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Storie di libri abbandonati a metà /Ep.2

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Riprendiamo qui il secondo episodio di libri che non siamo riusciti a finire e che non finiremo mai (il primo episodio, qui)

Ci darete ragione o ci tirerete addosso le pietre?

 

Dracula Frizzi  – Purity di Jonathan Franzen

Mentre tutto il mondo che conta si spertica a lodare il nuovo capolavoro di Jonathan Franzen, Purity (l’unico libro che era un capolavoro ancora prima di uscire. Franzen è come Paolo Conte: puoi parlarne solo bene) io passo angosciato i minuti a cavallo di mezzanotte infliggendomi pagine di questo mattone impastato a insicurezze, augurandomi che il bambino si svegli e mi costringa ad alzarmi. Insicurezze di Pip (cioè Purity, la ragazza protagonista del romanzo), insicurezze di Andreas Wolf (il dottor Faust del romanzo), insicurezze della madre di lei, dell’amica di lei, insicurezze del patrigno di lei. Insicurezze di una generazione, di due generazioni, di una nazione, di tutto un pianeta.

Il mistero di Franzen è questo. Scrive storie assolutamente banali (vedi Libertà: lui ama lei, lei ama lui ma anche un po’ il suo amico, lei tradisce lui——— catarsi) da cui non riesci a staccarti. I personaggi sono tutti molto reali: hanno molte dimensioni e moltissime debolezze.

Tutti tradiscono, tutti mentono, tutti scappano: la scrittura è magistrale, la costruzione ineccepibile.

Ma questa volta no, questa volta non me la sento di mettermi in fila e puntare il dito contro la middle-class bianca e i suoi danni collaterali (o meglio: generazionali), non ci riesco a stare sul piedistallo e sezionare le vite di questi poveretti, non mi interessa di sapere chi scopa con chi. Non stasera Jonathan.

Tutto tace. Il bambino dorme. Ancora una pagina e poi lo mollo, sto mattone.

Ancora una poi smetto.

L’ultima.

Ancora una..

 

Massimiliano Favazza  Il Castello di Franz Kafka

Kafka

JJ Spalletti – Philip Roth

Ricordo che quando andavo a scuola e ci davano da leggere i libri per l’estate, io cercavo sempre un modo per evitare di farlo: riassunti sulle enciclopedie/internet (e all’epoca c’era il 56k), amici che già l’avevano letto, esplosioni anomale in tutte le librerie di quartiere. Purtroppo sul rifiuto vinceva l’ansia del farsi trovare impreparata, e quindi questi libri venivano iniziati e finiti nei tempi stabiliti (vale a dire letti e riassunti la notte prima della consegna).

Anni dopo avrei scoperto che ero l’unica a sbattermi così tanto, gli altri se ne fregavano e andavano a scuola senza aver letto nemmeno la trama sulla quarta di copertina.

Credo che il problema non fosse tanto l’imposizione, quanto la scelta dei miei professori di farci leggere la nicchia: Italo Calvino? Perché andare sulla roba nota, così so’ capaci tutti, leggetevi invece Il sentiero dei nidi di ragno, avvincente a partire dal titolo. Joseph Conrad? Ecco a voi Sotto gli occhi dell’occidente, che è come dire “Ti piacciono i film di Spielberg? Ecco, guardati i cortometraggi sulla violenza sulle donne che faceva quando stava al liceo.”

Eppure da sola leggevo molto. Leggevo così tanto che, oltre ai libri che mi consigliavano gli amici e la mia famiglia, a un certo punto avevo deciso di colmare alcune importanti lacune letterarie, soprattutto per quanto riguardava proprio Calvino e Conrad, che associavo solo alla fatica, e non mi sembrava giusto.

Presi in mano Pastorale Americana pochi giorni dopo il mio ventiquattresimo compleanno, e iniziai a leggerlo. Poi arrivai a pagina 50. Chiusi il libro. Lo riaprii il mese successivo, intenzionata a finirlo. Non ricordavo nulla, però. Iniziai di nuovo, arrivai a pagina 50. Lo chiusi. Qualche mese più tardi, pulendo casa, ritrovai Pastorale Americana. Lo aprii, iniziai a leggere, ma cosa era successo prima? No, beh, se lo devo leggere lo devo anche capire bene, lo ricominciai. Arrivai a pagina 50. Poi, l’illuminazione: perché mi stavo dannando dietro a quel libro? Era necessario che lo finissi? Non ci sarebbe stata nessuna professoressa a chiedermi il riassunto. Avevo capito.

