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Marco Pannella

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

in cultura/politica by

La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Ciao, canaglia.

in politica by

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L’ultimo provocatore

in storia by

Gli inventori della moderna provocazione politica furono senza dubbio Filippo Tommaso Marinetti e Gabriele D’Annunzio. Il primo coi suoi eroici aerei volantinaggi, le sue stilettate metaforiche e gli zum bum bang tumb bellicosi e sbellicanti; il secondo con le celebri trasvolate edonistiche, le imprese militareggianti e l’io ingombrante, vera casa di ogni aspra e divertita provocazione. Furono i padri e in un certo senso i padroni di un’arte che si lascia prendere solo da coloro che la invocano a piena voce, che la sanno portare alle soglie del ridicolo, per poi varcarle beatamente senza alcuna remore intellettuale, senza alcun pudore esistenziale né – tantomeno – alcuna prudenza morale. Cambiarono il senso e i sensi di una dimensione, quella politica, che era abituata sì agli autoritarismi estetici e linguistici crispiani, giolittiani e bavabeccarisiani, ma non certamente alla prova solenne e per certi versi definitiva del ribaltamento semantico, dell’assurdità che si fa azione e dimostrazione (perché, come suggerisce l’etimologia, la provocazione è innanzitutto “invito alla lotta”). Fecero scuola e spianarono la strada ad un nuovo modo di affrontare l’avversario politico, un nuovo modo di concepire la protesta. E poco importava se c’era proposta o meno, l’importante era la rivolta, che doveva preservare prima d’ogni cosa se stessi, detentori di una meravigliosa balbuziente verità.

Dopo di loro vennero gli anni del fascistissimo mutismo della provocazione, che si fece anch’essa parte del discorso unificante e intristì nelle dichiarazioni di guerra e nella recitazione – magistrale, bisogna ammetterlo – del Benito Mussolini da Predappio, distrattore italianissimo e fiero ma incapace di concepire lo spazio dei contrasti, vera ed unica patria dell’ars provocatoria.

Tuttavia, nonostante il ventennio – anni della retorica serietà mussoliniana e della pur brillante rettitudine linguistica di regime –,  i cromosomi dell’insegnamento marinettiano e dannunziano ricomparvero sotto altre forme: nel fronte del ribaltamento semantico che ribalta se stesso, le sue proprie aspirazioni elitarie: è il gianniniano Uomo Qualunque che ristabilisce fittiziamente, per scherzo, un equilibrio antropologico pressoché dimenticato dai padri provocatori. Il qualunquismo come tendenza politico-esistenziale è la provocazione delle provocazioni; laddove decade lo straboccante spirito egocentrico dannunziano riappaiono centinaia, migliaia, forse milioni di ego pronti a sputare nel piatto in cui hanno mangiato, quello dell’assolutamente no e quello dell’incredibilmente sì: un pasticcio che in confronto quello gaddiano era una fiction da giudice Santi Lichieri.
Giannini prende D’Annunzio e Marinetti, li mette insieme, aggiunge un poco di ironia e di antifasciocomunismo et voilà che dà corpo e voce ad un nuovo baluardo della provocazione, un Fronte apparentemente senza fronzoli di un Uomo Qualunque che non esiste in senso assoluto ma che ci appartiene da sempre in senso relativo; una rottura netta con la storia recente che si configura nella presa di coscienza che “non esiste e non può esistere una politica di massa”.

Nel momento in cui precocemente cade il muro qualunquista, comincia l’infinita solitudine dei tanti (o pochi, chi lo sa?) uomini assurdi, dei tanti patrioti della pernacchia intelligente. Solitudine che sarà colmata un decennio più tardi dal più grande provocatore degli ultimi sessant’anni, quel Giacinto Pannella detto Marco che negli anni di piombo farà rimuovere la porta di casa.
Fu Pannella a riportare il discorso e la pratica sul terreno del ribaltamento improvviso, della provocazione pertinente, o meglio anticipatoria. Giacinto detto Marco tradì felicemente un linguaggio stantio e compiaciuto, una militanza militonta e astiosa che imbracciava stemma e lessico della morale come progetto e non come attitudine, della retorica come violenza e massificazione e non come strumento di emancipazione.

