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Mangiatori di merda

Dieci suggerimenti per ordinare al ristorante

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Dietro l’affabile sorriso di un cameriere si celano molte insidie: il primo decalogo per imparare a gestirle ed evitarle.

 

1.   I ristoranti lavorano con materia prima rapidamente deperibile e con margini di guadagno sottili.  Diffidate di carte troppo “ricche”, varietà esagerate e origini incongruenti soprattutto se il ristorante è semi-vuoto o comunque non in grado di offrire quel turn-over che garantisce ragionevole freschezza ai vostri patti: nella migliore delle ipotesi,  in cucina c’è un enorme congelatore carico di astici, anelli di calamari panati, bistecche di manzo e funghi porcini, mentre il riciclaggio e la “rigenerazione” sono dietro l’angolo.

2.   In fase di ordinazione, fate attenzione al cameriere in modalità “faccio io”.

3.   Per farvi un’idea del livello igienico, date un’occhiata al bagno: se fa schifo, fuggite a gambe levate. Se non si preoccupano di nascondere ciò che potete vedere, provate a immaginare cosa c’è in cucina, lontano dai vostri occhi.

4.   Prenotare è una buona abitudine e vi darà più possibilità di avere un tavolo decente. Se siete in tre, prenotate per quattro, se siete da soli e senza prenotazione, un venerdì sera in un locale alla moda, dite che state aspettando qualcuno.

5.   Non ordinate roba “da smezzare” al di fuori degli antipasti. Non offrite gli avanzi dal vostro piatto. Non ingozzatevi di pane appena seduti a tavola.

6.   Non ordinate mai: il risotto mari e monti, la pizza all’ortolana, la zuppa di farro, i maltagliati crema di pecorino e radicchio. In generale, cercate di ragionare secondo un schema di sostenibilità: evitate il “tutto pesce” a Frascati, i canederli a Catania o la carbonara a Bolzano.

7.   “Non ordinate il pesce il lunedì”.

8.   Cercate di evitare di concludere il pasto con amari, grappe (barricata poi non ne parliamo) o limoncelli. Oltre a rovinare gli effetti eventualmente benefici degli alimenti precedentemente ingeriti, hanno il compito di far lievitare ingiustificatamente il conto. Se proprio non potete farne a meno, chiedete un bicchiere di passito: è meno tossico e assai più di classe.

9.   Lasciate la mancia. Se vi siete trovati bene, il 10%, se invece la cameriera vi ha lasciato intendere tutto il tempo che- anche se era lì per servirvi- non era lì per farsi comandare, gli spiccetti sul fondo delle tasche del vostro cappotto.

10.   Infine la regola d’oro delle regole d’oro: non mettetevi mai contro chi ha accesso diretto al vostro cibo. Non immaginereste mai cosa può succedere ad un piatto di spaghetti con le vongole nel breve tragitto che va dalla cucina al vostro tavolo.

In Polonia si mangia benissimo

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Contrariamente a quanto l’orgoglio Italico ci porti a pensare, anche al di fuori dei confini dello stivale si puo‘ trovare una cucina in grado di soddisfare i nostri esigenti palati di masticatori di spaghetti. Nel mio ultimo viaggio a Varsavia, grazie all’abile guida di Darek, ho potuto sperimentare alcune delle prelibatezze polacche.

Nella zona di Mokotow- cosi’ chiamata per la polacchizzazione del termine francese Mon Coteau, la mia collina.- arriviamo alle sette in punto in un tipico ristorantino di Varsavia, il Bisti. Si tratta di una piccola trattoria con sette otto tavoli, frequentata principalmente da abitanti del quartiere, identificabili come una discreta e ben vestita borghesia fatta di medici (come il mio amico Darek), professori universitari (la zona di Mokotow ospita quasi tutto il sistema universitario di Varsavia) ed ex-belle donne dall’aria stanca e il viso pallido.

 

Bisti
Il Bisti, tipico ristorantino di Varsavia dove gustare specialita’ polacche.

La cucina a vista, con tanto di lavagna e piatti del giorno scritti col gessetto appesa al muro, richiama le tradizioni del Pigneto, un quartiere di Varsavia interamente ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale. Mi dicono che spesso suonatori di Bonghi improvvisano motivetti di Chopin per rallegrare l’aria e addolcire ulteriormente l’aspetto del mite personale che si affaccenda oltre il bancone di ferro.

Lavagnetta

Ci accomodiamo ad un tavolino di formica senza tovaglia ed un giovane cameriere con gli occhialetti tondi e la parannanza bianca ci porge i menu’ e ci chiede se vogliamo ordinare da bere. Il mio amico Darek ordina una soda: in Polonia infatti il livello di tolleranza di alcol nel sangue e’ pari allo 0,000%, e ogni infrazione e’ punita con la deportazione in Siberia. A me viene proposto del Vermentino  al bicchiere. Pur sorpreso, accetto. Quando arriva la bottiglia, sull’etichetta c’e’ scritto “Vino Bianco”. Con un esame piu’ approfondito, intercetto la provincia nel quale il suddetto “Vino Bianco” e’ prodotto: Cn, vale a dire Cuneo, in Piemonte, poco piu’ a Sud di Cracovia. Le pareti esterne di Bisti sono di vetro, creando un tipico effetto da esterno in un luogo interno: nel vedere il mio volto emaciato riflesso sul vetro, per un attimo ripenso a Kieslowsky e alla doppia vita di Veronica.
Esamino il menu’ e faccio fatica a scegliere tra alcune delle piu’ note prelibatezze polacche:

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Menu’ del Bisti dove spiccano gli “Spaghetti Carbonara”.

 

Oltre alle note specialita’ Spaghetti Carbonara e Spaghetti Bolognese (esportati persino in Italia e molto popolari a Roma dalle parti del Vaticano, in quei ristorantini in cui i pellegrini polacchi si rifugiano, attirati dalle foto esposte fuori alla ricerca dell’amato comfort food di casa loro) colpisce la presenza dei Tagierini ai gamberi tigre, pescati nel mar di Polonia- notissimo per le sue spiagge assolate e l’acqua tiepidamente cristallina- e gli gnocchi fatti in casa con pesto di pomodori secchi e rucola. Si’, rucola.

