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Vilipendio, satira e libertà

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Sul finire del 1978, a poca distanza dalla salita al soglio pontificio di Karl Wojtyła, la rivista satirica il «Male» decise di prendere di mira il neoeletto papa polacco con una serie di attività dentro e fuori la pagina. Tra queste, lo storico staff editoriale composto (tra altri) da Pino Zac, Vincino, Vauro e Andrea Pazienza, decise di eleggere un proprio antipapa, Vojtilo o Giovanni Paolo III (interpretato dal disegnatore Roberto Perini), poi spedito sul balcone della redazione a difendere urbi et orbi la rivista, sottoposta a continui attacchi sia da destra che da sinistra a causa dei suoi “eccessi” derisori.

Probabilmente le autorità non la presero molto bene, tant’è dopo poche ore si presentò sul luogo la polizia per arrestare il direttore Vincenzo Sparagna con la ridicolissima accusa di “vilipendio di capo di Stato estero” – Perini invece se la scampò per un pelo.

La risposta del Male non tardò ad arrivare, e venne pubblicata sul numero successivo. La trovate qui in basso, e penso che si possa applicare ancora oggi al caso di Jan Böehmermann, comico tedesco a rischio condanna penale per una poesia satirica sul premier turco Erdogan, letta nel corso di un programma televisivo trasmesso in Germania qualche settimana fa. L’accusa alla base del procedimento giudiziario in corso, avvallato dal governo di Angela Merkel, è sempre la stessa: offesa a un capo di Stato straniero.

Ieri come oggi, la libertà si conquista  (anche) a colpi di satira.

 VILIPENDIO_MALE02

(L’aneddoto e la pagina sono tratti da: Vincino, Il Male. 1978-1982. I cinque anni che cambiarono la satira, Rizzoli 2007).

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Non tutti sono Charlie (per fortuna)

in religione/società by

Diciamolo chiaramente: non c’era niente di più lontano dallo spirito dissacrante, irriverente e provocatorio del settimanale francese Charlie Hebdo che la solidarietà trasversale, piaciona e probabilmente ipocrita di molti di coloro che l’anno scorso si sono fregiati dello slogan “Je suis Charlie”.

Una rivista satirica è fatta per dividere, non per unire. Non deve piacere a una maggioranza – che, per sua stessa natura, è pecorona e disperatamente aggrappata alle vesti logore del potere –, bensì deve indispettire il più alto numero di persone possibile, scandalizzare i benpensanti e infastidire le gerarchie. Un umorismo socio-politico che attira consensi ha fallito nel suo intento: se il re è nudo e tutti sono già d’accordo non c’è proprio niente su cui puntare l’attenzione.

Non posso quindi che dirmi contento che nell’anniversario della strage la redazione di Charlie Hebdo sia rimasta fedele alla sua natura: far incazzare un sacco di gente. La copertina dell’ultimo numero ci mostra il vero responsabile della carneficina dello scorso 7 gennaio, ovvero un Dio dalla faccia truce, armato di kalashnikov e con la veste sporca di sangue. Un ottimo modo per far uscire allo scoperto scribi e farisei: non ha infatti tardato la pioggia di critiche e rimostranze di alti esponenti del mondo cattolico e islamico, inevitabilmente indignati per la profanazione religiosa. La rivista ha fatto ancora una volta il suo mestiere in maniera eccellente, mettendo alla berlina ed esponendo tutti quelli che, in fondo in fondo, della libertà di risata farebbero anche a meno.

Loro non sono Charlie, e non lo sono mai stati.

Francia, patria della democrazia e della libertà

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Si è parlato molto in questi giorni del valore della Francia come culla di principi democratici e libertari. A seguire dunque, 10 fatti storici che illustrano perfettamente l’attitudine d’Oltralpe al rispetto della vita e della libertà degli individui.

  1. 2 novembre 1793: la drammaturga Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina, viene ghigliottina per ordine del tribunale rivoluzionario, a causa delle accuse di violenza che la scrittrice aveva rivolto pubblicamente a Robespierre.
  2. 2-3 maggio 1808: il generale napoleonico Gioacchino Murat ordina di catturare e fucilare i popolani e contadini di Madrid che si erano ribellati all’invasione francese. La sommossa e la successiva repressione causano migliaia di morti fra le fila spagnole.
  3. Settembre-ottobre 1880: Pëtr Il’ič Čajkovskij compone l’Ouverture 1812, brano che nelle intenzioni dell’autore doveva commemora la fallita invasione della Russia da parte delle truppe napoleoniche. Il tema dell’invasore francese viene rappresentato dal motivo de La Marsigliese.
  4. Gennaio-luglio 1889: la conquista coloniale del Ciad ad opera della Francia, detta “mission Voulet-Chanoine” (dal nome dei generali che comandavano il corpo di spedizione) degenera in una violenza sistematizzata nei confronti dei civili che non vogliono collaborare. La cittadina di Birni N’Konni, con circa 10.000 abitanti, viene completamente rasa al suolo.
  5. 16 e 17 luglio 1942: più di 13.000 Ebrei residenti a Parigi (di cui un terzo bambini) vengono rastrellati dalla polizia francese e condotti in massa al Vélodrome d’Hiver, per poi essere trasportati in treno al campo di concentramento di Auschwitz.
  6. Maggio 1944: il Corpo di spedizione francese in Italia, composto da soldati marocchini al comando di ufficiali francesi, si rende responsabile in Lazio dello stupro di circa 20.000 persone tra donne, vecchi e bambini.
  7. 23 novembre 1946: la marina francese bombarda il porto di Haiphong, in Vietnam, nel tentativo di riconquistare l’ex colonia dichiarata indipendente da Ho Chi Minh. Nei bombardamenti muoiono circa 6.000 civili.
  8. 17 ottobre 1961: circa un centinaio dei 15.000 algerini che stavano manifestando pacificamente per le vie di Parigi contro l’occupazione francense della loro nazione, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco e manganellate dalla polizia gaullista.
  9. 31 luglio 1968: in Francia viene votata una legge che concede l’amnistia per tutte le infrazioni commesse dai militari francesi durante la guerra d’Algeria (1954-1962). Fra queste vengono incluse le torture inflitte alla popolazione locale (alcune stime parlano di centinaia di migliaia civili e combattenti coinvolti).
  10. 10 novembre 1982: nasce la cosiddetta “dottrina Mitterrand”, che di fatto esclude l’estradizione di cittadini stranieri imputati o condannati verso paesi considerati dalla Francia non “democraticamente” idonei. In seguito, beneficeranno dell’asilo francese i terroristi italiani Cesare Battisti, Toni Negri, Paolo Persichetti, Marina Petrelli, ecc.

Liberté, Égalité, Fraternité.

VOGLIAMO I COLONNELLI

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Tira una brutta aria, in Europa.

Il terrorismo, che ha come obiettivo in primo luogo una svolta in senso autoritario dei governi occidentali, nonchè una spaccatura delle società in gruppi su base etnico/religiosa, sta vincendo tutte le battaglie che può.

Mi si perdonerà se la prendo un po’ larga. Chi ha pronunciato queste parole?

Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice “l’unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile”.
(…) Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di “morte della privacy”: questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: “Voi avete zero privacy, rassegnatevi”. La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

E chi queste?

In un momento come questo, in cui i Paesi sono impegnati a fronteggiare una minaccia terroristica così sfuggente, l’attività di intelligence assume un’importanza cruciale. Un servizio di informazioni efficiente e coordinato costituisce la prima e più sensata linea di difesa. Sicuramente migliore e più intelligente dei bombardamenti. (…) Il governo ha pensato di togliersi il problema attribuendo ai militari anche funzioni di intelligence, sia all’interno che all’estero. (….) Ma non solo: la maggioranza pretendeva anche che tali nuove funzioni dei militari restassero esclusivamente nelle mani di Palazzo Chigi, lasciando il Parlamento completamente all’oscuro. Una roba da brividi.

Si tratta, rispettivamente, di Stefano Rodotà e di Beppe Grillo. Non proprio due moderati. Due personaggi che, su queste pagine, ho spesso accusato di demagogia, populismo, ignoranza. Eppure stavolta sono nel giusto. Ció non toglie che, se fossero al potere in un qualsiasi paese europeo oggi, forse farebbero le stesse cose. Perchè in questa direzione, pare, stiamo andando – e nessuno ha la forza, o l’autorevolezza, di elaborare direzioni differenti. Eppure questo sarebbe, seriamente, occuparsi di politica.

Ma dove stiamo andando?

    1. Vogliamo i colonnelli. La limitazione di libertà fondamentali, inclusa la privacy, è ormai abitudine. Lo scandalo NSA in USA ha avuto eco limitata in Europa, dove pure la sorveglianza di massa è fatto acquisito. Eppure non se ne parla, si accetta. Le trasmissioni televisive danno eco alla paura dei cittadini in momenti di crisi, in una spirale di supporto a misure sempre piú restrittive: 10474654_10153639527035991_7796129176182949177_nHollande, in uno slancio di interventismo patetico, dichiaró dopo gli attentati che avrebbe chiuso le frontiere, o imposto controlli. La cosa non si puó decidere dalla sera alla mattina, e infatti sei ore dopo verificavo in prima persona che nessuna macchina veniva fermata all’ingresso in Francia. In compenso, la retorica securitaria pone le premesse per fare passi indietro su uno dei pochi veri successi dell’integrazione europea: il trattato di Schengen.
    2. Zitti tutti! Se la reazione (ipocrita) dopo Charlie Hebdo è stata quella di difendere la libertà di espressione come fattore costitutivo dell’Occidente, poco si è scritto dei fatti dei mesi successivi, sopratutto quando gli stessi autori di Charlie Hebdo hanno infine ceduto alla minaccia degli intolleranti. D’altronde, se è vero che le èlites anglosassoni stanno recentemente avendo un revival fascistello circa la libertà di espressione (si veda qui, o qui), la loro opinione pubblica è ancora saldamente piú ancorata alla libertà di espressione di quanto non lo sia quella dell’Europa continentale. Torna sempre utile un bel bagno di realtà – e a questo servono le splendide infografiche di Pew:

Views of Free Expression Worldwide

Support for Free Speech, Press Freedom and Internet Freedom

Insomma, se il terrorismo è una strategia criminale per ottenere obiettivi politici, per contrastarlo bisogna anche occuparsi di politica. Non è solo sicurezza, non è solo protezione. Contano i princìpi. Forse, dando per scontate molte cose, vivendo in una bolla o portando avanti molte battaglie settarie tanti nei paesi occidentali hanno dimenticato come si fa a mettere princìpi generali di fronte a tutto ciò. Riproviamoci. E partiamo da queste due libertà fondamentali: la privacy e la libertà di espressione. Darle via ottenendo in cambio la sicurezza da Al Baghdadi non è, per nulla, un buon affare.

Sperando davvero non finisca cosí, neanche nei nostri peggiori incubi.

