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Massimo D’Alema

Il Cinese

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Sottomettere i nemici senza combattere è il culmine dell’abilità.

Venticinque secoli separano Sun-Tzu, stratega cinese, e Massimo D’Alema, stratega pugliese. Sembrano venticinque giorni, se osserviamo quel che ha appena combinato il secondo.

Il 4 dicembre, Matteo Renzi perde il referendum costituzionale. Aveva investito molto e perde molto: il 40% di SI non è suo, e lo sa. La campagna feroce, populista, gli ha inimicato gran parte della sinistra e tanti anche nel suo partito non hanno gradito. Sotto pressione, si dimette e lascia Palazzo Chigi a Gentiloni. Sa che lo aspettano mesi difficili, ma è un giocatore d’azzardo e non si spaventa.

Ha buoni motivi per non spaventarsi: contro di lui, ci sono tante teste ma pochi fegati. Gli viene chiesto di convocare il Congresso, per “confrontarsi dopo le due sconfitte delle amministrative e del referendum”: tradotto, per farlo fuori. Si rifiuta, e non si muove foglia. Si muove però un baffo.

Massimo D’Alema ha un passato, diciamo, sfaccettato. A palazzo Chigi c’è stato e mentre stava là voleva farci “una merchant bank”, ha fatto accordi con Berlusconi e Cossiga e permesso che si bombardasse la Serbia partendo dal suolo italiano. Non è un pupillo della sinistra, ma Renzi lo ha attaccato duramente negli anni, dipingendolo come il simbolo di una politica vecchia, inciucista, perdente. Molti dei suoi lo hanno abbandonato per seguire il giovane Principe, lui ha aspettato il momento per fargliela pagare. Ora il momento è arrivato: lo stratega pugliese ha fatto campagna per il NO al referendum e vinta la battaglia, non smobilita le truppe.

Con un incontro a Roma, i comitati per il NO organizzati da D’Alema diventano ConSenso: non un partito, ancora, ma lo scheletro di un partito. Obiettivo semplice e chiaro: organizzare chi è dentro e fuori dal PD in vista di una scissione e della nascita di un nuovo soggetto, di sinistra e concorrente. La richiesta al Segretario non più premier è netta: o si va a Congresso e si ridiscute tutta la linea politica prima delle elezioni, o alle elezioni il PD avrà un rivale credibile a sinistra.

I sondaggi amano queste operazioni e attribuiscono alla nuova creatura l’8 o perfino il 10 per cento. Sarebbe un successone, pure la metà basterebbe per azzoppare il PD. Ma non è il PD l’obiettivo dello stratega pugliese: come Sun-Tzu insegna, come Robert E. Lee e Schlieffen hanno teorizzato, per raggiungere il tuo obiettivo non devi marciare contro di esso, lasciando agli avversari il tempo e il modo di arroccarsi in difesa. D’Alema aggira, punta su Renzi e poi colpisce il punto debole del fronte: la minoranza.

Bersani, Speranza, Cuperlo: dalla vittoria di Renzi, la vecchia Ditta ha vissuto una lenta e continua erosione. Renzi offre molto, a chi cambia bandiera. Molte volte han pensato di dare battaglia, ma il timore di una sconfitta li ha trattenuti. Dopo il referendum hanno squillato le trombe ma non si sono mossi: ora però sono minacciati, il pugliese mira ai loro voti. Se la sua manovra riuscisse e la scissione ci fosse, la Ditta dentro il PD si ritroverebbe impoverita e indebolita, costretta a mendicare alla tavola del Principe mentre la linea si sposta ancor più a destra e i loro elettori si uniscono alla scissione.

Come le tessere del domino, tutto crolla quando cade la prima. La Ditta è costretta a dare un ultimatum a Franceschini, che dell’esercito del Principe controlla le truppe più numerose: se non si va a Congresso prima del voto, sono costretti a rompere. Franceschini recepisce e vede profilarsi l’ipotesi di essere nell’esercito perdente: unisce quindi la sua voce a quella della Ditta e chiede altrettanto. Il Principe, rimasto solo, cede: Gentiloni durerà e lui dovrà giocare il suo futuro al Congresso. Non potrà lanciarsi nell’ennesima campagna elettorale personalizzata, riempiendo i seggi sicuri di uomini leali.

