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Malcolm Y

Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo

in humor by

Siete a casa di Camilla, si festeggia la conclusione del suo dottorato in antropologia e ha organizzato una bella rimpatriata coi vecchi amici. Ci sono tutti: c’è Mario, che è arrivato con un tasso alcolemico degno di un matrimonio siberiano; c’è Mimmo con la sua nuova compagna, una bambola gonfiabile dai lineamenti vagamente asiatici e un poco sovrappeso; c’è Carla, che è rientrata da poco dal Vietnam, dove è stata un anno a lavorare nelle risaie per “sperimentare la condizione delle contadine nel sud-est asiatico”. C’è pure il nuovo fidanzato di Camilla, un certo Francesco, investment manager col pallino dell’alta cucina, nonché ex concorrente dell’edizione 2014 di Magisterchef.

È un’uggiosa serata di fine aprile a San Giovanni in Persiceto, fuori piove e nella sala da pranzo un lungo tavolo in legno massello è apparecchiato in modo così elegante che manco a un matrimonio pugliese. Siccome non passate una serata tutti insieme da una vita, ognuno sente il bisogno di aggiornare gli altri su ciò che gli è capitato negli ultimi due anni. Mimmo racconta di aver frequentato un seminario di una settimana sugli alieni rettiliani nell’estate del 2015; Mario elenca i nomi delle 142 escort bielorusse con cui si è intrattenuto durante un lungo viaggio in Est Europa (per l’esattezza declama una lista che conserva gelosamente nel portafogli); Carla offre un resoconto dettagliato delle interminabili giornate sotto il sole cocente del Vietnam e della vita spartana nella fattoria: niente internet, niente acqua calda, nessuno che parlasse mezza parola di inglese. Mario sembra decisamente incuriosito. “Molto interessante, Carla. Ah, ti volevo chiedere”, dice ad alta voce interrompendola nel mezzo dell’appassionato monologo, “ma le vietnamesi li fanno i pompini? E se sì, ingoiano? Non saranno mica vegetariane, vero?”. L’intera tavolata ha un sussulto d’imbarazzo, tranne Mimmo, che si alza in piedi col bicchiere in mano e urla “Yeah! Mario is back! Yeah!”.

Soltanto l’arrivo dell’antipasto riesce a ristabilire un po’ di quiete. Francesco, l’investment manager col pallino dell’alta cucina, arriva tutto sorridente brandendo un vassoio. “Involtini di spigola su crema di rape!” esclama poggiandolo con ostentata soddisfazione al centro della tavola. Mimmo ti lancia immediatamente un’occhiata come a dire “oh oh oh comincia male l’amico Fritz”. Mario trova a fatica lo smartphone nella tasca della giacca e biascicando comincia a fingere una telefonata: “Pronto, parlo col laboratorio di chimica? Non è che per caso avete un microscopio da prestarmi? Sì, mi servirebbe immediatamente. Mi lasci spiegare: dovrei mangiare degli involtini di spigola su crema di rape ma sono così minuscoli che a occhio nudo proprio non riesco a veder…”. Purtroppo la scenetta di Mario è interrotta da una potentissima gomitata nel costato assestatagli da Carla. L’aspirante chef, già ripartito in direzione della cucina, non ha modo di assistere. Anche Mimmo si è perso la scena perché impegnato in un’accesa discussione con la sua fidanzata gonfiabile, a cui nel frattempo ha dato il nome di “Wanda”.

In qualche modo l’antipasto viene ingurgitato da tutti e Francesco passa all’attacco coi primi. “Risotto ai frutti di bosco con gamberi, ostriche selvatiche e foglie di basilico fresco!” esclama di nuovo piazzandoti di fronte la tua porzione. La osservi attentamente. Il piatto ha un diametro di circa un metro, ma il riso, elegantemente disposto a forma di prisma, è talmente poco che riesci persino a contare i chicchi: sono 47. Mimmo ti lancia un’altra occhiata, che questa volta dice “Malcolm, dài, è giunto il momento”. A un certo punto il Vissani della Bassa Padana dice qualcosa che fa vacillare il tuo desiderio di punizione: “La carbonara con la pancetta è un crimine contro l’umanità. La carbonara si fa col guanciale”. Sei d’accordo, molto d’accordo, ma non sarà questo a evitargli il meritato castigo, pensi. Mentre lui comincia a descrivere compiaciuto la sua meravigliosa esperienza televisiva a Magisterchef (è stato eliminato alla prima puntata, ma evita accuratamente di dirlo), senti che è davvero arrivato il momento di punire l’assoluta mancanza di rispetto per quelle porzioncine ridicole, anzi per tutte le porzioncine ridicole del mondo. Pensi che le loro riduzioni, quelle culinarie, quelle tanto care agli aspiranti chef, siano metafore di riduzioni più ampie e importanti, riduzioni di piacere, di gioia, di sincerità, di sano proletariato gastronomico. “Viva il proletariato gastronomico!” ripeti tra te e te, valutando il da farsi.

