanno creduto alla narrazione renziana della vittoria, del leader che vince e governa senza alleati e coalizioni. Renzi invece sa benissimo che, da leader del PD, non ha chance di ripetere il successo delle europee e la cosa nemmeno gli interessa: quello che vuole è arrivare nel prossimo Parlamento con dei deputati fedeli, così da poter far parte del prossimo Governo e farlo cadere al momento giusto. Questo può farlo da leader PD o da leader del nuovo partito renziano, la prima opzione ha un solo vantaggio: essere leader PD elimina un partito concorrente.

Mentre scrivo procede la Direzione del PD, ma le carte le hanno Franceschini, Letta e Fassino. Se si schierano con Renzi lui vince, la scissione la fa la sinistra e loro devono sperare che il fiorentino sia generoso con loro nell’attribuzione dei posti. Se lo abbandonano, lui perde e se ne va e una parte dei loro voti lo seguiranno, rendendoli i parenti poveri nel PD che svolta a sinistra. Due brutte prospettive.

Il Cinese

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Sottomettere i nemici senza combattere è il culmine dell’abilità.

Venticinque secoli separano Sun-Tzu, stratega cinese, e Massimo D’Alema, stratega pugliese. Sembrano venticinque giorni, se osserviamo quel che ha appena combinato il secondo.

Il 4 dicembre, Matteo Renzi perde il referendum costituzionale. Aveva investito molto e perde molto: il 40% di SI non è suo, e lo sa. La campagna feroce, populista, gli ha inimicato gran parte della sinistra e tanti anche nel suo partito non hanno gradito. Sotto pressione, si dimette e lascia Palazzo Chigi a Gentiloni. Sa che lo aspettano mesi difficili, ma è un giocatore d’azzardo e non si spaventa.

Ha buoni motivi per non spaventarsi: contro di lui, ci sono tante teste ma pochi fegati. Gli viene chiesto di convocare il Congresso, per “confrontarsi dopo le due sconfitte delle amministrative e del referendum”: tradotto, per farlo fuori. Si rifiuta, e non si muove foglia. Si muove però un baffo.

Massimo D’Alema ha un passato, diciamo, sfaccettato. A palazzo Chigi c’è stato e mentre stava là voleva farci “una merchant bank”, ha fatto accordi con Berlusconi e Cossiga e permesso che si bombardasse la Serbia partendo dal suolo italiano. Non è un pupillo della sinistra, ma Renzi lo ha attaccato duramente negli anni, dipingendolo come il simbolo di una politica vecchia, inciucista, perdente. Molti dei suoi lo hanno abbandonato per seguire il giovane Principe, lui ha aspettato il momento per fargliela pagare. Ora il momento è arrivato: lo stratega pugliese ha fatto campagna per il NO al referendum e vinta la battaglia, non smobilita le truppe.

Con un incontro a Roma, i comitati per il NO organizzati da D’Alema diventano ConSenso: non un partito, ancora, ma lo scheletro di un partito. Obiettivo semplice e chiaro: organizzare chi è dentro e fuori dal PD in vista di una scissione e della nascita di un nuovo soggetto, di sinistra e concorrente. La richiesta al Segretario non più premier è netta: o si va a Congresso e si ridiscute tutta la linea politica prima delle elezioni, o alle elezioni il PD avrà un rivale credibile a sinistra.

I sondaggi amano queste operazioni e attribuiscono alla nuova creatura l’8 o perfino il 10 per cento. Sarebbe un successone, pure la metà basterebbe per azzoppare il PD. Ma non è il PD l’obiettivo dello stratega pugliese: come Sun-Tzu insegna, come Robert E. Lee e Schlieffen hanno teorizzato, per raggiungere il tuo obiettivo non devi marciare contro di esso, lasciando agli avversari il tempo e il modo di arroccarsi in difesa. D’Alema aggira, punta su Renzi e poi colpisce il punto debole del fronte: la minoranza.

Bersani, Speranza, Cuperlo: dalla vittoria di Renzi, la vecchia Ditta ha vissuto una lenta e continua erosione. Renzi offre molto, a chi cambia bandiera. Molte volte han pensato di dare battaglia, ma il timore di una sconfitta li ha trattenuti. Dopo il referendum hanno squillato le trombe ma non si sono mossi: ora però sono minacciati, il pugliese mira ai loro voti. Se la sua manovra riuscisse e la scissione ci fosse, la Ditta dentro il PD si ritroverebbe impoverita e indebolita, costretta a mendicare alla tavola del Principe mentre la linea si sposta ancor più a destra e i loro elettori si uniscono alla scissione.

Come le tessere del domino, tutto crolla quando cade la prima. La Ditta è costretta a dare un ultimatum a Franceschini, che dell’esercito del Principe controlla le truppe più numerose: se non si va a Congresso prima del voto, sono costretti a rompere. Franceschini recepisce e vede profilarsi l’ipotesi di essere nell’esercito perdente: unisce quindi la sua voce a quella della Ditta e chiede altrettanto. Il Principe, rimasto solo, cede: Gentiloni durerà e lui dovrà giocare il suo futuro al Congresso. Non potrà lanciarsi nell’ennesima campagna elettorale personalizzata, riempiendo i seggi sicuri di uomini leali.

Lo stratega pugliese osserva dal suo accampamento. Non ha ancora radunato le truppe, ha solo montato le tende ma già l’esercito avversario si agita, si scompone, si frantuma. Può quindi comunicare che la battaglia non serve più: il Congresso ci sarà e sarà là che ci si confronterà. D’Alema è il vero Cinese: senza combattere ha vinto. Ora lo aspettano i referendum della CGIL e le amministrative: altre manovre, altre marce, altri stendardi che si spostano sul campo di battaglia. Amici e avversari giocano di rimessa, mentre lui detta i tempi e i modi.

Votiamo sulla Costituzione, non importa di Renzi e Boschi.

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I sostenitori della riforma e del governo si spendono moltissimo sulle conseguenze che una vittoria del NO, portando – a dir loro – il NO alla caduta di Renzi e conseguentemente alla rovina del Paese. Tralasciando questo ultimo argomento, del tutto indimostrato e quindi irricevibile, bisogna dire due cose.

La prima, siamo abituati ormai a governi che del responso delle urne tengono conto minimo; se anche Renzi perdesse il referendum non è affatto detto che mollerà né che mollerà subito, a dispetto di quanto egli stesso ha dichiarato. Una scusa per rimanere al governo là si trova sempre, l'”Emergenza X” è sempre una scusa ottima.

La seconda, è stato Renzi a dire che se perde il referendum se ne va. Ieri pure la ministra Boschi ha detto che farà altrettanto.  Ora, legare la riforma alla sua persona è stata una scelta sbagliatissima. I sostenitori della riforma dicono che il NO raccoglie gente cui della Costituzione non frega nulla ma che vogliono solo far cadere il governo. Possono star tranquilli che anche il SI raccoglie gente cui la riforma non piace ma che non vogliono far cadere il governo.

Insomma stiamo per scegliere le regole del gioco democratico dei prossimi decenni non sul merito ma sulla tenuta di un governo e di un Presidente del Consiglio che tra l’altro ha già dichiarato che non si ricandiderà dopo il secondo mandato. Ma si può sapere chi se ne frega di quello che fa Renzi se vince il NO? Chi gli ha chiesto di dire che mollerà? Noi dobbiamo votare sulla Costituzione, cioè di quello che potranno fare Governi e Parlamenti ben oltre la vita politica di Renzi e Boschi. Davvero, non si può pensare a un modo più sbagliato di approcciare la questione è l’unico modo per uscirne è che Renzi dica: “‘mi sono sbagliato, scusate, votate sulla Costituzione e la riforma, non su di me”.

Sarebbe una marcia indietro che forse avrebbe ripercussioni negative su di lui ma eliminerebbe una grossa ipoteca dal dibattito. Ovviamente non succederà mai. E allora teniamoci i NO e i SI drogati da considerazioni che col referendum non c’entrano nulla. Ma la responsabilità di questo ricade tutta sul Governo, non ci sono scuse.

Ti amavo. Poi hai scritto sul referendum delle trivelle.

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Abbiamo chiesto a Fabio Catalano, nostro amico e lettore, di prestarci un suo scritto sul referendum e le energie rinnovabili. Grazie, Fabio!

Questo post è inutile perché sono già avvenute le polarizzazioni da tifosi sul referendum del 17 Aprile. Dato che il sì sembra essere sostenuto dal M5S, allora è sicuramente una roba brutta e va combattuto. Il problema tuttavia rimane.

Cioè è insopportabile che tra i Paesi europei il nostro non abbia un serio dibattito sul riscaldamento globale, ma solo tifoseria da social. C’è un unico programma di approfondimento in tv e va in onda di notte solo per alcune puntate. Se leggeste come lo ha stroncato Aldo Grasso, con quali argomenti di rigorosa logica, potreste farvi un’idea del livello della discussione odierna sui temi ambientali. Adesso confrontiamo tutto questo con la Germania, dove le istanze “verdi” vengono portate avanti da partiti che entrano nei governi, soprattutto nei Land, e legiferano, ed ecco il problema.

Il premier, Matteo di MediaShopping, ha dichiarato che il referendum è uno spreco di denaro pubblico, e chiaramente nessun giornalista gli ha ricordato che si poteva mitigare lo spreco mettendo insieme i referendum nello stesso giorno, come avvenuto nel precedente election day. Inoltre, va ad inaugurare l’impianto di Fallen, USA, con tanto di pompa magna sull’italianità stile “Istituto Luce”.