La provocazione pannelliana ha sempre avuto l’aria del giochino che prima o poi si rompe ma che tira avanti e poi avanti e avanti ancora. Perché è il giochino dell’assurdo, che, pur non piacendo a coloro che vorrebbero tutto spiegato, tutto democratichinamente inquadrato, si rivela prezioso – forse fondamentale – per tutti i dannunziani, i marinettiani e i gianniniani che ancora sentono la necessità di guardarlo in faccia quell’assurdo.
Ed ecco come nascono gli scioperi della fame portati alle soglie presunte o reali dell’estrema conseguenza (ma che importa nella logica assurda della provocazione? Non conta più niente perché conta proprio tutto); ecco la Cicciolina in Parlamento, vagina e cervello dentati e parlanti di un genio politico, quello pannelliano, che qualche volta fa cilecca per natura – perché un Toni Negri nella vita ce l’abbiamo avuto tutti – ma che è lineare e lucido come nessun altro dei suoi padri e compagni provocatori; ecco l’hashish gettato nella folla: sostanza pericolosa e sconosciuta che smaschera tutti i proibizionismi del mondo in un colpo solo, tutta l’assurdità di cui è impregnato il panorama politico italiano, quel “sistema partitocratico” che, per non sbagliare e non fare torto a nessuno, punta sul moralismo bacchettone da destra a sinistra passando per il centro.

Ed ecco – per venire all’attualità – la bagarre nel programma radiofonico dell’aspirante provocatore: quando la provocazione è imparentata col successo e col compiacimento puzzolente (che non tende mai a ribaltare se stesso per provarsi tutta la propria inutilità), allora accade che il velo scivola via e tutta la pratica senza la teoria, tutta la forma senza la sostanza ci sbattono in faccia  il tempo perso a credere di sapere dove sta la casa della provocazione e a pensare magari pure di averne le chiavi in tasca.

Sì, lo dico convintamente, Giacinto Pannella detto Marco è l’ultimo provocatore. Perché gli altri, quelli che gridano il vaffanculo sistematico e virtuale come se – oltre ad avere le chiavi – credessero addirittura di abitarla quella casa, sono la miseria di un’arte ormai al tramonto, il declino nauseante del ridicolo che non ride più nemmeno della propria esistenza. Quelli lì sono la negazione di una storia che forse ormai possiamo soltanto guardare con nostalgia, incapaci di capire quanto bene ci farebbe studiarla e accettarla con l’assurdità di spirito e la pernacchia sempre pronta. Insomma, con lo spirito e la pernacchia di Giacinto Pannella detto Marco.

Distopia radicale

in politica by

Il termine distopia indica realtà massimamente indesiderabili le cui tendenze sono portate ad estremi apocalittici. In diverse opere letterarie e cinematografiche tali realtà si traducono quasi sempre in strutture totalitarie fortemente gerarchiche, guidate da un leader carismatico vero o fittizio, che con fare reazionario non tollera dissidenti né pensiero indipendente e che si afferma tramite un progressivo e costante plagio mentale di cittadini e seguaci.

Dopo l’accordo con La Destra di Storace per le elezioni regionali del Lazio, pare proprio che buona parte del movimento radicale che fa riferimento a Marco Pannella sia finito in un tunnel distopico del tutto spiacevole e poco desiderabile. E ciò non per pregiudizi ideologici nei confronti dell’ex presidente del Lazio e del suo movimento politico, ma perché non se ne capisce il senso né l’opportunità. Se l’accordo viene giustificato come un tramite spregiudicato mirato ad assicurare una sorta di sopravvivenza istituzionale attraverso l’elezione di qualche consigliere regionale, non si capisce perché allora, peggio per peggio, non si sia trovato un accordo con il Pd, anche candidando dei radicali diversi da quelli presenti nel precedente Consiglio, i quali, quest’ultimi, sarebbero lo stesso stati valorizzati o collocati in varie situazioni e tramite diverse modalità. Si potrebbe pensare al fatto che si stia cercando di portare a termine un accordo con il Pdl per le elezioni politiche e che quest’operazione serva ad aprirne una qualche breccia, evocando il cd.spirito del ’94, il che porterebbe al ripetersi farsesco di un esperimento della cui tragicità fallimentare ancora rimangono ferite indelebili. Si potrebbe pensare all’ennesima intuizione ‘troppo avanti’ da teatro sperimentale prestato alla politica italiana del Julian Beck de noantri Marco Giacinto Pannella, anche se più che una brillante intuizione questa mossa sembra soprattutto un enigma in un labirinto, una sorta di delirio del Kurtz/Brando in Apocalipse now di conradiana memoria. In poche parole, una gran cazzata o, se preferite, una cagata pazzesca.