Un secondo più tardi ti ritrovi in piedi a urlarlo a pieni polmoni: “Viva il proletariato gastronomico!”. Tu, Malcolm Y, Ernesto Guevara della cucina italiana, afferri un lembo della bianchissima tovaglia e tiri con forza, con la forza della ragione e dell’esasperazione. Tiri. Va tutto in frantumi: piatti, bicchieri, bottiglie di vino vivamente consigliate da Gambero Grosso. Poi sbotti: “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo. Sì, gli aspiranti chef hanno proprio rotto il cazzo”. Allora ti metti a elencare.

Le porzioni di Pollicino presentate artisticamente su piatti estesi quanto l’intero Molise; la retorica bourgeois-bohémien dell’alta cucina, quello snobismo malamente mascherato nei confronti della cucina “povera” (cosa dite? Non siete snob? Ma se non siete snob, che cazzo di bisogno avete di modificare ricette perfette e semplici e uniche come la pasta e ceci?); le “cene” a casa vostra in cui esibite ai malcapitati ospiti tutte le nuove fantastiche tecniche apprese durante l’ultimo corso tenuto dallo chef stellato Franco Fracco; il fatto che al ritorno li costringete a fermarsi al primo McDrive e divorare in sei secondi netti un cheeseburger unto e bisunto; lo stupore quando qualcuno vi dice che no, non ce l’ha l’Arom2000, un apparecchio che costa 18mila euro e serve per DISTILLARE GLI AROMI; le vostre reazioni del cazzo tipo “scusa, ma allora come cucini”?; il desiderio (represso dalla nostra buona educazione) di rispondervi “con pentole e fornelli, coglione”; gli innumerevoli programmi televisivi per aspiranti chef; i programmi televisivi per BAMBINI aspiranti chef; gli chef stellati che sono trattati come se fossero grandi intellettuali.

Potresti continuare fino alla prossima edizione di Magisterchef ma ti manca il respiro. Ti guardi intorno: Camilla giace disperata sulla sedia con le mani a coprire la faccia, Francesco invece è in piedi di fronte a te, veste un grembiule nero e tiene un piatto di risotto tra le mani: una lacrima scende lentamente lungo la sua guancia destra. Mario si avvicina visibilmente eccitato e ti sussurra nell’orecchio “il piatto, Malcolm, il piatto…”. Sì, pensi, è così che deve finire. Strappi il piatto dalle mani dell’aspirante chef, che non ha energie fisiche né psicologiche per reagire, e glielo rovesci in testa, come nel più classico e scontato dei film comici. “Gli aspiranti chef hanno rotto il cazzo” ripeti tra te e te. Poi ti dirigi lentamente in cucina, prendi una forchetta e assaggi un po’ di risotto. Non è male.

La Grecia ha rotto il cazzo

in società by

Siete nel giardino di Camilla, si festeggia la sua ammissione al dottorato in antropologia culturale all’Università di Bologna e ha organizzato la solita tristissima grigliata vegetariana. È una serata di fine agosto, il clima è quello afoso tipico della Bassa Padana. Il cielo sopra San Giovanni in Persiceto è stellato. I discorsi pure sono quelli tipici di fine estate: le esotiche vacanze a Riccione di Mario, le turiste tedesche che non è riuscito a trapanare, l’ormai imminente rientro in ufficio, le vegane che non fanno i pompini. Ci sono tutti: c’è Carla, che è rientrata da poco dall’Australia, dov’è stata un anno a raccogliere pere williams in una fattoria sperduta nel nulla; c’è Mimmo, che è di nuovo single e ha cominciato a usare Tinder con la pacatezza emotiva di un incallito giocatore di videopoker; c’è Mario ubriaco lercio arrivato direttamente dal campionato mondiale di Beer Pong Cesenatico 2015.

È una bella rimpatriata e si beve Sangiovese e si mangiano peperoni grigliati. Carla racconta che in Australia ha fatto una gita sul monte Uluru, un luogo sacro degli aborigeni, ed esibisce fiera il suo pezzettino di roccia – sacra pure quella – da cui ha ricavato un piccolo portachiavi per l’auto. Quando lo vede, Camilla l’antropologa ha un calo di zuccheri e intona un antico canto aborigeno per purificare le anime dei presenti. Mario è incuriosito ma non dal portachiavi; chiede a Camilla se secondo lei le aborigene fanno i pompini. “Stantuffo o rifrullo?” domanda mimando platealmente le differenti tecniche. L’intera tavolata sorvola e si torna a parlare di altro.

A un certo punto succede che il tizio che frequenta Camilla, uno che di nome fa Enea e s’è appena laureato al DAMS con una tesi sull’estetica popolare dell’opera poetica di Pasolini, comincia a dire che il vero problema è il-senso-della-misura. Proprio così dice: “Non abbiamo imparato niente dalla cultura greca antica, non abbiamo il-senso-della-misura“. Mario lo guarda perplesso. “Ma non è vero! Guarda che Camilla ce l’ha il-senso-della misura! Daje, Cami’, raccontagli di quando stavi con quel giocatore di basket senegalese!” urla dando una leggera gomitata all’amica dottoranda. Segue qualche secondo di imbarazzato silenzio. Nel frattempo Mimmo ha beccato una milfona di Castelfranco Emilia su Tinder e ci tiene a mostrarla a tutta la comitiva.

