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Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nei difficili anni in cui zio H. stava cercando di portare a termine le riprese di Fitzcarraldo (se non sapete di cosa sto parlando vi rimando a http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-3/), un giorno si ritrova a Lima, in Perù, a giocare a calcio con alcuni personaggi del posto.

Apriamo una parentesi: il calcio è sempre stato una delle passioni di H., il quale più volte si è espresso a favore del nobile sport. Testimonianza relativa:

Dunque, torniamo a noi. Ci troviamo a Lima, e Herzog sta cercando di portare avanti questa partita. Il problema è però il seguente: tutti i partecipanti (sto per dire una cosa razzista) si somigliano, e come se non bastasse indossano magliette di colori simili, quindi Werner non sa più a che santo votarsi per capire a chi deve passare la palla.

“Pedro, Pedro, passa a Ramon!”

“Io sono Pablo, e gioco nell’altra squadra!”

“Maledizione. Manuel, fa’ qualcosa, dalla sulla sinistra!”

“Mister Herzog, io sono Javier”

E così all’infinito.

Herzog quindi, saturo di passare la palla sempre allo stesso tizio dell’altra squadra, va dall’arbitro (che prima viene scambiato per Jesus) e gli chiede di interrompere la partita per poter vestire i suoi compagni di squadra con le magliette di un colore differente, che sia perlomeno riconoscibile.

” ‘Sto pantone non mi convince, ma che è?”

“Carta da zucchero”

“Non ho fame”

“No, è il nome del colore”

“Scusa, ma avete dato a tutti le magliette azzurre?”

“Carta da zucchero”

“Avete dato a tutti le magliette CARTA DA ZUCCHERO?”

“Veramente la vostra è celeste”

“Vabbè; noi possiamo indossarne di arancioni?”

“No”

Herzog si allontana guardando in cagnesco l’arbitro.

Ed è a quel punto che la soluzione si fa strada nella sua testa. Era nel bel mezzo delle riprese di un film che stava sostanzialmente affrontando da solo; da solo avrebbe finito Fitzcarraldo per poterlo presentare al Festival di Cannes, ed era quindi da solo che avrebbe dovuto portare a termine anche la partita.

“I knew the only hope of winning the game would be if I did it all by myself […] I would have to take on the entire field myself, including my own team.” (sic)

Non ha tenuto nemmeno il portiere, eh.

Io non ho idea di come sia finita (Herzog si limita a riferirci quella che ha immaginato fosse la risoluzione finale: io contro il mondo, alla fine almeno so che non devo passare la palla a nessuno se non a me), ma mi piace pensare che sia andata più o meno così:

 

 

JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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JJ: Zio W, tu che sei un uomo di mondo. Saprai anche sparare, no?

W: Io le armi le odio. Lo sai che mi hanno sparato, no?

JJ: Sì, la so a memoria quella storia lì. Ma tu, tu sai sparare?

W: Mai imbracciato un’arma in vita mia.

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W: Tecnicamente non è proprio una pistola.

JJ: Vabbè, dai, su. Mi pare che hai pure minacciato Kinski con un fucile, no?

W: IO?! Mai successo.

JJ: Ma io l’ho scritto.

W: L’ho letto. Non aiuta ad accrescere la stima che ho di me stesso; e poi il fucile era nella jeep, mica glielo puntavo contro.

JJ: Vabbè, ma quando eri piccolo se non sbaglio hai vissuto nella Baviera occupata dagli americani, no? Avrai quindi avuto a che fare con dei fucili, robe del genere…

W: Questa cosa non sembra farina del tuo sacco.

JJ: Ti sbagli. Io conosco la storia.

W: L’hai letto su wikipedia?

JJ: Non tergiversare. Comunque sì, l’ho letto su wikipedia. A scuola non stavo mai attenta, mi piaceva disegnare sul banco invece di ascoltare.

W: Mi pareva. No, comunque calcola che quando ero ragazzino in Baviera era pieno di americani. Oddio, saranno stati sì e no una sessantina, ma a me sembravano comunque una cifra. Ero affascinato da tutta questa gente che parlava questa lingua strana, quindi avevo fatto amicizia con un tizio di colore con cui chiacchieravo in continuazione. Chissà di cosa, poi, che non capivamo una mazza l’uno dell’altro. Pensa che una volta questo mi regala un chewing-gum, e io me ne sono così innamorato (della gomma, non del negrone) da conservarlo per un anno; ogni tanto poi lo andavo a masticare.

JJ: Mi sono venute diverse malattie solo a sentirne parlare.

Kinski: Quante cazzate racconti.

W: L’hai fatto entrare tu?

JJ: Ho lasciato la porta aperta perché c’era corrente, scusa.

Kinski: Comunque sì che sparavi, Werner: raccontale della prima volta che hai avuto a che fare con un’arma, cazzo!

JJ: Ecco, io di questo ero curiosa!

W: Che palle che siete! Vabbè, un giorno ero nella foresta e vedo ‘sta mitragliatrice abbandonata lì, quindi ho pensato “Dai, adesso sparo a qualcosa!” Giusto qualche giorno prima avevo visto una truppa sparare a un corvo per poi poterselo cucinare. Visto che pure noi eravamo un po’ a pezzi per la fame, mica come voi giovani che avete vissuto nei tempi facili…

Kinski: Io veramente no, e comunque SMETTILA DI PRENDERTELA CON ME!!

JJ: Stai seduto, Klaus!

W: In sostanza volevo cacciare un corvo anch’io, quindi prendo la mitraglietta e inizio a sparare verso l’animale: ho colpito tutto tranne il corvo, che è rimasto lì a giudicarmi. Nel frattempo il rinculo mi aveva scaraventato a terra e mi ero fatto pure male.

Kinski: Che disagiato.

JJ: E poi?

W: E poi sopraggiunge mia madre, e io penso “Adesso mi dà il resto”. Invece mi fa “Ora ti faccio vedere io come si usa.” Quindi ho imparato a caricarla e a scaricarla, e poi mamma spara una raffica di colpi verso un albero: oh, vi giuro che mi ha fatto più impressione vedere il tronco crivellato di colpi che il corvo morto. Allora mamma mi dice: “E’ questo che ti devi aspettare da un’arma, per cui non devi mai puntarne una contro qualcuno, anche se è di legno o di plastica.” E questa cosa -ve lo giuro- mi è rimasta talmente impressa che da quel giorno non ho puntato più nemmeno un dito contro qualcuno.

JJ: …

Kinski: …

W: E’ inutile che mi guardate così. Quando t’ho minacciato il fucile stava nella jeep. Non ti avrei mai sparato (forse). E sei tu che poi ti sei mega spaventato e hai finito il film per paura della mia reazione.

JJ: Vabbè Werner, buone vacanze. Tu dove vai, Klaus?

Kinski: Io vado a farmi di cocaina sulle chiappe di una modella alle feste fiche di Hollywood.

JJ: Eh?

W: L’ho invitato da me a passare due giorni a Monaco ma dice che “fa freddo”, quindi mi sa che va al mare.

Kinski: Mai vero!

W: Credi più a me o a questo pagliaccio inutile?

JJ: Rega’, io non vi sopporto più

 

 

JJ

Buone vacanze, amici! Zio W.  torna a settembre!

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Quando W.H. Aveva tre anni, era affascinato dalle figure mitiche che popolavano la sua infanzia; figure che vivevano attraverso i racconti di sua madre.

In particolare gli piaceva Santa Claus, che, secondo tradizione, appariva tutti gli anni il 6 dicembre, giorno di San Nicola, accompagnato da una specie di demone, un tale Krampus: questi portava con sé un librone in cui erano registrate tutte le cattive azioni che le persone avevano commesso durante l’anno. Krampus era una specie di CIA bavarese.

"Auguri da Krampus" Niente affatto inquietante
“Auguri da Krampus” Niente affatto inquietante

Insomma, questi si presentavano alla porta e tac! niente Natale per i bambini cattivi.

Potete quindi immaginare quanto ha strippato il piccolo H. quando, proprio la sera del 6 dicembre, qualcuno bussa alla porta di casa.

“Mamma, non aprire! Deve essere Santa Claus insieme a Krampus!”

“Werner, non essere ridicolo. Ne abbiamo già parlato.”

“Ma Krampus scoprirà  che oggi ho allagato la cantina!”

“Werner, io… COSA HAI FATTO?!”

“Volevo vedere come funzionavano i tubi.”

Ma prima che la discussione possa degenerare, la porta si apre da sola.

E sulla soglia, senza calzini, con una tuta da lavoro marrone e le mani sporche di grasso, non appare Krampus, bensì Nostro Signore.

Herzog se lo ricorda benissimo: era proprio Dio, racconta, e si trovava nel salotto di casa sua, immobile sulla soglia.

Senonché all’epoca aveva solo tre anni, e terrorizzato da quell’apparizione, scappa sotto il divano e si fa la pipì addosso, mentre la madre tenta di tirarlo fuori a colpi di scopa.