In realtà quello che emerge è una leadership ormai al tramonto, attorniata da un cerchio magico sprovvisto di metodo, incapace di elaborare una benché minima linea politica e di successione, menomata nell’elaborazione di una qualche rotta strategica, confusa ed esitante nella tattica, terrorizzata ed inerme di fronte al pensiero di rimanere soli senza il guru che detta il verbo. Ne sono esempi concreti l’invenzione strozzata appena dopo la nascita della lista/scopo, l’alleanza sfumata con Ambrosoli in Lombardia, l’accattonaggio fatto verso la lista Monti.

Come un sasso gettato in uno stagno, ai molti che hanno preso le distanze da tutto quello che abbiamo appena raccontato, segnaliamo le parole del filosofo tedesco Karl Loewenstein:“lo schema prevalente della designazione cooptativa della leadership viene meno solo quando la base degli iscritti riesce, con una rivolta di palazzo, a spodestare la dirigenza e ad imporre un proprio gruppo dirigente. Queste rivoluzioni interne ai partiti sono tuttavia rare e sono in genere il segno di un declino o di una crisi del partito da imputarsi al fallimento del gruppo dirigente in carica. Il più delle volte questi conflitti si configurano come contrasti generazionali, ma hanno successo solo se il partito ha ancora una sua vitalità”.

Soundtrack1:’Pulse’, Steve Reich

Soundtrack2:’I’m Jim Morrison, I’m dead’, Mogwai

 

 

Lo spazio di Marco Pannella

in politica by

Dev’esserci uno spazio praticabile, tra la valutazione -quale che essa sia- del significato di un’iniziativa politica e l’ineludibile senso di colpa nei confronti di un padre che rischia di creparsela.
Dev’esserci uno spazio, dico, perché io mi ci ritrovo dentro da qualche ora e ne sto esplorando i contorni per scoprire dove comincia, dove finisce, cosa c’è dentro: e cerco di scriverne, anche se scriverne è una delle imprese più complicate con cui mi sia capitato di misurarmi.
C’è, tanto per cominciare, l’intruglio tra fronte politico e piano personale che costituisce il marchio di fabbrica di ciascun radicale: e che rappresenta, per come la vedo io, la vera invenzione rivoluzionaria di Marco Pannella, quella che ha consentito a un partito grande uno sputo di tirar fuori da questo paese risultati inimmaginabili.
L’abbiamo maledetta tutti, quell’invenzione. Più di una volta. Ce ne siamo sentiti vittime e abbiamo rimpianto il giorno in cui abbiamo messo piede a Torre Argentina invece di cambiare strada, andarci a comprare un libro da Feltrinelli e dimenticarcene per sempre.
Ci siamo sentiti tutti, almeno una volta, strumentalizzati da quell’intruglio. Per poi accorgerci, subito dopo, che il confine tra essere strumentalizzati e farsi strumento è labile, incerto, impalpabile. Che forse quel confine non esiste, nella misura in cui la vita non è fatta di scatole con sopra un’etichetta, ma di cose che sfumano l’una dentro l’altra senza soluzione di continuità.
E’ così che nei momenti più imprevedibili siamo tornati a benedire quell’invenzione, che ha cambiato per sempre la nostra vita e ci ha trasformato in persone diverse da quelle che eravamo.
Io l’ho benedetta ogni volta che ho pescato da chissà dove il coraggio di dire quello che pensavo, la forza di spiegarlo per quanto sembrasse inutile, la pazienza di cercare un’altra strada quando sembrava che non ce ne fossero più; ogni volta che mi sono trovato immerso fino al collo in situazioni grottesche che avrebbero indotto chiunque a darsela a gambe e mi sono scoperto capace di guardarle, muovermici dentro, prenderle in mano e provare a farne qualcosa.
Dev’essere questo, lo spazio in cui sono. Lo spazio in cui politico e personale si intrecciano in modo inestricabile, al punto da non riuscire più a capire dove comincia l’uno e finisce l’altro.
Lo spazio che Marco Pannella ha creato dal nulla, condannandoci a fare politica pure quando andiamo a pisciare e a sentirci dire, spesso e volentieri con più di una ragione, che non la facciamo mai.
Che mi piaccia o no, è dentro quello spazio che mi ritrovo.
E credo che in un un modo o nell’altro non ne uscirò mai più.

