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Trattativa o Waterboarding?

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C’è una frase che mi è sempre rimasta impressa nella mente quando da ragazzetto facevo le mie ricognizioni sul lungomare del mio paese con la mia Bmx: “Dopo il gelo degli anni di piombo, godetevi il calduccio di questi anni di merda“. Di scritte scolorite quelle mura e pareti di cemento erano piene: “W Stalin“,  “Autonomia Operaia“, “Onore al camerata Delle Chiaie” , “Il popolo non vota il popolo lotta“. Oggi quando ci passo, senza Bmx, trovo frasi tipo “Italian Boy“, “Stella… la mia vita non esiste senza di te“, “W il pulcino pio pio” e altra roba simile. Seguendo a tratti la recente questione delle intercettazioni del Colle e della trattativa Stato/Mafia, quella frase è tornata ad intermittenza a frullarmi la testa. “Dopo il gelo degli anni di piombo godetevi il calduccio di questi anni di merda“.

Il 17 Dicembre 1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale americano James Lee Dozier. La squadra messa in campo dal ministero dell’Interno, guidato dal democristiano Virginio Rognoni, convocata presso la questura di Verona dal prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos), è composta da Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. Racconta Salvatore Genova: “Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato.
(…)
Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. E’ Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata.
(…)
Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.
Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli. Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. E’ uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier
“.*

Anche questo era il gelo degli anni di piombo. Il calduccio degli anni di merda narra invece di una trattativa tra lo stato e la mafia. Nell’estate del 1992, subito dopo l’uccisione del giudice Giovanni Falcone, alcuni ufficiali facenti parte del ROS dei Carabinieri avrebbero intentato una trattativa con i vertici di Cosa nostra per fermare l’ondata di attentati e per giungere ad un accordo che avrebbe previsto la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis. Si tende a ritenere che Paolo Borsellino possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla buona riuscita di tale trattativa.

Sono sicuro che tra qualche decennio di questa vergognosa minchia di trattativa che coinvolge i vertici istituzionali e militari di questo Paese, rimarrà stupefacentemente predominante, nel dibattito storico dell’editorialismo onanistico della sinistra riformista, la pseudofrattura tra Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari sulla linea che Repubblica ha adottato in merito alla questione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino e al connesso editoriale di Zagrebelsky, e, come corollario, la lite tra Giuliano Ferrara e Travaglio in una trasmissione di fine agosto condotta da Enrico Mentana con un Emanuele Macaluso più pimpante che mai, su chi sia un irresponsabile neogiacobino eversivo e giustizialista e chi invece un opportunista garantista a guardia della ragion di stato e della tenuta democratica dell’intero sistema che fa gli accordi con la mafia. Alla faccia dei morti ammazzati, giudici e non.

Ma nessuno scioglierà mai il dubbio se sia meglio la trattativa o il waterboarding. Se sia stato meglio il gelo degli anni di piombo o il calduccio di questi anni di merda. L’unica cosa che posso fare è andare a vedere, appena torno a casa, che fine abbia fatto la mia vecchia Bmx.

Soundtrack 1): ‘Pogo’, Digitalism
Soundtrack 2): ‘Dark city, dead man’, Cult of luna

*http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-torturavamo-i-brigatisti/2178029

 

