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A che serve la legge sulle unioni civili

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Quella sulle unioni civili è una legge molto timida, nata da un compromesso con forze conservatrici e illiberali. Sinceramente ci sarebbe poco da festeggiare, è poco più di un atto dovuto.

Sennonché almeno di una cosa ci si può rallegrare. Ed è l’effetto che l’approvazione della legge sta avendo su certi settori della società. Le reazioni dei social network sono fantastiche, tra cattolici tradizionalisti impauriti o che inveiscono contro la distruzione della famiglia tradizionale, fascisti allo sbaraglio che girano video imbarazzanti urlando che l’omosessualità “non sarà mai legge”, gente che fino a tre giorni fa si incazzava perché ci sono cose molto più importanti e oggi invece propone il referendum contro le unioni civili.

Insomma, la varia umanità che questa legge ha scoperchiato, mettendo il dito nella piaga di settori di società retrivi e totalmente slegati dalla realtà, che godono solo nel negare ad altri diritti che loro hanno.

Bene, se la legge serve, oltre ad estendere diritti, anche a trollare queste persone e a mettere in crisi le loro certezze, di questo si ci possiamo rallegrare. La legge non dà pari diritti ma sanziona la normalità delle relazioni omosessuali, che diventano meritevoli di tutela di fronte al legislatore. Ed è questa sanzione della normalità a dare fastidio a questa gente. Quello di cui non si capacitano.

Purtroppo per loro, però, ormai è così e non si torna indietro. Loro e soprattutto i loro figli vivranno in un mondo in cui i froci saranno sempre più gente come tutti gli altri, anche di fronte alla legge. E non ci possono far nulla. Per fortuna nostra e soprattutto dei nostri e dei loro figli.

Santé.

 

Cirinnà: un passo avanti, molti indietro

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No, qui se uno legge certi commenti sulla legge Cirinnà, pure quello dell’amico Tad, pare che ci si debba congratulare col PD per aver portato a casa chissà cosa.

Praticamente una legge che sarebbe già stata arretrata è diventata qualcosa di praticamente ridicolo. Perché è vero che contano i risultati pratici, e che la situazione di moltissime coppie sarà migliorata rispetto al nulla che lo stato offriva senza ricorrere ai tribunali. Questo tipo di leggi, però, servono anche a segnare principi, hanno un significato storico che va al di là della portata pratica.

Siamo un paese dove si vaneggia dell’introduzione di un reato di omofobia dai contorni vagamente definiti, laddove il primo a discriminare è lo Stato. E tale rimarrà dopo la legge Cirinnà.

Approvare il matrimonio omosessuale sarebbe stata la più grande operazione antiomofoba possibile: lo Stato avrebbe finalmente segnalato chiaramente che gli omosessuali non sono cittadini di serie B.

I compromessi fatti per approvare la legge hanno totalmente ribaltato questo significato. Niente matrimonio perché “il matrimonio è solo tra donne e uomini”, una petizione di principio totalmente arbitraria che qui in italia passa per ragionevole buon senso. Quindi vabbè niente matrimonio.

Niente stepchild adoption perché “i froci sennò si comprano i figli all’estero”. Certo, mica perché ci sono coppie omosessuali con figli avuti da precedenti unioni. La gestazione per altri (il temibilissimo “utero in affitto”) esiste da decenni e moltissime coppie eterosessuali vi ricorrono. Qualcuno propone di restringere la disciplina delle adozioni all’interno del matrimonio eterossessuale per evitare il rischio? Ma certamente no, perché a nessuno frega un cazzo dell’utero in affitto, alla maggioranza di governo frega mettere i bastoni tra le ruote agli omosessuali, segnalare che sono diversi, non sono adatti a crescere figli, sono moralmente inferiori.

E alla fine, proprio per rimarcare questa inferiore moralità, niente obbligo di fedeltà. Cosa che viene spacciata addirittura come moderna, “non è lo Stato che deve intromettersi tra le lenzuola”. Ma come no! A parte il fatto che l’obbligo di fedeltà non vuol dire solo che non si debba scopare fuori dal matrimonio ma è l’obbligo di mantenere una leale collaborazione all’interno della coppia. Soprattutto, questa lettura pseudoliberale è immediatamente contraddetta dal fatto che a imporre lo stralcio dell’obbligo è stato Alfano. Non prendiamoci in giro: lo stralcio è solo un altro modo di dire, il matrimonio è cosa seria, le unioni omosessuali sono un po’ come le storielle tra fidanzatini delle scuole medie, una roba effimera; inutile sancire l’obbligo di fedeltà a gente che non può assumere impegni affettivi seri.