Erri De Luca e i piccoli libertari a corrente alternata

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La vicenda di Erri De Luca, della quale in sé e per sé mi interessa poco o niente, dimostra ancora una volta (semmai ce ne fosse bisogno) che dalle nostre parti tante, troppe persone sono del tutto incapaci di distinguere tra questioni di principio, e quindi di metodo, e valutazioni di merito.
Nel merito, naturalmente, ciascuno è libero di pensarla come gli pare sulla TAV, sul sabotaggio della stessa e sull’incitazione da parte di chiunque, intellettuale o non intellettuale, a compiere quel sabotaggio.
Metterla sul piano della “libertà d’espressione”, tuttavia, se da un lato aiuta senz’altro a darsi un tono, dall’altro sposta decisamente la questione sul piano del metodo: e quindi, inevitabilmente, implica la necessità di sostenerlo, quel tono, formulando un concetto di ordine generale che non può valere soltanto per chi ci è simpatico.
Mi spiego.
Se uno è convinto che la tutela della libertà d’espressione individuale, anche qualora qualcuno la usi per dichiarare pubblicamente che a suo modo di vedere determinati atti contrari alla legge sono legittimi, debba prevalere sulla necessità di evitare che chi ascolta quell’opinione venga istigato a compiere gli atti in questione, dovrebbe esserne convinto sempre: chiunque sia il soggetto interessato e quale che sia l’argomento di cui si parla; e non, come mi pare accada fin troppo spesso, a corrente alternata, a seconda di quanto è d’accordo con l’opinione espressa o di quanto stima il suo autore.
Insomma, se la libertà d’espressione deve valere, allora deve valere per tutti allo stesso modo, che piaccia o no la direzione nella quale viene esercitata: altrimenti, ne converrete, il principio diventa arbitrario, e l’arbitrarietà non è una prerogativa granché compatibile con quello che si definisce “stato di diritto”.
Io, da parte mia, non sono per niente d’accordo con l’idea che sabotare la TAV sia un atto legittimo; mi rallegra, tuttavia, il fatto che Erri De Luca, il quale evidentemente la pensa in modo diverso da me, non sia stato condannato per averlo detto. Così come mi rallegrerebbe che chiunque, in circostanze analoghe, ricevesse lo stesso trattamento: anche nel caso in cui esprimesse opinioni razziste, fasciste, omofobe, tanto per mettere in fila alcuni tra i punti di vista che personalmente trovo più ripugnanti.
Dopodiché, ci mancherebbe, è legittimo che la si pensi diversamente. E’ legittimo, come dire, ritenere che la facoltà di esprimersi debba essere concessa soltanto ad alcuni e preclusa ad altri, perfino sulla base di criteri esclusivamente di parte: così come è legittimo inneggiare al reato d’opinione solo quando l’opinione non coincide con la propria.
E’ legittimo, insomma, pensare che i libertari siano dei coglioni.
In questo caso, però, sarebbe opportuno avere perlomeno la decenza di dichiararsi per quello che si è, rivendicando la propria viscerale partigianeria ed evitando di scomodare, per non dire di usurpare, il concetto di “libertà d’espressione”.
Non siate ingordi: lasciate almeno quello, ai coglioni come noi.

Quelli che puzzano

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La civiltà di un popolo, diceva un tale, si misura dal consumo del sapone.  Aggiungerei che pure il deodorante ha una sua certa importanza.

Mi son sempre considerato abbastanza liberale, perlomeno nei principi. Sigarette, alcol, consumo di droga, aborto, eutanasia, unioni omosessuali: tutti temi sui cui per me varrebbe la regola del “perché no?”, dato che il rispetto per la volontà di una persona adulta – qualunque siano le sue scelte – è innanzitutto rispetto per se stessi. Persino l’obbligo delle cinture di sicurezze mi crea un certo disagio: non abbiamo forse il diritto di mettere a repentaglio la nostra vita quando e come vogliamo?

Banalità per banalità, il contrappunto della libertà individuale assoluta è, chiaramente, la presenza di altre individualità e libertà: la mia libertà finisce dove comincia la tua, ovvero “tu non rompere il cazzo a me che io non lo rompo a te”.

Sappiamo perfettamente che la semplice ovvietà del ragionamento in questione risulta difficilissima da tradurre nel vivere quotidiano, soprattutto in una componente (maggioritaria?) della popolazione che non si pone minimamente il problema dell’auto-determinazione universale. Eppure, questa stessa componente non si fa problemi ad affermare la propria “individualità”, anche a discapito degli altri (leggasi: prepotenza).

Succede quindi che la maggior parte delle biblioteche italiane – ma vi assicuro che anche all’estero la situazione non è migliore – siano infestate da gente che puzza. Quante volte si è presentato al vostro tavolo il tizio (o la tizia) con l’ascella unta di un catrame dall’odore indescrivibile? Quanto avete stramaledetto lo stronzo dai calzini spaiati che sotto il tavolo, ogni volta, si toglie le scarpe  inondando così l’intera biblioteca di un tanfo orrifico di lovecraftiana memoria? Quanto avete odiato quelli che non ti devi voltare ma già li senti entrare, hanno una sorta di aura malefica, e tu preghi che non si siedano vicino a te, che vadano avanti in un’altra stanza, qui è tutto pieno cazzo, e puntualmente, proprio in quel momento, si libera il posto di fianco al vostro?

Non parlo certamente di situazioni limite, stanze affollate di gente e condizionatori rotti (a luglio si suda e si soffre in silenzio), ma di una tranquilla giornata qualunque con temperature accettabili. La vita dello studente – o del ricercatore – è un tragico destino di puzze immeritate.

Lo stesso discorso purtroppo vale per la maggior parte degli edifici pubblici (scuole, uffici, poste, banche, ecc.): la presenza di uno o più esseri umani dalle scarse abitudini igieniche rende la vita di tutti gli altri presenti un vero inferno. Il che ci porta a considerare quanto detto in precedenza: l’individuo liberissimo di puzzare quanto vuole in contesti privati tende ad estendere questo privilegio in contesti in cui, ahimè, quello che prima era un sacrosanta affermazione della propria individualità diventa fonte di disturbo per gli altri. Dal diritto si passa alla prepotenza.

Car@ amic@ puzzon@: la tua ascella smette di appartenerti nel momento stesso in cui esci di casa per unirti alla società degli uomini. Non ti odio perché puzzi (d’altronde puzziamo tutti), ma perché non ti curi minimamente del mio naso, che ha tanto valore quanto il tuo. E se non sei nemmeno in grado di fare questo piccolo sforzo, cioè di domandarti se il tuo comportamento stia recando o no disturbo al tuo prossimo, allora mi sa che pure per le questioni più grandi – quelle veramente importanti – rischi di reiterare un certo tipo di comportamento. E questo, per il vivere comune, è sicuramente un problema.

Il rispetto per gli altri passa (anche) attraverso il deodorante.

 

La malintesa laicità dei laici a senso unico

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Ho la sensazione che un considerevole numero di persone, complici alcuni avvenimenti cruciali degli ultimi anni, abbia sviluppato un concetto piuttosto distorto della parola “laicità”.
Per costoro, a quanto pare, essere “laici” consiste essenzialmente nel propugnare la cosiddetta “laicità dello Stato”, con ciò dovendosi intendere la necessità che le decisioni di quest’ultimo siano svincolate dai precetti religiosi e dalle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche.
Senonché, a me pare che questo punto di vista, che pure riguarda latu sensu il tema della laicità in termini generali, nasconda un’equazione insidiosa e fondamentalmente errata sul piano concettuale: quella in ragione di cui si finisce per attribuire a se stessi la laicità che invece appartiene a un altro soggetto, nel caso di specie lo Stato, come se le due cose coincidessero.
Mentre, di fatto, non coincidono.
Ad esempio può accadere, come in effetti accade spesso, che la stessa persona da un lato sostenga (a ragione) che le leggi su determinati temi quali l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita e via discorrendo debbano essere elaborate senza tenere conto dei dogmi religiosi, e poi dall’altro guardi con sospetto la Chiesa Cattolica, o addirittura si rifiuti di collaborare politicamente coi suoi esponenti, anche nel caso in cui essa assuma su temi diversi (per dirne uno l’immigrazione) posizioni analoghe alla sua.
Ebbene, io ritengo che persone del genere possano definirsi come individui non laici che si battono per vivere in uno Stato laico: e che si illudano che la laicità dello Stato, in quanto tale, possa trasmettersi per induzione anche a loro stessi, nella misura in cui a quello Stato appartengono.
Mentre, con ogni evidenza, così non è.
Dice Wikipedia, con una definizione che si avvicina molto alla mia: “La  parola laicità, in senso politico e sociale, denota la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell’autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui”. La Treccani, dopo aver declinato i significati letterali e spingendosi quindi nell’accezione più complessa che è propria del campo politico, definisce laici “quelli che dichiarano la propria libertà da ogni forma di dogmatismo ideologico, non soltanto religioso”.
Mi pare evidente, quindi, che per dichiararsi “laici” sia necessario essere liberi da qualsiasi condizionamento e dogmatismo, non soltanto da quelli che ci si sono scelti; che l’idea secondo cui con la Chiesa non si parla e non ci si allea, mai e per nessuna ragione, sia essa stessa un condizionamento ideologico e un dogmatismo gigantesco; e che chi soggiace a quel condizionamento e a quel dogmatismo, illudendosi che ciò configuri un atteggiamento “laico” per il semplice fatto di avversare un’istituzione religiosa, si dimostri proprio per questo “non laico”, vale a dire l’esatto contrario di quello che crede o dice di essere.
Ne ho conosciuti parecchi, di questi paladini della “laicità” a senso unico: e debbo confessare che io stesso, fino a qualche anno fa, ho fatto parte a pieno titolo della loro schiera.
Poi uno cresce, e a un certo punto i condizionamenti e i dogmatismi iniziano a diventargli tutti ugualmente pesanti, tutti ugualmente odiosi.
Finché non capisce che per dichiararsi “laici” non è affatto sufficiente scagliarsi contro la Chiesa “senza se e senza ma”, a prescindere dal contesto e dall’argomento di cui si parla: anzi, è indispensabile l’esatto contrario.
Anche se, e forse proprio perché, fa molto meno figo.

Quella piazza che il family day ha già perso

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Oggi, sabato 20 giugno, si è svolto a Roma il Family Day: circa un milione di persone (ammettiamo anche le cifre sempre vestite a festa fornite dagli organizzatori), hanno manifestato contro le unioni civili.

Ho pensato un po’ a cosa scrivere sul tema, e non è stato facile: gli argomenti messi in campo da queste persone sono fortemente pretestuosi, arzigogoli senza ragione per sostenere l’insostenibile; d’altro canto qualsiasi principio di buonsenso, di mero rispetto della libertà altrui, suggerirebbe che non c’è proprio niente da contestare. Come si fa a commentare, dunque? Che cosa avrei potuto scrivere sul tema?

Poi ho capito che non sapevo bene cosa scrivere perché non c’è proprio niente da scrivere. Questa battaglia è già finita, e l’ha vinta il buonsenso dal momento in cui la questione è entrata nel suo –preziosissimo– raggio d’azione. Qualsiasi commento è superfluo verso chi è già stato, anche se non ancora de iure, sconfitto dalla storia. Il nostro paese sarà tra gli ultimi (cioè, lo è già), si continueranno le discussioni ancora per un po’, ma una cultura della libertà (ah, l’Occidente!) ha fatto breccia anche da noi: nessuno, che viva in un adeguato contesto di realtà e che abbia meno di trent’anni, si opporrebbe più alle unioni civili. Nessuno. È qualcosa ormai di naturalmente accettato, che non richiede più discussione, è definitivamente proprio della nostra generazione. È una piccola, doverosa concessione di libertà che ci appartiene.

E allora lasciamo questi poveri derelitti, questi sconfitti, manifestare un giorno nell’illusione di poter cambiare un processo che è ormai inarrestabile. Combattono una battaglia che già sanno di aver perso. Non sprechiamo commenti, pensieri, tempo, per rinfacciare loro la pochezza che dimostrano, lo scarso rispetto, la minima intelligenza, la tracotante pretestuosità dei loro inesistenti argomenti. Rivolgiamo i nostri sforzi altrove: sono ancora tante le battaglie di libertà da combattere, la cui vittoria è, invece, sempre tristemente lontana.

Pop porno: intervista ad Alberto Abruzzese

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Ogni secondo circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collega e sceglie il suo genere preferito. Il 70% di maschi tra i 18 e i 24 anni visita almeno un sito porno nell’arco di un mese. ‘Sex’ è la parola più ricercata sui motori di ricerca. Addirittura il 70% del traffico sui siti porno si verifica tra le 9 e le 17, cioè in orario di lavoro. Questi sono soltanto alcuni dati sulla pornografia online, un fenomeno che ormai è entrato a far parte della vita quotidiana di milioni di persone. Un fenomeno che, in qualche modo, si va via via facendo pop.