Ricominciare

in giornalismo by

Che le forze radicali siano ad oggi agonizzanti e senza prospettive credibili lo dimostra l’esito dell’ultimo congresso di Radicali Italiani, davvero povero nella sua mozione conclusiva e senza particolari fattori di discontinuità rispetto ad una precedente gestione che, nel complesso, non si può certo definire gravida di risultati. E questo brucia doppiamente nella misura in cui basta aprire il supplemento domenicale del Sole 24 ore di oggi per leggere, in un interessante articolo di presentazione dell’epistolario tra Mario Pannunzio e Leo Valiani, cosa potrebbe ancora dare il pensiero radicale se riuscisse ad uscire da quella struttura barocca e avvitata su se stessa che è la “galassia radicale”.

Perchè, compagni, diciamocelo pure: siamo fighi, ma siamo anche stronzi. Abbiamo un patrimonio politico e culturale di primo piano, intellettuali finissimi che hanno militato nelle nostre fila apportando contributi tra i più costruttivi nella storia del pensiero nazionale, eppure la nostra impostazione movimentista ci fa mobilitare solo per le grandi battaglie, le infibulazioni, la cannabis, i matrimoni gay, l’amnistia…tutte cose giustissime, per carità, ma che abbiamo portato avanti isolandoci da un contesto nel quale c’è la richiesta, paradossalmente inevasa, di una rappresentanza “normale”, con ceti produttivi e sociali che non riusciamo ad intercettare pur pensando le stesse cose in tema di stato laico, liberale, rispettoso degli individui.

Io credo che la sopravvivenza di noi radicali e, cosa più importante, delle idee di cui solo noi radicali siamo portatori, non possa che passare per una conversione, in primo luogo antropologica, del nostro modo di fare politica. Oltre a proseguire le giuste lotte che fanno parte della nostra storia, dobbiamo iniziare a sporcarci le mani con le questioni biecamente concrete, rapportandoci con i ceti produttivi e sociali nei termini di una disponibilità nostra a farci latori delle loro istanze in una prospettiva di governo, l’unica che consente ad una forza politica di esistere e di dare concreta applicazione ad idee e concetti che, purtroppo, i digiuni o le manifestazioni di piazza non riescono più a rendere di concreta attuazione.

Ciò naturalmente non potrà che passare tramite scelte dolorose, soprattutto in termini di leadership e di rivisitazione di una struttura associativa paradossalmente totalitaria ed antidemocratica laddove anche l’elezione delle cariche di Radicali Italiani è apparsa quanto mai pleonastica visto che le decisioni grosse, quelle di indirizzo politico, vengono prese in altre sedi e da Venerati Maestri che non sentono neanche più l’esigenza di far votare le proprie prerogative da un congresso perchè ormai le ritengono acquisite per diritto divino-naturale. E l’epifenomeno di questa realtà distorta l’ha fornita lo stesso Marco Pannella quando, in spregio all’ordine dei lavori e al diritto dei congressisti di dire la loro dal palco, ha parlato per ore, peraltro devo ancora capire a che titolo visto che lui dovrebbe essere, come me, un semplice iscritto. Una brutta scena per chi, come lo scrivente, è radicale da solo un anno e con nessuna precedente esperienza congressuale dei radicali alle spalle.

Comunque il travaglio è iniziato. La cancellazione dei radicali da qualunque ruolo elettivo darà la stura ad una messa in discussione ormai inevitabile di certi assetti alla cui riforma sarà necessario partecipare tutti con il massimo impegno. Le idee per cui combattere ci sono, basta riprendere Pannunzio, Valiani e tutti i “primi radicali” di cui parla oggi Il Sole. Perchè è bello e rasserenante, cari compagni, camminare sulle spalle dei giganti.

L’antidoto alla chiarezza

in politica by

Marco Pannella è per me un punto di riferimento non soltanto politico ma umano nel senso più ampio. Lo è per quel che ha rappresentato e continua a rappresentare (nel senso di dare immagine col proprio corpo e con le proprie parole, non di essere rappresentante). Eppure, non sono e non sono mai stato un “pannellato”, uno di quei poco cartesiani militanti che accettano tutto, anche (e soprattutto) quando non hanno capito un cazzo di niente.

Lo dico a scanso di equivoci, perché non si pensi che chi scrive voglia buttarsi nella – pur divertente, anche se ormai sputtanata – letteratura antiradicale (o meglio: antipannelliana). Per gli amanti del genere c’è Malvino, che basta e avanza.