Insomma, cari tutti, qui stiamo sancendo e perpetuando per legge una discriminazione. E a farlo è un governo che si dichiara progressista, addirittura “il più di sinistra della storia d’Italia”. La storia della legge Cirinnà dimostra invece che questo è un governo con una maggioranza conservatrice, senza neppure uno straccio di liberalismo per consolarci. Quindi facciamola finita con sti festeggiamenti di facciata e cerchiamo di capire come stiamo davvero messi politicamente. Perché se non si riesce ad approvare un provvedimento progressista perché i grillini, cioè un’accozzaglia di gente dichiaratamente senza consistenza politica, si tirano indietro, per me stiamo messi malissimo.

Si fotta la famiglia tradizionale

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“Ruotando e roteando nella spirale che sempre più si allarga,/Il falco non può udire il falconiere;/Le cose si dissociano; il centro non può reggere/E la pura anarchia si rovescia sul mondo” (W. B. Yeats, Il secondo avvento)

La famiglia tradizionale l’ha voluta Dio? O piuttosto ci ha pensato la Natura sulla base di un qualche principio darwiniano? L’ha detto Sant’Agostino nel De Civitate Dei?

Sapete cosa vi dico? Chissenefrega.

Non c’è scritto da nessuno parte che le regole vadano rispettate a tutti i costi. L’umanità è strisciata fuori dal fango di un’animalità mai del tutto repressa proprio infrangendo le regole. Dal frutto della conoscenza strappato all’albero dell’Eden, passando per la poesia (cosa c’è di più innaturale dello stravolgimento del linguaggio con versi e metafore?), fino alle moderne scoperte scientifiche, quel ci ha permesso di andare avanti è stato il fottersene allegramente dell’ordine prestabilito.

La gerarchia, la mancanza di iniziativa, la paura delle innovazioni, l’impulso a seguire il branco è roba da pecoroni – non è forse un caso che i preti amino così tanto definirsi “pastori”. Non vi è slancio verso il futuro se non si azzarda, non c’è presente davvero vissuto se non si ha un occhio sulla prospettiva.

Lottare per l’immobilismo invece che per l’evoluzione significa autocondannarsi a nutrirsi dei propri escrementi esistenziali, rimanere vittima di canoni il cui unico senso di esistere è la perpetuazione del canone in sé. L’umanesimo di cui si fa promotrice la Chiesa è una burla: l’essere umano sembra sempre e comunque assoggettato a un potere superiore, un ideale più grande, che di fatto ne annichilisce il potenziale e lo lega ai vincoli perversi della paura del domani.

Che la famiglia tradizionale esista o meno ha poca importanza. Nessuno ci dovrebbe obbligare a rispettarne a tutti i costi i fondamenti, come se l’esistenza dell’universo dipendesse dalle decisioni che prendiamo in materia di affettività e amore, dalle scelte che facciamo in maniera assolutamente consapevole sulle nostre vite. E se anche questo fosse il caso, non avrebbe comunque importanza: l’unico limite allo spazio di manovra della libertà è la nostra stessa coscienza. E che abbia pure luogo il Secondo Avvento, se questo è il prezzo che dobbiamo pagare per poterci affermare su questo straccio di pianeta.

Tutto il resto è solo paura, torpore e intolleranza, unica e vera morte dell’anima.

Le conseguenze della coscienza

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“What makes a man, Mr Lebowski?”

“Uh, I, I don’t know, sir.”

“Is it being prepared to do the right thing? Whatever the cost? Isn’t that that makes a man?”

“Ummm…sure. That and a pair of testicles.”

“You’re joking. But perhaps you’re right.”

(The Big Lebowski)

L’arresto di Kim Davis non è solo un altro episodio nel persistente dibattito tra laicismo e religiosità (che non si limita al solo terreno dei diritti degli omosessuali, ma investe educazione sessuale, insegnamento delle scienze, diritto all’aborto e via dicendo) ma, cercando di svincolarsi dalla logica di appartenenza ad una o l’altra delle fazioni in campo, può anche essere l’occasione per tentare di fare un paio di considerazioni di carattere più generale su come ognuno di noi riesca a conciliare i propri principi con i ruoli che ci troviamo ad assumere.