“Werner, vieni a salutare il signore!”

Il piccolo W. si fa coraggio e esce timidamente dal suo nascondiglio.

“Mi guardava in modo molto tenero ed era veramente gentile. Ho subito capito che era il Signore in persona!” (sic)

Il Signore scambia qualche parola con sua madre, poi si allontana (sempre senza calzini) nella gelida serata di inizio dicembre, mentre H. lo guarda allontanarsi, pieno di ammirazione.

Il piccolo Werner si chiude nella sua stanzetta, e inizia a riflettere su quanto sia stato fortunato: quello è senz’altro un segno.

Non erano Santa Claus e Krampus che venivano a ricordargli quanto era stato pessimo, era Dio, che si consultava con sua madre per assicurarsi che il bambino avesse un futuro adeguato alle sue capacità.

Qualche ora più tardi, la signora Stipetić mette a letto il piccolo Werner.

“Werner, hai detto le preghiere?”

“A che servono? Dio era qui.”

“Eh?”

“Dio era qui.”

“…Buonanotte Werner. Domani arriverà l’idraulico, detrarrò il costo dalla tua paghetta.”

Werner quella notte sogna il suo futuro, un futuro che, secondo ciò che era accaduto poco prima, avrebbe spalancato per lui una vita piena di avventure e di Klaus Kinski. Una vita che ci avrebbe regalato capolavori quali Grizzly ManCave of Forgotten Dreams La Soufrière.

Per chiarire: alla fine non era Nostro Signore, ma “un tizio di una compagnia elettrica che passava di lì per caso” (W. H. in un’intervista del 2008).

“Ragazzi, non drogatevi!”

JJ

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Scusate!  Sono mancata un paio di settimane, ma purtroppo qui gli aneddoti iniziano a scarseggiare, dunque facciamo che li faccio uscire ogni due mercoledì, in modo che si allunga il brodo e voi state con la saspenz, eh? (non picchiatemi)

Qui comunque, trovate tutte le puntate.

Lo so che ne avete abbastanza di Fitzcarraldo.

Ma metti insieme W.H., Klaus Kinski, una masnada di indigeni incazzati, l’Amazzonia, i ragni grossi come un pugno, mille zanzare, attori che si ammalano di dissenteria e avrai una produzione tutt’altro che facile (ricordiamo sempre che per semplificare le cose Herzog decise di far passare davvero una nave attraverso una montagna).

Allora.

Mentre sul set erano tutti piuttosto tesi, si dimenticavano gente appesa agli scogli, c’erano gli insetti, Kinski era matto, c’era anche da gestire le tribù locali, che già erano diffidenti, in più non andavano tanto per il sottile: Herzog da solo già aveva, per sua stessa ammissione, pensato seriamente a voler fare fuori Kinski (cosa che anche l’attore, dal canto suo, aveva pianificato); e quando gli indigeni sul set di Fitz. gli avevano chiesto se voleva che il “demone bianco” (Kinski, n.d.A.) sparisse dalla circolazione, lui ci aveva pensato un attimo prima di dire di no. Insomma, non era gente poi tanto tranquilla. Se ci fate caso, infatti, nel film le comparse recitano piuttosto bene il loro odio verso il giovane invasore: è che lo odiavano davvero.

Insomma, in tutto ciò accade che, come se non bastassero già i milioni di guai che aveva tutta la produzione (non tutti sanno che i membri di quella troupe dopo il film fecero richiesta per lavori noiosi, tipo in banca), c’era pure una guerra di confine, fra Peru ed Ecuador.

E la presenza della troupe tedesca non li intimidisce? No, perché pare che alcuni attivisti francesi, ambientalisti (magari pure vegetariani), si erano presentati qualche giorno prima dagli indigeni dicendo (da leggere con accento da Ispettore Clouseau): “Mes amis, i tedeschi sono delle persone terrìble, guardate qua” e gli avevano regalato delle simpaticissime foto dell’olocausto. Così, tanto per appianare i rapporti.
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Quindi, senza ulteriori indugi, a un certo punto questi iniziano a tirarsi le lance.

Come nei cartoni animati.

Cioè, mica tanto, perché a una certa iniziano pure a tirarsi delle frecce, forse per essere più precisi, vai a sapere; e alcune di queste colpiscono una comparsa alla gola (salutace i nonni) e sua moglie tre volte all’addome. La moglie, incredibilmente, sopravvive. Ma va operata.

Chi si occupa di fare da assistente chirurgo? E’ ovviamente zio H., che senza indugi prende una torcia, un repellente per i MILIONI di insetti che tentavano di mangiarsi la moribonda, e sta là 8 ore col medico, a fare da assistente e a imparare come si estraggono le frecce dallo stomaco (hai visto mai ti torni utile).

"MEEEEEEEHHHH!" "MEEEEEHHH! MEEEEEH!!"
“MEEEEEEEHHHH!” “MEEEEEHHH! MEEEEEH!!”

Dopo questa esperienza estenuante, zio H. è felice: sa di aver fatto il suo dovere, di aver salvato una vita; e tutto sommato si sente un po’ più allegro (come il chirurgo dell’omonimo gioco).

“Questa gente, beh, io in fondo la capisco. Si trovano il territorio invaso da gente che gli sta modificando il paesaggio, c’è quell’altro che non la finisce mai di urlare e loro già hanno milioni di problemi senza che ci mettiamo anche noi a peggiorare le cose. Però stasera forse mi sono guadagnato un po’ di rispetto. Credo che questo sia dell’ottimo karma.”, pensa, mentre si avvia all’accampamento.

Herzog arriva all’accampamento. La sua capanna è stata data alle fiamme dagli indigeni.

“Maledetti selvaggi.”

 

 

 

JJ

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Herz aus Glas, in Italia Cuore di vetro, è un film del 1976.

Non è che abbia niente di particolare, cioè, parla di una fabbrica in cui si soffia il vetro, un uomo che vuole carpirne i segreti (uno in particolare) e la sua ossessione a riguardo.

Ispirato a una storia vera, c’è anche una componente esoterica in mezzo: un pastore che ha il dono della chiaroveggenza.

Ok, dunque?

Niente, solo che W. H. aveva visto un film, poco prima, che si chiama Les Maîtres Fou (I Maestri Folli). In questo film, alcune tribù ghanesi, sotto l’effetto di alcune droghe (senza dubbio roba buona) inscenano alcune “recite”, per così dire: nello specifico, l’arrivo del governatore coloniale inglese e il suo entourage.

A zio H. si illuminano gli occhi: droghe? Forte.

Solo che drogare l’intero cast avrebbe quantomeno comportato dei rischi (probabilmente anche a livello legale), quindi ci voleva un’altra idea.

Che fare? Veri drogati? Rischio overdose su set o fughe stile Amore Tossico.

"MA VOI UN VENTINO...O UN CINQUANTINO??" "A signo', io c'ho ventimila lire.."
“MA VOI UN VENTINO…O UN CINQUANTINO??”
“A signo’, io c’ho ventimila lire..”

Sonnambuli? Disagi legati a gente che cammina vicino ai precipizi.

Allora perché non l’ipnosi?

La troupe di Herzog si guarda nervosamente. “Ragazzi, ci risiamo.”

In pochi giorni H. pubblica un annuncio in cui chiama candidati per quello che chiama “un esperimento sull’ipnosi”: in realtà è una vera ficata. Quando finalmente seleziona 35 “attori” sui 500 che si erano presentati, il film può iniziare. Herzog dirà che dirigeva gli interpreti dicendo frasi del tipo “Vedi il tuo compagno, ma guardi attraverso di lui come attraverso una finestra” o “Ti muovi quasi al rallentatore perché l’intera stanza è piena d’acqua”.

Che poi, in mezzo a questa volontà di rendere l’idea di un mondo in cui l’unico veramente lucido è il protagonista, il chiaroveggente (infatti era l’unico a non essere sotto l’effetto di ipnosi), ci stavano anche gli scherzoni: far provare caldissimo a uno, senza che ci fosse la minima fonte di calore, fino a farlo sudare; e scherzare due tizi che parlavano con un interlocutore immaginario.

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“Dai, a questo facciamo credere che è morta tutta la sua famiglia!”

Ma la domanda che tutti si fanno è: era zio H. a ipnotizzare gli attori? Beh, sì.

In realtà all’inizio, per le prove, aveva ingaggiato un ipnotizzatore professionista, subito cacciato a pedate, poiché, per dirla con le esatte parole di W., “Era un viscidone New Age, convinto che l’ipnosi fosse un’aura cosmica che solo lui, con i suoi poteri, poteva trasmettere a dei medium dotati.”

Magari era lui, che ne sai.
Magari era lui, che ne sai.

 

Quindi tanti saluti al viscidone New Age -ci pensa Werner, che arriva, durante le riprese, a parlare al cast con due toni di voce diversi.

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Perkins, non sei nessuno.

A parte l’attore protagonista, zio W. decide di non ipnotizzare nemmeno i lavoratori della vetreria, perché si rende conto che non era furbo far lavorare in uno stato di trance gente che maneggia vetro liquido a temperature oscene: 1100° circa.

