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Il rapporto tra stepchild adoption e utero in affitto è una cazzata

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Quindi, a quanto pare, la tiritera è questa: bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata”, o se preferite al cosiddetto “utero in affitto”.
Tuttavia, come ogni tiritera che si rispetti, anche questa si caratterizza per una sorta di efficacia “mantrica”: nel senso che più la si ripete, meno il suo contenuto viene affrontato in modo critico, come normalmente si fa per verificare se quanto ci viene detto sia ragionevole o se si tratti, per dirla alla francese, di una cazzata.
Ebbene, facciamo un esperimento. Cerchiamo di superare l’effetto ipnotico del mantra e domandarci: la tiritera secondo la quale bisogna dire no alla “stepchild adoption” poiché essa provocherebbe uno sconsiderato aumento del ricorso alla cosiddetta “gravidanza surrogata” è ragionevole, oppure è una cazzata?

La stepchild adoption, lo ricordo ai più distratti, è la possibilità che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner. Una volta introdotta tale possibilità anche per le coppie omosessuali, abbaiano i fondamentalisti, quelli faranno così: uno dei due se ne andrà all’estero a “comprare” un bambino utilizzando un “utero in affitto”, poi tornerà in Italia, il suo compagno o la sua compagna accederà alla stepchild adoption, ed ecco confezionata una bella “famigliola gay” in men che non si dica.

Ora, io non voglio addentrarmi nel dibattito sulla liceità della maternità surrogata (cosa che magari farò un’altra volta). Mi interessa esclusivamente analizzare il supposto passaggio logico secondo il quale tale pratica verrebbe enormemente incentivata dalla stepchild adoption, cosa che mi pare si possa fare ponendosi una semplice domanda: è ragionevole ipotizzare che il desiderio di una coppia omosessuale di allevare un bambino si attivi selettivamente soltanto se entrambi i suoi componenti potranno “adottarlo”?

Ecco, a me pare proprio di no. Voglio dire: cosa impedisce, allo stato attuale, che uno vada da qualche parte per fare un figlio con l’utero in affitto, quindi torni a casa e lo allevi col suo compagno o con la sua compagna anche se quest’ultimo/a non potrà adottarlo? Né mi pare credibile l’idea che due persone che stanno insieme e si amano diventino improvvisamente desiderose di un figlio soltanto dopo la paventata introduzione della stepchild adoption, mentre prima non ci pensavano proprio.
Per carità, dopo l’introduzione della legge un aumento minimo potrà pure esserci: ma, ragionevolmente parlando, non tale da procurare tutto questo allarme. Non tale da far gridare al disastro incombente. Non tale, come ho la sensazione che si stia cercando di fare, da spostare tutta l’attenzione sull’utero in affitto e distoglierla da quella che mi pare la questione vera: che, alla fine della fiera, rimane la suddetta “famigliola gay”.

Il nesso logico tra stepchild adoption e maternità surrogata, insomma, a occhio e croce mi pare una cazzata fatta e finita: tuttavia molto utile, ove ripetuta a martello (cosa che i nostri amici fanno con ammirevole puntualità) a fabbricare la solita associazione di idee priva di senso ai danni degli omosessuali; un po’ come per anni si è fatto (e in taluni casi si continua a fare: chiedere a Sallusti per informazioni) associando l’immagine dei gay a quella dei pedofili, dei pervertiti, dei maniaci.

Quindi, ricapitolando: vi fa incazzare la “famigliola gay”? Vi urta i nervi? La trovate ripugnante? Be’, se così è giocate lealmente, limitatevi a dire quello e fatevi carico, com’è giusto che sia, delle obiezioni che vi verranno poste rispetto a questo (singolare, ma legittimo) punto di vista.
Però, per cortesia, non tirate in ballo presunte e non meglio identificate conseguenze catastrofiche che non stanno né in cielo né in terra: non blaterate che la stepchild adoption farà schizzare alle stelle gli affitti degli uteri, aumenterà il riscaldamento globale, farà crollare le quotazioni dell’euro.

Quelle, se la logica vale ancora qualcosa, sono cazzate.

No, la Corte Costituzionale non ha vietato il matrimonio gay.

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Esiste una sentenza della Corte Costituzionale che ritenga il matrimonio omosessuale contrario a Costituzione, come sembra suggerire la stampa oggi? No, non esiste.

C’è una sentenza, la 138 del 2010, che ha detto una cosa diversissima. Due signori di sesso maschile avevano provato a chiedere di effettuare le pubblicazioni per il proprio matrimonio in comune. Il funzionario di stato civile – insomma, il Comune – aveva rifiutato di eseguire le pubblicazioni affermando che in Italia non è consentito procedere al matrimonio di due persone dello stesso sesso.

I due signori hanno allora chiesto a un giudice se questa circostanza, e cioè che nel nostro Paese solo persone di sesso diverso possano contrarre matrimonio non violasse la Costituzione.

Secondo questi due signori, il fatto di non potersi sposare tra persone dello stesso sesso è contrario alla Costituzione italiana per tante ragioni, che se volete vi rileggete nella sentenza, tra cui anche il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione stessa. Il giudice che si è visto incaricare della questione – il Tribunale di Venezia –  non poteva deciderla da sé, però, perché nel nostro Paese c’è solo un giudice che può dichiarare una legge incostituzionale, questo giudice è la Corte Costituzionale.

