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A che serve la legge sulle unioni civili

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Quella sulle unioni civili è una legge molto timida, nata da un compromesso con forze conservatrici e illiberali. Sinceramente ci sarebbe poco da festeggiare, è poco più di un atto dovuto.

Sennonché almeno di una cosa ci si può rallegrare. Ed è l’effetto che l’approvazione della legge sta avendo su certi settori della società. Le reazioni dei social network sono fantastiche, tra cattolici tradizionalisti impauriti o che inveiscono contro la distruzione della famiglia tradizionale, fascisti allo sbaraglio che girano video imbarazzanti urlando che l’omosessualità “non sarà mai legge”, gente che fino a tre giorni fa si incazzava perché ci sono cose molto più importanti e oggi invece propone il referendum contro le unioni civili.

Insomma, la varia umanità che questa legge ha scoperchiato, mettendo il dito nella piaga di settori di società retrivi e totalmente slegati dalla realtà, che godono solo nel negare ad altri diritti che loro hanno.

Bene, se la legge serve, oltre ad estendere diritti, anche a trollare queste persone e a mettere in crisi le loro certezze, di questo si ci possiamo rallegrare. La legge non dà pari diritti ma sanziona la normalità delle relazioni omosessuali, che diventano meritevoli di tutela di fronte al legislatore. Ed è questa sanzione della normalità a dare fastidio a questa gente. Quello di cui non si capacitano.

Purtroppo per loro, però, ormai è così e non si torna indietro. Loro e soprattutto i loro figli vivranno in un mondo in cui i froci saranno sempre più gente come tutti gli altri, anche di fronte alla legge. E non ci possono far nulla. Per fortuna nostra e soprattutto dei nostri e dei loro figli.

Santé.

 

Monogamish

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Siamo sempre (più o meno tutti) stati educati al concetto che una coppia di fidanzati (da qui l’epiteto) è tradizionalmente formata da due persone, e che queste persone non debbano avere nessun tipo di rapporto (soprattutto fisico) con altri.

Ha senso? Ovvio che ha senso: se si è innamorati di qualcuno, se si sceglie di stare con questa persona (a meno che non siate Apu Nahasapeemapetilon, e la persona che vi dovrete sposare l’hanno scelta i vostri genitori quando avevate 8 anni), normalmente è con questa che volete rimanere. Ed è con questa che vogliamo fisicamente stare. E non sopportiamo che questa persona, che consideriamo nostra, faccia l’amore con qualcun altro. D’altra parte è nostra.

Eppure, il tasso di infedeltà nelle coppie è comunque parecchio alto; ma (sempre nella maggior parte dei casi) due persone non sono di certo obbligate a rimanere insieme. Può convenire, può essere doloroso e difficile separarsi, ma siamo liberi di farlo.

Queste sono riflessioni non casuali. Sono tutte nella testa di Tao Ruspoli, il regista di Monogamish.

Partiamo dal concetto di matrimonio: è davvero indispensabile sposarsi? Una parte dell’umanità ne conviene: è giusto dal punto di vista economico, morale, e quant’altro. Siamo sicuri?

I miei genitori non sono sposati: ciò non significa che tutti dovrebbero seguire il loro esempio, né significa che io non mi sposerò mai, ma di certo una cosa del genere mi ha fatto sempre chiedere, sin da piccola, se in effetti ci fossero altre possibilità alla coppia sposata con figli. Perché no?

Sia chiaro: io credo nell’amore, e credo anche nel matrimonio, se a muoverlo è il puro e semplice desiderio di coronare la volontà reciproca di stare insieme con un festeggiamento, e non la convenzione, il fatto che “Beh, ma perché i tuoi non si sono mai sposati?” Ti potrei rispondere “Ma perché avrebbero dovuto, scusa.”

Io l’ho sempre vista come una cosa molto semplice: ami qualcuno, vuoi stare insieme a qualcuno, ci vai a vivere, fai dei figli, invecchi insieme. Non c’è bisogno di certificarlo. Lo vuoi fare? Ok. Non lo vuoi fare? Ok lo stesso.