Il favore e il diritto

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Poi, come sempre, i ricordi sfumano, i particolari si dimenticano, finché delle cose non si conservano che i contorni generali.
Però a volte sono importanti, i particolari: determinanti, direi, se da quei particolari dipendono la vita e la morte di un essere umano, il rispetto della sua volontà, la salvaguardia della sua dignità.
Prendete Piergiorgio Welby, ad esempio. Io, che ho seguito la sua vicenda da vicino, ricordo come se fosse adesso che a un certo punto il problema era diventato questo: siccome il paziente chiede coscientemente che gli venga staccato il respiratore, possiamo staccarglielo; inoltre, siccome il paziente chiede di essere sedato per evitare di morire soffocato tra inenarrabili sofferenze, possiamo pure sedarlo; però, una volta sedato, il paziente diventerà incosciente, e quindi incapace di chiedere che il respiratore gli venga riattaccato nel caso -improbabile ma astrattamente possibile- in cui dopo il distacco decida di cambiare idea; ragion per cui, in assenza di una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento e non potendo sapere come la pensa in quel momento, saremo costretti a riattaccargli il respiratore.
Ora, nonostante il fatto che Carlo Maria Martini -come ci è stato tempestivamente comunicato- sia “rimasto lucido fino alle ultime ore“, si può ipotizzare che negli ultimi minuti abbia perso conoscenza: circostanza che avrebbe dovuto comportare, a voler seguire il criterio enunciato così rigidamente per Piergiorgio Welby, che i sondini cui aveva rinunciato finché era cosciente avrebbero dovuto essergli urgentemente attaccati tutti insieme, nell’improbabile -ma tuttavia possibile- ipotesi che proprio durante quegli attimi di incoscienza il porporato avesse repentinamente cambiato idea.
Si sarebbe trattato, con ogni evidenza, di una tortura insensata: e mi rallegro, lo dico davvero, del fatto che nel caso di specie nessuno abbia avuto l’alzata d’ingegno di proporla.
Sta di fatto, però, che nel caso di Piero essa non soltanto fu proposta, ma sbraitata a gran voce da una massa di scalmanati che gridavano al suicidio assistito, all’eutanasia, all’omicidio: il tutto, ovviamente, perché Piero non si era limitato a farsi i cazzi suoi chiedendo a mezza bocca che gli facessero il piacere di staccargli il respiratore, ma aveva rivendicato quel distacco come un diritto per sé e per tutti gli altri, facendone il fulcro di quella che a mio parere è stata la più importante battaglia politica radicale degli ultimi anni.
Ecco, probabilmente il punto centrale della faccenda è proprio questo: finché ci si limita a chiedere un favore problemi non ce ne sono, perché si sa che in Italia una strada per fare quello che si vuole si trova sempre, al di là delle leggi e perfino degli anatemi religiosi; quando invece si chiarisce che ciò che si chiede non è un favore, ma un diritto, allora le istituzioni diventano intransigenti come in nessun altro paese al mondo, incagliandosi sulle virgole e trasformando ogni minimo cavillo in un ostacolo insormontabile.
L’abissale differenza tra le esequie di Martini e i funerali negati a Welby è tutta in questo particolare: Martini ha chiesto, Welby ha rivendicato.
E rivendicare, in un paese come il nostro, finisce spesso e volentieri per diventare -quello sì- un vero e proprio suicidio.
Assistito solo dalle maledizioni degli altri.

Mio nonno è più progressista del Pd

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Mio nonno oggi compie ottantacinque anni. È nato nel 1927, cinque anni dopo la marcia su Roma e diciannove prima della nascita della Repubblica Italiana. È cresciuto in un paesino della campagna romana negli anni del fascismo e in gioventù è stato pure mezzo monarchico. Ha preso la quinta elementare e poi ha cominciato a lavorare, prima nei campi e poi, quand’era più grandicello, nelle ferrovie come operaio. Mi racconta sempre che una volta, mentre lavorava nei pressi di un deposito ferroviario, fu colpito da una granata e si salvò per miracolo. Gli piace raccontare che di lui, ricoperto di terra, si riusciva a scorgere soltanto uno stivale e questo permise ai suoi compagni di trovarlo e tirarlo fuori vivo.

Mio nonno è sempre stato un uomo di destra e ha fatto per quarant’anni il poliziotto. Era in servizio nell’anno di grazia 1968 e pure nei terribili anni di piombo. Lavorava sulla volante, che allora era rigorosamente e fieramente un’Alfa Romeo dal motore potente e dalla linea aggressiva. Pure questo gli piace raccontare: dei suoi pranzi e cene fugaci, dei turni sfiancanti, dei dolori reumatici, ma soprattutto degli inseguimenti a folle velocità.

Quand’era più giovane e doveva portare a casa la pagnotta, era piuttosto rigido e burbero e pare (fonti certe) che bastasse un suo sguardo per capire che si doveva tacere oppure mangiare la minestra oppure andare a letto. Insomma, era un capofamiglia autoritario come negli anni sessanta ce n’erano tanti. Per lui sono sempre stati imprescindibili certi valori come la famiglia tradizionale e il rispetto delle regole. Si è portato dietro quel bagaglio culturale che il regime aveva professato per vent’anni e che ha continuato a vivere per decenni in forme forse meno politiche ma comunque pienamente esistenziali — a testimonianza del fatto che il tentativo di cancellare la memoria di quegli anni è stata ed è un’operazione non solo stupida ma anche inutile.

Qualche mese fa, durante una normale cena, non ricordo bene per quale ragione (probabilmente il telegiornale proponeva qualche servizio sul tema) presi a parlare dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Mentre monologavo, mio nonno mangiava e ascoltava senza proferir parola. Difficilmente interviene in una discussione su questioni di cui sa poco o niente, credo che lo faccia perché è ancora capace di imparare, cosa non certamente scontata a quell’età.

Ma quella sera accadde l’imprevedibile. Al termine della mia dissertazione lui alzò la testa dal piatto e disse: “secondo me, ognuno deve essere libero di fare ciò che vuole”. Undici parole disse mio nonno e sovvertì ottant’anni di vita e qualcuno in più di storia. Insomma, si pronunciò a favore delle unioni omosessuali, dell’amore tra persone dello stesso sesso, della libertà sessuale, della libertà tout court.