Il Tribunale ha allora chiesto alla Corte Costituzionale se la normativa italiana, che non consente a persone del medesimo sesso di sposarsi, fosse contraria alla Costituzione. Facciamo attenzione perché la decisione del Tibunale di Venezia non era scontata; il giudice ordinario non ha l’obbligo di mandare alla Corte tutte le questioni costituzionali che le parti gli pongono, può e deve inviare solo quelle che ritiene siano rilevanti nella causa e non siano manifestamente infondate: cioè non siano una plateale presa in giro fatta magari solo per prendere tempo.

La Corte Costituzionale ha dovuto rispondere a questa domanda: “la normativa italiana, che non consente a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, è contraria alla Costituzione?

A questa domanda la Corte ha risposto di no. La normativa attuale non è contraria alla Costituzione. Si può essere d’accordo o dissentire, questa è stata l’opinione della Corte. I passaggi chiave sono riassunti qui .

Attenzione, però, la domanda però non era affatto: “Il matrimonio gay è incosituzionale? Se il legislatore introducesse il matrimonio omosessuale nel nostro Paese, violerebbe la Costituzione?

Questa domanda non è stata posta alla Corte e quindi la Corte non ha mai detto che se il legislatore introducesse il matrimonio gay violerebbe la Costituzione.

Nella sentenza 138, invece, la Corte ribadisce più volte che la normativa in questione spetta al legislatore: la Corte non ha affatto deciso sul merito.

Va inoltre specificata un’altra cosa, e questa forse è ignota a molti non giuristi. Le sentenze della corte hanno efficacia giuridica vincolante solo quando dichiarano che una determinata disposizione viola il dettato costituzionale. In quel caso, secondo l’art. 136 della Costituzione, “la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.

Nel caso della sentenza 138 del 2010, invece la Corte non ha accolto la questione di costituzionalità, non ha quindi dichiarato incostituzionale alcuna norma. Anche per questo è una pronuncia che non vincola affatto il legislatore a mantenere lo stato di cose esistente nel nostro ordinamento giuridico.

Matrimoni gay. Se la Costituzione è un problema, cambiatela

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Poche sono le cose che arrivano puntuali in Italia. Tra queste, andranno sicuramente annoverate le immancabili perplessità dei ‘tecnici del Quirinale’ – queste figure umbratili e mitologiche, metà idraulici metà giuristi – ad ogni disegno di legge che si proponga di spostare un pochino in avanti l’asticella dei diritti in questo paese.

Dicono, i succitati esperti, che la proposta di legge Cirinnà forse non va bene. “I costituenti hanno stabilito che il matrimonio doveva essere tra persone di sesso diverso”. Ma la proposta in discussione al Parlamento concede alle coppie dello stesso sesso diritti che sembrano, se non proprio uguali (non sia mai!), tuttavia ancora un pochino troppo simili ai Diritti che ai costituenti, bontà loro, piacque evocare e far discendere dal cielo, come fiammelle di Spirito Santo, sui capi vergognosi e benedetti delle consacrate famiglie qua «società naturali».

Il problema, naturalmente, non sono i tecnici, i quali fanno il loro lavoro in maniera più o meno indipendente. (E sarà certamente nient’altro che una casualità che proprio ieri il Cardinal Bagnasco abbia espresso una considerazione non così distante dalla direttiva arrivata oggi dal Colle: “La famiglia non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione”).

Il problema, invece, è chi si ostina a voler tirare una coperta troppo corta da un lato all’altro del letto, nella speranza (sciocca o in malafede) che arrivi a coprire un po’ tutti. Ovviamente non è possibile. Ci sarà sempre un alluce, un orecchio, un pelo del naso che rimarrà al freddo. E uno zelante tecnico quirinalesco o un giudice costituzionale pronto a incardinarvi, su quel pelo del naso, un dotto parere, certamente ricco di riferimenti ai lavori preparatori dell’assemblea costituente. Ripulendo così la coscienza al caudillo di turno in carica a Palazzo Chigi, e offrendo in regalo alla maggioranza di governo la decennale scusante del ‘ci abbiamo provato’.

Fa sempre bene ricordare che, quanto a leggi costituzionali che più o meno esplicitamente limitano la libertà matrimoniale alle sole famiglie eterosessuali, l’Italia (nonostante l’ambiguità del testo costituzionale sul punto) è in ottima compagnia, al fianco di una manciata di paesi dell’ex blocco Sovietico (Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Moldavia, Montenegro, Polonia, Serbia, Slovacchia e Ucraina). E distante anni luce dal club dei paesi europei economicamente e politicamente più avanzati ai quali vanamente aspiriamo ad assomigliare, purché sia solo nella facciata (Svezia, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania …).

La realtà è che non si può seriamente affrontare la sfida dei diritti civili, che ci vede tanto indietro in Europa e nel mondo, con disegni di legge tappabuchi che andranno sempre, per forza di cose, a scontrarsi con le ambiguità della carta costituzionale e con l’impostazione generale del nostro diritto civile. La contraddizione è alla fonte di proposte pensate, anche in buona fede, come escamotage legislativi per aggirare la norma, per mezzo di pignolissime quanto artificiali distinzioni lessicali.

La soluzione non è aggirare la legge, ma cambiarla. La politica, se davvero è interessata a muovere un passo in avanti su questi temi, dovrebbe avere il coraggio di ammettere candidamente che la costituzione italiana, se davvero è incompatibile con l’istituzione del matrimonio universale (ma anche solo se solleva il dubbio interpretativo che lo sia), è sul punto vecchia e datata, e in contraddizione con gli stessi principi fondativi di eguaglianza tra tutti i cittadini che essa sancisce. Lo è per comprensibilissime ragioni storiche, che tuttavia la rendono – ad oggi – un documento lontano dalla nostra sensibilità etica e giuridica e un’arma nelle mani dei fautori della conservazione.

