un blog canaglia

Tag archive

M5S

Come finire in un pantano senza accorgersene

in politica by

La Costituzione da quando è in vigore, in singole parti, è stata modificata almeno 30 volte.

Quando devi vararne una nuova o modificarla ampiamente, lo puoi fare solo a maggioranza allargata, altrimenti, se lo fai da solo, ti suicidi.

Per tale motivo la riforma Boschi passò in Parlamento con la maggioranza dei 2/3.

Ci si arrivò dall’assunto che bisognava cercare una maggioranza ampia. I grillini si sfilarono subito. Silvio, dato per morto dall’esito delle politiche 2013, fiutò l’occasione per restare a galla e diede la sua disponibilità. E Patto del Nazareno fu.

Poi però quel vecchio lupo del Berlusca, per bruciarlo politicamente, come aveva fatto con D’Alema in occasione della Bicamerale, si tirò indietro lasciando il cerino in mano a Renzi. Grillo lo sapeva e non aspettava altro.

A quel punto Renzi o lasciava perdere (ma poteva mai farlo con il timbro efficientista che aveva dato a se stesso ed al suo governo?) o portava avanti la riforma attraverso il referendum, che doveva essere l’unico modo per farla passare, sigillandola con un potenziale ampio consenso elettorale.

Si potrebbe obiettare:
1) Renzi ha sbagliato a chiedere referendum. Ma il referendum sarebbe stato chiesto lo stesso dalle opposizioni o da 5 Consigli regionali.
2) Renzi ha sbagliato a personalizzare. Sicuramente si, ma poteva fare diversamente quando aveva ricevuto come obiettivo principale del suo mandato Fare le riforme?

Da capo del Governo, che rappresenta tutto il paese e non una parte soltanto, doveva starsene in disparte. Infatti all’inizio aveva dato incarico alla Boschi che però non si è dimostrata all’altezza del compito di promuoverla e portarla avanti. Renzi, di conseguenza, costretto dalle cose a personalizzare, si è trovato in acque agitate, anche perchè la sua politica economica di stampo blairiano da Terza via anni novanta, giusta o sbagliata ognuno la pensi come vuole, non ha migliorato le condizioni peggioranti di larga fascia della popolazione che, insoddisfatta, di fronte ad una sua narrazione iperottimistica da Milano da bere anni ottanta, è andata a votare e l’ha bocciato.

Come si è arrivati a tutto ciò? Facciamo un passo indietro. Elezioni 2013. Non vince nessuno, entrano in crisi, richiamano Napolitano, il quale dice “ragazzi qua siamo nella cacca quindi dobbiamo fare le riforme”. A quel punto non andando subito di nuovo al voto, i governi (Letta/Renzi) scelti dal rieletto presidente della Repubblica, hanno come obiettivo principale le riforme.

Ma che tipo di riforme? L’errore è stato questo, cioè porre un’ampia riforma della carta costituzionale al centro dell’azione di governo (una roba troppo generica e rischiosa visti i precedenti, perchè se non si sono mai fatte prima un motivo ci sarà ed è la forte contrapposizione politica).

L’errore di Renzi è stato accettare l’incarico da Napolitano. Renzi,divenuto padrone del Pd dopo la disfatta di Bersani, aveva dalla sua l’euforia della novità che porta con sé sempre un certo fascino nell’elettorato. Vinceva le Europee e si sarebbe presentato a nuove elezioni senza il carico impopolare che stare al governo comporta. Molti elettori indecisi che nel 2013 avevano votato Grillo, avrebbero votato per lui. Ma ha pagato i punti deboli degli ambiziosi: l’impazienza e la spavalderia.

L’errore di Napolitano è stato pensare di uscire dall’impasse del risultato elettorale del 2013 attraverso un troppo ampio quanto vago disegno di riforma costituzionale, quando bastava più semplicemente fare una legge elettorale decente. Poteva dare l’incarico ad una personalità superpartes con scopi brevi di ordinaria amministrazione e di riforma della legge elettorale, con un governo che per forze di cose sarebbe stato sostenuto da tutti o quasi i gruppi parlamentari. Incaricando un politico ha innescato la politicizzazione delle riforme e chi non ci è entrato infatti ha potuto gridare al “ladri ladri ladri… non avete vinto elezioni etc etc” criticizzando il contesto ancora di più.

Il Napolitano rieletto ha fatto questa mossa spinto dalla paura di consegnare il paese ai 5 Stelle. Ma da organo di garanzia e terzietà, facendo quindi una mossa da molti percepita  come ‘di parte’ e quindi facilmente strumentalizzabile, ha finito con il caricare la faccenda di una forzatura eccessiva, sporcando un intento pacificatore e stabilizzante, innescando effetti opposti e ulteriormente divisivi.

Ma l’errore principale è stato richiamare Napolitano. La proposta a rieleggerlo è nata all’interno di una rilevante parte di quel mix di mondo liberale nostrano ed ex picisti, che possono essere dei buoni tattici da salotto ma a strategia stanno a zero, capendo da sempre molto poco le dinamiche politiche e sociali della realtà italiana. La rielezione comportava di per sè il mettere sul piatto qualcosa in più per giustificarla, un plus emergenziale e drammatico sproporzionato però a ciò che poi effettivamente poteva essere concretamente realizzato e che bolliva in pentola.

Un più prudente Presidente della Repubblica, magari non condizionato dal carico emergenziale di una rielezione mai avvenuta nei settant’anni di una Repubblica che ha conosciuto momenti molto ma molto più drammatici, avrebbe detto: “Cari parlamentari, siete dei caproni, quindi fate una riforma elettorale decente entro un anno e poi rivotiamo. Inutile fare un ampia riforma costituzionale perché non ne siete capaci né ci sono le condizioni politiche e culturali, e perché se vi concedo questo mandato combinerete un bordello”.

Ed infatti bordello è.

Soundtrack:‘Brothers in arms’, Dire Straits

Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

in giornalismo/politica by

Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

M5S: se il problema non sono gli avvisi di garanzia

in politica by

Gli avvisi di garanzia hanno iniziato a bussare anche alla porta immacolata del M5S. Non è certo una bella notizia, ma forse più l’opportunità per il MoVimento di testare sulla propria pelleun po’ del valore del garantismo, che puntella quello stato di diritto dileggiato quotidianamente dalla barbarie del loro giustizialismo sbraitato. Pizzarotti è l’ultimo della lista degli amministratori pentastellati indagati, proprio stamattina, Nogarin qualche giorno fa.

Il problema, qui, non sono però gli avvisi di garanzia. Dopotutto, si tratta dell’inizio di un procedimento penale, aspettiamo che faccia il suo corso prima di gridare allo scandalo: nella selva di regole e regolette, rischiare di inciampare per un amministratore pubblico – anche nella più completa buonafede – è un rischio con cui scendere ai patti nel momento stesso della propria candidatura. Il problema qui sono le condotte rivendicate dai 5 stelle, a prescindere dal reato eventualmente contestato.

Prendiamo il caso Nogarin ad esempio. C’è un avviso di garanzia per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per l’avvio del concordato preventivo di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti livornese. Voci giornalistiche insistono su altre ipotesi di reato, ma concentriamoci su questa: qual è la questione? Nogarin ha stabilizzato 33 precari dell’azienda quando già stato dato mandato al Cda di presentare la richiesta di concordato preventivo. Con una mano si dichiara che l’azienda è alla frutta, e con quell’altra si stabilizzano i contratti di trentatré dipendenti, con gli oneri che questo comporta. Ora, qui nessuno si augura naturalmente il licenziamento di nessuno. Ma a fronte di questi lavoratori stabilizzati, altri vedranno tremare il proprio posto di lavoro a causa dei crediti non incassati verso l’Aamps che fallisce, e che magari farà fallire a loro volta le aziende fornitrici. Con un atto del genere il sindaco sostiene, di fondo, che il posto di lavoro dei dipendenti della municipalizzata, partecipata al 100% dal Comune di Livorno, ha più valore di un qualsiasi altro posto di lavoro di un’azienda sul mercato. Ma la retorica della stabilizzazione del precario fa molta presa, naturalmente, e quindi Nogarin rivendica fieramente questa posizione:

A ben vedere, però, non è andata proprio così, se è concesso un parallelo fuori dalla stretta semantica giuridica: in un certo senso, rubare si è rubato, decidendo di spendere male i soldi del comune – e quindi dei cittadini; in un certo senso frodare si è frodato, nei confronti di quei creditori che non vedranno più i loro soldi, con le annesse conseguenze; in un certo senso corrompere si è corrotto, perché si sono sostanzialmente usati denari pubblici per acquistare voti.

Tutta questa vicenda è penalmente rilevante? Chissenefrega. Non è questo il punto. Anzi: speriamo di no, speriamo che non lo sia – renderebbe solo un fatto, già grave di per sé, doppiamente grave. Il punto è la costante rivendicazione politica da parte del M5S di scelte sbagliate, dannose, deprecabili, imprudenti e irrispettose, solo perché bellegiuste. Alla fine, si stabilizzano 33 lavoratori e ci si fa un bel titolo e un po’ di voti. Delle conseguenze se ne occuperà qualcun altro. E non parlo della magistratura.

Perché Virginia Raggi è il candidato più inadatto a governare Roma

in politica by

Affermare che Roma è una città alle corde non è certo dare una notizia. Parliamo di una capitale sostanzialmente fallita, che non lo è tecnicamente solo perché, naturalmente, too big to. Ma questa è cronaca quotidiana, fatta di servizi che non esistono o non funzionano, sporca, inefficiente, corrotta e degradata, a tratti addirittura brutta, la città più bella del mondo, affaticata dal peso di stratificazioni di potentati locali e nazionali, cioè sostanzialmente dal suo rinnovato ruolo di capitale di un ennesimo impero decaduto.

La prima reale notizia allora, in questo quadro, è l’imbarazzante livello della competizione elettorale, che tutto sembra riguardare tranne i programmi delle candidature e le scelte associate. La notizia nella notizia, però, è che in pole position, secondo tutti gli analisti sondaggi alla mano, si trova Virginia Raggi, candidato del Movimento 5 Stelle, e decisamente il più inadatto tra quelli papabili. Si tratterà certamente di una cara e specchiata persona, e stendiamo subito un velo pietoso sulla miseria degli attacchi che la vorrebbero vicina a Berlusconi e Previti. Temo che non basti, però.