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Roba che qui era appena tiepido.

Trivia inquietanti sugli attori ipnotizzati: Herzog gli descrive un luogo, e dice che lì c’è un’iscrizione. “Leggimi quello che vedi”, aggiunge.

Prima risposta (stalliere di Monaco): “Perché non possiamo bere la luna? Perché non c’è un recipiente che possa contenerla?”

Seconda risposta (studente di legge): “Cara mamma, sto bene, è tutto a posto. Adesso sto pensando al futuro. Baci e abbracci, tuo figlio.”

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Altre idee folli che tutti ci rammarichiamo non siano state attuate: W. H. voleva far scegliere agli spettatori se guardarsi il film anche loro sotto ipnosi.

"No, zi', 'sto film te lo devi vede' da fatto!!!"
“No, zi’, ‘sto film te lo devi vede’ da fatto!!!”

Avrebbe dovuto esserci un filmatino di lui che guarda in camera e dice “Chi vuole, può seguire le mie istruzioni, chi è contrario all’ipnosi, pregasi distogliere lo sguardo.” e poi via col pendolo. Alla fine, sarebbe stato sempre lui a svegliare dolcemente l’audience. Decise successivamente di evitare perché magari che ne sai: ti capita quello che poi stermina la razza umana.

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Attenzione!

Quello di oggi è un aneddoto che, per amore di narrazione, racconta cose un po’ (tanto) macabre: si sconsiglia quindi la lettura ai più sensibili, ai bacchettoni, ai moralisti.

La nostra storia comincia nell’inverno del 1957, quando, in una fattoria del Wisconsin, viene ritrovata, a testa in giù e gocciolante sangue, una carcassa.

“Tutto normale”, pensa lo sceriffo locale, che sta perquisendo il capanno in cerca di una donna scomparsa, “Questa è la casa di un cacciatore, dunque sarà un cervo, o che so io.”

Nella penombra, forse. Alla luce, quello in realtà è il cadavere sventrato e decapitato di Berenice Worden, un’anziana signora che lavorava come commessa nella drogheria di Plainfield, Wisconsin, e che era svanita nel nulla poche ore prima.

Nelle ore successive, la polizia rivolta da cima a fondo la casa di Ed Gein, quest’uomo pacato e in apparenza innocuo, per trovarci cose raccapriccianti, comprese una cintura fatta di capezzoli umaniteste di donna, calotte craniche usate come ciotoleun abat-jour composto da facce, e altre cose che avrebbero potuto fare il paio con la poltrona in pelle umana del Megadirettore Galattico fantozziano.

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“Il ragionier Forelli della contabilità!”

Insomma, un bel casino.

Si viene quindi a scoprire che il timido Gein è invece un pazzo criminale che decora la propria casa con oggetti non convenzionali e che, non pago, fa anche di peggio: indossa costumi fatti di pelle femminile per sentirsi più vicino alla sua aspirazione, diventare sua madre.

Già, perché anche film come Non aprite quella portaPsychoIl silenzio degli innocenti hanno, di base, una storia vera: quella di Ed Gein, ossessionato dalla figura materna a tal punto che, dopo la sua morte, si è scatenato in lui questo desiderio di vestire (letteralmente) i panni di una donna. Ma non una qualunque: sua madre. In più, che ci fai con gli avanzi dei cadaveri dopo che la casa è piena di abat-jour? Un buon Chianti, come diceva qualcuno, e passa la paura.

Volete dare un’occhiata alla mobilia? Et voilà (OCCHIO che è roba bruttissima, eh).

Spostiamoci di qualche anno.

E’ il 1975, e Errol Morris (ve lo ricordate? Se no, eccovi un promemoria.) ha visto Psycho, appunto. Saputo che la figura di Norman Bates è in parte ispirata proprio a quella di Ed Gein, Morris visita Plainfield, città dove si svolse vita & macabra attività del serial killer. Non pago, va all’ospedale psichiatrico in cui è rinchiuso l’uomo e lì lo intervista più volte.

Dalle indagini della polizia, non era chiaro se Gein avesse effettivamente dissotterrato sua madre per tenersela in casa, proprio come la signora Bates, ma Morris sospettava che l’avesse fatto, anche se non poteva esserne certo. Una cosa si sapeva: quella donna era la sua ossessione, tanto che, nella “casa degli orrori” di Gein, l’unica stanza intatta e priva di qualsiasi tipo di contaminazione esterna, era proprio la camera da letto dell’adorata madre. Ed l’aveva chiusa a chiave il giorno in cui lei era morta, e non l’aveva mai riaperta.

E per mandare avanti il suo progetto su Ed Gein (un libro, un film, non si sa bene cosa), E. M. doveva sapere. Il modo più sicuro? Andare alla tomba della madre di Gein e aprirla, per vedere se il cadavere ci fosse ancora.

Nello stesso periodo, un amico comune presenta zio Herzog a Errol Morris. Herzog prende in simpatia il giovane, e quando lui gli racconta del suo progetto folle, a Herzog si illuminano gli occhi.

“Non ci daranno mai il permesso, Errol. Ma se t’aregge, ci vediamo quest’estate, di notte, con le pale, e dissotterriamo il cadavere. O almeno cerchiamo di capire se c’è.”

Errol Morris guarda Werner Herzog negli occhi. Herzog non scherza.

Qualche settimana dopo, H. sta girando Cuore di Vetro, a Yellowstone, che sta un po’ lontano, ma che gli frega: sale in macchina, mette la sua cassetta dei Popol Vuh, si fa una ventina di ore, pure di più, per arrivare a Plainfield, compra una pala, e la notte si piazza davanti alla tomba di Mrs. Gein.

Dopo aver aspettato parecchio, zio H. chiama Errol.

“Werner, ho cambiato idea. Non m’aregge.”

W. H. la prende sportivamente, come al solito, e se ne torna sui suoi passi, anche se per un attimo gli viene voglia di dissotterrarlo veramente il cadavere (e probabilmente, se rinvenuto, di farlo trovare a Morris nel suo letto).

La vita riprende a scorrere normalmente, anche se Morris col cavolo che rinuncia al suo progetto: nonostante questo ripensamento, continua a rimanere a Plainfield e a parlare con Ed Gein, rimanendoci ance per tutto il 1976 (aveva pure preso casa vicino a dove stava lui).

La madre di Morris inizia a preoccuparsi: il figlio sta passando la sua vita a intervistare un serial killer che ha fatto cose terrificanti, e nel frattempo non portava a casa un soldo (ricordiamoci che il primo film Morris l’ha portato a casa nel 1978).

“Figliolo”, gli dice la mamma, “non faresti meglio a frequentare persone della tua età?”

“Ma mamma,

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molti di questi serial killer hanno la mia stessa età.”, risponde il saggio Errol.

La madre scuote la testa.

Nel frattempo, succede che a Plainfield ci torna anche Herzog, per girare alcune scene di La ballata di Stroszek: l’anno prima, quando c’era andato per dissotterrare cadaveri, aveva scoperto un posto dove si riparavano macchine, una specie di elettrauto odierno, iper tetro, con sfondi cupissimi e inquietanti. Perfetto per un film allegro come Stroszek.

H. va a trovare Errol, e gli chiede di lavorare insieme a lui. Errol è un po’ restio, però poi dai, alla fine hai l’occasione di osservare un maestro, tu non hai mai fatto una mazza, vedi che magari impari qualcosa.

A fine lavorazione, Herzog però decide che il lavoro di E. M. dev’essergli retribuito, anche se non era nei loro accordi.

Si presenta al suo motel, e gli porge un involucro con dentro dei soldi.

Morris lo butta fuori dalla finestra e incrocia le braccia, offeso.

Herzog esce fuori, riprende il pacchettino, lo offre di nuovo a Morris e gli dice: “Ti prego, non lo fare di nuovo.”

Dentro ci sono duemila dollari: con quella cifra Morris farà un viaggio, che gli ispirerà il suo primo lungometraggio, Gates of Heaven. A causa di questo film, un noto regista bavarese dovrà mangiarsi una scarpa.

Ma questa è un’altra storia.

 

 

JJ

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Buon compleanno W.H.!

Eccezionalmente, solo per oggi, le avventure del supereroe della Baviera arrivano di venerdì, poiché oggi zio Werner compie ben 72 anni.

Ed è un episodio parecchio romantico quello che sto per raccontarvi.

Nel 1967 H. si sposa con la sua prima moglie, Martje Grohmann. Chi è Martje Grohmann? All’epoca, probabilmente, la ragazza più fortunata del mondo.

Comunque sappiamo che ha lavorato come assistente di produzione su Aguirre e che ha interpretato Mina in Nosferatu.

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E adesso è questa simpatica signora.

Ma non perdiamo il filo.