Una cosa è comunque sicura: la storia ci insegna che il matrimonio, in quanto unione fra due persone (almeno nella nostra società), è la base della famiglia tradizionale. Due persone, i figli. E se non fosse così?

L’amore, e questo viene mostrato in modo molto approfondito nel documentario di Ruspoli, ha tantissime forme. Alcune di queste sono (per me in primis) quasi inimmaginabili: ci sono, per esempio, le persone che vivono relazioni poliamorose: non stiamo parlando di un semplice menage à trois, ma di vero e proprio amore reciproco fra tre persone. Difficile? Probabilmente sì. Complicato? Indubbiamente. Impossibile? Pare di no.

A volte siamo convinti che l’unica soluzione possibile, anche per essere accettati dagli altri come persone non sgradevoli, sia esercitare la monogamia. Eppure, spiegano in molti nel film, a quanto pare la monogamia non è propria dell’essere vivente. Al di là degli animali e dei loro rapporti spesso promiscui, ci sono popolazioni in cui non solo è accettato che la propria moglie vada con altri uomini, ma addirittura, durante la gravidanza, è consigliabile che lo faccia: perché questi popoli credono che così facendo il bambino erediterà tutte le qualità degli uomini con cui la madre si unisce nell’atto sessuale. Quindi daje con quello simpatico, con quello bello, con quello forte, e via dicendo.

Stupide superstizioni? Sì, forse. Io però ci ho letto anche un’altra cosa importante: in una popolazione che accetta e incoraggia questo tipo di pratica la donna non è considerata proprietà esclusiva dell’uomo con cui vive. Un concetto al quale nessuno di noi è pronto, me compresa: non credo che potrei mai accettare di dividere l’uomo che amo con un’altra persona.

La storia di Tao Ruspoli, come è facile immaginare, inizia in una famiglia non “tradizionale”: il padre, il principe Alessandro Ruspoli (sì, quello del palazzo) sposa la madre a 50 anni, mentre lei ne ha appena 18. Naturalmente Tao non è né il primo né l’ultimo figlio del principe, vi basti immaginare che ha un paio di zii della sua stessa età.

A ogni modo saranno il mondo in cui vive, la separazione dei genitori quando aveva 8 anni e il traumatico divorzio da sua moglie che daranno il via alla concezione di Monogamish.

Ho riflettuto a lungo su questo film, e ho subito capito quale era la sua morale ultima.

Molti lo vedranno come un inneggiare al tradimento, allo squallore dell’inganno, alla sessualità promiscua e all’appagamento del desiderio personale. Una montagna di cazzate.

Il messaggio principale di questo film, quello che il regista ci sta comunicando, è la condizione fondamentale per portare avanti qualsiasi rapporto: l’onestà.

Ciò che infatti contraddistingue tutte le storie che vengono raccontate in questo documentario è l’estrema sincerità che gli uni hanno nei confronti degli altri. C’è chi ama la stessa persona per tutta la vita, e non riesce nemmeno lontanamente a immaginare un’altra esistenza; c’è chi ne ha amate molte, e pensa che siano state tutte “quella giusta”, anche se l’amore poi è finito; c’è chi ne ama più di una, e a sua volta da loro è riamato; c’è chi ha addirittura una relazione aperta, con tutte le complicazioni che ne possono derivare.

Ma tutti quanti, nessuno escluso, si dice cazzate. Nessuno ha l’amante, nessuno dice che esce con le amiche e poi si tromba uno sconosciuto nei cessi della discoteca, nessuno di loro va a mignotte lasciando moglie e figli a casa.