Per favore, se avete tempo, andate a controllare in quali aree sviluppa Enel Green Power ed in quali Paesi assume. Vedrete quanta italianità c’è: sono anni che EGP non assume in quantità consistenti in Italia. Questo perché l’Italia ha smesso di sostenere lo sviluppo delle fonti energetiche alternative dal governo Monti in poi, questo governo incluso. Il settore è praticamente morto. Non basta essere green, non basta scrivere una cosa nelle slide per farla accadere

. L’italianità del claim disneyano “Paese più bello del mondo”, come quella speculare del “prima gli italiani”, sarebbe stato bello vederla operare nel sostenere un settore altamente innovativo come quello delle rinnovabili. Un settore “di frontiera”, così innovativo che molti italiani sono dei pionieri nel mondo. Due miei colleghi italiani hanno sviluppato due software assolutamente rivoluzionari. Uno per il calcolo delle perdite acustiche, mai visto prima, ed uno per i dati di vento, potente e stabile come solo i programmi di grandi case sembravano poterlo essere. Ecco, questi due italiani, formati in scuole ed università pagate dagli italiani e geniali perlomeno nel settore eolico, grazie al combinato Monti-Letta-Renzi, adesso lavorano in Danimarca, per i danesi.

Piuttosto, il “venditore di pentole” avrebbe potuto portarsi dagli USA la lezione di Obama che ha ribaltato l’approccio energetico statunitense rendendo possibile il sorpasso del numero dei lavoratori nelle rinnovabili su quello nell’industria delle fonti fossili. Il referendum riguarda le concessioni ad estrarre, limitate alla scadenza prefissata oppure con possibilità di sfruttare il giacimento fino a fine vita. Questa possibilità è stata introdotta dal governo Renzi. I maligni dicono in contrasto con le regole europee sulle concessioni pubbliche, che devono essere sempre soggette a scadenza.

Inoltre, a me appare curioso che le concessioni autostradali abbiano una scadenza, che per gli stabilimenti balneari le concessioni scadranno quest’anno o se va bene nel 2020, mentre per le piattaforme in mare queste dovrebbero essere potenzialmente perpetue. Si, per me, fatte le dovute proporzioni, l’investimento di una multinazionale in una piattaforma è paragonabile a quello fatto da una famiglia in uno stabilimento balneare che vorrebbe farlo ereditare ai figli anche dopo la scadenza della concessione. Le concessioni a scadenza hanno la funzione di verificare lo stato del bene concesso, in quanto bene di tutti. Oltre 30 trivelle sono già risultate inquinanti, per esempio. Allo stesso tempo, alla scadenza si può verificare lo stato del giacimento e, se esausto, si può chiedere lo smantellamento ed il ripristino dello stato dei luoghi.

Quello che ho visto sui social in questi giorni è inquietante. Per esempio paragonare con leggerezza le energie alternative alle fonti fossili. I pannelli solari devono essere smaltiti e le turbine anche, quindi sono inquinanti allo stesso modo rispetto agli idrocarburi? No! La produzione di energia da fonti fossili produce gas serra ed inquina, le fonti alternative no. La dismissione di un impianto di estrazione o di raffinazione è di gran lunga un processo più inquinante rispetto alla dismissione di un impianto eolico o fotovoltaico.

L’acciaio delle turbine è completamente riciclabile, ad esempio, ed è di altissima qualità. Il territorio torna esattamente com’era in precedenza, dopo i 25-30 anni di produzione. La vita utile dell’impianto è maggiore nel caso delle fonti fossili, ma durante questa vita utile tali impianti producono sostanze inquinanti.

Escludendo pure la questione ambientale, che in Italia per taluni resta una fissa da hippy romantici, dovrebbe in ogni caso preoccupare la spesa sanitaria pubblica necessaria a curare chi vive nelle aree fortemente inquinate. Se invece è una questione estetica e siete d’accordo con Sgarbi sull’inquinamento visivo delle turbine, sarebbe utile considerare quali situazioni si portano come esempio. Si potrebbe pensare a quel parco naturale toscano che ha le turbine integrate e non invasive o ai parchi eolici francesi di alcuni dipartimenti ed imitarne le regole.

Se invece si scelgono come riferimento delle aree d’Italia dove non funziona nulla, dalle strade alle fogne, dagli appalti alle scuole, non ci si può aspettare che per l’eolico sarebbe stato diverso. Hanno creato “l’effetto selva” su quelle montagne, e vi assicuro in certe aree è inaccettabile e perfino controproducente per l’impianto stesso, allo stesso modo con cui hanno assunto come dirigente tecnico del comune il cognato del sindaco, quello con la terza media.

Così come per la criminalità organizzata, pensavate davvero che l’eolico fosse un business diverso dagli altri e che in certe aree ad alta mafiosità questi parassiti non ci avrebbero messo le mani? Anch’io trovo che le distese di pannelli solari su terreni (spesso incolti) siano state una stupidaggine. Esistono milioni di metri quadrati di tetti di capannoni industriali e di edifici pubblici da ricoprire. Ma ciò non mi fa odiare i pannelli solari. Siete mai atterrati all’aeroporto di Monaco di Baviera? Ecco, pensate a quegli impianti su quegli edifici ma col nostro sole. Inoltre, concentrarsi sul puro fattore estetico può far male.

Potrebbe farvi dispiacere vedere delle turbine eoliche su una montagna in cui andate una volta all’anno, ma potrebbe farvi dimenticare che una centrale a carbone è ben nascosta sotto la Lanterna di Genova, a pochi passi dal centro. Anche se non si vede, inquina lo stesso e Genova conta 600 mila abitanti! Invece sarebbe giusto pensare in termini marginali, ovvero a quante famiglie usano energia elettrica senza produrre gas serra, ed anche una sola famiglia in più è un guadagno per tutti.

Non avevamo bisogno della caciara di questo referendum, né delle dichiarazioni di Matteo di MediaShopping, per scoprire che le energie alternative da sole non ce la fanno. Si chiama “mix energetico” e la maggior parte dei Paesi sta cercando di spingere sulla quota rinnovabile. Ho studiato centinaia di siti francesi, in Francia installano turbine pur avendo il nucleare.

Porsi in un atteggiamento binario, da social e semplicistico, non aiuta. Non è che devo scegliere le energie alternative o le fonti fossili per forza. Si possono integrare. Se ci sono degli abitanti della mia città che vanno in autobus, non penso che l’autobus non riuscirà mai a sostituire l’automobile. Piuttosto penso che almeno quelli che vanno in autobus non contribuiscono ad intasare ed inquinare la città. E se sono civile e moderno mi batto affinché questa quota di persone divenga sempre più alta, mai il contrario.

Ho letto altre cavolate sul sostegno pubblico alle rinnovabili, tifosi che dimenticano in malafede o ignorano per accodamento pure gratuito che le fonti fossili hanno ricevuto 17,5 miliardi di euro l’anno. Se devo finanziare un settore, preferisco che sia il meno inquinante e quello che crea più posti di lavoro. Ecco, la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili crea fino a dieci volte più posti di lavoro di quella generata dalle fonti fossili. Andate in Basilicata, in uno dei giacimenti di petrolio più grandi d’Europa. Chiedete dove lavorano i giovani lucani, se continuano a lasciare i loro paesini d’origine, anche quelli interessati dalle estrazioni. Chiedete se l’elemosina delle royalty e della “carta idrocarburi” li ripaga del disastro che si sta consumando su quella terra.

Si, io voglio muovermi con lo scooter a benzina e farmi il caffè con la moka sulla cucina a gas. Tuttavia, questo non mi farà accettare l’arroganza di chi ha deciso di tifare per le fonti fossili senza se e senza ma. Nessuno è obbligato ad accettare insieme all’uso dell’automobile anche la signora col SUV 5000 a benzina che accompagna il figlio a scuola facendo quei 300 metri che potrebbe fare a piedi. Non implica nemmeno di vietarglielo, ma di disincentivarlo sì. Non abbiamo un cervello binario, si/no, bianco/nero.

Possiamo ancora discutere e migliorare, ci sono parecchi stadi intermedi. In molte città c’è il carsharing, anche elettrico. Ci sono diverse iniziative per far risultare sconveniente l’uso delle fonti fossili. Ed è l’unica strategia: l’indirizzo politico e la sensibilizzazione pubblica che diventano incentivo. Altrimenti resta l’eroismo del singolo che mentre cerca di evitare qualche grammo di emissioni nocive, deve anche sentirsi rimproverare con arroganza che se usa la macchina, allora per “coerenza” deve usare per forza quella che piace all’arrogante di turno.

 

* La parte sul sindaco e sulla Basilicata è stata scritta prima della pubblicazione delle intercettazioni che hanno portato alle dimissioni del ministro Guidi. Il fact-checking lo farà la magistratura.

Il canone in bolletta è una brutta notizia per il libero mercato

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Benché la Rai lo inserisca nei suoi bilanci tra le “vendite e prestazioni” e lo chiami spesso un “abbonamento”, il canone televisivo è e rimane un’imposta sul possesso della prima TV, istituita da un Regio decreto nel 1938. L’idea di farlo pagare nella bolletta della luce è un’idea di Renzi, già proposta a Novembre 2014. Fu allora bocciata per mancanza di tempo ma non completamente abbandonata. Riproposta di nuovo nell’autunno scorso ha superato il varco del Parlamento ed è stata inserita nella Legge di Stabilità.

Le modalità di attuazione sono state chiarite nel decreto della scorsa settimana, mentre sul piano teorico generale resta aperta la questione di coerenza tra questo provvedimento e i principi ispiratori del Ddl Concorrenza, che dovrebbe finalizzare la liberalizzazione del mercato elettrico iniziata da Bersani e ad oggi nei fatti incompiuta, con il 75% delle famiglie tuttora dormienti nella maggior tutela.

Per discutere del Canone RAI in bolletta abbiamo incontrato Michele Governatori, presidente di AIGET, l’Associazione Italiana dei Grossisti di Energia e Trader, nonché autore di Derrick, la trasmissione dedicata all’energia, l’ambiente e l’economia su Radio Radicale e del relativo blog.

  • Da dov’è venuta a Renzi l’idea di mettere il canone Rai nella bolletta della luce?

“Il canone RAI è un’imposta molto evasa e molto invisa ai contribuenti, anche perché non ha il coraggio di chiamarsi “imposta” pur essendolo a tutti gli effetti. (E anche, aggiungerei io, perché la connotazione di servizio pubblico della RAI è troppo flebile per giustificare simili trasferimenti economici). L’idea del Governo, mi pare, è stata quella di rovesciare l’onere della prova di mancato possesso della tivù (o di altre condizioni di legittimo non pagamento del canone), fatturando il canone a tutte le famiglie che abbiano un’utenza elettrica senza che sia il contribuente a dover attivarsi. È un’idea furba, ma ha grandi controindicazioni.”