Herzog, dunque, vuole sposare Martje, con la quale, probabilmente, è già un po’ fidanzatello. Magari il padre di lei lo incalza pure, o magari si oppone al fidanzamento perché “quello spiantato gioca a fare il regista”. Infatti, nel 1967 W. H. ha appena realizzato il suo primo cortometraggio, Segni di vita, che poi nel ’68, mentre i nostri genitori tiravano i sampietrini alle guardie e davano fuoco ai banchi, vince l’Orso d’Argento al Festival di Berlino.

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“Vorrei dedicare questa vittoria a tutti i suoceri del mondo”

Ma torniamo indietro. Il giovane Werner è immensamente attratto da questa giovane donna, e vuole farne la sua compagna di vita. E’ a lei e a suo figlio Rudolph che penserà mentre si trova le tarantole nelle scarpe quando cerca di girare Fitzcarraldo.

Una proposta di matrimonio, tutto sommato, può essere molto banale: puoi comprare un anello, o puoi anche non comprarlo, inginocchiarti e chiedere alla tua dolce metà di legarsi a te tramite contratto. Eventualmente, ci si può anche non inginocchiare. Insomma, tutto molto semplice.

Anche la proposta di matrimonio di W. H. è stata abbastanza semplice, se non fosse per il fatto che, per chiedere a Martje di sposarlo, s’è fatto (rigorosamente a piedi) circa 1.000 km: roba che adesso, quelli percorsi per Lotte Eisner non sono niente, eh?

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“A pezzo de fango!”

Da dove parte? Boh.

Sappiamo solo che in questi tantissimi chilometri, attraversa le Alpi,

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Annibale is proud of you, son.

arriva da Martje e le chiede “Willst du Mich Heiraten?” (“Vuoi sposarmi” in tedesco, secondo Google Traduttore).

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E anche secondo Google Immagini.

Dunque.

A W. H. viene naturalmente chiesto “Perché lo hai fatto? Perché hai camminato per tutti quei chilometri?”

Le risposte sono due: la prima riguarda la terminologia.

“Non ho camminato – precisa zio W. – ho viaggiato a piedi. Camminare è un’altra cosa.”

Spocchiosetto. Poi continua:

“L’ho fatto perché avevo qualcosa di importante da chiedere. Ci sono alcune cose che un uomo deve fare almeno una volta nella vita, se vuole definirsi tale.”

Riflessioni: io l’avrei sposato pure se me lo avesse chiesto arrivando in taxi.

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“Maschio, dammempo’ ‘na mano a chiamallo che nun so fischia’.”

 

 

 

JJ

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Nel Gennaio del 2006 Joaquin Phoenix non è felice. Per niente.

Non è mai stata facile la vita di JP: nasce da una famiglia il cui unico modo di sostentarsi è fare i saltimbanchi in mezzo alla strada.

Nel 1993, poi, accade il brutto dramma che tutti ricordiamo, ovvero la morte di River “Young Indiana Jones” Phoenix, suo fratello maggiore.

Il povero River si trova nel locale di Johnny Depp, una sera, e credendo di essere una farmacia ambulante, si fa un cocktail di medicine e droghe che nemmeno lo scaffale dietro al bancone. Muore fra le braccia di JP, che, naturalmente, non la prende bene.

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Che la Croce di Coronado dovrebbe stare in un museo, lo sappiamo tutti grazie a lui.

Successivamente non è che la vita del fratello minore del giovane Indy vada poi così meglio. Nel 2005 finisce in una clinica per recuperare se stesso da un brutto alcolismo. Ma è nel 2006 che le cose peggiorano ulteriormente.

JP si rivede nel film Walk the Line, in cui interpreta, forse calandosi troppo nel personaggio, il problematico Johnny Cash.

Non solo non si piace affatto, ma cade in depressione. Una depressione brutta, profonda, vera, non quella delle adolescenti cretine che si mettono il ketchup sui polsi.

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Che poi se avesse voluto vedere un momento degradante nella propria carriera, un’idea io ce l’avrei avuta.

Mentre corre come un matto con il suo suv sul Sunset Boulevard, fa un botto clamoroso: ma di quelli che la macchina sbanda, vola, gira su se stessa e si cappotta alla grande, e se fosse stato un film di Michael Bay, probabilmente sarebbe esplosa senza motivo.

Intontito, sottosopra, non si rende bene conto (come biasimarlo) di ciò che è successo e di ciò che sta succedendo.

La macchina dietro di lui ha assistito a tutta la scena. L’autista scende, si precipita al posto di guida e controlla la situazione.

JP sta tentando di accendersi una sigaretta.

La benzina cola un po’ dappertutto.

Michael Bay è nascosto dietro un angolo con in mano una telecamera,  in trepidante attesa dell’esplosione.

L’autista fa ‘tap tap’ sul finestrino.

JP si gira, ma è troppo intontito per vedere l’uomo.

Sente una voce, la voce dell’uomo, che gli dice “Just relax.”

JP risponde “I am relaxed.”

“No, you’re not” replica la voce, e confisca l’accendino all’attore. Michael Bay se ne va, deluso. Si vendicherà sul set di Transformers.

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“BOOOOOOM!!!”

Joaquin Phoenix, però, racconterà di essere stato davvero molto calmo in quel momento. Tutto grazie alla voce dello sconosciuto, a sua detta “so calming and beautiful.”

Il superman Hollywoodiano spacca il parabrezza posteriore dell’auto a gomitate e tira fuori JP. Nel frattempo, comprensibilmente, si è radunata una folla di persone che ha già chiamato un’ambulanza.

Assicuratosi che JP abbia l’attenzione e l’aiuto di cui ha bisogno, l’autista gentile sale in macchina e si allontana.

JP vorrebbe ringraziare il suo salvatore, ma Werner Herzog è già tornato a casa di gran carriera, per evitare il suo momento di gloria.

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Your friendly neighborhood Herzog

Il nostro supereroe preferito racconta l’aneddoto qui: https://www.youtube.com/watch?v=nDcnLfLaFiY

Detto questo, inizia la pausa estiva.

Gli aneddoti dello zio Herzog tornano a settembre;  userò questi due mesi per accumularne altri e portarli fra voi affezionatissimi.

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Non vi strappate i capelli.

 

JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Ragazzi!

Dopo una lunga attesa di (inserire numero) settimane, tornano gli aneddoti su zio Herzog/mio padre (cristo, se è uguale da giovane).

Chiedo venia ma ho dovuto cercare (inutilmente) lavoro, mettermi a dieta, leggere nuovi aneddoti e inventarmi una nuova rubrica (che uscirà di lunedì, consiglio di dare un’occhiata al primo post: http://libernazione.it/fauna-del-mezzo-pubblico/).

Detto questo, procediamo con le cose interessanti.

Ci troviamo ancora una volta sul set di Fitzcarraldo (come te sbagli), e oggi tocca girare la benedetta scena delle rapide, quella senza modellino, perché W. aveva sfanculato la 20th Century Fox che gli aveva chiesto di girare con la barchetta giocattolo del figlio.

Quindi non poteva tirarsi indietro.

Però c’è un problema: salire su quella nave, che solidissima non è, in balìa delle rapide, senza alcun tipo di garanzia che non si tornerà a riva con braccia o gambe rotte (ammesso che a riva ci si torni), è un rischio notevole.

Le maestranze di W., alla domanda “Allora, mi servono un paio di volontari”, fischiettano e si guardano le scarpe imbarazzati.

Werner mastica amaro.

Alla fine salgono sulla nave in tre: zio W., un operatore, e un improvvisamente coraggioso Kinski, che, se fino al giorno prima aveva strillato contro chiunque perché in quella fottuta giungla non c’era l’acqua calda, ora è impazzito completamente, e, animato da un senso di amore puro per W., gli dice queste testuali parole (solo che in tedesco): “Werner, se tu sali a bordo, vengo anche io. Se tu affondi, affondo anche io.”

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Werner lo guarda, per capire se ha in mente qualche piano diabolico. Ma considerato che K. usava il set di Fitzcarraldo per farsi delle foto in costume leopardato, ormai non lo stupisce più niente.

Allora, però che succede: che una volta appurato che sulla nave ci salgono in tre, c’è pure bisogno di uno che fa le riprese della nave dall’esterno. In contemporanea. Già, poiché la scena mica la puoi rigirare tre volte, vi ricordo di nuovo che la barca là in mezzo ce la buttano veramente. Quindi tocca fare tutto insieme.

L’eroico Thomas Mauch *, allora, si improvvisa Andromeda e si fa legare a uno scoglio per poter filmare meglio la nave sulle rapide.

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Non è chiaro di chi sia stata l’idea, ma posso supporre non sua.

Ad ogni modo, la scena viene girata, con tutti i guai che ne conseguono (l’operatore ci rimette quasi due dita, Kinski si pente tantissimo e si lamenta mega, sono tutti esausti).

Buona la prima, tutti all’accampamento, buonanotte, non tirare le coperte, chi mi ha fatto il sacco nel letto? E’ tuo questo scorpione? ecc. ecc.