Una speranza, temo, vana. Giacché ai parlamentari italiani si applica splendidamente l’aforisma di Gian Piero Alloisio (l’originale era su Berlusconi): “io non temo Bagnasco in sé; temo Bagnasco in me”.

¡Que viva La Zanzara!

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Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Generatore automatico di perifrasi per le unioni civili

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove perifrasi per le unioni civili

Agglomerazioni residuali sintetiche.

No. Nessuna funzionaria americana è stata arrestata in nome del matrimonio gay

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Probabilmente sarete già stati subissati, come me, dalle grida allarmate sulla povera funzionaria del Kentucky arrestata perché si rifiutava di mettere in atto la decisione della Corte Suprema, che rende legale il matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti.

Sentiremo reazioni isteriche di allarme contro lo Stato Etico, la “Dittatura-del-politicamente-corretto”™, i progressisti che in realtà sono fascisti perché impongono con la forza le proprie idee agli altri.

Negli Stati Uniti chi non vuole i matrimoni gay va in galera…

Ovviamente si tratta di una cazzata: la tizia non è stata arrestata perché non gli piace il matrimonio omosessuale, è stata arrestata perché non ha rispettato l’ordine di un tribunale. A differenza che in Italia e in altri Paesi di civil law, negli Stati Uniti si può essere sanzionati anche con la galera per contempt of court.

Avete presente quando nei film americani il giudice minaccia: “la faccio arrestare per oltraggio alla corte”? Ecco, il contempt of court è questa cosa qui: è un illecito grave mancare di rispetto a un tribunale, come ad esempio nel video qui sotto, dove un imputato in un processo ha insultato il giudice e per questo è stato seduta stante condannato a 60 giorni di carcere per contempt.

https://www.youtube.com/watch?v=woT39N57pcY

Ma si può essere condannati per contempt of court non solo per aver presto a maleparole il giudice ma anche perché ci si rifiuta di obbedire a un ordine legittimo di una corte. Ed è esattamente quello che è successo alla funzionaria del Kentucky. Nessuna dittatura, insomma, ma semplice rispetto della legge. Ditelo a il Foglio prima che facciano un inserto speciale su questa nuova eroina della libertà di pensiero.

Santé

 

Matrimoni egualitari? Adda passà ‘a nuttata…

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Il buon Luca Sofri ed il mio degno complice Tad sono più o meno concordi nell’asserire che il (lol) milione di tizi di Piazza San Giovanni sono dei poveracci che strepitano perché si rendono conto che la loro posizione è destinata a diventare minoritaria e financo a estinguersi: in soldoni, scrivono, cari omosessuali, non dovete preoccuparvi perché alla fine, fosse pure tra due/tre/cinque/dieci anni, la battaglia la vincerete.

Ciò è sicuramente vero e risulta, almeno a primo impatto, piuttosto confortante: ci pone dal lato “giusto” della storia, ci prefigura il lieto fine e, addirittura, ci rassicura che tutto questo avverrà automaticamente, senza alcuno sforzo da parte nostra. Tuttavia tale linea di pensiero rischia, a mio avviso, di sottovalutare l’importanza sociale e culturale della questione.

Vedete, la domanda chiave di tutta la faccenda è questa: il diritto al matrimonio è o no uno dei diritti fondamentali di un cittadino?

Risposta A – SI, è un diritto fondamentale: benissimo, allora è equiparabile a, per esempio, il diritto di voto. Se agli omosessuali ad oggi fosse proibito votare, direste “Si, lo so che è brutto ma tra un po’ la risolviamo: magari non si riesce per questa elezione ma alla prossima andate tranquilli.”? Se fossero, sempre per esempio, gli ebrei a non potersi sposare direste loro che si vive benissimo anche da non sposati? Se un diritto è fondamentale tutti lo devono avere, punto. E ogni istante che a qualcuno è negato questo diritto viene imposta una sofferenza a lui e alla comunità intera. E, sopratutto, tutto questo deve (dovrebbe) prescindere dal voto popolare ma essere dato per scontato e, eventualmente, difeso contro tutti coloro che cercano di limitare o estinguere tale diritto. È chiaro che, se questo è il caso, “eh, adda passà ‘a nuttata” non può essere la risposta da dare a quella che è, a tutti gli effetti, una minoranza oppressa.

Risposta B – NO, non è un diritto fondamentale: la sua estensione a tutti è solo uno tra gli obiettivi da raggiungere per migliorare il livello di civiltà del paese. Questa pare essere la risposta sottesa al “alla lunga si farà, non c’è problema”. Sarà la mio indole pessimista ma ho dei dubbi anche su questo. La mia impressione è che questo tema, come anche altri temi relativi a diritti civili, in Italia non solo non sposti voti (per dire questo è il video del dibattito delle primarie del PD, com’è andata a finire lo sapete) ma, al contrario, rischi di essere controproducente. Dire “nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili” è sicuramente vero ma “non opporsi” non significa “essere favorevoli” ma “essere indifferenti”: se le unioni civili si fanno ok, altrimenti non c’è da perderci il sonno. Infatti il sonno lo si perde talmente poco che il DDL Cirinnà, in discussione in questi giorni, era stato presentato appena 2 anni e 3 mesi fa, verrà approvato (se tutto va bene) non prima di ottobre e ha lo scopo non di introdurre l’uguaglianza (ovvero eliminare il “tra un uomo e una donna” nella definizione di matrimonio), ma di creare una forma di unione civile “dedicata” agli omosessuali lasciando agli eterosessuali l’esclusiva del matrimonio. Meglio di un calcio nei denti ma il risultato sarà comunque discriminatorio visto che, alla fine della fiera, gli eterosessuali avranno alcuni diritti e gli omosessuali ne avranno di meno.