Enea non si lascia scalfire dalla misura del giocatore di basket senegalese e riattacca il comizio. “Ma vogliamo parlare di quello che stanno facendo alla Grecia? Vogliamo parlarne? È una colonizzazione, ecco cos’è! Stanno distruggendo la culla della democrazia!” dice infervorato il critico letterario in erba. Tu hai un brivido nella schiena. “Il pippone sulla Grecia no, dài” pensi mentre la mamma di Camilla porta una torta sulla quale hai simpaticamente fatto scrivere col cioccolato “Camilla non la dà nemmeno brilla”.

Neppure la torta frena l’entusiasmo filoellenico di Enea. “E vogliamo parlare degli aeroporti? Ormai sono roba dei tedeschi. Le banche? Tedesche pure quelle. Tutto tedesco!” ripete rivolgendosi all’intera comitiva. Dopo si mette a raccontare le sue meravigliose vacanze a Mykonos. Dice che è stato il suo modo di contribuire alla ripresa economica greca ed è diventato amico di un pescatore che una domenica l’ha invitato a unirsi al battesimo della nipote e hanno mangiato moussakà e bevuto ouzo e ballato il sirtaki tutto il giorno. Ci mostra fiero le foto scattate sul display della sua Reflex, che ha tirato fuori per immortalare Camilla intenta a tagliare la torta con simpatica scritta di cioccolato.

Tu hai la nausea. Hai ascoltato la filippica del tizio senza dire mezza parola. Hai pensato “bravo Malcolm, stai migliorando”. Ma quando lui attacca a parlare del referendum greco non ce la fai più. Di fronte a te c’è un’ampia ciotola di plastica rigida piena di olive verdi del diametro di otto centimetri avanzate dall’aperitivo. Con uno scatto felino lo agguanti, ti alzi e glielo lanci sulla fronte con precisione degna di un giocatore di curling canadese. Per l’urto e lo spavento Enea si sbilancia e cade dalla sedia. Mario sale in piedi sul suo sgabello e comincia a ululare come un coyote delle Montagne Rocciose. Mimmo ti guarda e sghignazza come a dire “ci sei mancato, Malcolm”.

Enea è confuso, Carla e Camilla lo aiutano a rialzarsi. “Assaggia ‘ste olive, Enea, so’ greche” gli dici. “La Grecia ha rotto il cazzo” aggiungi allargando le braccia come a significare “amico, ti mancano le basi, non puoi mica metterti a parlare impunemente di certe cose in mia presenza”. Poi ti metti a elencare.

La patetica retorica filoellenica sui social network; la Grecia “culla della democrazia”; la giacca di pelle di Varoufakis; la moto di Varoufakis; le foto delle vacanze sull’isola greca a mangiare pesce fresco con tanto di hashtag tipo #Greece #Tsipras #OXI; quelli che citano Platone alla cazzo di cane; quelli che citano Socrate ma non sanno che stanno citando Platone che cita Socrate; Il mio grosso grasso matrimonio greco; Mykonos; il liceo classico; lo yogurt greco; quelli che hanno frantumato i coglioni col referendum per mesi senza capirci un cazzo di niente; quelli che OXI OXI OXI; il Pi greco; Grexit; le invettive contro i tedeschi colonialisti; Santorini; la bandiera greca come immagine del profilo Facebook; quelli che negli status scrivono frasi in greco; la feta; Creta; Eschilo, Sofocle ed Euripide; Alexis Tsipras; Syriza; il crowdfunding per estinguere il debito greco, perdio, il crowdfunding per estinguere il debito greco!

Riprendi fiato. Enea è stordito, non è abituato al confronto dal vivo, è abituato a twittare roba tipo #freeGreece #ThisIsACoup. Ci prova a ribattere qualcosa ma emette soltanto suoni gutturali. “Demoazia, Zipas, Paatone, Ghecia, refeeendum…” biascica mentre Camilla gli passa un fazzoletto sul viso. “La Grecia ha rotto il cazzo” dici ancora una volta guardando Mario. Lui sorride, ti viene vicino e ti dà una pacca sulla spalla per farti capire che hai fatto la cosa giusta. Poi, sobrio come un operaio russo alla fine di un pranzo di matrimonio, richiama l’attenzione di tutti e fa partire un coro da stadio: “Camiiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla! Camiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla…!” Ti risiedi soddisfatto, hai fatto il tuo dovere. Sul tavolo c’è un’oliva solitaria scampata al lancio di poco prima. La raccogli e la metti in bocca. “È greca” pensi.