Opto per una tartare di manzo, il mio amico Darek cede invece alla dadolata di tonno rosso. Ordiniamo anche una focaccia sale marino e rosmarino, rigorosamente fatta in casa e cotta al forno a legna. Termini come focaccia precongelata e  pane rigenerato suonano come blasfemi in questo tempio della genuinita’.

 

Focaccia
Focaccia sale marino e rosmarino

Nel frattempo ci raggiunge Marek, che ha fatto tardi perche’ impegnato col figlio in un tema di Polacco. Ordina una tisana. Indossa una maglietta attillata nera a maniche corte, sull’avambraccio destro un tatuaggio in caratteri gotici recita “never ever give up”. Oggi pomeriggio, durante la Business Review, abbiamo visto una foto di lui sul desktop del suo lap top che finiva la mezza maratona del mezzo Iron Man, una cosa tipo 21 chilometri di corsa dopo 5 a nuoto e 75 in bicicletta. Mentre la sua bustina di lemongrass e zenzero diffonde un simpatico aroma nell’aria, mi mostra una foto di lui di due anni fa, o meglio di trenta chili fa: in quell’immagine non e’ rimasto quasi nulla del mezzo iron man che ha appena ordinato una dadolata di tonno rosso seduto davanti a me, se non lo sguardo incredibilmente determinato. Il Marek di due anni fa era, infatti, un tricheco baffuto amante dei cannoli siciliani a colazione.
Arrivano i secondi. Darek ha ordinato il polpo, tipica specialita’ di Varsavia, mentre io sono andato sulle  piu’ tradizionali costolette di agnello, altro pilastro della cucina dei cugini di Karol Woytila.

 

Octopus
Polpo grigliato, tipica specialita’ polacca

Varsavia, sia detto chiaramente, e’ una citta’ allo stesso tempo triste e bellissima, affascinante come una donna straniera, una di quelle bellezze che portano negli occhi azzurro ghiaccio tutta la tristezza dell’ Europa dell’Est.
Il giorno dopo, all’aeroporto “Frederick Chopin” compro una tazza come souvenir: e’ bianca e rossa, i colori della bandiera polacca. Una grossa aquila di aspetto vagamente germanico, completa l’immagine di potenza e orgoglio locale che quel semplice oggetto trasmette. Ci bevo il mio cappuccino italico- il miglior cappuccino del mondo- e la metto a lavare. Dopo il primo passaggio in lavastoviglie, quei colori sgargianti capaci di incutere timore allo (sprovveduto) straniero in visita in terra polacca si stingono, lasciando solo un pallido ricordo. Ora la uso per metterci penne e matite.
Alla fine, dopo una visita in Polonia, forse rimane rimane soprattutto questo, il pallore di un popolo che tanto ha sofferto e che nonostante tutto mantiene un- a tratti inspiegabile- orgoglio nazionale che gli fa parlare della Polonia come “del piu’ bel paese del mondo”.
Nasdrovia!

Soundtrack: Gazebo-I like Chopin

Brevi interviste con donne schifose – La Mangiamerda

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A:

Allora, da dove cominciamo? Vuoi dirmi come hai iniziato?

 

 

B: Ma così, per provare. Come tutti… Ero in vacanza con un gruppo di amici, al mare e…

A: Al mare dove? In Italia?

B: Sì, sulla riviera adriatica. A Tortoreto Lido. Eravamo in spiaggia, la sera di Ferragosto, e avevamo bevuto un bel po’. Vino, birra e soprattutto Gin, mischiato con la Lemon Soda.

A: Una classica indianata di Ferragosto, quindi.

B: Sì, sai quelle schifezze che fai da ragazzina, che bevi fino a vomitare l’anima. Che a quindici anni é un’ottima occasione per perdere la verginità.

A: Giá.

B: Sì, mi ricordo che c’era questo tipo di cui eravamo tutte innamorate. Faceva il bagnino all rotonda. Un buzzurro quarantenne con il cerchietto per i capelli e la canottiera anche di sera.

A:Ma non mi dire

B: Sí un tipo che oggi non userei per niente piú che farmi chiudere l’ombrellone. Uno che se gli chiedi l’ora ti dice “Le sedde e drendadrè”. A quei tempi mi sembrava irresistibile.

A: Rimaniamo sul tema. La tua prima volta.

B: Insomma siamo in spiaggia e io sono proprio cotta. Cotta al punto che una squadra di Bagnini abruzzesi potrebbe sodomizzarmi in sequenza e io non batterei ciglia.

A: Hai la fissa coi Bagnini.

B: Bagnini abruzzesi. Comunque, a un certo punto, io me ne sto lí a fantasticare su Gaetano (il bagnino abruzzese, ndr) che non mi accorgo che sta girando questa cosa, scura e fumante. Ad un certo punto, me la passano e io, senza pensarci, me la ficco in bocca.

A: E com’era?

B: Mah, te l’ho detto ero talmente cotta che un palo nel culo mi avrebbe fatto il solletico, peró il senso di nausea che ti lascia la prima volta, ecco, quello te lo porti dietro per sempre.

A: E poi, hai preso il vizio?

B: Ma figurati, sono passati anni e molti bagnini prima che pensassi di ripetere quell’esperienza. La seconda volta mi é successa a Londra, a 19 anni. Dopo la maturità ero andata per fare qualche mese lí, a studiare l’inglese, a cercare qualche lavoretto, a fare esperienza. Ai miei avevo detto che prima di iscrivermi all’università volevo vedere un po’ di mondo, per capire bene cosa avrei fatto da grande.

A: Se ne dicono di stronzate a quell’età.

B: Ah certo, e pure dopo. Comunque tempo una settimana e a Londra mi ero accombricolata con un gruppo di ragazzi di Roma. All’epoca a Londra c’era mezza Roma Nord. Io mi ero pseudo- fidanzata con un certo Saverio, uno stronzetto figlio di un notaio che giocava a fare lo squatter. Di solito, dopo quattro giorni passati a calarsi di exctasy e fumare gangia, accoppiandosi con le piú scellerate e tossiche e portatrici di malattie veneree tra le punkabestia, ecco, tornava all’appartamento di famiglia, un’attico con tripla esposizione dalle parti di Buckingham Palace.

A: Carino. Siete rimasti in contatto?

B: Dopo Londra non l’ho piú visto. Da amici comuni so che si é sposato e ha tre bambini. Abita al Fleming, e lavora nello studio da Notaio del padre. Ma ancora adesso, ogni volta che ho un prurito o una perdita bianca-gialla-verde non posso fare a meno di pensare a lui e alla sua gonorrea.