Il problema con la Raggi si pone su ben altri livelli. Prima di tutto, la Raggi e i 5 stelle non hanno nessuna esperienza di governo. Zero. Si può guardare a questo fatto ostentando fierezza e imbastendosi di un po’ di retorica della novità, ma la verità è che l’inesperienza – in una macchina complessa e ingolfata come quella romana – è solo un problema. Nel tempo in cui Raggi e compagnia si renderanno conto non solo di come funzionano gli ingranaggi, ma di dove e quando intervenire, con quali modalità e con che sensibilità per essere incisivi, le burocrazie e i potentati che si mangiano la città avranno campo libero per consolidare le proprie posizioni di rendita e potere. Roma non è neanche lontanamente nella condizione di potersi permettere di aspettare turni fermi a imparare le regole del gioco.

In seconda battuta, la Raggi è di gran lunga il candidato meno coraggioso tra quelli a disposizione; o meglio, quello da cui ci si possono aspettare scelte meno coraggiose. La retorica grillina, di cui ho già avuto modo di scrivere, riduce tutto a un bianco e nero che si sostanzia in una dicotomia tra bene e male. Naturalmente, i grillini scelgono il primo, che tradotto significa nove volte su dieci non scontentare nessuna minoranza cavalcando un po’ di argomenti populisti. Ma Roma è una città che per essere cambiata ha bisogno di scontentare molti, moltissimi, e certo non mi aspetto che la Raggi si metterà contro corporazioni locali come i tassisti, gli ambulanti, o le orde di dipendenti pubblici che banchettano al tavolo dell’inefficienza della capitale. Il grillismo è alfiere del “servizio pubblico”, che tradotto significa municipalizzate con management inadeguato e amico degli amici, e dipendenti che sono di fatto beneficiari dell’assistenzialismo di stato. Da chi fa dell’acqua pubblica una bandiera, da chi auspica un aumento dell’estensione della mano pubblica locale, cosa possiamo aspettarci quando ci sarà da mettere mano all’insostenibilità di ATAC e dei suoi dodicimila dipendenti, all’inefficienza di AMA nella gestione dei rifiuti, o della giungla di concessionarie pubbliche che gestiscono appalti e appaltini? Certo, sulla carta c’è il municipio benefattore che si prodiga per i propri concittadini, ma nella realtà c’è Roma e le sue rendite. Ci sarà da calpestare i piedi a più di una persona, per metterci mano.

Poi, c’è il fango. La campagna elettorale della Raggi vive del fango gettato sugli avversari, sul noi contro di loro e le colpe del passato. Nessuno le nega, sono anni che Roma non conosce un’amministrazione adeguata, ma mi sembra un po’ poco su cui costruire un progetto di città, oltre che una testimonianza di debolezza assoluta: è anche su questa debolezza che fa conto chi vuole tenere Roma dov’è. Finora, da parte della Raggi, si è visto uno stuolo di no alle proposte altrui, decisamente poca propositività e un po’ di chiacchiere sulle biciclette, che sembrano essere il tema cardine della campagna elettorale dell’avvocatessa. Ho come l’impressione che tutto questo fango non aiuterà se e quando ci saranno da prendere decisioni difficili che avranno bisogno di tutta la forza del Consiglio Comunale e delle competenze ed influenze di quanti vi siederanno.

Una Serena Grandi provata dal tempo, mentre esce dalla torta di compleanno di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza, esclama concitata e sorridente: “Auguri Jep, auguri Roma!”. Ecco. Soprattutto auguri Roma.

Il M5S e la rovina del dibattito pubblico

in politica by

Come hai fatto ad andare in rovina? – chiese Bill.
In due modi – rispose Mike – gradatamente prima, e poi di colpo.

Ernest Hemingway riportava questo scambio di battute nel suo primo romanzo, Fiesta, ed era il 1926. Ora sono passati 90 anni tondi tondi e sembra che, nelle maglie larghe dell’adattabilità delle frasi brevi, questa citazione vesta bene anche la qualità del dibattito pubblico italiano. Se è vero come è vero che la rovina è arrivata, appunto, gradatamente, mi sembra che il “colpo”, quello repentino e inatteso come un autentico gancio, sia coinciso con l’ingresso sulle scene politiche di quella compagine sgangherata che va sotto il nome (mai sufficientemente analizzato: io ancora non l’ho capito) di MoVimento 5 Stelle.

È stato un liberi tutti, a quel punto. Sì, è vero, volendo lasciar fuori la Prima Repubblica e il suo ben altro tenore del confronto, Berlusconi non è mai stato un asso di coerenza comunicativa. Una sparata prima, la sua ritrattazione dopo, alzare l’asticella con la mano destra e riabbassarla subito con la sinistra mentre si afferma che, no, mai vista nessuna asticella. Era lo stile comunicativo del singolo però, un personaggio realmente fuori dal comune per quel che si era visto fino ad allora – e dunque quasi una firma – e comunque centellinato, senza abusarne. Non a caso non mancava chi, proprio su questa contradditorietà apparentemente goffa, non perdeva occasione per bastonarlo.

L’utilizzo quotidiano e reiterato dell’approssimazione – della spannometria – come metro di misura del mondo e della sua qualità è invece un marchio di fabbrica grillino. Beninteso, nessuna novità, se non il fatto di averlo reso un metodo non occasionale, ma puntuale e quotidiano. La volgarità della banalizzazione opposta al presunto latinorum di chi “non ci dice le cose” è l’essenza stessa del MoVimento: non c’è analisi, non c’è complessità, non esistono chiaroscuri. Quello di Di Battista e di Di Maio, dei loro post esplicativi, è un universo binario, fatto di noi e di loro, in cui ogni questione è fatta a brandelli, smembrata e spalmata in una “spiegazione” che in realtà è solo narrazione. Le banche, le lobby, il rapporto con la politica, le trivelle, le indagini – non c’è stata una parola su nessuno di questi temi recenti che fosse sostanziata da un’analisi; tutto è semplicemente filtrato dalla dicotomia di buoni e cattivi, mentre la complessità viene rigettata e bollata come fumo negli occhi. Non è un caso che il sistematico rifiuto nel riconoscere la complessità sfoci in posizioni che sono assolutamente predicibili prima delle dichiarazioni: OGM? No. TAV? Ci mancherebbe. Bail-in? Per carità. Bail-out? È il contrario di quello di prima, ma comunque no. Rapporto politica e investitori? Non sia mai. Grande industria? Il male. Trivelle? Inquinano. Potrei andare avanti all’infinito. È vero? Non è vero? Non importa, fintanto che si può costruire una narrazione dicotomica. Naturalmente vale il converso, cioè un sì generalizzato e convinto a tutto quello che può sembrare buono in senso assoluto, senza fare un passo oltre nell’analisi degli scenari, della fattibilità, dei costi, dei conversi. Nulla.

Ma qual è il vero rischio di questa impostazione? Se il M5S fosse un sistema isolato, nessuno: basterebbe non votarlo – e sarebbe la democrazia, bellezza. Ma non è questo il caso, e siccome la semplicità del bicromatismo è affascinante – non richiede sforzo, non servono competenze, e voilà! si ha sempre un’opinione su tutto – il metodo inizia a prendere piede anche al di fuori dei grillini. Ditemi, ad esempio, che differenza c’è tra un Di Battista ed Emiliano sullo show che stanno mettendo in atto intorno alle trivelle. Certo, Emiliano si muove con ben altra consapevolezza politica, ma lo stile è tutto mutuato dal grillismo: il tema è complicato ma noi ce ne freghiamo, facendo leva su argomenti semplici e di facile presa, come l’ecologismo spicciolo, l’inquinamento, il petrolio, la bellezza, il mare cristallino, le rinnovabili, i torbidi rapporti tra industrie e politica. E perché no, magari in tutto questo calderone ci sta anche una bella spallata al governo, che è un po’ come il prezzemolo. Attenti a non farne indigestione, però, ché rischiate di dovere uscire dal recinto della narrativa e confrontarvi con la realtà.

I referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute.

in politica by

Ebbene sì, i referendum sull’ambiente sono dannosi alla salute. Sicuramente, alla mia. Perché io vi giuro che divento pazzo, pazzo! quando leggo le dichiarazioni dei politici quando si tratta di referendum che coinvolgono temi riguardanti la natura. Che poi la chiave di lettura è una, la stessa di molte altre occasioni, fatto salvo che in questi casi è bella in evidenza e nessuno però la afferra per poi correre a chiudere la gabbia di matti. Oppure non serve una chiave, ma anche solo degli auricolari speciali che trasformano le parole dette in parole sottintese. Per esempio:

“Senta, Onorevole XYZ, cosa voterà al prossimo referendum su questo importante tema ambientale?”

(il pubblico si mette le cuffie magiche)

“VOTEREMO COSI’ SOLO PER OPPORCI A PRESCINDERE AGLI AVVERSARI”

Ma seriamente, perché voi credete che a Renzi, Salvini, Meloni o Di Battista fotta qualcosa delle trivelle? Stiamo assistendo a ribaltamenti concettuali pazzeschi, roba da salto triplo senza rete protettiva. Pertanto, guarda un po’, troviamo tutte le opposizioni serrate a favore di un referendum che, sempre casualmente, è fonte di una decisione del governo, con quest’ultimo come da copione che invece di entrare a gamba tesa e spiegare per filo e per segno perché sia una legge da mantenere, vivacchia e fa finta di niente, complice il (mal)funzionamento del sistema del quorum.

Quindi, per fare un po’ di esempi.

Salvini, Meloni, e M5S si dichiarano favorevoli alla chiusura di centri di produzione italiana, dove lavorano italiani, che pagano le tasse allo Stato italiano. Meglio quindi importare tutto da paesi stranieri (magari quelli arabi!) che tanto la produzione interna è poca cosa. Eh, ma l’olio tunisino allora? “Guai a chi tocca la produzione italiana a favore dei paesi stranieri! Ecco le facce dei criminali che hanno abolito i dazi!”

Dall’altra parte della barricata, stesso identico imbarazzo. Vi ricordate come il PD spalleggiava sornione i movimenti “per l’acqua pubblica”, nonostante lo stesso Bersani fosse favorevole al Decreto Ronchi? E quindi, l’acqua del mare non dev’essere pubblica quanto quella del rubinetto? Il silenzio del Governo di adesso mi ricorda lo stesso identico silenzio di quello del 2011, come già giustamente notato da altri su questo blog.

