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Marino

Vaticanleaks: si è sempre cattolici col culo degli altri

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Dopo settimane e settimane di ingerenze vaticane sul caso Marino con commenti del tipo “vicenda farsa”, sgambetti papali malcelati e veri e propri interventi politici, l’ennesimo Vaticanleaks delle ultime ore meriterebbe una risposta adeguata da parte di tutti i cittadini italiani – ovvero un sonorosissimo pernacchione.

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?”, diceva un tale. E la trave nell’occhio del Vaticano ha assunto (si può ben dire) dimensioni bibliche. Certo, non che tutto ciò rappresenti una novità nella bimillenaria e corrottissima storia del Cattolicesimo, ma l’ultima vicenda è particolarmente sintomatica dello stato di salute dell’intera piramide del potere papale: non dimentichiamo infatti che i due responsabili della fuga di notizie, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, erano entrati a far parte della Cosea (Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative) su iniziativa dello stesso Francesco, in un’ottica di rinnovamento politico e morale delle istituzioni della Santa Sade.

Insomma, l’irreprensibile Bergoglio si è ritrovato con le uova rotte nel paniere, in buona parte per sua stessa responsabilità. Si tratta sicuramente di un errore in buona fede, ma che mostra in maniera piuttosto evidente quanto sia estesa la metastasi del malcostume curiale. Quella morale che dovrebbe costituire la spina dorsale del messaggio evangelico sembra mancare proprio alle radici stesse della spiritualità cattolica: se Roma marcisce, l’origine dell’infezione va cercata a San Pietro piuttosto che in Campidoglio.

Insomma, pare proprio che le gerarchie cattoliche non abbiano proprio niente da insegnarci in merito a morale ed etica politica. Eppure, le ingerenze continuano con un’ipocrisia degna del peggior Don Abbondio. Senza contare la vecchia (ma non secondaria) faccenda della sovranità degli Stati nazionali: con che diritto un capo di Stato straniero si permette di (letteralmente) pontificare sulla situazione politica di una Repubblica indipendente? Libera Chiesa in libero Stato ‘sto par de palle, la situazione ha veramente del grottesco.

Tutto questo dovrebbe allora farci riflettere che un pernacchione al Vaticano forse non basta. Magari è giunta finalmente l’ora di rispondere per le rime: attendo con ansia dichiarazioni e critiche di esponenti politici italiani nei confronti di quella che è l’unica, vera farsa – la credibilità stessa dell’istituzione vaticana. Un’attesa probabilmente inutile, ma chissà che un giorno qualcuno finalmente sbotterà, esasperato, esclamando: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, i quali dall’esterno appaiono belli, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondezza. Allo stesso modo anche voi all’esterno sembrate giusti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.”

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo di porgere l’altra guancia.

Once upon a time in Rome

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Nel narcisismo esasperato di Marino c’è, bisogna ammetterlo, una certa dose di eroismo. E gli eroi, si sa, sono per loro stessa natura degli idioti.

Come un Giapponese sull’atollo sperduto in attesa degli Yankee a guerra finita, al pari un Dodo ostinato che non vuole cedere alle fauci dell’estinzione, il Nostro ha voluto allungare un piedino sul baratro e tastare il terreno, per poi ritirarlo subito dopo. Un superuomo nietzschiano traballante, esempio di ostinazione disperata e assolutamente autoreferenziale. Come se tutto questo avesse un senso…anzi, forse un senso c’è: il piacere stesso della futilità.

Nella logica mercenaria della politica italiana, il gesto di Marino ha il gusto romantico dell’onore d’antan, quell’epica imbecille perfettamente raccontata da Ridley Scott ne I duellanti: uno scontro senza fine in cui la figura dell’antagonista si fonde completamente con quella del personaggio principale, tanto quello che davvero conta è il delirio guerriero in sé, l’affermazione dell’ego sull’ego stesso.

Il balletto è parte integrante di questa poetica: non ci può essere un assalto finale, suicida, se prima non ha luogo una ritirata parziale. L’eroe china la testa, esita persino, prima di gettarsi in una mischia il cui unico risultato non può essere altro che la disfatta totale. Il cliché in questo modo è rispettato, e per un attimo anche la più delirante delle insensatezze assume i toni e le sfumature della grandeur postuma: Roma deve bruciare affinché Nerone venga ricordato.