  • Quali?

“Su tutte ne cito un paio: è un’ingerenza su operatori di mercato che non hanno alcun dovere di esazione per il Governo se non per imposte indirette legate al consumo di ciò che vendono, e trasforma la fattura di un servizio (elettricità) in un contenitore che include una voce che non c’entra nulla, ma che finisce per interagire coi pagamenti del servizio principale offerto.

Inoltre, compie una presunzione di obbligazione rispetto alla quale il contribuente passivo viene comunque tassato. Questo lo trovo iniquo: una prepotenza di Stato.”

  • I casi particolari, di chi non ha la televisione o cambia residenza, come verranno gestiti? Nessuno rischia di pagare più del dovuto?

“Sono casi insidiosi. Per quanto riguarda il mancato possesso della tivù, l’Agenzia delle Entrate ha già predisposto un modello di autocertificazione che sarà inoltrabile anche online. Sui dati anagrafici, e in generale su tutte le informazioni necessarie a identificare i soggetti passivi dell’imposta, sarà l’Agenzia delle Entrate a dover inviare ad Acquirente Unico (un soggetto istituzionale del settore energia) gran parte delle informazioni. I venditori di energia le acquisiranno e si comporteranno di conseguenza, senza alcuna possibilità o dovere di sindacarle. Errori nei dati, quindi, non saranno gestibili dai venditori di energia, che opereranno solo (ed è un impegno già gravosissimo) come soggetto di fatturazione e incasso.”

  • Lato fornitori, il canone Rai implica complicazioni organizzative. Sono pronti a gestirlo?

“I fornitori dovranno modificare i propri sistemi gestionali e la propria capacità di interazione coi clienti e con le istituzioni coinvolte a molti livelli. Se saranno pronti dipenderà anche dalla velocità con cui le specifiche verranno rese note. Di sicuro si tratta di un processo di aggiornamento critico e costoso.”

  • Sarebbe possibile avere precisazioni sui costi che dovranno sostenere i fornitori?

“Due semplici esempi: il primo: aggiornare un sistema di amministrazione basato su SAP nelle modalità richieste costa nell’ordine delle centinaia di migliaia di Euro. Si tratta di uno dei costi fissi di adeguamento. Il secondo: rispondere a più telefonate tramite il customer care costa quanto il lavoro che gli operatori devono dedicarci, più la loro preparazione. Già ora gli operatori stanno ricevendo un incremento molto significativo di chiamate, che non possono certo ignorare. 300 telefonate in più alla settimana, di dieci minuti l’una, significano 50 ore settimanali di lavoro di una persona, da formare e retribuire.”

  • Non era previsto all’inizio ma sembra che finalmente ci saranno rimborsi per i fornitori. E’ stata una negoziazione difficile?

“È stata una negoziazione difficile perché gli operatori si sono trovati a dover sottostare a una legge già scritta (la Stabilità). Hanno quindi cercato di convincere il Governo che se la RAI o l’Agenzia delle Entrate non remunerassero un’attività che la legge ha girato ai venditori di elettricità, e di cui quindi gli interessati originari si sono in parte liberati, quest’attività finirebbe per essere pagata nel prezzo dell’energia. Il che sarebbe iniquo e costituirebbe una tassa occulta.”

  • Cosa ci dobbiamo aspettare?

“Nel migliore dei casi, una bolletta un po’ meno trasparente (perché “inquinata” da una cosa che non c’entra nulla) e un onere annuale della prova (autocertificazione) a carico dei cittadini che (come me) non hanno la tivù. Nel peggiore (se non ci saranno i tempi minimi per mettere tutto in piedi) problemi e perdita di credibilità dei venditori dell’energia e del Governo. Nel caso dei venditori, anche perdita di denaro. Speriamo di no.”

Il ponte sullo stretto: l’eterno ritorno

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Il Presidente del Consiglio ha rilanciato (nuovamente) l’idea del ponte sullo stretto di Messina: una visione talmente avanguardista che (quasi) nessuno ci aveva pensato finora.

  • Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, l’On. Maurizio Lupi: “Il capitolo sul Ponte sullo Stretto è chiuso perché lo ha chiuso qualcun altro. Le leggi in Italia si rispettano. Qualcuno nel 2012, ha approvato con legge la decisione di mettere in liquidazione la società. Ci sono contenziosi in corso, e quindi lo Stato dovrà, tenendo conto di quella legge, fare gli atti e prendere le decisioni conseguenti”.
  • Non c’è nessuna intenzione di riaprire l’iter del ponte sullo stretto di Messina. Lo fa sapere il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, che attraverso il suo portavoce, sgombera ogni dubbio su ciò che il governo pensa di fare dell’opera pubblica: “Non esiste l’intenzione di riaprire le procedure per il ponte sullo stretto di Messina, anzi – ha spiegato Jacopo Giliberto – al contrario, il governo vuole chiudere il prima possibile le procedure aperte anni fa dai precedenti governi, e per farlo deve seguire l’iter di legge”
  • “Entro dicembre sarà pronto il progetto esecutivo del ponte sullo Stretto di Messina”. Nel giorno della fiducia alla Camera, il premier Berlusconi rilancia l’idea del ponte. Il progetto, che la società “Stretto di Messina” ha affidato al general contractor Eurolink, avrà un costo di 65 milioni di euro.
  • “La prima pietra (del Ponte sullo Stretto, ndr) sara’ posata dal presidente Berlusconi entro la fine dell’anno e sara’ la soluzione una volta per tutte della questione meridionale” (Renato Brunetta, 2009, a margine della 65* Conferenza del Traffico e della Circolazione a Riva del Garda)
  • Patrick Truhn, console generale americano a Napoli, tra il 2008 e il 2009 invia negli Usa cinque dispacci (pubblicati da Wikileaks) nei quali dichiara che la mafia potrebbe essere “tra i principali beneficiari” della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina (“The Bridge to More Organized Crime” viene definito) e che “servirà a poco senza massicci investimenti in strade e ferrovie” in Sicilia e Calabria. “Miliardi di dollari stanziati dai governi dell’Unione Europea finiscono nelle mani delle organizzazioni criminali. Anche se le associazioni imprenditoriali, i gruppi di cittadini e la Chiesa, almeno in alcune aree, stanno dimostrando promettente impegno nella lotta alla criminalità organizzata, lo stesso non si può dire dei politici italiani, in particolare a livello nazionale” riporta sempre Truhn
  • “Chiudere la società del Ponte sullo Stretto? Una proposta da talebani animati da puro furore antagonista” (Antonio di Pietro, ottobre 2007, 4 ore prima il governo è stato battuto al Senato su un emendamento che proponeva la soppressione della società, sostenendo che chiuderla costerebbe ancora di più allo Stato in termini di penali e ricorsi)
  • Nel 2005, lo slancio romantico del presidente Silvio Berlusconi: “Costruiremo il ponte di Messina, così se uno ha un grande amore dall’altra parte dello Stretto, potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti”
  • Nel 2004, nonostante le proteste a livello locale e degli ambientalisti, il Ministro Lunardi inserisce il ponte sullo Stretto tra le 18 opere prioritarie a livello europeo: “Il ponte è partito. Il ponte si fa. Lo possiamo dire con commozione, orgoglio e certezza: il ponte sarà realizzato. È il progetto-simbolo del nuovo impulso che l’Italia vuole dare alle sue infrastrutture”
  • “Come il Regno Unito sta in questi giorni affidando, mediante una gara internazionale, la realizzazione del treno veloce Tunnel Londra a un soggetto che sia portatore del finanziamento e che garantisca la gestione dell’ opera, cosi’ il ponte di Messina può essere affidato a un soggetto capace di finanza e di gestione che ne assicuri l’esecuzione in tempi certi” (Domenico Cacopardo, fondatore Aspen Institute Italia, capo gabinetto del presidente del Senato Carlo Scognamiglio, maggio 1994)
  • Il 16 giugno 1986 viene presentato dalla Stretto di Messina S.p.A. un nuovo studio di fattibilità, con i progetti, i costi e l’affidabilità relativi a tre tipologie di soluzioni: in sotterraneo, in mare, in aria. […]Romano Prodi, ai tempi presidente dell’IRI ribadisce che il ponte è una priorità: “I lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto cominceranno al più presto. Il risparmio per un automobilista sarebbe di 40 minuti, 35 per autocarro e 92 per il treno. Nel 2015 transiterebbero sul ponte 12 milioni e 621mila autovetture, oltre a 295 mila carrozze ferroviarie”
  • Nel 1982 il ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Claudio Signorile, annuncia la realizzazione di «qualcosa» «in tempi brevi». Due anni più tardi si ripresenta agli italiani con una data precisa: «Il ponte si farà entro il ’94»
  • Nel 1876 l’onorevole Giuseppe Zanardelli, convinto dell’opportunità di un’opera fissa tra le due coste, affermava: «Sopra i flutti o sotto i flutti la Sicilia sia unita al Continente», facendosi portavoce di un’opinione corrente e di autorevoli studi

Ponte

 

Ed infine un contributo d’eccezione: un misurato intervento del sindaco di Messina Renato Accorinti

sindaco

Che poi parliamoci chiaro: a che minchia serve un ponte quando si può attraversare lo stretto a nuoto?