Pertanto, vi prego, vi scongiuro: fateli questi referendum, ma non chiedete un parere ai politici. Sembrerà assurdo, lo so, ma vi giuro che alla fine vi sentirete meglio.

Piccoli comuni e neoliberismo: una proposta di legge a 5 stelle

in politica by

Tra le proposte di legge ora al vaglio della Comm. Bilancio alla Camera spicca per estrosità e ambizione quella, a firma di 24 parlamentari pentastellati, che riguarda i comuni sotto i 5000 abitanti – adesso confluita in un testo unico accorpato con una proposta sullo stesso tema del PD, simile nei contenuti ma senza il condimento retorico grillino. Sarebbe lecito pensare – visto lo strepitare generale contro sprechi e costi della politica – che l’idea contenuta nel testo sia quella di abolirli, questi comuni, o magari di accorparli. Niente del genere: “L’abbandono delle aree interne del Paese costituisce un’emergenza che va affrontata con politiche rigorose e con adeguate risorse pubbliche”. La spiegazione di questo stato di necessità è catastrofica: drastico taglio dei servizi urbani a partire dal settore sanitario e scolastico, terribile diminuzione del numero degli uffici postali e chiusura di “storici presìdi dello Stato”, come le sedi della forestale. Dove andremo a finire, signora mia, senza sedi della Forestale nei piccoli comuni? Stesso discorso per trasporti ferroviari, sacrificati “sull’altare dell’alta velocità” e per il trasporto su gomma.

Il passo successivo è quantomeno acrobatico: “è conseguente che a questa diminuzione del tenore della presenza pubblica sia seguita una sempre più preoccupante diminuzione delle attività economiche private”, cui segue lamentela di rito per la chiusura del piccolo commercio urbano, dell’artigianato, della piccola industria. Non importa se il mondo si muove, liberamente, in una certa direzione: i parlamentari a cinque stelle la contrasteranno a suon di leggi. E di soldi pubblici, naturalmente, perché la soluzione a questa catastrofe è una pioggia di denari: promozione della “filiera corta a chilometro utile” e incentivi ad attività industriali di frontiera come quella agricola e zootecnica, o a favore della diffusione delle attività artigianali che, secondo quanto si legge, sono i settori economici di maggiore importanza per poter garantire una “nuova prospettiva per le giovani generazioni”. In questo grazioso quadretto di bucolica domenica del villaggio ci si auspica poi il ritorno alla “regia pubblica” e si costituisce di conseguenza un bel fondo statale per le acquisizioni immobiliari, in contrasto a “decenni di privatizzazione delle città”. Ancora una volta la retorica è quella tragicomica del privato nemico dello sviluppo, mentre la sapiente mano pubblica – specie nelle illuminate, limpide e notoriamente incorruttibili realtà locali – ha piena coscienza di come indirizzare sovvenzioni e investimenti. Stop alle alienazioni di beni immobiliari pubblici, quindi, e via ad un bel “piano di piena utilizzazione”. A discrezione del comune, naturalmente.

In realtà, l’obiettivo dei parlamentari è molto più ampio e ambizioso, e vede in questa proposta l’apripista a una vera e propria rivoluzione: “il problema delle aree interne si pone principalmente come fondamentale criterio culturale per delineare un futuro differente per l’Italia. La crisi del sistema economico dominante, o per meglio dire il fallimento, che attraversiamo ha le sue radici nel disordine, nell’accaparramento e nello spreco delle risorse naturali […]. La cultura delle aree marginali del Paese può diventare in questo senso il paradigma di una nuova fase dello sviluppo dell’Italia basata sul rispetto della natura e delle risorse naturali e culturali dei luoghi.” Insomma, anche se non c’è niente da capire, è già chiaro chi è l’assassino: “Questa proposta di legge si iscrive all’interno di questa cultura e tenta di fornire una risposta all’abbandono decretato da un’economia di rapina che privilegia la speculazione rispetto alla vita delle persone. Essa tenta, in sintesi, di fornire strumenti per avviare quell’imponente opera di ricostruzione dell’economia e della vitalità delle aree interne messa in discussione in questi anni di incultura neoliberista.” La rivoluzione, insomma, non è un pranzo di gala, ma un bel pezzo di artigianato locale.

La Cirinnà e le critiche dell’Italia Migliore

in politica by

Neanche il tempo di approvarla, questa “mezza Cirinnà” che già ovunque è tutto un fiorire di dotte analisi politologiche, critiche feroci, aggressioni verso i protagonisti: Alfano, Verdini, Renzi, il Governo, il PD – e un’inspiegabile, vi giuro inspiegabile, santificazione dei Cinque Stelle.

Insomma, il mostro di tutta la faccenda è chi, alla fine, questa legge l’ha approvata. Non è un granché, certo, ci piaceva di più prima, certo, ma è un primo passo. C’è una leggina sulle unioni civili che è passata al Senato. Per molto meno è caduto più di un governo. Però, addosso. Altrimenti non siete sufficientemente progressisti, ché l’importante è ribadire che Alfano è retrogrado e puzza – e invece pensate un po’ ha votato la fiducia sul provvedimento. Ha chiesto qualcosa in cambio? Certo, così funzionano i parlamenti. Sapete chi invece non ha fatto proprio nulla per questo piccolo traguardo, se non un mortale, micidiale, continuo e inarrestabile casino, come da copione? Il MoVimento 5 Stelle. Che però erano a favore, eh, ci mancherebbe. Però sì, poi no, poi il canguro, l’sms, il controcanguro, mi si nota di più se vengo o non vengo, ma la democrazia signora mia, e le analisi di Dibba secondo cui è tutto un modo per nascondere il dissenso interno al PD (nascondere a chi, Dibba, che lo sanno pure le pietre?). Però, non si capisce come, secondo molti di questa storia non c’è niente per cui rallegrarsi, manco una briciola, e i grillini sono gli integerrimi salvatori della Coerenza, con la “C” maiuscola.

Verdini non è simpatico a nessuno, vi assicuro, è un politicante della peggior specie, ed è anche piuttosto abile nel fare questo mestiere. Però, sapete, la politica è anche (proprio?) questo: è compromesso. È continuo compromesso e mediazione – io do qualcosa a te, tu dai qualcosa a me, però prima lascia che ti convinca della bontà della mia idea e tu mi dirai della tua. I governi, ripeto, cadono su provvedimenti come questo in paesi come questo. Questo ha tenuto, e ha portato a casa il risultato. Non è il risultato migliore? Capita. Spesso, in politica. Se non vi sta bene, in effetti, l’approccio squadrista del MoVimento è ottimo per voi, lì si mantiene barra a dritta e pedalare.

Che poi alla fine, a chi oggi critica il PD per esaltare i 5 stelle, di fondo, delle unioni civili non gliene importa proprio nulla. L’importante è sentirsi persone migliori di Renzi e Alfano e dare addosso al Partito Democratico, alla politica brutta brutta del compromesso, mentre si sta comodi nei propri divani. È l’Italia Migliore, amici miei: c’era con Berlusconi e non se n’è ancora andata.

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

in politica by

Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

in cinema/politica by

Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

Di Maio, ma che stai a di’?

in economia/politica by

Dopo averci rifilato una dose di schizofrenia niente male sulla questione banche – passando con un’elegante piroetta dagli strepiti di un tempo per l’impiego di denaro pubblico nei salvataggi agli strepiti di oggi per il non-impiego di denaro pubblico negli (stessi) salvataggi –, i grillini oggi ci hanno regalato un’altra notevole serie di castronerie, inesattezze e imprudenze sul medesimo tema.

Il cittadino portavoce on. Luigi Di Maio (con un post su Facebook) e il suo collega cittadino portavoce on. Girgis Giorgio Sorial (con un intervento in Parlamento questa mattina) ci hanno resi edotti dell’ennesimo scandalo di questo governo amico delle banche. Scrive Di Maio su Facebook:

Schermata 2015-12-22 alle 21.16.00

Capisco che non sia mestiere del grillino leggersi le carte, dal momento in cui è impegnato a riportare Ordine e Onestà e Sovranità Popolare nella Repubblica, ma è altresì notevole infilare un così cospicuo numero di inesattezze. Vediamo.

  1. Come ha fatto notare puntualmente Mario Seminerio qui, il “fondo interbancario” non c’entra un tubo. Innanzitutto perché si chiama Fondo di Risoluzione, che è un’altra cosa, e in seconda battuta perché concorre al salvataggio con circa 500 milioni di euro. Contro gli 1,7 miliardi di intervento statale.
  2. I trattamenti riservati al caso italiano e a quello portoghese, stando al comunicato della Commissione Europea sull’operazione, sono stati dello stesso tipo. Si legge infatti:Schermata 2015-12-22 alle 17.01.59
    Questo significa che azionisti e obbligazionisti subordinati hanno contribuito fino in fondo al sostenimento dei costi della risoluzione. Vi ricorda qualcosa? Quindi, stando alle informazioni disponibili finora, i “risparmi” non sono stati salvati. Proprio come in Italia.
  3. Si legge che il governo portoghese ha impiegato 1,7 miliardi di fondi pubblici per salvare Banif. È vero, ed è successo perché l’intervento del Fondo di Risoluzione non è stato sufficiente. In Italia il circuito bancario ha sborsato, per il salvataggio delle 4 banche, circa 3,6 miliardi di euro. In proporzione al PIL dei due paesi, però, Banif è una banca molto più grossa e importante delle quattro italiane (ha attivi per circa il 7% del PIL): i soldi del Fondo non sono bastati, e quindi si è deciso di utilizzare denari pubblici. Da noi questo non è successo, perché i soldi messi dalle altre banche sono stati sufficienti, e non vedo proprio cosa ci sia da lamentarsi. Ribadisco anche qui: stando al comunicato della CE, questo intervento non è stato sostitutivo dell’aggressione di azioni e obbligazioni subordinate.
  4. L’UE non ha effettivamente permesso l’utilizzo del Fondo Interbancario di Tutela dei depositi, com’è scritto nero su bianco in più di un documento, non ultima l’audizione di Carmelo Barbagallo (capo del dip. di vigilanza bancaria e finanziaria della BdI) in Commissione Finanze alla Camera del 9 dicembre scorso. Quindi, per semplice conseguenza logica, è falso dire che questo non sia vero.

