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Sette omicidi: il romanzo jamaicano che vedremo in TV

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Sentirete parlare di una “Breve storia di sette omicidi” perchè la HBO ne ha acquistato i diritti per uno sceneggiato.

Il romanzo è anche riuscito a vincere il Man Booker l’anno scorso, con le parole d’elogio al momento della premiazione tutte rivolte al magnifico impianto narrativo che l’autore Marlon James è riuscito a mettere in piedi in settecento pagine. Una mole dispersiva di personaggi, un arco della storia che copre più di trent’anni, molte parolacce, molta crudeltà, molti omicidi, e la soddisfazione per l’autore di essere accostato a nomi molto importanti della narrativa contemporanea.

Di che parla: “Breve storia di sette omicidi” prende spunto da un fallito attentato al cantante Bob Marley nella seconda metà degli anni Settanta. Due giorni prima che in Jamaica si svolgesse un suo concerto che doveva servire a placare gli animi tra i due partiti principali, alcuni uomini armati fecero irruzione nella sua villa riuscendo a ferire lui e la moglie. Il cantante si salva ma le cause dell’attentato rimangono oscure. Marlon James, che è nato e cresciuto in Jamaica prima di inventarsi una nuova vita come professore di scrittura creativa in Minnesota, utilizza questo avvenimento come pretesto per un impalcatura enorme in cui le voci dei personaggi raccontano in prima persona la trama dell’attentato e le sue conseguenze.

A questo pretesto si aggiunge anche il pretesto di una  quanto più selvaggia e feroce della Jamaica di quegli anni, e di una ricostruzione della curiosità della CIA per i potenziali sviluppi politici della musica di Bob Marley in un paese come la Jamaica, e il pretesto per dare una panoramica sulla fascinazione che la musica bianca ha subito nei confronti del raggae,  e il pretesto per mettere in luce aspetti – questi sì, più o meno personali, della realtà jamaicana negli Stati Uniti. Insomma, se ve lo comprate fate meglio a mettervi il cuore in pace e iniziare pagina 1 con l’impegno che richiede un romanzo estremamente ambizioso in termini di pretesti.

Come ho detto, i capitoli sono tutti in prima persona. Le voci che si alternano incalzano il lettore verso direzioni opposte. Può essere frustrante, eppure un secondo prima che la noia si faccia percepire ecco che queste direzioni convergono. L’estrazione sociale dei personaggi è molto varia come vario è il registro dei personaggi. Insomma, il romanzo attraversa tutta la sua durata sul bordo pericoloso dell’abbandono, eppure ne esce salvo. Quando l’ho finito, ho pensato che una storia così dispersa e un ritmo così fitto meritassero una presentazione che fosse il più lineare possibile. Non avrebbe senso provare a costruire una sovrastruttura su un romanzo la cui ambizione è piegare la propria forma al racconto e basta. Molto spesso mi è sembrato evidente quanto la fedeltà dell’autore a questa scelta in un certo senso sinfonica lo abbia costretto a sacrificare le sue potenzialità; quindi, lettore esigente, di parti “ben scritte” il romanzo è pieno, ma compaiono a tratti, non te ne accorgi immediatamente, il tempo che le scorgi e si torna di nuovo alle espressioni gergali (povero traduttore) e alle parolacce.

Io sono una persona che i libri non si sente l’obbligo di finirli. Si finiscono gli esami o i compiti per casa, non i romanzi. E questo ha settecento pagine. Quando l’ho terminato ho pensato che l’autore sia comunque riuscito a combinare qualcosa di efficace. Ho pensato anche quand’è stata l’ultima volta che ho letto un romanzo tirato avanti da una trama e saranno stati anni. Il problema del romanzo non è quindi come ci si sente quando lo si finisce: su questo solo soddisfazioni; il problema è nel mentre: siamo  lettori occidentali, non sappiamo niente di Jamaica e l’autore non si è posto nemmeno il problema di come rendere la rappresentazione più commestibile. L’insistenza religiosa verso una scrittura veritiera ha sortito l’effetto paradossale per cui il lettore va avanti spinto da suggestioni razziste. La violenza, la droga, la facilità dei personaggi femminili: tutti elementi passibili di associazioni razziali equivoche. Eppure, se lo sforzo fosse stato un attimo più panoramico, se l’autore si fosse preso una pausa da questo realismo modulato al massimo, ci saremmo probabilmente risparmiati tutti questi equivoci.