Mio nonno, ottantacinque anni oggi e una biografia di un uomo di destra, con quelle undici parole che non dimenticherò mai si rivelò improvvisamente progressista, ovvero capace non solo di inseguire il progresso, come fanno tanti con più o meno successo, bensì di preannunciarlo.

Mio nonno, ottantacinque anni oggi, è nettamente più progressista del Pd.

Un sogno

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Ai tifosi, com’è noto, piace vincere. Ne so qualcosa io, che da tifoso della Lazio ho vinto col contagocce, e di conseguenza ho assistito -e partecipato- a decenni di insulti nei confronti di una lunghissima serie di allenatori: perlopiù incolpevoli, a onor del vero, perché quando uno ha a dispozione materiale umano di terz’ordine non può compiere -fatte salve rare eccezioni- miracoli.
Ai tifosi, dunque, piace vincere, e ciò li conduce ad odiare tutti gli allenatori -ancorché incolpevoli- incapaci di realizzare tale velleità.
Tutti, tranne uno.
Perché se da un lato il fatto che Zdenek Zeman non abbia vinto mai niente è inconfutabile, dall’altro non ci si può non domandare perché sia l’unico allenatore al mondo ad essere amato a dispetto di questa circostanza.
Badate: i tifosi -tutti, in quanto tali- sono personaggi scorbutici, che raramente si lasciano infinocchiare dalle chiacchiere; ragion per cui ci andrei cauto a liquidare la faccenda come un fenomeno di moda, di pensiero radical chic o di snobismo.
Insomma, nel caso di Zeman dev’esserci qualcosa in più.
Io, che il suo calcio me lo sono goduto per qualche anno, credo che quel qualcosa in piú -nell’ambito limitato dello sport, ça va sans dire- abbia tutte le caratteristiche dell’utopia: vincere attaccando, divertendosi, segnando un gol piú degli avversari, dando spettacolo a scena aperta senza cedere neppure un millimetro al calcolo; cercare di realizzare i propri desideri senza mediazioni, senza compromessi, senza riserve; sentirsi più forti degli altri non perché si vince più di loro, ma perché si è più liberi di sognare.
Utopie, per l’appunto: che in quanto tali non hanno alcun bisogno di realizzarsi per rendere felice chi le porta nel cuore.
Del resto, pensateci un attimo: Fabio Capello ha portato alla Roma uno scudetto a vent’anni di distanza dal precedente, per di più scucendolo dalla maglia degli odiati laziali, e dopo qualche mese è dovuto scappare di notte come un ladro; Zdenek Zeman non ha vinto manco una coppa del nonno e oggi, quando torna, viene accolto come un messia.
Capello ha dato ai suoi tifosi un titolo, Zeman ha regalato loro un sogno.
La differenza, credo, è tutta qua.

Per questo sono radicale

in politica/ by

Posto che auguro le migliori fortune agli amici di “Fermare il declino“, mi corre l’obbligo di comunicare loro che la triade “liberale, liberista, libertario” non è un modo come un altro per giustapporre tre parole assonanti e comporre uno slogan.

Voglio dire: non credo che sia non dico possibile, ma neppure minimamente ipotizzabile, operare una riforma liberale dell’economia senza contestualmente -e oserei dire preliminarmente- occuparsi dei diritti che riguardano la vita, il corpo, la carne degli individui; a maggior ragione se il paese in cui si vive, come purtroppo accade nel nostro caso, è in buona sostanza uno stato etico.

Ebbene, della tutela di quei diritti, tra i dieci punti che è dato leggere sul sito dei nostri amici liberali che intendono fermare il declino, non v’è traccia.

Ora, nel partito in cui milito ci sono un sacco di cose che secondo me non vanno come dovrebbero: si tratta, tuttavia, dell’unico -e dico unico- posto nel quale l’importanza del legame tra libera economia e diritti delle persone, tra concorrenza e autodeterminazione degli individui, tra privatizzazioni e libertà di scelta, è chiaro a tutti, in ogni momento e con grande evidenza.

Per questo, amici di “Fermare il declino”, il vostro manifesto non mi convince.

Per questo, nonostante tutto, continuo ad essere radicale.

Quando il demonio pubblica le sue ricette

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L’eccellente pezzo di Leonardo Bianchi su Rivista Studio ricostruisce la vicenda storica della Paladin Press, una piccola casa editrice americana nata negli anni Settanta, specializzata nella pubblicazione di libri infami. Nel catalogo Paladin, infatti, si trovavano manuali che trattano, tra le altre cose, di “sopravvivenza, cambio di identità, investigazione privata, spionaggio, (…), (…), violazione di serrature, sorveglianza e controsorveglianza, creazione e manipolazione di esplosivi, lotta col coltello, cecchinaggio, (…), (…) e tecniche di polizia”.