Insomma, un gran pasticcio. Il problema è che nessuno si assumerà, ancora una volta, la responsabilità della disinformazione, pericolosa e dannosa, fatta anche in questo contesto. Capisco le esigenze politiche, ma servirebbe decisamente più cautela da chi si fa paladino della trasparenza: ché tra dire le cose sbagliate e non dirle, bisognerebbe pensare bene a cosa scegliere.

Vincere, e vinceremo

in politica by

Come ben sappiamo grazie ad un infaticabile Mentana, ormai a dire la verità ben lanciato verso i limiti del grottesco in quella che sempre più è uno spettacolo da tendone più che una diretta, domenica si è votato per le regionali. Non sono un grande appassionato dei tecnicismi elettorali (altre sono le questioni politiche che mi solleticano e affascinano), per cui ho lasciato che fossero i mitologici media, a traghettarmi come novelli Caronte verso la sponda della Comprensione. Ecco quello che mi è stato spiegato, in innumerevoli interviste e dichiarazioni.

  • Ha vinto il PD, visto che ha conquistato 5 regioni su 7. Cioè la maggioranza. Di solito, quando succede questo, ti danno una coccarda, o qualcosa. La vittoria è incontrovertibile, sono i numeri a dirlo.
  • Ha vinto FI, perché comunque i numeri, si sa, sono cose per freddi tecnici chiusi nelle loro muffite stanzette: nonostante lo scarso risultato quantitativo, hanno strappato il feudo ligure al PD. Qualcosa di storico, sotto un profilo politico. Netta vittoria.
  • Ha vinto il M5S, che tutti davano per spacciato ma che ha avuto un’ottima tenuta in ogni regione, nonostante lo scarso coinvolgimento diretto del leader-non leader (ogn1 vale 1) Beppe. Se non è una vittoria questa.
  • Ha vinto la Lega Nord, i cui voti sono vertiginosamente aumentati grazie al carisma da autotrasportatore del leader Salvini, che per l’occasione ha anche indossato una splendida maglietta che recitava “RUSPE IN AZIONE”. Vittoria indiscussa e un punto extra per l’abbigliamento.
  • Ha vinto FdI, o almeno così qualcuno ha detto in varie interviste, per l’ottimo risultato e per essere stati l’ago della bilancia in molte situazioni (boh). Vittoria evidente, d’equilibrio.
  • Ha vinto la minoranza del PD, perché comunque ha espresso candidati vincenti e perché ha destabilizzato la maggioranza PD, che infatti ha vinto. Se qualcosa non vi torna di questo giro, prendetevi del tempo per pensarci. Comunque, palese vittoria.

Ora, io trovo tutto questo molto bello, declinato in un mondo meraviglioso, senza sconfitti, in cui ognuno raggiunge il proprio obiettivo e torna a casa felice e soddisfatto. Oggi si sorride, ognuno è contento, e magari domani io un giro di Superenalotto me lo faccio: sia mai che qualche portavoce politico non sappia rendere anche il mio, di sogno, realtà. Mi accontento anche del 5+1.

Politici Primi (o il gioco delle frasi fatte)

in politica by

Avete presente quella puntata dei Simpson in cui, il giorno del matrimonio di Homer, nonno Abe lascia al figlio l’assurda ma provvidenziale raccomandazione di mai, mai e poi mai interferire con ciò che è intorno a lui nel caso dovesse viaggiare nel tempo? Beh, tempo fa uno dei miei colleghi qui a Libernazione mi diede un consiglio che potremmo ascrivere tra le perle di saggezza geniali ma ben poco utilizzabili nella quotidianità. Mi disse infatti che per capire se un opinionista contribuisce alla formazione di un pensiero critico basta prendere le sue frasi, numerarle, fare una selezione casuale (solo le frasi pari, la successione di Fibonacci, la Tetranacci…) e leggere quanto ne risulta. Se il discorso appare comunque logico e si comprende il messaggio, allora significa che l’opinionista usa frasi fatte, cioè inutili concetti spot del tutto adattabili in qualsiasi contesto.

L’idea in realtà risale a un articolo del 2009 di Noise from Amerika, che sperimentò il metodo su un articolo di Alberoni, con risultati significativi. Come si fa tra accademici, io stesso testai il metodo ripetendo l’esperimento su Alberoni, Gramellini, Severgnini, Rodotà (figlia), e Facci, tutti giornalisti o quasi. Anche nel mio caso i risultati furono soddisfacenti, e quindi quest’anno voglio provare ad alzare il tiro, rifacendo l’analisi sui discorsi dei politici.

Sappiamo benissimo che i politici usano frasi ad effetto quando parlano, visto che la loro funzione è di conquistare prima di spiegare, o analizzare, o criticare costruttivamente (cosa che ci si aspetta invece da un serio opinionista). Tuttavia non voglio – ma credo di trovarmi d’accordo con voi lettori – arrendermi ad una visione della retorica come puro sollazzo per mancati teleimbonitori, e per questo motivo eccovi il metodo applicato su alcuni monologhi o risposte rilasciate in televisione (senza altre persone in studio oltre all’intervistatore) dai principali politici italiani del momento: Salvini, Renzi, e un misterioso membro del M5S (il perché del mistero ve lo spiego dopo). Riporterò direttamente la sequenza di frasi selezionate, con un link che rimanda all’intervista. La serie matematica scelta è quella dei numeri primi; in altre parole, vi riporto soltanto la 2a, 3a, 5a, 7a, 11a, 13a (eccetera) frase della parte d’intervista selezionata. L’effetto è che per un discorso di 30 frasi, ne ho selezionate solo 10. In uno di 40, soltanto 12. Se prendeste un discorso accademico o un’analisi critica di un problema sociale non capireste nulla. Coi politici invece…

Piccola nota (poi partiamo, ve lo prometto). La complicazione nell’applicare il metodo alle interviste dei politici è che non si sa quando finiscono le frasi (non c’è effettiva punteggiatura). Lo ammetto, sono andato ad orecchio e ciò non vota alla scientificità dell’esperimento. Avevo chiesto a Capriccioli di usare i fondi di Libernazione per comprare un software per il riconoscimento vocale ma lui se l’era già speso in cibo per gatti.

Quindi! Pronti, partenza, via…

 

Matteo Salvini (prima parte dell’intervista a Porta a Porta, 12 novembre 2014, 34 frasi di cui 11 selezionate, cioè il 32% del discorso).

L’anno scorso seduto su questa poltrona mai mi sarei sognato di commentare una Lega al 10% / Stando ai sondaggi / C’è un centro destra fermo che io mi propongo di rilanciare da nord a sud perché non mi piace che ci sia qualcuno a casa che dice o Renzi o niente / E io dico che c’è un’alternativa più seria di Renzi. Non penso che i francesi siano impazziti / Ora per la prima volta gli italiani secondo un sondaggio europeo hanno capito in maggioranza che l’euro è un problema / Non è semplice, ci sono dei rischi / penso alla gran bretagna, sarà un caso che in nove paesi che crescono di meno al mondo hanno l’euro in tasca / Ma è una moneta tarata per il nord europa, per i tedeschi / tutta l’europa è disegnata su, sulle multinazionali, sulle banche. 

 

Matteo Renzi (parte a caso del monologo al convegno dei Giovani Democratici, minuto 11:00, 12 frasi su 39, il 31%).

Perché? / Perché? Adesso attraverso gli strumenti di comunicazione e tecnologia tu adesso puoi essere il padrone. / You. L’uomo dell’anno sei tu. /Non potete far finta di non vedere cosa sta accadendo in Libia / Che oggi vede situazioni diversificate / Quella che noi riteniamo periferia del mondo / Ecco perché in questo anno abbiamo scelto innanzitutto di stare in una grande famiglia europea / Non perché non ne vediamo i limiti / Come si combatte il terrorismo islamico? / “Non sono le bombe, sono le scuole, e l’educazione”. / Come fanno i nostri soldati in Afghanistan / A livello politico e diplomatico innanzitutto.

 

Il misterioso politico del M5S (44 frasi, 13 scelte, quasi il 30%). Qui la questione è seria, perché il metodo non solo vuole verificare il livello di frasi fatte all’interno del discorso, ma anche un’altra cosa. Quale? Voi leggetevi la selezione di frasi qui sotto, e fatevi un’idea. Più sotto – un bel po’ più sotto, così nello scrolling avete il tempo di riflettere – vi spiego la peculiarità della questione.

Adesso miriamo a vincere le elezioni europee con un programma di rottura che porterà in parlamento uno tsunami / Certamente esiste una differenza di trattamento riservato a Renzi e ad altri esponenti del potere costituito rispetto a noi / Ci siamo stati nella chiusura della campagna elettorale delle nazionali / Così anche la Bignardi, che gli ha dato quello spazio / Evidentemente è un po’ frustrato per il fatto che lui e la sua generazione di intellettuali non ha minimamente inciso sul bene collettivo / Grillo è così da trent’anni, io sono così anche da prima di questa esperienza/ Il punto è che con Grillo c’è un ottimo rapporto perché siamo due persone sincere / in rete funziona cosi / Io ho visto Grillo in giacca e cravatta, e io senza né giacca né cravatta / ma uno vale uno non significa che siamo tutti uguali / No assolutamente questo è un movimento postideologico che ha scelto di stare dalla parte delle persone oneste / però ci sono molto nostri colleghi, cito sempre Vincenzo Caso, della commissione bilancio, è lui che ha scoperto la presenza dei lobbisti nella commissione / Si ricorda quando parlava di Parmalat e tutti lo prendevano in giro e poi aveva ragione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci siete ancora? Beh, il mistero è subito svelato. Il discorso appena letto è l’unione di due interviste, fatte rispettivamente da Di Maio (a Porta a Porta, pubblicata il 1 maggio 2014, 20 frasi) e Di Battista (rilasciata a Scanzi e pubblicata il 25 marzo 2014, 24 frasi). La selezione è avvenuta unendo tutte le frasi su Excel, elencandole per ordine alfabetico (cosa che faciliterebbe l’uscita di un discorso sconclusionato) e applicando la solita serie dei numeri primi. In particolare l’ordine è il seguente (Di Maio = DM, Di Battista = DB)

DM / DB / DM / DB / DB / DB / DM / DM / DB / DM / DB / DM / DB / DM

Vi erano sembrate la stessa persona? Ah, non guardate me, lo state dicendo voi, mica io!

Guida complicata al M5S per editorialisti

in politica by

Sono passati ormai anni dalla nascita del Movimento 5 Stelle, ed è impossibile contare le opinioni, gli articoli, i post, le interviste in cui si è cercato di capire o spiegare cos’è, come funziona e soprattutto quali grossi problemi ha.