Il giorno dopo, Werner si sveglia di buon’ora, contento che si sia conclusa una delle scene più rognose del film. Cerca Mauch per abbracciarlo e ubriacarsi di roba indigena appiccicosa, ma Mauch non si trova.

Panico nell’accampamento: l’hanno rapito gli indigeni, è stato trascinato nella giungla dai gorilla, è scappato coi soldi.

A un certo punto, a zio H. viene un’illuminazione: “Rega’, ma ieri qualcuno l’ha slegato dallo scoglio?”

Thomas Mauch era ancora lì. Visibilmente irritato, ma per fortuna vivo.

Herzog, raccontanto questo episodio, ridacchia “Sono passati trent’anni. Credo che ormai mi abbia perdonato.”

Io ho una teoria alternativa: è stato Mauch che, nel 2006, ha sparato a Herzog sulla terrazza a Los Angeles (aneddoto di riferimento qui: http://libernazione.it/le-appassionanti-avventure-di-zio-herzog-5/)

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“Don’t EVER fuck with me.”

 

* direttore della fotografia dei filmetti di zio H.

 

 

JJ (ancora dispiaciuta per essere mancata)

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Nel 1977 W. H. scrive Woyzeck, film che parla di un soldato che uccide la sua amante.

Zio H. questa storia la prende dalla nota (uhm) pièce teatrale di Georg Büchner, che a sua volta traeva spunto da un vero fatto di cronaca nera.

Naturalmente a Herzog non poteva non affascinare la storia di Woyzeck, poiché anche lui, come la quasi totalità dei suoi personaggi, era un emarginatone di quelli grèvi. Il culmine di questa vita difficile fu nel 1921, quando il soldato, roso dalla gelosia nei confronti della sua amante Johanna, la accoltellò più volte in casa di lei (pure te però: tradisci il tuo fidanzato, o quel che è, in continuazione. Quello non sta proprio benissimo. C’ha le armi perché fa il soldato. Ma non gli aprire la porta, no? E dai).

“Femminicidio!” gridò il giudice (probabilmente un antenato dei giornalisti di Studio Aperto) nel pronunciare la sentenza di morte, avvenuta il 27 agosto 1924.

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“Salutava sempre”, commentarono i vicini di casa all’edizione della sera quando l’uomo fu arrestato.

Fun fact (oddio, insomma): quella di Woyzeck fu l’ultima esecuzione pubblica nella città di Lipsia: il giovanotto venne decapitato.

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Figuriamoci poi, Woyzeck era stato definito uno schizoide, un depressone e anche un uomo affetto da depersonalizzazione.

“Depersonalizzazione?” si ripete zio Werner mentre si legge la storia del soldato, “ma questo è Bruno S.!”

Appreso che c’è una super nuova storia di depressi, emarginati, ecc. ecc., Werner Herzog chiama Bruno S., che all’epoca lavorava in un’acciaieria (pòra stella) e gli comunica la sua intenzione di fare ‘sto film per famiglie.

“Senti, ok, però magari ci mettiamo qualche donna?”

“Eh, oh, c’hai l’amante bòna in questo film, eh!”

“Ah, bene.”

Senonché poi Werner ci pensa meglio e dice: “No aspe’, questo deve fa’ lo schizoide pazzo emarginato che accoltella l’amante. Bruno non va bene, ci devo mettere Kinski.” (la reputazione di Kinski agli occhi di Herzog non faceva che migliorare di anno in anno)

Chiama Bruno per dargli la notizia, solo che quello, fomentato dall’idea di recitare in coppia con Eva Mattes (gran bella donna, all’epeca), s’era già preso un permesso al lavoro.

“Io ci perdo dei soldi, Werner, non è che siamo tutti come te che abitiamo a Hollywood in mezzo alla fregna!”

“Ma veramente io..”

Bruno S. ci rimane malissimo: “Credevo fossimo amici.”

Zio H. rimane un attimo in silenzio. Poi dice “Ok Bruno, ci vediamo tra 4 giorni.”

In tre giorni e mezzo Werner Herzog se ne esce con la sceneggiatura de La Ballata di Stroszek (altro film allegrone per antonomasia), nel quale Bruno S. è protagonista indiscusso. Anzi, molti episodi del film sono ispirati alla vita dell’attore.

In più, ci mette pure Eva Mattes.

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“Pur’io voglio il film in tre giorni co’ le fregne!” “Oh, ve lo accollate voi questo?”

Capito? Bruno S. è scontento e lui gli scrive un film in un lasso di tempo che nemmeno gli sceneggiatori di Boris.

E Mario Adorf, quando volle fare Fitzcarraldo, si sentì dire “Arrivederci e grazie.” Chissà che ha detto quando ha saputo di questa storia.

Woyzeck? Quello alla fine è uscito nel 1979. Con Kinski, naturalmente. Daje tutti.

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“Everybody wins. Except for Mario Adorf.”

 

Bonus trivia: Ian Curtis, il fu cantante dei Joy Division, decise di guardarsi La ballata di Strozsek prima di ammazzarsi. Capiamo perché non cambiò idea.

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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In ritardo di un giorno, mea culpa, ieri ero molto malata (no, non sto morendo).

Ci troviamo dunque a casa di zio Herzog.

E’ il 1974, e W. beve la sua birretta delle 17:45 mentre si legge il giornale.

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Questo è il primo risultato se si cerca su google “Herzog beer”. Herzog significa ‘duca’, quindi vabbè. Però è sottointeso che ora la voglio.

Poi, annoiato, si accende il televisore. E becca un documentario sui musicisti di strada.

Ora, noi conosciamo bene lo zio H. : questa è materia sua.

Rapito dalle immagini, individua subito il caso umano di cui si innamora: emarginato, emaciato, con la faccia di chi ha vissuto il male.

“E’ perfetto. Lo voglio in tutti i film.”

Werner Herzog aveva appena notato Bruno S.

Al secolo Bruno Schleinstein, quest’uomo è l’apoteosi di ciò che affascina il regista: emarginatissimo, sociopatico, infanzia passata fra un ospedale psichiatrico e un altro, paura della vita, delle persone che lo hanno sempre picchiato e scacciato. Una sorta di Elephant Man, ma senza Elephant.

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Uno con questa faccia non è che presenti un curriculum proprio da aspirante fisico nucleare. Ma un aspirante fisico nucleare poteva fare Kaspar Hauser? No.

Herzog impazzisce. Fa di tutto per procurarselo come attore, perché lo vuole per interpretare L’enigma di Kaspar Hauser, una storia molto popolare in Germania, che racconta, sostanzialmente, quasi la vera vita di Bruno S. (con piccole, insignificanti differenze).

Alla fine della fiera zio H. deve solo scontrarsi con la troupe, che è dubbiosissima nell’accettare come attore principale di un film un..un..un barbone, Werner! Che diavolo ti salta in mente??

“Ragazzi” incalza lui “voi non capite. Bruno è perfetto. E’ lui che mi serve, è lui che voglio. Lui E’ Kaspar Hauser! Nessuno -ripeto- nessuno potrebbe farlo meglio!”

“Werner, è un azzardo. E se scappa con i soldi? E se impazzisce?”

“Per cortesia, ragazzi…”

L’unico che dà man forte al regista è il suo operatore di fiducia Jörg Schmidt-Reitwein. Herzog, incoraggiato dal suo appoggio, se ne frega di quello che dicono gli altri (“Ti prego Werner, siamo disposti a lavorare persino con Kinski!”) e la butta su “io metto i soldi, io decido. E ve dovete fida’.”

A malincuore, tutti accettano il loro destino.

Iniziano a girare il film. Bruno, però, ha paura di tutto: delle luci, dei rumori, delle mucche, dei contadini, di tutto. Soprattutto, ha paura delle telecamere.

Herzog allora passa con lui delle ore nella sua stanza da letto a rassicurarlo, ascoltandone i timori e cercando di far sì che la sua autostima cresca un po’.

Bruno, incoraggiato da Werner, migliora moltissimo (esattamente ciò che accade a Kaspar nel film). Comincia a essere più sicuro di sé, e per rimanere nel personaggio non si toglie mai gli abiti di scena, nemmeno alla fine della giornata.

Un giorno Herzog entra nella sua stanza e lo trova che dorme sul pavimento, vestito da Kaspar Hauser. Io leggo questa cosa e mi scende la lacrimuccia.

Bruno girerà due film con W. H., poi smetterà di recitare e si dedicherà alla pittura e alla musica.

Otto anni più tardi di Kaspar Hauser, durante le riprese di Fitzcarraldo, impegnato in una discussione con Mario Adorf a proposito del nuovo protagonista del film (ricordiamo che Jason Robards era quasi morto di dissenteria e quindi l’avevano spedito a casa), Herzog si sente dire che lui (Adorf) sarebbe stato un ottimo Fitzcarraldo. Oltre a ciò, aggiunge Mario, sarebbe stato anche un Kaspar Hauser migliore di quello “sprovveduto dilettante” [sic] di Bruno S.