Benché alcuni dei libri della Paladin affrontino il tema della violenza con un pizzico di umorismo, il contenuto delle sue pubblicazioni resta in genere profondamente asociale, distruttivo e disturbante. E’ evidente che Peder Lund, uno dei fondatori ed attuale capo della Paladin (probabilmente anche in conseguenza delle sue esperienze personali), sia ossessionato dal tema della lotta in un modo che sembra presentare aspetti patologici. Ma questi sono problemi suoi.

Nel 1993 un criminale, per compiere un triplice omicidio particolarmente odioso, si è servito di alcuni dei “trucchi” contenuti in uno dei manuali della Paladin (quello del perfetto assassino, “Hitman” appunto, scritto da una casalinga divorziata sotto lo pseudonimo di Rex Feral). Poiché la pubblica accusa riconobbe formalmente che “Hitman” aveva fatto da guida all’assassino, i familiari delle vittime hanno trascinato in tribunale la Paladin. Nel 1997 un giudice federale archiviò il caso contro Paladin, in quanto a suo avviso gli scritti pubblicati dalla Paladin erano soggetti alla tutela prevista dal Primo Emendamento; la successiva riapertura del caso, scatenata due anni più tardi dal ribaltamento della prima sentenza da parte di una corte d’appello, si è conclusa con un patteggiamento da parte della compagnia di assicurazione della Paladin. La società, a dispetto della determinazione di Lund ad andare fino in fondo nel procedimento giudiziario, decisero in sostanza di togliersi il dente risarcendo i parenti delle vittime.

Il caso giudiziario ha sollevato il tema della eventuale responsabilità giuridica di chi, come Lund, attraverso le parole scritte su un libro da lui pubblicato (non scritto), ha indubitabilmente fornito il know-how ad un autentico assassino. Lund, dal mio punto di visa, ha una responsabilità morale nel crimine: al suo posto, avrei dei seri problemi a dormire la notte.

Però occorre essere chiari: spiegare come si uccide una persona, però, non è reato; perfino l’istigazione all’assassinio dovrebbe essere rilevante giuridicamente solo nel caso in cui si riesca a dimostrare che, in assenza di tale istigazione, esso non si sarebbe consumato (ed in ogni caso, la responsabilità penale è personale). Questo a prescindere dal fatto che personalmente trovi ripugnante il semplice concetto di omicidio ed aberrante uno scritto che tratti in modo scientifico, asettico, le tecniche di soppressione di un essere umano.

Come è scritto molto bene qui, non c’è grande differenza tra il fabbricante della AR-7 con cui sono stati uccisi i due Horn e la signora Sanders, e chi ha pubblicato il mefitico libello “Hitman”: entrambi hanno fornito uno strumento, non una volontà criminale. E’ curioso dover assistere alla progressiva erosione “a fin di bene” del Primo Emendamento (si veda, tra le altre cose, il Feinstein Amendment SP 419 del giugno 1997, che trasforma in reato la pubblicazione di informazioni sull’assemblaggio di esplosivi) mentre langue il dibattito sull’obsolescenza e l’obiettiva pericolosità del Secondo Emendamento. Insomma, è vietato leggere cose infami, ma rimane facile metterle in pratica.

Corpi liberi

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Voglio iniziare a scrivere su questa piattaforma parlando di una cosa bella anche se un po’ macabra, perchè certe volte è nelle pieghe della umana e politica disperazione che si annidano notizie interessanti ed inattese, che fanno pensare che sì, siamo un Paese indecente, ma capita che ci riesca pure a noi di fare qualcosa di buono.
La legge n. 130 del 2001 ha ammesso la dispersioni delle ceneri dei defunti, modificando sul punto la normativa del codice penale che sanzionava questa condotta con la reclusione da due a sette anni. In pratica ognuno di noi è libero di fare del suo corpo cremato quello che vuole, facendolo disperdere nei mari, nei fiumi, su terreni privati e non, ed evitando così l’obbligatoria conservazione nei cimiteri.
Sembra una baggianata, questa, ma la mutazione culturale di cui è frutto, e allo stesso tempo causa, è incredibile: è la fine di secoli di prescrizioni che, in nome della obbligatoria sacralizzazione del corpo, avevano interdetto la pratica pagana della riduzione in cenere, obbligando la tumulazione dei corpi a monito della futura resurrezione degli stessi alla fine dei tempi.
Oggi, al contrario, intelligenti esigenze igeniche unite alla non necessaria ideologizzazione del tema hanno determinato l’introduzione di una norma giusta, pia nel senso più elevato del termine, rispettosa del diritto di ognuno di fare ciò che vuole di sè stesso.
Riuscire a far capire che anche da vivi si deve poter disporre liberamente di sè purchè non si arrechi danno agli altri costituisce, a mio avviso, la grande sfida a cui è chiamata oggi la politica in Italia.
Che il destino ci trovi sempre pronti e degni.

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