Ciononostante sembra non esserci molto spazio per la pornografia nel dibattito sulla contemporaneità; ciononostante sembra che il discorso sul porno online sia per la maggior parte degli utenti ancora un tabu. Ma perché non se ne parla? E cosa significa oggi discuterne? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alberto Abruzzese, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrittore e saggista, che sulla sua pagina facebook e sul suo blog ha da qualche tempo avviato una riflessione sulla pornografia d’oggi.

Prof. Abruzzese, perché è utile parlare di pornografia?

Per cercare di pensare in modo diverso dal pensiero umano in quanto pensiero occidentale, volontà di potenza del soggetto moderno. Siamo in un’epoca di crisi profonda, globale e locale. Nessun ceto dirigente e nessuna istituzione pubblica e privata sembra essere in grado di risolverla. Ora e nel futuro. Il capitalismo finanziario va distruggendo ogni vecchio strumento di governo del capitalismo storico, compresi gli stati e le loro forme di organizzazione amministrativa e politica. Ogni promessa della civilizzazione moderna sembra essere venuta meno. Ogni “principio speranza” cancellato. A questa crisi di valori e a questo vuoto di responsabilità e capacità nelle classi dirigenti che governano o credono di governare nazioni e mondo, si continua a rispondere facendo riferimento ai valori etici, estetici, religiosi e sociali dell’Umanesimo. Ma c’è da domandarsi: se siamo al punto in cui siamo – là dove è tragedia poiché non c’è più alcun eroe e alcun dio a salvare – la causa non sarà forse proprio avere fatto uso dei valori dell’Umanesimo? La pornografia offre argomentazioni adatte a ragionare su tale dilemma. Ci aiuta a toccare la distanza tra violenza del desiderio di sopravvivenza di ogni cosa vivente e “falsa coscienza” di un essere umano convinto della propria supremazia sul mondo in virtù della propria presupposta “libertà” di linguaggio.

In una recente intervista all’edizione fiorentina de “La Repubblica” ha definito la pornografia d’oggi “uno degli elementi della crisi della civilizzazione, uno di quei fenomeni antisociali a cui il futuro del web sembra sempre più incline”. Se ho ben capito, non si tratta di una riflessione di natura estetica o morale, bensì di una valutazione della pornografia come pratica. Sta forse dicendo che la produzione e la fruizione di materiale pornografico contrastino in qualche modo con i princìpi che governano la vita sociale?

Pensare che la pornografia è una pratica significa dire che essa va affrontata per ciò che produce: l’orgasmo. La pornografia è un insieme di mezzi – carne, pelle, mano, immagini, attrezzi, ecc. – volti a raggiungere un fine specifico: la “piccola morte”. Ma a ragionare così sono in pochissimi (nei più scatta quasi un censura inconscia, una rimozione automatica: ciò che nella pornografia si produce sfugge al pensiero, in realtà è indicibile). Del resto, a volerlo dire in modo più triviale, la pornografia è il mezzo necessario alla “masturbazione”: sappiamo bene quanto tale pratica sia stata ostacolata – inquisita – dalla chiesa, dalla famiglia, dalla medicina e dalla società. E resti oggi, nella più parte dei casi, ridicolizzata o nascosta.

Lei ha appunto parlato di una “erotizzazione sempre maggiore del mondo”. Questo fenomeno modifica il rapporto che gli individui hanno con il sesso – pronunciato e praticato – e quindi con la pornografia, che si va via via ‘normalizzando’, cioè entra sempre più nel quotidiano, in qualche misura si ritualizza. Si può quindi dire che il porno online sia soltanto un elemento, e nemmeno il più importante, di un rinnovamento globale dei costumi sessuali?

L’idea su cui sto lavorando da qualche tempo non è più quella surrealista dell’erotismo in rivolta contro le norme della società. Dimenticare Bataille, potremmo dire. Quell’idea (oggi sopravvissuta nel senso comune dei costumi e del loisir, in culture che potremmo definire piccolo-borghesi, da ceto medio, di “vecchio regime”) ha contato nel primo Novecento, nelle sue avanguardie, ma in realtà dentro il processo di erotizzazione delle merci, processo in cui – come tipico di ogni grande salto di qualità compiuto dalla civilizzazione moderna – hanno agito tanto gli impulsi a trasgredire le regole private e pubbliche della società, quanto la risposta dei regimi di controllo e sorveglianza sulle dinamiche del desiderio. Appunto della volontà di potenza. Al centro, il sesso e la sessualità, ma non soltanto: gli oggetti d’uso. Il sex appeal dell’inorganico. Per me invece ora conviene fare cadere ogni con-fusione tra erotismo e pornografia. Non farsi distrarre dalla convergenza tra un erotismo sempre più erotico e una pornografia sempre più comune… ordinaria.

Ma questa sovrabbondanza di immagini e parole sessualizzate non rischia di sminuire la funzione stimolativa e appagante della pornografia? Se il sesso è ovunque, l’eccezionalità è da ricercarsi in un tipo di materiale sempre più ‘spinto’? Siamo già arrivati alla “banalità dell’anale”?

Al momento a me interessa ragionare sul fatto che l’esasperazione del consumo di pornografia in rete ha un effetto preciso di sottrazione dalla società. A fare sì che non cada la capacità di eccitazione della attuale pornografia, ci penserà lo sviluppo tecnologico di nuove pratiche. Potrà essere accentuando la simulazione tattile o visuale o olfattiva, potrà agire direttamente sui neuroni senza più alcun nesso con il fare sesso, con i generi e con la procreazione. Una pillola o uno spray per venire, e via! Quello che mi pare di potere dire è che c’è un desiderio crescente (la tecnica) di alienazione del proprio corpo – l’individuo, il soggetto sociale – in una radicale morte del sé, nel piacere del suo nulla: sfera organica e inorganica, carne messa in condizione di sprofondare in se stessa.

Sfatiamo il mito secondo cui il porno online sarebbe una faccenda prettamente maschile: le statistiche rivelano infatti che un utente su tre è donna. È la prova che un certo femminismo moralista che definiva (e definisce) la pornografia lesiva della dignità della donna ha fallito?

Concordo. Comunque credo che studiare la pornografia con una attitudine psico-sociologica possa ancora fruttare qualcosa di utile. Non soltanto per sfatare appunto gli stereotipi costruiti su una visione tutta ideologica delle differenze di genere (che tanto ha nuociuto persino nei confronti della donna), ma anche nell’ambito ancora certamente moderno e tuttavia comunque più “civile” di altri contesti antropologico-culturali, in cui la pornografia viene studiata come luogo di maturazione, in sostanza democratizzazione, dei rapporti sessuali in “famiglia”. Nel praticare la pornografia e parlarne, le coppie e ciascuna delle parti vivono processi di emancipazione. Consumando ad esempio video porno in cui si inscena sesso tra donne lesbiche, penso che i giovani di sesso maschile siano sottoposti ad una educazione erotica infinitamente più sensibile rispetto alla educazione ricevuta, o più spesso per nulla ricevuta, nelle famiglie o cerchie amicali della mia generazione (la cui violenza, del resto è facilmente riscontrabile – intatta e oberata di ben altri carichi simbolici e ritualistici – nella più parte dei video etero).

Le ragazze del porno propongono una pornografia al femminile contro “gli ideali di bellezza malati”, il capitalismo e il patriarcato. Ma politicizzare il porno non significa trasformarlo in qualcos’altro?

Sicuramente. Da un lato “Le ragazze del porno” riducono il porno alla stessa funzione socializzatrice – estetica, affettiva, culturale – attribuita alla sfera erotica. Innestandolo sulle ideologie progressiste e democratiche hanno ancora probabili margini educativi, ma si tratta, come si diceva un tempo, di “battaglie di retroguardia”. Il ripescaggio di vecchie utopie liberatorie.

A suo parere, in un futuro prossimo o remoto il genere “amatoriale” potrà essere sdoganato? Come facciamo oggi con le selfie, condivideremo sui social network le nostre prestazioni sessuali? Oppure esiste un limite morale invalicabile tra sfera pubblica e sfera privata?

La tendenza è già in atto. Sino a quando i sistemi di controllo della società civile – nelle sue forme di effettiva o simulata democrazia o deliberata restaurazione autoritaria o di sopravvivenze premoderne – non riterranno troppo pericoloso il porno, avremo magari un ulteriore allentarsi della tolleranza. Ma calamità in rete come il gioco di azzardo e la pornografia non potranno essere tollerate in modo permanente data la crescita virale di questo genere di dissipazioni. Del resto la tolleranza è anche il dispositivo con cui si prepara l’intolleranza, con cui si crea l’allarme necessario a intervenire e a giustificare la radicalità delle misure repressive che si vogliono imporre. Accadrà quando per una serie di più e diverse ragioni (e non solo a causa di una visione bigotta del sesso e dei rapporti sessuali) i sistemi moderni avranno bisogno di frenare la deriva antisociale di una serie complessa di fattori disgregativi di cui il porno potrebbe essere parte e anche emblema. Il divieto delle droghe e l’intreccio tra cause e effetti che produce, lo conosciamo bene. Le grandi manovre mondiali sul divieto del fumo sono riuscite, stanno riuscendo in modo sorprendente. Il porno potrebbe essere la prossima grande manovra a difesa della salute dell’individuo. Della famiglia. Della solidarietà sociale. Delle religioni. Delle caste “nascoste” e “protette” dietro i loro privilegi, la loro intoccabilità. Magari questo salto repressivo potrà accadere inglobando anche una serie di valori che sono stati il frutto di battaglie progressiste: la parità dei sessi, la politica delle famiglie e delle nascite, e via dicendo.

 

I matrimoni hanno rotto il cazzo

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Siete a casa di Luca e Tania, che hanno riunito la compagnia per un annuncio importante. Ci sono tutti. Manca soltanto Carla, che è andata a raccogliere pere williams in Australia. La serata è afosa: ottobre s’è travestito da agosto e si sta a mezze maniche. Mario è stranamente sobrio ed è venuto con la sua nuova fiamma: una ragazza brasiliana di nome Paula. Lei è alta un metro e novanta, ha spalle da nuotatore, braccia da pugile, voce baritonale e lineamenti molto marcati. Chiedi come si sono conosciuti ma ricevi solo risposte vaghe. Lei racconta di quella volta che ha steso tre rapinatori in una banca. Non insisti. Mimmo invece se ne sta in disparte e giocherella con un affare di gomma. Ti avvicini per vedere di che si tratta. “È una vagina di caucciù, un antistress, l’ho chiamata Marika” dice lui palleggiandola da una mano all’altra. Camilla ha di nuovo cambiato fidanzato: Cedric, un giocatore di basket senegalese conosciuto durante il suo ultimo volontariato in Africa. Insomma, sono tutti in coppia tranne te.

La serata è allegra. Luca e Tania raccontano il loro ultimo viaggio in Thailandia e mostrano le quattromilanovecentotrentasei foto che hanno scattato. Mario siede in braccio a Paula sul divano; Mimmo si è chiuso in bagno da venti minuti con la sua Marika. Si parla della vostra generazione: del lavoro che non c’è, dei social network, dei cervelli in fuga e del porno amatoriale. Cedric confessa che sta avviando una start up. Vorresti insultarlo ma, essendo alto quaranta centimetri più di te, pensi che è meglio se ti fai i cazzi tuoi. Pensi inoltre che la tua non violenza è sempre stata una sana forma di realismo. Pensi a questo mentre Luca interviene e sposta la discussione sulla vita di coppia. Dice che in due è tutto più facile, che non si può mica restare ragazzini per sempre; infine accenna alla sindrome di Peter Pan e ti lancia un’occhiata di rimprovero. Fai finta di niente.