La signora Davis si è trovata in una situazione nella quale il suo ruolo di impiegata comunale le imponeva di compiere un’azione che la propria coscienza giudicava esecrabile; messa di fronte a questo conflitto lei ha agito in conformità con i propri principi morali, ritenendo che essi dovessero essere il fattore predominante nella determinazione del proprio comportamento: in parole povere, ha agito secondo coscienza. Ora, il fatto che io non condivida nulla delle idee oscurantiste e totalitarie che albergano nella coscienza della signora Davis, non mi impedisce di provare una certa ammirazione per un comportamento di questo tipo: d’altronde “difendi i tuoi ideali” e, appunto, “segui la tua coscienza” sono principi che tutti noi consideriamo virtuosi a prescindere, anche (e sopratutto) perché diamo istintivamente per scontato che i suddetti ideali da difendere siano gli stessi cui ci ispiriamo noi. La signora Davis non si è autoassolta con la necessità di obbedire agli ordini, né ha dato importanza al fatto che le coppie da lei respinte in un modo o nell’altro si sarebbero sposate comunque: la sua profonda convinzione era che fosse suo dovere impedire un abominio e il suo comportamento ne è stato una conseguenza.

Sto quindi sostenendo che Kim Davis è una paladina della libertà, eroica vittima di una persecuzione ideologica? Assolutamente no, sto dicendo che se comportarsi secondo la propria coscienza è di per se una cosa lodevole, l’idea che ciò giustifichi a priori qualsiasi tipo di comportamento é estremamente infantile. Poiché nessuno di noi è un’isola, è necessaria la consapevolezza delle conseguenze che le nostre scelte comportano in relazione ai ruoli che ricopriamo all’interno della società affinché tali scelte non si riducano ad una forzosa imposizione delle propria visione del mondo sugli altri: è proprio tale consapevolezza ad attribuire valore alle nostre scelte. In fondo ha (come sempre) ragione Il Drugo: per fare quello che è giusto servono i coglioni.

Invece, nel caso in questione, è successo che, a seguito della decisione della Corte Suprema, i principi della signora Davis l’hanno resa incompatibile con il proprio ruolo di pubblico ufficiale: la signora avrebbe dovuto prendere atto della sopraggiunta incompatibilità e, nel rispetto del ruolo che ricopre, avrebbe dovuto chiedere di essere trasferita ad altra mansione o, qualora ciò non fosse stato possibile, presentare le dimissioni. È stata la sua persistenza a voler ricoprire un ruolo senza averne l’idoneità la causa della serie di eventi culminata con la sua carcerazione: nulla che non si sarebbe potuto evitare se la signora avesse accettato che lei, volendo seguire la propria coscienza, quel lavoro non poteva più farlo esattamente come un musulmano o un ebreo ortodosso non può fare il cuoco in un ristorante dove servono l’amatriciana, un sostenitore del creazionismo non può insegnare scienze naturali, un ecologista non può fare il trivellatore e un vegano non può fare il macellaio.

Purtroppo il rifiuto di tale incompatibilità spesso comporta delle enormi storture spesso mascherate dietro la facciata dell'”obiezione di coscienza”. Non mi riferisco solo al massacro della legge 194 ormai con punte dell’85% di medici obiettori ma anche, e sopratutto, a quegli episodi nei la suddetta stortura è causata da un sistema valoriale con il quale sento decisamente più affinità rispetto a quello della nostra eroina del Kentucky: due esempi fra tutti sono le vicende Cancellieri-Ligresti e Azzolini nelle quali un gesto dai fini, a priori, nobili (evitare a un essere umano una carcerazione preventiva, vessatoria e ingiustificata) è stato conseguito attraverso modalità in palese contraddizione con i ruoli istituzionali ricoperti dai “benefattori” (mancanza di imparzialità nel caso del ministro, voto in malafede* da parte dei senatori). Di nuovo, una volta conseguito l’obiettivo, il passo corretto da compere sarebbero state le dimissioni immediate per sopraggiunta incompatibilità verso il proprio ruolo; un gesto che avrebbe anche potuto generare un dibattito sulla mostruosità che è il sistema giudiziario-carcerario italiano (come non manca periodicamente di ricordarci la Corte europea dei diritti dell’uomo). Invece, anche qui, la scelta “di coscienza” è stata considerata la giustificazione di un comportamento istituzionalmente illegittimo che, accanto alla “buona azione” privata, ha creato un’ulteriore stortura pubblica in aggiunta a quella già esistente.