Le priorità variabili di Matteo Renzi sulle unioni civili

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Mettiamo un attimo le cose in prospettiva: il governo Renzi è ricorso all’istituto della fiducia parlamentare più di 40 volte per approvare, tra le altre cose, il ddl Delrio sull'”abolizione” delle province, il decreto Poletti, il decreto Lupi, il decreto Madia sulla Pubblica Amministrazione, i decreti Cultura e Competitività, lo Sblocca Italia, la legge delega sul JOBS Act, decreto salva-Ilva, decreto Milleproroghe, decreto Banche Popolari, la Buona Scuola, Italicum, riforma parlamentare, decreto Giubileo, decreto antiterrorismo e ddl Boschi di riforma parlamentare. Poiché l’uso della fiducia è l’estrema ratio cui l’esecutivo ricorre per garantire l’approvazione dei provvedimenti, dobbiamo ipotizzare che tutti le succitate iniziative (34% del totale leggi approvate) venissero ritenute fondamentali per il bene del paese al punto da, in molte occasioni, andare allo scontro anche con membri del proprio partito. Parlo di “ipotizzare” perché, in effetti non possiamo fare altro: Matteo Renzi è stato eletto Presidente del Consiglio non a valle di una campagna elettorale in cui ha presentato il programma del partito di cui è segretario, ma in seguito alle dimissioni del suo predecessore. Non sarebbe pertanto corretto accusarlo di non aver rispettato il programma di governo di fronte agli elettori in quanto, a tutti gli effetti, agli elettori non ha mai dovuto promettere nulla.

Piccola parentesi: a mio modestissimo parere uno dei problemi del nostro sistema di repubblica parlamentare è la scarsa accountability. I nostri cugini presidenzialisti d’oltreoceano, quando tra quattro anni dovranno giudicare il presidente, si ricorderanno di tutto quello che ha proposto in campagna elettorale e su quello lo giudicheranno. Ma in un sistema parlamentare, tra l’altro in assenza dell’uninominale secco, possiamo solo trarre un giudizio sull’operato del partito che abbiamo votato (ammesso che esista ancora).

Dunque può essere questa la soluzione: anche se Matteo Renzi non ha mai fatto campagna elettorale per diventare Presidente del Consiglio nella sua candidatura alla segreteria del PD dovremmo ritrovare tutti gli argomenti di cui sopra. E tuttavia, ad eccezione di qualche vago accenno ai temi del lavoro e della legge elettorale, nel programma dell’epoca si trovano quasi esclusivamente dichiarazioni di intenti senza alcun dettaglio concreto, men che mai i suddetti provvedimenti: provvedimenti i quali hanno in seguito acquisito tanta importanza da dover essere approvati tramite fiducia parlamentare.

In compenso, durante l’unico dibattito con gli altri candidati segretari, a un certo punto successe questo (momento clou a 3:35).

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P.S. qui il video completo: tra i vari momenti LOL segnaliamo “non voglio mandare a casa Letta” (6:52) e “abbassare Irpef, alzare tasse su patrimonio” (50:00)

 

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

No: non stanno salvando le banche con i soldi dei risparmiatori

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L’emendamento 42.73 alla Legge di Stabilità a firma del Governo reca norme di procedimento per agevolare l’implementazione del cd. “decreto quattro banche”, già approvato dal Consiglio dei Ministri domenica 22 novembre e convertito in legge la settimana immediatamente successiva (A.C. 3446).

Non entrerò nei dettagli del design dell’intervento, ma mi preme soffermarmi sul rapporto con risparmiatori e correntisti, dal momento in cui in giro si legge di tutto: “salvataggio dei banchieri sulle spalle dei finanziatori”, “Governo amico delle banche”, “bomba da 2 miliardi: 130mila risparmiatori sul lastrico”, e così via.

Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine su questa vicenda, nella maniera più semplice possibile.

  1. La manovra non coinvolge soldi pubblici. Neanche un centesimo. Questo perché, riducendo all’osso, in osservanza delle direttive europee viene implementata una leggera variazione sul tema del cd. bail-in: non è la fiscalità generale a intervenire, ma –in prima istanza– i detentori di capitale di rischio e di capitale di debito non garantito. Il bail-in vero e proprio diventerà operativo per tutte le operazioni di questo tipo dal 1 gennaio 2016, ma il Governo ha ritenuto utile intraprendere una strada molto simile anche nei confronti delle quattro banche.
  2. Le perdite che queste banche hanno accumulato nel tempo vengono assorbite dagli strumenti d’investimento a maggior rischio: azioniobbligazioni subordinate. Ricordiamo che queste ultime sono esposte al rischio d’impresa. Chi le acquista, cioè, accetta il rischio che possano succedere il genere di cose che stanno accadendo proprio ora, sapendo –fin da subito– che non sarà tutelato.
  3. Questo salvataggio tutela, invece,  tutti i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie. Ripeto: neanche un centesimo detenuto in questa forma verrà intaccato dalla manovra.
  4. La parte di onere eccedente azioni e obbligazioni subordinate è a carico dell’intero complesso del sistema bancario italiano, che alimenta a mezzo dei propri contributi il cd. Fondo di Risoluzione.
  5. Il salvataggio è, in effetti, prevalentemente a carico del sistema bancario italiano, che si sobbarca di 3,6 miliardi di oneri complessivi.
  6. Dunque questa manovra non è esattamente quello che si potrebbe definire un “regalo alle banche”: non a caso quelle stesse banche, per voce dell’ABI, non sono esattamente entusiaste della cosa.

Quindi, in estrema sintesi, l’intervento non coinvolge un centesimo di denaro pubblico ed è completamente a carico dei detentori di attività rischiose degli istituti in sofferenza e del vituperato sistema bancario italiano.

Adesso. Io capisco che vedere le proprie attività finanziarie svalutate sia un colpo durissimo per molti bilanci, che apre scenari difficili per la stabilità economica di una famiglia o di una piccola impresa. Però, se domani investissi in un’impresa che mostra pessime performance nei prossimi, che so, cinque anni, senza tutelarmi, e quell’impresa dovesse fallire, con chi me la dovrei prendere? Con lo stato che non mi ha salvato dalle mie cattive scelte d’investimento?

Può anche essere una risposta, per carità. Discutiamone. A me, come punto di partenza, basta che sia chiaro ciò di cui stiamo parlando.

Identità e tradizioni: il Natale talebano

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Ogni volta che sento parlare di “cultura”, “tradizioni” e “identità” mi vengono i brividi. L’impressione è infatti quella che si voglia imporre come assoluti, necessari e indissolubili elementi che, da una prospettiva sociale e storica, sono squisitamente contingenti.

Prendiamo il Natale ad esempio, anche quest’anno al centro delle polemiche per le dichiarazioni del preside di un istituto scolastico di Rozzano che si è detto contrario ai canti religiosi, al fine di evitare provocazioni nei confronti dei musulmani.  Sommerso da critiche provenienti da ogni parte, il preside alla fine ha dovuto dimettersi. Sulla questione è però intervenuto lo stesso Matteo Renzi, dichiarando che “confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”.

Ecco, al di là delle motivazioni della scelta dell’ormai ex dirigente scolastico (certo ingenue e un po’ vigliacche), si potrebbe discutere proprio sull’affermazione del premier, a proposito di un presunto trittico “Natale-Identità-Italianità”. Da queste parole sembrerebbe infatti che le celebrazioni natalizie siano un’esigenza fondamentale della nostra società, indipendentemente dal nostro essere credenti o meno – quasi che non si possa realmente dirsi Italiani al di fuori di tale schema. Che poi Renzi si riferisca al Natale religioso in senso stretto o a quello commerciale del Santa Claus beone della Coca-Cola poca importa: non c’è possibilità di scelta, questa è la nostra identità.

Tuttavia, la posizione renziana sul tema mina (paradossalmente) il concetto stesso di identità –  intesa da un punto di vista democratico, e, aggiungerei, antropologico –, la quale è innanzitutto una questione di agency: ovvero, ognuno è libero di definirsi come meglio vuole e crede. Questo vale anche per le cosiddette culture che, lungi dal formarsi “fuori dal tempo” e al di là del libero arbitrio, non sono altro che il prodotto di scelte e selezioni (individuali o collettive) spesso finalizzate a uno scopo ben preciso. L’esempio più banale ce lo mostra proprio il Natale, paradigma per eccellenza di rottura consapevole con il passato: per contrastare le celebrazioni pagane del solstizio d’inverno, le gerarchie cristiane si inventarono di sana pianta la storia del Bambin Gesù nato il 25 dicembre. Alla faccia della tradizione.

Certo, come scrive qualcuno, si potrebbe semplicemente accettare la realtà di una scuola invasa da simboli più o meno religiosi e, senza vietare niente a nessuno, proporre delle alternative all’interno dello stesso contesto. Come è giusto che sia: libertà per tutti, minoranze e maggioranze. Eppure è evidente che in una dimensione pubblica in cui la “tradizione” appare indiscutibile non può esserci spazio per un qualcosa di diverso, un’alternativa di pari dignità nella sua natura culturale benché non necessariamente connessa agli usi e costumi del passato. Se vi è un’identità fissa e immutabile (come traspare dalle parole di Renzi) tutto il resto è – per forza di cose – secondario, subordinato. Roba da Italiani di serie B, insomma.

E di fronte a un’identità unica e assoluta a me viene in mente solo una parola: fondamentalismo.

La crisi di Roma, spiegata senza psicologismi

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Una cosa è sicura: Marino avrebbe dovuto fare molto di più. E per una volta avrebbe perfino potuto, se si considera che la deflagrazione di “mafia capitale” gli forniva l’opportunità di mettere le mani nella melma del clientelismo romano e di azzerarlo, potendo contare su una legittimazione, quella derivante dagli esiti dell’inchiesta, che non è azzardato definire irripetibile. Ecco, Marino non ha avuto il coraggio, né soprattutto la capacità, di cogliere questa occasione storica, ancorché ripetutamente ed esplicitamente sollecitato (in condizioni di totale isolamento) dai radicali e in particolare dal consigliere Riccardo Magi (abbiate pazienza, non è propaganda ma storia), limitandosi all’arrocco dietro al paravento di un’onestà tanto (probabilmente) autentica quanto (certamente) insufficiente.