Ora, è molto facile ridere e scherzare sull’approssimazione organizzativa, sull’improbabile impreparazione degli eletti, sull’inconcludenza della strategia, sul leninismo spinto dei vertici, sul surrealismo delle proposte nei forum dei meetup, sull’imbarazzo degli streaming e sulla totale follia del Semplice Portavoce: facile; lo può fare chiunque, anche un bambino (e forse perfino Matteo Renzi).

– Com’è che è, improbabile…?
– Impreparazione, Matte’.
– Improbabiremprerapazione.
– Vedi? Neanche sei ore che provi e ci sei quasi riuscito. Ancora, dai.
– Credo che farò il discorso abbraccio.
– Hai detto “a braccio” o “abbraccio”?
– L’asciami solo per favore.

Quando si tratta di comprendere, però, sembra che la capacità di analisi improvvisamente sparisca e lasci il posto a slogan tanto convinti quanto mutevoli (quasi si fosse davvero Matteo Renzi).

A: – Il M5S è un’armata Brancaleone.
B: – Bravo, esatto: questi progettano una dittatura!
A: – Infatti se ci fai caso Grillo vuole solo fare opposizione, non governare.
C: – Classico qualunquista.
A: – Sì, capito? Hanno un piano preciso per attentare alla costituzione.
B: – E vendere i suoi DVD.
C: – Prima la cosa della costituzione e poi i DVD.

Ora, c’è una classe di individui appositamente preparati e spersonalizzati per anni in enormi fabbriche senza contatti con il mondo civilizzato né con il sapone all’unico scopo di capire come funzionano i sistemi complessi: gli ingegneri. Quello che segue è un tentativo di approccio vagamente ingegneristico al sistema M5S.

Definizioni e contesto

Il sistema in esame è attualmente parte di una struttura più complessa e già ampiamente nota, la Repubblica Italiana (RI). RI può essere modellizzato come un sistema dinamico di persone controllato tramite democrazia rappresentativa (DR). DR è uno degli algoritmi di controllo più utilizzati nei sistemi di persone moderni: in sintesi, prevede che i singoli componenti scelgano periodicamente per votazione, da apposite liste, alcune centinaia di rappresentanti che vanno a comporre il Parlamento (P); P, a fronte di votazioni interne, ha – più o meno direttamente – i permessi di scrittura su quasi tutto il sistema RI.

Questo meccanismo porta naturalmente alla nascita di organizzazioni spontanee, comunemente dette partiti, che selezionano e promuovono candidati a P.

Proprio la dinamica dei partiti crea uno dei numerosi punti critici del sistema RI-DR: le organizzazioni più influenti sono in grado di portare in P un gran numero di replicanti (o gasparri), fornendo a poche persone un ampio potere di controllo del sistema.

M5S

Useremo per questa analisi il modello Tondelli (M5ST)[1][2], che descrive il sistema tramite l’interazione di tre componenti: Grillo, il MoVimento (gli attivisti) e i grillini.

Non in scala.
Non in scala.

Nella maggioranza dei casi, le analisi più comuni ignorano la dinamica interna di M5ST, giungendo a conclusioni contraddittorie.

– Ne consegue quindi necessariamente che Beppe Grillo pesa circa seicento milioni di chilogrammi.
– Una sineddoche?
– Il tuo ricorrere agli insulti dimostra che egli è anche il più pesante fascista della storia.
– No, intendevo la figura retorica, una parte per il tutto.
– Un movimento di obesi fascisti che hanno fatto il classico.

Per avere una visione realistica del sistema è invece necessario considerare separatamente le caratteristiche e gli obiettivi delle tre componenti e della risultante complessiva.

Grillo:

Caratteristiche: predicatore, leader carismatico categoria angry showman, socialmente di destra, economicamente confuso.
Obiettivi: usare il M5S per trasformare il sistema RI-DR in RI-DD (democrazia diretta), forse vendere i DVD.

Grillini:

Caratteristiche: giovane età, disprezzo per la classe politica e per la lettera C, custodi di verità nascoste dai poteri forti ma diffondibili su Facebook, mediamente di destra, “Eccellente utilizzo del Caps Lock” nel curriculum, scarse capacità di comporre un testo argomentativo.
Obiettivi: tutti a casa, dotare tutte le tastiere di almeno ventotto tasti punto esclamativo.

MoVimento:

Caratteristiche: attivismo, meetup, eccezionale coraggio nel votare cose serie su una piattaforma ridicola, mediamente più a sinistra delle altre componenti.
Obiettivi: troppo vari e su un campione troppo ristretto per dare una media significativa (cfr. Renzi).

Nel complesso, il sistema M5S si configura come un tentativo di hacking di RI-DR via plugin. L’idea del creatore è di inserire nel sistema rappresentativo un partito fittizio controllato per votazioni dirette e installare in P dei semplici ripetitori che implementino l’interfaccia Parlamentare in maniera trasparente a RI: in questo modo intende progressivamente svuotare DR e sostituirla con un DD artificiale.

Questo obiettivo è naturalmente condiviso solo in minima parte dagli attivisti, e quasi del tutto incomprensibile per il grillino medio.

– Ho letto che Casaleggio vuole implementare DD con un layer trasparente sullo stack RI-DR.
– Lo sai che non capisco i !uoi termini da pseudo-ingegnere! spiegati meg!io!
– Casaleggio vuole usare M5S come cavallo di troia per passare dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta.
– Ho capito so!o una parola! par!a come mangi!
– Casaleggio dice noi non votare politici che fare leggi ma votare direttamente leggi su beppegrillo.it.
– Kos!è ke mangi esa!!amente!

Le espulsioni periodiche dei parlamentari dissidenti appaiono quindi come naturali correzioni dell’algoritmo volte a eliminare a valle gli elementi di P opachi che ostacolano il plugin. I ripetitori M5S in P non collaborano con i colleghi perché funzionalmente incompatibili.

Conclusioni:

Grillo, il MoVimento e i grillini sono tre entità distinte. Le espulsioni non termineranno, in quanto generate di necessità dal sistema. Se discutete con un grillino medio, buttatela sui sistemi dinamici finché uno dei due non sviene. Se siete editorialisti famosi, scrivete dei giovani d’oggi col cellulare a tavola che tu ci dici “oh ma bè?” e quelli ancora tic tic tic. Di seguito un’analoga analisi del sistema Matteo Renzi (MR):

Ottimo per gli svenimenti.
Ottimo per gli svenimenti.

 

La differenza tra noi e loro

in giornalismo by
E vuoi che passi un giorno senza che i nostri aspiranti salvatori della patria non diano il loro contributo per sviare il dibattito pubblico? Oggi si vendicano di Daria Bignardi, colpevole di aver chiesto conto ad Alessandro Di Battista del padre fascista. Anzi, ex fascista, perché oggi vota M5S (no, non e’ una battuta, è davvero l’argomento usato da Rocco Casalino per convincerci che a Di Battista Sr. è passata). E come si vendicano? Chiedendole com’è aver sposato il figlio di un assassino. Daria Bignardi e’ infatti sposata con Luca Sofri, figlio di Adriano. Il capocomico Grillo fornisce pure un link alla puntata di La Storia Siamo Noi per sull’omicidio Calabresi, visto che molti elettori grillini si interessano di poltica da poco e potrebbero non sapere di che si parla.
Ora, a parte che giusto tra gli elettori M5S ci poteva stare qualcuno che non sa che la Bignardi è sposata con Sofri (si vede che non sono radical chic come noi), che probabilmente alla Bignardi dei trascorsi del suocero frega poco e che comunque Sofri ha scontato la sua pena. A parte tutto questo, a nessuno del M5S sfiora l’idea che Daria Bignardi non è stata eletta in Parlamento, non rappresenta nessuno e non vota nessuna legge?
Perché c’è una differenza fondamentale tra chi è eletto e chi no: chi è eletto ad una carica rappresenta molto più di sé stesso e deve rispettare il fatto che i cittadini possano anche essere interessati a cose che lui reputa non interessanti. Per esempio come si trovi con un padre “orgoglioso fascista”.  Il giornalista che fa le domande si rende interprete di questo interessamento e nel caso lo faccia male ci mette in gioco la sua reputazione. Per la cronaca, Di Battista aveva anche risposto bene, dissociandosi dalle idee del genitore camerata.
Il giorno in cui Daria Bignardi deciderà di fare politica, le domande su Adriano Sofri, Lotta Continua e simili saranno più che legittime. Fino a quel giorno, cari portavoce pentastellati, come in tutti i paesi seri, i giornalisti fanno le domande e voi rispondete.
P.S. Io ho un bisnonno mangiapreti, socialista e aizzatore di folle. So che non interesserà a nessuno, ma io ne vado tanto fiera.

Tutti uguali (pure voi)

in politica by

Vediamo un po’: il M5S dice di no a Emma Bonino al Quirinale “perché fa parte del sistema partitico” degli ultimi vent’anni.  Evidentemente è una questione di permanenza oppure il M5S non fa parte del sistema politico italiano e viene da Marte o in ultima battuta il M5S è l’unico movimento (autoproclamatosi) immune dal morbo partitocratico. Lo stesso ragionamento grillesco si applica a Romano Prodi, Massimo D’Alema, Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Mario Monti e sostanzialmente chiunque altro abbia servito le istituzioni, nel bene o nel male, negli ultimi vent’anni. Perché per i nostri duri e puri, quelli che sono stati in politica sono tutti uguali, si sa. Che poi siano quelli che hanno cercato di fare per decenni quello che il M5S vorrebbe fare oggi, più molto altro(Bonino); quelli che hanno proposto in vent’anni l’unica alternativa a Berlusconi che abbia convinto gli elettori (Prodi); quelli che hanno mandato completamente a puttane la sinistra italiana (D’Alema); quelli che hanno mandato completamente a puttane l’immagine del paese (Berlusconi); quelli che gli hanno fatto da badante nel mandare a puttane la suddetta immagine (Letta) o quelli che ci hanno salvati da un default (Monti), non importa. Naturalmente questi sono tutti giudizi miei, contestabilissimi caso per caso. Quello che non si può contestare è che non tutti i papabili al Quirinale che vengono dalla politica siano uguali. Non si capisce davvero come la partecipazione nelle istituzioni che si debba andare a garantire possa essere cosa disdicevole a prescindere.  Il considerare tutti uguali e inadatti, intestardendosi a proporre personaggi come Dario Fo e Gino Strada, vuol dire consegnare a PD e PDL la scelta del prossimo presidente. Scelta che faranno a cuor leggero senza il minimo dialogo, visto l’irragionevolezza del M5S. Complimenti. Se questo è il grande contributo che il M5S conta di dare al nostro paese, forse era meglio farne a meno.