Poi arriva il momento dell’annuncio importante. Tania richiama l’attenzione schiarendosi la voce e parla. “Raga, io e Luca…be’, ecco, abbiamo deciso di fare il grande passo: ci sposiamo”. Un brivido ti percorre la schiena. “In fin dei conti, non siamo più ragazzini, e poi conviviamo da sei anni”. Vorresti dire che guarda caso sono sei anni esatti che Luca non viene più a giocare a calcetto il venerdì sera. Ma taci. Guardi lui per capire se è d’accordo, se ne hanno mai discusso prima. Sorride, annuisce. Hai un secondo brivido: lui è addirittura d’accordo. Camilla abbraccia Tania, le dice che è una cosa meravigliosa e che non vede l’ora di vederla con l’abito da sposa. “Ma quindi niente più puttan tour?Nooooo!” interviene Mario portandosi le mani sul volto per la disperazione. La futura sposa lo fulmina con lo sguardo. 

Si comincia a parlare delle bomboniere, del menù, dell’abito, del viaggio di nozze. “Ma quindi niente più puttan tour???” ti sussurra all’orecchio Mimmo, che prima era distratto dalla incredibile verosimiglianza della Marika di caucciù. Tania è esaltata, Luca la asseconda. Pare che vogliano fare le cose in grande: seicento invitati, bomboniere d’oro zecchino, viaggio di nozze alle Hawaii. Ad un certo punto, spunta la lista nozze; Camilla mette a disposizione la sua esperienza: l’anno scorso s’è sposata sua sorella e sa come funziona. Mario ricorda a tutti che ha molto apprezzato quel matrimonio, specialmente il momento in cui il prete non riusciva a capire chi fosse lo sposo e chi la sposa. Segue qualche minuto di imbarazzo, ma poi l’atmosfera torna gioiosa.

Dopo qualche minuto spunta pure una mega bomboniera: una carrozza d’argento in scala 1:1. “Questa è per gli amici, l’abbiamo scelta io e mia suocera!” dice con entusiasmo Tania. Tu sai che lei e sua suocera non si sono mai potute soffrire, che la mamma di Luca è una rompicoglioni di dimensione galattiche e che è sempre stata gelosissima; sai che Tania la chiama affettuosamente “vipera del cazzo”. Ma taci. Guardi la carrozza e pensi che dovrai affittare un box auto solo per quella. Nel frattempo Luca ti si avvicina e ti poggia una mano sulla spalla. “E Malcolm sarà il mio testimone” dice con voce fiera e commossa.

Hai le vertigini. Te lo immagini quel giorno, immagini l’addio al celibato, i soldi che spenderai per il regalo, la mamma di Luca che abbraccerà commossa Tania e le augurerà tanta felicità. Ti immagini la cerimonia, il pranzo, gli zii della sposa che chiedono un applauso e gridano “evviva gli sposi!”. Non puoi permetterlo, non deve accadere. Alzi lo sguardo per dare un’occhiata ai due futuri coniugi. All’improvviso tiri fuori dalla giacca una busta di carta. La apri e cominci a distribuire alcune polaroid. Camilla si porta le mani sulla bocca, Mario sgrana gli occhi e dice “Cazzo, Tania, ma tu non sei vegetariana?! Porca puttana, mi fai vacillare la teoria sui pompini”. Le foto arrivano nelle mani della coppietta; entrambi svengono. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “volete ancora che vi faccia da testimone?”. Allora ti metti ad elencare.

Gli addii al celibato e al nubilato con la loro ironia del cazzo sulla libertà che se ne va; le spese folli (guadagnate mille euro a testa, per quale cazzo di motivo dovete spendere seimila euro solo di bomboniere?); il pranzo nei ristoranti lussuosi all’insegna dell’abbuffata coi parenti che raccattano gli avanzi e ci vanno avanti tre mesi; i balli di gruppo, perdio, i balli di gruppo; i finti regali tipo i piselli di gomma e i grembiuli erotici; il fatto che costringete gli amici a spendere duecento euro per un frullatore che non userete mai, e dico mai, nella vita; la mega torta; le bomboniere d’oro e d’argento; il viaggio di nozze nei paesi tropicali; il filmino di nozze in bianco e nero con gli Oasis come colonna sonora; il book fotografico in qualche villa rinascimentale.

Potresti continuare ma ti manca il respiro. Luca e Tania si stanno lentamente riprendendo. Camilla gli sventola le polaroid sul viso per fare un po’ d’aria. “I matrimoni hanno rotto il cazzo” ripeti col tono del filantropo. Sai di aver fatto la cosa giusta. Mario ti prende la mano destra e la alza in segno di vittoria, come si fa nel pugilato. Mimmo chiede alla vagina di caucciù se vuole sposarlo; lei non risponde. Sì, hai fatto la cosa giusta. Allora guardi un’ultima volta la coppia: hai salvato loro la vita e il portafogli. Infine saluti tutti, ti volti ed esci fischiettando la marcia nuziale.

No, non puoi mangiare quanta carne vuoi

in società by

Disclaimer: uno dei vantaggi di un blog canaglia è poter pubblicare sulla stessa pagina, a distanza di pochi giorni e di pochi centimetri, una feroce presa per il culo ai vegetariani e la pippa pseudovegana che state per sorbirvi. Rassegnatevi, noi siamo fatti così.

Quand’è che a qualcuno può essere vietato di fare qualcosa?
La domanda, ne convengo, è fin troppo secca: ma la risposta, forse, è meno difficile di quanto si potrebbe pensare.
E’ lecito vietare a qualcuno di fare qualcosa, per come la vedo io, quando quel qualcosa è suscettibile di arrecare un danno agli altri; e quando quel danno è oggettivo, dimostrabile e quantificabile.
Quindi, tanto per fare un paio di esempi facili facili, a me pare ineccepibile il divieto di fumare nei locali pubblici, giacché il fumo passivo nuoce alla salute di terzi incolpevoli in modo scientificamente dimostrato; mentre sarebbe assai discutibile proibire, che so io, agli omosessuali di baciarsi per strada, non soltanto perché il lamentato vulnus alla “sensibilità” di chi assiste allo spettacolo non è misurabile, ma soprattutto perché esso è soggettivo; di tal che, con questo principio e tenendo conto di tutti i possibili e diversi punti di vista (a quello dà fastidio chi ha i baffi spioventi, a quell’altro chi porta i calzini corti e via discorrendo) si finirebbe ben presto per proteggere la “sensibilità” di tutti vietando tutto.
Ciò premesso, veniamo al punto.
C’è chi rivendica, non senza una certa forza dialettica specie se sollecitato al dibattito da un vegetariano, da un vegano o da un onnivoro selettivo come me, il diritto di mangiare carne anche tutti i giorni due volte al giorno, adducendo la non peregrina motivazione che i danni alla salute procurati dall’eccessivo consumo di proteine animali, ancorché scientificamente dimostrati, si producono in capo a lui, mica agli altri: e che, quindi, un provvedimento un modo o nell’altro limitativo della sua facoltà di consumare bistecche a rotta di collo sarebbe degno del più illiberale dei regimi.
Sta di fatto, tuttavia, che per consentire a chiunque di consumare quanta carne vuole l’allevamento tradizionalmente inteso non è affatto sufficiente: di tal che, allo scopo di rispondere all’imperversante domanda di costolette, braciole e spiedini è indispensabile ricorrere a metodi di allevamento industriale, o intensivo che dir si voglia.
Orbene, lasciamo da parte il fatto che simili metodi possano essere giudicati orribili in relazione al trattamento subito dagli animali che ne formano oggetto: e ammettiamo, per amor di discussione, che come nell’esempio dei baci tra gay, dei baffi spioventi e dei calzini corti anche le sofferenze di mucche, polli e maiali possano legittimamente essere giudicate in modo completamente diverso dalle diverse “sensibilità” individuali; non sarebbe giusto, in quest’ottica, che uno soltanto dei punti di vista, ad esempio quello “animalista”, prevalesse su quello degli altri e imponesse loro la propria visione del mondo.
Sta di fatto, però, che gli allevamenti intensivi inquinano. E inquinano parecchio, se è vero (come mi pare sia indubitabilmente vero) che essi, tanto per fare alcuni esempi, sono responsabili dell’effetto serra in misura più o meno equivalente alle emissioni delle automobili; che l’enorme quantità delle deiezioni animali derivanti da tali allevamenti rappresenta un’enorme massa di rifiuti non utilizzabili come fertilizzanti ricchi di sostanze azotate che avvelenano ovunque le falde acquifere; che il sempre crescente impiego dei prodotti chimici necessari a far funzionare in modo efficiente tali allevamenti si traduce nella produzione di scorie tossiche difficilmente smaltibili.
Ebbene, amici: queste sono conseguenze che si producono in capo a tutti, mica soltanto a quelli che mangiano arrosto a quattro palmenti. E allora, probabilmente, tutto ‘sto diritto di ingozzarsi di carne senza colpo ferire andrebbe un attimino discusso. O meglio: andrebbe discussa, e successivamente limitata o addirittura vietata, la possibilità di allevare gli animali in modo intensivo, il che si rifletterebbe inevitabilmente sulla quantità di carne disponibile sul mercato e di conseguenza sulla possibilità della gente di mangiarne quanta ne vuole.
Una decisione del genere, una volta confermate e condivise le ricerche relative all’inquinamento che pure provengono già oggi da fonti decisamente attendibili, sarebbe tutt’altro che illiberale: a meno che non si voglia sostenere che sia illiberale vietare di fumare al ristorante, di vaporizzare l’amianto nelle strade o di sparare al primo che passa perché ci sta sul cazzo.
Insomma: forse sarebbe davvero il caso di discuterne seriamente e di provvedere.
Senza menarla con l’autodeterminazione e la libertà di scelta individuale, però: perché nel caso di specie, dati alla mano, c’entrano poco e niente.

Twitto come un turco

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In un post del giugno 2013 mi ero espresso contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. I miei argomenti si sintetizzavano in cinque punti essenziali: diritti umani; occupazione militare turca di Cipro; repressione della minoranza curda; negazionismo e censura rispetto al genocidio degli armeni; vastità geografica ed entità della popolazione (74 milioni).

Oggi leggo che il premier Recep Tayyip Erdogan ha bloccato Twitter per questioni di sicurezza nazionale. Ebbene sì: dieci milioni di utenti turchi sono attualmente impossibilitati ad accedere alla piattaforma. In sostanza, sostiene Erdogan, il social network sarebbe un covo di dissidenti e favorirebbe la diffusione di informazioni false sul suo conto e sul conto del suo governo. Perciò, senza preoccuzioni rispetto al parere della comunità internazionale (ovvero, almeno in parte, la stessa che, dal 1999, dovrebbe giudicare la richiesta turca di entrare a far parte dell’UE), si è detto pronto ad “estirpare” Twitter e a mostrare “la forza della Turchia”. Detto, fatto. L’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Btk), alla quale sono stati recentemente attribuiti poteri straordinari – ad esempio, quello di bloccare siti senza previa autorizzazione di un giudice -, si è messa all’opera e nel giro di poche ore ha bloccato tutto.

Ora, immaginate se di punto in bianco Renzi oscurasse un social network a caso. Immaginate se di punto in bianco i vostri “Renzi è un incompetente” fossero ritenuti delle menzogne pericolose per la stabilità nazionale e dunque meritevoli di censura. Immaginate se una schermata vi dicesse che non potete più accedere al vostro profilo e scrivere di qualsiasi altra cosa. Probabilmente, gridereste allo scandalo antidemocratico, accusereste il governo di fascismo, riterreste intollerabile il trattamento censorio e scendereste in piazza. E avreste ragione.

Avreste ragione perché, al di là del grave provvedimento liberticida, la matassa democratica sembra ormai inestricabilmente legata all’esistenza dei social network. Essi sono cioè diventati un luogo di dibattito fondamentale e ormai difficilmente aggirabile nella valutazione delle dinamiche politiche e sociali globali. Cosa questo significhi oggi e cosa significherà domani è faccenda complessa e meritevole di ampio spazio; e non è questa la sede per ragionarci sopra. Basti qui segnalare il ruolo certamente ambiguo ma sempre più importante che hanno Twitter e Facebook nella formazione politica degli individui. Molto semplicemente: ci si forma e ci si informa sui social in modo sempre più consistente. Ovvero si declinano i propri diritti politici in una chiave storicamente inedita.