Qualche giorno più tardi avevo notato che mia madre aveva sul comodino La macchia umana. Poi avevo notato anche che quel libro era rimasto sul suo comodino anche il mese successivo, e due anni dopo, e quando mi ero trasferita, e quando il mio primogenito si era laureato, così mi ero detta: “O è un capolavoro, oppure mia madre non ha memoria a breve termine.” Le chiesi com’era. Mi confessò di non essere mai riuscita a finirlo. Le proposi di scambiarceli: lei avrebbe tentato con Pastorale Americana, io con La macchia umana. Non ho ancora avuto il coraggio di aprirlo.

Di seguito, una lista di libri che volevo assolutamente leggere ma che ho interrotto sconfitta dopo essermi chiesta “ma davvero me ne frega qualcosa?”

  • Il Signore degli Anelli, pagina 10 (scagliato contro la testiera del letto con rabbia);
  • Il Barone Rampante, pagina 3 (“come diavolo parla questo?”);
  • Gita al Faro, pagina 1 (“Non ne posso più”);
  • La linea d’ombra, indefinito. Non ricordo nemmeno se il libro fosse quello o se invece fosse Cuore di tenebra, hanno entrambi il buio nel titolo e che palle, viva Richard Scarry
Sandrino e Zigo Zago forevah
Sandrino e Zigo Zago forevah

Pannella e Scalfari, affinità e divergenze dal conseguimento della maggiore età

in cultura/politica by

La morte di un politico famoso si sa, è come il dissesto idrogeologico: nessuno in Italia può dirsene immune, e nessuno viene risparmiato dallo straripamento. Sono acque che sgorgano copiose e infestate di coccodrilli, ma niente paura perché sono quasi tutti affettuosi – se non addirittura melensi. Generalmente il tratto comune di questi rettili anfibi è il copione che segue: riconoscimento dei meriti del defunto, aneddoto personale (cose fatte insieme quasi tutte improvvisamente memorabili, tendenzialmente poco interessanti in assoluto, ma di cui è necessario rinfrescare la memoria), giustificazione del perché non si era più d’accordo da tempo, chiusura vagamente commossa ma senza esagerare.

Non fa eccezione Eugenio Scalfari, il decano del giornalismo italiano, fondatore di Repubblica e anche del Partito Radicale – correva l’anno 1955 – che di Pannella offre un ritratto sincero e poco arruffone, più teso a sottolinearne le differenze e marcarne l’alterità, che a condividerne i meriti. Niente di stupefacente – ivi compresa la magica abilità di Scalfari di parlare di sé anche quando scrive della morte di un atro – e niente di memorabile, ma apprezziamo il tentativo di trovare un termine di paragone attuale. Ovviamente è un tentativo vano: Pannella era, e naturalmente rimane, tanto indecifrabile quanto irripetibile, e una storia così (proprio come certa musica) poteva nascere solo negli anni 60 e 70.

Esattamente come era lecito aspettarsi, i meriti di Pannella si fermano ai referendum su divorzio e aborto: Pannella, per una certa sinistra che delle personalità complesse ama appropriarsi della proiezione comoda e aderente, muore qui. Delle battaglie dei 40 anni successivi non se ne parla, e se lo si fa se ne accantona il merito, puntando il dito contro i letimotiv circostanziali di sempre: Capezzone, Cicciolina, Berlusconi, Rutelli (per i più barricaderi). Questo non c’è nell’articolo ma per la sinistra, per quella stessa sinistra di sempre, i radicali sono un popolo strambo, pindarico, incomprensibile. Le battaglie sui princìpi, sugli ideali, lontani dalle “reali esigenze della gente”. La sinistra salottiera di cui Scalfari è incarnazione e Gran Maestro di quelle esigenze e quelle vite ha sempre (stra)parlato, Pannella coi suoi istrionici eccessi di quelle esigenze e quelle vite ci si è insozzato e ne ha fatto benzina politica: “Le nostre storie sono i nostri orti”, dopotutto. E poi il settarismo incomprensibile, probabilmente nel linguaggio e nella mitologia, sicuramente nel rapporto col leader. Non a caso infatti, mentre Scalfari nel 1986 intitolava un proprio libro “La sera andavamo in via Veneto”, facendo riferimento alla sua scuola giornalistica e intellettuale irriducibilmente vitellona;  venticinque anni dopo Pannella intitolava un proprio lungo intervento su Il Foglio “La sera non andavamo in via Veneto”: se l’alterigia è stata un tratto comune tra i due decani, certamente è stata declinata in maniera diversa.