A: Delizioso, sta andando meglio di quanto sperassi. Insomma, sei a Londra, a metá degli anni novanta. Squatter pariolini bazzicano le crackhouse con la stessa disinvoltura con cui prendono lo Spritz a Ponte Milvio. E tu sei lì, e non impari una parola di inglese. Cosa succede?

B: Insomma, una sera, ci siamo calati gesú Cristo. Anzi é una settimana che andiamo avanti a Snow Ball, che un amico di Saverio (il figlio del notaio, ndr) ha detto che sono speciali, che ” c’è morta la gente” e insomma, stiamo in questa casa occupata, una Cosa che al confronto  l’appartamento di Trainspotting, quello dove vanno a farsi, é… la Cappella Sistina. per dire,  c’é ‘sta tipa che c’ha i capelli-capelli verde marcio eh- che le stanno crescendo a vista d’occhio…Fuma Crack da una pipetta di vetro e  si guarda le mani e grida  che le sono cresciute le dita e le unghie. Insomma, un bell’ambientino.

A: E quindi?

B: Quello che si atteggia a proprietario della casa, vale a dire il primo della combriccola che ha piazzato il suo culo rancido in quella topaia, uno Scozzese tutto ciccia e tatuaggi, bianco come un attore di True Blood, Russel mi pare si chiamasse, dice che é ora che ci diamo tutti una calmata e che ce l’ha lui una cosa che ti stende. Andiamo nella camera da letto di Russel -un buco di merda con il materasso poggiato in terra e  una lampadina al neon che penzola dal soffitto- in quattro: io, Saverio e il suo amico, il Giuda, figlio dell’assessore alla cultura e c’e’ pure una squatter, una  vera, quella sì, una secca malefica che tirava  la Ketamina con la disinvoltura di un poppante attaccato alla tetta della madre. Ci sono pile di giornali porno dappertutto, usati come comodino, come poggiapiedi, come appendiabiti…
A: Un tipo distinto, questo Russel.

B: Sì, uno schifoso in piena regola. Pensa che vicino al materasso c’é uno di quei cosi che si usano in ospedale per i pazienti allettati, quelli che non possono alzarsi per pisciare. Un fagiano.

A: Un pappagallo, forse.

B: Che fai, birdwatching? Comunque, Russel il pappagallo lo usa quando non gli va di andare a pisciare nel cesso comune… Comprensibile peraltro, visto che a confronto di quella latrina la fogna di Bombay é Sephora sugli Champs Elyseé

A: Capisco. Anche se pure i francesi, con questa storia del profumo non é che poi si lavino cosí tanto.

B: Ma infatti, pensa che c’avevo questo fidanzatino di Parigi, Michel, tanto carino e ben vestito, sempre con la camicetta azzurra abbinata con gli occhi cerulei, i calzini puliti e i jeans Le Copain e poi quando si spogliava, c’aveva sempre le mutande gialle.

A: Come le mutande gialle?

B: Ma sì, sgommate. Hai capito? Si puliva il culo sommariamente, e considerava il bidé una cosa da selvaggi.

A: Mon dieu! Atteniamoci al racconto però: siete nella camera da letto di Russel e…?

B: E niente, lui tira fuori da una scatola per scarpe poggiata vicino al pappagallo questa cosa qui, che dice che e’ “cucinata”… Infatti e’ croccante, quando la usi fa crack ed e’ tutta un’altra cosa rispetto a quella merda che avevo assaggiato a Tortoreto, la notte di Ferragosto

A: E gli effetti? Dimmi di piu’?

B: Beh vabbe’, il senso di nausea non te lo levi mai, quello rimane. Ci sta Saverio che vomita per terra al secondo schioppo, tant’e’ che Russel s’incazza a tal punto che lo sbatte fuori. Ma oltre al senso di nausea quel tipo di merda li’, ti fa sentire proprio una… una merda. Ecco. Il risultato e’ che ci mettiamo tutti nudi sul materasso e Russel ci scopa tutti e tre, a turno: a me, alla tossica-arma-biologica-ambulante e al Giuda per ultimo.

A: Ottimo. Ed e’ cosi’ che hai preso il vizio?

B: No, nemmeno cosi’. Dopo due anni di vitaccia a Londra sono tornata a Roma, e mi sono iscritta all’universita’.

A: Lasciami indovinare: Scienze della Comunicazione?`

B: Esatto. Ho dato otto esami in quattro anni. Il mio preferito e’ stato teoria e tecnica della comunicazione di massa. Mi sono incagliata su Statistica. Mai capito che cazzo e’ una Gaussiana. Comunque, all’universita’ ci facevamo un sacco di canne, tutto il giorno, tutti i giorni, e il Venerdi’ partivamo per andare alle discoteche del Nord. Il Peter Pan, il FitzCarraldo, il Red Zone… Il mio fidanzatino di allora, Lallo, figlio di un macellaio di Palestrina, ci portava tutti nella sua Golf GTI assieme ad un carico di 500-1000 pasticche che piazzavamo poi con ricarichi pazzeschi.

A: Ma scusa, un fidanzato onesto mai?

B: Mah, non e’ che lo facessi proprio apposta, sembra che io abbia una specie di calamita per questi tipi loschi, traffichini.

A: Senza dimenticare i bagnini.

B: Gia’… Comunque tiravamo avanti fino all’After Hours della Domenica mattina, al 99, e partivano sempre 10, 15, 20 pasticche a testa. Irrita il sistema nervoso a lungo andare… Per rilassarci Lallo tirava fuori questa merda stagionata, di solito andavamo in spiaggia a Cattolica, e finivamo con l’addormentarci sotto il sole. Di tanto in tanto qualcuno si svegliava e si preoccupava di girare gli altri, per essere certo che tutti ci abbronzzassimo in maniera uniforme. La sera tornavamo piano piano e il lunedi’ di nuovo in forma.

A: Quanto e’ durata questa vita?

B: Quattro anni. Poi i miei si sono stufati di pagarmi le rette e mi hanno detto o mangi ‘sta minestra o salti dalla finestra.

A: E tu?