Breve storia di sette omicidi è un romanzo notevole, col difetto originario di una distanza di punti di vista tra chi l’ha scritto e chi sta per leggerlo. Marlon James si è posto un obbiettivo molto vasto, ma il fondamentalismo con cui lo ha perseguito ha avuto come nemesi l’utilizzo (quasi) inconsapevole di una caratterizzazione pericolosamente grottesca. (Perchè dico (quasi) inconsapevole? Perchè dico pericolosamente grottesca? Perchè seguo Marlon James sul suo profilo Facebook e lo vedo molto impegnato nell’attaccare il razzismo altrui). Tutto questo ha implicazioni dannose a livello narrativo: gli sviluppi della storia si rendono comprensibili solo quando la voce passa a caucasici, e ciò porta il lettore a modulare l’attenzione, già in lotta con un linguaggio difficile, in una maniera selettiva che, oltre a non far bene alla propria coscienza, non fa bene nemmeno alla lettura: un caso che personalmente ho trovato molto istruttivo su come mandare in corto circuito chi legge.  Non ho nemmeno aspettato di finire il romanzo per figurarmi la trappola che l’autore si è costruito da solo: quando l’azione si sposta a NY, quest’insistenza alla mimesi produce l’effetto opposto: il lettore è costretto a cercare, nelle descrizioni, quanti più dettagli possibile per rassicurarsi sul fatto che non si è più in Jamaica. Insomma, sono stati commessi dei pasticci.

Al di là comunque degli aspetti politici, è un romanzo avvincente. Uno potrebbe dire ma perchè ne parlo; se Libernazione non è un bollettino di novità, ha senso allora parlare solo dei libri che piacciono; boh, a volte credo che abbia senso leggere cose che ti aiutano a costruirti un’idea di cosa dovrebbe e non dovrebbe essere la lettura, e questo romanzo l’ho terminato con le idee positivamente confuse. Piacerà di più a quei lettori disposti ad arrendersi a una lettura poco controllata, i tipi cioè che vanno avanti sopportando qualsiasi distanza dall’autore pur di godersi la storia. L’adattamento televisivo smusserà probabilmente queste incomprensioni.

 

 

Romanzi Cartolarizzati – Episodio I

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Visto che coi giornali trovate sempre una raccolta di libri e di DVD, si è pensato di farlo anche qui a Libernazione. Purtroppo, il nostro finanziatore occulto C. De Benedetti (che, a fini di mantenere l’anonimato, chiameremo semplicemente Carlo) ha detto che i soldi per i diritti non ce li da, e quindi abbiamo dovuto riccorrere alla formula della cartolarizzazione. La cartolarizzazione, in finanza, è sostanzialmente l’accumulo di titoli di vario genere che vengono mescolati e a successivamente distribuiti in maniera omogenea tra vari invevstitori. E’ come preparare un cocktail: prendi quattro o cinque ingredienti, li mescoli per bene e poi distribuisci a tutti lo stesso mix di preparato.

Parte quindi il primo episodio di Romanzi Cartolarizzati. Ne seguiranno altri due.

(il gioco ovviamente sta nell’indovinare gli ingredienti. In realtà è piuttosto semplice, ma il sottoscritto ha preparato questo post nel 2011 e oggi si è dimenticato le risposte).