Nota finale: l’altro ieri Kim Davis è stata rilasciata con l’ammonimento a fare il proprio lavoro. All’uscita di prigione è stata accolta da una folla in festa al suono di Eye of the Tiger: la signora ha ringraziato, commossa, la folla, ed ha tenuto un breve discorso durante il quale si è rivolta al cielo esclamando “la gente di Dio si è radunata”. Sul palco con lei c’era  Mike Huckabee, pastore battista e candidato (di nuovo) alla presidenza e già altri candidati stanno facendo la fila per incontrarla. Mi sbaglierò ma queste elezioni stanno per diventare parecchio divertenti.

*parlo di malafede perché l’argomento della votazione era la presenza o meno di intenti persecutori nell’indagine della procura (non la bontà dell’indagine stessa, la consistenza delle prove o l’opportunità della carcerazione preventiva) mentre molti di coloro che hanno votato contro l’arresto lo hanno fatto, per loro stessa ammissione, a prescindere dalla questione persecutoria

Matrimoni egualitari? Adda passà ‘a nuttata…

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Il buon Luca Sofri ed il mio degno complice Tad sono più o meno concordi nell’asserire che il (lol) milione di tizi di Piazza San Giovanni sono dei poveracci che strepitano perché si rendono conto che la loro posizione è destinata a diventare minoritaria e financo a estinguersi: in soldoni, scrivono, cari omosessuali, non dovete preoccuparvi perché alla fine, fosse pure tra due/tre/cinque/dieci anni, la battaglia la vincerete.

Ciò è sicuramente vero e risulta, almeno a primo impatto, piuttosto confortante: ci pone dal lato “giusto” della storia, ci prefigura il lieto fine e, addirittura, ci rassicura che tutto questo avverrà automaticamente, senza alcuno sforzo da parte nostra. Tuttavia tale linea di pensiero rischia, a mio avviso, di sottovalutare l’importanza sociale e culturale della questione.

Vedete, la domanda chiave di tutta la faccenda è questa: il diritto al matrimonio è o no uno dei diritti fondamentali di un cittadino?

Risposta A – SI, è un diritto fondamentale: benissimo, allora è equiparabile a, per esempio, il diritto di voto. Se agli omosessuali ad oggi fosse proibito votare, direste “Si, lo so che è brutto ma tra un po’ la risolviamo: magari non si riesce per questa elezione ma alla prossima andate tranquilli.”? Se fossero, sempre per esempio, gli ebrei a non potersi sposare direste loro che si vive benissimo anche da non sposati? Se un diritto è fondamentale tutti lo devono avere, punto. E ogni istante che a qualcuno è negato questo diritto viene imposta una sofferenza a lui e alla comunità intera. E, sopratutto, tutto questo deve (dovrebbe) prescindere dal voto popolare ma essere dato per scontato e, eventualmente, difeso contro tutti coloro che cercano di limitare o estinguere tale diritto. È chiaro che, se questo è il caso, “eh, adda passà ‘a nuttata” non può essere la risposta da dare a quella che è, a tutti gli effetti, una minoranza oppressa.

Risposta B – NO, non è un diritto fondamentale: la sua estensione a tutti è solo uno tra gli obiettivi da raggiungere per migliorare il livello di civiltà del paese. Questa pare essere la risposta sottesa al “alla lunga si farà, non c’è problema”. Sarà la mio indole pessimista ma ho dei dubbi anche su questo. La mia impressione è che questo tema, come anche altri temi relativi a diritti civili, in Italia non solo non sposti voti (per dire questo è il video del dibattito delle primarie del PD, com’è andata a finire lo sapete) ma, al contrario, rischi di essere controproducente. Dire “nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili” è sicuramente vero ma “non opporsi” non significa “essere favorevoli” ma “essere indifferenti”: se le unioni civili si fanno ok, altrimenti non c’è da perderci il sonno. Infatti il sonno lo si perde talmente poco che il DDL Cirinnà, in discussione in questi giorni, era stato presentato appena 2 anni e 3 mesi fa, verrà approvato (se tutto va bene) non prima di ottobre e ha lo scopo non di introdurre l’uguaglianza (ovvero eliminare il “tra un uomo e una donna” nella definizione di matrimonio), ma di creare una forma di unione civile “dedicata” agli omosessuali lasciando agli eterosessuali l’esclusiva del matrimonio. Meglio di un calcio nei denti ma il risultato sarà comunque discriminatorio visto che, alla fine della fiera, gli eterosessuali avranno alcuni diritti e gli omosessuali ne avranno di meno.

