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Matteo Orfini

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

La crisi di Roma, spiegata senza psicologismi

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Una cosa è sicura: Marino avrebbe dovuto fare molto di più. E per una volta avrebbe perfino potuto, se si considera che la deflagrazione di “mafia capitale” gli forniva l’opportunità di mettere le mani nella melma del clientelismo romano e di azzerarlo, potendo contare su una legittimazione, quella derivante dagli esiti dell’inchiesta, che non è azzardato definire irripetibile. Ecco, Marino non ha avuto il coraggio, né soprattutto la capacità, di cogliere questa occasione storica, ancorché ripetutamente ed esplicitamente sollecitato (in condizioni di totale isolamento) dai radicali e in particolare dal consigliere Riccardo Magi (abbiate pazienza, non è propaganda ma storia), limitandosi all’arrocco dietro al paravento di un’onestà tanto (probabilmente) autentica quanto (certamente) insufficiente.

Ciò premesso, il punto cruciale della questione è il PD, nella duplice e contrapposta incarnazione del PD di Renzi, animato dall’urgenza di mettere i piedi nella città, e del PD romano, endemicamente allergico a qualsiasi tentativo di riforma di un sistema del quale fa parte integrante da decenni. Duplice incarnazione che ha trasformato Roma in un terreno di scontro a tre tra il sindaco, il governo e le più ostinate istanze di conservazione dell’esistente, passando per lo snodo del commissariamento di Orfini e della sua operazione di maquillage dei circoli. Tutto ciò, com’era ampiamente prevedibile, ha prodotto uno stallo senza uscita, un incastro diabolico che non poteva trovare sbocchi diversi dal disastro: il sostegno a Marino -prima dato, poi tolto, poi restituito, poi tolto di nuovo- è diventata l’arma con cui il PD ha combattuto una feroce guerra interna sul corpo martoriato di una città che stava morendo, e gli ultimi atti -le dimissioni chieste via whatsapp, prima rassegnate e poi ritirate- hanno disegnato uno scontro privato nel quale i cittadini non esistevano più: fino alla soluzione finale delle dimissioni in blocco, l’ultimo espediente del PD per non passare dall’aula e non rendere conto pubblicamente delle proprie azioni, che fotografa in modo impietoso una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità perfino mentre tutto sta venendo giù. Non c’è molto altro, mi pare: se non la debolezza delle opposizioni, che per conclamata collusione o totale incapacità (fa poca differenza, agli effetti pratici) non sono riuscite a giocare alcun ruolo significativo, se non quello di legittimare, ogni volta che se ne è presentata l’occasione, le più incarnite istanze corporative.

Questo, in estrema sintesi, è quanto: al di là delle elucubrazioni psicologiste che inevitabilmente proliferano e continueranno a proliferare, ma che non servono a (tentare di) spiegare le ragioni di quanto va succedendo.

L’improvvisa illuminazione del PD su De Gennaro

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Allora, vediamo di capirci, caro Orfini, caro Saviano e cari indignati dei due anni dopo:

1. Le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non accertano nuovi fatti. Accertano che la normativa nazionale non violi, o non permetta ai singoli di violare impunemente, i diritti umani. Ne consegue che la sentenza di martedì non ci dice nulla, ma proprio nulla di nuovo su De Gennaro.

2. Tutto quello che c’era da sapere lo sapevate già nella primavera del 2013: eppure lo avete comunque nominato presidente di Finmeccanica, e confermato nel 2014.

Adesso sarebbe lecito domandarsi come mai questa improvvisa illuminazione su De Gennaro; come mai vi viene in mente solo ora che, forse, non era il caso di promuovere qualcuno che era coinvolto nella catena di comando in una vicenda che, sì, ci è appena valsa una bella sentenza di violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ma non è che fino all’altroieri potesse  dirsi un grande esempio di civilista giuridica o di buon funzionamento della macchina pubblica?

No, perché, in mancanza di spiegazioni, si potrebbe quasi ipotizzare che De Gennaro lo stiate attaccando oggi, dopo averlo promosso ieri, non perché ve ne fotta nulla del G8, di Bolzaneto e della tortura. Ma solo perché vi serve la poltrona di Finmeccanica e la sentenza è un pretesto per chiedere delle dimissioni da un posto che De Gennaro forse non doveva comunque occupare.