B: Beh io ci ho provato a saltare dalla finestra, sono andata a stare da una collega dell’Universita’, una brava ragazza di Catanzaro. Maria Carmela. Religiosissima, aveva la media del trenta e non si era mai fatta una canna in vita sua. Mi sono trovata un posto in un call center e ho smesso con tutta quella merda.

A: Quanto hai resistito?

B: Quattro giorni. Poi sono tornata dai miei, che mi hanno pagato un corso in grafica ed impaginazione di sei mesi. E sono finita qui…

A: Quant’e’ che lavori qui al Messaggero?

B: Otto anni.

A: E alla merda, alla merda ci pensi ancora?

B: Tutti i giorni. Anche adesso. Anche dopo che te ne sarai andato. E’ una voglia che non ti togli mai.

In Danimarca si mangia di merda

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“In an effort to shape our way of cooking, we look to our landscape and delve into our ingredients and culture, hoping to rediscover our history and shape our future”
L’abilita’di René Redzepi nel servire un piatto di sassi con contorno di muschi e licheni ha contribuito al diffondersi della credenza che in Danimarca si mangi bene. Bene in modo sofisticato e raffinato, con una particolare cura della materia prima. Ma al di fuori delle quatro mura del Noma, dove non sono stato,  il senso scandinavo per il cibo e’ molto lontano da questa immagine.

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Notizie dal Fronte-FLNRPABMB: argomenti da evitare a tavola

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Ci stanno quelli che, a tavola, massacrano tutti quelli nelle vicininanze a colpi di “buon appetito”, come se non sapessero che il “buon appetito” e’ stato bandito da tempo da tutti i manuali di buona educazione.
Perche’  lo fanno?

E’ una specie di zona di comfort all’interno della quale si sentono certi di portare acqua al proprio mulino? Questi arrivisti sono certamente gli stessi che propongono i brindisi a tutte le occasioni, che sia il compleanno del gatto o l’onomastico del portiere. Sono quelli che mandano gli auguri multipli sul cellulare a te e famiglia usando termini come “sereno” e “gioioso”. Gente che la tua famiglia non l’ha mai incontrata, eppure dovrebbe, per qualche ragione che mi sfugge, sentirsi gratificata da quel messaggio. Questi professionisti del saluto con mano-e-bacio, sono gli stessi che propongono frasi tipo “quello che non strozza ingrassa”,  “tira piu’ un pelo di figa che un carro di buoi” con la stessa enfasi di un Ayatollah in cima al minareto piu’ alto di Kabul.
Il “buon appetito” non e’ una semplice forma di maleducazione, e’ una dichiarazione di intenti.
Se fosse solo una questione di Bon Ton, al pari delle scuregge in pubblico (che peraltro hanno il loro fascino), dell’uso dello stecchino, delle suonerie con la musica di Gigi D’alessio e delle unghie con lo smalto abbinato al copri-iPhone, ecco sarebbe si’ riprovevole, ma per ragioni diverse.
Il vero fatto imperdonabile che si nasconde dietro il “Buon appetito”, e’ il suo uso strumentale: chi lo sta proponendo, non e’ per mera e genuina goffagine, quel misto di provincialismo bonario e sempliciotto che da sempre caratterizza l’italico masticatore. No, quel buon appetito, e quei messaggi multipli la sera del 24 Dicembre, ecco, quel ciarpame viene prodotto per portare a se’ dei vantaggi. Condurre tutti su un terreno di apparentemente rassicurante familiarita’, altri non e’ se un mezzuccio per attribuirsi una leadership non richiesta.
Resto convinto che i maniaci del “buon appetito” siano anche quelli che non perdono occasione per fare del facile umorismo davanti all’aglio. Uno di quei gentiluomini che appena compare un bruschetta all’aglio, si lanciano in intemerate ilarita’ del tipo “mangio l’aglio tanto non devo baciare nessuno”, proponendo la visione dei propri incisivi marroni alla sventurata di turno che ha la sfortuna di trovarsi seduta a quello stesso tavolo. Del tragico impatto dell’aglio sulla conversazione ne esistono anche versioni piu’ sofisticate, e per questo probabilmente finanche peggiori, del tipo “aglio come lubrificante dei rapporti sociali”, come se evocare una probabile alitosi dovesse in qualche modo rendere piacevole la conversazione.
Accanto all’assioma aglio-alitosi, altro elemento di assoluta deplorazione e’ il secondo grande riflesso Pavloviano a tavola, vale a dire burro-colesterolo. Il burro, a solo menzionarlo, evoca scenari apocalittici che comprendono termini come “coronarie”, “arterosclerosi”, “infarto” e “miocardio”, in un uso esoterico di termini paramedici col solo scopo di esorcizzare la paura della morte.
Per chi non lo sapesse, diciamo una volta per tutte che il colesterolo e’ un grasso policiclico aromatico ampiamente presente nei processi biochimici e strutturali del corpo umano. Da una parte infatti e’ un precursore di tutta una serie di molecole, chiamate “ormoni”, di natura steroidea, dall’altra invece funge da struttura di sostegno per la membrana cellulare. Come molecola grassa, il colesterolo e’ abbastanza insolubile in mezzi acquosi: di conseguenza, quando ce n’e’ troppo in circolazione nel sangue, finisce col depositarsi sulle parteti arteriose, dando origine alle famigerate placche aterosclerotiche. Queste placche, tendendo ad ingrossarsi, possono attivare la coagulazione- venendo percepite come lesioni- e da li’ alla formazione di coaguli. Se il coagulo si stacca e va in circolo, si fermera’ solo in corrispondenza di un arteria dal diametro pari al diametro del coagulo. Quando cio’ accade a livelo delle coronarie, abbiamo un bell’infarto del miocardio.

Ecco fatto, per tutti coloro che da anni parlano di colesterolo senza realmente sapere di cosa stanno parlando, consiglio di imparare a memoria queste dieci righe e di farla finita di rovinare tutti i pranzi di Natale, Pasqua e Ferragosto con concetti come LDL, HDL e colesterolo totale, che se volevano fare i cardiologi dovevano studiare di piu’ alle medie.  Per tutti gli altri c’e’ il Torvast. O la Rucola.
Non ho certezze sul fatto che quelli che amano parlare dei rischi di alitosi a tavola, siano gli stessi che introducono sempre, ad un certo momento dello svolgimento di pasti particolarmente lunghi, l’argomento “stitichezza”. La merda e’ senz’altro uno degli argomenti di conversazione piu’ interessanti, ma ecco, a tavola non se ne dovrebbe fare menzione (tranne in questo caso). Cionostante, e’ indiscutibile che lo stitico seduto accanto a voi trova sempre una controparte pronta a vantarsi della propria regolarita’ chiamando in causa crusca consumata al mattino, attivita’ fisica, prugne secche e l’abbinamento caffe’ -sigaretta.