Seppuku

in politica by

La democrazia dovrebbe avere come base fondante per la sua strutturazione sociale, la libera, consapevole e non condizionata formazione dell’opinione e delle scelte degli individui. Gli automatismi psichici e culturali di buona parte dell’elettorato sono completamente estranei a tutto questo. L’elettore medio è vittima di dinamiche mentali che sulla base di una scena e di una proiezione fantasmatica lo portano a preferire delle opzioni politiche del tutto astruse a ciò che dovrebbe migliorare l’esistenza che vive tutti i giorni. Purtroppo è così. Non ci sono mezzi termini. E’avvilente, ma questo è. Bisogna prenderne atto. Metafora visiva perfetta è lo sguardo allucinato e completamente assente di Sara Tommasi con la parrucca rossa durante le scene del film porno che ha girato un anno fa. Questo è lo stadio democratico dell’ Italia nel 2013. Non dico che sia necessariamente un male, anzi per qualcuno certamente sarà un bene. Quel che dico è che sicuramente bisogna prenderne atto con consapevolezza schismogenetica e comportarsi di conseguenza per arrivare a manipolarlo.

Ingegner Pretocchio*, la sua è un’esagerazione bella e buona e credo proprio fuori luogo, visto che in Italia la democrazia funziona benissimo e molto più che in tanti altri paesi. Comunque, lo so che lei, livoroso, tira in ballo sta roba perché in realtà vorrebbe parlare dello stanziamento di circa un miliardo di dollari per la “ristrutturazione” dello scudo antimissile europeo e dei sistemi antimissile sulla costa occidentale Usa attraverso l’incremento di 14 intercettori entro il 2017, annunciato dal segretario della difesa statunitense Chuck Hagel. Ma qua stiamo allo streaming tra Vito Crimi e Bersani.

Si ho visto. Sembrava un esame all’università tra un assistente di quelli sfigati che ti sta bocciando e lo studente che implorava almeno un 18 perché altrimenti è spacciato per la vita.

E’stato negli Usa di recente?

Si, sono andato al funerale del procuratore Mike McLelland ucciso qualche giorno fa quasi sicuramente dai Fratelli Ariani di cui era uno dei principali accusatori. I fratelli ariani sono un’organizzazione razzista nata nel 1964 a San Quintino che può contare su circa ventimila membri fuori e dentro le prigioni. Hanno un’ideologia basata sulla purezza ariana e sulla lotta senza tregua contro tutti “i nemici della vera America”. Essere bianchi è il requisito principale per entrare, poi bisogna superare una prova d’accesso: uccidere un nero o un ispanico o un asiatico ma anche un bianco che non accetta le loro regole. L’uscita dall’organizzazione non è prevista se non da morti.

Passiamo dai fratelli ariani a quelli italiani. Partiamo dai saggi. Cosa rappresentano questi saggi?

Sono un diversivo per prendere tempo. Dopo il fallimento di Bersani, Napolitano avrebbe dovuto dare l’incarico ad un altro personaggio che, con i presupposti che ci sono, avrebbe fatto la stessa fine del segretario del Pd. A quel punto il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto sciogliere le Camere, ma essendo nel semestre bianco non ha tale potere. E quindi si è inventato questo stratagemma per prendere tempo e tentare di far trovare un accordo tra Pd e Pdl per facilitare eventualmente il lavoro al nuovo Presidente della Repubblica. Quest’ultimo appena eletto darà un mandato esplorativo, quasi sicuramente al presidente del senato, per vedere se qualche accordo si sia materializzato. Se l’accordo c’è allora dà l’incarico al nuovo presidente del consiglio, altrimenti scioglie le camere e si vota a Giugno.

E secondo lei, ingegnere, cosa succederà?

Innanzitutto adesso abbiamo un governo dimissionario che non ha mai avuto la fiducia delle nuove camere, che non lo potrebbero quindi nemmeno sfiduciare. O si voterà a Giugno, o al massimo ad Ottobre. Un eventuale governo sostenuto da Pd e Pdl può nascere solo per fare la legge elettorale e nient’altro se non qualche provvedimento d’urgenza.

Un governo di larghe intese non potrebbe durare tutta la legislatura?

Ma lei sta scherzando? Per il Pd sarebbe suicidio politico puro. Grillo, Silvio e Vendola non aspettano altro. Innanzitutto sarebbe un governo bloccato che cadrebbe dopo qualche mese. Questo permetterebbe a Grillo di gridare all’inciucio. La radicata componente antiberlusconiana dell’elettorato democratico trasmigrerebbe verso Vendola, 5stelle e l’astensione. E Silvio vincerebbe scorreggiando e ruttando, non dovrebbe nemmeno fare la campagna elettorale.

Il Pd è messo proprio male?

Bersani non sa che fare, anche perché la sua epopea di leader a questo punto si è conclusa. Spera che qualche grillino lo possa votare al senato, 6/8 senatori al massimo, ma questo non sbloccherà la situazione. E’troppo fresca la questione per sperare in una rottura tra Grillo ed i suoi eletti. E poi si arriverebbe ad una riedizione del Prodi nel 2008: maggioranza risicata con in più lo stare sotto ricatto dei senatori di Scelta Civica. Poi ci sta il fronte interno: Renzi che giustamente scalpita e la balcanizzazione cruenta che è alle porte. Forse l’ala bersaniana terrorizzata si raccoglierà intorno a Barca per sfidare il sindaco di Firenze alle primarie, annettendo a sto punto pure Vendola e Sel. Oppure tutto si risolverà con divisione formale o con una roba tipo diarchia sotto vuoto. Comunque le primarie portano davvero sfiga.

Grillo non vincerà le prossime elezioni?

Grillo non è altro che l’egemonia televisiva che avanza sulle macerie dei partiti tradizionali. Ma è un’egemonia non egemone in quanto non può risolvere nessuno dei problemi che apparentemente dice di voler risolvere. E’la forma mutante della bugia televisiva e pubblicitaria, è un bluff efficace che si adegua ai tempi di internet e della rete. Cosa propone il m5s, la decrescita come adeguamento degli stili di vita alla sofferenza? Se sei povero mangia di meno e lavati con i saponi fatti in casa. Ok, mi sta anche bene, ma chi si affida messianicamente alla pubblicità politica lo fa perché vuole un sogno, vuole realizzata l’ebbrezza dell’immaginazione, mentre a conti fatti si ritroverà con un pugno di mosche in mano. Tipo il reddito di cittadinanza. Lo stesso economista di riferimento di Grillo, Gallegati, ha detto che un’ipotesi del genere verrebbe a costare 200 miliardi di euro senza specificare dove andrebbe a prenderli se non accennando ad una specie ‘di riduzione della corruzione che attanaglia il paese’. Bah, lasciamo perdere. Poi quando parla del sussidio per i disoccupati per tre anni, uguale alla flexsecurity di Ichino, dice che sta roba costa 20 miliardi che verrebbe sostanzialmente coperta con i 15 previsti per la cassa integrazione e per gli altri ammortizzatori sociali esistenti. Gli altri 5 verrebbero raccolti attraverso tagli ai costi della politica, alle missioni militari estere e all’acquisto dei cacciabombardieri. Ok, ottimo. Ma quindi sti 15 miliardi si tolgono ai cassa integrati per darli ai disoccupati? E ai cassaintegrati che si da? Ci sarà un conflitto di interessi tra essere disoccupati e cassaintegrati?Sarà meglio essere disoccupati o cassaintegrati? Perchè non dice allora che vuole abolire la cassa integrazione?

E quindi?

La parabola di Grillo finirà che tutti quelli che l’hanno votato andranno sotto casa con i forconi a chiedergli soldi. L’impasse di questo mese ha sgonfiato la bolla speculativa del suo tsunami. Cosa che a lui comunque conviene perché nei suoi piani mira a diventare una sorta di Rifondazione trasversale antisistema che si attesti intorno al 10/15%. Una situazione del genere gli permetterebbe di poter urlare per almeno una diecina d’anni senza doversi mai prendere qualche responsabilità. Anche se già emergono debolezze e contraddizioni, come ad esempio quelle tra le spinte alla partecipazione e le tendenze alla delega plebiscitaria, o tra democrazia diretta da una parte e chiusura tecnocratico-populista dall’altra. Fanno lo streaming con Bersani, ma poi tra di loro convocano riunioni segrete tipo raduni aziendali dove Casaleggio catechizzerà tutti usando le tecniche di management di Tom Peters e Robert H. Waterman Jr.

Spesso il comico genovese in campagna elettorale era solito dire: ‘questa è una comunità’’, altri gli dicono invece che ha costruito una setta.

Non penso che lui si riferisca al filone del comunitarismo democratico e universalizzabile che tende a lasciarsi alle spalle tanto le esperienze tremende delle destre storiche quanto quelle dei comunismi storici novecenteschi. Obbiettivo dei comunitaristi è quello di declinare l’idea di una comunità umana, composta da individui uniti da rapporti liberi, solidali ed all’insegna del riconoscimento reciproco. Per loro il comunismo ha sbagliato perché non ha puntato sull’individuo comunitario ma su una totalità livellata. Bisogna invece pensare ad un comunitarismo rispettoso dell’individuo e delle differenze, in una comunità umana in cui si è liberi solo se tutti lo sono.

E Grillo non è su questa scia?

La comunità di Grillo non ha un carattere emancipativo universalista, ma particolaristico ed escludente da un lato, ed organicistico e repressivo dall’altro. La sua visione si pone in contrapposizione a tutto il resto: o ne fai parte oppure ne sei escluso ed inferiore. Si fonda su un settarismo atomistico tipo le comunità primitive tribali o quelle medievali sacralizzate, che avevano come base fondante il terrore, da parte dell’individuo, di sprofondare dentro una solitudine insensata e senza via d’uscita, che ne facevano accettare gerarchie dominanti esasperate dove l’abuso e l’ingiustizia erano normalizzati ed accettati supinamente.