Ma non da martedì, da mai.

Gli ex collaboratori di D’Alema

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E’ commovente e curioso constatare che i primi (e gli unici) che scattano solerti e reagiscono veementi a difesa di Matteo Renzi contro gli attacchi di Massimo D’Alema siano il suo ex capo dello staff a Palazzo Chigi Claudio Velardi, il suo ex responsabile alla comunicazione Fabrizio Rondolino, ed il suo ex portavoce Matteo Orfini.

Stiamo parlando di tre soggetti all’epoca appartenenti a quella cerchia invidiata, misteriosa ed inaccessibile dei “dalemiani di ferro”. Velardi, Rondolino, Orfini, La Torre, Minniti, tutti temuti e beffardi soldati dalemiani. Poi diventarono ex dalemiani. Adesso non solo antidalemiani, ma focosi renziani, passati addirittura con il “nemico”.

Sicuramente, caro Massimo, te la riderai sotto i baffi pensando “questi non li conosceva nessuno e li ho fatti diventare ‘famosi’ mettendoli al mio fianco. Poi se ne sono andati ma per continuare a dimostrare al mondo che esistono devono parlare male di me. Sono sempre io al centro dei loro pensieri. Sono dei dalemacentrici. Senza di me non se li cacherebbe nessuno.La loro condanna è questa ed io in fondo li perdono e provo pure affetto per loro.”

Certo, se ci aggiungiamo la Moretti che da antirenziana viscerale è divenuta una delle amazzoni del premier, pare evidente che per D’Alema e Bersani la scelta di collaboratori ‘stabili’ non sia una delle cose che gli venga meglio.

Ma nel caso dei tre di cui sopra, c’è un qualcosa in più del salire sul carro del vincitore. C’è quella dose di rivalsa, sfottò sopra le righe, sfumato livore, camuffato rancore, che balza nitidamente agli occhi e che noi comuni mortali non riusciamo a spiegarci.

Perchè, caro Massimo, ce l’hanno così tanto con te? Che gli hai fatto?

Potremmo tirare fuori l’Ornella Vanoni di Quei giorni insieme a te:

“Quei giorni insieme a te/ io non li rivivrei /è stata un’ Odissea difficile, inutile/ Noi eravamo in due /che adoravamo te/una ero io, l’altro eri tu/ e non avevi il tempo di volere bene a me (…) Quei Giorni Insieme A Te io li cancellerei/ ripeto fra di me: Che stupida! che stupida!/ E mi vergogno un po’ di averti detto sì/ Oggi che ho più dignità/ io non accetterei l’amore in briciole che tu allora davi a me come fosse carità/ ma se è così chissà perché penso ancora ai giorni insieme a te.”

Oppure dovremmo pensare a delle più crude pratiche di tortura psicologica? Li legavi a delle croci di sant’Andrea e  incollavi loro sul corpo con dell’attack pagine de Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa? Gli ficcavi in bocca una ball gag con lo stemma falce e martello e con un megafono da 120 milioni di volt gli urlavi le massime di Mao tse tung e gli stratagemmi di Sun Tzu? Li spogliavi nudi in una stanza blindata con Fassina che gli lanciava in faccia delle secchiate di acqua ghiacciata minacciandoli che avresti fatto condurre loro una trasmissione su Red Tv con Adinolfi e Massimo Bordin? Hai costretto ciascuno di loro singolarmente per un mese a testa a preparare a mano deliziose ed abbondanti fettuccine per Goffredo Bettini?

Ecco, cosa sia successo non lo sapremo mai, almeno fino a quando non leggeremo le memorie postume di Roberto Gualtieri e del Ministro Padoan, ex direttore di Italianieuropei.

Soundtrack1:’Il Gulliver’, Verdena

Soundtrack2:’Reach for the dead’, Board of Canada

Soundtrack3:’No tomorrow’, The Stevenson Ranch Davidians

Soundtrack4:’Lord of light’, Bardo Pond

Soundtrack5:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack6:’I giorni che ci appartengono’, Mina

Soundtrack7:’Quei giorni insieme a te’, Ornella Vanoni

Soundtrack8:’Non si sevizia un paperino’ Liz Ortolani

Soundtrack9:’The dampfwalze’, Sudstern 44

Soundtrack10:’Serra’, Mugstar

 

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