Tao Ruspoli (lo dice lui stesso) spera che con questo film possa aiutare le persone a capire alcune cose di sé e del proprio rapporto con gli altri, soprattutto con il proprio partner. Come? Attraverso il concetto dell’onestà: ammettere a se stessi, e agli altri, tutto ciò che non pensiamo di poter ammettere o dire perché influenzati da una società che continua a metterci in testa idee spesso fin troppo estreme, come la castità o il fatto che divorziare, lasciarsi, ammettere cioè uno sbaglio sia molto più dannoso che rimanere insieme (più una moltitudine di altri esempi che non citerò ma che potete tranquillamente immaginare).

Perciò, visto che temo che qui da noi non uscirà mai (per un semplice fatto di distribuzione, non robe tipo “l’Italia è retrograda, questo film non uscirà mai perché parla della gente che vive in tre”), ho pensato che fosse utile esprimere questo concetto: magari alcuni leggeranno questo post e penseranno che sono solo scuse, che siamo fatti per vivere un solo tipo di amore, che non è concesso altro, che “continuiamo a dirci cazzate, tanto se la mia ragazza non sa che l’ho tradita mica ci rimane male”.

Magari, però, ho aiutato qualcuno a riflettere un attimo prima di prendere una decisione sbagliata. Perché proprio di questo stiamo parlando. Qui non si inneggia all’infedeltà, tutt’altro: si spinge a essere sinceri, a tirare fuori tutto ciò che si ha dentro proprio per evitare l’inganno e il tradimento. Non significa certo che sia una strada facile: come ho già detto la maggior parte dell’umanità non è pronta, ed è più facile pensare di essere di qualcuno, di avere una sola scelta. Giustissimo: finché non si soffre.

Io penso che la fedeltà, la dedizione all’altro, come volete chiamarla, non sia qualcosa che dobbiamo imporci perché ce lo dice qualcuno. Penso che se siamo innamorati di qualcuno è con quel qualcuno che dobbiamo stare, ed è anche a quel qualcuno che dobbiamo rispetto, dunque onestà. Tutto qui.

JJ

 

Piccolo inciso: nel film le piccole scene recitate che raccontano il matrimonio del regista con la sua ex moglie, la quale era all’epoca molto giovane (18 anni), ha come protagonisti un ragazzo normale e una ragazza superfregna. E io mi sono detta: “Vabbè, come al solito per le ricostruzioni prendono sempre queste attrici/modelle fichissime che non hanno nulla a che fare con la realtà… Che palle”. Poi ho scoperto che l’ex moglie di Tao Ruspoli è Olivia Wilde. Allora scusa, niente, colpa mia.

Ciao, vado ad ammazzarmi
Ciao, vado ad ammazzarmi

Quella piazza che il family day ha già perso

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Oggi, sabato 20 giugno, si è svolto a Roma il Family Day: circa un milione di persone (ammettiamo anche le cifre sempre vestite a festa fornite dagli organizzatori), hanno manifestato contro le unioni civili.

Ho pensato un po’ a cosa scrivere sul tema, e non è stato facile: gli argomenti messi in campo da queste persone sono fortemente pretestuosi, arzigogoli senza ragione per sostenere l’insostenibile; d’altro canto qualsiasi principio di buonsenso, di mero rispetto della libertà altrui, suggerirebbe che non c’è proprio niente da contestare. Come si fa a commentare, dunque? Che cosa avrei potuto scrivere sul tema?

Poi ho capito che non sapevo bene cosa scrivere perché non c’è proprio niente da scrivere. Questa battaglia è già finita, e l’ha vinta il buonsenso dal momento in cui la questione è entrata nel suo –preziosissimo– raggio d’azione. Qualsiasi commento è superfluo verso chi è già stato, anche se non ancora de iure, sconfitto dalla storia. Il nostro paese sarà tra gli ultimi (cioè, lo è già), si continueranno le discussioni ancora per un po’, ma una cultura della libertà (ah, l’Occidente!) ha fatto breccia anche da noi: nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili. Nessuno. È qualcosa ormai di naturalmente accettato, che non richiede più discussione, è definitivamente proprio della nostra generazione. È una piccola, doverosa concessione di libertà che ci appartiene.