Sia detto una volta per tutte che, per quanto nobilitante possa sembrare  parlare delle propria frequenza peristaltica, alla fin fine, non e’ cosi’ interessante.

Quindi, dal FLNRPABMB diciamo no all’uso strumentale del “buon appetito”, ai riflessi Pavloviani aglio-alitosi e burro-colesterolo e strenua resistenza contro gli stitici monopolizzatori di conversazioni a tavola.

considera l’uomo

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Subito prima di entrare nel capannone al centro dell’area della “Sagra della Carne Umana”, ci lasciamo tentare da un chioschetto di due metri per due che vende arrosticini di pastore sardo e crostini di pane spalmati con  pate’ di fegato di cirrotico. Prendiamo quaranta arrosticini che la titolare del chioschetto, una simpatica cicala di mare con forte accento siciliano, ci consegna in due cartocci separati. Abbiamo fame e la fila per entrare al “Grand Buffet” del capannone non promette niente di buono. Davanti a noi, un gruppo di astici della Costa Brava  sta facendo casino per forzare la fila. Dietro ai cordoni di velluto, un altero e sdegnato astice blu inarca il carapace con l’esperienza tipica di chi ha fatto “dell’inarcare il carapace” un gesto professionale.
Si narra che all’interno del “Grand Buffet” vengano servite prelibatezze assolute. Gia’ dalla nostra posizione, la fine di una fila di aragoste disordinatamente ammassate le une sulle altre, arriva un forte, pungente odore di carne umana grigliata. Armati di santa pazienza, mangiamo arrosticini e studiamo la moltitudine crostacica.
Finalmente riusciamo a entrare e subito ci piglia l’indecisione. Ci sono stand ogni due metri e ognuno di essi propone qualcosa che dobbiamo assaggiare a tutti i costi. Io mi faccio un vassoio con spaghetti con polpette di bolognese, tacos di bambino obeso messicano e una nunnata di aborti spontanei saltata in padella. Rita si fa una porzione di ascelle fritte con salsa al curry, una lombata di bambino obeso americano con pure’ all’aglio e una gligliata di costolette di caucasico.
Troviamo posto ad una tavolata parzialmente occupata da un gruppo di aragoste del Maine, tutte piuttosto alticce. Hanno davanti a se’ porzioni enormi di glutei di obeso americano adulto scaloppati al burro e limone, tutto intorno resti di bicchieri di vino in cartone, piatti usati e vassoi impilati uno sopra all’altro. Dalla distanza a cui ci troviamo, posso sentire l’odore dei loro succhi gastrici.
Al terzo boccone di gluteo di bambino obeso americano, Rita ha un moto di ribellione. Mi dice che finche’ e’ carne di maschio adulto o di bambino americano, purche’ obeso, lei ci sta, ma vedermi mangiare la nunnata di aborti spontanei le da il voltastomaco. Io dico che non caso si chiamano “aborti spontanei”, proprio perche’ avvengono spontanemente. E che se non ce li mangiassimo noi- e se non fossero cosi’ deliziosi- andrebbero semplicemente giu’ per lo scarico del cesso. Lei dice che non ci crede a questa storia degli aborti spontanei, che dietro c’e’ un giro di soldi tale, e una richiesta tale, che gli aborti spontanei non basterebbero per rispondere a tutta la domanda. E’ sicura che la maggior parte degli aborti siano indotti e che insomma e’ una cosa schifosa. Io provo a dirle che tutto sommato, che sara’ mai, pure che fosse, sono essere umani mica aragoste, lo sanno tutti che non provano dolore da adulti, figurati da feti.  Ma lei niente, e’ incagliata, dice che c’ha un’amica che lavora per una multinazionale specializzata in prodotti di origine umana e pare che le donne incinte stiano in batterie pressate e senza la possibilita’ di muoversi e che le farine che danno loro da mangiare siano piene di ossitocina e altre schifezze chimiche e gli aborti spontanei li raccolgono insieme alla merda e che la vera nunnata e’ solo quella delle donne allevate a terra, biologiche, ma figurati se qui alla “Sagra della Carne Umana” ti danno quella.
“La merda ti mangi.” Mi dice schifata, con quella sua espressione da aragosta ferita nell’orgoglio.
Non voglio litigare quindi mi taccio, altrimenti le farei notare che il pate’ di fegato se lo e’ gustato alla grande e lo sanno tutti che agli umani destinati alla produzione di pate’ la cirrosi gli viene indotta costringendoli a bere enormi quantita’ di grappa, manco barricata. E che pure sui glutei di bambino obeso americano che sta spappolando con le sue nobili chele di aragosta del mediterraneo ci sarebbe molto da dire. Ma lo sa cosa gli fanno mangiare, a quelli, per farli diventare cosi’ ciccioni? Roba di pancetta fritta, hamburger e ketchup, una merda a base di pomodoro, zucchero e aceto.
Ci alziamo e caracolliamo un po’ appesantiti verso il fondo del capannone, cosi’, per fare un giro. Passiamo accanto ad una tavolata di aragoste rosse che stanno facendo a gara di sibili, dopo che buttano giu’ grosse sorsate di una bevanda allo zenzero. Un chiosco interamente di legno propone tagliata di filetto di caucasico adulto su letto di rucola e pomodori pachino. Poi e’ la volta dei fritti:  Rita dice di avere un po’ di nausea, che l’odore della trippa di obeso americano in pastella proprio non lo regge. Minaccia persino di diventare vegetariana e di nutrirsi solo di alghe e rucola.
Usciamo fuori a prendere un po’ d’aria. L’astice blu ai cordoni di velluto ci saluta con una inarcata del carapace da manuale dell’inarcatore di carapace. Giriamo intorno al capannone, drenando la folla che vuole entrare nel capannnone del “Grand Buffet”. Sento due aragoste del Mediterrraneo sibilare qualcosa a proposito della possibilita’, nella prossima edizione, di aprire le porte alle aragostine. Se cosi’ fosse, a me, mi si possono scordare: una volta che le aragostine mettano le loro chele nei nostri piatti, chi potra’ fermare tutti gli altri, vale dire scampi, gobbetti e mazzancolle e soprattutto quegli zozzoni dei gamberoni rossi, che altro non fanno se non  andarsene in giro per le nostre citta’ con la loro camminata all’indietro e la merda attaccata dietro al carapace?
Dietro al capannone del “Grand Buffet” c’e’ un capanno piu’ piccolo, animato da un gran via vai di addetti ai lavori. Ci avviciniamo lentamente, con fare disinvolto. Ci sono aragoste in tuta da lavoro che trafficano con fare sbrigativo. E’ ovvio che siamo davanti al mattatoio.  Rita non fa in tempo ad attaccare con la sua solfa bio-minchio-sostenibile, che un carretto trainato da quaranta aragoste giganti dell’Atlantico ci taglia la strada. A gruppi di tre o quattro vengono scaricati umani semi-svenuti ma ancora presumibilmente vivi, ammassati gli uni sugli altri, nudi e con le zampe legate dietro la schiena. Ce ne sono alcuni con la pelle nera, destinati alla preparazione delle salsicce piccanti, c’e’ un bambino obeso americano con gli occhi chiusi che cammina sulle sue zampe, i glutei gia’ delimitati a pennarello per farne lombate. Alcuni esemplari femmina, sporchi di sangue e terra, ci passano davanti prima di venire inghiottiti dal mattatoio, da dove riusciamo a cogliere il suono di grida umane. Rita dice che quelle sono grida di dolore. Facciamo il giro largo e ci affacciamo al finestrone sul retro. Al centro della stanza c’e’ un enorme pentolone, pieno di acqua bollente. Pare che la prebollitura dell’essere umano, ne aiuti la conservazione, ne ammorbidisca le carni e ne faciliti il disossamento, prima di destinarne le carni alla griglia, alla padella o al forno che sia. Ed e’ piu’ igienico, che lo sanno tutti che gli umani portano un sacco di malattie. Gli umani vi vengono gettati da un trampolino mezzi addormantati ma inequivocabilmente vivi. Il contatto con l’acqua ha il potere di risvegliarli per quei pochi interminabili istanti che li separano dalla morte. Come gia’ detto, gridano.
“E’ un riflesso condizionato” faccio a Rita.
“No, e’ un grido di dolore”
“Ma gli umani non provano dolore. Hanno la pelle e l’assenza di peli signifca che non hanno terminazioni nervose” insisto, convinto. L’ho letto su Aquam, una rivista di divulgazione scientifica.
“E il grido allora?”
“E’ il suono dei polmoni che si svuotano. Si chiama pneumotorace del cazzo.”
“E se invece fossero grida di dolore? Sarebbe tanto assurdo farli secchi in maniera indolore prima di gettarli nella pentola di acqua bollente, magari con un colpo alla testa?”
“Ma sono cosi’ deliziosi, cotti vivi.”
“E ho capito, ma se uccisi un istante prima, non e’ che vanno in putrefazione istantanea.”
“Ma perche’ te la prendi tanto, scusa? In fin dei conti stiamo parlando di uomini…”
“Ecco. Appunto. Considera questo.”
“Considera cosa?”
“L’uomo, considera l’uomo”.