Poi, però, c’è l’essere capopopolo senza partito, di cui si attende il verbo la domenica sull’organo ufficiale: puntuale. C’è l’essere saggio, nella saggezza dell’Anziano che ha attraversato buona parte del ‘900, ha conosciuto i Padri della Patria™, e ha lasciato un segno nella storia di questo paese. Dalla parte degli ultimi, degli emarginati. C’è, concediamoci un po’ di bassezza, un libertinismo sessuale comune eppure così diverso: poligamia, promiscuità e le loro intersezioni. Non a caso, c’è l’essere nati di rara e austera bellezza. C’è l’essere guida morale che detta la linea e l’etica, di una moralità che pur nascendo laica ed atea vola alto, diventa necessariamente metafisica, specie sul finale. Arrivando addirittura a dialogare con il Papa. A scriverci insieme un libro. Come dite? Pannella non ha mai scritto un libro con il Papa? Ah ma qui si parlava di Scalfari, non confondetevi.

Storie di libri abbandonati a metà / Ep. 1

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“Perché accanirsi a leggere un libro orrendo? Per un malinteso senso d’orgoglio, per spirito di disciplina, per sfida a sé stessi? O – peggio ancora – per il semplice fatto che lo si è comprato? «Ho speso tredici euro per Acido solforico di Amélie Nothomb, a questo punto lo leggo fino in fondo». Che è esattamente come dire: «Ho buttato del denaro, ora per pareggiare i conti devo buttare anche del tempo». Non vi daranno indietro né l’uno né l’altro.”

G. Vitiello

 

Dan Marinos – Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij

Ho cominciato a interrompere i libri da quando ho iniziato a lavorare (nel momento in cui mi sono reso conto che stava diventando una sorta di isterismo, tipo disordine alimentare, mi sono imposto di non rinunciare a più di due libri di fila). Prima l’avevo fatto una volta sola, con Delitto e Castigo.

È un libro che iniziai per amore, e leggerlo non mi costava alcuno sforzo grazie ad una traduzione piuttosto agile e moderna. Certo, dovevo portare pazienza e sopportare l’utilizzo della parola “Colombello/Colombino” detta tra maschi eterosessuali (“No, ma che Mikolka! Rodion Romanovic, colombino mio, Mikolka non c’entra in questa storia!” dice il Signor Petrovic al protagonista). Trovo fastidioso quando viene data per scontata la conoscenza di un’usanza o di abitudini tipiche di una società che però mi è lontana nello spazio e nel tempo.

Fatto sta che un giorno dimenticai il romanzo sull’autobus e andai in biblioteca a cercarne un altro. Pensavo: “Uno vale uno”. E invece la traduzione era molto più vecchia della prima e i termini ancora più lontani dalla mia soglia di sopportazione.

Questa esperienza mi ha fatto quindi capire che se non mi piace un libro, soprattutto un grande classico, non è colpa dell’autore. Chi sono io per dare contro a Dostoevskij? Quando succede, mi guardo allo specchio con il libro in mano e vedo chiaramente il colpevole: il traduttore.

Conclusi Delitto e Castigo sfogliando rapidamente l’ultimo quarto di libro: mi pare che qualcuno muoia nel fiume, no?

 

Billy Pilgrim – Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Una trama che sembra sembra uscita da un film di Tarantino con derive alla Nicholas Sparks.

Alla fine del regime napoleonico, il giovane e onesto Edmond Dantès viene coinvolto, suo malgrado, in un intrigo politico ordito da un gruppo di villanzoni desiderosi di rifarsi una verginità monarchica: arrestato e condannato per tradimento, l’ingenuo protagonista viene gettato nelle terribili segrete del Castello d’If, dove spenderà i successivi 14 anni della sua vita nella speranza di rivedere la luce del sole. Riuscito miracolosamente ad evadere, ed entrato in possesso del favoloso tesoro dell’isola di Montecristo, Dantès rientra a Marsiglia per vendicarsi sotto falso nome dei suoi aguzzini, divenuti nel frattempo i signori indiscussi della vita pubblica locale.

Il personaggio di Edmond Dantès, nei panni del Conte di Montecristo, anticipa sotto molti di vista la figura gotico-romantica del Dracula di Bram Stoker: alto, magro e mortalmente pallido, ma tuttavia in grado di emanare una certa aura di erotismo esotico e potere arcano. Gli intrighi machiavellici per vendicarsi dei suoi nemici non possono non catturare l’attenzione del lettore – sin dai primi capitoli dell’opera di Dumas, si sente un meraviglioso odore di sangue che cola.

Premesse (e promesse) ottime per una prosecuzione altrettanto deludente: a metà romanzo, la storia sfocia lentamente ma inesorabilmente nei toni melensi del feuilleton, e la sottotrama della storia d’amore tra Maximilien e Valentine, quest’ultima figlia di un avversario di Dantès, prende il sopravvento. Pagine e pagine di “Mi ami? Oh, ma quanto di ami?” nell’ennesima, insopportabile cornice del giardino segreto/hortus conclusus. Insomma, tutto quello che NON vorreste leggere nel pieno di una spirale di vendetta, violenza e scontri mor(t)ali.