Per questo il provvedimento del governo di Erdogan è un atto doppiamente grave: limita le libertà individuali e con esse la possibilità di partecipare alla vita democratica del paese e al dibattito pubblico internazionale. In poche parole: limita il diritto al presente storico. Fatto che dovrebbe essere intollerabile dal punto di vista di un’Europa che sta valutando l’ingresso della penisola e che fonda la sua esistenza sulla pluralità.

Mi chiedo perciò cos’altro serva per dire un no convinto, per ribadire la distanza liberale tra il progetto politico europeo e la realtà di un paese illiberale. Ma soprattutto mi chiedo cosa ne pensano coloro che fino a ieri si dicevano favorevoli. Avranno oggi il coraggio di andare su Twitter e scrivere i loro 140 caratteri con tanto di hashtag #sìallaTurchiainEuropa?

Sta a noi

in religione/società by

L’aborto è un diritto fondamentale che non c’entra nulla con la concezione cattolica della sacralità della vita, né con quella laica che si richiama alla qualità dell’esistenza.

Questa posizione non toglie nessun diritto a quanti la pensano in modo diverso, e mi sembra che il concetto che molte donne stanno esprimendo in questi giorni – in Spagna e in tutto il mondo – sia piuttosto chiaro e semplice: «decido io se, quando e quanti figli avere».
Decido io, appunto.

Non pretendo di convincere nessuno, ma vorrei che sia chiaro che anche in Italia c’è da combattere un sistema di pensiero, una mentalità che ci colpevolizza, che vuole  impedire una nostra libera scelta. Sta a noi vigilare e agire perché i nostri diritti non vengano calpestati e perché qualcun altro non decida delle nostre vite; sta a noi decidere di non assistere inermi mentre passano sopra alla nostra salute.

Detto questo, c’è da dire che la questione centrale non è aborto sì/aborto no, ma scegliere tra legalità o illegalità, perché una donna che non può portare a termine una gravidanza “semplicemente” non la porterà a termine. E se potrà permetterselo andrà all’estero – nei paesi dove è consentito – oppure si recherà presso strutture non autorizzate, o clandestine, con il rischio di gravi danni per la sua salute. Non si elimina il problema vietando o proibendo, piuttosto lo si amplifica perché si alimenta un mercato nero dove a rischio ci sono vite umane (quelle che i pro-life tanto difendono).

Quello che è successo in Spagna deve servirci da monito, perché potrebbe avvenire anche in Italia.
A conferma che i diritti non si acquisiscono una volta per tutte, ma, ottenuti, vanno continuamente difesi. E la difesa, come giustamente afferma Loredana Lipperini, non può essere di maniera, non basta più la petizione, né il post. Bisogna trovare altre riforme, e appunto altre parole. La narrazione fondamentalista è stata fino ad ora, purtroppo, molto efficace. Non serve censurarla ed è folle ignorarla: va contrastata e bene.
Dobbiamo opporci con un altro tipo di narrazione, in modo non violento, ma non possiamo più restare a guardare.

Ora sta a noi.

Albert Camus

in società by

“Dare un nome sbagliato alle cose – scriveva Albert  Camus ne La peste  – contribuisce all’infelicità del mondo”. I nomi, quindi le parole, se non utilizzati col criterio della fedeltà alla vita, producono malinteso, rappresentano l’ingiustizia dello snaturamento, impediscono ogni forma di conoscenza genuina. Ma è poi davvero possibile praticare questo tipo di fedeltà attraverso le parole? Bisogna forse essere pronti a riconoscere il proprio luogo dell’ingiustizia, quello dove si genera il cortocircuito; bisogna forse essere pronti a riconoscere che il vero problema, il nodo da sciogliere, sono le idee, non le parole. Pensare secondo le idee significa coltivare il terreno del malinteso, accantonare ogni possibilità di coincidenza tra detto e vissuto.

Albert Camus è stato definito un filosofo per via della sua vocazione per la filosofia. È stato definito un esistenzialista per via del suo impegno a scavare nell’esistenza. Definizioni, l’una e l’altra, impregnate di idee e perciò irriverenti nei riguardi della vita vissuta, della complessità biografica. “Perché sono un artista e non un filosofo? Il fatto è che io penso secondo le parole e non secondo le idee” scriveva nei suoi Carnets, sconfessando una volta per tutte ogni altra impropria definizione. “No, non sono esistenzialista. Sartre ed io ci meravigliamo sempre di vedere i nostri nomi associati  […] Sartre è esistenzialista, e il solo libro di idee che ho pubblicato, Le Mythe de Sisyphe, era diretto proprio contro le filosofie dette esistenzialiste” spiegava in un’intervista rilasciata nel 1945 al Magazine Littéraire. Ma le autodefinizioni evidentemente non sono sufficienti a fugare dubbi – o maliziose certezze – di critici affermati e di semplici lettori: per molti Camus è stato e resta un filosofo esistenzialista. E poco importa se in verità è stato forse colui che, in tutta la sua opera, ha portato all’esistenzialismo l”attacco più sincero.

L’incapacità di raccontare – e quindi di capire – Camus senza far ricorso alla storia, alle posizioni politiche e alle categorie di pensiero proprie dell”esistenzialismo sartriano ha prodotto lungamente malintesi. E lo ha fatto in primo luogo nel corso della vita dello scrittore franco-algerino. Del resto, quando nel pensiero altrui si è legati a una particolare realtà sociale, politica o filosofica, ogni allontanamento è tradimento dei principi di quella realtà, è desiderio di distruggerla; ed ogni spiegazione, più che onesto tentativo di chiarire le proprie posizioni, diventa maldestra manovra per smacchiarsi, per disinfettarsi dalla teoria e dalla pratica abiurate. L’oscillazione, la zigzagante ricerca di un posto nel mondo, di una giustificazione alla propria presenza, sono tradimento perché contraddicono il dogma laico di parte e di partito.

Nel 1935, Camus aderisce al Partito Comunista Algerino. L’impegno a favore degli oppressi, di quelli che lui definisce les muets (i muti), il rifiuto di ogni atteggiamento accomodante rispetto al destino, le umili origini familiari lo avvicinano in modo del tutto naturale al partito. Ma la sua militanza prende sin da subito una piega più culturale che politica in senso stretto. Al giovane studente di filosofia allievo di Jean Grenier poco interessa speculare sulle grandi teorie economiche marxiste, poco importa del successo industriale dell’Unione Sovietica stalinista; Albert si dedica al teatro, fonda una compagnia e rappresenta Le Temps du mépris di Malraux. E chissà se per l”inaspettato successo teatrale o per le posizioni filo-arabe (che in verità andavano, come poi chiarirà negli anni della guerra d’indipendenza, decisamente al di là del filo-arabismo) o per la propensione al corteggiamento (“Quale tipo di donna mi piace? La più bella” rivelò una volta a un amico), fu precocemente espulso dal partito e accusato di aver abbracciato i principi borghesi, di essere diventato cioè uno “sporco fascista”. Falsità. Quel che mal si digeriva del giovane Camus era la predisposizione alla libertà di pensiero, alla libera analisi degli eventi, all’indisponibilità di piegare la morale alla strategia politica: vere minacce queste per la coscienza collettiva auspicata dalla rivoluzione comunista.

La sua biografia è piena di accuse di tradimento, spesso inasprite dalla complessità della sua riflessione sugli eventi storici più importanti. Nel 1953 prende posizione a favore della rivolta degli studenti e degli operai anticomunisti di Berlino, rivolta repressa nel sangue dai carri armati sovietici. Un altro argomento per coloro che lo vollero sempre traditore. E poco importa se i moti scoppiarono per protestare contro un taglio dello stipendio (atto che normalmente faceva gridare alla vergogna capitalistica): il progetto di comunistizzazione del mondo prevedeva la possibilità di schierare i cannoni dei carri armati anche contro i propri fratelli. Nel 1956 sostiene invece le ragioni dell’insurrezione di Budapest, definendo il governo filo-sovietico  “un regime di terrore che ha il diritto di chiamarsi socialista come il boia dell’Inquisizione aveva il diritto di chiamarsi cristiano”. Ma sono le sue posizioni rispetto alla questione algerina che gli costeranno più di tutte. Se Sartre e compagni si schierano decisamente a favore dell’indipendenza araba e giustificano ogni mezzo per ottenerla, Camus, che è cresciuto a Belcourt, uno dei quartieri più poveri di Algeri, sostiene le ragioni della convivenza tra coloni francesi e popolazione araba, rigettando con forza ogni forma di cieca violenza. Secondo Camus, coloro che sono nati negli stessi luoghi, che hanno patito la stessa fame e sofferto le stesse fatiche hanno diritto di calpestare quel suolo e di dichiararsi algerini. Ciononostante le sue ragioni rifiutano ancora una volta di piegare la morale alla strategia, di ridurre la vita a un concerto di ideologie da applicare fideisticamente: “Ho sempre condannato il terrore. Devo condannare anche un terrorismo che si esercita ciecamente nelle strade di Algeri, e che può un giorno colpire mia madre o la mia famiglia. Io credo nella giustizia ma difenderò mia madre ancor prima della giustizia”.

I violenti attacchi ricevuti  lo conducono progressivamente al silenzio sulla questione algerina. La paura di essere frainteso, di apparire un nemico degli arabi, difensore di un colonialismo bieco e antiumanitario prevarrà sul desiderio di spendersi per quella che forse è la causa più importante della sua vita. L’Algeria è in tutta la sua opera e gli eventi bellici gli provocano una ferita che non riuscirà mai a spiegare e che non si rimarginerà. “Sono cresciuto nel mare e la povertà mi è stata fastosa, poi ho perduto il mare, tutti i lussi allora mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile. Da quel momento, attendo. Attendo le navi del ritorno, la casa delle acque, il giorno limpido” scriveva malinconicamente nel 1953 ne La mer au plus près. Non si rassegnerà mai alla perdita dei luoghi della sua infanzia, della intensa luce algerina, della fraterna inimicizia degli arabi. “Pazientavo sempre nell”inverno perché sapevo che una notte, una sola notte fredda e pura di febbraio, i mandorli della valle dei Consoli si sarebbero coperti di fiori bianchi” rivelava nel 1940 ne Les Amandiers. Nessuna pazienza è dunque possibile né necessaria senza l’Algeria.

Perciò raccontare Camus senza parlare dell’Algeria, senza tener conto del fatto che un’esistenza – e quindi un pensiero – sia sottoposta al cambiamento, è possibile soltanto per coloro che fingono di voler fare ordine, ma che in verità desiderano nascondere un certo naturale e inevitabile disordine di cose e pensieri. Certo, ci sono molti modi per ricordare un intellettuale nel giorno del centenario della sua nascita. E uno di questi è interpretare il suo pensiero, riportarlo più o meno fedelmente, renderlo affascinante e coerente. Così potrei accennare alla teoria dell’assurdo (non sono assurdi né il mondo né l’uomo: assurdo è l’incontro tra l’uomo e il mondo), potrei presentare il Meursault de L’Étranger, per cui tutto è talmente indifferente che non ricorda il giorno in cui è morta sua madre, che non versa una lacrima al suo interramento e anzi fa un bagno e va al cinema invece di rintanarsi nel lutto. Il Meursault che spara a un arabo perché abbagliato dalla luce del sole e per cui ogni difesa dalle accuse di omicidio non ha alcun senso. Oppure potrei dirvi di Jean-Baptiste Clamence, l’avvocato parigino che si rifugia ad Amsterdam ed esercita la non ben definita professione di giudice-penitente; il Jean-Baptiste Clamence che intrattiene con la verità un rapporto ambiguo (“Che importa, dopo tutto, se le mie storie sono vere o false, se esse sono significative di ciò che io sono e sono stato?”). E ancora: la valenza metaforica e politica de La peste; la concezione della felicità del Mersault, quello senza una u, de La mort heureuse (la felicità come lunga pazienza, come costruzione e volontà).