Sono piuttosto convinto che la forma mentis sottesa alla Risposta B dipenda, almeno in parte, dall’idea, molto italiana, che la minoranza (sia essa politica, etnica, religiosa o sessuale) non sia una risorsa da preservare e sfruttare, ma una seccatura da sopportare e, qualora possible, ignorare mentre ci si occupa di “cose serie”: un atteggiamento che cozza ferocemente con l’idea stessa di democrazia liberale. Come molti dei problemi di questo paese la radice è, innanzitutto, culturale e mi sa che prima di vedere miglioramenti in tal senso ann passà assai nuttate.

Quella piazza che il family day ha già perso

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Oggi, sabato 20 giugno, si è svolto a Roma il Family Day: circa un milione di persone (ammettiamo anche le cifre sempre vestite a festa fornite dagli organizzatori), hanno manifestato contro le unioni civili.

Ho pensato un po’ a cosa scrivere sul tema, e non è stato facile: gli argomenti messi in campo da queste persone sono fortemente pretestuosi, arzigogoli senza ragione per sostenere l’insostenibile; d’altro canto qualsiasi principio di buonsenso, di mero rispetto della libertà altrui, suggerirebbe che non c’è proprio niente da contestare. Come si fa a commentare, dunque? Che cosa avrei potuto scrivere sul tema?

Poi ho capito che non sapevo bene cosa scrivere perché non c’è proprio niente da scrivere. Questa battaglia è già finita, e l’ha vinta il buonsenso dal momento in cui la questione è entrata nel suo –preziosissimo– raggio d’azione. Qualsiasi commento è superfluo verso chi è già stato, anche se non ancora de iure, sconfitto dalla storia. Il nostro paese sarà tra gli ultimi (cioè, lo è già), si continueranno le discussioni ancora per un po’, ma una cultura della libertà (ah, l’Occidente!) ha fatto breccia anche da noi: nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili. Nessuno. È qualcosa ormai di naturalmente accettato, che non richiede più discussione, è definitivamente proprio della nostra generazione. È una piccola, doverosa concessione di libertà che ci appartiene.

E allora lasciamo questi poveri derelitti, questi sconfitti, manifestare un giorno nell’illusione di poter cambiare un processo che è ormai inarrestabile. Combattono una battaglia che già sanno di aver perso. Non sprechiamo commenti, pensieri, tempo, per rinfacciare loro la pochezza che dimostrano, lo scarso rispetto, la minima intelligenza, la tracotante pretestuosità dei loro inesistenti argomenti. Rivolgiamo i nostri sforzi altrove: sono ancora tante le battaglie di libertà da combattere, la cui vittoria è, invece, sempre tristemente lontana.

Il popolo ha sempre ragione?  