Sono piuttosto convinto che la forma mentis sottesa alla Risposta B dipenda, almeno in parte, dall’idea, molto italiana, che la minoranza (sia essa politica, etnica, religiosa o sessuale) non sia una risorsa da preservare e sfruttare, ma una seccatura da sopportare e, qualora possible, ignorare mentre ci si occupa di “cose serie”: un atteggiamento che cozza ferocemente con l’idea stessa di democrazia liberale. Come molti dei problemi di questo paese la radice è, innanzitutto, culturale e mi sa che prima di vedere miglioramenti in tal senso ann passà assai nuttate.

Non si permetta, Cardinale

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Tra le (tante) cose che mi danno fastidio nel comportamento prossimo, l’unica che mi fa davvero imbestialire è senz’altro il tentativo di darmi a bere dei ragionamenti che non hanno né capo né coda sul piano logico.
Voglio dire: se provano a derubarmi in modo “tradizionale” (ad esempio fregandomi la bicicletta legata fuori dal portone, magari mentre dormo) ci posso anche passare sopra; ma se qualcuno tenta di portarmela via convincendomi che in realtà dargliela mi conviene, che senza bicicletta vivrò molto meglio e che in definitiva prendendosela mi sta facendo un piacere, allora mi incazzo.
E sapete perché? Perché quel tizio, evidentemente, mi ritiene così ottuso da potermi somministrare senza colpo ferire un ragionamento tanto insensato: e quindi, in ultima analisi, perché mi sta dando dello scemo.
Ebbene, quando quelli come Bagnasco dichiarano urbi et orbi che i matrimoni gay indebolirebbero la famiglia mi ritrovo a provare la stessa, fastidiosissima sensazione: perché è di tutta evidenza che se la famiglia “continua ad essere il presidio del nostro Paese, la rete benefica, morale e materiale, che permette alla gente di non sentirsi abbandonata e sola davanti alle tribolazioni e alle ansie del presente e del futuro“, è altrettanto ovvio che la nascita di nuove famiglie in aggiunta a quelle già esistenti sarebbe un fatto da salutare con gioia, non certo una iattura.
Invece no: i matrimoni gay rappresentano il “cavallo di Troia” che finirà per distruggere l’istituzione familiare; affermazione palesemente infondata, priva di qualsiasi nesso logico, assurda, alla quale tuttavia secondo Bagnasco dovremmo credere, evidentemente perché secondo lui siamo una massa di coglioni che si bevono qualsiasi idiozia senza battere ciglio.
Volete la prova di quanto dico? Ebbene, la prova è proprio là, nella parole con cui l’ineffabile cardinale giustifica la sua sagace teoria: i matrimoni gay “hanno l’unico scopo di confondere la gente”.
Confondere, capite?
Perché “la gente”, a quanto pare, è una massa informe di beoti che su questioni del genere si “confonde”: Marta, amore, volevo tanto portarti all’altare; ma sai com’è, ho sentito che adesso ci si può sposare anche tra maschi, non so, forse a questo punto lo chiedo a Pietro, sono un po’ confuso.
Ergo, secondo Bagnasco e i suoi amichetti noi, cioè “la gente”, non siamo altro che degli scemi: e il bello è che non si limitano a pensarlo, ma ce lo dicono apertamente, senza farsi il minimo scrupolo, come se non fossimo neppure in grado di accorgerci che ce lo stanno dicendo.
Ecco, eminenza, con grande serenità: il fatto che a volte tolleriamo le vostre fregnacce sull’immoralità degli omosessuali come si fa coi capricci dei bambini piccoli, anche perché obiettivamente ci scoccia star lì a ripetere le stesse cose tutti i giorni, non significa che ci si possa dare impunemente degli imbecilli.
Veda di non allargarsi, insomma.
Non si permetta, proprio.

I club ristretti di Mario Adinolfi

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Nella nuova edizione di “Voglio la mamma” il nostro amico Mario Adinolfi, compiuta un’attenta e puntigliosa analisi dei dati ISTAT, fornisce un’illuminante motivazione per la propria contrarietà ai matrimoni gay segnalando che in Italia le coppie omosessuali sono 7.591 contro 13.990.000 coppie eterosessuali, e concludendo quindi che “matrimonio omosessuale e conseguente tutela della omogenitorialità non sono esigenze popolari“, ma al contrario rappresentano “rivendicazioni antipopolari di un club estremamente ristretto“.
So cosa state pensando: quand’anche le cose stessero davvero così (e io non credo proprio che stiano così, ma questo è un altro discorso), la tutela delle minoranze rappresenta uno dei cardini dello stato di diritto. Tenete conto, però, che avendo di fronte uno come Adinolfi simili considerazioni sono efficaci più o meno quanto le ragioni dei vegetariani spiegate a una tribù di cannibali. Quindi, come dire, presumo che sarà necessario un ragionamento un tantino diverso.
Facendo i conti, siccome a me piacciono un sacco i numeri, viene fuori che 7.591 coppie su un totale di 13.997.591 sono pari circa allo 0,05%.
Pochine, direte voi.
Già. Come sono pochini, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, i cristiani che vivono in Iraq: circa 300.000 su 31.671.591, cioè lo 0,8%. Per non parlare dei cattolici, che sono appena 4.000, vale a dire una cosa come lo 0,01%; percentualmente, ancora meno delle coppie omosessuali italiane come vengono conteggiate da “Voglio la mamma”.
Ebbene, siccome in Iraq essere cattolici non è affatto un’esigenza “popolare”, ma al contrario rappresenta la rivendicazione di “un club estremamente ristretto”, secondo il ragionamento di Adinolfi dei cattolici in Iraq possiamo (anzi, dobbiamo) allegramente strafottercene.
Vedete di ricordarvelo, quando “La Croce” deciderà di affrontare l’argomento.