Forse avrei potuto parlare di tutto questo per raccontare Albert Camus, per rendergli un giusto omaggio. Ma ha forse senso, se non si abbandonano le idee a favore delle parole? Ha senso se non si è pronti a chiamare le cose col loro nome? Probabilmente no. Se si fa appello alle idee, cos’è l’assurdo se non un concetto filosofico? Cos’è Meursault, se non un assassino? E cos’è Jean-Baptiste Clamence, se non un bugiardo?

Oggi, a cento anni esatti  dalla sua nascita, Albert Camus è osannato a destra per il suo anticomunismo, a sinistra per il suo impegno a favore degli oppressi. La grandezza della sua letteratura ha finito con l’appianare ogni divergenza di matrice politica. Si alza un coro unanime di apprezzamenti: qualcuno non può fare a meno di accostarlo a Sartre, qualcun altro lo mette nel pantheon della destra libertaria, altri ancora, credendo forse di essere ancora alla fine degli anni sessanta, lo ricordano opportunisticamente per quel “Je me révolte, donc nous sommes” (“Io mi rivolto, dunque noi siamo”) che accese tanti cuori irrequieti nell’epoca delle rivolte studentesche. Ma la grandezza della sua letteratura purtroppo non ha soltanto smussato le asperità della discussione politica, ha finito anche col mettere in ombra la grandezza del pensiero che ne sta a fondamento. Tanto che la sua lezione più grande, quella che invita a pensare secondo le parole e non secondo le idee, sembra che nessuno l”abbia ancora davvero capita.

Il volto della giustizia

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Nel 1945, in uno dei suoi tanti editoriali su Combat, Albert Camus scriveva che “le nazioni hanno il volto della loro giustizia”.  Si indignava Camus di fronte all’ingiustizia, al crimine regolato dall’accettazione antropologica della violenza. Le brutalità della seconda guerra mondiale, Hiroshima, la necessità balorda e compiaciuta della violenza sistematica: queste erano le questioni che occupavano e preoccupavano i suoi articoli di quegli anni. Erano gli anni della rappresaglia come deterrente e principio di pace, gli anni dello schifo autorizzato dai “buoni”, quegli stessi francesi e americani che, per rispondere agli eccidi tedeschi, minacciavano di ammazzare tra le 50 e le 200 persone per ogni connazionale ucciso. I buoni che superavano i cattivi nella professione di cattiveria, nella professione di fede per i mezzi mortiferi, per l’annichilamento della dignità umana, visto che i tedeschi avevano stabilito un rapporto di 10 a 1.

Non è certamente più il tempo della morte come principio numerico, non lo è per lo meno qui da noi, dove il beccarismo ha avuto la meglio sull’annientamento legiferato. Ma è ancora il tempo della morte come principio di gioia. La morte altrui, beninteso, perché la propria fa una paura fottuta. Gli altri che sono assassini, gli altri che sono stupratori, gli altri che sono inumani e meritano leggi inumane, svuotate di ogni valore liberale; perché la libertà e la giustizia vanno a braccetto, sì, ma quando, dove non si manifesta umanità possono andare ognuna per la propria strada. Serenamente, senza patemi d’animo umanitario.

E allora proliferano le “grandi lezioni di giustizia”, quegli assassinii festosi chiamati impiccagioni, che vanno bene in un altrove indiano come in un qui italico, in un passato remoto e feudale come in una moderna democrazia occidentale. Vi piace il colore della gola quando la corda stringe, stringe, stringe fino a soffocare ogni pensiero, ogni ricordo, ogni cosa non fatta e impossibile ormai. Vi piace perché lo dite, lo scrivete con un orgoglio tutto giusto: meritarsi una pena, pur di morte, è una condizione esistenziale: le colpe sono i colpevoli, i colpevoli sono le colpe. Vi piace, ammettetelo, essere giudici di un giudizio giusto e definitivo.

Vi piace, lettori, commentatori del Fatto Quotidiano, scrivere che quei quattro indiani devono morire perché “è incivile lasciarli in vita”. Incivile, capito? Incivile è lasciarli in vita, non ammazzarli pubblicamente. E’ incivile perché la loro schifosa umanità ha stuprato e ucciso una ragazza di ventitre anni. La civiltà prevede il riconoscimento del suo contrario e la punizione attraverso quest’ultimo. Morte con morte. Perché la morte provocata è incivile, ma la morte evocata, auspicata dagli istinti di giustizia è giusta, è una lezione.

E’ difficile mettere a disposizione una parte della propria coscienza e sporcarla per chiarire il mondo; è più facile pulirla per oscurarlo, renderlo opaco agli occhi della propria umanità. Che ha il volto della giustizia, come quello delle nazioni di Camus, un volto indistinguibile, sformato: una nauseante faccia di merda.

 

* Questo post è stato ispirato dalla lettura di alcuni abominevoli commenti dei lettori del Fatto Quotidiano all’articolo sulla condanna a morte dei quattro assassini di una giovane studentessa indiana.

 

Il vietnamita rampante

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“Chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”, scriveva Italo Calvino a proposito del Barone Rampante, Cosimo Piovasco di Rondò, che scelse di passare tutta la sua vita sugli alberi. Una vita intensa e movimentata, quella del Barone calviniano, in cui trovano spazio gli stessi moti dell’anima e della mente che accadono coi piedi ben saldi sul suolo: amore, curiosità, ingegno, rabbia, dubbio. E infatti Calvino mette in guardia da un giudizio precoce – insomma, da un pregiudizio – sulla vita alternativa del protagonista; spiega che anche lì su, a qualche spanna dal mondo, tutto è possibile. Basta soltanto essere disposti ad accettare, libertariamente, che qualcuno possa desiderarla e praticarla un’esistenza sui generis, così apparentemente dissociata.

Siamo abituati a misurare l’assurdità con la diversità: niente di più sbagliato. L’assurdità, essendo assurda per natura, non si misura ma si apprende nel rinunciare ad ogni forma di speranza (ma anche di disperazione) nei confronti delle cose del mondo. In questo senso, vivere sugli alberi come un Cosimo Piovasco di Rondò è una forma di protesta nei riguardi della vita e della morte, quindi dell’esistenza; un po’ come la fede religiosa o qualsiasi sentimento amoroso. La fede è misurabile? E l’amore?

Ho Van Thanh, 82enne vietnamita, si era rifugiato nelle foreste nel lontano 1971, quando nel paese si combatteva ancora la guerra che gli portò via gli affetti. Un bombardamento sul villaggio e la tranquillità bucolica della sua esistenza (l’unica possibile, l’unica immaginabile) si disintegrò col crepitio della catapecchia di famiglia. Fu così che Ho Van, sopravvissuto insieme al figlio di un anno, decise di continuare ad esistere altrove, in un altrove antisociale, perciò non violento (perché la violenza animale è natura bruta e meravigliosa, che si accetta o si rifiuta totalmente). Quarant’anni nei boschi selvaggi coperti di fibre vegetali intessute, con una capanna costruita a sei metri da terra, su un albero sicuramente scelto non a caso. Quarant’anni per sfuggire non tanto ad una morte certa, quanto piuttosto ad una vita incerta negli appigli materiali ed intellettuali, detonati nel momento stesso della bomba americana.

Quando, una ventina d’anni fa, un figlio nato il giorno stesso dell’attacco al villaggio di Tra Xinh (che Ho Van pensava morto come gli altri) riuscì a trovarli e tentò di convincerli a tornare tra gli uomini, il vecchio non ebbe dubbi e, dopo aver rifiutato sonoramente l’offerta di rientrare in società, scomparì nuovamente tra le fronde di qualche albero insieme al giovane figlio. La guerra, che era terminata già da anni, non c’entrava più niente; così come il famoso pasto rifiutato solennemente dal dodicenne Cosimo di Rondò, che lo risolse ad abbandonare la casa nobiliare per gli alberi della campagna ligure.

Ora il vecchio Ho Van e suo figlio sono stati ritrovati e portati coattamente in ospedale. L’ottantaduenne selvatico è legato ad un letto e rifiuta cibo e acqua: continua la sua opera assurda in un mondo assurdo. I suoi soccorritori, invece, hanno mancato ancora una volta quell’assurdo, non l’hanno riconosciuto e così l’hanno negato. Sono stati umanitari. Di quell’umanitarismo che ama tutti gli uomini in generale per non amarne nessuno in particolare. Ma soprattutto per non accettarne la libertà, vero assurdo indecifrabile, unico assurdo irrinunciabile per Ho Van.

Non è libertà, è una schifezza

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Sapete come funziona? Funziona che tu scrivi una cosa, sul blog o su Facebook, e dopo qualche minuto arriva qualcuno che inneggia al Movimento 5 Stelle e ti spara una risposta a minchia, tipo che lo sanno tutti che sei a libro paga di quello o di quell’altro, che campi coi soldi pubblici, che fai parte di qualche non meglio precisata casta, che arriveranno loro e ti toglieranno i privilegi che hai, senza peraltro specificare quali.
Il tutto senza preoccuparsi minimamente (ma minimamente, dico) di sapere se quello che sta dicendo, quello di cui ti sta accusando, abbia o non abbia una minima rispondenza nella realtà. Così, a casaccio. Perché documentarsi, evidentemente, non serve. Non è necessario. E’ superfluo. Basta sparare più forte che si può e via, verso nuove avventure. Roba che è pure difficile rispondergli, perché ti mette nella condizione di provare la non sussistenza di circostanze assurde, campate in aria, inventate di sana pianta.
Be’, io non so se Beppe Grillo intende questo, quando dice che la rete è la democrazia. Anzi, quando dice che loro sarebbero la democrazia. Mi auguro di no. Credo proprio di no. Però qualcuno dovrebbe farglielo sapere, che centinaia di suoi sostenitori, tutti i santi giorni, la democrazia credono di interpretarla così. Cioè, sono davvero convinti che la democrazia consista nella libertà di attribuire al prossimo la prima amenità che viene loro in mente senza doversi prendere la briga non dico di provarla, ma perlomeno di accompagnarla con qualche indizio o qualche congettura.
Be’, sapete cosa? Quella roba non è democrazia. Per niente. Non so chi ve lo abbia ficcato in testa, ma non è così. Quella roba è l’esatto contrario della democrazia: è la calunnia, la denigrazione, la diffamazione gratuita. Irresponsabile. Scriteriata.
Quella roba, amici grillini che sparpagliate le vostre invettive in ogni dove, non è “il nuovo”, ma l’espressione di un metodo pressapochista e pecione che non serve a nessuno.
Se pensate che battersi per la libertà della rete significhi lottare per il vostro diritto di blaterare fregnacce a manetta senza verificarle, avete capito male. Avete sbagliato sport, proprio.
La libertà della rete è una cosa seria.
Abbiate la decenza di rendervene conto.

Good Bye, Montesquieu!

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In questi giorni ho letto commenti piuttosto entusiastici sull’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del Senato. E non ho detto una parola. Non l’ho fatto per non fare la parte del solito stronzo che si puntella sulla critica di ogni avvenimento politico degno di nota. Eppure, quel solito stronzo lo sono stato tacitamente, intimamente, provando un fastidioso senso di alienazione democratica. Sì, perché assistere al giubilo pressoché ecumenico per l’elezione di un ex procuratore nazionale antimafia alla presidenza del Senato (ovvero la seconda carica più importante della Repubblica Italiana) mi ha disturbato un poco. Quando poi ho rimesso insieme i tasselli della dinamica di opportunismo politico-elettorale che ci hanno condotto fin qui, sono stato invaso da nausea sartriana acuta e perdurante.