Lo stratega pugliese osserva dal suo accampamento. Non ha ancora radunato le truppe, ha solo montato le tende ma già l’esercito avversario si agita, si scompone, si frantuma. Può quindi comunicare che la battaglia non serve più: il Congresso ci sarà e sarà là che ci si confronterà. D’Alema è il vero Cinese: senza combattere ha vinto. Ora lo aspettano i referendum della CGIL e le amministrative: altre manovre, altre marce, altri stendardi che si spostano sul campo di battaglia. Amici e avversari giocano di rimessa, mentre lui detta i tempi e i modi.

Gli ex collaboratori di D’Alema

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E’ commovente e curioso constatare che i primi (e gli unici) che scattano solerti e reagiscono veementi a difesa di Matteo Renzi contro gli attacchi di Massimo D’Alema siano il suo ex capo dello staff a Palazzo Chigi Claudio Velardi, il suo ex responsabile alla comunicazione Fabrizio Rondolino, ed il suo ex portavoce Matteo Orfini.

Stiamo parlando di tre soggetti all’epoca appartenenti a quella cerchia invidiata, misteriosa ed inaccessibile dei “dalemiani di ferro”. Velardi, Rondolino, Orfini, La Torre, Minniti, tutti temuti e beffardi soldati dalemiani. Poi diventarono ex dalemiani. Adesso non solo antidalemiani, ma focosi renziani, passati addirittura con il “nemico”.

Sicuramente, caro Massimo, te la riderai sotto i baffi pensando “questi non li conosceva nessuno e li ho fatti diventare ‘famosi’ mettendoli al mio fianco. Poi se ne sono andati ma per continuare a dimostrare al mondo che esistono devono parlare male di me. Sono sempre io al centro dei loro pensieri. Sono dei dalemacentrici. Senza di me non se li cacherebbe nessuno.La loro condanna è questa ed io in fondo li perdono e provo pure affetto per loro.”

Certo, se ci aggiungiamo la Moretti che da antirenziana viscerale è divenuta una delle amazzoni del premier, pare evidente che per D’Alema e Bersani la scelta di collaboratori ‘stabili’ non sia una delle cose che gli venga meglio.

Ma nel caso dei tre di cui sopra, c’è un qualcosa in più del salire sul carro del vincitore. C’è quella dose di rivalsa, sfottò sopra le righe, sfumato livore, camuffato rancore, che balza nitidamente agli occhi e che noi comuni mortali non riusciamo a spiegarci.

Perchè, caro Massimo, ce l’hanno così tanto con te? Che gli hai fatto?

Potremmo tirare fuori l’Ornella Vanoni di Quei giorni insieme a te:

“Quei giorni insieme a te/ io non li rivivrei /è stata un’ Odissea difficile, inutile/ Noi eravamo in due /che adoravamo te/una ero io, l’altro eri tu/ e non avevi il tempo di volere bene a me (…) Quei Giorni Insieme A Te io li cancellerei/ ripeto fra di me: Che stupida! che stupida!/ E mi vergogno un po’ di averti detto sì/ Oggi che ho più dignità/ io non accetterei l’amore in briciole che tu allora davi a me come fosse carità/ ma se è così chissà perché penso ancora ai giorni insieme a te.”

Oppure dovremmo pensare a delle più crude pratiche di tortura psicologica? Li legavi a delle croci di sant’Andrea e  incollavi loro sul corpo con dell’attack pagine de Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa? Gli ficcavi in bocca una ball gag con lo stemma falce e martello e con un megafono da 120 milioni di volt gli urlavi le massime di Mao tse tung e gli stratagemmi di Sun Tzu? Li spogliavi nudi in una stanza blindata con Fassina che gli lanciava in faccia delle secchiate di acqua ghiacciata minacciandoli che avresti fatto condurre loro una trasmissione su Red Tv con Adinolfi e Massimo Bordin? Hai costretto ciascuno di loro singolarmente per un mese a testa a preparare a mano deliziose ed abbondanti fettuccine per Goffredo Bettini?

Ecco, cosa sia successo non lo sapremo mai, almeno fino a quando non leggeremo le memorie postume di Roberto Gualtieri e del Ministro Padoan, ex direttore di Italianieuropei.