Herzog dissente: “Bruno era Kaspar Hauser. Tu non l’avresti fatto così bene.”

Adorf si offende. Herzog commenta dicendo “Amen”.

Nell’agosto del 2010 Bruno S. muore.

Zio H. lo ricorda dicendo queste parole:

In tutti i miei film, fra tutti i grandi attori con i quali ho lavorato, lui è stato il migliore. Non esiste interprete che si sia nemmeno lontanamente avvicinato a lui. Voglio dire, alla sua umanità, allo spessore della sua performance… non c’è nessuno come lui.”

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JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Oggi, per la consueta rubrica, vi propongo tre aneddoti brevi invece che uno lungo.

L’aneddoto votato il migliore sarà eletto il migliore fra i tre.

1. Herzog vs La musica

Quando aveva 12 anni, al piccolo Werner fu imposto di cantare davanti a tutta la classe. Lui non voleva. La professoressa ha insistito, forse anche in maniera troppo concitata.

Immaginatevi come dev’essere sentirsi urlare da una professoressa in tedesco.

A causa di questo inconveniente, W. H. (che fu anche minacciato di espulsione dalla scuola da parte della preside, per questo suo rifiuto) decise di smettere di ascoltare musica, di cantare (sì, anche sotto la  doccia) e di utilizzare strumenti musicali fino alla veneranda età di 18 anni.

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“hahwndwoswesefai alegria macarena, EEEEH MACARENA!”

2. Herzog vs il disagio sociale

A sua detta, durante i primi anni della sua vita zio Herzog abitava in un paesino talmente sperduto che mangiò la sua prima banana a 12 anni e fece la sua prima telefonata a 17.

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3.  Herzog vs Abel  Ferrara

Nel 1992 esce Il cattivo tenente, di Abel Ferrara.

Nel 2009 esce Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans, di Werner Herzog.

Nonostante il film porti lo stesso titolo, Herzog ha affermato che non si trattasse assolutamente di un remake (certo,  le coincidenze so’ tante. C’è pure lo stesso produttore. Però vabbè).

Abel Ferrara, di tutta risposta, non l’ha presa tanto bene.

Interrogato sul film, pare abbia detto (a proposito di chi ha lavorato sul film del 2009, maestranze comprese): “Spero che quella gente muoia all’inferno.  Spero che si trovino tutti sullo stesso tram, e che esploda.” [sic]

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“Ma io so come difendermi.”

Al di là dell’immagine del tram, che fa molto vintage, la pesante critica di quel bonaccione hippy di Abel Ferrara viene affrontata da Herzog, al quale la riferiscono, con una risata: “E’ stupendo! Pensa che io stia facendo un remake. Ma lasciatelo combattere contro i mulini a vento. A parte questo, chi è Abel Ferrara? Non ho mai visto un suo film. Non so chi sia. E’ italiano? Francese? Chi è?” [sic]

Inutile dire che quando ho letto queste affermazioni ridevo come un’idiota.

In ogni caso purtroppo il bagno di sangue non ha avuto luogo.

Anzi, addirittura i due si sono chiariti, in occasione del festival del Film di Locarno, in Svizzera,  nel 2013, dopo che Herzog ha affermato che con A. F. ci avrebbe bevuto volentieri una bottiglia di whisky.

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Werner Herzog: Unisciti a noi per un bicchierino! Abel Ferrara: Levami quella CAZZO di macchina fotografica da davanti!

Happy ending, una volta tanto.

 

 

JJ

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1974.

A Parigi, Lotte Eisner ha un infarto che la colpisce molto duramente, costringendola a ricoverarsi d’urgenza.

Ha poche speranze di riprendersi, e se ne sta nel suo letto d’ospedale un po’ triste.

Sì, ok, ma chi è questa, e cosa ce ne frega?

Lotte Eisner è una grandissima donna, una critica cinematografica, una poetessa e scrittrice, che ha sempre difeso il cinema sin dai suoi albori: ad esempio si batte contro la censura tedesca che vieta la proiezione de Il testamento del Dottor Mabuse di Lang nel 1937. Ancora prima, difende il diritto d’espressione quando i nazisti bloccano l’accesso al cinema in cui si proietta La Corazzata Potemkin. Anni dopo, il ragionier Fantozzi avrà una potentissima opinione in merito.

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“GRAZIE, LOTTE EISNER!!”

Finisce poi in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, in quanto ebrea, ma riesce a fuggire, iscrivendosi successivamente all’Università di Montpellier per sviare i sospetti.

La Eisner diventa quindi un punto di riferimento per molti registi tedeschi, come Fassbinder e Wim Wenders, che le dedica addirittura due film.

Torniamo al 1974: zio Herzog in quello stesso anno ha dedicato a L. E. L’enigma di Kaspar Hauser (non è propriamente un film che normalmente si dedicherebbe a una signora, ma questa è Lotte Eisner, mica una qualunque.  E poi che fai, ti fai battere da Wim Wenders? No, eh).

Mentre si occupa delle sue cose matte (probabilmente sta cercando qualche altro emarginato della società al quale far girare un film), apprende che la Eisner è lì in territorio francese che lotta contro la morte.

Non fa le valigie, non si preoccupa di prendere il biglietto di un treno, o di un aereo, non prende né biciclette o monopattini, ma esce di casa e, il 23 novembre 1974, da Monaco di Baviera, inizia a camminare verso Parigi.

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“Svolta a destra e imbocca Hirschgartenallee. Svolta a sinistra. Svolta a destra. Svolta a sinitra. Svolta a destra. Svolta a sinistra. Svolta a destra.” (sic google maps, dopo che mi sono chiesta quanti chilometri fossero-774 per la cronaca)

 

 

Il 14 dicembre Herzog è al capezzale dell’amica, le porta fiori, cioccolatini e abbracci.

Lotte: Werner! Come mai sei qui, non hai un film da girare?

Werner: No, volevo assicurarmi che stessi bene.

L: Beh, ora sono fuori pericolo, però in realtà ho rischiato grosso.

W: Lo so, per questo sono venuto a piedi.

L: Eh?

W: Eh, che cosa avrei dovuto fare? Stavi morendo, ho deciso che avrei camminato da Monaco di Baviera fino a Parigi per far sì che stessi meglio.

L: Ma sei matto??? Fa freddo, cazzo!

W: Lo so, lo so, lo so. Ma io ti voglio bene.

L: …pure io.

Lotte Eisner muore a novembre. Però del 1983. Ce l’hai fatta, Werner.

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Lotte e Wernerone sulla spiaggia in cui zio H. ha girato “Nosferatu, il Principe della Notte”. Tutto è bene quel che finisce bene.

Quel matto di zio Herzog raccoglie tutte le disavventure della passeggiatina invernale in “Sentieri nel ghiaccio”, che ancora non ho sul comodino ma che devo assolutamente procurarmi, perché probabilmente ci saranno mille altri aneddoti bellissimi, tipo lui che si lamenta di cose tipo “Oh, ma a questa non je poteva piglia’ un infarto a luglio?”

 

JJ

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Nel 1976 succede che sull’isola di Guadalupa, nelle Antille francesi, c’è un vulcano, detto “La Soufrière”, che minaccia di eruttare.

Cioè, non è che minaccia. Roba de Pompei.

Tutti si guardano in faccia: niente, tocca evacuare.

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Sembro tranquillo, eh? Infatti.

75000 persone circa devono abbandonare le proprie case, per spostarsi non sanno ancora bene dove. Una bella seccatura, certo, ma in previsione di quello che stava per succedere è un rischio che non si può proprio correre.

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Zio H. sta lavorando al montaggio di Cuore di Vetro, quando apprende la notizia: in seguito all’evacuazione dell’isola suddetta, c’è un contadino che se ne frega altamente di quello che succederà al vulcano e che decide di “io sono nato su quest’isola e morirò su quest’isola”.

Ed Lachmann e Jörg Schmidt-Reitwein, i suoi operatori di fiducia, si voltano: hanno sentito il rumore di Herzog che si alza dalla poltrona e getta il quotidiano che stava leggendo a terra, in modo molto, troppo teatrale.

“Cosa succede, Werner?”

“Fate i bagagli, ragazzi! Si parte per l’isola di Guadalupa!”

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“I WANT YOU to join ecc. ecc. daje rega’ zainetti e telecamera in mano che ci aspettano i lapilli!”

“Eh?”

“Werner, stiamo montando Cuore di Vetro, non è che possiamo lasciare il lavoro a metà perch-”

“C’è un vulcano che sta per eruttare.”

“Motivo in più per rimanere a casa.”

“Sì, ma c’è questo contadino che rifiuta di andarsene con gli altri!”

“Si vede che sa quanto costa un affitto fuori dalle Antille francesi.”

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“Confermo che un affitto in centro a Parigi è veramente ‘na roba spaventosa. Poi calcola che c’ho il gatto, che faccio, lo lascio qui? E dai.”

“Non dite idiozie! Si parte domani all’alba.”

Herzog abbandona la stanza tutto felice.