Quel che rimane sono ovviamente solo ceneri, d’altronde è su polvere e resti fossili che certe azioni si fondano. Achille, cretino supremo, cerca la morte gloriosa in battaglia pur sapendo che la sua anima marcirà nell’Ade esattamente come quella dell’ultimo degli Achei: la cocciutaggine eroica è figlia di se stessa, gli ideali tutt’al più vengono dopo, in un secondo momento, per giustificare a posteriori decisioni che erano state prese da tempo.

In tutto ciò, Marino ha perso qualsiasi credibilità politica nel momento stesso in cui si è deciso a entrare nella dimensione incerta della narrativa. Continueremo a parlare di lui e il suo nome sarà sulla bocca di tutti, ma quello che ora rimane non è più una persona reale, un individuo concreto dall’indubitabile spessore istituzionale (se non altro per il ruolo che ricopre), bensì un semplice personaggio, una marionetta avviluppatasi inconsapevolmente nei propri fili.

E come per tutti i personaggi, ce lo ricorda il poeta Nazim Hikmet, l’obbligo dell’azione viene ben prima del significato delle scelte intraprese: “non c’è niente da fare, Don Chisciotte,/niente da fare/è necessario battersi/contro i mulini a vento.”

I sacerdoti dell’onestà che armano la mano della “kasta”

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A volte è curioso, come vanno a finire le cose: oppure no, a patto di avere un minimo di lungimiranza.
Prendete questa faccenda dell’onestà, per esempio.
Ci sono voluti anni di inoculazioni pazienti e costanti, somministrate a forza di progressivi e implacabili innalzamenti dell’asticella giustizialista, per irrigare accuratamente il terreno e apparecchiare un paese pronto a gridare indignato alle manette non soltanto di fronte agli scandali conclamati da giudizi definitivi, ma perfino al cospetto della più flebile agitazione di un mezzo, e non meglio identificato, avviso di garanzia.
C’è voluta la progressiva emersione di fronti forcaioli multipli, da quello giornalistico fino all’escalation del livello movimentista prima e parlamentare poi, per imprimere a lettere di fuoco la parola “onestà” nel cervello degli italiani, come se si trattasse di una prodigiosa panacea per sconfiggere malattie che a regola di bazzica andrebbero curate con la politica: fino a innalzare il suo opposto, vale a dire la cosiddetta “anti-politica”, al rango di unico faro possibile cui ispirare le proprie opinioni, le proprie azioni, finanche le proprie scelte elettorali.
Ebbene, qual è stato, alla fine della fiera, l’effetto di tutto questo fermento?
Un paese governato da legioni di onestissimi imbecilli del tutto inadeguati alla politica, come pure abbiamo paventato a più riprese in molti, non senza un brivido di terrore gelido lungo la schiena?
A occhio e croce no. A occhio e croce, se possibile, è andata a finire ancora peggio di così.
E’ andata a finire, e la vicenda di Marino lo dimostra in modo molto chiaro, che i primi a utilizzare la dilagante facilità di sdegno costruita “dal partito degli onesti” con tanta minuzia sono stati gli stessi che quegli onesti avversavano, o credevano di avversare, più di qualunque altro: gli esponenti della cosiddetta “vecchia politica”, i volponi delle strategie e delle tattiche, le talpe da procura, i professionisti decennali delle trame machiavelliche e delle macchine del fango.
Così, prendendo al volo e utilizzando, senza fare neppure un po’ di fatica, il clima di indignazione galoppante e perenne messo a punto dagli amici “con la schiena dritta” in anni e anni di piagnistei, lamentazioni e minacce, uno dei noti gruppi di tradizionali marpioni (nel caso di specie quello del PD) ha potuto imporre a suo piacimento le dimissioni del sindaco di Roma limitandosi a tirare fuori un paio di scontrini.
Questo bel risultato, amici che lanciate anatemi strabuzzando gli occhi al grido di slogan che terminano con “a” accentate, si deve a ciò che avete fabbricato voi: vi illudevate di giocare ai piccoli Robespierre per sconfiggere la “kasta”, e invece avete finito per regalarle un paese che reagisce con pavloviana e scientifica prontezza a tutte le loro schifezze. E quindi le avete fornito, vostro malgrado, il più efficace degli strumenti per perpetuarsi e prosperare.
Che bella impresa, eh?