Il libro rimase sul mio comodino per mesi, nell’angosciosa e inutile attesa di essere riaperto, fino a quando non mi chiamarono dalla biblioteca per ricordarmi che in Italia rubare è ancora reato.

 

Francesco Del Prato – Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Cominciato un paio di volte, mai finito. Ma non ho argomenti razionali, è sempre stata tutta una questione di sensazioni, di fastidiose suggestioni provocate da una lettura che ho sempre trovato faticosa.

Leggere di Tancredi di Salina, del principe Fabrizio, di vicende politiche poco avvincenti e degli amorucoli dei rampolli mi restituiva una sensazione di oppressione, di afa, di lentezza e pesantezza canicolare. Quasi un fastidio fisico, una sensazione sgradevole addosso. La narrazione a blocchi non aiuta, la mia totale insensibilità verso quel capitolo storico in quelle terre tantomeno, e certo questo sentimento di decadenza è fortemente cercato – fatto sta che fatica, fatica e ancora fatica. Una narrazione di un universo stanco che non mi appartiene, ecco a cosa associo il Gattopardo.

Ma ripeto: pura irrazionalità. I romanzi hanno anche questo potere.

 

Felix Davarr – Gita al faro di Virginia Woolf

Quando mi addormento leggendo, se ho tra le mani qualcosa di valido, faccio il seguente incubo: siamo in una realtà parallela dove i romanzi sono tutti delle opere d’arte perfette, da cui i lettori traggono lezioni fondamentali sul senso della propria esistenza; quando un romanzo viene portato a termine, al lettore è concesso salire un gradino verso la conoscenza. Nella scala che tutti gli uomini devono salire, Virginia Woolf sta seduta nel mezzo a guardarci come una sfinge a cui la tradizione del romanzo inglese, fatta di satira, eroine, arrampicate sociali, ha per dispetto scalfito il naso con una cannonata. Già offesa da questo sfregio, la Sfinge Virginia ti blocca in mezzo e comincia a farti domande in maniera sconnessa. Anche io a un certo punto me la trovo davanti, ma nemmeno il tempo che lei finisca la domanda che mi viene un attimo da sorridere, e per questo vengo rispedito con una zampata al gradino più basso. Il sogno finisce con me condannato a bivaccare per l’eternità in un mondo di analfabeti.

Morale: avevo letto la Signora Dalloway, e preso da vezzi adolescenziali avevo subito iniziato la Gita al faro. Dopo quaranta pagine ho iniziato ad avvertire i primi sintomi di un intossicazione da presunzione, solipsismo, mancanza assoluta di ironia (se non per profondere disprezzo) e ho capito che forse, forse, forse questa cosa di leggere e scrivere romanzi per astrarsi da tutto e da tutti è una maniera poco sana di approcciare le cose. Mi piace ricordare la Gita al faro come un romanzo come un punto d’arrivo importante nella mia soglia della sopportabilità. E ogni volta che il critico di turno declama che i romanzi sono prima di tutto opere comiche mi passa ogni voglia di fare le scale.

 

Poche autrici, pochissime protagoniste

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E’ difficile scrivere qualcosa su cui non si è d’accordo. Quantomeno, istintivamente. A me, per esempio, risulta complicato scrivere riguardo al gender gap. Non perché non credo nell’esistenza del problema, anzi; ma perché quasi sempre trovo l’approccio degli articoli ad esso dedicati completamente sbagliato. Veniamo bombardati quotidianamente da indagini spesso banali e approssimative sul tema della disparità di genere, dalle quote rosa al femminicidio (giusto ieri la home page di Repubblica dedica un articolo al mancato pareggio maschio-femmina nelle elezioni regionali, e ha tristemente battezzato un’intera sezione “Speciale Femminicidio”). Di conseguenza, per chi come me trova controproducenti le quote rosa e non ritiene il femminicidio un’emergenza, leggere che c’è un gender gap nei libri più premiati – non tanto a livello di autore, ma soprattutto di personaggi! – fa venire da sorridere.

Già, perché proprio ieri Quartz ha pubblicato un post che analizza il sesso dei protagonisti degli ultimi 15 vincitori del premio Pulitzer. Dal 2000 al 2015 nessuno dei libri premiati è incentrato principalmente su un personaggio femminile, nonostante ben 6 detentori del titolo siano donne. L’autrice inglese Nicola Griffith ha effettuato uno studio estendendo il campione ad altri premi, osservando sostanzialmente lo stesso effetto: parità di genere tra vincitori, forte disparità tra i protagonisti.