Ciò premesso, il punto cruciale della questione è il PD, nella duplice e contrapposta incarnazione del PD di Renzi, animato dall’urgenza di mettere i piedi nella città, e del PD romano, endemicamente allergico a qualsiasi tentativo di riforma di un sistema del quale fa parte integrante da decenni. Duplice incarnazione che ha trasformato Roma in un terreno di scontro a tre tra il sindaco, il governo e le più ostinate istanze di conservazione dell’esistente, passando per lo snodo del commissariamento di Orfini e della sua operazione di maquillage dei circoli. Tutto ciò, com’era ampiamente prevedibile, ha prodotto uno stallo senza uscita, un incastro diabolico che non poteva trovare sbocchi diversi dal disastro: il sostegno a Marino -prima dato, poi tolto, poi restituito, poi tolto di nuovo- è diventata l’arma con cui il PD ha combattuto una feroce guerra interna sul corpo martoriato di una città che stava morendo, e gli ultimi atti -le dimissioni chieste via whatsapp, prima rassegnate e poi ritirate- hanno disegnato uno scontro privato nel quale i cittadini non esistevano più: fino alla soluzione finale delle dimissioni in blocco, l’ultimo espediente del PD per non passare dall’aula e non rendere conto pubblicamente delle proprie azioni, che fotografa in modo impietoso una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità perfino mentre tutto sta venendo giù. Non c’è molto altro, mi pare: se non la debolezza delle opposizioni, che per conclamata collusione o totale incapacità (fa poca differenza, agli effetti pratici) non sono riuscite a giocare alcun ruolo significativo, se non quello di legittimare, ogni volta che se ne è presentata l’occasione, le più incarnite istanze corporative.

Questo, in estrema sintesi, è quanto: al di là delle elucubrazioni psicologiste che inevitabilmente proliferano e continueranno a proliferare, ma che non servono a (tentare di) spiegare le ragioni di quanto va succedendo.

#VotaNerone

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Come ci insegna The Wire la regola aurea della politica è una e una sola: a nessuno piacciono i rompicoglioni. Venire segato fa parte del gioco e può accadere per mille ragioni diverse che, spesso e volentieri, neanche riguardano direttamente te o come hai svolto quel lavoro. La cosa importante è che, quando accade, tu resista alla tentazione di montare un casino e faccia gioco di squadra: sorridi, ringrazi, saluti e ti levi dal cazzo. Fai così e vedi che quando si tratterà di di affidare un incarico, una poltrona in un consiglio di amministrazione o in una fondazione, magari una candidatura in un seggio sicuro, sai che verrai ricordato come uno tranquillo, uno che non dà problemi, uno di noi. Prendete Marrazzo che oggi è inviato Rai a Gerusalemme o la Polverini che è deputato; prendete Sassoli e Gentiloni, umiliati alle primarie ed oggi, rispettivamente, parlamentare europeo (dove, non paghi di quello che aveva combinato la volta scorsa, l’hanno fatto pure vicepresidente) e Ministro degli Esteri: tutte persone che hanno capito che non è importante doversi dimettere o perdere un’elezione ma non fare casino.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo capitolo di quell’incidente ferroviaro al rallentatore che è stata la permanenza di Ignazio Marino in Campidoglio, ha dimostrato fuor d’ogni dubbio che lui della squadra non ha mai fatto parte, anzi: autocandidatosi contro l’establishment del partito, in quella che è probabilmente stata la sua unica espressione di acume politico, ha stravinto sia primarie che elezioni proprio per l’ostentata estraneità al blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana. Il problema è che se per governare Roma c’è bisogno di capacità eccezionali di per se, Marino ha ampiamente dimostrato non solo di non avere tali capacità, ma, come molti incompetenti, di non rendersi nemmeno conto di quello di cui avrebbe avuto bisogno (una visione chiara per il futuro della città, la selezione di competenze cui delegare le questioni cruciali, l’umiltà di chiedere aiuto a chiunque fosse in grado di fornirlo). Marino, invece, si è lanciato contro il moloch con un’incoscienza immotivata e, spesso, deleteria, collezionando figuracce e litigando con tutti quasi a prescindere. Se ti metti in testa di pulire le stalle di Augia o sei Eracle o la tua Hubris ti porta ad affogare nella merda.

È anche difficile dire cosa Marino sperasse di fare perché, in effetti, non ha mai avuto la possibilità di farlo. Se Renzi fosse stato chi ha sempre raccontato di essere, Marino sarebbe stata la testa di ponte, il punto di appoggio per rinnovare il partito e cambiare la città. Il Renzi rottamatore avrebbe offerto il suo aiuto, messo a disposizione i suoi uomini migliori, fatto sentire tutto il peso del nuovo cazzo di segretario del partito con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su chiunque avesse provato anche solo ad aprire bocca contro il primo sindaco del nuovo PD; sfortunatamente il Renzi futuro Presidente del Consiglio alle persone con cui Marino è in guerra sta deve un bel pezzo della sua poltrona. Ed ecco quindi ZERO appoggio a Marino dal PD nazionale, l’invio di Orfini a gestire il partito (ovvero giunta e assessori) e Gabrielli per il resto, dichiarazioni deliranti nel mezzo di Mafia Capitale, visita alla Festa dell’Unità come un ladro e, a coronare il tutto, tre assessori imposti dall’alto che nemmeno due mesi dopo sono i primi a dimettersi dando il via alla crisi. Tutto ovviamente sensatissimo se si pensa che, una volta segato Marino e tolta di mezzo ‘sta stronzata delle primarie c’è un bel giubileo straordinario da organizzare come si deve (con tante grazie al Papa).

Flashback, aprile 2008. Mi sono laureato da un mese e mezzo, sono partito per l’interrail e sono in Andalusia quando mi arriva la notizia che Alemanno ha vinto le elezioni. Per il ballottaggio ero già partito ma il primo turno ero a Roma e mi ero rifiutato di votare Rutelli: sapevo che avrebbe vinto Alemanno, immaginavo lo schifo che avrebbe fatto alla mia città ed ero pronto ad accettarlo nella speranza della reazione che avrebbe suscitato nel PD. In questo senso la vittoria di Marino l’ho vissuta quasi come una vittoria personale, una scommessa vinta.

Da ieri Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma e la sua carriera politica è più morta di Dillinger; non si sa chi vorranno mettere al suo posto (faccio un nome a caso) ma è francamente irrilevante a questo punto. Se c’era una possibilità di redenzione per questa città era qui e ora ma la fine di Marino dimostra che il sistema è troppo marcio per potersi autorigenerare.

Che fare allora? Facile: votate i 5 stelle. Si, quei beoti che stavano in piazza con i fascisti a festeggiare le dimissioni. Quelli che hanno urlato in faccia a chiunque provasse a mettere su qualcosa di costruttivo. Quelli che il candidato sindaco NON deve avere esperienza di politica. Possono candidare la qualunque, io li voto lo stesso. Anzi, peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie.

¡Que viva La Zanzara!

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Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Che gli diresti?

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Mattè2

Unhappy is the liberal who votes for Renzi

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Ma voi ci credete che esistono i liberali (e/o liberisti) renziani? Io pensavo di averle viste tutte con i marxisti per Tabacci ma evidentemente ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sappia la mia filosofia visto che, a quanto pare, esistono alcuni esseri pensanti ancora convinti che questa sorta di DC 2.0 in maniche di camicia possa davvero incarnare la “rivoluzione liberale” che questi poracci si sono visti fottere da Berlusconi prima e da Monti poi. Ora, è vero che i liberali (e/o liberisti) italiani hanno preso talmente tanti schiaffi che si mettono a scodinzolare mostrano apprezzamento per il primo tizio che dà loro un biscottino; è parimenti vero che non tutti sono entusiasti, né lo sono mai stati, per l’esimio presidente del consiglio: sono tuttavia sinceramente sorpreso del fatto che dopo più di un anno di governo Renzi l’impressione del liberale (e/o liberista) medio è tutto sommato positiva sia per l’operato fin qui che per il futuro.

Amico liberale (e/o liberista): Aspetta, innanzitutto non concordo sull’accostamento Renzi-DC: sarà anche storicamente di estrazione cattocentrista (segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, quello di Martinazzoli e Buttiglione, nel 1999 NdA), ma dargli del democristiano è come dare del radicale a Rutelli o del comunista a Ferrara. 

Ah, non è la DC? E come lo chiameresti l’atteggiamento teso alla conservazione del potere fine a se stessa? Quello per cui si prende a bordo la qualunque (Franceschini, De Luca, Alfano) pur di racimolare mezzo voto in più?

All: Scusa, ma tu se fossi un liberista in questo momento chi sosterresti?

Civati

All: Ahahahah. Dai, seriamente.

Seriamente: il principale ostacolo in Italia al libero mercato sono la corruzione, l’evasione fiscale e il conflitto di interessi. Cose che Renzi non toccherà mai.

All: Sinceramente la corruzione mi sembra meno grave dell’interventismo statale. Quale conflitto d’interessi? L’evasione fiscale invece in effetti è un problema serio.

È tutto parte dello stesso problema: quello per cui per aprire qualsiasi attività commerciale devi avere un cugino vigile urbano, per non metterci tre anni.

All: E quello lo combatti semplificando la burocrazia e licenziando molti statali, non gridando al lupo al lupo.

Cosa che Renzi non farà mai perché gli statali sono quelli che lo votano. Vedi le province che col cazzo che sono state abolite: hanno levato le elezioni e lasciato lì tutti quelli che ci lavoravano (e ora non sanno manco come pagarli).

All: E comunque io non dico che Renzi è un buon premier: dico che 1)ha buone probabilità di vincere 2)finora sta facendo cose che non mi dispiacciono (soprattutto ha abolito il cazzo di articolo 18, per quanto facendolo se vuoi un po’ a minchia, che è stata la riforma più importante degli ultimi 30 anni).

Cazzo vuol dire ha buone probabilità di vincere?

All: Che se uno prende il 5%, con le buone intenzioni può pulircisi il culo. Idem se è al governo ma non sa tenersi una maggioranza.

Quindi voti chi prende di più a prescindere dal programma? Sono finito dentro Elianto e non me ne sono accorto? Considerando che, articolo 18 a parte (di cui parliamo dopo), le “idee” di Renzi sono diametralmente opposte alle tue non capisco come la parte che abbia buone probabilità di vincere possa spingerti ad appoggiarlo.