Soundtrack1:’Il Gulliver’, Verdena

Soundtrack2:’Reach for the dead’, Board of Canada

Soundtrack3:’No tomorrow’, The Stevenson Ranch Davidians

Soundtrack4:’Lord of light’, Bardo Pond

Soundtrack5:’La polizia chiede aiuto’, Stelvio Cipriani

Soundtrack6:’I giorni che ci appartengono’, Mina

Soundtrack7:’Quei giorni insieme a te’, Ornella Vanoni

Soundtrack8:’Non si sevizia un paperino’ Liz Ortolani

Soundtrack9:’The dampfwalze’, Sudstern 44

Soundtrack10:’Serra’, Mugstar

 

Cambiare strada o scomparire

in politica by

In estrema sintesi e fuori dai denti: decidere di eleggere Massimo D’Alema insieme a Berlusconi piuttosto che Stefano Rodotà col Movimento Cinque Stelle, al di là del metodo discutibile con cui sono stati scelti i candidati delle “quirinarie”, è un’ipotesi che ritengo letteralmente raccapricciante.
Se dovesse andare così (come pare plausibile) e se si tornasse a votare tra pochi mesi (come pare probabile), il Movimento 5 Stelle è destinato a fare un botto ancora più grosso di quello che ha fatto a febbraio: un botto che, badate, darebbe il colpo di grazia definitivo proprio al PD, lasciando il PdL più o meno nelle condizioni in cui si trova.
Mi auguro che Bersani & Co., a quel punto, avranno la decenza di prendersela soltanto con loro stessi e di non menarla col populismo di Grillo, che abbiamo tutti ben presente ma che non ha alcun bisogno di essere ulteriormente alimentato con fregnacce del genere.
Ciò detto, siete ancora (per poco) in tempo a cambiare strada.
Lo dico per voi, naturalmente: perché stavolta l’alternativa è scomparire.

Non vorrei dire: ma…

in giornalismo/politica/società by

Nel giro di due settimane, tre protagonisti della politica italiana dell’ultimo ventennio hanno annunciato un passo indietro: D’Alema e Veltroni non si candideranno in Parlamento. Berlusconi non correrà da premier.

Non faccio un’analisi politica né del passato né di quello che comporteranno queste scelte per il futuro.

Mi viene solo da sottolineare che l’annuncio del ritiro è stato generalmente seguito da affermazioni di supporter e/o colleghi di partito dei tre leader che hanno sottolineato: “apprezzamento per il gesto nobile”; “il gesto di generosità e amore per l’Italia”; “il passo indietro nell’interesse del Paese”.

Silvio, Walter, Massimo: non vorrei guastare la festa di commiato a nessuno di voi; ma, dopo decenni in cui avete imperversato, annunciate di non volervi ricandidare e nessuno dei vostri dice: “ripensaci!”, “sei sicuro?”, “non abbandonare la politica e il partito!”.

Dichiarano invece che il vostro è un gesto generoso e lo fate per il bene del Paese.

Allora mi dico: non è che forse era il caso di levarsi dalle palle prima? Santè

Generatore automatico di condizioni per la candidatura di D’Alema

in Generatori Automatici by

Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove condizioni per convincere D’Alema a candidarsi

Mi candido solo se me lo chiedono con un apposito hashtag di Twitter, mi acclamano durante l'Angelus e mi dotano di uno scettro.

L’endorsement di D’Alema

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Miracolo. D’Alema si è accorto che qualcuno non vuole che il PD governi. O meglio, non vuole che questo PD governi: quello di Bersani premier, Veltroni presidente della Camera, Bindi segretario in corsa per il colle e D’Alema ministro degli Esteri, per dire. Che, insomma, non so se mi spiego, se dovesse succedere davvero bisognerebbe resuscitare Fellini e metterlo al lavoro per tirarne fuori non un film soltanto, ma una trilogia.
Tutto qua?, vi chiederete voi. E allora? Ok, se n’è accorto, meglio tardi che mai.
Eh no, cari miei. Invece il bello deve ancora venire. Perché il fatto divertente non è, per così dire, la tardiva presa di coscienza in sé e per sé. Macché. Il bello è che D’Alema denuncia pubblicamente la faccenda come se si trattasse di una gran brutta cosa. Mentre invece, ne converrete, è un irripetibile segnale di vitalità. Cioè: oltre ai “giornali che fanno riferimento al centrodestra” citati nell’intervista esiste -incredibile, se n’è accorto!- un significativo numero di elettori che non ne può più -ma proprio non ne può più- di essere costretto a votare questa gente, e che a dire di D’Alema farebbe riferimento alla candidatura di Renzi.
Il quale, fatta una mano di conti, stamattina si è svegliato, ha aperto il giornale e si è ritrovato per le mani -gratis- un endorsement mica da ridere: D’Alema che si incazza perché la sua candidatura sarebbe contro l’attuale “gruppo dirigente del PD”. Manna piovuta dal cielo, letteralmente.
Sapete cosa? Un altro paio di interviste così e a Renzi lo candidano direttamente premier.
Senza passare per il via, e senza bisogno di fare le primarie.

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