Roma e la teoria della fenice

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Nel bel post di El Presidente su Roma si traccia una cronologia degli eventi, una loro interpretazione, e una conclusione. Fin qui tutto bene.  Poi il crollo:

“peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie”

L’ idea, molto comune, ha accarezzato a volte anche me: fare tabula rasa e ricostruire, rimuovendo i peggiori e liberando la società da chi la “opprime”. Le cose, purtroppo, vanno spesso molto diversamente. Detta banalmente: si rimuove Pahlavi e arriva Khomeini. L’ANP con Fatah è corrotta? Ecco che arriva Hamas. E dopo Eltsin, incapace e corrotto, fu il turno di Putin.

Oppure, banalmente, succede che il sistema istituzionale regge, come accadrà verosimilmente a Roma, e allora la rabbia che vuole distruggere tutto ed è ancora disposta ad intrupparsi verrà canalizzata dietro qualcuno che, state certi, avrà interesse a installarsi in cima alla monnezza per arraffare tutto l’arraffabile. Ma una città di tre milioni di persone, una Capitale, non muore neanche così: può agonizzare a lungo, distruggere la vita di chi ci abita, destabilizzare la vita politica di un Paese. Ma l’evento catartico, voluto o non voluto, non arriverà mai.

A margine, la mia impressione è che il gruppo di individui peggiore in assoluto per raccogliere questo sentimento sia quello che gira intorno a Giorgia Meloni. La quale, peraltro, ha bisogno proprio di questo clima per vincere.

Fossi nel caro Presidente, invece di inseguire improbabili fuochi purificatori, proverei a chiedermi se c’è qualcosa da salvare, o qualcuno che fa qualcosa che valga la pena sostenere. La mia impressione è che ci siano entrambe le cose, ma ovviamente mi si dirà che è facile parlare quando non devi prendere la metro a Roma tutte le mattine.

 

#VotaNerone

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Come ci insegna The Wire la regola aurea della politica è una e una sola: a nessuno piacciono i rompicoglioni. Venire segato fa parte del gioco e può accadere per mille ragioni diverse che, spesso e volentieri, neanche riguardano direttamente te o come hai svolto quel lavoro. La cosa importante è che, quando accade, tu resista alla tentazione di montare un casino e faccia gioco di squadra: sorridi, ringrazi, saluti e ti levi dal cazzo. Fai così e vedi che quando si tratterà di di affidare un incarico, una poltrona in un consiglio di amministrazione o in una fondazione, magari una candidatura in un seggio sicuro, sai che verrai ricordato come uno tranquillo, uno che non dà problemi, uno di noi. Prendete Marrazzo che oggi è inviato Rai a Gerusalemme o la Polverini che è deputato; prendete Sassoli e Gentiloni, umiliati alle primarie ed oggi, rispettivamente, parlamentare europeo (dove, non paghi di quello che aveva combinato la volta scorsa, l’hanno fatto pure vicepresidente) e Ministro degli Esteri: tutte persone che hanno capito che non è importante doversi dimettere o perdere un’elezione ma non fare casino.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo capitolo di quell’incidente ferroviaro al rallentatore che è stata la permanenza di Ignazio Marino in Campidoglio, ha dimostrato fuor d’ogni dubbio che lui della squadra non ha mai fatto parte, anzi: autocandidatosi contro l’establishment del partito, in quella che è probabilmente stata la sua unica espressione di acume politico, ha stravinto sia primarie che elezioni proprio per l’ostentata estraneità al blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana. Il problema è che se per governare Roma c’è bisogno di capacità eccezionali di per se, Marino ha ampiamente dimostrato non solo di non avere tali capacità, ma, come molti incompetenti, di non rendersi nemmeno conto di quello di cui avrebbe avuto bisogno (una visione chiara per il futuro della città, la selezione di competenze cui delegare le questioni cruciali, l’umiltà di chiedere aiuto a chiunque fosse in grado di fornirlo). Marino, invece, si è lanciato contro il moloch con un’incoscienza immotivata e, spesso, deleteria, collezionando figuracce e litigando con tutti quasi a prescindere. Se ti metti in testa di pulire le stalle di Augia o sei Eracle o la tua Hubris ti porta ad affogare nella merda.