All: Quali sarebbero queste idee così opposte? A me pare Renzi che stia cercando di usare un partito, con una piattaforma con cui non concordo, per fare invece, almeno in parte, delle riforme progressiste. Non ho ancora letto bene della scuola, ma mi pare che la renda più indipendente (riforma da liberale); l’abolizione del senato e l’Italicum (che non mi piace ma meglio che niente) aumentano la governabilità e snelliscono l’apparato; tagli fiscali (anche se pochi); sblocco di (parte dei) debiti della pubblica amministrazione; non ho ben capito cosa abbia fatto in termini di riforme giudiziarie ma almeno l’intento mi sembrava volto alla efficienza. Insomma, rispetto a praticamente tutti i suoi predecessori non mi pare male per niente (tra le altre cose grazie al fatto che riesce a mantenere in modo miracoloso una maggioranza, che è quello su cui hanno fallito ad esempio Prodi e Monti).

Solo che Prodi e Monti non sono riusciti a mantenerla la maggioranza proprio quando sono andati a toccare (molto poco a onor del vero) i centri nevralgici delle incrostazioni di potere italiane, cosa che Renzi si guarda bene dal fare. Lo snellimento di cui parli, invece, è quello usato, ad esempio, per Expo con i lavori affidati agli amici degli amici con la scusa dell’emergenza. O è lo Sblocca Italia di Lupi con le regioni che hanno autonomia di fare il cazzo che vogliono senza controlli (il che si traduce in appalti finti ai soliti noti). O il prolungamento della concessione ad autostrade per 90 anni. O il calcione nel culo alla Spending Review (e a proposito, che fine ha fatto Cottarelli?). E in tutto questo i tagli fiscali te li raccomando visto che gli 80 euro sono rientrati dalla finestra. Oppure prendi la riforma della scuola: attribuisce una serie di poteri ai presidi i quali a) non sono assolutamente formati per esercitarli e B) sempre nominati dal provveditorato sono. La verità è che Renzi è liberale quanto Berlusconi: ha solo sostituito la sua cricca con un’altra (e spesso manco quello visto che le facce sono le stesse) e sta promuovendo un sistema in cui non esiste il merito ma solo la fedeltà. Ovvero la DC. Ovvero l’antiliberalismo. Non è una questione di non essere abbastanza: è proprio che la sua politica non è né quella che vuoi tu ne quella che voglio io.

All: Eppure le due riforme rilevanti che ha fatto sono tra quelle che io aspettavo da più tempo: fine del bicameralismo e del l’impossibilità di licenziamento.

Ok, ha eliminato il bicameralismo perfetto: lo ha fatto in un modo del tutto idiota creando senato di dopolavoristi che non faranno bene né il consigliere regionale né il senatore e di trasferte spenderanno tanto quanto avrebbero speso di stipendi ma si, lo ha fatto (en passant ha dimostrato che la punta di diamante del suo team non sa scrivere un decreto legge al punto che la Finocchiaro ha dovuto riscriverglielo da capo: succede quando ti circondi di leccaculo che non sono in grado di accorgersi che “umanista” non è un aggettivo.). Ma vogliamo parlare dell’articolo 18? Da anni quasi tutte le assunzioni erano precarie mentre per quelli che ce l’avevano l’articolo 18 è rimasto.

All: Era impossibile toglierglielo. E comunque il punto rilevante è dare alle aziende la possibilità di assumere senza che poi il dipendente possa non fare un cazzo per sempre. Ripeto: non è un buon premier,  ma non mi vengono in mente alternative ed è bravo a fare effettivamente le cose (magari in parte, magari imperfette, ma alcune le fa). Cosa farebbe Civati di liberale se fosse al governo (e riuscisse a tenersi una maggioranza, cosa che non credo possibile)?

Di liberale farebbe un’unica legge che includa conflitto di interessi, evasione fiscale e corruzione magari inserendoci la tracciabilità dei capitali. Questo, unito alla semplificazione della burocrazia sarebbe la riforma più liberale mai vista in Italia. E per questo nessuno la farà mai.

E guarda che secondo me stai mischiando causa ed effetto: Renzi ha la maggioranza PERCHÈ non fa un cazzo di liberale. Se volesse farlo davvero lo schiaccerebbero.

Il punto è: cosa pensi che farà Renzi di liberale da ora in poi?

Perché la mia risposta è un cazzo di niente.

Quindi non vedo perché dovresti appoggiarlo, tutto qui.

Per la cronaca sono favorevole a tr degli interventi fatti da Renzi: gli sgravi sulle assunzioni, il 730 precompilato e il divorzio breve.

All: Non ho idea di cosa farà in futuro: mi baso su quanto fatto finora. Se vuoi delle ipotesi di quanto potrebbe fare post elezione: un minimo di semplificazione sia della burocrazia, sia del sistema giudiziario. Nei miei sogni bagnati anche fiscale
Per quanto riguarda Civati sono convinto che ci proverebbe (probabilmente facendolo nel modo meno liberale e più statalista possibile), ma sono altrettanto certo che fallirebbe. E nel frattempo probabilmente porterebbe avanti altre politiche che non condivido (cose tipo reddito di cittadinanza e supporto alle strutture pubbliche invece di privatizzare).

Secondo me ti illudi, a nessuno degli alleati di Renzi interessa fare quello che dici tu. Anzi, interessa l’esatto contrario: spartirsi la torta come di consueto.

All: Secondo me almeno c’è una minima speranza. Esponimi l’alternativa: chi sono gli alleati di Civati a cui interessa?

Assolutamente nessuno.
Ma qui torno al discorso di prima: se devi votare chi vince e sperare che faccia quello che dici tu tanto valeva votare Berlusconi.

In fondo ha fatto qualcosa di buono: la patente a punti ed il divieto di fumo nei locali pubblici

All: No, perché Berlusconi non ha mai fatto un cazzo di liberale, Renzi qualcosa sì.

Ripeto: secondo me ti illudi. Anche perché il peggio è che Renzi stesso e il maggior avversario di chi vorrebbe le cose fatte in un certo modo visto che cannibalizza il voto di chi, come te, si accontenta di quest’elemosina.

Guarda quello che è successo con (sigh) Scelta Civica: qualcuno (come te) li aveva votati sperando in Monti ed è finita che sono entrati nel PD.

Ora, io lo capisco che a un sacco di gente che ha sempre preso schiaffi, a destra come a sinistra, non pare vero di poter tifare per la squadra che vince ma c’è un grosso problema: Renzi non è la vostra squadra. E non è una questione di essere indentitari o puristi ma si tratta di riconoscere che, a un certo punto il porco non è più buono (e probabilmente non lo era mai stato) e smetterla di tentare di rincorrere obiettivi con chiara inutilità.

Nota: l’Amico liberale (e/o liberista) non è un parto della mia mente (credo) e mi scuso se la sua rappresentazione non è accurata e/o irrispettosa.

Generatore automatico di restituzioni di Matteo Renzi

in humor by

Nel solco dei suoi illustri predecessori, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato la restituzione di 500 euri a 4 milioni di pensionati: se tanto ci dà tanto fate refresh per conoscere in anteprima le prossime restituzioni del governo (e non badate alla sensazione di deja-vù)

Scriveremo una grande riforma che restituirà a 28 milioni di Italiani i 3 euro prestati al drogato che doveva comprarsi il panino ma ci si è andato a bucare

Peggiorare le alternative

in economia/politica by

Quindi a gennaio-febbraio 2015 abbiamo 79.000 assunzioni in più rispetto allo stesso periodo del 2014 grazie agli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni; questa notizia, nonostante le consuete e misurate esternazioni del primo ministro (“é il segnale che l’Italia riparte”), non dovrebbe affatto motivo di giubilo per il governo. Molte di tali assunzioni, infatti, rientreranno all’interno del vecchio sistema di tutele pre-Jobs Act (a loro si applicherà l’articolo 18 per intenderci) che il governo tanto ha penato per abolire in quanto fonte di staticità e immobilismo lavorativo.

Senza entrare nel merito né economico né etico del Jobs Act, mi limito a dire una banalità: avendo istituito un nuovo regime di tutele del lavoratore, ritenuto evidentemente “migliore” del precedente, sembra ragionevole supporre che il governo auspichi l’ingresso, ancorché graduale, di un numero sempre maggiore di lavoratori in questo nuovo regime andando via via a svuotare le vecchie. Questo perché un alto numero di lavoratori sottoposti al Jobs Act stimolerebbe la creazione di altri posti di lavoro e comporterebbe, in generale, una crescita economica.

Ora, il Jobs Act si applica a tutti i contratti di lavoro stipulati dal 1 marzo in poi; occhio che “nuovi contratti” non vuol dire “nuovi lavoratori”, ma vuol dire qualsiasi nuovo contratto: anche chi cambia lavoro rientrerà all’interno del Jobs Act perdendo, qualora gli si applicassero in precedenza, le tutele pre-Jobs Act (articolo 18, sempre per capirci). Ecco, probabilmente mi sfugge qualcosa, ma per commentare questa trovata posso solo affidarmi al mio personale esperto di economia del lavoro.

In pratica questi geni hanno detto a 10/11 milioni di lavoratori (3 pubblici + 6,5/8 privati, a seconda della fonte) che se cambiano lavoro saranno meno tutelati rispetto a prima: il Jobs Act ha creato, con un tratto di penna, il più grande blocco alla mobilità dal dopoguerra a oggi e lo ha fatto non tramite lacci e lacciuoli ma creando un disincentivo enorme a cambiare lavoro per quasi il 70% dei lavoratori dipendenti, circa la metà dei lavoratori totali. Ora, io capisco che questi sono metà della base elettorale del Pd e non si rompono i coglioni a chi ti paga lo stipendio, ma se il piano per creare posti di lavoro é aspettare che vadano in pensione (raggiungendo l’altra metà) mi spiegate a che minchia serviva il Jobs Act?