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Nonostante un sostanziale pareggio tra il totale degli scrittori e delle scrittrici, su 89 romanzi solo 15 (il 17%) hanno le donne protagoniste. Di questi, 12 sono stati scritti da donne, 3 da uomini. Griffith deduce che più il premio è prestigioso (in termini di successo e di soldi), più è improbabile che il vincitore parli di donne: “Ciò significa o che le scrittrici si autocensurano, o che la critica ritiene le donne spaventose, orribili o noiose […] ergo che il punto di vista femminile non è interessante o non ha valore”. In un appendice all’articolo, l’autrice sostiene che grazie alla mole di dati che stanno raccogliendo diversi istituti (tra  cui la VIDA: Women in Literary Arts), questi stessi dati “ci daranno sentieri. I sentieri ci daranno connessioni. Le connessioni ci aiuteranno a discriminare tra causa ed effetto, e una volta trovate le prime potremo trovare le soluzioni”. Di fronte a queste affermazioni piene di belle speranze, mi sento di dover raffreddare gli entusiasmi ricordando che non è così facile discriminare cause ed effetto, soprattutto in quei casi (e questo, lo è) particolarmente a rischio di correlazioni spurie. La mia perplessità si fa ancora più forte di fronte all’ingenua affermazione di Griffith: “Abbiamo ora gli strumenti per analizzare e mostrare masse di informazioni in modi che le rendano FACILI (caps lock mio) da capire”.

Ripeto: bisogna fare molta, molta attenzione a maneggiare dati, soprattutto in ambito qualitativo/categorico. La correlazione spuria è dietro l’angolo e non aspetta altro che essere sbattuta sulla prima pagina del Corriere o di Repubblica (si veda qua per un breve sunto sull’amore dei giornali per tali assurdità). Allo stesso modo bisogna cercare di inquadrare le dimensioni del problema e i pericoli che ne derivano per la società. E’ possibile, come dice Griffith, che il fatto che i critici premino solo romanzi aventi protagonisti maschili possa traviare negativamente il comportamento delle persone? “Stories subtly influence attitudes. If women’s perspectives aren’t folded into the mix, attitudes don’t move with the whole human race—just half of it”. Non staremo esagerando? E non sbaglia di grosso Quartz quando dice che questo non accadeva in passato? Dice: “Anecdotally, it’s hard to argue that the world’s greatest novels, whether by men or women, are skewed away from a female perspective (though an analysis might prove otherwise). Books like Anna Karenina,Jane Eyre, Clarissa, Mrs. Dalloway, To Kill a Mockingbird, The God of Small Things, The Portrait of a Lady, and The Handmaid’s Tale offer some of art’s richest depictions of the lives of girls and women across centuries and cultures.” Peccato che non solo potremmo citare un miliardo di romanzi dello stesso periodo aventi protagonisti maschili, ma anche che spesso quelli che oggi consideriamo capolavori erano del tutto ignorati dai lettori contemporanei.

Se il problema dei gusti dei critici permeasse in maniera così significativa il mondo reale, probabilmente non esisterebbero i Vanzina. Per mettermi il cuore in pace, sono andato su amazon.com a vedere quali fossero i bestseller del periodo 2000-2015 ed – escludendo quegli orribili libri che insegnano a diventare manager di sé stessi o peggio ancora a trovare Gesù – ho scoperto quanto segue:

tab1 gender gap
Indovinello: i 4 libri con autore “f” e protagonista “m” sono scritti dalla stessa autrice e hanno lo stesso protagonista. Chi?

 Di nuovo, negli ultimi 15 anni i bestseller su amazon.com sono equamente divisi tra autori ed autrici. Tuttavia, solo 4 libri (il 27%) sono incentrati sulle donne. Per quanto la percentuale sia più alta rispetto ai libri vincitori di premi, sembra che il gender gap nella trama permane anche tra i libri più commerciali. Ha quindi ragione Griffith? Prima di trarre le conclusioni, facciamo un paio di prove cambiando prima mercato e poi settore culturale.

La tabella che segue riguarda il mercato italiano. Ho confrontato i libri vincitori del premio Strega e del premio Bancarella nel periodo 2000-2015. Ecco il risultato:

tab2 gender gap
Gli “n.a.” hanno protagonisti non classificabili, nel senso che sono incentrati su una coppia, su una comunità, o su un bel fico secco di niente

Grazie soprattutto agli “n.a” la percentuale “f” sale al 20%, non distante dal campione della Griffith (che, tra l’altro, ha il triplo della dimensione del mio). Tuttavia, scompare l’equilibrio di genere tra gli autori: molto male. E per quanto riguarda i più letti in Italia? Purtroppo non ho trovato un sito affidabile come Amazon, e quindi mi sono dovuto appoggiare alle informazioni di questo articolo, da cui si deduce che:

tab3 gender gap

ben il 33% dei libri più venduti nell’ultimo quindicennio hanno protagoniste femminili. Non è il pareggio, ma nemmeno le basse percentuali di prima. Tuttavia, come per i vincitori dello Strega e del Bancarella, sparisce l’equilibrio di genere tra gli autori.

