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Mario Monicelli

La carne rossa di Monicelli

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha decretato che le carni lavorate (come ad esempio salumi, insaccati, würstel) sono classificabili come cancerogene, al pari di bacco e tabacco. Manca qualche evidenza scientifica per averne la certezza, ma sembra che nella stessa categoria rientri anche la carne rossa, cioè agnello, maiale, vitello, manzo, pecora e altri simpatici amici dell’uomo, cui donano di buon grado bistecche, braciolette, costatine, lonze e cosciotti.

La società aperta e l’avanzamento tecnologico che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni ha aumentato incredibilmente la nostra aspettativa di vita, e ci ha fatto prendere coscienza di un sacco di problemi che, semplicemente, non sapevamo di avere. Adesso, il punto è: quei problemi preesistono alla nostra coscienza oppure no? Il fatto che mangiare due fettine di bacon al giorno aumenti il rischio di contrarre un tumore al colon del 18% ci aiuterà a salvarci da noi stessi? E soprattutto: dobbiamo davvero farlo? Non sono sicuro che prendere coscienza del pericolo di ogni azione abbia necessariamente un effetto aggregato positivo sulla vita di ognuno di noi. Pensarci a fondo, a tutto, e non lasciare niente di inevaso alla previdenza, è sempre il modo migliore per preservarsi?

Emil Cioran scriveva che “nei momenti critici una sigaretta porta più sollievo che i vangeli”. A me, quell’effetto, lo fanno ad esempio le scottadito di abbacchio, come quelle che ho mangiato due sere fa. E quindi, adesso, le strade sono due: o quel 18%, quel colon, quel disinvestimento sulla qualità della vita di qui a trent’anni comportato dalla sontuosità del sangue della bistecca continua a rimbalzarmi in testa come un monito, e quindi quel piacere me lo annacqua, lo dissolve nella preoccupazione fino a farlo sparire; oppure me ne frego, e faccio finta di non sapere. Come si vive meglio?

C’è in questo discorso il seme universale dell’approccio alla vita contenuta in quell’enciclopedia dell’esistenza che è Amici Miei. Mi riferisco al Perozzi, il Perozzino, come lo chiamano le prositute al mattino presto, che non capisce –quando il figlio lo rimbrotta: “ma quando cresci, babbo? quando la smetti di fare l’imbecille?”– se l’imbecille è sì, lui, “che la vita la pigliava tutta come un gioco”, o se è non fosse il figlio ad esserlo, “che la pigliava come una condanna ai lavori forzati”.

 

Non so, ma ho come l’impressione che da queste parti, di questi tempi, si tenda sempre più a prendere la vita come una condanna ai lavori forzati. Non saprei bene chi scegliere, tra il Perozzi e il figlio, ma una cosa è certa: non avete idea di quanto mi piaccia, quanto mi soddisfi, dentro, fino in fondo, poterci pensare davanti a una costata al sangue, in mezzo ad una tavola imbandita. E insieme alle persone che le si sederanno intorno.

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