È anche difficile dire cosa Marino sperasse di fare perché, in effetti, non ha mai avuto la possibilità di farlo. Se Renzi fosse stato chi ha sempre raccontato di essere, Marino sarebbe stata la testa di ponte, il punto di appoggio per rinnovare il partito e cambiare la città. Il Renzi rottamatore avrebbe offerto il suo aiuto, messo a disposizione i suoi uomini migliori, fatto sentire tutto il peso del nuovo cazzo di segretario del partito con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su chiunque avesse provato anche solo ad aprire bocca contro il primo sindaco del nuovo PD; sfortunatamente il Renzi futuro Presidente del Consiglio alle persone con cui Marino è in guerra sta deve un bel pezzo della sua poltrona. Ed ecco quindi ZERO appoggio a Marino dal PD nazionale, l’invio di Orfini a gestire il partito (ovvero giunta e assessori) e Gabrielli per il resto, dichiarazioni deliranti nel mezzo di Mafia Capitale, visita alla Festa dell’Unità come un ladro e, a coronare il tutto, tre assessori imposti dall’alto che nemmeno due mesi dopo sono i primi a dimettersi dando il via alla crisi. Tutto ovviamente sensatissimo se si pensa che, una volta segato Marino e tolta di mezzo ‘sta stronzata delle primarie c’è un bel giubileo straordinario da organizzare come si deve (con tante grazie al Papa).

Flashback, aprile 2008. Mi sono laureato da un mese e mezzo, sono partito per l’interrail e sono in Andalusia quando mi arriva la notizia che Alemanno ha vinto le elezioni. Per il ballottaggio ero già partito ma il primo turno ero a Roma e mi ero rifiutato di votare Rutelli: sapevo che avrebbe vinto Alemanno, immaginavo lo schifo che avrebbe fatto alla mia città ed ero pronto ad accettarlo nella speranza della reazione che avrebbe suscitato nel PD. In questo senso la vittoria di Marino l’ho vissuta quasi come una vittoria personale, una scommessa vinta.

Da ieri Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma e la sua carriera politica è più morta di Dillinger; non si sa chi vorranno mettere al suo posto (faccio un nome a caso) ma è francamente irrilevante a questo punto. Se c’era una possibilità di redenzione per questa città era qui e ora ma la fine di Marino dimostra che il sistema è troppo marcio per potersi autorigenerare.

Che fare allora? Facile: votate i 5 stelle. Si, quei beoti che stavano in piazza con i fascisti a festeggiare le dimissioni. Quelli che hanno urlato in faccia a chiunque provasse a mettere su qualcosa di costruttivo. Quelli che il candidato sindaco NON deve avere esperienza di politica. Possono candidare la qualunque, io li voto lo stesso. Anzi, peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie.

Elogio della bestemmia

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Fra tutti i casini a cui è soggetta la giunta Marino (Mafia Capitale, le strade sempre allagate, i ritardi sul Giubileo, il Papa incazzato, l’invasione degli Evroniani), c’è chi trova pure il tempo per polemizzare sulla bestemmia dell’ormai fantozziano assessore Esposito, pronunciata, a quanto pare, nel corso di una lite furibonda in assemblea capitolina col consigliere Dario Rossin.

Al netto dell’opportunismo politico in una situazione di per sé delicata, dove ogni scusa è buona per infierire ulteriormente sul già agonizzante clan Marino, è interessante notare come la bestemmia venga stigmatizzata in un contesto, l’agone politico, che certo non brilla per savoir faire ed eleganza di costumi. La parolaccia, l’insulto personale e finanche la diffamazione sono pane quotidiano sulla scena pubblica, al punto che certi personaggi stranoti – da Gasparri a Buonanno, passando ovviamente per Beppe Grillo – possono dedicarsi quotidianamente all’impropero, all’allusione volgare o all’attacco diretto senza che alcuno batta ciglio. Eppure, in tutto questo, la bestemmia rimane un tabù, una sorta di area protetta alla quale persino il politico più scafato deve fare attenzione se non vuole ritrovarsi in un ginepraio di scuse improbabili e autodafé mediatici.

“Gioca coi fanti ma lascia stare i santi,” dice l’adagio. Ovvero, in Italia l’insulto personale si pone in secondo piano, su scala valoriale, rispetto alla blasfemia, all’offesa della sfera celeste. Laddove qualsiasi altra parolaccia è consentita, laddove sul piano morale l’accostamento di un epiteto volgare al nome di una persona è in un qualche modo accondisceso, al nome del Signore viene concessa una vera e propria immunità, un salvacondotto da quel turpiloquio così caro alla nostra realtà italica.