EDIT: ho ricontrollato qualche dato e, stavolta, messo i link alle fonti che ho trovato a scanso di equivoci. Se trovate fonti migliori segnalatemele nei commenti.

Ivan, il terribile se conviene

in politica by

Vediamo se ho capito: il presidente del consiglio Matteo Renzi, in tempi non sospetti, si pronuncia esplicitamente contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso, precisando di voler introdurre delle unioni civili ad hoc sulla falsariga delle civil partnership tedesche.
Il che, detto che la cosa sarebbe comunque un bel passo avanti, ha un significato ben preciso: Renzi ci tiene a sottolineare, sul piano del principio, che il matrimonio è un istituto riservato alle coppie eterosessuali; tant’è che per le unioni gay che intende introdurre parla espressamente di “compromesso“, con ciò sottolineando una differenza che secondo lui, evidentemente, deve essere e restare ben chiara per tutti.
Ebbene, a quanto mi consta nel governo Renzi Ivan Scalfarotto fa il sottosegretario, mica l’usciere: e non mi risulta, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa di clamoroso, che abbia mai trovato nulla da dire sul distinguo chiaramente operato dal suo leder.
Senonché, a un certo punto succede che il distinguo lo fa Alfano, affermando che “in Italia non è possibile che ci si sposi tra persone dello stesso sesso”: cioè ribadendo lo stesso, identico principio sostenuto da Renzi. Allora, come d’incanto, Scalfarotto si sveglia: si tratta, nientepopodimeno, di “una retromarcia di retroguardia oscurantista”.
Ora, detto da un lato che Alfano non pare aver capito esattamente di cosa si sta parlando, e dall’altro che le civil partnership di Renzi non si sono ancora viste, un fatto mi pare piuttosto chiaro: sul significato della parola “matrimonio”, cioè sul principio che per sposarsi occorre essere un uomo e una donna, i due sembrano perfettamente d’accordo.
Qualcuno, se ha due minuti di tempo, mi faccia il piacere di spiegarlo anche a Scalfarotto.

Ma le province non erano state abolite?

in politica by

Uno dei primi annunci del Cazzaro è stato quello dell’abolizione delle province. Quasi con lo stesso atteggio bullistico/aggressivo che riscontri nel tuo compagno di liceo imbranato e sfigato, che all’epoca nemmeno fumava sigarette ed adesso si agita con un sorriso nervoso e forzato e con tutta la sbrigativistica baldanza impacciata da pseudo-cocainomane in erba, i cazzari vanno in tv gridando, tra le varie cose, ”Noi abbiamo abolito le province”.

Naturalmente, non è vero niente. Il carrozzone inutile sta sempre lì, con tutto il suo carico di spesa pubblica improduttiva di dipendenti e nullafacenti assunti  per logiche clientelari e voto di scambio, di appalti, subappalti e contratti di servizi vari che dilapidano il bilancio pubblico.

Le province esistono ancora ed in questi giorni si sta votando e si voterà per il loro rinnovo. A votare non saranno i cittadini, ma sindaci e consiglieri comunali del territorio su cui la giurisdizione dell’ente continua ad avere effetto. Infatti la Riforma Delrio ha abolito le province come organo elettivo, lasciandole, però, in vita per le altre funzioni.

I primi a rinnovare gli incarichi sono stati i 4 Consigli Metropolitani di Milano, Bologna, Firenze, Genova e le province di Bergamo, Lodi, Foggia, Taranto e Vibo Valentia. Oggi tocca a Ferrara. Le altre 4 città metropolitane Roma, Napoli, Torino e Bari, voteranno ad ottobre insieme alle restanti 58.

Le cariche inutili quindi del Presidente della Provincia e dei consiglieri provinciali resteranno ancora e, seppur senza una ‘diretta’ indennità, daranno ancora più potere a quei sindaci e consiglieri comunali che verranno scelti ed eletti da altri sindaci e consiglieri comunali. Possiamo immaginare quanto ancora più gelatinoso, oscuro, clientelare diventerà l’intreccio locale di politica ed affari, tra consulenze ‘maschera’, deleghe specifiche e similari.

Comunque, sempre di elezioni politiche si è trattato. Secondo Giuseppe Mazzini “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”, e per questo rivolgere lo sguardo al particolarissimo esito elettorale che ha riguardato la provincia di Vibo Valentia, diventa stuzzicante e pruriginoso.

Il nuovo presidente sarà Andrea Niglia, primo cittadino di Briatico, candidato alla guida della lista “Insieme per la provincia di Vibo Valentia -Adesso”. La lista guidata da Niglia è frutto dell’accordo tra l’area renziana del Pd vibonese, una parte di Forza Italia, Fratelli d’Italia e, infine, una parte di Ncd. La lista avversaria era guidata da Sergio Rizzo, sindaco di Maierato, alla guida della lista “Pd-Amministratori vibonesi indipendenti”, sostenuta dall’area ex cuperliana, che pur avendo il simbolo del partito era stata disconosciuta dall’intervento del vicesegretario nazionale Lorenzo Guerini, dopo che era scoppiata la grana del candidato Salvatore Vallone, dichiarato decaduto dal consiglio comunale di Mileto perché incandidabile a seguito di uno scioglimento per mafia. Al terzo posto la lista targata Ncd-Udc.(*)

E’ questo lo scenario che si sta prospettando a livello nazionale?

La politica, come la guerra, è il paradiso dei giocatori d’azzardo, dei mentitori, dei ladri, dei traditori e degli assassini. Saperlo è già qualcosa.

Soundtrack1:’Corteccia’, Bancale

Soundtrack2:’Nostalgia’, Teatro degli orrori + Zu

Storture da sistemare

in politica by

Vediamo di capirci, Matteo: io sono felice, davvero, per la stepchild adoption. Cioè, bisogna ammettere che è non è poco, e che fino ad oggi nessuno si sarebbe mai sognato di introdurla nel nostro ordinamento. Quindi, lo premetto, bravo, e grazie.
Però, per come la vedo io, sullo sfondo c’è una questione che rimane come non risolta, non discussa, sottaciuta. Facciamo che cerco di spiegartela, ok?
Partiamo da qua: per te cosa rappresentano, esattamente, questi figli biologici di uno dei due componenti delle coppie omosessuali che già ci sono? Delle “anomalie” da regolarizzare in un modo o nell’altro, come le case abusive in cui la gente vive da trent’anni e allora si fa prima a legalizzarle che a buttarle giù, pur dovendo restare chiaro il fatto che sono una cosa brutta? Cioè, ci stai dicendo che secondo te quei ragazzi cresceranno deviati, deformati, storti, però siccome ormai non ci si può più far niente tanto vale dar loro uno straccio di status? Cos’è, una politica di riduzione del danno?
Mi piacerebbe davvero, poterti farti questa domanda. E scommetto, ci scommetto, che risponderesti di no. Deviati? Figurarsi, manco per sogno.
Bene: e allora, perdonami, perché non permettere che le coppie omosessuali possano adottare?
Voglio dire, se i ragazzi che attualmente, di fatto, si trovano a crescere con due genitori dello stesso sesso non fossero una stortura cui riparare meglio che si può, che senso avrebbe impedire alle coppie gay di adottarne degli altri?
Nessuno, apparentemente. Non avrebbe senso, credo che tu debba convenirne.
E tu, Matteo, non mi sembri il tipo che fa le cose così, senza uno straccio di senso.
Mi spiace dovertelo comunicare, Matteo, ma in fondo è proprio questo che ci stai dicendo: quei ragazzi non se la passano per niente bene; cioè sono in una condizione di difficoltà, di disagio, o comunque in una situazione non ottimale. Tant’è vero che con una mano li regolarizzi, mentre con l’altra cerchi di impedire che ce ne siano di nuovi.
Sai cosa? Al posto dei genitori di quei bambini, al posto di quelle coppie, non saprei davvero che pensare: se essere felice per la possibilità che gli stai per dare, o furibondo per il fatto che implicitamente, ma non per questo in modo meno chiaro, consideri le loro famiglie delle mezze schifezze.

I Precari? “Parte del pacchetto”!

in politica by

Matteo Renzi ha chiarito che il decreto che ha recentemente deregolamentato totalmente contratto a termine e dell’apprendistato, non si possono toccare perché “parte di un pacchetto”.

In sostanza, con la riforma del contratto a termine, il lavoro precario diventa giuridicamente equiparato al lavoro a tempo indeterminato: non si deve più giustificare la ragione per la quale l’imprenditore assume a termine o tramite somministrazione (“lavoro interinale”), invece che con un contratto standard.

Entro un limite di tre anni il datore di lavoro è libero di prorogare il contratto fino a 8 volte: vuol dire che può far durare il contratto a suo piacimento ed estenderlo quanto vuole, anche utilizzando lavoro precario per coprire una esigenza temporanea. Al termine dei 3 anni, il datore di lavoro è libero di ricominciare il giochetto con un altro lavoratore.

Il contratto di apprendistato è un contratto in cui, da un punto di vista economico, un lavoratore accetta di essere pagato di meno in cambio di formazione. Prima del decreto Renzi, il progetto formativo andava specificato per iscritto, adesso non più: vuol dire che il lavoratore non ha alcuna certezza sulla formazione che riceverà e che può pretendere. Non sarà praticamente più possibile far convertire contratto di apprendistato con un contratto standard se il datore di lavoro non offre in realtà nessuna formazione, perché è praticamente impossibile provare la mancanza di formazione se il progetto non è predeterminato per iscritto.

Prima del decreto Poletti-Renzi, inoltre, un datore di lavoro non poteva assumere altri apprendisti se non aveva assunto con contratto standard il 50% degli apprendisti assunti in precedenza: era un modo per dimostrare che si era ricorso all’apprendistato per fornire vera formazione finalizzata all’assunzione dopo aver raggiunto la qualificazione richiesta e non solo per godere di manodopera a basso costo. Anche questo limite, via! Vai con le assunzioni di apprendisti finalizzate solo a pagare meno!

Tutto giustificato dall’idea che precarizzare il lavoro serva a creare nuova occupazione o a migliorare la produttività: idea mai provata (vd. qui, paragrafo 3) e anzi  smentita empiricamente.