EPISODIO I

Un tempo i Badwill erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza, Colorado; ce n’erano persino a Denver, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Adesso a Trezza non rimanevano che i Badwill di padron Tony, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola e alla paranza di padron Fortunato. Povero padron Tony. La casa non era pagata. Era la sua nemica, quella casa. Ogni volta che egli faceva scricchiolare il pavimento della veranda, la casa diceva, sfacciata: non sono tua, Anthony Badwill, e non lo sarò mai. Il banchiere a cui apparteneva la casa era uno dei suoi peggiori nemici. Helmer il banchiere. La feccia dell’umanità. Più di una volta aveva dovuto presentarsi a Helmer per dirgli che non aveva abbastanza soldi per sfamare la sua famiglia. Helmer, i capelli grigi ordinatamente scriminati e le mani morbide, gli occhi da banchiere che parevano ostriche ogni volta che Anthony Badwill diceva di non aver soldi per pagare le rate della casa. Impossibile parlare a un uomo della sua razza. Odiava Helmer. Gli sarebbe piaciuto spezzargli l’osso del collo, strappargli il cuore dal petto e poi calpestarglielo. Ogni volta che pensava a Helmer borbottava: arriverà il giorno! Arriverà il giorno! Non era sua la casa, e gli bastava toccare la maniglia della porta per ricordarsi che non gli apparteneva.

Suo padre aveva osservato che, costantemente, in certe stagioni il solfato di rame saliva e in altre calava di prezzo. Decise perciò di comperarne per speculazione nel momento più favorevole, in Inghilterra, una sessantina di tonnellate. Poi il padre telegrafò al figlio che il buon momento gli sembrava giunto e disse anche il prezzo al quale sarebbe stato disposto di concludere l’affare. Mi ricordo la tranquillità e la sicurezza con cui Tony s’accinse all’affare che infatti si presentava facilissimo perché in Inghilterra si poteva fissare la merce per consegna al nostro porto donde veniva ceduta, senz’esserne rimossa, al nostro compratore. Egli fissò esattamente l’importo che voleva guadagnare e col mio aiuto stabilì quale limite dovesse stabilire al nostro amico inglese per l’acquisto. Tony dunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Woodenbell un negozio di solfato da comprare a credenza per rivenderli in Europa, dove compare Cinghialenta aveva detto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico. La Longa, nuora di Tony, seppe del negozio di solfato e rimase a bocca aperta, e padron Tony dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, la plastica al seno per la neo sedicenne Mena e il Mercedes per Tony Junior. Tuttavia da Londra capitò un breve dispaccio: Notato  eppoi l’indicazione del prezzo di quel giorno del solfato, più elevato di molto di quello concesso dal loro compratore. Addio affare.

Tony era depresso per questo fallimento, che poteva costargli caro. Passava tutto il giorno a dormire e oziare sull’ottomana nella sua stanza. Lo svegliò definitivamente qualcuno che bussava con forza alla porta. «Ma apri, dunque! Sei vivo o morto?… Non fa che ronfare!» gridava Nastàsja, la sua cameriera, picchiando col pugno sulla porta. «Sono giorni e giorni che ronfa come un maledetto cane; e lo sei, un maledetto cane! Su, apri! Sono quasi le undici.» Balzò su dal divano, poi si sedette. Il cuore gli batteva da fargli male. Si sollevò, si chinò in avanti e tolse il gancio. L’intera stanza era talmente piccola che si poteva togliere il gancio senza alzarsi dal letto. Nastàsja lo guardò in un modo strano: in silenzio, gli tese un foglietto grigio, piegato in due e sigillato con la ceralacca.

«Un avviso dall’ufficio,» disse consegnandogli la carta.

«Da quale ufficio?»

«Come, quale ufficio? Significa che vi vogliono alla polizia; che scoperta!»

«Alla polizia!… E perché?»