Ivan, il terribile se conviene

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Vediamo se ho capito: il presidente del consiglio Matteo Renzi, in tempi non sospetti, si pronuncia esplicitamente contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso, precisando di voler introdurre delle unioni civili ad hoc sulla falsariga delle civil partnership tedesche.
Il che, detto che la cosa sarebbe comunque un bel passo avanti, ha un significato ben preciso: Renzi ci tiene a sottolineare, sul piano del principio, che il matrimonio è un istituto riservato alle coppie eterosessuali; tant’è che per le unioni gay che intende introdurre parla espressamente di “compromesso“, con ciò sottolineando una differenza che secondo lui, evidentemente, deve essere e restare ben chiara per tutti.
Ebbene, a quanto mi consta nel governo Renzi Ivan Scalfarotto fa il sottosegretario, mica l’usciere: e non mi risulta, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa di clamoroso, che abbia mai trovato nulla da dire sul distinguo chiaramente operato dal suo leder.
Senonché, a un certo punto succede che il distinguo lo fa Alfano, affermando che “in Italia non è possibile che ci si sposi tra persone dello stesso sesso”: cioè ribadendo lo stesso, identico principio sostenuto da Renzi. Allora, come d’incanto, Scalfarotto si sveglia: si tratta, nientepopodimeno, di “una retromarcia di retroguardia oscurantista”.
Ora, detto da un lato che Alfano non pare aver capito esattamente di cosa si sta parlando, e dall’altro che le civil partnership di Renzi non si sono ancora viste, un fatto mi pare piuttosto chiaro: sul significato della parola “matrimonio”, cioè sul principio che per sposarsi occorre essere un uomo e una donna, i due sembrano perfettamente d’accordo.
Qualcuno, se ha due minuti di tempo, mi faccia il piacere di spiegarlo anche a Scalfarotto.

Adinolfi, tutti i giorni

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Un paio d’anni fa, durante una trasmissione radiofonica, mi ritrovai -mio malgrado- a discutere con Mario Adinolfi sui cosiddetti “temi etici”: dovendo riscontrare, non senza provare una punta di compassionevole divertimento, che il suo metodo dialettico consisteva nella declinazione sistematica di tautologie a ripetizione, e dunque non lasciava spazio ad alcun esito possibile tranne smettere di parlare e occuparsi di altro.
Quel giorno, tanto per fare un esempio, mi azzardai a sostenere che secondo me un “Partito Democratico”, sulla scorta dei valori di progressismo e inclusione che teoricamente dovrebbero essere nel suo DNA, avrebbe dovuto intrinsecamente adottare un atteggiamento di apertura nei confronti del matrimonio gay, del testamento biologico, della fecondazione assistita e via discorrendo; sentendomi rispondere una cosa sconcertante tipo “Capriccioli sostiene che il PD deve essere favorevole al matrimonio gay perché lo dice lui”.
Evvabbè. Lui è uno che fa così, discuterci non serve a niente. Come dire, pazienza, basta saperlo.
Dopodiché, debbo ammettere che di Adinolfi ho sempre guardato con sconfinata ammirazione la parabola politica, sempre sagacemente e pervicacemente tesa a cercare spazio laddove ce ne fosse un morso (warning: il primo che si azzarda a fare una battuta sullo “spazio” e sulla mole di Adinolfi lo banno, e non sto scherzando).
Voi ve le ricordate, per dire, le primarie del PD nelle quali il nostro amico si candidò come esponente dei “giovani” e della “rete”? Allora le parole d’ordine erano “meno di 40 anni”, “genocidio generazionale” e “nuovo”.
Ebbene, in quelle elezioni Adinolfi ottenne 5.906 voti. Su 3.554.169. Una cosa, insomma, vicina all’uno per mille. Eppure grazie a quel formidabile risultato entrò di diritto nell’assemblea costituente del partito. Con una metafora pokeristica, si trattò della magistrale capitalizzazione di una coppia di sette. A voler esagerare.
Poi, nel 2009, la candidatura alla Segreteria Nazionale del PD: ancora qualche scampolo di giovanilismo (del resto Adinolfi rientrava ancora, sia pure di poco, negli under 40), ma soprattutto democrazia diretta e retorica anti-casta, anti-mafia, anti-banche. Temi certamente di attualità. Per non dire, a quei tempi, in gran voga.
Alla fine la candidatura fu ritirata, e Mario confluì a sostegno di Franceschini. Cosa che successe anche nel 2012, allorché Adinolfi prima si candidò in proprio, e successivamente decise di appoggiare Gentiloni. Nel frattempo, il subentro in Parlamento come primo dei non eletti dopo le dimissioni del neo-sindaco di Civitavecchia.
Poi, inesorabile, il tempo passa. Oggi siamo nel 2014, e per uno del 1971 la stagione degli “under 40” è finita da un po’. Lo spazio, come dire, va cercato altrove: e non a casa propria a giocare a poker online, come si converrebbe a chi appena otto anni fa sbraitava che gli ultraquarantenni dovevano levarsi di mezzo.
Macché, manco per niente. Oggi lo spazio da cercare è sintetizzato in un suggestivo collage di istanze anti-gay, anti-fecondazione assistita, anti-eutanasia, insomma “anti-temi etici”, condite da una cospicua quantità di parole quali “natura”, “Dio”, “cristianesimo”, con la ciliegina sulla torta di un pungente anti-savianesimo, tanto per avere dei punti di riferimento ben visibili. E deve trattarsi di uno spazio invitante assai, al punto da indurre Adinolfi a annunciare la fondazione di un quotidiano (avete capito bene, un quotidiano) dal moderato nome “La Croce” che si occuperà esclusivamente di questi temi.
Voi ve lo immaginate? Tutti i giorni. Tutti i giorni sentirsi raccontare che il matrimonio gay non va fatto perché “solo dall’unione di un uomo e di una donna nascono figli”, che “ogni persona ha dentro la dignità di Dio” e che siamo afflitti da “meccanismi che negano diritti ai bambini che vanno dalla fecondazione eterologa all’oscenità dell’utero in affitto”.
Tutti i giorni tenendosi sul gozzo la voglia di rispondere, e tutti i giorni reprimendola, perché rispondere a uno così sarebbe del tutto inutile.
Tutti i giorni.
Almeno finché lo spazio, magicamente, non si materializzerà altrove.
Speriamo presto.