E allora lasciamo questi poveri derelitti, questi sconfitti, manifestare un giorno nell’illusione di poter cambiare un processo che è ormai inarrestabile. Combattono una battaglia che già sanno di aver perso. Non sprechiamo commenti, pensieri, tempo, per rinfacciare loro la pochezza che dimostrano, lo scarso rispetto, la minima intelligenza, la tracotante pretestuosità dei loro inesistenti argomenti. Rivolgiamo i nostri sforzi altrove: sono ancora tante le battaglie di libertà da combattere, la cui vittoria è, invece, sempre tristemente lontana.

Pero’ pure l’invidia e l’odio, insomma

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Breve post in cui cerco di spiegarvi per quale motivo, sui gay, ha ragione Gasparri.

Ma non nel senso delle profezie apocalittiche sull’umanita’, ovviamente: solo in quello, piu’ prosaico e infinitamente piu’ rilevante per lui, dei consensi elettorali. E’ vero, forse la maggioranza degli elettori del fu PdL sono favorevoli a tutte le cose che noialtri istruiti, giovani e urbani consideriamo normali. Ma vi invito a considerare la seguente. Libero posta la notizia dell’apertura di Berlusconi alle cose di cui sopra, che sara’ facilona, cazzara e quello che volete, ma tant’e’.

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Quello che segue, senza bisogno di dire altro, e’ un campione molto rappresentativo dei commenti. E per “molto rappresentativo” intendo dire che lo stimatore migliore di zero e’ zero. Vedrete da soli cosa e’ zero.

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Che poi la facciano anche, questa legge insieme. Ma io lo dico da tempi non sospetti che forse queste materie (e non il nucleare o le gare sui servizi pubblici locali) sarebbe il caso di gestirle attraverso referendum. Ci risparmieremmo, in entrambe le direzioni, tanti spettacoli brutti brutti.

I matrimoni hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Luca e Tania, che hanno riunito la compagnia per un annuncio importante. Ci sono tutti. Manca soltanto Carla, che è andata a raccogliere pere williams in Australia. La serata è afosa: ottobre s’è travestito da agosto e si sta a mezze maniche. Mario è stranamente sobrio ed è venuto con la sua nuova fiamma: una ragazza brasiliana di nome Paula. Lei è alta un metro e novanta, ha spalle da nuotatore, braccia da pugile, voce baritonale e lineamenti molto marcati. Chiedi come si sono conosciuti ma ricevi solo risposte vaghe. Lei racconta di quella volta che ha steso tre rapinatori in una banca. Non insisti. Mimmo invece se ne sta in disparte e giocherella con un affare di gomma. Ti avvicini per vedere di che si tratta. “È una vagina di caucciù, un antistress, l’ho chiamata Marika” dice lui palleggiandola da una mano all’altra. Camilla ha di nuovo cambiato fidanzato: Cedric, un giocatore di basket senegalese conosciuto durante il suo ultimo volontariato in Africa. Insomma, sono tutti in coppia tranne te.

La serata è allegra. Luca e Tania raccontano il loro ultimo viaggio in Thailandia e mostrano le quattromilanovecentotrentasei foto che hanno scattato. Mario siede in braccio a Paula sul divano; Mimmo si è chiuso in bagno da venti minuti con la sua Marika. Si parla della vostra generazione: del lavoro che non c’è, dei social network, dei cervelli in fuga e del porno amatoriale. Cedric confessa che sta avviando una start up. Vorresti insultarlo ma, essendo alto quaranta centimetri più di te, pensi che è meglio se ti fai i cazzi tuoi. Pensi inoltre che la tua non violenza è sempre stata una sana forma di realismo. Pensi a questo mentre Luca interviene e sposta la discussione sulla vita di coppia. Dice che in due è tutto più facile, che non si può mica restare ragazzini per sempre; infine accenna alla sindrome di Peter Pan e ti lancia un’occhiata di rimprovero. Fai finta di niente.