D’altronde, la sensibilità individuale è sempre la prima ad essere evocata: quante volte ci siamo sentiti dire, da credenti e non, che “le parolacce van bene, ma le bestemmie proprio no che mi disturbano”? Come se, appunto, la sensibilità del singolo giustificasse l’uso di un certo vocabolario piuttosto che un altro; così, se io sbatto un alluce contro la gamba di un tavolo e urlo “Cazzo!”, va tutto bene, capita, si è fatto male, vorrei veder te al suo posto, mentre se mi scappa un “porcamadonna” altrettanto liberatorio come minimo mi becco una pletora di occhiatacce e sguardi accusatori da tutti i presenti. Ugualmente, mutatis mutandis, se il vaffanculo costante dei grillini non è altro che l’espressione di un disagio sociale profondo, la bestemmia dell’assessore esasperato diventa invece un caso politico.

Insomma, “diocane” “porcodio” “madonnaladra” e varianti del caso risultano oggi essere molto più disturbanti, se non addirittura scioccanti, rispetto al vasto panorama linguistico di parolacce e insulti nazionali e dialettali. Panorama che, fra l’altro, nel corso dei secoli si è arricchito, in termini di blasfemia, anche grazie alla meravigliosa fantasia locale dei nostri avi: chiunque provenga da regioni come Veneto, Emilia o Toscana sa che il vero suono di casa non sono le campane della domenica, ma i “diocagnassléder” dei vecchi durante gli esecrabili tornei di briscola nei bar di paese.

E così, immemori del nostro passato di fieri bestemmiatori popolani, garantiamo alle fregnacce su Dio, la Madonna e diecimila santi una cura speciale, un’attenzione particolare, di cui noi stessi, come individui, non possiamo minimante godere. L’Invisibile (o l’Inesistente, secondo alcuni), merita molto più riguardo dell’essere umano reale, in carne e ossa. Ancora una volta, fingere di rispettare qualcosa che non è di questo mondo risulta molto più facile che fare i conti con la propria coscienza.

Prendetevi pure i vostri cari, amati vaffanculo. Io mi tengo stretto il mio diocane, che tanto lassù non c’è nessuno che possa davvero offendersi.

Il trauma dell’elettore medio del pd romano

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Nemmeno immergendoci in una vasca da bagno piena di benzina con delle grosse candele accese nei bordi, riusciremmo a vivere il travaglio che sta attraversando in questi giorni l’elettore medio del Pd romano. E non solo per il verminaio che è stato scoperto l’altro ieri.

Guardatelo, l’elettore medio del Pd romano, nel momento in cui rimane solo con se stesso, mentre inizia a riflettere su tutto ciò che ha visto in questi ultimi anni e continua a vedere quando si interessa alle vicende del suo partito. Roba forte, da tagliuzzi lenti ed implacabili su tutte le parti del corpo. Tagliuzzi che quasi quasi dovrebbe farsi perché la colpa, in fondo, non è che sua, che ha votato e continua a votare (e quindi ha fatto diventare importanti) ‘cose’ (perché in fondo di cose stiamo parlando) assurde. “Si”, si dice tra se e se l’elettore medio del Pd romano, “l’ho dovuto fare per contingenze varie. Ma questo mi scagiona? Allevia il mio senso di colpa? Sono meno responsabile raccontandomi questa puttanata delle contingenze varie?”

Nel 2008 l’elettore medio del Pd romano si ritrova come candidato a sindaco del suo partito, Francesco Rutelli. Il Pdl piazzava un tipo della destra sociale, Gianni Alemanno. Il Pd avrebbe vinto anche candidando la lanella che ti rimane nell’ombelico. Solo con un candidato poteva perdere. Quel candidato era Francesco Rutelli. E chi candidano come sindaco? Lui. Ed il povero elettore medio del Pd romano, per la contingenza di non far vincere un ex fascista va e vota Francesco Rutelli. E perde. E l’elettore del pd romano si ritrova l’ex fascista sindaco.