Senta, la sua critica mi sembra troppo negativa e piena di pregiudizi. Non è possibile che il m5s non sia portatore di una benché minima istanza e funzione positiva. Parlare con lei è di una pesantezza unica, abbiamo fatto una discussione dalle dimensioni elefantiache. Menomale che ci sentiamo per un’intervista a stagione. E finalmente si è tolto quelle magliette con la scritta da coglionazzo adolescente. Era ora! Tiene 50anni passati ed ancora se ne va in giro a fare il ragazzino.

Mi faccia dire un’ultima cosa sul caso Travaglio-Grasso.

Concluda ma non faccia il cialtrone. Di solito per incontrarla mi faceva venire in posti splendidi di mare, invece stavolta si è piazzato in questo buco del culo del mondo irraggiungibile dove non ci sta un cazzo e che non posso nemmeno riferire. Vabbè, finisca che non vedo l’ora di andarmene da questo luogo assurdo. Mi sembra che siamo passati dall’Ipocalisse al Seppuku.

Sullo scontro di allora nella procura di Palermo la penso esattamente come Giuseppe D’Avanzo ebbe a scrivere qualche anno fa con quell’articolo sulla cd. sindrome del perdente. Ecco l’articolo, quando ha tempo se lo legga. Tra l’altro D’Avanzo fa anche una lezione di giornalismo all’inventore del Fatto in quest’altro editoriale. Ecco, si legga anche questo. Ma quello che mi preme è chiederle una cosa. In pratica Marco Travaglio fa la sua fortuna insinuando ambiguità e cose disonorevoli attraverso un bricolage monologhistico senza contraddittorio, contro i soggetti che finiscono sotto le sue grinfie. Tra l’altro in Tv ride sempre mentre fa i suoi interventi, sprizzando superiorità morale e dileggio. E questo va pure bene, ha avuto anche una funzione positiva per un certo periodo. Ma le chiedo: da Santoro o sul Fatto si è mai espresso sulla faccenda della cassetta contenente la conversazione tra i senatori De Gregorio e Caforio sul tentativo di corruzione subito dal primo, che Caforio diede a Di Pietro il quale sostiene adesso che questa cassetta sia sparita?

Non lo so se l’abbia fatto, non guardo Sevizio Pubblico.

Il punto è proprio questo. Se l’ha fatto è un conto. Ma se non l’ha mai fatto, beh, la sua credibilità per quel che mi riguarda è pari a zero. Anche lui è un vero italiano.

E sticazzi.

Soundtrack1: ‘Inhaler’, Foals

Soundtrack2:’ Wishing well’, Motorpsycho

*L’ing. Paolo Pretocchio è un personaggio di fantasia dislocato primaverilmente in una località segreta per imitare le riunioni di Beppe Grillo con i suoi eletti.

Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

Prosperare sul caos

in politica by

Senza troppi preamboli, la causa principale che alimenta l’ affermazione elettorale di Grillo è il decomporsi del sistema di rappresentazione partitica che fino ad ora abbiamo conosciuto. L’alternativa al m5s sono delle creature organizzative autoreferenziali e morenti senza affidabilità né credibilità alcuna. Il dilettantismo e l’improvvisazione della maggior parte dei neoeletti grillini e l’inconsistenza concettuale, caratterizzata da un rozzo livore senza sostanza, di molti dei loro sostenitori, non è altro che un’aggravante per le forze politiche alternative presenti alle elezioni.

Prendiamo Parma, dove il sindaco 5stelle si è adeguato a qualsiasi logica di ‘buon senso’ e di moderazione politica, accantonando tutti quei propositi ‘rivoluzionari’ per i quali era stato votato, in primis la dismissione dell’inceneritore. Nonostante questo, il m5s a Parma è passato dal 19 al 28 %. Ok l’onda del successo e della contingenza attrattiva del momento. Ma l’alternativa a Parma qual era? L’alternativa in Calabria o nelle Marche, chi era, se non qualche politicante autoreferenziale dell’apparato di centrosinistra che ha sempre fatto l’interesse suo e della sua cricca? E che il vertice Pd ha dovuto confermare perché avrà portato voti alle primarie ed avrà fatto vincere il ‘vertice’. E per il Pdl vale lo stesso ragionamento. Si parla della rimonta di Silvio: ma quale rimonta? il Pdl ha perso 6.296.744 voti.

C’è chi ha scritto che i grillini hanno occupato lo spazio dei movimenti radicali disinnescandone indignazione e risentimento, garantendo in questo modo la tenuta del sistema. Ma dove stanno le masse rivoluzionarie pronte alla rivolta e ad imbracciare i forconi? Qua, al contrario, ci si vende per due briciole. Questi qua che votano vogliono una suggestione, una via di fuga. Una sorta di salvezza velleitaria che esorcizzi la sofferenza, è l’ideale per una media e piccola borghesia disillusa ed insoddisfatta per non aver raggiunto una certa prosperità economica o un’ adeguata soddisfazione lavorativa. Invece di insorgere contro se stessa e prendersi delle responsabilità, segue la strada più facile perché sembra l’unica via di fuga possibile. E tutto questo si nutre, fino ad ingozzarsi, del deperimento della rappresentanza partitica tradizionale e dell’incapacità della politica di cambiare davvero la vita delle persone.

Nell’immediato difficilmente ci saranno rotture tra Grillo/Casaleggio ed i loro eletti. Le contraddizioni, quando emergeranno, saranno tra il movimento ed i suoi elettori, quando cioè questo rito collettivo perderà energia riducendone anche le sue specificità, iniziando a perdere ciò che lo distingueva da tutto il resto, che lo aveva staccato dallo sfondo. La termodinamica ci insegna che a una dissipazione di energia corrisponde una trasformazione irreversibile, che porta un sistema verso lo stato uniforme e indifferenziato che chiamiamo “equilibrio termodinamico”. Nell’equilibrio termodinamico il rito collettivo di esorcizzazione della sofferenza tornerà ad essere falso evento.

Quando anche tutto questo si sarà prosciugato però, non illudetevi che tutti rivoteranno Pd o Pdl, perché la sovranità dei partiti ha fallito e si è esaurita in quanto la politicizzazione militante basata su dottrine tradizionali(liberali-cattoliche-marxiste) che ne era fondamento, non esiste più. Oggi le pulsioni sociali sono primitive ed istintuali, non ragionate, corrose da un pragmatismo senza linea di condotta. L’analfabetismo di ritorno raggiunge livelli sorprendenti e la miseria affettiva spinge la grande massa teledesiderante insoddisfatta e risentita, verso ogni sfascio possibile, pronta ad altri fanatismi a portata di mano, come un tossico disperato che a furia di farsi si divora il cervello. La sofferenza sarà la chiave di volta. I programmi, i punti, i monologhi, non saranno sufficienti. Ci vorranno forze organizzate che prima di tutto dovranno fare e garantire assistenza e protezione sociale e psicologica, erogazione di servizi e sistemi di intermediazione vari, distribuzioni gratuite di cibo e vestiario, buoni per operazioni di chirurgia estetica, dosi di viagra, di psicofarmaci e droghe disparate, partecipazioni a festini, medici convenzionati e poi, che cazzo ne so, non mi viene in mente nient’altro. Ah si, Groupon. Ecco, i movimenti politici del futuro dovranno essere una specie di Groupon a 360°. Ma adesso taglieranno i rimborsi elettorali, quindi un partito Groupon lo può fare solo Silvio. Cazzo, è inutile, alla fine vincerà sempre lui.

Soundtrack: Nessuna causa sciopero consulenti musicali

Chi sono 'loro', adesso?

in società by

Stanno girando molto, tra i miei compagni, le dichiarazioni di una stronza – passatemi il termine – del M5S che ha scritto cose tipo: “Il fascismo delle origine fu molto attento allo Stato e alla famiglia” – Ma va!  Fin troppo attento, direi -, “Aboliamo i sindacati”, etc… La ragazza sarà probabilmente rappresentante del Movimento alla Camera e le reazioni scioccate erano del tutto prevedibili.

Ma il merito del M5S è stato – anche – questo, possiamo finalmente dirlo: aver scoperchiato l”imbecillità, la rozzezza e la pochezza del nostro prossimo, del nostro coetaneo, di chi ha seguito percorsi di vita simili al nostro. In poche parole: del nostro “amico” su Facebook. Siamo onesti: molti di noi avevano uno status già scritto nel cassetto, pronto per l”uso ma perennemente bloccato dall”auto-censura: “I miei amici più cretini votano Grillo”. Ora è già superato dagli eventi: a votare M5s sono stati proprio gli under-25, i laureati, gli ex votanti di sinistra, i “connessi” alla Rete. Insomma, che ci crediate o no, il nostro mondo.

Eppure fino a pochi giorni fa i “cattivi” erano altri. Erano loro: un”entità vischiosa e indefinibile, il cui ritratto ci veniva fornito da mediatori professionali altrettanto vischiosi e ambigui: i Serra, i Maltese, gli Scalfari, i Benigni.. Quanti berlusconiani o democristiani conoscevate, di persona o virtualmente? Nella mia piccola campana di vetro, i razzisti e gli omofobi li avrei potuti contare sulle dita di una mano. Sulle nostre bacheche non v”era quasi traccia, di loro. In realtà, non li invitavamo nemmeno: davamo per scontato, recitando un mantra non scritto, che tra gli utenti della Rete ci fossero i più svegli e i più persuasi (per usare un”espressione cara a Capitini).

Ci credevamo, lo sentivamo.

Ci sbagliavamo.

Ora la SVEGLIA!!11!! ce la danno loro, i “prossimi” a noi, con tanti esclamativi usati a mo” di manganello. E scopriamo che loro sono tra noi, e forse siamo noi stessi. La cultura che ha prodotto la stronza di cui sopra non viene dal nulla, ma è il risultato di tante litigate rimandate col nostro vicino di banco “perbene”, di tante questioni di principio annacquate con un cocktail sui gradini di S. Lorenzo, a Milano – quando non venivano recintati dalla Moratti e da Pisapia. E” il mesto piegarsi alla logica del compromesso e del “meno peggio”. E” la cultura autoreferenziale di molti blogger dalla battuta leziosa e jovanottiana, di un sistema cultural-intellettuale che da due decenni fa acqua da tutte le parti, che ama “speculare” sui fenomeni sociali senza chiedersi come mai, in questo vuoto di idee coraggiose e soprattutto di scelte morali, qualcun altro – loro – abbia scelto di muoversi comunque anche se in modi e linguaggi che ci sembrano orrendi.