10 conseguenze – non tutte necessariamente negative- dello status di “obeso americano”

in cibo by

 

1. Evacuazione intestinale pestilenziale. Cioe’, non e’ che l’evacuazione sia di per se’ un evento dal piacevole afrore di rosa e acacia. La Merda Americana pero’ –vale a dire il prodotto di scarto di un’alimentazione fatta di uova strapazzate e pancetta fritta, pancake con sciroppo d’acero, crocchette di pollo , Ketchup piccante, salsa barbecue, T-bone steack grigliata su carbonella, cheeseburger con bacon e cheddar, frappe’ panna banana e cioccolato, Marshmallow (Marshmallow arrostiti sul fuoco!!!), gamberi fritti, aragosta del Maine al burro, pure’ all’aglio, carne rossa tutti i giorni, costolette di maiale, niente frutta fresca, coca cola alla vaniglia come base per l’idratazione giornaliera, irragionevoli e spropositate quantita’ di ghiaccio, pop-corn al caramello, anelli di cipolla fritti, patatine al formaggio, tacos, burritos, pizza pepperoni (col salame!), ciambelle con glassa al cioccolato, fagioli piccanti in scatola e tacchino ripieno nei giorni di festa- ecco, quella roba li’, puzza di piu’.  Puzza peggio.

SUmoBambino

Paragonare la Merda Americana aI prodotto del catabolsimo di un lottatore di Sumo giapponese , e’ come paragonare l’odore di un centro commerciale Texano con il  profumo di alberi di ciliegio in fiore di un giardino Zen.

2. Motorette elettriche per coprire lunghe distanze a piedi. L’obeso americano le utilizza per  non affaticarsi nello spostarsi all’interno di Disneyland, dei casino’ di Las Vegas o anche solo nel vialetto di casa per raccogliere il giornale, al pari di un portatore di una qualche rara disabilita’ genetica.

3. Viaggiare in business class: quei culoni flaccidi fanno fatica ad incastrarsi tra gli stretti pertugi dell’economy, costringendo la compagnia a frettolosi upgrading del ciccione di turno.

Aereo Ciccione

4. Sovraccarico dei condotti fognari. Tra coccodrilli ciechi di sei metri,  buttati nel cesso da piccoli, pantegane radioattive a tre teste e la materia fecale degli obesi- del cui afrore si e’ detto al punto 1- il sistema fognario americano sta diventando un postaccio

5. La tuta come unico indumento: come con l’armadio di Einstein e di Dylan Dog, non si perde tempo a decidere cosa indossare.  L’unico dubbio sono i colori: tute di ciniglia pastello, tute nere acetate, tute di felpa grigie, rosa shocking o giallo ocra.

6. Piu’ superficie corporea per tatuarsi. E piu’ spazio per l’ego, ipertrofico come gli adipociti:  gli epigoni di Norman Bombardini si mangeranno l’universo e ai vegetariani invidiosi non rimarranno che foglie di rucola.

7. Termoregolazione autonoma: caldo d’inverno, caldissimo d’estate. Il rivestimento adipocitario rende l’obeso adiabatico con l’ambiente esterno, coibentato verso le rigidita’ climatiche, isolato dalle asprezze invernali.