E’ successo che un magistrato della Procura di Palermo, invece di andare in Guatemala a combattere il crimine per conto dell’Onu, decide di fare la rivoluzione civile e si candida a premier, ponendosi a capo di una forza alternativa al PD, che doveva rappresentare una certa sinistra comunista e forcaiola. Allora, per non essere da meno e contrastare l’ipotetica emorragia di voti, i democratichini giocano la carta dell’identico, anzi dell’autentico, e candidano Pietro Grasso: una personalità diffusamente stimata, ma soprattutto sufficientemente invisa a quel PDL che si tenta di mandare all’inferno una volta per tutte. Insomma, è l’uomo perfetto.

Perfetto sia in termini elettorali  che di strategia parlamentare, Grasso è la carta simbolica (proprio etimologicamente, capace di tenere insieme una situazione che dire frammentata è utilizzare un eufemismo) da giocarsi al momento giusto, proprio quando tutto sembra bloccato, proprio quando la logica e il lessico politico sembrano domandare una “scelta civica”. Sì, la scelta civica arriva e pure il cortocircuito liberale.

Che non fossimo una liberaldemocrazia, l’avevamo capito da tempo. Che avvocati ed ex magistrati affollassero i banchi del Parlamento con dubbia coscienza democratica, pure. Ma che un ex procuratore antimafia andasse a ricoprire la seconda carica dello Stato con il progetto dichiarato di “rivoluzionare il sistema giudiziario”, be’, questo non era previsto. Voglio dire: non avevo preso in considerazione l’idea che uno che ha fatto quel mestiere per quarant’anni, che ha partecipato ed è impregnato di quel milieu professionale e culturale, si potesse ritrovare sullo scranno di Palazzo Madama. Ed ecco tutto il mio fastidio per l’inatteso inauspicato.

C’era un tizio francese che, ormai trecento anni fa, teorizzava uno Stato libero in cui la separazione tra i poteri doveva essere ben più che formale, ma addirittura morale nell’accezione liberale e non certamente dogmatica. Cioè: senza virtù non c’è alcuna possibilità di libertà e senza libertà non c’è alcuna possibilità che i cittadini siano tutti uguali di fronte alla legge. Voi direte: sì, ma formalmente nell’elezione di Grasso non c’è alcun contrasto, alcuna sovrapposizione, neanche l’ombra di qualche frattura democratica. Giusto, formalmente no. Ma, come ricordava il tizio francese, forse sarebbe il caso di guardarsi allo specchio e ripensare quanto e come possa essere virtuoso questo continuo mescolamento, questa prolungata e compiaciuta confusione a cui ci stanno sottoponendo e della quale gioite. Good Bye, Montesquieu!

Il profumo delle ginestre

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Ricordi il profumo delle ginestre?
Lo abbiamo sentito quattro o cinque volte, nei posti più imprevedibili e quando meno ce lo aspettavamo. Non siamo più riusciti a dimenticarlo.
Ci è rimasto nel naso, quel profumo, lasciandoci addosso l’attesa imminente di sentirlo ancora e deludendoci cento volte, cento volte facendoci mormorare eppure mi era sembrato, mi era sembrato.
Ma quel che è peggio è che allora, dev’essere stato allora, abbiamo iniziato a nutrire l’illusione che quel profumo, prima o poi, fosse destinato a spandersi tutt’attorno, che potesse pervadere ogni angolo, che ci saremmo ritrovati a respirarlo come l’aria senza doverci più sbattere a cercarlo.
Quando questa carrellata di facce sarà passata, ci siamo detti, allora quel profumo sarà ovunque: e non ci accorgevamo che stavamo violando le regole implacabili del tempo che scorre, ignorando che per ogni faccia scomparsa ce ne sarebbero state altre dieci pronte a prendere il suo posto.
Cani da guardia abbaianti davanti a niente, troppo occupati a impedire l’ineludibile per tentare ancora di fare quello che si poteva fare, abbiamo smesso di cercare quel profumo dove potevamo trovarlo, nell’illusione insensata che fosse lui, prima o poi, a venirci incontro.
Ricordi il profumo delle ginestre?
Ecco, io credo che non verrà mai, il tempo in cui ce lo ritroveremo dappertutto. Credo che aspettare quel tempo sia un inganno, buono soltanto a legittimare quella carrellata di facce e a impedirci di incontrarlo di nuovo. Credo che toccherà tornare a cercarlo, ripetendoci fino alla volta buona eppure mi era sembrato, mi era sembrato. Credo che dovremo saperne sorridere, quando succederà, malgrado il tempo e le facce che il tempo porterà con sé. E poi, tenendoci stretta la voglia insopprimibile di sentirlo ancora, ricominciare a cercarlo daccapo.
Con pazienza, da uomini liberi.

Appunti per una destra libertaria (1) – L’individuo

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Definirsi apertamente di destra è oggi un’operazione pericolosa. Lo è perché in Italia siamo ancorati ad una concezione statica e storicamente pigra del pensiero politico e dunque la parola evoca spettri novecenteschi, che a loro volta hanno prodotto stereotipi contemporanei. Sentirsi di destra è un fatto personale, che riguarda la sfera psicologica, oltre a quella etico-morale e culturale in senso ampio. Dunque, la cosa in sé non sarebbe degna di particolare attenzione, se non fosse inscritta all’interno di un discorso più complesso, ovvero nella dimensione della rappresentatività, della capacità degli attuali partiti di tradurre e rilanciare le idee di una certa fascia di elettorato. Il peso dello scarto tra le idee e la pratica politica si fa sentire per alcuni più che per altri: ci sono propositi che sono stati nel tempo traditi più di altri. Si tratta di una questione tutt’altro che filosofica; è anzi questo spostamento a favore della pratica (partitopratica, si potrebbe dire) che ingrossa l’esercito di coloro che non trovano una patria politica, che finiscono per ripiegare su se stessi e il proprio universo di valori.

Si tratta di una questione tutt’altro che marginale, perché lo svuotamento del senso del discorso politico è strettamente legato al disinteresse per la procedura democratica; l’incapacità di produrre immagini condivise e riconoscibili non può che rinforzare quella che Piero Calamandrei definiva “desistenza”, che è l’opposto dialettico della resistenza democratica. In sostanza, meno si è rappresentati più le rappresentazioni deperiscono. Questo naturalmente vale a destra come a sinistra. Essendo però io interessato alla sopravvivenza (o forse alla riscoperta) di una certa destra, voglio spendere due parole per definirla. Non ho pretese particolari, se non quella di fare un po’ di chiarezza, in primo luogo a me stesso. Per farlo non mi sembra inutile fare accenno al suo elemento fondante: l’individuo.

In Italia, ci troviamo oggi di fronte sostanzialmente a due diverse realizzazioni del pensiero di destra: una autoritaria legata all’apparato ideologico, all’immaginario ereditato dal ventennio fascista e rimodellato in senso costituzionalmente accettabile dal MSI (con tutte le relative varianti teoriche e pratiche); l’altra, sedicente liberale e più recente, nata dal pasticcio berlusconiano, che ha messo insieme coscienze politiche di varia natura in un coacervo ideologico essenzialmente privo di elementi liberali (le eccezioni, soprattutto in una prospettiva numerico-parlamentare, non contano granché). Vi sono poi delle nuove o nuovissime compagini, che si potrebbero collocare nell’emisfero destro del parlamento, che hanno nel loro bagaglio strumenti e approcci più o meno vicini al nucleo originiario del liberalismo (Fermare il declino, la lista di Mario Monti). Tuttavia, queste finiscono col perdersi nel monotrofismo, cioè finiscono col cibarsi di un unico alimento politico-ideologico, dimenticando quanto sia invece necessario un istinto, un approccio onnivoro per una forza che voglia davvero definirsi liberale: Diritto e diritti e libertà civili, politiche, sociali ed economiche sono il pasto imprescindibile per la ricerca e l’affermazione di una democrazia compiutamente liberale. Tutto il resto è noia o fuffa o lista di scopo.

Questo quadro si presenta avvilente per tutti coloro che, come me, sentono di appartenere idealmente al mondo della destra liberale ma si vedono costretti a ricercare punti di riferimento – o perlomeno riferimenti elettorali – in altre aree politiche (in un paese dotato di una vera forza liberale, Renzi non avrebbe suscitato tutto questo entusiasmo da parte di elettori lontani anni luce dalla sinistra postcomunista e filovaticana italiana).

Quello che, a mio avviso, è il vero e più grave deficit del panorama politico italiano è la totale negligenza rispetto alla dimensione individuale come forma e luogo e fine del diritto e della libertà. Indro Montanelli sosteneva che il liberalismo è “una civiltà che, annidata nei cromosomi, permea di sé sia le Destre che le Sinistre” ma che in Italia, “quando cerca di uscire dalle esigue elites che ne hanno fatto sangue del proprio sangue, a sinistra diventa ciarlataneria piazzaiola, a destra manganello”. Questa deficienza di “civiltà liberale” è indubitabilmente ascrivibile anche al modo in cui è stato interpretato il posto dell’individuo nell’azione programmatica e nei riferimenti ideologici dell’ampia gamma di partiti e partitini che hanno imperversato sulla scena della nostra Repubblica. Per questa ragione, a destra come a sinistra, si rileva un sempre maggiore bisogno di portare finalmente l’attenzione sul singolo come universo di senso e di valori; cioè come patria e oggetto dell’impegno istituzionale. Una destra libertaria, così come me la figuro, dovrebbe perciò considerare la sfera sociale senza il fardello collettivistico (specchietto per le allodole utile a certa destra e a certa sinistra per imporre valori e regole del gioco democratico); dovrebbe quindi pensare la società come il risultato dell’aggregazione delle istanze e delle azioni individuali.

Attualmente, ad eccezione dei Radicali (i quali per storia e alleanze non possono però essere considerati di destra), non vi è una forza politica che utilizzi questo approccio, che si faccia agente di un cambiamento in senso liberale. Non vi è una destra in grado di adoperare in sede legislativa i principi liberali nell’unica forma possibile ed auspicabile, ovvero nella loro forma originaria: quella dei Beccaria, dei Locke e dei Kant; quella dell’uguaglianza formale dei cittadini nella dinamica legislativa e davanti al suo prodotto, la legge; quella secondo cui le libertà economiche devono essere parte del processo di liberazione e possono esserlo solo se strettamente legate alla scienza della libertà; quella che considera lo Stato come garanzia di libertà e non detentore (o detonatore) di verità morali.

Perciò, la destra che vorrei dovrebbe proporre una visione imperniata sul rispetto della differenza individuale attraverso il più importante strumento che abbiamo a disposizione, il Diritto, e sull’opposizione al silenziamento delle minoranze (seme e testimonianza di ogni democrazia liberale), che è elemento comune a tutte le legislature repubblicane. Per andare al sugo e alla carne della questione: temi quali la libertà di scelta sul fine vita, la legalizzazione delle droghe leggere e la regolamentazione della prostituzione non sono e non possono essere tabù per una destra che si dica libertaria, dacché le ragioni che supportano la loro difesa sono figlie di quel razionalismo illuministico a fondamento del liberalismo: laicità e libertà di coscienza; riduzione del rischio e dei danni; tutela della scelta individuale e lotta alla coercizione.

Il posto dell’individuo è il posto della ragione come principio democratico, il posto che la sinistra e la destra italiane hanno storicamente negato subordinando lo Stato di diritto alla Ragion di Stato, piegando i diritti individuali ai valori collettivi. Questo, a mio parere, dovrebbe essere il più importante compito di una destra libertaria: riportare col rigore della scienza e il sentimento di una visione del mondo (Weltanschauung) gli individui al centro della cosa pubblica. Ed è la mancanza di tutto ciò che mi spinge costantemente a ripiegare su me stesso.