Jörg Schmidt-Reitwein si volta verso Lachmann: “Ed, dalla prossima settimana prima di fargli leggere il giornale, a turno ce lo scorriamo tutto e tagliamo via le notizie sulla gente eroica o cose del genere, ok?”

“Ci sto.”

Herzog e due non troppo convinti Lachmann e quell’altro col nome difficile e non mi va di fare copiaincolla partono per Guadalupa, rischiando di morire sotto il magma e robe simili.

Ed chiede a Werner: “Cosa succede se il vulcano erutta?”

“Uh… beh, moriamo. Cosa vuoi che succeda?”

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“Rega’, ma quella è lava?” “Io te l’avevo detto che era una pessima idea.”

Non si portano nessun altro perché nessun  altro avrebbe accettato un tale rischio. Calcola che stai su un’isola evacuata, eh.

Intervistano i contadini rimasti (alla fine erano tre), si fanno i giretti per la città e trovano uno scenario post-apocalittico, con le strade vuote, i maiali che banchettano nelle case e le televisioni ancora accese.

Herzog è contentissimo, gli altri due un po’ meno ma alla fine gli vogliono tanto bene.

In 10 giorni zio H. e compari raccolgono il materiale necessario per far sì che di quell’isola condannata rimanga un ricordo significativo.

Poi però succede che il vulcano in realtà non erutta.

75000 persone tornano nelle loro case (e spengono la televisione), visibilmente sollevate, e Herzog ci rimane malissimo perché “adesso pare tutto finto. Oh, io c’ho rischiato la vita.”

 

JJ

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Nel 1978 a Errol Morris, un giovane regista esordiente, viene presentato Werner Herzog.

Herzog è già piuttosto lanciato, coi suoi film: ha realizzato, fra i tanti, Cuore di Vetro, film in cui tutto il cast era sotto ipnosi (galline comprese), Aguirre, furore di Dio, il primo con Kinski, La Ballata di Stroszek e Nosferatu, il principe della notte.

Insomma, è più o meno sulla cresta dell’onda.

Morris è uno studente di cinema, incontra zio Herzog e, comprensibilmente, rimane affascinato dal personaggio.

Herzog è tutto ciò che non è lui: un regista realizzato, che ha fatto affidamento solo sulle sue qualità e la sua forza di volontà.

“Non riuscirò mai ad essere come te, Werner. Io sono solo uno studente di cinema con tante speranze.”

Herzog sospira.

“Errol, noi tutti abbiamo dei sogni, ma solo pochi di noi hanno il coraggio necessario per realizzarli. E poi avanti… essere un regista è facile, tutti possono farlo!”

“Ma tu parli perché già sei diventato quello che sei!”

“Ragazzo, il mio primo film l’ho fatto con due soldi. Due. E sai come mi sono procurato la telecamera per girarlo? L’ho rubata.”

“L’hai… cosa?!”

“Beh, dopo l’ho restituita.”

“Ok, d’accordo, mettiamo che sia pure così. Il problema è che io non… ecco… non so nemmeno da dove cominciare!”

“Beh, che diamine, prendi la telecamera e parti! Va’ a filmare le scimmie nella Foresta Amazzonica, gli scorpioni nel deserto… insomma, fai tu!”

“Non… non è così facile come sembra. Vedi..”

“Queste sono scuse. Sono solo stupide scuse. A questo punto credo che il tuo problema sia un altro.”

“Sarebbe a dire?”

“Probabilmente non sei in grado di fare il regista.”

“Come?”

“Mi hai sentito. Sono sicuro che non riusciresti a fare un film nemmeno se avessi un budget illimitato donato dalla 20th Century Fox in persona. E che io sia dannato se mi smentisci. Anzi, ricordi come Rockerduck dice sempre di volersi mangiare il cappello? Bene, se riuscirai a fare un film, giuro che mangerò una scarpa.”

“Una scarpa..?”

Les Blank, regista e amico di Herzog, è presente a tutta la conversazione. Divertito dalla scommessa, decide di fare da testimone al fatto.

“Werner, questo è il momento più bello della nostra giornata: se dovesse accadere, posso filmarti?”

“Va bene… tanto questo sbarbatello non ce la farà mai.”

Ottobre 1978: esce “Gates of Heaven”, primo film di Errol Morris.

Aprile 1979: Werner Herzog, di fronte a una platea di gente divertitissima, mangia una scarpa “di pelle, perché solo un codardo avrebbe onorato la scommessa con una scarpa di tela.” [sic]

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Cosa avrei dato per esserci.

Agli amici che gli suggeriscono di non mangiare la suola, che magari fa male, Herzog risponde “Sono sopravvissuto a tanto di quel KFC che una scarpa non mi farà alcun male.”

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“…’no sguardo de tabasco, du’ cipollette…”

12/2/1980: Al Festival di Berlino viene proiettato “Werner Herzog eats his shoe”, documentario firmato da Les Blank, in cui zio Herzog mangia una scarpa cotta per 5 ore in una pentola.

“Giulia, ma tutta questa storia è improbabile, dai, come..”

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Eddai, su.

 http://www.dailymotion.com/video/xl61of_werner-herzog-eats-his-shoe_shortfilms

 

 

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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E’ il 2006, siamo a Los Angeles, e il critico cinematografico della BBC Mark Kermode sta intervistando Herzog su una terrazza panoramica.

I due parlano di tante cose, ma in particolare di Grizzly Man, straordinario documentario di zio Herzog sul quale vorrei aprire una piccola parentesi interna all’aneddoto, poiché merita davvero un po’ di spazio.

Grizzly Man racconta la storia di Timothy Treadwell, un ambientalista che, dal 1990 al 2003, ogni singola estate soggiornò nel Grizzly Maze, in Alaska, nella riserva naturale di Katmai. Treadwell prendeva la sua telecamera, la sua tenda e si metteva per tre mesi nel parco, a studiare i suoi orsetti. Si filmava mentre parlava di sé, degli orsi, delle volpi e di mille altre cose.

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“Occhio che dietro c’hai… ah no, giusto.”

Era un personaggio particolare, Treadwell, un uomo scampato all’alcolismo, che aveva trovato nei grizzly una sorta di nuova famiglia, un modo per evadere da una realtà che gli stava parecchio stretta. Li proteggeva, diceva lui, oltre che studiarli. Va detto che Treadwell non hai mai preso un soldo bucato per questa attività, eh. Insomma, era uno che “gli animali sono meglio delle persone”.

Solo che nel 2003 lui e Amie Huguenard, la fidanzata che ogni tanto lo accompagnava, incontrano un grizzly che non è proprio contentissimo di trovarli nel loro habitat, e quindi se li mangia. Eggià.

La parte inquietante di questa storia (oltre a tutto il resto) è che sul luogo dell’accampamento è stata ritrovata la telecamera di Treadwell, ancora accesa, che aveva filmato l’incidente, a tappo chiuso. Dunque sì, esiste l’audio della questione. Brutta storiaccia.

Lato ancora più inquietante: se su google si cerca “Timothy Treadwell” la prima cosa che viene fuori è “audio”: c’è un’intera fetta di umanità che vuole ascoltare la morte di quest’uomo per mano di un orso (sì, l’ho cercato anche io, ovvio). In realtà esistono solo pochissime persone che hanno ascoltato quella cassetta, custodita da Jewel Palovak, amica di Treadwell. Una di queste, naturalmente, è lo zio Werner.

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Assicuratami dunque che vi siate tutti procurati Grizzly Man,  torno al nostro aneddoto.

Sulla terrazza c’è un bel sole, una brezza leggera, un Herzog tutto allegro e disponibile come al solito, senonché a un certo punto BANG! (cioè, non proprio bang, però un rumore simile). “Come un fuoco d’artificio”, descriverà il rumore l’intervistatore. Zio Herzog sobbalza appena. “Sono stato colpito” ride “ma non preoccuparti, non è nulla di che.” E’ stato colpito da un proiettile ad aria compressa all’altezza dell’inguine. Da chi? Boh. Mai saputo. Ma Herzog non si interessa  a queste banalità, ricordiamo che è sopravvissuto a un salto su un cactus, alle riprese di Fitzcarraldo, a Kinski che sfonda il muro di casa per i colletti delle camicie stirati male.

Kermode, giustamente, si preoccupa, Herzog non si scompone nemmeno.

Il critico lo convince a spostarsi, nonostante zio H. sostenga che là fuori si sta benissimo.

Dunque salgono in macchina e si spostano all’interno della casa di Kermode.

Dopo essersi accomodati su due sedie, Mark K. si accorge che Herzog non ha affatto guardato cosa gli è successo. Ma nemmeno per curiosità.

“Uhm… Werner, sei ferito, non credi sia meglio andare in ospedale?”

“Ospedale? Ma per cortesia. Vogliamo continuare con l’intervista?”

“Ma ti hanno sparato!”

“Ti dirò: non è una cosa che mi capita tutti i giorni; tuttavia non posso dire di esserne stupito, prima o poi sarebbe dovuto succedere.”