8. Tutta l’attenzione delle aziende farmaceutiche. Dopo i fumatori, e insieme ai vecchi, l’obesita’ e’ la manna dal cielo per i produttori di statine, antipertensivi, farmaci per il diabete, l’artrosi, la sindrome metabolica e la coagulazione del sangue.

Tre panze

 

9. La scena piu’ comica  nella storia del cinema (inglese, by the way).

10. E poi, la conseguenza delle conseguenze: il centro dell’attenzione. Lo sguardo riprovevole dei magri, il disappunto indignato dei genitori salutisti, l’orrore negli occhi dei vegetariani oltranzisti. Al grande obeso si riserva lo stesso trattamento sociale destinato a Marilyn e Charlie Manson; al pari di una rockstar maledetta o di un serial killer leggendario, l’omino della michelin in carne (soprattutto) e (poche) ossa e’ oggetto di dibattito, mela della discordia, pietra dello scandalo.

Omino della michelin

 
A fronte di tante conseguenze, un’unica causa: mangiare. Mangiare tutto quello si vuole, e anche di piu’.

 

RagazzaCicciona

I Cinesi mangiano la merda?

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“Allora, che ci prepara Isa?”

“Non lo so, ha detto che cucina il marito.”

“Ma chi, il cinese?”

“Si chiama Lee.”

“Lee di nome?”

“Boh, credo di si’”

“Ma Lee non e’ un cognome, tipo Bruce Lee?”

“Ma che ne so.”

“Vabbe’, comunque che ci prepara Lee? Involtini primavera?”

“Che conosci solo quello della cucina cinese?”

“No che c’entra, anche i ravioli al vapore, i gamberetti crack, il pollo tandoori…”

“Il tandoori e’ indiano”

“Ho capito, sempre pollo e’, indiano o cinese, che ti cambia? Mica ci devi parlare…”

“Non e’ il pollo che e’ indiano, ma proprio il tandoori: si chiama cosi’ il forno in argilla dove viene cotto il pollo”

“Eeeh, ma come siamo colte. Ma il cinese ce li fa o no questi involtini primavera?”

“Non credo. Quella che tu immagini essere La Cucina Cinese, quella che conosci perche’ la mangi nei ristoranti dei cinesi nati a Roma, e’ vagamente simile alla cucina cantonese.”

“E scommetto che il cinese che ha sposato Isa non e’ cantonese.”

“Esatto, e’ della provincia del Sichuan, nella prefettura di Mianyang, dove la cucina e’ molto diversa e…”

(brusco, con una leggera nota di irritazione)” E insomma per fare gli involtini primavera, non basta essere cinese, devi essere proprio di quella parte della Cina, giusto? Che a Mianyang proprio non li sanno fare gli involtini primavera, eh?”

“Di sicuro non sono buoni buoni come nel Canton”

“Uhm…”

“Ci stanno tremila chilometri di distanza. E’ come pretendere di mangiare una buona pasta alla Norma a Copenahgen…. Che poi magari la trovi pure, ma di sicuro e’ una merda.”

“Quindi questo andiamo a mangiare stasera, la merda? Merda Cinese?”

“Ma no, guarda che la cucina cinese e’ ricchissima di piatti. Ci sono i ravioli, le zuppe, le alghe fritte…”

“Le alghe fritte? Ora si’ che mi hai messo appettito. E poi mi sembrava di aver capito che ‘sta roba la facessero solo nella prefettura del Canton…”

“Vabbe’, dicevo cosi’ per dire…”

“Ma la divisione in prefetture non e’ una cosa giapponese?”

“Anche  cinese.”

“Si’ che poi alla fine Cina/Giappone e’ tutto uguale, no? Sempre di occhi a mandorla, musi gialli e tendenze masochiste si parla, no?”

“Stai generalizzando”

“Pero’ gli involtini primavera, che li fa anche il filippino sotto casa mia, a Vigne Nuove, in un buco di venti metri quadri che la puzza di fritto ti si impregna addosso fin sotto i capelli, e sono favolosi, quei cazzo di involtini primavera, il cinese di Isa, Bruce Lee, no, non li sa fare che alla prefettura di Shangay ti mettono nelle risaie se ci provi soltanto a friggere…”

“Non ho detto questo. Ho solo detto che la Cina e’ grande tre volte l’Europa e non ti puoi aspettare che facciano dappertutto gli stessi quattro piatti che mangi dall’avvelenatore filippino a Vigne Nuove. Pensa solo all’Italia e alle diversita’ regionali… Sarebbe come dire che in Italia mangiamo solo pasta e pizza, cacchiarola…”

” Si pero’ una pasta o una pizza decenti in Italia le mangi dappertutto.”

“E ma ogni tanto mangi anche qualcos’altro, no?”

“Ecco, e’ proprio quel qualcos’altro cinese che mi spaventa.”

“E che sara’ mai, di che c’hai paura?”

“Della merda, ecco di cosa ho paura”

(Agitando il braccio verso un parcheggio libero, subito dopo una serie di cassonetti)”Ecco siamo arrivati, mettiti li’ che c’e’ posto, dai.”

    *****

“Beh allora com’era? Ti e’ piaciuta la cena?”

“E a te, piace mangiare la merda?”

“Su dai, non era male.”

“Certo, non era male per essere merda. Poteva essere peggio. Almeno era calda, cazzo. Pensa se ci davano da mangiare la merda fredda.”

“Mamma mia, come sei disgustoso. Guarda che il cetriolo di mare e’ una prelibatezza, in Cina, e vederselo offrire e’ un segno di grande rispetto.”

” Ah, certo. Proprio quello di cui hai bisogno quando hai fame. Rispetto. E poi perche’ cetriolo, scusa?”

“Beh, per la sua conformazione, no?”

“Scusa ma tu hai mai visto un cetriolo marrone?”

“Beh no, che c’entra ma magari in Cina…”

“In Cina c’hanno i cetrioli marroni?”

“Ma non lo so…”

“Sai invece per la sua conformazione a cosa somiglia? Anzi, e’ proprio uguale uguale?”

(rotea gli occhi, in un gesto di resa)” Dimmelo tu.”

“Ad uno stronzo. Tant’e’, che a casa mia, l’oloturia, cosi’ si chiama. Stronzo marino. E questo dimostra che avevo ragione io.”