I cazzi vostri

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Non ho mai partecipato a un rave party, ma la domanda mi viene lo stesso: se mille persone hanno voglia di ritrovarsi in un posto appartato a sentire musica a palla, ubriacarsi e drogarsi, perché mai qualcuno dovrebbe impedire loro di farlo?
Per tutelare la loro salute, dite? E se loro non vogliono che quella salute sia tutelata, come la mettiamo?
E come la mettiamo, tanto per fare un esempio, con le escursioni in montagna, che ogni anno fanno più morti di tutti i rave party messi assieme, ma che nessuno si sogna di proibire e di reprimere con retate e squadre di poliziotti?
E degli anziani che si incamminano nottetempo per i pellegrinaggi verso i santuari, che -anche se nessuno lo scrive mai- vengono scortati dalle ambulanze perché cascano come le mosche e debbono essere soccorsi, vogliamo parlarne?
Dice: però se quelli che vanno ai rave party si sentono male le cure dobbiamo pagarle tutti.
Certo. Ma lo stesso vale per chi si ingozza di burro, per chi lavora quindici ore al giorno, per chi insiste a giocare a calcetto a sessant’anni e si sfonda i legamenti delle ginocchia. Perché non li impedite anche a loro, quei comportamenti?
Ve lo dico io, perché.
Perché la verità è che della salute delle persone non ve ne frega una cippa: anche perché se pure ve ne fregasse proteggere tutti da tutti i rischi dei propri comportamenti sarebbe un’impresa letteralmente impossibile, oltre che non richiesta.
Quello di cui vi frega, come sempre, è giudicare gli stili di vita degli altri; stabilire, secondo i vostri criteri, quali sono quelli buoni e quali sono quelli cattivi; e poi, come si conviene ai migliori stati etici, benedire i primi e reprimere i secondi.
Date retta: limitatevi a intervenire se quello che gli individui fanno nuoce agli altri, non a loro stessi.
Per il resto, se la cosa non vi dispiace, fatevi i cazzi vostri.

95 parole progressiste

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Sulla Carta d’intenti dei democratici e progressisti (l’impressione è che l’abbia scritta Vendola e corretta Bersani) si potrebbero dire tante di quelle cose da riempire un blog.  Ad esempio, questo è ciò che propone a proposito di libertà di scelta sul fine vita:

Su temi che riguardano la vita e morte delle persone, la politica deve coltivare il senso del proprio limite e il legislatore deve intervenire sempre sulla base di un principio di cautela e di laicità del diritto. Per evitare i guasti di un pericoloso “bipolarismo etico” che la destra ha perseguito in questi anni, è necessario assumere come riferimento i principi scolpiti nella prima parte della nostra Costituzione e, a partire da quelli, procedere alla ricerca di punti di equilibrio condivisi, fatte salve la libertà di coscienza e l’inviolabilità della persona nella sua dignità.

Voi avete capito cosa vogliono fare? A me paiono dieci righe, 95 parole, 587 caratteri di un cerchiobottismo quasi artistico: concetti in equilibrio tra il nonsenso e il pilatismo. Bei democratici, veri progressisti. Ma vaffanculo.

La toppa di Reading

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Ad una fiera di matricole dell’università di Reading, nello stand dell’associazione secolarista RAHS è stato esibito un ananas con un cartellino che spiegava che il suo nome era “Maometto” (dopo il casino che si è creato, il frutto è stato ribattezzato “Gesù”, ma insomma). Nelle intenzioni dell’associazione, la provocazione aveva l’obiettivo di stimolare una riflessione collettiva su un dibattito che l’associazione ha in programma per i prossimi giorni, dal significativo titolo “Dovremmo rispettare la religione?”. Checché ne dicano i diretti interessati, che hanno sguazzato nel brodo da loro abilmente cucinato incassando un dividendo di visibilità mediatica altrimenti inimmaginabile, si è trattato di una provocazione sbagliata e perfino controproducente.

Dal mio punto di vista, ogni religione è accettabile, per quanto le sue prescrizioni mi possano apparire infondate, assurde e sempreché non violino una legge disegnata ed applicata per garantire tutti. Fintanto che la religione e i suoi comandamenti restano un fatto privato, e non comportano imposizioni a chi a quel credo non appartiene, poter praticare una fede liberamente è espressione di una società libera come quella che mi piace. Se insomma io credo negli spaghetti volanti, e se il mio culto pretende che io debba accendere ogni sera un bastoncino d’incenso davanti ad un’effigie di fumante pasta al ragù per garantirmi una vita dopo la morte ricca di carboidrati e proteine, non ci vedo niente di male.

Diverso, ovviamente, sarebbe il caso di un culto che obbliga i suoi fedeli allo sgozzamento dei primogeniti. Interessante è il caso rappresentato da una setta come quella degli Skoptsy, che, per essere più vicini al loro Dio, si facevano castrare e rimuovere i seni. Da un punto di vista emotivo, soffro un po’, ma alla fine non posso che concludere che perfino quello all’integrità fisica della persona, in presenza di libero consenso e di un concetto evanescente assai come quello di “sanità mentale”, è un diritto disponibile. Altrimenti si dovrebbero proibire il sadomaso e le pratiche di body modification, tipo quelle esemplificate in home page (a quanto pare, siamo qui anche per difendere questi allegroni con la faccia “ciambellata”).

Per inciso, ragionamenti simili si dovrebbero applicare, mutatis mutandis, anche all’esibzione pubblica di segni religiosi sul proprio corpo – ed è per questo che, dopo un momento di iniziale confusione, ho finito per detestare la legge francese che a suo tempo li ha proibiti. Anche se è stato un amico più saggio di me a convincermene, mi pare tanto ovvio che quasi non vale la pena ripeterlo: se è mia libera scelta andare in giro vestita con un vestito che mi copre tutto il corpo a parte gli occhi, perché un altro dovrebbe impedirmelo? La tua kippah vale quanto il suo crocifisso. Il corpo è mio: ho riempito il mio di tatuaggi zen, perché tu non puoi decorarlo con il simbolo del tuo Dio, o dio, come si vuole?

Dicono i ragazzi della RAHS che volevano attirare l’attenzione sul caso della povera signora Gillian Gibson, finita in carcere a Karthum (Sudan) per aver chiamato “Maometto” l’orsetto di un suo alunno. Ma ciò che è accaduto alla Gibson è cosa diversa: è la conseguenza di un sistema giudiziario (stato) fondato sulla sharia (legge islamica), ovvero su precetti religiosi. Non capisco bene in che modo la provocazione della RAHS possa essere d’aiuto a comprendere il patente abuso subito dalla maestra britannica. Era evidente che, tra tutte le matricole di Reading ci sarebbero stati dei musulmani, ed era inevitabile che sarebbe scoppiato un piccolo “caso”.

Spiace constatare che i ragazzi siano stati alla fine allontanati – per la stessa ragione per cui sono dalla parte del tipo con la ciambella in faccia (anche se, con tutto il rispetto, mi fa un po’ schifo). La libertà di parola è una gran cosa, ed è un peccato che non si sia stata concessa anche ad arroganti e direi anche un po’ violenti provocatori come quelli di Reading. Male, dunque, l’espulsione. Tuttavia, per entrare nel merito, le persone della RAHS, con il loro comportamento concludente, sembrano aver già dato una risposta alla questione che intendono dibattere nella loro tavola rotonda. “Si può rispettare la religione?”. Il loro verdetto mi pare chiaro: no, non si la si deve rispettare. E a questo punto, a me quel banchetto in cui si cerca di far proseliti del libero pensiero attaccando direttamente le credenze altrui (la fede di una minoranza, peraltro, già vittima dei pregiudizi più osceni) mi ricorda tanto il blaterare offensivo di un -ipotetico- esaltato che mi fermasse per strada per ingiungermi di pentirmi dei miei peccati e di credere in Nostro Signore, perché sono un peccatore, e questa è la mia ultima speranza.

In fondo, le associazioni secolariste vengono spesso definite anche umaniste, proprio perché devono (dovrebbero) mettere l’uomo al primo posto. Dovrebbero combattere gli abusi delle religioni, portare argomenti concreti contro l’esistenza di Dio, difendere gli atei dalle leggi che i bacchettoni vogliono imporre a tutti, musulmani, atei e giainisti come me: non, per favore, fare la lotta ai propri simili solo perché hanno la “debolezza” di credere. Non dar loro dei dementi solo perché la loro storia e il loro cuore li spingono a credere in cose che secondo loro non esistono. Ecco, criticarli quando si dimostrano ipocriti, quello sì, è un servizio utile, anche alle religioni, alla fine. Il tutto, naturalmente, se non si creda talmente tanto nel proprio ateismo da diventare fastidiosi con i bacchettoni che non disturbano minimamente il proprio ateismo. In fondo, tutti crediamo nelle cose più strane ed evanescenti, e spesso quello che crediamo non è più reale degli “spaghetti volanti”.

Free Sallusti! E pure gli altri, però!

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Cari garantisti a targhe alterne, potete stare tranquilli: il dissidente Sallusti non finirà al gabbio! La procura ha sospeso l’esecuzione della pena, non essendoci recidiva né altri carichi pendenti.

Questo, nonostante il dissidente Sallusti NON abbia richiesto le misure alternative alla detenzione: CHE AVREBBE AVUTO DIRITTO DI CHIEDERE ED OTTENERE, essendo la condanna inferiore ai tre anni e mezzo. Potrà chiederle ancora nei prossimi 30 giorni.

Se questa informazione fosse vera, quindi, se il dissidente Sallusti finisse (o finirà) davvero in galera lo farà (o lo avrà fatto) perché si è rifiutato (o rifiuterà) di chiedere di scontare diversamente la pena.

Altra cosa che è bene precisare è che il dissidente Sallusti NON è stato condannato per reati d’opinione. La diffamazione non è un reato d’opinione. Reati d’opinione sono le fattispecie di Vilipendio. La diffamazione, nel caso del dissidente Sallusti, è stata riconosciuta non perché l’articolo giornalistico contenesse opinioni poco continenti o irriguardose del prestigio di chissachi: è stata riconosciuta per aver pubblicato delle informazioni false.

Liberato il campo da queste amenità sparate spesso in malafede, andiamo oltre.

Pensate: “Sallusti è stato condannato per un articolo che non aveva scritto, solo perchè direttore del quotidiano che lo ha pubblicato. E’ ingiusto!”. Lo pensate? Credetela come vi pare ma la legge prevede che sia il direttore responsabile di un giornale a rispondere, insieme con l’autore – se identificabile – degli eventuali reati commessi a mezzo stampa. Ogni giornalista lo sa, e quando si pubblicano pezzi firmati da anonimi la vigilanza dovrebbe essere maggiore, visto che il vero autore del pezzo molto difficilmente sarà chiamato a risponderne e quindi può lasciarsi andare a scrivere cose che integrano reati.

Pensate: “Prevedere il carcere per i reati non violenti è incivile”? Lo pensate davvero? Io lo penso! Vi avviso: siamo in pochi. La maggior parte dei difensori d’ufficio di Sallusti non ritiene che sia ingiusto finire dentro per clandestinità, ad esempio, o download illegali.

Molti dicono che sarebbe necessario abolire il reato di diffamazione a mezzo stampa; benissimo! Ma perché non anche la normale diffamazione? Perché ad un normale cittadino dovrebbe essere vietato quello che ad un giornalista è consentito fare?

Soprattutto, finché la legge è questa, la legge si applica: non si può assolvere una persona solo perché è un famoso direttore di giornale autoproclamatosi “scomodo” che quindi fa molto figo difendere!

Aboliamo il reato di diffamazione a mezzo stampa: parliamone! La cosa riguardi tutti, non solo Sallusti: se proprio vi sta a cuore la libertà personale di Sallusti (a me sta a cuore, come la mia e quella di tutti) facciamo una legge per abolire quel reato ed anche la condanna del dissidente Sallusti verrà meno.

Facciamo anche qualcosa di più: chiediamo la grazia a Sallusti da parte del Capo dello Stato. E’ una misura un po’ ingiusta, perché se io o voi fossimo condannati per diffamazione non ci sarebbe tutto questo casino e nessuno ci grazierebbe.

Sarebbe ingiusto, ma lo preferisco comunque a qualunque incarcerazione per reati non violenti: perché non sono un garantista a targhe alterne. Santè

 

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