I barman acrobatici hanno rotto il cazzo

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Siete nella macchina di Camilla, che ha proposto di passare il sabato sera in un locale di Rimini dove lavora un suo amico barman. C’è il meglio della comitiva. Manca soltanto Carla, che è sempre in Australia ma non più a raccogliere pere williams: ora fa la cameriera in un pub e sta con un buttafuori di nome Warren. Anche se ottobre sta declinando, fa un caldo che manco in pieno agosto. Mario soffre il mal d’auto. Prima di partire minaccia di fare uno shampoo alternativo alla Camilla, allora gli è consentito di sedersi davanti. Dietro, insieme a te, siedono Mimmo e Marika, la sua ormai non più ex, che di mestiere fa la parrucchiera a San Giovanni in Persiceto e ha una voce che farebbe invidia alla Sandra Milo dei tempi migliori. Mimmo è su di giri perché lei ha lasciato il pugile professionista per tornare da lui. Marika sa dire soltanto “madài”. Dice “madài” ogni tre parole. Però ha due tette che ci vorrebbe il porto d’armi.

La serata è partita bene. Ma all’altezza di Imola cominciano i problemi: Mario confessa pubblicamente di aver voglia di leccare la spalla destra di Camilla. Quest’ultima, conoscendo il personaggio, promette di chiamare i carabinieri. Lui puntualizza che, a quel punto, si troverebbe costretto a leccare la spalla destra pure ai carabinieri. A fatica riesci a riportare alla ragione entrambi. Nel frattempo, i due dietro si ravanano come castori vietnamiti.

All’altezza di Cesena, Mimmo scoppia a piangere. Marika gli chiede perché; lui risponde “lo sai, cazzo, lo sai”. Alla fine si scopre che nei primi mesi di fidanzamento la tettona ha partecipato ad un’ammucchiata dalle parti di Cesena. Pare che il video si possa scaricare gratuitamente su un sito. Chiedi quindi se puoi avere il link. Mario dice che te lo passa lui domani. Il tuo amico continua a singhiozzare mentre Marika tenta di sminuire la faccenda: non erano trentasei ma trentaquattro uomini. Soltanto così Mimmo si tranquillizza.

In qualche modo, verso mezzanotte, si arriva al locale. Sulla facciata campeggia un’insegna luminosa gigantesca: Passera Disco Bar. Hai il presentimento che non sarà la serata più bella della tua vita. Giusto un secondo prima di scendere, Mario vomita sul cruscotto. L’odore è quello inconfondibile del rum e pera. “No, cazzo, no! Sei un animale, ecco cosa sei: un a-ni-ma-le” urla Camilla. “Sì, sì, sì!” esulta Mimmo scuotendo le spalle del vomitatore. “Madài” prorompe invece Marika, che un istante dopo vomita a sua volta sui pantaloni del suo ormai non più ex ragazzo. Pensi che non devi lamentarti, potrebbe andarti peggio: potresti innamorarti di una vegetariana.

Dopo un’accurata pulizia di tappezzerie e vestiti, si entra al Passera Disco Bar. Una cubista seminuda festeggia il suo compleanno spegnendo le candeline su una torta; dài un’occhiata per curiosità: è maggiorenne da sette minuti. Mario, che si è decisamente ripreso, le si avvicina e comincia a ballare a una distanza di cinque millimetri. La tizia non gradisce e chiama la sicurezza. Un minuto più tardi, come di consueto, bisogna chiamare l’ambulanza. Più avanti arrivano buone notizie dall’ospedale: soltanto quarantatre giorni di prognosi.

Ad un certo punto, Camilla fa segno di raggiungerla al banco del bar. Vuole presentare a quel che resta della comitiva il suo amico barman. Dice di chiamarsi Gianfranco, Eddy per gli amici. Non capisci che cazzo c’entra Eddy con Gianfranco ma eviti di chiederlo. Il tizio è lampadato, indossa una t-shirt con collo a v molto ampio, è pieno di tatuaggi e ha la barba scolpita. Parla con un forte accento romagnolo e fa l’occhiolino a tutti gli esseri di sesso femminile che si avvicinano al banco. Hai voglia di bere qualcosa, gli chiedi un cocktail non troppo pesante. “Ci penso io, bellezza” dice lui ma senza occhiolino. Allora comincia ad agitarsi come un ossesso, a far saltare lo shaker da una mano all’altra, a muoversi a tempo di musica. Camilla lo guarda ammirata e fa gli occhi dolci. Lui continua finché non rovescia il liquido in un bicchiere, schizzandotene addosso la metà.

Guardi la faccia dell’acrobata: sorride come un coglione. È davvero insopportabile; mediti sul da farsi, non può passarla liscia. Improvvisamente hai un’idea: chiedi a Eddy se puoi fare un cocktail per lui. Risponde che non si potrebbe, poi getta uno sguardo alle cosce di Camilla e ti fa segno di passare dietro al banco. A quel punto tiri fuori dalla tasca della giacca una boccetta. L’etichetta dice “Cacalax”. Versi il contenuto nello shaker, aggiungi gin, acqua tonica, assenzio, centerbe, grappa e sciroppo di lampone.  Lo agiti per bene e passi il bicchiere a Gianfranco. Per fare il fico lo butta giù tutto d’un colpo. Un paio di minuti dopo ha assunto un colorito tendente al verde. “Ma cosa…cosa ci hai messo dentro???” chiede spaurito. “I barman acrobatici hanno rotto il cazzo” dici allargando come a significare “due ore per farmi un cazzo di cocktail e faceva pure schifo”. Allora ti metti ad elencare.