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Come noto, la settimana scorsa l’Irlanda ha tenuto un referendum sulla legalizzazione del matrimonio tra cittadini dello stesso sesso. Per la prima volta, la fine della discriminazione è passata non per corti costituzionali o parlamenti, ma per le urne. Naturalmente i sostenitori del matrimonio gay, tra cui chi scrive, hanno accolto positivamente il fatto che una larga maggioranza dei cittadini di un paese come l’Irlanda fossero favorevoli alla legalizzazione. Ma al di là del risultato, che è sicuramente una buona notizia, il fatto che si sia data “al popolo” la facoltà di decidere su una materia che non riguarda tutti i cittadini, ma solo una minoranza di essi, è una cosa buona?
Per come la vedo io, esistono sostanzialmente due categorie di questioni che storicamente sono state risolte tramite referendum. La prima categoria comprende referendum come quello su monarchia o repubblica, quello sull’uso dell’energia nucleare oppure tutti i referendum sulle riforme costituzionali e l’assetto dello Stato. In questa categoria sono sostanzialmente comprese questioni che riguardano tutti, nel senso che non si può mantenere la monarchia per i monarchici e la repubblica per i repubblicani come non si può avere le centrali nucleari per qualcuno e per qualcun altro no né si può abolire il Senato solo per qualcuno.
La seconda categoria di questioni comprende cose come il divorzio, l’aborto, la fecondazione assistita e anche la legalizzazione dei matrimoni gay. Le questioni affrontate in questi referendum non sono questioni su cui bisogna decidere un assetto vincolante per tutti. Se il divorzio diventa legale, chi è contrario al divorzio potrà continuare a non divorziare, se abortire diventa legale, chi è contrario può comunque decidere di non farlo. Allo stesso modo, legalizzare i matrimoni gay non comporta alcun adattamento da parte di chi non è gay.
Ma se così stanno le cose, è davvero giusto mettere ai voti della maggioranza la permanenza di una una discriminazione verso una minoranza? Se nel 1968 gli Stati Uniti avessero messo ai voti la fine della segregazione razziale, siamo sicuri che il risultato sarebbe stato un sì? E se non lo fosse stato, il risultato avrebbe legittimato la continuazione della segregazione?
Nonostante i referendum della seconda categoria abbiano spesso (ma non sempre) dato risultati che tutelano i diritti di tutti, è molto pericoloso invocare la consacrazione da parte del popolo su qualsiasi questione, anche quelle che non lo riguardano per nulla.

 

Vogliamo i colonnelli

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Per secoli si sono esplorati i limiti della scelta collettiva ipotizzando che gli individui siano in grado di comprendere il collegamento tra i loro desideri e i mezzi per concretizzarli. Chissa’ che esplorazioni con individui, per cosi’ dire, non esattamente consapevoli e conseguenti.

L’isteria collettiva italiana delle ultime settimane mi ha fatto incontrare i seguenti tipi umani:

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima di liberalismo pensa che la prima tassa da rimuovere sia l’ultima (in ordine di tempo) ad essere introdotta;

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima di naturalismo proclama la decrescita come palingenesi definitiva;

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima di partecipazione democratica ha sempre la monetina pronta da lanciare e il pomeriggio libero per farlo;

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima di rinnovamento ci ha scassato la minchia per piu’ di una settimana spiegandoci che un ex comunista ottantenne e’ il cambiamento, mentre un altro ex comunista ottantenne no;

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima dell’economia inizia un qualsiasi discorso sull’euro, sulla BCE, sulla Bundesbank che a volte e’ la DeutscheBank e a volte no;

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima dei rapporti causa/effetto sai che finira’ sempre per dire che il problema e’ il capitalismo liberista, meglio se finanziario, ancor meglio se selvaggio;

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima di credibilita’ internazionale vede B. al mausoleo di GWB e ne trae improvvide conclusioni;

– quello/a che aderendo a una sua visione personalissima di bene pubblico mi deve ancora raccontare le conseguenze del suo trionfo referendario di due anni fa;

L’elenco e’ potenzialmente infinito. E verrebbe da dire ‘vogliamo i colonnelli’, come nell’omonimo film.

Che poi, in fondo, ed esattamente come nel film, in un paese governato da cialtroni non possono che essere cialtroni anche i colonnelli. Ecco spiegata, tra il serio e il faceto, la fascinazione di molti per i famosi vincoli esterni. Io, che non credo neanche in quelli, mi rifugio nella ristorazione. Buon weekend!

 

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E’ la natura che ce lo chiede!