Poi arriva il momento dell’annuncio importante. Tania richiama l’attenzione schiarendosi la voce e parla. “Raga, io e Luca…be’, ecco, abbiamo deciso di fare il grande passo: ci sposiamo”. Un brivido ti percorre la schiena. “In fin dei conti, non siamo più ragazzini, e poi conviviamo da sei anni”. Vorresti dire che guarda caso sono sei anni esatti che Luca non viene più a giocare a calcetto il venerdì sera. Ma taci. Guardi lui per capire se è d’accordo, se ne hanno mai discusso prima. Sorride, annuisce. Hai un secondo brivido: lui è addirittura d’accordo. Camilla abbraccia Tania, le dice che è una cosa meravigliosa e che non vede l’ora di vederla con l’abito da sposa. “Ma quindi niente più puttan tour?Nooooo!” interviene Mario portandosi le mani sul volto per la disperazione. La futura sposa lo fulmina con lo sguardo. 

Si comincia a parlare delle bomboniere, del menù, dell’abito, del viaggio di nozze. “Ma quindi niente più puttan tour???” ti sussurra all’orecchio Mimmo, che prima era distratto dalla incredibile verosimiglianza della Marika di caucciù. Tania è esaltata, Luca la asseconda. Pare che vogliano fare le cose in grande: seicento invitati, bomboniere d’oro zecchino, viaggio di nozze alle Hawaii. Ad un certo punto, spunta la lista nozze; Camilla mette a disposizione la sua esperienza: l’anno scorso s’è sposata sua sorella e sa come funziona. Mario ricorda a tutti che ha molto apprezzato quel matrimonio, specialmente il momento in cui il prete non riusciva a capire chi fosse lo sposo e chi la sposa. Segue qualche minuto di imbarazzo, ma poi l’atmosfera torna gioiosa.

Dopo qualche minuto spunta pure una mega bomboniera: una carrozza d’argento in scala 1:1. “Questa è per gli amici, l’abbiamo scelta io e mia suocera!” dice con entusiasmo Tania. Tu sai che lei e sua suocera non si sono mai potute soffrire, che la mamma di Luca è una rompicoglioni di dimensione galattiche e che è sempre stata gelosissima; sai che Tania la chiama affettuosamente “vipera del cazzo”. Ma taci. Guardi la carrozza e pensi che dovrai affittare un box auto solo per quella. Nel frattempo Luca ti si avvicina e ti poggia una mano sulla spalla. “E Malcolm sarà il mio testimone” dice con voce fiera e commossa.

Hai le vertigini. Te lo immagini quel giorno, immagini l’addio al celibato, i soldi che spenderai per il regalo, la mamma di Luca che abbraccerà commossa Tania e le augurerà tanta felicità. Ti immagini la cerimonia, il pranzo, gli zii della sposa che chiedono un applauso e gridano “evviva gli sposi!”. Non puoi permetterlo, non deve accadere. Alzi lo sguardo per dare un’occhiata ai due futuri coniugi. All’improvviso tiri fuori dalla giacca una busta di carta. La apri e cominci a distribuire alcune polaroid. Camilla si porta le mani sulla bocca, Mario sgrana gli occhi e dice “Cazzo, Tania, ma tu non sei vegetariana?! Porca puttana, mi fai vacillare la teoria sui pompini”. Le foto arrivano nelle mani della coppietta; entrambi svengono. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “volete ancora che vi faccia da testimone?”. Allora ti metti ad elencare.

Gli addii al celibato e al nubilato con la loro ironia del cazzo sulla libertà che se ne va; le spese folli (guadagnate mille euro a testa, per quale cazzo di motivo dovete spendere seimila euro solo di bomboniere?); il pranzo nei ristoranti lussuosi all’insegna dell’abbuffata coi parenti che raccattano gli avanzi e ci vanno avanti tre mesi; i balli di gruppo, perdio, i balli di gruppo; i finti regali tipo i piselli di gomma e i grembiuli erotici; il fatto che costringete gli amici a spendere duecento euro per un frullatore che non userete mai, e dico mai, nella vita; la mega torta; le bomboniere d’oro e d’argento; il viaggio di nozze nei paesi tropicali; il filmino di nozze in bianco e nero con gli Oasis come colonna sonora; il book fotografico in qualche villa rinascimentale.