Soprattutto, la precarizzazione è stata blindata da Renzi, perché è parte di un “pacchetto“, quale? Quello per cui si impiegano risorse per ridurre l’irpef sui lavoratori: le imprese sono scontente perché volevano invece si riducesse l’IRAP? Eccole accontentate con la loro parte di pacchetto: la quasi totale deregolamentazione del lavoro precario.

Cioè: dovevamo per forza ridurre l’irpef, in vista delle europee perché così mettiamo in tasca quattrini agli elettori. Siccome se avessimo ridotto l’irap gli elettori contenti sarebbero stato gli imprenditori, che sono di meno, allora abbiamo ridotto l’irpef. Però, per ricompensare le imprese e tranquillizzare i loro giornali di riferimento, abbiamo precarizzato ancora di più i lavoratori atipici.

Cari lavoratori atipici, avete capito? Siete merce di scambio; siete “parte del pacchetto”! Gioite!

Santé

“Lavorare sul serio”

in politica by

Caro Matteo Renzi, ieri, dopo aver ottenuto la fiducia al Senato, ci hai regalato questo tweet: «Ok il Senato, adesso la Camera. Poi si inizia a lavorare sul serio. Domani scuole, lavoratori, imprenditori, sindaci a Treviso #lavoltabuona».

Ora, Matteo, il tweet funzionava benissimo anche senza la parte sul “lavorare sul serio”. Vorrei quindi che tu mi spiegassi secondo quale criterio, secondo te, ottenere la fiducia alla Camera e al Senato non sarebbe “lavorare sul serio”.  Essendo tu Presidente del Consiglio dei Ministri, ottenere la fiducia del Parlamento fa proprio parte del tuo lavoro, anzi né è la prima condizione.

Certo, è ovvio che nella tua volontà di dare un’immagine fresca e smart, sminuire le attività parlamentari, con i loro riti, formalità e lungaggini, e presentarti come “l’uomo del fare” è un vero e proprio must.

Ti do però, in anteprima, una notiziola.

Caro Matteo, tu sei Presidente del Consiglio dei Ministri (non premier, non Primo Ministro, no!) e se puoi esserlo senza aver mai ottenuto un singolo voto in una elezione politica è proprio perché nel nostro sistema parlamentare il Governo viene votato dal Parlamento.

Tanto per essere chiari, Matteo, chi dice che il tuo Governo è illegittimo perché non votato dagli elettori è un analfabeta istituzionale. Altrettanto lo è, però, chi pensa che ottenere la fiducia del Parlamento sia una robetta, un passaggio formale che si frappone tra il Presidente e il “fare”.

Gli unici ad avere un mandato democratico popolare, nell’aula dove vi trovavate ieri, erano i senatori, tu no. Ciononostante, quando i senatori ed i deputati ti avranno dato la fiducia, magicamente arriverai a presiedere un Governo democratico.

Capisco che nella tua testa e in quella di tuoi tanti fan, la parola “Governo” suona più eccitante di “democratico” ma, in ogni caso, la tua legittimazione non deriva dal tuo consenso, non deriva dalla tua persona, dal tuo carisma, dalla tua smart e nemmeno dall’aver vinto le primarie di segretario del PD, alle quali ti hanno votato 1 milione e settecentomila persone, che non sono neanche un ventesimo del corpo elettorale.

La tua legittimazione a governare, caro Matteo, deriva solo dal voto di fiducia del Parlamento; tutto il resto è folclore. Ricordatelo, la prossima volta che avrai intenzione di sminuirlo, perché non starai sminuendo i singoli Razzi, Boccia, Scilipoti o Crimi, ma starai sminuendo tutti noi che il Parlamento – e non te – abbiamo votato.

Santé

“Ti fotterà ‘normalizzarti’, non Grillo”

in politica by

Nello streaming Renzi/Grillo ha vinto stocazzo. Sono andate in scena due strategie, o meglio, due tentativi di strategia: quella di far vedere che ‘Grillo parla parla, ma non vuole fare le cose’, e quella per cui ‘Renzi sei l’uomo delle banche, sei un pupo manovrato da De Benedetti’. A questo punto, gli antigrillini diranno che Renzi ha schiacciato il comico, i grillini che Grillo ha trattato Fonzie a pesci in faccia umiliandolo. Discorsi da tifosi, niente di più.

Gli antigrillini giocano tutte le loro carte su Renzi il quale, con una tempistica perfetta, giustamente, si è sbarazzato del governo Letta che a lungo andare avrebbe dilapidato l’effetto novità del sindaco di Firenze.

Ma mentre a Grillo giocare a fare l’antisistema non costa niente, il rischio ‘normalizzazione’ per ‘bella Mattè’ è dietro l’angolo e potrebbe costargli caro. La sua forza e la sua ascesa si sono basate sull’individuare dei nemici e sbaragliarli: i poltronisti del non fare. Renzi si è sempre portato avanti come ‘antisistema’ di qualcosa, come colui che sta ‘al di fuori’della palude romana e dei giochi di palazzo. Ora tutti (molti apparentemente, ovvio) stanno con lui: i dalemiani, i bersaniani, i democristiani, i berlusconiani, gli alfaniani ed i Napolitani. Tutti quelli che hanno governato negli ultimi venti anni. Ed in quel ‘tutti’non mi riferisco solo ai politici, ma soprattutto alle lobby burocratiche, sindacali, alto dirigenziali, imprenditoriali e mediatiche, espressione dei partiti e delle correnti interne ai partiti, di cui sopra.

In pratica, ‘bella Mattè’ per far riprendere il Paese/nazione/laterradovesononatoecheamo, dovrebbe andare proprio contro quest’ammasso di cose che lo appoggia e di cui è divenuto espressione concreta. Ammasso il quale, tra l’altro, ha rappresentato l’ostacolo principale al realizzarsi di qualsiasi tipo di riforma decente. Sicuramente l’avranno rassicurato sul fatto che avrà dalla sua tutto l’establishment mediatico e giornalistico a 360°ed i mercati finanziari. Ma potrà mai bastare in tempi di vacche magre? La Dc questo lavoro l’ha fatto per 40 anni, ma aveva quattrini pubblici che sparpagliava un po’ qua ed un po’ là ed alla fine ognuno, raccogliendo qualche briciola, se ne stava zitto e buono che ‘qualcosa si arraffa sempre’.

Non scordiamoci che l’azione di governo è quella di un compromesso con Alfano da un lato e Silvio dall’altro. Il potere contrattuale e ricattatorio dei due non è così residuo come si vuol far credere, perché se il governo Renzi cade ‘nel momento meno adatto’, chi ci perde la faccia è lui e di conseguenza ‘bella Mattè’ deve andare a casa così come diceva che gli altri dovevano andare a casa di fronte al fallimento di un’azione politica. E qualora non lo facesse, si mostrerebbe peggiore di quelli che accusava di essere attaccati alla poltrona. Quelli del Pdr (partito di renzi) non lo ammetteranno mai, ma un pochettino sotto scopa di Alfy e Silviuzzo, il nostro Tony Blair/Craxi, lo è, eccome.

Molti sostengono che con il voto delle precedenti elezioni al M5s, gli italiani più disgustati si siano definitivamente sfogati e ritorneranno pacificati e menefreghisti come sempre al proprio ovile quatti quatti. Bah, di proclami non ha mai mangiato nessuno e tale mantra del raggiunto svuotamento di scroto post coitum indignatum, sembra più una forzata pulsione di autoconvincimento ed una disperata speranza lisergica di autoavveramento della fiaba che ci si racconta la notte prima di andare a dormire, che un’analisi poggiante su dati reali e storici.

Soundtrack1: ‘Electric Funeral’, Black Sabbath

Soundtrack2:’Lysergik Funeral Procession’, Down

Discorsi da bar.

in politica by

La scenata che Grillo ha fatto con Renzi è ridicola e costituisce un’ennesima presa per il culo dei suoi militanti ed elettori, che gli avevano detto di andare a fare le consultazioni, magari smascherando gli eventuali bluff di Renzi.

Grillo non ha fatto nulla di tutto questo ma si è presentato per fare uno show e mandarla in vacca ed effettivamente è stato efficace rispetto al suo obiettivo. Quanto questo lo penalizzi o gli giovi francamente non mi interessa e concordo sostanzialmente con quello che ha scritto Alessandro Capriccioli sul punto.

Detto questo, dati i primi commenti in rete che non siano concentrati sul blog di Grillo, pare che Renzi abbia fatto un figurone perché ha cercato di parlare di contenuti ed è rimasto composto di fronte alla sfuriata di Grillo, rintuzzandolo anche con delle battute ben riuscite.

Francamente, non ho avuto questa impressione.

Renzi si è dimostrato un professionista nel non perder mai le staffe e non mandare Grillo a quel paese, cosa di cui io, ad esempio, non sarei stato capace. Di questo gli va dato atto e già solo questo lo fa vincere il confronto ai punti, secondo me, che pure non lo amo.

Però  non ci si può raccontare che Renzi abbia cercato di parlare di veri contenuti. Ha iniziato impapocchiando qualcosa sul semestre europeo, la volontà di cambiare l’Europa ma la necessità di “fare i compiti a casa” e, per farlo, si parte abolendo le province. Poi, mentre il Barbuto Esagitato iniziava a buttarla in vacca, ha iniziato a parlare di due persone che si son suicidate perché non trovavano lavoro e, infine, mentre quello si alzava ha balbettato qualcosa sul fatto che “questo (quale?) è il luogo dove c’è il dolore vero delle persone”.

Ora, se questi sono i contenuti – “i compiti a casa”, le province e il dolore delle persone – francamente, mi sembrano contenuti da bar. Un bar forse più silenzioso e vivibile rispetto al bar dove Grillo straparla di poteri forti, banche eccetera, ma sempre di bar si tratta. Speriamo ci sia sotto qualcosa di più ma questo oggi non abbiamo potuto verificarlo, grazie al prode Beppe, che ci ha dimostrato di avere paura persino dei discorsi da bar.

Santé

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