” Riguardo a cosa, perdonami?”

“Riguardo al fatto che i cinesi mangiano la merda.”

Nota del redattore: la cucina cinese di per se’ non esiste, ma esiste solo come insieme che raccoglie le cucine cinesi (tra cui quella Cantonese). Inizialmente, le grandi scuole tradizionali erano quattro. Ad oggi, se ne riconoscono dieci. L’oloturia e’ effettivamente considerata una prelibatezza in Cina, a prescindere dalla prefettura. Viene cotta in infusi al the verde ed e’ servita, fumante e gia’ affettata tipo salame, in piccole scodelle da zuppa, insieme a foglie di coriandolo e vermicelli di soja. Puo’ essere anche proposta come stufato, in una grande piatto da portata messo al centro della tavola e lasciando che ogni commensale si serva a suo piacimento. Se mai dovesse capitarvi nella vita, non lasciatevi ingannare dall’aspetto: per quanto poco invitante sia, per quanto l’afrore sia, anche solo vagamente, simile a quella cosa, il sapore, beh il sapore e’ proprio quello che ci si aspetta: e ora che siete li’, dovete assaggiarla.

 

Gli Americani (non) mangiano (piu’) la merda

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Negli anni ottanta, a chi criticava il sistema alimentare americano e l’inarrestabile diffusione del Fast-food, Ronald Reagan rispondeva che, in ultima analisi, „il Ketchup e‘ verdura”. Il ciccione americano, quel tipo tutto rotoli modello omino della Michelin che caracolla incerto all’interno di una tuta di ciniglia in colori pastello, un bibitone ghiacciato in una mano e un secchio di ali di pollo fritte nell‘altra, altri non e’ se non il risultato di un processo evolutivo. Se gli anni ottanta sono stati gli anni in cui si sono gettate le basi della tradizione alimentare, non c’e’ da stupirsi se nella cultura americana si sia sviluppata una certa forma di proudness che vede nel cheeseburger e nella sua innaturale celebrazione la propria dimensione patriottico-masticatoria. Questo fiero attaccamento alla pancetta fritta impilata su formaggio industriale fuso su carne di manzo estrogenata sembra suggerire una sorta di ostentazione al diritto supremo dell’alimentazione americana, il diritto all’obesita’. A mero titolo di esempio, mi piace ricordare come non sia infrequente, negli Stati Uniti, in luoghi che richiedano lunghi spostamenti a piedi tipo aeroporti o parchi dei divertimenti, osservare obesi americani che, anziche’ muoversi caracollanti, preferiscono spostarsi- come se fossero portatori di una qualche rara e geneticamente ineluttabile disabilita’- su motorette elettriche, tutte ovviamente dotate di apposito spazio per il loro frappe’ banana e cioccolato. Eminenti luminari della medicina, potrebbero a questo punto ricordare come le principali cause di obesita’ siano disordini di alimentazione incontrollata (traduzione: mangiare troppo), malnutrizione (traduzione:mangiare merda), stile di vita sedentario (traduzione:non muovere il culo) unitamente all’abuso dell’aria condizionata e del riscaldamento (perche’ la termoregolazione consuma calorie), ma sono dettagli.

Naturalmente, come per ogni forma di orgoglio, non potevano mancare i fanatismi. Anzi direi che proprio a supporto di questo viaggio collettivo verso l’occlusione delle coronarie, sono spuntati avamposti di beceraggine ipercolesterolica. E’ notizia ormai di tre anni fa, la morte accertata di un cliente dell’Heart Attack Grill Burger dopo il consumo di una porzione di Quadruple Heart Attack Burger, un mostro di carne di manzo e trentasei strisce di pancetta fritta da diecimila calorie, ad oggi plausibilmente riconosciuto come “il cibo piu’ pericoloso del mondo”. L’idea di dichiarare apertamente l’intenzione di avvelenare a morte clienti (all’Heart Attack Grill Burger giustamente trattati alla stregua di pazienti, con cameriere vestite da infermiere procaci, sedie a rotelle per accompagnare i malati fuori dal ristorante e menu’ come ricettari) ha in qualche modo fatto centro, dando adito a proselitismi e brand-like.

 

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C’e’ pero’ almeno un’altra faccia della medaglia (in realta’ ce ne sono molte di piu’, e di sicuro non e’ una medaglia ma perlomeno un fullerene): in quegli stessi anni ottanta, Bret Easton Ellis ipnotizzava milioni di lettori con le descrizioni dei piatti favolosi che i vice-president di Wall Street ordinavano dai menu’- talvolta scritti in braille– dei ristoranti piu’ esclusivi di New York. In American Psycho, l’uso di termini come “salsiccia di capesante” o “pasticcio di Jalapeňo” assumeva un significato quasi esoterico, un codice attraverso il quale accedere al Luogo Supremo, incarnato a tutti gli effetti dal Dorsia e dal suo petto d’anatra, rigorosamente croccante. In pratica, nello stesso momento, una cultura antitetica al fast food si insinuava subdola tra una differente categoria di americani (i ricchi, occorre dirlo? Si scrive WASP). In effetti, da Wolfgang Puck (Las Vegas NV, ma anche altri luoghi) e’ possibile gustare degli ottimi tagliolini pomodoro e basilico per soli 18 dollari:

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Comunque, il maiale per ingrassare di un chilo deve mangiare solo un chilo e mezzo di merda, le salsicce sono buone, la pancetta fritta anche di piu’, al fast food con un dollaro hai accesso al distributore di bibite gasate secondo la formula “All you can drink” e ‘fanculo alla Fiji e a tutte le acque oligominerali fighette da 4 dollari al litro.

Il potenziale calorico del cibo e’ inversamente proporzionale al potere d’acquisto del suo potenziale consumatore.

L’obeso Americano, in effetti e’ sempre meno Americano:

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Attraverso un processo di integrazione fatale dello stile di vita, i paesi limitrofi e culturalmente dipendenti dagli Stati Uniti stanno ingerendo un sacco di calorie sotto forma di salsicciotti e costolette in salsa barbecue, liberando nelle strade di Citta’ del Messico tanti omini della Michelin con Sombrero e Banjo, tanto da arrivare a sottolineare attraverso l’indice di massa corporea l’unica vera differenza che conti in America: il denaro.

 

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