Le acrobazie da deficienti con lo shaker pure per fare un gin tonic; quelle magliettine del cazzo degne del migliore coatto di Ibiza; la piacioneria con tutti i clienti dotati di tette; la simpatia a tutti i costi; l’abbronzatura da solarium pure in pieno inverno; quel modo di muoversi che dovrebbe sembrare atletico; le moine delle donne che li guardano a bocca aperta; gli sguardi patetici che si scambiano quando davanti al bancone c’è una mezza gnocca; gli shaker; i cocktail inventati da loro a cui dànno nomi idioti tipo “Bonjour Princesse”; il fatto che devono preparare qualche cocktail  di merda pure quando non stanno lavorano e sono tra amici; il fatto che si sentano la vera attrazione del locale; il modo in cui canticchiano il pezzo dance che sta passando in quel momento; il fatto che per fare un White Russian impieghino mezz’ora; il fatto che citino James Bond (“agitato, non mescolato”) per far vedere che pure loro ci hanno una cultura.

Riprendi fiato mentre Camilla sta soccorrendo Eddy. Dice che deve correre in bagno ma si intuisce che ormai è tardi. Mimmo e Marika, che hanno smesso per un attimo di pomiciare, si avvicinano per capire cosa sta succedendo. Quando vede il barman accartocciato, Mimmo esulta, si scola una bottiglia di Martini e ti sussurra all’orecchio “Marika ti amo”. Marika stranamente dice “madài”. Ti senti bene, hai fatto la cosa giusta. “I barman acrobatici hanno rotto il cazzo” ripeti con umanitaria sicurezza. Poi prendi un altro shaker e ti prepari finalmente un cocktail come si deve.

I matrimoni hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Luca e Tania, che hanno riunito la compagnia per un annuncio importante. Ci sono tutti. Manca soltanto Carla, che è andata a raccogliere pere williams in Australia. La serata è afosa: ottobre s’è travestito da agosto e si sta a mezze maniche. Mario è stranamente sobrio ed è venuto con la sua nuova fiamma: una ragazza brasiliana di nome Paula. Lei è alta un metro e novanta, ha spalle da nuotatore, braccia da pugile, voce baritonale e lineamenti molto marcati. Chiedi come si sono conosciuti ma ricevi solo risposte vaghe. Lei racconta di quella volta che ha steso tre rapinatori in una banca. Non insisti. Mimmo invece se ne sta in disparte e giocherella con un affare di gomma. Ti avvicini per vedere di che si tratta. “È una vagina di caucciù, un antistress, l’ho chiamata Marika” dice lui palleggiandola da una mano all’altra. Camilla ha di nuovo cambiato fidanzato: Cedric, un giocatore di basket senegalese conosciuto durante il suo ultimo volontariato in Africa. Insomma, sono tutti in coppia tranne te.

La serata è allegra. Luca e Tania raccontano il loro ultimo viaggio in Thailandia e mostrano le quattromilanovecentotrentasei foto che hanno scattato. Mario siede in braccio a Paula sul divano; Mimmo si è chiuso in bagno da venti minuti con la sua Marika. Si parla della vostra generazione: del lavoro che non c’è, dei social network, dei cervelli in fuga e del porno amatoriale. Cedric confessa che sta avviando una start up. Vorresti insultarlo ma, essendo alto quaranta centimetri più di te, pensi che è meglio se ti fai i cazzi tuoi. Pensi inoltre che la tua non violenza è sempre stata una sana forma di realismo. Pensi a questo mentre Luca interviene e sposta la discussione sulla vita di coppia. Dice che in due è tutto più facile, che non si può mica restare ragazzini per sempre; infine accenna alla sindrome di Peter Pan e ti lancia un’occhiata di rimprovero. Fai finta di niente.

Poi arriva il momento dell’annuncio importante. Tania richiama l’attenzione schiarendosi la voce e parla. “Raga, io e Luca…be’, ecco, abbiamo deciso di fare il grande passo: ci sposiamo”. Un brivido ti percorre la schiena. “In fin dei conti, non siamo più ragazzini, e poi conviviamo da sei anni”. Vorresti dire che guarda caso sono sei anni esatti che Luca non viene più a giocare a calcetto il venerdì sera. Ma taci. Guardi lui per capire se è d’accordo, se ne hanno mai discusso prima. Sorride, annuisce. Hai un secondo brivido: lui è addirittura d’accordo. Camilla abbraccia Tania, le dice che è una cosa meravigliosa e che non vede l’ora di vederla con l’abito da sposa. “Ma quindi niente più puttan tour?Nooooo!” interviene Mario portandosi le mani sul volto per la disperazione. La futura sposa lo fulmina con lo sguardo. 