Il matrimonio degli altri

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Diciamocelo: per amor di pace si è accettato di discutere del matrimonio tra omosessuali con tutti, come se fosse una questione d’interesse collettivo; assecondando in tal modo chi blatera che una riforma del genere impatterebbe sulla cosiddetta “sensibilità” di chissà chi.
Credo, a posteriori, che si sia trattato di un grosso errore.
Sulla scorta del quale, adesso, succedono cose come questa: un grottesco referendum per stabilire se i matrimoni gay sono ok oppure no.
Rendiamoci conto: al cittadino Tizio viene chiesto se Caio e Sempronio possono sposarsi tra loro. Come se la cosa lo riguardasse. Come se il suo parere avesse qualche rilevanza in proposito. Come se la sua benevolenza o la sua insofferenza verso le scelte di individui che non hanno niente a che vedere con lui assumessero improvvisamente, non si capisce per quale motivo, la dignità necessaria per essere erette al rango di legge.
Ecco, a forza di dar retta ai tiramenti capricciosi di chi ritiene l’omosessualità contronatura, a forza di gratificare con un’indebita attenzione le istanze di chi “si infastidisce” perché due uomini o due donne si baciano in mezzo alla strada, a forza di praticare un “dialogo” che non ha alcuna ragione di esistere se non sul piano strettamente privato, siamo andati a finire così: che viene indetto un referendum in cui i votanti, in buona sostanza, decidono con chi possono o non possono sposarsi gli altri.
Dico, scherziamo?
Il 65% dei croati che sono contrari al matrimonio gay dispongono già di un formidabile strumento per declinare la loro (legittima) avversione: non sposarsi con una persona del loro sesso.
Il resto è ridicolmente troppo.

Libero Barilla e liberi tutti

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Parliamoci chiaro: Guido Barilla ha tutto il diritto di sparare cazzate sull’omosessualità e la famiglia.

Le sue dichiarazioni sono del tutto improbabili e puzzano di muffa ma, non incitando al l’odio e alla violenza, nessuno può impedirgli di esprimerle se non lui stesso, che infatti le ha ritrattate mettendoci una pezza peggiore del buco.

Quello che proprio non riesco a comprendere, invece, è la levata di scudi in difesa di Barilla contro la marea di voci critiche e meritate pernacchie che le sue dichiarazioni hanno sollevato.

Nessuno si è sognato di chiedere un bavaglio per Barilla ma, come ha diritto lui di imperversare, abbiamo il diritto noi di  prenderne le distanze senza sentirci dare dei censori.

Abbiamo anche diritto a proporre e mettere in atto un boicottaggio dei suoi prodotti, diritto che riconosce – bontà sua – persino Barilla: “se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca“. Anche chi non è d’accordo e non è gay, se è per questo.

Non comprare i prodotti di una impresa di cui non si condividono i valori, le scelte commerciali e le prese di posizione rientra nei diritti di tutti. E rientra nei diritti di tutti rivendicarlo.

Ed è del tutto ipocrita indicare i possibili danni che potrebbero derivare dal boicottaggio all’impresa ed ai suoi lavoratori, specie se queste osservazioni provengono da personaggi o forze politiche che di solito se ne fottono beatamente delle necessità dei lavoratori, quando proprio non si battono per ridurne i diritti.

