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Mattarella

Matrimoni gay. Se la Costituzione è un problema, cambiatela

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Poche sono le cose che arrivano puntuali in Italia. Tra queste, andranno sicuramente annoverate le immancabili perplessità dei ‘tecnici del Quirinale’ – queste figure umbratili e mitologiche, metà idraulici metà giuristi – ad ogni disegno di legge che si proponga di spostare un pochino in avanti l’asticella dei diritti in questo paese.

Dicono, i succitati esperti, che la proposta di legge Cirinnà forse non va bene. “I costituenti hanno stabilito che il matrimonio doveva essere tra persone di sesso diverso”. Ma la proposta in discussione al Parlamento concede alle coppie dello stesso sesso diritti che sembrano, se non proprio uguali (non sia mai!), tuttavia ancora un pochino troppo simili ai Diritti che ai costituenti, bontà loro, piacque evocare e far discendere dal cielo, come fiammelle di Spirito Santo, sui capi vergognosi e benedetti delle consacrate famiglie qua «società naturali».

Il problema, naturalmente, non sono i tecnici, i quali fanno il loro lavoro in maniera più o meno indipendente. (E sarà certamente nient’altro che una casualità che proprio ieri il Cardinal Bagnasco abbia espresso una considerazione non così distante dalla direttiva arrivata oggi dal Colle: “La famiglia non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione”).

Il problema, invece, è chi si ostina a voler tirare una coperta troppo corta da un lato all’altro del letto, nella speranza (sciocca o in malafede) che arrivi a coprire un po’ tutti. Ovviamente non è possibile. Ci sarà sempre un alluce, un orecchio, un pelo del naso che rimarrà al freddo. E uno zelante tecnico quirinalesco o un giudice costituzionale pronto a incardinarvi, su quel pelo del naso, un dotto parere, certamente ricco di riferimenti ai lavori preparatori dell’assemblea costituente. Ripulendo così la coscienza al caudillo di turno in carica a Palazzo Chigi, e offrendo in regalo alla maggioranza di governo la decennale scusante del ‘ci abbiamo provato’.

Fa sempre bene ricordare che, quanto a leggi costituzionali che più o meno esplicitamente limitano la libertà matrimoniale alle sole famiglie eterosessuali, l’Italia (nonostante l’ambiguità del testo costituzionale sul punto) è in ottima compagnia, al fianco di una manciata di paesi dell’ex blocco Sovietico (Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Moldavia, Montenegro, Polonia, Serbia, Slovacchia e Ucraina). E distante anni luce dal club dei paesi europei economicamente e politicamente più avanzati ai quali vanamente aspiriamo ad assomigliare, purché sia solo nella facciata (Svezia, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania …).

La realtà è che non si può seriamente affrontare la sfida dei diritti civili, che ci vede tanto indietro in Europa e nel mondo, con disegni di legge tappabuchi che andranno sempre, per forza di cose, a scontrarsi con le ambiguità della carta costituzionale e con l’impostazione generale del nostro diritto civile. La contraddizione è alla fonte di proposte pensate, anche in buona fede, come escamotage legislativi per aggirare la norma, per mezzo di pignolissime quanto artificiali distinzioni lessicali.

La soluzione non è aggirare la legge, ma cambiarla. La politica, se davvero è interessata a muovere un passo in avanti su questi temi, dovrebbe avere il coraggio di ammettere candidamente che la costituzione italiana, se davvero è incompatibile con l’istituzione del matrimonio universale (ma anche solo se solleva il dubbio interpretativo che lo sia), è sul punto vecchia e datata, e in contraddizione con gli stessi principi fondativi di eguaglianza tra tutti i cittadini che essa sancisce. Lo è per comprensibilissime ragioni storiche, che tuttavia la rendono – ad oggi – un documento lontano dalla nostra sensibilità etica e giuridica e un’arma nelle mani dei fautori della conservazione.

Una speranza, temo, vana. Giacché ai parlamentari italiani si applica splendidamente l’aforisma di Gian Piero Alloisio (l’originale era su Berlusconi): “io non temo Bagnasco in sé; temo Bagnasco in me”.

Nutrire il pianeta… di cazzate

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Lasciamo da parte per un momento le polemiche in merito ai tempi di costruzione dell’Expo, i suoi costi e un futuro incerto fatto di smantellamenti e/o riconversioni. Così come eviterei qualsiasi bilancio sul successo o meno di tale evento, dato che le porte non sono ancora state chiuse ed è un po’ presto per fare i conti.

D’altronde, in molti casi si tratta di una pura questione di gusti: Expo 2015 può piacere o meno, si passa dalle reazioni entusiastiche degli amanti dei parchi giochi alle lamentele di chi le file di sette ore proprio non le può proprio sopportare, figuriamoci poi per una baracconata del genere. Baracconata che però, ad essere sinceri, è parte integrante della natura delle esposizioni universali da sempre. Torre Eiffel, Atomium, Albero della vita: celodurismo e gusto per l’osceno fanno parte di questa grande competizione egotica internazionale sin dagli albori, e le regole del gioco sono ben chiare a tutti i partecipanti.

