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La lupara espressa: come muore ammazzata una carriera politica

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Premessa: Attendiamo con ansia ulteriori chiarimenti su come un giornalista dell’Espresso possa avere avuto accesso ad un’intercettazione la cui esistenza è stata già smentita dalla procura di Catania. Ma assumiamo pure che la telefonata sia vera, e che i solerti amici dell’Espresso abbiano agito in specchiata buonafede. La vicenda di Crocetta offre altri due spunti su cui restare sgomenti.

Il primo è la ridicola, pietosa, plateale, mancanza di polso del Presidente della Regione. Funziona così: un tuo amico potente (adesso in carcere) ti telefona e si fa scappare nello sproloquio un commento davvero pesante, ben oltre lo sconveniente, su una tua collaboratrice. Eviti di affrontarlo, di addentrarti nella questione di quella battuta infelice, non giri intorno alla frase e alla sua immondizia. Poi, i solerti amici dell’Espresso fanno scoppiare la notizia. Che fare? Prendi il Manuale, e lo applichi: butti le mani avanti, non hai mai sentito nulla del genere, poi ti autosospendi borbottando qualcosa di patetico sulla dignità del popolo eccetera eccetera. Specchiato, pulito, rapido. C’è una nota formula in voga tra quegli editoriliasti di destra che resistono ancora fieri alla mostrificazione della loro area politica, e finisce di solito con “alla fine trovi sempre uno più puro che ti epura”. Raro è stato un esempio tanto didattico quanto il caso Crocetta. Sorprende tuttavia l’impietosa realizzazione delle gufate di cui sopra: credevamo che di circo si sarebbe sempre trattato, e invece no, ecco immediata l’autosospensione. Ah, il manuale.

Il famigerato Senso Delle Isitutuzioni ha accolto l’eresia populista, che per anni non si era capito se fosse o meno utile strumento di controllo dell’elettore sul comportamento dell’eletto, se in qualche modo aiutasse a rodare il ricambio della classe dirigente. Ogni partito demanda alla sua (bassa) manovalanza giornalistica il compito di controllo; e quando questa colpisce, ecco il ritorno in pompa magna del meccanismo ben oliato dell’Autodafé, dove il politico accusato provvede da sé alla sua rottamazione, che è tanto più dignitosa quanto più è pulita, netta e lascia da parte la certezza del diritto. Si usa il Manuale, insomma.

Però ci sorge una domanda, allora: se è così facile mettere in ginocchio il Governatore, basta l’accusa di una frase ascoltata, roba spicciola, che si costruisce in un attimo, che affidabilità ha la tenuta dell’uomo e della sua (complicatissima) istituzione? C’è da fidarsi di un polso così debole, possiamo star tranquilli con una guida tanto fragile?

Ma forse di teatro si tratta, per cui procediamo verso il secondo atto. Al secondo punto, cioè.

Evitiamo considerazioni generali, difficili da gestire, e facciamo subito due nomi: Falcone e Borsellino. E siccome ovvio e banale sono due idee ben distinte, mettiamo in chiaro il nostro assoluto, imprescindibile rispetto per chi ha saputo di correre il rischio di finire ammazzato con coraggio per svolgere il proprio mestiere, e ammazzato ci è finito davvero assieme a moglie e collaboratori.

Concedeteci però una nota storica dolente. La Sicilia è un pezzo d’Italia tremendamente arretrato sul piano economico e culturale, e tra chi scrive c’è un siciliano. Nonostante tutto, decenni di politiche assistenzialiste hanno generato una simil-borghesia che si preoccupa della propria posizione nel contesto italiano. A costoro non si possono vendere solo granite alla mandorla e Tomasi di Lampedusa; bisogna trovare una ragione squisitamente contemporanea di orgoglio e sciovinismo che giustifichi la pretesa di ulteriori risorse. A partire dagli anni novanta l’antimafia è stata una ghiotta occasione per vendere a un gruppo ristretto di siciliani un immagine migliore del loro essere realmente. Se capita in sorte di crescere in Sicilia, in una famiglia dove si legge e si scrive, non è possibile evitare le tappe obbligate di un orgoglio siciliano di cartapesta, una civiltà brillante di facciata in cui arriva inevitabile il bombardamento dell’immagine di questi due magistrati. Due magistrati che, simbolicamente, altro non sono che una via di fuga da una realtà psicologicamente inaccettabile per una borghesia che si dice europea, la cui fiamma serve a tenere lontano lo spettro di una diversità profonda, mentre i tasci, gli zalli, gli zaurdi, gli sventurati insomma che fanno i conti con un’estrazione sociale più bassa vivono la loro propria, distante realtà, e intanto gli altri mostri, che infestano i centri storici, giocano a fare i mafiosi mentre recitano a memoria scene de Il Capo Dei Capi o di Gomorra.