Barilla fa le sue scelte di business e di marketing. Noi ci adeguiamo: se non le condividiamo, lo diciamo, le critichiamo e se ci va non compriamo i prodotti Barilla. La libertà d’espressione non è a senso unico. Santè

 

La carota di Bergoglio

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C’era una volta un papa teologo dalla voce severa e dallo sguardo freddo. Era un papa reazionario, che voleva il ritorno al latino nelle messe con le spalle rivolte ai fedeli. Quando fu eletto, molti vedendolo sul balcone alzarono gli occhi al cielo, rimpiangendo gia’ il papa precedente. Il quale papa aveva si’ la faccia buona e lo sguardo dolce, ma a ben vedere era tale e quale al suo successore. Pero’ alla gente non importa quello che un papa fa, quello che davvero dice (o non dice) e nemmeno quello che scrive nero su bianco. La religione e’ marketing e come in ogni operazione di marketing, quello che conta non e’ la sostanza ma le emozioni che si vendono. Cosi’ il colpaccio la Chiesa l’ha fatto quando il papa teologo, quello che metaforicamente usava il bastone, si e’ autorottamato. Al suo posto un nuovo mago del marketing, un papa che fa le prime pagine dei giornali portandosi da solo il bagaglio a mano e che fa impazzire le guardie del corpo coi suoi bagni di folla. Il nuovo papa e’ un maestro nell’uso della carota. E poi ha questo accento argentino che fa tanto simpatia. Dice di non essere nessuno per giudicare un gay, quando e’ a capo di un’organizzazione che definisce la sessualita’ dei gay come peccaminosa e disordinata a prescindere, che lotta per mantenere le discriminazioni verso le unioni gay nella societa’ ben al di fuori degli ambiti di competenza di una chiesa e che non ammette omosessuali tra i suoi pastori. Dice poi che le donne devono avere un ruolo piu’ importante nella Chiesa, per poi ricordare subito che la vera parita’, cioe’ il sacerdozio femminile, non e’ e non sara’ mai sul tavolo. Lo specialista in carote non e’ diverso dal suo predecessore, specialista in bastoni, ma ha faccia simpatica e la parlata alla Maradona e tutta l’antipatia cosi’ ricade sul tedesco che l’ha preceduto. Cari cattolici, spero vi piacciano le carote, perche’ prevedo che ne dovrete (dovremo) ancora inghiottirne molte.

Monti è uno statalista

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Poi, un giorno, qualcuno mi spiegherà come sia possibile proclamarsi liberali senza essere libertari: cioè come sia ipotizzabile sostenere che lo stato debba ritrarsi il più possibile dalla sfera degli individui quando essi declinano la propria attività imprenditoriale, ma al tempo stesso ritenere che debba entrare nella loro vita così massicciamente da stabilire di che sesso debba essere la persona con cui intendono condividere l’esistenza.
Io non credo che un liberale autentico possa essere contrario al matrimonio gay. Può esserlo per sé, naturalmente, decidendo di sposare una persona dell’altro sesso: ma il fatto che pretenda di esserlo anche per gli altri, imponendo la propria idea di famiglia a un paese intero, lo qualifica inequivocabilmente in modo contrario a ciò che proclama di essere.
Liberali in economia, illiberali su tutto il resto. Questo paese, a quanto pare, è pieno di gente che la pensa così: e io, abbiate pazienza, non credo che questa gente sia liberale per davvero. Sostiene di esserlo, certo. Forse ne è addirittura convinta. Ma sbaglia.
Uno che si dice contrario ai matrimoni gay, con ciò ammettendo che lo stato possa ingerirsi nella vita delle persone fino al punto di qualificare in modo differenziato la scelta dei loro partner a seconda del sesso, è uno statalista fatto e finito. Alla faccia di quello che va dicendo sulla libertà d’impresa.
Monti, per quello che mi riguarda, è uno statalista travestito da liberale.
Al di là di come ciascuno la vede sul tema, credo sia importante saperlo.

Vademecum

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Avrete probabilmente notato che è finalmente tornata, dopo spasmodica attesa, la polemica sulle unioni omosessuali nel Pd, il principale sedicente partito di sinistra italiano. Come da tradizione, il dibattito esula da qualunque criterio di razionalità: uno dice che bisogna estendere il matrimonio a tutti, l’altro risponde criticando la scelta di appoggiare le unioni civili; arriva un terzo che porta come argomento l’opinione di un attempato travestito d’Oltretevere, mentre qualcuno rilascia un’intervista per spiegare che comunque Obama e Hollande ce l’hanno già o ce l’avranno a breve, o comunque hanno intenzione di sposarsi entro l’autunno.

Tutto questo, naturalmente, è il processo decisionale standard del Partito Democratico, come ben sanno tutti coloro che seguono la politica italiana invece di seguire il Giornale. A beneficio di tutti, comunque, ecco una lista di dati e definizioni per orientarsi nella diatriba ed evitare di fare la figura dell’ignorante (spiace non aver fatto in tempo a sottoporla a Rosy Bindi):

  • Omosessualità: quando i maschi vogliono i maschi o le femmine vogliono le femmine.
  • Matrimonio: quando due persone dicono allo stato, noi staremmo insieme, e lo stato dice ok me lo segno.
    • Matrimonio omosessuale (m.o.): due maschi o due femmine, lo stato, eccetera.
    • Matrimonio interspecie: tipo che un uomo sposa un cane. Principale argomentazione per analogia presentata dai contrari al m.o., il che la dice lunga.
  • Famiglia: persone spesso imparentate che vivono insieme.
  • Costituzione: un documento legale importante.
    • Art. 29: non importa, tanto non l’ha letto nessuno.
  • Unione civile: quando due persone dicono allo stato, noi staremmo insieme però magari scrivilo a matita.
    • Unione civile omosessuale: vabbè, avete capito.
  • Chiesa Cattolica: casta religiosa dedita al controllo delle masse.
    • Papa: versione politicamente influente dello zio zitellone esperto di donne.
  • Partito Democratico: più compromesso che storico.
  • Di.Co.: prova di resistenza per le coppie di fatto, con ricchi premi in diritti civili e gettoni d’oro dopo tre e nove anni. La massima concessione che l’attuale Pd era riuscito a concepire; lanciati nell’iperspazio con la fine del governo Prodi.
  • Rosy Bindi: Presidente del Partito Democratico, cattolica (v. Chiesa Cattolica, Papa), dice che per sposarsi il maschio deve andare con la femmina e viceversa: se proprio due maschi o due femmine ci tengono a stare insieme, dopo un po’ possiamo scriverlo a matita su una smemoranda.
  • Ivan Scalfarotto: Vicepresidente infiltrato dalla lobby gay, dice che il Presidente non ci ha capito un cazzo ma senza darlo troppo a vedere.
  • Giuseppe Fioroni: boh.
  • Obama: supereroe dei fumetti liberamente ispirato all’attuale Presidente degli Stati Uniti.
  • Pierluigi Bersani: Segretario del Pd, senza opinione come da statuto.
  • Pierferdinando Casini: supercattolico divorziato che trova immorale lasciare che i maschi si bacino. Bersani lo vorrebbe come alleato e compagno di briscola.
  • Reversibilità della pensione: cioè, mi state dicendo che anche gli omosessuali prendono la pensione?