Si comincia a parlare delle bomboniere, del menù, dell’abito, del viaggio di nozze. “Ma quindi niente più puttan tour???” ti sussurra all’orecchio Mimmo, che prima era distratto dalla incredibile verosimiglianza della Marika di caucciù. Tania è esaltata, Luca la asseconda. Pare che vogliano fare le cose in grande: seicento invitati, bomboniere d’oro zecchino, viaggio di nozze alle Hawaii. Ad un certo punto, spunta la lista nozze; Camilla mette a disposizione la sua esperienza: l’anno scorso s’è sposata sua sorella e sa come funziona. Mario ricorda a tutti che ha molto apprezzato quel matrimonio, specialmente il momento in cui il prete non riusciva a capire chi fosse lo sposo e chi la sposa. Segue qualche minuto di imbarazzo, ma poi l’atmosfera torna gioiosa.

Dopo qualche minuto spunta pure una mega bomboniera: una carrozza d’argento in scala 1:1. “Questa è per gli amici, l’abbiamo scelta io e mia suocera!” dice con entusiasmo Tania. Tu sai che lei e sua suocera non si sono mai potute soffrire, che la mamma di Luca è una rompicoglioni di dimensione galattiche e che è sempre stata gelosissima; sai che Tania la chiama affettuosamente “vipera del cazzo”. Ma taci. Guardi la carrozza e pensi che dovrai affittare un box auto solo per quella. Nel frattempo Luca ti si avvicina e ti poggia una mano sulla spalla. “E Malcolm sarà il mio testimone” dice con voce fiera e commossa.

Hai le vertigini. Te lo immagini quel giorno, immagini l’addio al celibato, i soldi che spenderai per il regalo, la mamma di Luca che abbraccerà commossa Tania e le augurerà tanta felicità. Ti immagini la cerimonia, il pranzo, gli zii della sposa che chiedono un applauso e gridano “evviva gli sposi!”. Non puoi permetterlo, non deve accadere. Alzi lo sguardo per dare un’occhiata ai due futuri coniugi. All’improvviso tiri fuori dalla giacca una busta di carta. La apri e cominci a distribuire alcune polaroid. Camilla si porta le mani sulla bocca, Mario sgrana gli occhi e dice “Cazzo, Tania, ma tu non sei vegetariana?! Porca puttana, mi fai vacillare la teoria sui pompini”. Le foto arrivano nelle mani della coppietta; entrambi svengono. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “volete ancora che vi faccia da testimone?”. Allora ti metti ad elencare.

Gli addii al celibato e al nubilato con la loro ironia del cazzo sulla libertà che se ne va; le spese folli (guadagnate mille euro a testa, per quale cazzo di motivo dovete spendere seimila euro solo di bomboniere?); il pranzo nei ristoranti lussuosi all’insegna dell’abbuffata coi parenti che raccattano gli avanzi e ci vanno avanti tre mesi; i balli di gruppo, perdio, i balli di gruppo; i finti regali tipo i piselli di gomma e i grembiuli erotici; il fatto che costringete gli amici a spendere duecento euro per un frullatore che non userete mai, e dico mai, nella vita; la mega torta; le bomboniere d’oro e d’argento; il viaggio di nozze nei paesi tropicali; il filmino di nozze in bianco e nero con gli Oasis come colonna sonora; il book fotografico in qualche villa rinascimentale.

Potresti continuare ma ti manca il respiro. Luca e Tania si stanno lentamente riprendendo. Camilla gli sventola le polaroid sul viso per fare un po’ d’aria. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” ripeti col tono del filantropo. Sai di aver fatto la cosa giusta. Mario ti prende la mano destra e la alza in segno di vittoria, come si fa nel pugilato. Mimmo chiede alla vagina di caucciù se vuole sposarlo; lei non risponde. Sì, hai fatto la cosa giusta. Allora guardi un’ultima volta la coppia: hai salvato loro la vita e il portafogli. Infine saluti tutti, ti volti ed esci fischiettando la marcia nuziale.

Le startup hanno rotto il cazzo

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Siete nell’unico pub del paese, la comitiva si è riunita per salutare Carla, che ha deciso di fare un’esperienza esaltante: un anno a raccogliere pere williams in una fattoria australiana. Un’esperienza esaltante quanto pulire zoccoli di gnu in Zimbabwe, pensi da quando te ne ha parlato al telefono la prima volta. Ma non glielo dici, non ti va di fare polemica; sei stranamente sereno. È una bella serata di inizio ottobre, l’autunno ancora non dà segni di vita. La tavolata è allegra: Mario già ubriaco descrive accuratamente alla cameriera la base aliena poco fuori San Giovanni in Persiceto (assicura di esserci stato sabato scorso e di aver mangiato tagliatelle al sugo di lepre); Mimmo intrattiene una gnocca modenese di livello medio-alto parlando male della sua ex, una parrucchiera di Carpi che ora sta con un pugile professionista; Camilla è accompagnata dal suo nuovo fidanzato, un hipster pisano (occhialoni con montatura nera, t-shirt “Berlino è come il vino”, camicia sbottonata con maniche arrotolate e barba d’ordinanza).