Potresti continuare ma ti manca il respiro. Luca e Tania si stanno lentamente riprendendo. Camilla gli sventola le polaroid sul viso per fare un po’ d’aria. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” ripeti col tono del filantropo. Sai di aver fatto la cosa giusta. Mario ti prende la mano destra e la alza in segno di vittoria, come si fa nel pugilato. Mimmo chiede alla vagina di caucciù se vuole sposarlo; lei non risponde. Sì, hai fatto la cosa giusta. Allora guardi un’ultima volta la coppia: hai salvato loro la vita e il portafogli. Infine saluti tutti, ti volti ed esci fischiettando la marcia nuziale.

Ivan, il terribile se conviene

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Vediamo se ho capito: il presidente del consiglio Matteo Renzi, in tempi non sospetti, si pronuncia esplicitamente contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso, precisando di voler introdurre delle unioni civili ad hoc sulla falsariga delle civil partnership tedesche.
Il che, detto che la cosa sarebbe comunque un bel passo avanti, ha un significato ben preciso: Renzi ci tiene a sottolineare, sul piano del principio, che il matrimonio è un istituto riservato alle coppie eterosessuali; tant’è che per le unioni gay che intende introdurre parla espressamente di “compromesso“, con ciò sottolineando una differenza che secondo lui, evidentemente, deve essere e restare ben chiara per tutti.
Ebbene, a quanto mi consta nel governo Renzi Ivan Scalfarotto fa il sottosegretario, mica l’usciere: e non mi risulta, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa di clamoroso, che abbia mai trovato nulla da dire sul distinguo chiaramente operato dal suo leder.
Senonché, a un certo punto succede che il distinguo lo fa Alfano, affermando che “in Italia non è possibile che ci si sposi tra persone dello stesso sesso”: cioè ribadendo lo stesso, identico principio sostenuto da Renzi. Allora, come d’incanto, Scalfarotto si sveglia: si tratta, nientepopodimeno, di “una retromarcia di retroguardia oscurantista”.
Ora, detto da un lato che Alfano non pare aver capito esattamente di cosa si sta parlando, e dall’altro che le civil partnership di Renzi non si sono ancora viste, un fatto mi pare piuttosto chiaro: sul significato della parola “matrimonio”, cioè sul principio che per sposarsi occorre essere un uomo e una donna, i due sembrano perfettamente d’accordo.
Qualcuno, se ha due minuti di tempo, mi faccia il piacere di spiegarlo anche a Scalfarotto.

La Costituzione che non esiste

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Saranno dettagli, eh. Però leggevo sull’Huffington Post la dichiarazione con cui (anche) Angelino Alfano prima ha “aperto” alle unioni gay, e poi si è subito affrettato a non esagerare con l’apertura:

Rispettiamo l’affettività di tutti. Se c’è da garantire maggior tutela ai problemi delle tante persone che convivono noi siamo pronti. La nostra, però, è un’apertura con un avvertimento: non si tocchi la famiglia naturale, composta da uomo e donna, come recita l’articolo 31 della Costituzione

Allora, siccome quando mi ci metto sono un tipetto pignolo, e visto che non ricordavo a memoria l’articolo 31 della Costituzione, sono andato a rileggermelo:

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo

Ora, come dicevo: saranno dettagli. Però, anche dopo averlo letto due o tre volte, non mi pare che l’articolo citato da Alfano specifichi espressamente che il matrimonio debba avvenire per forza tra “un uomo e una donna“; né tale previsione è esplicitamente contenuta nei precedenti articoli 29 e 30. Intendiamoci, non dubito affatto che il concetto possa essere considerato sottinteso: giacché nel 1947 l’idea di una famiglia composta da due persone dello stesso sesso non era ipotizzabile neppure per scherzo; tuttavia, ne converrete, citare una circostanza implicita a suffragio delle proprie posizioni non è esattamente il massimo, specie se si decide di utilizzare (a sproposito) il verbo “recitare“.