Cosa rispondere alle argomentazioni più usate:

  • Le coppie gay sono instabili. Anche le coppie di stronzi, ma non per questo gli impediamo di provarci.
  • Come si fa a spiegare una cosa del genere a un bambino? Guarda, se riesco a spiegarlo a te poi tutto il resto è in discesa.
  • Un bambino deve avere una mamma e un papà. E un nonno saggio, una nonna che cucina benissimo, un fratello, due sorelle, un labrador e una playstation. Ah, ma dicevi per crescere sano di mente? Allora basta la playstation.
  • Il matrimonio gay distruggerebbe la famiglia tradizionale. Ma anche il matrimonio etero non scherza un cazzo.
  • Se tutti fossimo gay ci estingueremmo. E se tutti ci tagliassimo il pisello pure, ci avevi mai pensato? Via i diritti agli impotenti.
  • L’omosessualità è contro natura. Anche il tuo Viagra.
  • Ho tanti amici gay ma. Ginocchiata.
  • Non è il momento, ci sono cose più importanti a cui pensare. Sì, lo so, ma guarda che anche Ibrahimovic è gay.
  • Il Paese non è pronto. Ho capito, ma almeno si sta preparando?

“La Costituzione vieta il matrimonio gay” Manco pe’ niente!

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Della gazzarra successa all”assemblea del PD meglio non parlare, specie in assenza di gastroprotettori. La cito solo perché dà l”occasione di riflettere sul matrimonio gay e la Costituzione.

Uno degli argomenti più spesso citati contro l”approvazione di una legge sul matrimonio omosessuale è la sua presunta incostituzionalità, per contrasto all”art. 29 della Carta costituzionale.

E” un argomento che non convince! L”art. 29 Cost. afferma: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

L”art. 29, innanzitutto, non cita mai il matrimonio come unione di un uomo e una donna. Parla invece di famiglia come società naturale. Cosa significa?

Significa che la famiglia è un concetto che giuristi e legulei definiscono “pre-giuridico”: si tratta cioè di un qualcosa non definito dal diritto ma che il diritto “trova” nella società e nel costume sociale in un determinato momento storico. Il diritto, in parole povere, rifiuta di farsi carico di una definizione così complessa come quella di famiglia e rinvia a quanto succede nei rapporti sociali. Per questo la Costituzione utilizza il verbo riconoscere: si tratta di diritti che non è lo Stato ad elargire graziosamente ma che ha il dovere di rispettare nonostante una volontà politica contraria.

L”art. 29 è un monito innanzitutto al legislatore perché rinunci a ingerirsi nella definizione di cosa voglia dire famiglia: non spetta alla legge decidere cosa sia una famiglia escludendo le unioni omosessuali da questo concetto quando, di fronte all”evoluzione del costume sociale, è chiaro che vi siano centinaia di migliaia di famiglie composte da persone dello stesso genere.

Si dirà: “Ma i Costituenti quando pensavano alla famiglia pensavano all”unione di un uomo ed una donna!”. Innegabile! Ma nell”interpretare una legge la considerazione della c.d. “volontà del legislatore storico” – cioè il riferimento a quanto chi ha approvato un certo testo normativo voleva o aveva in mente al momento dell”approvazione – è un criterio interpretativo non dirimente.

Del resto, quando la Costituzione fu approvata, il matrimonio prevedeva una netta supremazia giuridica del marito (“è il capo della famiglia”, diceva il codice civile…) sulla moglie; a lui erano rimesse le decisioni più importanti, a lui spettava la “patria potestà” sui figli e la “potestà maritale” sulla moglie. Senza contare che il reato di adulterio era limitato solo ai “tradimenti” della moglie.

Si trattava di un impianto autoritario fortunatamente scardinato dalla legge sul diritto di famiglia; nessuno penserebbe mai di sostenere che andasse mantenuta la vecchia disciplina solo perché era quella vigente al momento dell”approvazione della Costituzione ed era quindi quella che avevano in mente i Costituenti!

L”opinione per cui il matrimonio gay sarebbe vietato dalla Costituzione francamente non convince affatto: semmai, è il legislatore che si ostina a negare il riconoscimento ad unioni che pacificamente esistono a migliaia nella società a violare lo spirito dell”art. 29.

Tornando al PD per un momento, in un post precedente avevo scritto che adottare l”Agenda Monti era il modo più veloce per suicidarsi per il Partito Democratico, ma c”è di buono che il PD non finisce mai di stupirti e mi ha subito smentito cascando sulle unioni omosessuali! Fuoriclasse! Santè

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