Un’altra domanda che mi sono posto è stata: “Ok, questo accade nei libri. Ma cosa dire riguardo ai film? Anche loro hanno registi e registe, anche loro hanno protagonisti e protagoniste, e posso analizzare i più premiati e i più venduti”.

Questi i risultati:

tab4 gender gap
Film vincitori dell’Oscar, della Palma d’oro e dell’Orso d’oro. “f” è il 27% del totale.
tab5 gender gap
“f” è il 7% del totale
tab6 gender gap
Film vincitori del Leone d’Oro. Ok, avrei dovuto usare il Donatello (che ha giudici italiani per film italiani) ma oramai ho fatto la tabella. E poi il Bancarella premia anche gli stranieri. Comunque, “f” è il 27%
tab7 gender gap
come per il mondo, “f” è il 7%

Ricapitolando:

graf 2 gender gap

graf 1 gender gap

 

Il mondo del cinema è ancora più impietoso di quello dei libri. Non solo si ribalta il rapporto premi VS vendite (cioè i critici danno più spazio a protagoniste femminili di quanto poi faccia il pubblico in sala), ma addirittura spariscono, sia tra i premi che tra le vendite, i film con registe femmine.

E ora, le conclusioni. Visti questi dati, si può dire che c’è un problema importante per quanto riguarda le trame più lette e meglio valutate nell’ultimo quindicennio. Questo basandoci sul presupposto del tutto intuitivo (in quanto difficile da negare ma allo stesso tempo impossibile da dimostrare) che il sesso del protagonista non possa essere la discriminante che fa di un libro o di un film un capolavoro o uno spreco di soldi. Purtroppo, l’unica cosa certa è che questo tipo di analisi sia del tutto insufficiente. Il campione andrebbe esteso nel tempo considerato e nel numero di vincitori e di libri letti. Andrebbero considerate le nomination, e non solo i vincitori. Andrebbero considerati i 10 libri più letti nell’anno, e non soltanto il primo. Dopodiché potremmo trarre le dovute conclusioni, che poi probabilmente non saranno molto lontane dai numeri mostrati in queste tabelle. E magari, potremmo altresì vedere un lento ma costante aumento della quota femminile lungo i decenni, segnale positivo di un processo che – senza quote rosa – si sta aggiustando da solo.

 