Il punto riguarda piuttosto il nome dato all’evento italiano, un titolo che, in considerazione delle dinamiche economiche dell’Expo, suona tanto di presa per il culo. Chiamare “Nutrire il pianeta” una struttura a cielo aperto dove il cibo più economico è rappresentato dalle patatine a 8 euro (fritte male) in vendita di fronte al padiglione Irlanda sembra…beh, ci siamo capiti.

Lo slogan di Milano, molto bello in verità, pare perdersi totalmente in un progetto che di fatto non permette al visitatore medio di interagire con l’oggetto stesso della manifestazione, ovvero il cibo. Non mi metterò ora ad elencare i costi di bar e ristoranti all’interno dei vari padiglioni, ormai celeberrimi. Se la qualità c’è, di certo non è a portata di tutti, e anche un normale approvvigionamento risulta impossibile a fronte della scarsa offerta – in termini di accessibilità monetaria – dei punti di ristoro minori. Tanto vale portarsi il panino da casa.

Attenzione, in discussione non vi è il principio (sacrosanto) per il quale a maggiore qualità deve necessariamente corrispondere un costo maggiore. Il cibo buono si paga caro, mi sembra ovvio, ma forse la vera sfida per Expo, al di là del numero di visitatori, poteva proprio consistere nel permettere l’accesso ad alimenti sani e nutrienti al maggior numero di persone possibili. Invece, ad eccezione del caso virtuoso del padiglione Svizzera, si è preferito puntare sulle strutture sbalorditive, le presentazioni virtuali e i grandi slogan.

Insomma, sentire il presidente Mattarella affermare che nutrire il pianeta rappresenta oggi “un ideale inseparabile dalla pace” sembra sottintendere che noi, in Italia, abbiamo preferito scendere in guerra. Una guerra dei bottoni direi, dove il ridicolo involontario si mischia alla consapevolezza, ancor più sconsolante, dei limiti di proposte sociali totalmente incoerenti con la realtà dei fatti.

Ancora una volta, abbiamo perso il treno per il futuro.

Il principe alla guerra

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Correggetemi se sbaglio, ma credo che sia la prima volta in Italia che un presidente del consiglio si presenta davanti alle telecamere in tenuta mimetica, come ha fatto Renzi durante la visita agli Alpini della brigata Julia in missione in Afghanistan. Tecnicamente, non ne avrebbe alcuna ragione: il capo delle forze armate è il Presidente della Repubblica – ve lo immaginate Mattarella in mimetica? – mentre la sovraintendenza dell’esercito è nelle mani del Ministero della Difesa. L’eventualità, i tempi e le modalità di intervento da parte dei militari vengono poi stabiliti dal Parlamento. In tutto ciò, insomma, la presidenza del consiglio dei ministri c’entra ben poco.

Ma buon lettore del Machiavelli (e direi anche da grande appassionato di House of Cards), Renzi ha colto l’essenza moderna del potere carismatico: il principe è innanzitutto un condottiero, la testa – caput – dell’esercito. E come tale deve indossare elmo e armatura per affermare la retorica del generalissimo che passa in rassegna le sue truppe prima della grande battaglia.

D’altronde la storia ci insegna come ogni potere in via di consolidamento – o in crisi – cerchi una legittimazione attraverso la metafora militare. Anche quei capi che non nascono come condottieri (avendo avuto accesso al potere vuoi per discendenza, vuoi per intrallazzi politici di varia natura, vuoi per culo) a un certo punto della loro carriera hanno avuto la necessità di mostrarsi in abiti bellici, per ribadire una posizione di preminenza a discapito di tutte quelle forze esogene che ne minacciano gli intenti egemonici.

Senza scomodare casi troppo vetusti (a titolo d’esempio basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni dei sovrani europei con spadone e cavallo), si può semplicemente rammentare la recente apparizione mediatica di un incazzatissimo re di Giordania Abdallah in uniforme da combattimento impegnato a vendicare la morte atroce di un suo soldato per mano degli aguzzini dell’Isis. In un mondo islamico lacerato da conflitti fratricidi, l’erede di Maometto ha ricordato al mondo chi è che porta i calzoni in casa Allah.

La veste guerriera, oltre a segnalare un tempo di crisi, segue un obbiettivo ben preciso: quello dell’accentramento del potere. Quando il rappresentante di un organo legislativo e/o esecutivo si addossa anche la prerogativa della guerra – o perlomeno della sua simbologia – la pluralità propria delle realtà nazionali si contrae nell’immagine egocentrica del monarca assoluto. Il celodurismo della retorica militare è l’essenza stessa dell’ambizione politica che pensa in grande.

Il messaggio di Renzi è dunque ben chiaro: l’État c’est moi, bitch. E sbrighiamoci a fare ‘sto cazzo di selfie.

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