È così che Crocetta salta, con lo spauracchio purificatore di Falcone e Borsellino, depurati di ogni profondità e ridotti a redentori di una sicilianità che rimane torbida al di là della narrazione che ci si è costruita sopra. Non bastano il populismo, l’incapacità politica, la malafede della stampa manovrata dal PD a spiegare la complessità della vicenda. Perché è in quella chirurgica frase contro Borsellino, studiata nel dettaglio, con precisione millimetrica, che l’Espresso ha realizzato il suo capolavoro di esecuzione. Crocetta parla di rispetto verso la dignità del popolo siciliano e ha ragione tranne che in una cosa. Parla a quel popolo che della mafia prova ovvove dall’alto delle proprie posizioni di rendita, piccole o grandi che siano, ma comunque solide abbastanza da assicurare l’illusione di vivere in una fetta di paese civilizzato.

La morale della mafia spiegata alla gggente

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Affermando che la mafia un tempo aveva la sua morale, Grillo dice una delle solite sciocchezze? La risposta non è banale come sembrerebbe, anche se non c’è bisogno di scomodare complessi relativismi per spiegare che ogni morale è tale per sé stessa. La mafia di un tempo, quella cui allude Grillo, “ancora non corrotta dal denaro e dalla finanza”, era morale per chi e in cosa? Lo dovrà spiegare Grillo a chi avrà voglia di parlarci, ammesso che ci riesca.
Una cosa però è certa, le organizzazioni criminali di quello stampo sono molto cambiate. Nel senso in cui dice Grillo, per cui sono diventate delle multinazionali con straordinario potere economico, infestando le istituzioni degli stati nazionali a livelli sempre più alti, ma anche in altro. Ad esempio le mafie, per dire delle camorre, della ‘ndrangheta o di qualsiasi altra organizzazione assimilabile, si sono molto involgarite, semplificate e abbrutite. Non perché mutando pelle abbiano cambiato anima, ma perché evolvendo – nei termini in cui suggerisce il leader del M5S – hanno anche completamente mutato costumi. E i costumi hanno sempre qualcosa a che vedere con la moralità percepita.

Le mafie hanno abbandonato i loro riti iniziatici e mistificato le loro gerarchie regredendo a dinamiche ancestrali. Anche la loro rappresentazione letteraria e cinematografica negli anni è mutata in modo radicale, tanto che fin dalla retorica più affettata sono scomparsi i termini della famiglia, della fede e dell’onore. Tutti feticci insulsi, adoperati per vestire di una qualche forma di “morale” la cupidigia e la sete di potere, sangue e denaro, certo. Ma oggi di quella veste non vi è più alcuna traccia. E se la mafia non si presenta in abito di sartoria, allora appare in un ghigno feroce che riconosce neanche la tribù come contesto naturale, ma soltanto il branco.

Oggi non sarebbe possibile rappresentare con effetto verosimile e credibile la storia di una ipotetica famiglia Corleone negli stessi tratti che adoperò Mario Puzo. Cerimonie, salamelecchi e penombre non disegnano più la scenografia di un padrino regnante. Oggi lo troviamo raffigurato – e lo troviamo credibile – tra i fusti di scorie radioattive e le discariche abusive. Non in un night sfavillante ma in una tetra sala da videopoker.
Ha forse qualcosa in comune Michael Corleone con l’erede Savastano di Gomorra? E Ciro Di Marzio, nonostante sia stato rappresentato con pure troppa compiacenza, ha qualcosa dell’abnegazione di quell’Alfredo Canale che riceve in carcere il bacio della morte dal Professore della Nuova Camorra Organizzata?

Si potrebbe dire che i toni pubblici della delinquenza “strutturata” si siano abbassati in ragione di un corposo arretramento inflittogli dalla lotta che con più determinazione gli muove lo Stato. E può essere anche vero, ma quel che più conta è che le mafie oggi non ostentano e non fanno mostra di alcuna ipotetica moralità, sia pur logicamente ipocrita e autoreferenziale. E da questo punto di vista – a proposito delle rappresentazioni artistiche – andrebbero rilevate pure le polemiche che speciosamente fioriscono sul rischio emulazione: perché non vi è dubbio che gli eroi della serie di Gomorra non possono competere con il Padrino o con il Camorrista neanche nell’immaginario del più abbrutito e suscettibile degli amorali.

Insomma, nonostante si tratti di fenomeni altrettanto spietati, ci vengono proposti modelli più semplici, destruttrati e mediaticamente più innocui. E che la mafia abbia disperso le sue liturgie, dimenticato la sua bibbia e trascurato la sua morale non è una cattiva notizia. Perché – nonostante ancora fortissima – così è più debole.
E’ chiaro però – tornando a Grillo – che con una chiave di lettura del genere non ci puoi imbastire un comizio.

Forti con i deboli, deboli con i forti

in politica by

Vediamo se ho capito: qua c’è un partito politico che con una mano vuole ridurre le pene per il concorso esterno in associazione mafiosa, e con l’altra vuole introdurre il carcere per chi disturba le manifestazioni politiche in piazza.
Com’è che si dice? Forti con i deboli, deboli con i forti.
Vedete di ricordarvelo, la prossima volta che questa gente si riempirà la bocca con la parola “popolo”.

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