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In questi tempi di futuro incerto e felicità a momenti, va molto di moda appellarsi alla natura, anzi alla Natura con la N maiuscola, in cerca di sicurezze (non so voi, ma a me, quando sento parlare di Natura, passando davanti agli occhi le scene atroci dei documentari di Discovery Channel). Tra i naturalisti troviamo i fan della mammella ad oltranza che dicono che i pargoli vanno allattati fino alle soglie delle elementari perchè anche le bertucce fanno così, quelli che rifuggono dalle verdure OGM perchè temono di diventare fluorescenti e quelli che non prendono un’aspirina nemmeno con il mal di testa del secolo. Ma i miei preferiti sono quelli che ripetono il mantra della famiglia naturalequella-tra-uomo-e-donna per tagliare corto su matrimonio e adozioni da parte di coppie gay. Di che Natura parlino, non è chiaro. Forse parlano della Natura del mondo animale, quello in cui vige la legge del più forte, in cui i maschi cercano di accoppiarsi con più femmine possibile e i cuccioli malati sono i primi ad essere abbandonati dalle mamme? Allora, cari i miei naturalisti, sappiate che sono contro Natura, seguendo lo stesso criterio: la monogamia, il ruolo paterno nell’allevamento della prole, i figli unici, il non riprodursi copiosamente a partire dalle prime mestruazioni, i vaccini e in generale le cure mediche, specialmente a bambini piccoli, e via discorrendo. Indi per cui, la prossima volta che vi chiedono perchè voi sì e i gay no, abbiate il coraggio di dire che non volete il matrimonio gay perchè a VOI non piacciono i gay e che i figli di gay crescerebbero male perchè VOI li trattereste in modo diverso dagli altri. La Natura, cortesemente, lasciatela ai documentari di Piero Angela. 

Mio nonno è più progressista del Pd

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Mio nonno oggi compie ottantacinque anni. È nato nel 1927, cinque anni dopo la marcia su Roma e diciannove prima della nascita della Repubblica Italiana. È cresciuto in un paesino della campagna romana negli anni del fascismo e in gioventù è stato pure mezzo monarchico. Ha preso la quinta elementare e poi ha cominciato a lavorare, prima nei campi e poi, quand’era più grandicello, nelle ferrovie come operaio. Mi racconta sempre che una volta, mentre lavorava nei pressi di un deposito ferroviario, fu colpito da una granata e si salvò per miracolo. Gli piace raccontare che di lui, ricoperto di terra, si riusciva a scorgere soltanto uno stivale e questo permise ai suoi compagni di trovarlo e tirarlo fuori vivo.

Mio nonno è sempre stato un uomo di destra e ha fatto per quarant’anni il poliziotto. Era in servizio nell’anno di grazia 1968 e pure nei terribili anni di piombo. Lavorava sulla volante, che allora era rigorosamente e fieramente un’Alfa Romeo dal motore potente e dalla linea aggressiva. Pure questo gli piace raccontare: dei suoi pranzi e cene fugaci, dei turni sfiancanti, dei dolori reumatici, ma soprattutto degli inseguimenti a folle velocità.

Quand’era più giovane e doveva portare a casa la pagnotta, era piuttosto rigido e burbero e pare (fonti certe) che bastasse un suo sguardo per capire che si doveva tacere oppure mangiare la minestra oppure andare a letto. Insomma, era un capofamiglia autoritario come negli anni sessanta ce n’erano tanti. Per lui sono sempre stati imprescindibili certi valori come la famiglia tradizionale e il rispetto delle regole. Si è portato dietro quel bagaglio culturale che il regime aveva professato per vent’anni e che ha continuato a vivere per decenni in forme forse meno politiche ma comunque pienamente esistenziali — a testimonianza del fatto che il tentativo di cancellare la memoria di quegli anni è stata ed è un’operazione non solo stupida ma anche inutile.

Qualche mese fa, durante una normale cena, non ricordo bene per quale ragione (probabilmente il telegiornale proponeva qualche servizio sul tema) presi a parlare dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Mentre monologavo, mio nonno mangiava e ascoltava senza proferir parola. Difficilmente interviene in una discussione su questioni di cui sa poco o niente, credo che lo faccia perché è ancora capace di imparare, cosa non certamente scontata a quell’età.

Ma quella sera accadde l’imprevedibile. Al termine della mia dissertazione lui alzò la testa dal piatto e disse: “secondo me, ognuno deve essere libero di fare ciò che vuole”. Undici parole disse mio nonno e sovvertì ottant’anni di vita e qualcuno in più di storia. Insomma, si pronunciò a favore delle unioni omosessuali, dell’amore tra persone dello stesso sesso, della libertà sessuale, della libertà tout court.

Mio nonno, ottantacinque anni oggi e una biografia di un uomo di destra, con quelle undici parole che non dimenticherò mai si rivelò improvvisamente progressista, ovvero capace non solo di inseguire il progresso, come fanno tanti con più o meno successo, bensì di preannunciarlo.

Mio nonno, ottantacinque anni oggi, è nettamente più progressista del Pd.

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