L’ex fascista governa male, fa disastri. Si arriva al momento di votare il nuovo sindaco ed alle primarie l’elettore medio del pd romano si ritrova, manovranti e manovrati, elementi di spicco del pd de Roma: Sassoli, Gentiloni etc etc. Ma l’elettore preferirebbe bere dell’acquaragia appena sveglio la mattina presto piuttosto che votare Gentiloni o Sassoli o etc etc. Solo che lui è del partito, il non voto non gli appartiene per storia personale e politica e quindi, per la contingenza di non far vincere ‘ste ‘cose’, vota quello che non c’entra niente: Ignazio Marino. Ed Ignazio Marino vince le primarie del Pd de Roma.

L’elettore medio del pd romano un po’ è contento, perché in qualche modo è riuscito a mettergliela in quel posto a quei marpioni capoccioni del suo partito, quei capi locali di cui non si fida tanto e di cui non ha tanta stima. Solo che  ci sono le elezioni vere. Ed Ignazio Marino sfida Gianni Alemanno, l’ex fascista che ha fatto disastri e ridicolizzato la città. E quindi l’elettore medio, che non è che creda molto in questo Marino che è stato scelto per far un dispetto a quegli altri, si ritrova però costretto a votarlo per la contingenza di non far rivincere l’ex fascista che ha ridicolizzato Roma caput mundi.

E Marino vince. Solo che dopo un po’ l’elettore medio del pd romano scopre e capisce che il principale nemico del sindaco espressione del suo partito, è proprio il suo partito stesso, che intraprende una strisciante guerra senza freni.

Marino non convince fino in fondo, e l’elettore medio del Pd romano ad un certo punto, condizionato pure da queste strane pressioni che arrivano dai media (Panda rossa, multa non pagata, i matrimoni gay, Tor sapienza, le Iene) comincia a pensare che forse ha sbagliato a votarlo, che forse quelli che prima gli stavano sulle balle, di cui si fidava a naso poco, hanno ragione. “Forse sto Marino non è all’altezza. Forse è meglio se cade”.

Poi arriva il patatrac dell’altro ieri. E l’elettore medio del pd romano non parla da tre giorni. Sta zitto. Cova rabbia. Lo prendono sempre per i fondelli. Ma lui ci crede a sta roba del Pd, del partito. Ma più ci crede più se la prende in quel posto. “Questi ladri farabutti mi vogliono far passare la voglia, la passione”. Ed in questi giorni sta zitto. Osserva.

E pensa: “lo commissariano sto pd romano. Chi sarà mai il commissario? Manderanno uno di fuori, di Torino o dell’Emilia sicuro” No. Uno romano. “Ma forse uno della minoranza, un emarginato del partito”. No. Orfini. “Era ed è uno importante. E’diventato pure presidente del Pd nazionale, quindi figuriamoci se non era nella elite del pd de Roma. E tutti quelli che criticavano spavaldi Marino per la questione della panda e delle multe e di Tor Sapienza, e che però non hanno detto niente sul malaffare e sulla corruzione del partito, si saranno dimessi?” No, stanno tutti là. “E quello che mentre gente vicina al partito e del partito si spartiva con mafiosi ed ex nar soldi pubblici destinati ai Centri per i rifugiati, alle politiche di integrazione dei Rom e ad appalti vari di pubblica utilità, non si accorgeva di niente, ma faceva gli esposti alla Consob per la partita Juve/Roma, quello sta ancora lì o si è (metaforicamente) suicidato?” No, anche lui sta ancora lì.

E giustamente queste cose l’elettore medio del pd romano le osserva nella sua mente e se le chiede. E pensa a se stesso. A quanto sia stato ingenuo e passivo. A quanto possano essere trappole pericolose le contingenze che l’hanno portato a fare forzature che in fin dei conti non hanno mai portato niente di buono se non qualche sollievo di breve durata.

Caro elettore medio del pd romano, non so come uscirai da questa storia. Sicuramente ti suiciderai ancora, ormai assuefatto alla  depressione che hai accumulato, con il tuo essere passivo che ti da sollievo, ti consola, ti protegge. E quindi affiderai ancora il tuo voto alla Madia o a Gentiloni o a etc etc. Insomma, sarai anche ed ancora parte di un finto rinnovo del ciclo produttivo del pd de Roma, dimenticandoti che le forzature hanno sempre portato solamente carestie. E che le contingenze possono metterti in mano l’arma del peggior crimine di cui essere accusati: l’essere riconoscenti a chi ti rovina la vita.

Soundtrack1:‘Jubilee Street’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack2:‘Push the sky away’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack3:‘Sparring partner’, Paolo Conte

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