Si beve birra scura mentre la Carla ammorba tutti coi suoi discorsi sulla straordinaria terra d’Australia. Dice che ci sono i canguri addirittura in strada e nei parchi. Provi a chiedere se usano il preservativo o praticano il coito interrotto ma vieni immediatamente fulminato da un’occhiataccia della Camilla. Nel frattempo Mario si è alzato in piedi  e ha proposto un brindisi a piena voce. “Alle vegetariane, che non fanno i pompini ma adorano le zucchine!Ahahahahaha”. Pensi che se non esistesse bisognerebbe inventarlo.

La serata procede quasi liscia. Alle dieci e dieci Mario fa lo sgambetto alla cameriera. Così, per puro divertimento. Lei cade e rovescia quattordici pinte di birra addosso a un motociclista pelato alto due metri e quindici. Alle dieci e undici minuti il motociclista chiede spiegazioni a Mario, che gli risponde con una sonora pernacchia, il gesto dell’ombrello e alcune considerazioni scientifiche sulle dimensioni del suo (del motociclista) pisello. Poco più tardi un’ambulanza a sirene spiegate trasporta il nostro amico nel più vicino pronto soccorso. Carla è un tantino infastidita perché ha dovuto interrompere un discorso sul fatto che in Australia il lavoro c’è. Poco dopo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto trentasette giorni di prognosi.

Ad un certo punto, mentre Carla è in bagno e non si parla di continenti lontani, Camilla ti presenta il suo nuovo fidanzato. Dice di chiamarsi Lennon. “Di nome o di cognome?” chiedi perplesso. “Di nome, di nome. Sai, mia mamma è una grande fan dei Beatles” precisa lui un po’ piccato. Vorresti chiedergli perché non Ringo, che ti pare decisamente più appropriato, ma ti astieni. Lui percepisce la tua esitazione e ne approfitta per domandarti del tuo lavoro. Spieghi che, pur avendo una laurea in Scienze della comunicazione (110 e lode, ci tieni a sottolineare), sei stato recentemente assunto dallo zio in macelleria. L’hipster pisano ti guarda stralunato pensando che stia scherzando. Quando capisce che parli sul serio sogghigna. Allora viene il tuo turno: anche se non te ne frega un cazzo, devi chiedergli cosa fa lui nella vita. Lo fai. “Ecco, io sto lanciando una startup. In pratica abbiamo realizzato un’app per geolocalizzare le cacche di cane, così è sufficiente inserire il tragitto che devi fare per evitare di calpestarle! Si chiama Urban Shit ” risponde orgoglioso come se avesse scoperto il vaccino per l’ebola.

Il tipo va avanti diversi minuti. Tu ascolti in silenzio a testa bassa. Poi alzi lo sguardo, abbandoni il marrone foca del tavolo, quella scritta “Viva la fregna, abbasso le donne” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare la faccia dello startupper col nome da deficiente. Sorride. Crede di aver inventato una cosa utile; crede di poter aiutare il progresso dell’umanità. Non puoi sopportarlo ma mantieni la calma; continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Quindi parli. Chiedi se l’app è già in commercio. Risponde di no. Chiedi se è lui che l’ha progettata. Risponde di sì: è tutto nel MacBook che ha nella borsa tracolla. “Bene! Perché non mi fai vedere come funziona??” chiedi ancora fingendo spudoratamente interesse. “Certo!” dice lui entusiasta tirando fuori il computer.

Lo accende e comincia a mostrartela. Tu fingi di essere interessato, ti guardi intorno con fare losco; lui è così preso dalla spiegazione che non si accorge minimamente che hai stranamente afferrato ben due boccali di birra. All’improvviso, mentre sta descrivendo il grande valore sociale della sua startup, veloce come un giaguaro, rovesci entrambi i boccali sul prezioso apparecchio, che si spegne di colpo. Qualcuno emette un “oooh” di meraviglia. L’hipster invece emette un gridolino di terrore, poi ha una crisi isterica, va in shock anafilattico, infine si accascia al suolo. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “dài, un minimo d’intelligenza, ma guardami in faccia, ti sembro il tipo a cui puoi parlare impunemente di startup?” Allora ti metti ad elencare.

L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo; il linguaggio infarcito di termini in inglese; quel principio idiota secondo cui due teste sono una startup (no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni); il fatto che non manchino di glorificare Berlino, paradiso terrestre delle cazzate trasformate in impresa; il fatto che una startup sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente; quella spocchia tipica dello startupper per cui se non capisci quello che vuole fare concretamente è colpa tua, mica dell’idea di merda che ha avuto e di cui non si capisce un benemerito; la retorica fighetta e esterofila; l’hipsterismo; gli spazi di coworking; gli incubatori di idee; la ricerca spasmodica dell’innovazione che porta sovrabbondanza di puttanate; le app; i gggiovani imprenditori milanesi; i corsi per gli aspiranti startupper.

Riprendi fiato mentre Carla aiuta Lennon a rialzarsi. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici ancora con il piacere della liberazione. Mimmo viene verso di te e t’abbraccia forte. “Ti amo, Marika” ti sussurra in un orecchio. Allora guardi un’ultima volta l’hipster pisano che farfuglia parole in inglese: innovation, know-how, business plan. Infine ti volti, esci dal pub e dopo pochi metri schivi tempestivamente una robusta cacca di cane.