Lettori di serie B

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In estrema sintesi, l’IVA è un’imposta che colpisce il “valore aggiunto”, vale a dire l’incremento di valore che si verifica nel passaggio di un bene o di un servizio da un operatore economico all’altro: poiché, tuttavia, ciascun operatore detrae l’IVA pagata sui propri acquisti da quella addebitata ai propri acquirenti, di fatto l’imposta finisce per gravare completamente sui consumatori finali.
Ciò detto, attualmente in Italia sono in vigore tre diverse aliquote IVA: il 4%, il 10% e il 22%.
Ora voi vi domanderete: stante il fatto che l’IVA viene pagata interamente dai consumatori finali, qual è il criterio in base al quale vengono stabilite le aliquote da applicare ai diversi beni e servizi? Ebbene, in realtà i criteri sono molteplici, ma uno dei più importanti consiste nell’utilità e nella necessità dei beni colpiti dall’imposta.
Le spese mediche, tanto per fare un esempio, sono completamente esenti dall’IVA; scontano l’IVA al 4%, sempre a titolo esemplificativo, una grande varietà di generi alimentari, i libri (qua mettete un asterisco) e i giornali (salvo quelli pornografici, ma su questo ci sarebbe da scrivere un altro post); si passa al 10% per le prestazioni degli alberghi e dei ristoranti, per altri generi alimentari e per determinate operazioni di recupero edilizio; ci si attesta sul 22%, infine, per tutti gli altri beni e servizi. Il tutto, com’è lecito aspettarsi, minuziosamente illustrato in ponderose tabelle nelle quali viene classificato l’universo mondo, dalle “frattaglie commestibili degli animali della specie equina” agli “spettacoli di burattini e marionette ovunque tenuti”.
Ma torniamo all’asterisco di prima.
Come vi dicevo, i libri (peraltro con un meccanismo diverso da quello ordinario, ma con lo stesso effetto finale sui consumatori) scontano l’imposta nella misura del 4%: da ciò dovendosi desumere, evidentemente, che la lettura (tranne quella pornografica, ma questo è sempre quel post che prima o poi scriverò) è considerata un’attività necessaria e utile per gli individui, ed in quanto tale meritevole di essere incentivata attraverso l’applicazione di un’aliquota IVA ridotta.
Senonché, quando la lettura non avviene sulla carta, ma attraverso un lettore di e-book, cambia tutto: i libri elettronici, infatti, scontano l’aliquota del 22%, di tal che si dovrebbe concludere che godersi Calvino col Kindle è assai meno utile, necessario e quindi auspicabile che leggerselo nella (pur sempre affascinante) versione tradizionale.
Dite la verità: non si tratta di una faccenda paradossale? Voglio dire, che senso ha incentivare o scoraggiare la stessa attività a seconda del mezzo materiale attraverso cui viene svolta? E poi, nello specifico, se si ritiene che la lettura sia un genere di prima necessità, perché mai mai penalizzare l’utilizzo di uno strumento potenzialmente idoneo a diffonderla e incrementarla? No, perché per me, ad esempio, ha funzionato esattamente così: da quando ho per le mani un Kindle leggo il triplo di prima, vuoi per comodità, vuoi per ragioni di spazio, vuoi perché posso portarmi in vacanza una biblioteca intera e decidere quello che mi va di leggere a seconda di come mi gira la mattina.
Niente. Quelli come me pagano l’IVA al 22%. E quegli altri al 4%.
Di tal che succedono cose bizzarre: tipo che acquistare un libro di carta, sul quale gravano pur sempre costi materiali di stampa e spedizione, può costare meno che comprare lo stesso libro online e scaricarselo sull’aggeggio apposito. Tutto molto logico, nevvero?
Metteteci il fatto che dalle nostre parti i titoli disponibili in versione e-book sono tuttora pochissimi (a dispetto del fatto che ormai ogni libro, prima di essere tale, è un file, e quindi metterlo in vendita sarebbe facile come bere un bicchiere d’acqua) e ricaverete una conclusione semplicissima: in Italia chi legge gli e-book è un lettore di serie B.
E quindi, lo sottolineo, sono lettori di serie B soprattutto i giovani e i giovanissimi, che sono notoriamente più propensi degli altri a maneggiare dispositivi elettronici e digitali.
Ecco, poi ci si lamenta che i ragazzi non leggono più.

Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo

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Siete nel giardino della Camilla, si festeggia la sua laurea in antropologia culturale e ha organizzato una grigliata vegetariana con tutta la comitiva. È una bella serata di fine settembre e fa un caldo boia.  Mario è ubriaco ancora prima dell’antipasto e racconta barzellette oscene. “La sapete quella della vegana che non fa i pompini?” urla alzandosi in piedi sulla sedia e agitando le braccia per richiamare l’attenzione. “Ma non è mica una barzelletta, è tutto vero!” aggiunge scoppiando a ridere come un coglione. Tu sei seduto vicino a Mimmo, che continua a farneticare parole sugli alieni, che secondo lui stanno di base in un campo a pochi chilometri da San Giovanni in Persiceto e votano Partito Democratico. Pensi che, in fin dei conti, ognuno ha gli amici che merita.

La serata procede bene: alle dieci ancora nessun ferito (cosa che non accadeva dal 2007); soltanto danni per poche centinaia di euro. Si mangia, si beve, si ride. La Carla parla delle sue meravigliose vacanze in Salento. Dice che ha ballato la pizzica; che ha bevuto vino dalla bottiglia di plastica; che c’è lu sule, lu mare, lu jentu; che è diventata amica di una che si chiama Maria Sole. Cazzo, che originale. Vorresti rovesciare il tavolo e colpirla con un calcio volante gridando “banzaiiiiiii”.  Ma ti trattieni. Stai diventando quasi una personcina a modo.

Alle dieci e quindici minuti Mario palpa il sedere alla mamma della Camilla. Alle dieci e sedici scoppia una rissa tra Mario e il papà della Camilla. Essendo quest’ultimo istruttore di karate, ci tocca chiamare un’ambulanza per Mario. L’atmosfera della festa non si guasta. Arriva una mega torta sulla quale hai fatto scrivere col cioccolato “Benvenuta nella disoccupazione”. La Camilla finge un sorriso che in realtà vuol dire “stronzo, questa me la paghi”. Nel frattempo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto venti giorni di prognosi.