«E io che ne so? Se ti vogliono, vacci.» La fissò attentamente, si guardò attorno e alla fine si volse per andarsene. «Ma che roba è questa? Per quel che ne so, io non ho niente da fare con la polizia! E perché proprio oggi?» pensava, immerso in un’angosciosa perplessità. «Santo Dio, purché tutto finisca presto!» Stava per gettarsi in ginocchio a pregare, ma poi scoppiò a ridere: non della preghiera, ma di se stesso.

I migliori lasciano Berlusconi… e si portano Coelho

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La nascita di una nuova casa editoriale è sempre una buona notizia. Questo è anche il caso della Nave di Teseo, progetto di Elisabetta Sgarbi e di una pattuglia di autori che include Umberto Eco, Nesi, Furio Colombo e varia umanità.

Vorrei peró spendere due parole sul clima in cui parte l’avventura dei transfughi della fusione Mondadori-Rizzoli. Sarà colpa della stampa e in particolare di certi giornalisti, che continuano a perpetuare il vizietto della superiorità antropologica (loro) verso “gli altri”, quelli del Paese Reale, quintessenzialmente rappresentati dalla famiglia Berlusconi. Come al solito, il piú abile a rappresentare questa visione è Michele Serra. Ecco qui la sua Amaca:

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Ci sono varie cose che, come si è già detto, non “suonano” bene: il fatto che tratti l’intiera famiglia Berlusconi come parvenu, termine orribile che denota il classismo ingiustificato di chi ha l’unico merito di non aver mai svolto un lavoro “pratico”, il fatto che pensi che Marina sia una manager stupida quando invece è una con due palle così e Mondadori va da dio, in un periodo in cui per l’editoria e la produzione culturale in generale non è che si scoppi di salute, e cosí via.

Chi, poi, abbia stabilito che si debba dare per scontato che il signor Berlusconi Silvio, nel suo privato, non debba godere del bello, includendo con ció anche la lettura, non si è capito. Mi capita di dissentire con varie persone, ma non per questo devo negare loro l’umanità, e quindi la capacità di apprezzare ciò che un animo sensibile può cogliere. Fin qui i problemini, diciamo, che vengono dalla formazione comunista di Serra, incapace di separare il privato dal pubblico, l’avversario dal nemico, il diverso dall’inferiore antropologicamente.

Poi c’è Umberto Eco, che comunista non è mai stato, ma a Berlusconi diceva che dopo una certa ora, lui, sottintendendo lui e tutta la gente perbene, “legge Kant”. Perchè, ça va sans dire, se uno paga delle donne per il sesso non può capire la Critica della Ragion Pura. In fondo, anche i grandi intellettuali possono rivelare vizi piccoloborghesi. Cosa dice Umberto Eco di questa avventura? Prendiamo la recente intervista a Repubblica:

Elisabetta (Sgarbi) ha spiegato a Marina che cosa significa “l’appiattimento dell’identità per un editore” e perché “i libri dei grandi autori raramente sono usciti da imprese gigantesche e perché i movimenti letterari più importanti della storia sono stati sostenuti e sviluppati da piccole realtà editoriali…” . Dice Eco: “Qualsiasi cosa avesse detto, Marina non avrebbe capito”.

Non-avrebbe-capito. Perchè, signora mia, Marina Berlusconi non è mica Franca Sellerio, non è certamente una donna di lettere, non è una di noi. È una che parla di “azienda” – perchè una casa editrice, si sa, non è una azienda.