Ora le conseguenze le pagheremo tutti, in forme ancora da verificare. Forse svilupperemo un”ulteriore diffidenza, un”ulteriore paranoia dei confronti del nostro “prossimo”. Magari sbagliando bersaglio: prendendocela solo con i manipolati dimenticando i manipolatori. Oppure mettendo nuove serrature alle stanze vuote di una catapecchia che volevamo occupare da soli.

@kaosreport

Il ventennio grillino

in politica by

Ciao a tutti, io sono laureato in economia, mi occupo di decrescita ma vorrei occuparmi anche di difesa perché sono antimilitarista. Ciao a tutti studio tre lingue dunque mi candido automaticamente alla commissione esteri. Ciao a tutti, sono laureata in giurisprudenza e vorrei mettere le mie conoscenze giuridiche a disposizione di tutti. Avanti così, per 163 volte, una per ogni eletto del M5S. Intanto, connessa in streaming, circa un terzo dell’Italia guarda con un misto di stupore e orrore. E’ la parte d’Italia intellettuale, spesso di sinistra oppure liberale (mi ci metto dentro pure io), quella che sa dove si trova il Senato, che sa cosa dice l’articolo 67 della Costituzione e che sa pure come si elegge il Presidente della Repubblica e come funziona il voto di fiducia. Insomma, l’Italia che perde da vent’anni e si ritrova puntualmente davanti a una TV, dopo le elezioni, a scuotere la testa con occhio vitreo davanti ai raggianti neoeletti. I grillini di oggi sono come i neoeletti di Forza Italia nel 1994. Noi come tanti piccoli Nanni Moretti li prendiamo per il culo e a ogni presa per il culo li rendiamo più forti. E sai che risate se pure questi restano lì per vent’anni?

Strategia dell’apnea

in politica by

Caro Bersani, sei una persona seria e per bene, ok, ma al 99% sei fottuto.

Se fai il governo con Silvio, lui mettera’ al primo punto la restituzione dell’imu e questa sarebbe una vittoria sua e non tua. In piu’non fareste il conflitto di interessi ed altre cose che alle “ masse teledesideranti’’piacciono, vi perdereste in bizantinismi e stupide dispute sulla legge elettorale, e quindi resteresti fottuto, anche perche’ Grillo griderebbe all’inciucio etc etc.

Se pensi di presentarti alle camere chiedendo la fiducia per un governo di minoranza con una dichiarazione programmatica delle vostre, di quelle inconcludenti vaghe ed inutili come quelle che avete sempre fatto, fai la figura del poveraccio e ti spernacchiano alla grande. Non solo non avresti la fiducia, ma faresti pure la figura dello sfigato della classe umiliato e deriso da tutti. Qua invece vogliono persone virili, che fanno a nuoto lo stretto di messina e che anche ad 80anni trombano come delle antilopi. Lascia perdere il senso di responsabilità, non è macho, non fa share. Quindi, senti a me, se vuoi fare così non accettarlo proprio l’incarico. In piu’poi ti dovresti anche dimettere da tutto, fare congresso straordinario, perché finito con zero credibilità.

L’unica strada che puoi tentare, se accetti l’incarico, è quella di presentarti alle camere con 7/8 proposte mediaticamente forti e pseudogrilline: riforma delle fondazioni bancarie, taglio immediato delle spese della politica, tetto immediato per stipendio dei manager pubblici, abolizione immediata di tutte le provincie, conflitto di interessi, riforma degli uffici di collocamento, pagamento dei debiti delle amministrazioni pubbliche verso le imprese, legge elettorale. Se vuoi degli spunti, chiedi aiuto a Michele Boldrin, la figura migliore e più seria di tutta la campagna elettorale ma che alle “masse tele desideranti” non è garbata. In tal modo potresti insinuare dei problemi agli automi del m5s, magari ci cascano e riuscite a prendere qualche mese di tempo ed a guadagnare terreno. Se non ci cascano, potreste sempre vendervele in chiave di prossima campagna elettorale, sostenendo”noi ve l’avevamo proposte le riforme, voi non avete voluto farle”. Così vi giochereste il tutto per tutto, tanto ormai è andata e forse per disinnescarli è meglio farli andare a governare, tipo Pizzarotti a Parma che le uniche riforme che ha fatto sono state l’aumento delle tasse sugli asili nido e mettere il coprifuoco ai locali notturni. Temo però che tutte queste potenziali riforme non le presenterete mai, anche perché andrebbero a colpire interessi di posizioni e di clientele del vostro apparato di cui siete prigionieri e vittime.

A sto punto, quindi, l’unica soluzione sarà un ‘governo alla ‘Maccanico’, con la solita figura istituzionale che non penso sarà Dario Fò, ma probabilmente Roberto Benigni, uno che piace alle ‘masse teledesideranti’, che farà la legge elettorale per poi dimettersi immediatamente per nuove elezioni.

Nel frattempo, per tutti noi, non vige che affidarsi alla strategia dell’apnea, che ognuno troverà e sperimenterà in cuor proprio, con o senza senso di responsabilità, che è e rimane ininfluente.

Soundtrack1:’Strategie’, Afterhours

Il Fronte del Grillino Qualunque

in politica by

C’era una volta un uomo di spettacolo piuttosto attivo e intraprendente. Stufo della solita politica, fondò un blog ante litteram per informare i cittadini qualunque. Il suo motto era “questo è il [blog] dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole. ” Nel suo simbolo c’era un uomo intento a scrivere su un muro “abbasso tutti” e i contenuti del blog erano irriverenti verso il potere e farciti di insulti e parolacceIn meno di un anno passò da 25.000 a 850.000 contatti. Inebriato dal successo di pubblico, il fondatore decise di fondare un partito per poter dare voce alle opinioni dell’uomo della strada. Intellettuali e politici del tempo all’inizio non capirono il potenziale di questo nuovo partito e lo trattarono con sufficienza. Alcuni addirittura accusarono il fondatore e i suoi seguaci di essere dei fascisti, quando loro tuttalpiù erano dei qualunquisti. Il fondatore e i suoi seguaci credevano che per governare “basti un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione”. Alle elezioni politiche il partito abbe un boom, eleggendo 30 deputati e alle amministrative nella capitale superò il partito in quel momento era al governo. Come spesso accade, la vittoria si rivelo’ piu’ difficile da gestire della sconfitta. Il Presidente del Consiglio in carica accusò il partito di essere filofascista. Oltre ai grandi partiti, anche la Confindustria si mise contro. Isolati e detestati, i parlamentari del partito cominciarono ad avere un atteggiamento più conciliante verso il partito di governo. Fu proprio questo avvicinamento a decretare la fine del successo popolare di questo grande movimento di popolo. I sostenitori, delusi dal nuovo atteggiamento filogovernativo abbandonano il partito. Ci furono varie scissioni e il partito si sciolse in pochi mesi, confluendo nei vecchi partiti che era nato per combattere.

 

Dialogo di un venditore di Grilli e di una militante di un vecchio partito

in politica by

Liberamente tratto da un dialogo effettivamente avvenuto tra un neo elettore del Movimento 5 stelle e una militante di un vecchio partito, entrambi emigrati a Londra.

Vend. Politici, politici nuovi; rappresentanti nuovi. Bisognano, signora, politici?

Mil. Politici per l’anno nuovo?

Vend.  Sì, signora.

Mil. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Vend. O illustrissima, sì, certo.

Mil. Come quest’anno passato?

Vend. Più più assai.

Mil. E come mai?

Vend. Quest’anno spazzeremo via la vecchia politica, quella corrotta, quella di chi è stato in Parlamento per troppi mandati e si è arricchito.

Mil. Ah, davvero. E come farete?

Vend. Candideremo gente nuova, proveniente dalla “società civile”, carne fresca che non si è mai sporcata con la vecchia politica.

Mil. Interessante, e ditemi, quale sarà la prima cosa che farete una volta eletti?

Vend. Aboliremo il finanziamento pubblico ai partiti. La Casta la smetterà di vivere alle spalle dei cittadini.

Mil. Che bell’idea, mi ricorda molto il referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, quello che poi i partiti hanno ribaltato nell’indifferenza generale della “società civile”. E ditemi, dov’era la gente nuova quando tutto questo succedeva? E più recentemente, dov’era la gente nuova quando alle elezioni i vecchi politici presentavano firme false per presentare le loro liste?

Vend. Firme, quali firme? Quella del referendum era una battaglia giusta ma sapete, noi non siamo politici di professione e al tempo non ci occupavamo di queste cose. Ma ora siamo in pista e cambierà tutto perché noi non siamo come i vecchi politici.

Mil. Giusto, dimenticavo. E ditemi, che volete fare a proposito del problema giustizia? Come affronterete il problema delle carceri?

Vend.  Prima di tutto va detto che ci sbaglia deve andare in galera. Il problema delle carceri si risolve costruendone di nuove, così saremo sicuri che chi sbaglia paga.

Mil. Ma lo sapete che i reati che intasano maggiormente le carceri italiane sono quelli legati alle droghe leggere e all’immigrazione clandestina? Non sarebbe meglio depenalizzare queste due fattispecie per lasciare in carcere chi è effettivamente pericoloso?

Vend. Eh, cara signora, piacesse a Dio che si potesse. Io da ragazzino sono finito in dei bei guai per una canna…

Mil. Ma se siete d’accordo con me, perché non votate per un partito chiaramente antiproibizionista?!? Vi do un’ultima possibilità, ditemi un’ultima cosa che farete quando sarete al potere.

Vend. Noi siamo per la protezione dell’ambiente. Trasformeremo l’Italia in un paese green bloccando TAV, rigassificatori e inceneritori.

Mil. Ah già, niente treni e niente smaltimento rifiuti, si sta molto meglio con il trasporto su gomma e con i cumuli di rifiuti per le strade. Non mi pare però di ricordare che il vostro leader abbia mai speso una parola per i referendum green fatti a Milano nel 2011 né per quelli che si stanno cercando di fare in questi mesi per Roma.

Vend. Ma io veramente questo non lo so, non so di cosa state parlando, dovrei informarmi. Però porteremo gente nuova, che non si è mai sporcata con la vecchia politica, gente onesta.

Mil. Onestamente, dove sono stati codesti signori negli ultimi vent’anni?

Vend. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Politici, politici nuovi; rappresentanti nuovi.

 

 

Go to Top