Così come non è il massimo, per dirne un’altra, il riferimento alla cosiddetta “famiglia naturale“: locuzione anch’essa del tutto assente nell’articolo 31, com’è agevole rilevare, nonostante quello che Alfano vorrebbe farci credere.
Ora qualcuno dirà: vabbe’, stai spaccando il capello in quattro. La nozione di “famiglia naturale” è contenuta nell’articolo 29, mica vorrai mettere in croce il buon Angelino per aver sbagliato articolo? Via, dove siamo, a Rischiatutto?
Ennò, amici miei. No. Perché l’articolo 29, a leggerlo perbene, dice una cosa un tantino diversa:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio

Capirai, direte voi. Non c’è scritto “famiglia naturale”, c’è scritto “società naturale“, che differenza vuoi che faccia?
E invece la fa. Fa una differenza abissale. Perché dire che il matrimonio è riservato alla “famiglia naturale” (cosa che la Costituzione non fa) significa (anche qua ci sarebbe da discutere, ma lasciamo correre) che esso debba essere riservato agli eterosessuali; mentre dire che “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale” (cosa che la Costituzione fa) è tutto un altro paio di maniche, che c’entra col sesso quanto io c’entro coi concorsi di bellezza.
Riconoscere la famiglia come “società naturale” significa affermare che la sua legittimazione è precedente, anteriore alla Costituzione, e che la Repubblica non può che riconoscerne le leggi e i diritti come essi esistevano già ben prima di lei, senza pretendere di intervenire a modificarli o a limitarli in alcun modo: ad esempio riconoscendo come famiglie soltanto quelle in cui l’educazione sia ispirata ad alcuni principi piuttosto che ad altri.
Capito? Quella locuzione, “società naturale”, risponde allo spirito sostanzialmente antifascista della nostra Costituzione: e non c’entra niente, ma proprio niente, con il sesso degli sposi, al di là dell’aggettivo che è lo stesso ma è usato per finalità completamente diverse.
Anzi, a volerla leggere in modo (neppure esageratamente) estensivo, quella formulazione potrebbe addirittura condurre a considerare i matrimoni tra omosessuali meritevoli di tutela in quanto tali, se solo si dimostrasse (come pure sarebbe possibile) che essi hanno un profilo “storico” preesistente alla nascita della Repubblica; e che lo Stato, lungi dall’esprimere un giudizio sulla loro ammissibilità, dovrebbe limitarsi a riconoscerli e basta.

Forse, lo ripeto, sono dettagli.
Ma anche i dettagli sono importanti, quando hanno lo scopo di indirizzare l’opinione pubblica da una parte o dall’altra facendo leva su inesattezze, approssimazioni e forzature che sembrano impercettibili, ma che alla fine della fiera possono diventare decisive.
Voglio dire: chi avesse preso per buone le parole di Alfano senza prendersi la briga di controllare potrebbe credere, di qui all’eternità, che nella nostra Costituzione sia stata scritta davvero la locuzione “famiglia naturale”. Che la nostra Costituzione parli davvero di “un uomo e una donna”.
Cose non vere, come abbiamo visto, ma che nell’immaginario collettivo finiscono per diventarlo a prescindere dalla realtà, perché uno come Alfano (o chi per lui, giacché si tratta di un’abitudine ormai largamente consolidata da una parte e dall’altra) ha avuto l’alzata d’ingegno di venirci a raccontare che è così.

Ecco, io credo che ci vorrebbe un minimo di attenzione, quando ci si avventura in simili esternazioni.
E magari, perché no, anche un pizzico di responsabilità.
Perché siamo buoni tutti, a blaterare che la nostra è “la Costituzione più bella del mondo”, quando le facciamo dire quello che ci pare e piace.

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