Eppure non vorrei essere cosí severo con Umberto Eco. Ho letto tre dei suoi romanzi: Il Pendolo di Foucault, che mi appassionó parecchio a 17 anni. Oggi troverei tutto quello sfoggio di erudizione un poco stucchevole, ma credo mi piacerebbe ancora se lo scoprissi da zero. Il nome della rosa, che lessi subito dopo e consolidó il mio apprezzamento per Eco, e poi anni dopo anche (chissà perchè) la misteriosa fiamma della regina Loana, un romanzo cosí cosí, in cui emergono tratti autobiografici e piú superficialmente autocompiaciuti dell’uomo. Tra le altre cose, la sua passione per il whisky. Ora, questa passione è universalmente documentata, ed è una passione che apprezzo e condivido. Fui perció colto da grande sorpresa e curiosità quando, trovandomi in un alimentari del centro di Milano qualche anno fa, vidi entrare proprio Umberto Eco. Vediamo che bottiglia chiede, pensai, visto che chiedeva il whisky. Ed ecco una bottiglia di J&B. Che non è malaccio, peró insomma, neanche una cosa così da intenditori. Mi ricordava, sopratutto, i film di gangster italiani degli anni ’70 – in Milano Calibro Nove il J&B era onnipresente.

Quel giorno sono uscito dall’alimentari fischiettando il motivetto dell’inizio di Milano Calibro Nove, e pensando che uno può essere Umberto Eco, darsi grandi arie di intenditore di whisky, e poi comprare un umanissimo, normalissimo J&B. Ci ripenso oggi, quando vedo con che toni Eco e i suoi compagni di viaggio parlano del loro nuovo progetto editoriale, disprezzando la casa editrice che abbandonano come un gourmet snob parlerebbe di una bottiglia mainstream.

Attenzione – non c’è mica niente di male a comprare un whisky che, peraltro, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo.   Solo che, alla fine, il catalogo della Nave di Teseo includerà anche Sandro Veronesi e Paolo Coelho. A dimostrazione che, nell’editoria come nella vita, capita di dire che si beve un ottimo whisky per leggere Kant la sera, ma alla fine si è pur sempre umani, attenti al portafogli e desiderosi di cose semplici, e si torna a comprare il buon vecchio J&B. E la diversità antropologica, se dovesse andar male, si potrà sempre tirare fuori per dire che gli italiani “non ci hanno capiti“.

Asimov non conosceva Italo

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Ho sempre amato la fantascienza, fin da quando mi ha rimorchiato in treno. Era la fine degli anni ’70, mi ero spostato (e sposato) per amore a Roma ma lavoravo ancora a Napoli. Ritrovavo nella science fiction classica e nei suoi allievi e critici migliori (non so, Dick, per esempio) il cuore vivo di ciò che pensavo della vita, le aspettative, le paure, le “ideologie”, quello strano modo di immaginarsi la vita a prescindere dalla vita che gli umani hanno trovato per sentirsi coperti da qualcosa quando nel mondo fuori fa freddo e piove (ma c’era anche un’inconfessatissima cosa da dire e che non ho mai detto: la sf è una lettura veloce, nel senso del fast food, col treno si concilia perfettamente, non ti ci spremi. Fast reading)

Poi ho pensato a vivere e me la sono persa di vista. Oggi ritrovo gli Urania su iPad e ne ricompro uno per vedere com’è, cosa succede. E oltre a dire che l’effetto fast reading  sull’ipad funziona perfettamente, scopro che c’è una cosa nuova: la nostalgia. La fantascienza è come quegli scritti da ragazzo in cui dici: cosa mi aspetto per il futuro. E poi guardi la vita che hai fatto e non c’è un pezzo, uno solo che sia andato come ti immaginavi. Per dire, la fantascienza era ottimista, diceva che nonostante guerre, morti, casini e conflitti, ce l’avremmo fatta con il progresso ad andare avanti.

Oggi leggo la fantascienza per quello che è: passato. E come tutti i vecchi provo nostalgia e mi piacciono le cose nostalgiche di ciò che eravamo. Perché in quanto a indovinarci, come ho detto, non ci si pigliava. Ricordo che nel 1980 ci mettevo due ore e mezzo da Napoli a Roma e l’Urania finiva prima del viaggio. La mia fantascienza non aveva immaginato l’alta velocità ferroviaria: ieri ho cominciato a leggere partendo da Napoli centrale e a Tiburtina non avevo ancora finito.

 

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