Ad un certo punto, la Carla ti presenta un tipo di Firenze che ha conosciuto al mare e che è venuto a trovarla. Parlate del più e del meno, sembra simpatico. Ti chiede che fai nella vita e gli rispondi che sei laureato in scienze della comunicazione ma lavori nella macelleria dello zio. Contratto di apprendistato: non puoi lamentarti. Sghignazza ma soprassiedi. Allora gli rigiri la domanda: “e tu che fai nella vita?”. Sghignazza di nuovo. “Scrivo” dice con aria soddisfatta. “Ah, ma dài, cosa scrivi?” chiedi sperando in un passo falso. Che prontamente arriva. “Romanzi, perlopiù” precisa con sfrontato accento toscano. “Ah, ma dài, hai pubblicato?” insisti annusando l’imminente disfatta. A quel punto comincia a frugare nella borsa e tira fuori un librone. “IL SILENZIO DELL’INFINITO” c’è scritto in copertina. Sotto l’immagine di una fata mezzo nuda. Una bella gnocca con le ali. Ancora più sotto il nome della casa editrice: Pubblicatidasolo.com.

Il tipo è di fronte a te col suo sorriso da ebete. Si aspetta che sfogli il suo capolavoro e che dica una cosa come “Complimenti! Figo!”. Ma taci. Taci e cominci a fissarlo con aria minacciosa. “Che c’è…? Non ti piace…?” chiede imbarazzato. Continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Poi parli. “Senti, ma hai altre copie qui con te?” chiedi fingendo inaspettato interesse e mettendogli una mano sulla spalla in segno di amicizia. “Certo! Ho la macchina piena, ho appena ritirato tutte le copie della PRIMA edizione” dice sottolineando che si tratta della PRIMA edizione e lasciando intendere che ne verranno sicuramente almeno altre quindici. “Tutte tutte? Bene, mi è venuta un’idea: portale qui che improvvisiamo una bella presentazione!” proponi con incredibile entusiasmo.

Cinque minuti dopo tutti i duecento volumi sono piazzati su un tavolino di plastica. Il tipo di Firenze è felice come una pasqua, tutti attendono l’inizio del reading. Camilla pensa che alla fine non sei così stronzo. Chiedi l’attenzione del pubblico e cominci a parlare. “Qui si fa la storia” introduci notando un sussulto di fierezza nello sguardo dell’aspirante scrittore. “Qui si fa la storia della letteratura italiana” prosegui svitando il tappo di una bottiglia di plastica contenente uno strano liquido verde. “Qui si sta salvando la letteratura italiana”. Il fiorentino è al settimo cielo e con falsa modestia ti fa segno di non esagerare. Poi, all’improvviso, con scatto felino, rovesci il liquido su tutte le copie. Si sente un “ooooh” di meraviglia tra il pubblico. Il futuro premio Nobel ha un sussulto, questa volta di terrore. Prendi un fiammifero e… Fiamme altissime. Il tizio sviene. “Gli aspiranti scrittori hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “hackererò il tuo pc e cancellerò pure gli inediti”. Poi ti metti ad elencare.

Le presentazioni di merda nei bar di paese con la prima fila composta da cugini e la seconda dagli zii e la terza dagli amici; i titoli del cazzo che scimmiottano i grandi capolavori; il fatto che si dichiarino “scrittori” anche quando si sono pubblicati da soli (hai speso duemila euro e non venderai mezza copia, idiota!); i continui appelli su facebook a comprare un romanzo di seicento pagine che racconta le gesta della regina di Fregnagon, un mondo incantato abitato da fate e gnomi che trombano tutto il tempo perché tu, aspirante scrittore, non hai una fottuta idea narrativa; i concorsi letterari per sfigati che premiano con una targa e cinquanta euro in buoni pasto; il fatto che si prendano maledettamente sul serio e credano di essere tanti piccoli Hemingway incompresi; le loro virgole tra soggetto e predicato (ma imparate a scrivere!); i loro amici o compagni che se ne escono con quelle frasi del cazzo tipo “guarda che è bellissimo, dovresti leggerlo prima di giudicare”; i romanzi fantasy: piaga dell’universo; i romanzi erotici: martellate sui coglioni; i libri di poesia, diosanto, i libri di poesia; le epigrafi in latino per darsi un tono; quelli che nella sezione lavoro di facebook mettono “scrittore” presso “me stesso”.

Riprendi fiato mentre tutte le copie del capolavoro sono ormai carbone. L’Italo Calvino di noialtri è svenuto e la Carla cerca di farlo rinvenire. “Gli aspiranti scrittori hanno proprio rotto il cazzo” sussurri con la soddisfazione del missionario. Qualcuno si avvicina e ti stringe la mano. Qualcun altro, preso dall’entusiasmo, dà fuoco a un romanzo di Paolo Coelho. “Hai fatto la cosa giusta, amico” dice Mimmo abbracciandoti. Guardi un’ultima volta le ceneri dell’intera prima edizione de “IL SILENZIO DELL’INFINITO”: fortunatamente niente è più leggibile. Poi ti volti e vai a prendere un’altra fetta di torta. È buona ma c’è troppa panna. 

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