Fatta questa premessa, andiamo al sugo della questione. Per cominciare, cito Valter Vecellio, che, per rispondere alle accuse di ridondanza e verbosità mosse al leader (e cioè “all’ovvio, al banale che giorno dopo giorno si rovescia su Pannella e i radicali”), cita Sciascia:

“Si fa quello che si può: e per richiamare l’attenzione degli italiani su un così grave e pressante problema, Pannella è spesso costretto (lui che, a ben conoscerlo, è uomo di grande eleganza intellettuale) a delle “sorties” che appaiono a volte funambolesche e grossolane. Ma come si fa a vincere quella che si può considerare una congenita insensibilità al diritto degli italiani, se non attraverso la provocazione, l’insulto, lo spettacolo? Si suol dire – immagine retorica tra le tante che ci affliggono – che l’Italia è la “culla del diritto”, quando evidentemente ne è la bara…”

Come non essere d’accordo, in linea teorica, con Sciascia (e quindi con Pannella)? La provocazione, l’insulto e lo spettacolo possono essere strumenti comunicativi molto efficaci per affrontare la “congenita insensibilità al diritto degli italiani” e convertirla, almeno preliminarmente, in convinta curiosità cialtronesca. Certo, bisogna inoltre ammettere che a volte sono l’unico strumento a disposizione per porre rimedio agli innegabili giochetti televisivi della partitocrazia (cazzo, l’ho detto), e si rivelano quindi una scelta obbligata: tacere oppure sorprendere.

Ciononostante,  un conto è suscitare le coscienze attraverso quella che si potrebbe definire “fantasmagoria politica”, un altro è ribaltare rimbaudianamente le parole, il senso fino allo sputo, come cantava Vecchioni. Cito integralmente Marco Pannella, che è intervenuto sull’emergenza carceri al Tg2 di Ferragosto:

“Buon ferragosto e ringraziamo Tg2 e i suoi novanta secondi con cui ci permette di augurarcelo, augurarcelo nel momento in cui tutta l’Italia ma la terra il terreno i fiumi hanno sete, una maledetta sete, che bisogna soddisfare. E’ la sete per cui non dobbiamo parlare, per cui non dovete ascoltarci, per cui non dobbiamo, tutti quanti, consentire di dire che le carceri sono il luogo oggi più nobile e tragico di tutto il paese, che il regime è in flagranza assoluta, criminale secondo tutte le legalità. Bisogna interromperla, perciò non vogliono che si parli di amnistia, di diritto. Caro presidente, la prepotente urgenza di continuare ad ammazzare questa civiltà, questo popolo, questa terra. Ma ce la faremo, ce la faremo. [silenzio di quindici secondi, mani giunte come per pregare]. Grazie, forza, la forza dell’amore, della nonviolenza. Lasciamoli essere violenti solo a loro, criminali.

Si può continuare a dire che gli italiani sono insensibili e non colgono le istanze radicali (del resto, lo 0,qualcosa% che si prende alle elezioni lo testimonia piuttosto decisamente), ma non senza ammantarsi di uno snobismo che, lasciatemelo dire, stride un po’ con il desiderio di parlare alla maggioranza delle persone. Perciò, io me ne tiro fuori.

Non sarebbe forse più onesto dire che – per diverse ragioni – non si riesce più a comunicare il proprio (potente, perdio, potente) messaggio? Qualche decennio fa, la fantasmagoria politica di Marco Pannella e la saldezza d’animo di Emma Bonino riuscirono a smuovere le coscienze di tante e tante casalinghe di Voghera, non certamente grazie ad un linguaggio facile, ma perché furono capaci di farsi comprendere, di portare in superficie ciò che molti sapevano ma pochi riuscivano a dirsi.

Oggi che i soggetti a cui parlare sono altri e sull’insulto qualcuno fonda la propria esistenza politica (il vaffanculo di Grillo, per capirci), lo spettacolo eclatante non fa più impressione né compassione nel senso etimologico. Oggi l’antidoto contro l’ovvio e il banale non può e non deve essere la rarefazione concettuale, la balbuzie semantica. Oggi, più che mai, l’antidoto deve essere la chiarezza. Mentre (lo dico con grande dispiacere) le parole di Pannella al Tg2 mi paiono un ottimo antidoto alla chiarezza.

È una faccenda prioritaria, io credo, e ne va di una questione importante come quella dell’emergenza carceri. Ma ne va anche della sopravvivenza di un movimento che resta l’unico realmente impegnato nella difesa del diritto in tutte le sue sfaccettature, l’unico grazie al quale spesso mi ricordo dove sto andando e cosa sto facendo.

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