Niente selfie con Diprè

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All’arrivo di Andrea Diprè si percepisce una tensione quasi elettrica. Apprendo così che, tra le decine di Award della Festa della Rete riminese, ne è stato previsto uno da destinare al “cattivo più temibile della Rete” ( indovinate un po’ chi se lo è portato a casa). OK, viviamo immersi in un brodo di ossimori in grado di corrodere e corrompere anche i concetti più elementari, ma vi sembra logico premiare qualcuno per la sua cattiveria? Sarebbe un po’ come se alle elementari venisse dato un biscotto in più al bambino che ha mostrato il pisello alla suora, dai. Tra l’altro, secondo il dizionario che sto consultando, la parola “cattivo” viene da “captivus diaboli”, “prigioniero del diavolo”. Un modo di vedere cattolicamente rassicurante, visto che chi commette un’azione malvagia non lo fa per sua scelta, ma teleguidato dal demonio in persona. Cosa che non vale, a mio avviso, per Diprè.

Tutti sappiamo che cosa fa quest’uomo nella vita: il suo lavoro è trasformare in intrattenimento la abietta miseria di soggetti talmente svantaggiati da non riuscire a rendersi conto dello sfruttamento di cui sono oggetto. Lo so, lo so. Ci sarà sicuramente qualche furbacchione ora a farmi notare come in effetti Dipré rappresenti per le sue vittime la sola opportunità di coronare la propria infantile urgenza di affermazione. In questa prospettiva, il ludibrio cui le vittime di Diprè sottopongono (volontariamente?) i propri corpi altro non sarebbe che il giusto contrappasso della corruzione provocata dall’incantesimo della celebrità, effimera, superficiale, e conseguita a costo di un orrendo mercimonio di anime. Sostenere una tesi di questo tipo, a mio avviso, è come dire che una donna sotto Roipnol non può opporsi al sesso e pertanto praticarlo con lei non è stupro.

Ma torniamo al trionfale ingresso del Diprè nel teatro E. Novelli di Rimini: protetto dalle sue guardie del corpo, viene assalito da decine di persone che sgomitano per assicurarsi il discutibile privilegio di una “selfie” che li immortali in compagnia della sua faccia bollita e compiaciuta. Ricordiamo che il pubblico lì convenuto non è costituito da una banda di zoticoni analfabeti, ma di un gruppo di persone mediamente giovani, intelligenti e colte. Il fatto è che ultimamente l’intelligenza pare poca cosa quando non è accompagnata da una buona dose di ironia. Se poi si è (si diventa, o anche si finge di essere) cinici è anche meglio, dato che così si può ironizzare su ogni cosa: scherzare su Cogne equivale a rivalutare gli 883.

Dunque perfino persone istruite e consapevoli subiscono il fascino perverso del miserabile incantatore di serpenti di nome Andrea Diprè. In questo momento, la sua pagina Facebook mostra poco meno di 305.000 “like”, mentre il primo dei video nella sua bacheca di YouTube è stato visto oltre 600.000 volte. Sarebbe interessante avere un’analisi demografica dei fan digitali di Andrea Diprè. Tra di loro vi saranno, ovvio, obnubilati e confusi, che provano autentica simpatia per lui e lo ammirano perché “ce l’ha fatta”, “ha sfondato”; in fondo, trasformarsi da anonimo baciapile trentino a satana di poliestere non è cosa da tutti. Ma anche moltissime persone consapevoli ed istruite, il cui “apprezzamento” per questa forma di sfrontato parassitismo dovrebbe essere interpretata in modo “ironico”, “goliardico”. Come noto, però, un computer lavora su input binari, e una cultura digitalizzata è assai poco sensibile alle sfumature: il “like” dell’hipster nichilista vale quanto quello del troglodita alla tastiera. E, like dopo like, convidisione dopo condivisione, l’erbaccia diventa una pianta velenosa.

In contesto del tutto diverso, pensiamo al collega Malcolm Y: è un troll o un autentico reazionario? Non lo so, quell’uomo è un mistero anche per me, dannazione. Eppure le persone che lo ritengono un provocatore lo amano in quanto tale, mentre altre lo idolatrano perché scrive (e bene) quello che vorrebbero saper scrivere loro. La Rete ha creato anche questo paradosso: chi pensa una cosa e chi è convinto dell’esatto contrario sono accomunate entrambe dal gradimento dello stesso pezzo. Nel frattempo, i più deboli, intellettualmente e culturalmente, fanno quello che riesce loro meglio: odiano. Forse odiano Malcolm perché odiano l’inadeguatezza della propria vita.

La cura migliore per gente come Diprè è privarla di pubblico, ammirato, scandalizzato o neutralmente settorio che sia. Dal mio punto di vista, ogni forma di attenzione, reale o digitale, per una persona che sfrutta i deboli di mente è da evitare. E non lo dico solo perché io aborro le imprese di Dipré – ho già i miei demoni contro cui lottare e alle mie colpe non vorrei aggiungere anche quella di aver contribuito a portare su un palco un uomo che vive del dolore degli altri. Ma perché la Rete diventi un posto più pulito.

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