“Fammi vedere però…”

Herzog si slaccia i pantaloni commentando “Mi spiace, non dovrei farlo davanti a una telecamera” e mostra delle simpatiche mutande fucsia e un po’ di sangue.

“Stai sanguinando!!! Guarda! Diamine, Werner, ti chiamo almeno un medico!”

“Oh” risponde serafico zio Herzog “it’s not a significant bullet.”

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“It’s not a significant bullet. I am not afraid.” (sic)

“Giulia, questo te lo sei inventato, non è successo davvero…”

“Toh: https://www.youtube.com/watch?v=ylXqc8TQ15w

JJ

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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Oggi partiamo da più lontano.

Klaus Kinski, da giovane, occupa un attico a Monaco, riempiendolo di foglie dai colori autunnali, e si mette a vivere lì.

Un giorno, però, la temibile polizia tedesca gli impone di andarsene, pena l’arresto. Kinski non si piega alla loro volontà: minaccia di salire sul tetto, di buttarsi di sotto, grida, strepita, ma alla fine viene buttato fuori.

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“Non lascerò mai questo attico. MAI.”

Una gentile signora, Klara, che ha un debole per gli artisti, decide di trarlo d’impaccio e se lo porta a vivere nella pensioncina che gestisce.

Lo nutre, gli fa il bucato, gli stira le camicie, ripassa le battute dei provini con lui, gli rifà il letto e non gli chiede una lira *.

Nel frattempo, la famiglia Stipetić va ad abitare proprio in quella pensioncina.

Stipetić, già, perché (subtrivia) Herzog al secolo si chiamava proprio così, aveva assunto il cognome della madre, dato che il padre non era mai stato troppo presente nella sua vita (in sostanza non gli chiedeva mai di fare due tiri con il suo vecchio).

Solo che poi una volta evidentemente avrà chiesto alla mamma, Elisabeth, come si chiamasse il padre. E il padre si chiamava Herzog, che in tedesco significa ‘duca’. Quindi Werner ha guardato la madre e le ha detto “Guarda. Io ti voglio bene, eh. Però Herzog. Cioè. Lo sai pure te che se voglio fare il regista di cui si innamorerà Giuliastràni a 28 anni dovrò avere un cognome molto più incisivo di Stipetić.”

“Chi è Giuliastràni, Werner?”

“Lascia stare, non è importante.”

Dicevamo.

All’ora di pranzo la famiglia Stipetić/Herzog (Elisabeth, Werner e i suoi fratelli Lucki e Tilbert) è intorno al tavolo insieme alla signora Klara.

“Mamma,” chiede Lucki, educatamente, “potresti passarmi il pan-”

In quel momento, una delle pareti del salotto salta letteralmente in aria. Si sente un botto clamoroso, che i vicini avranno battuto forsennatamente con la scopa su uno dei muri ancora in piedi per invocare il silenzio.

La porta è in terra, divelta dai cardini. Schegge di legno ovunque, intonaco e pezzi di muro sul pavimento, un fumo bianco e innaturale incornicia la scena. La signora Klara è a terra, Herzog ha scoperchiato il tavolo e lo sta usando come scudo per proteggere la sua famiglia, Elisabeth stringe i figli al petto e pensa: “Dio mio, hanno bombardato Monaco. E’ la guerra, di nuovo.”

Improvvisamente, iniziano a volare tutt’intorno quelli che sembrano panni bianchi. Sono camicie.

Una figura si erge davanti alla voragine; mentre il fumo si dirada tutti pensano al peggio: soldati? Rapinatori? Mitomani? Esattori delle tasse? Testimoni di Geova?

E’ Klaus Kinski, pallidissimo, con le vene del collo pulsanti e gli occhi fuori dalle orbite, che cerca con lo sguardo la padrona di casa.

“KLARA!! BRUTTA STRONZA!! I COLLETTI DELLE MIE CAMICIE!!”

“Klaus…?”

“I-COLLETTI-DELLE-MIE-CAMICIE!!! NON SONO STIRATI BENE!! GUARDA COSA HAI FATTO, BRUTTA STRONZA!!”

Altre camicie volano in aria, sui piatti rotti, sul pavimento, su Herzog.

Zio Werner a quell’epoca ha 13 anni, sin dal suo primo incontro con K. K. ne ha avuto puro terrore, e, ancora nascosto dietro al tavolo, pensa una cosa tipo “Santo cielo. Spero di riuscire a portar via la mia famiglia da questo inferno il prima possibile. Non voglio mai più avere a che fare con questo folle.”

 

JJ

 

* un marco.

Le appassionanti avventure di zio Herzog

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Famosi sono gli incredibili disagi che W. H. dovette affrontare per concludere le riprese di Fitzcarraldo, un film che sarebbe andato a Cannes nel 1982, ma le cui riprese erano iniziate tre anni prima.

Il fatto è che si girava in Amazzonia, dove, diciamocelo,  le condizioni non erano proprio delle migliori. Umidità, animali selvatici, dissenteria erano forse i problemi meno gravi che zio H. doveva affrontare in quel periodo.

Ora, divaghiamo un attimo. Non so se abbiate visto il film, ma la storia racconta di un uomo che si batte per portare un Teatro dell’Opera nella sperduta Iquitos, dove vuole far esibire i giganti della lirica. Ecco, Herzog per quella parte aveva pensato a Jason Robards, che all’epoca era già piuttosto famoso. Il Fitzcarraldo di Robards poi avrebbe dovuto essere affiancato da Mick Jagger, che sarebbe stato una sorta di ‘spalla’ del personaggio principale.

“La pianti de canta’ i pezzi tuoi?? Stamo a lavora’!”

Quindi Robards & Jagger, lanciatissimi nei personaggi, erano già al 40% della lavorazione del film, quando Robards passa una giornata intera in bagno. E poi un’altra. E un’altra ancora.

Herzog chiama un medico.

“Guardi, Robards ha una forma acuta di dissenteria.”

“Oh. Ma io dovrei finire il film.”

“Signor Herzog, se non lo mandiamo subito in un ospedale con attrezzature adeguate, quest’uomo non solo morirà, ma non sarà bello da vedere.”

Accannato Robards, Herzog è nella più nera disperazione.

Se si leggono i suoi diari (raccolti in La conquista dell’inutile, gran libro), ci si accorge di come il progetto del film andasse a corrispondere perfettamente con quello diegetico dello stesso Fitzcarraldo che voleva portare l’Opera a Iquitos: ‘na cosa che te dico no. Herzog si identifica sempre di più col suo protagonista, e  vive di nuovo una serie di sfighe incredibili. Ma in Amazzonia non ci sono cactus.

In tutto ciò, il film se l’è dovuto produrre come al solito da solo, perché la 20th Century Fox, che aveva accettato di metterci il vil danaro, quando ha saputo che la nave che avrebbe dovuto attraversare una montagna era una vera nave, e non un modellino, ha detto “Signor Herzog, noi i soldi glieli diamo, ma per l’amor del cielo, usi un modello in scala!”

“No, io la nave la voglio vera. E voglio che scavalchi la montagna, per passare dall’Ucayali al Pachitea, è questo il senso del film.”

Niente soldi dalla 20th Century Fox. Proprio non riescono a essere dei sognatori, questi squali al potere.

Un giorno H. si sveglia, e infilandosi uno scarpone sente che c’è qualcosa dentro. “Un calzino appallottolato?” Lo tira fuori con noncuranza.

E’ una tarantola grossa come un pugno.

H. la appoggia in terra e si siede, aspettando la morte, che forse in un momento come quello sarebbe stata un’ottima scusa per non affrontare un altro giorno di lavorazione.

La morte non arriva; arriva però un’altra defezione: Mick Jagger è tipo mezzo il leader dei Rolling Stones, non è che può stare in Amazzonia a grattarsi, deve andare in tour. Arrivederci e grazie, pure quello ce lo siamo giocato.

Herzog accarezza sempre di più l’idea di mollare tutto e chiudersi in una vita di eremitaggio, tuttavia afferma: “Se io abbandonassi questo progetto sarei un uomo senza sogni, e io non voglio vivere in questo modo. Vivo o muoio con Fitzcarraldo.”

Allora tiene duro.

Solo che qui, al di là di tutto il bordello causato dalle condizioni miserevoli in cui H. & compagni si trovano a dover girare il film, non c’è più un attore principale. Herzog arriva a pensare di poterlo interpretare proprio lui stesso, “Tanto arrivati a ‘sto punto siamo diventati la stessa persona.”

Mario Adorf gli fa: “Oh, zi’, se vuoi ci sto io, eh! Calcola che potrebbe funzionare una cifra.”

“No Mario, tu non sarai mai Fitzcarraldo, mi dispiace.”

Adorf si offende. “Pazienza”, commenta Herzog nei suoi appunti.

C’è una sola alternativa, e H. lo sa. Chiamare Kinski.

Appresa la notizia, Kinski stappa una boccia di champagne: “Lo sapevi, Werner, che io ero l’unico che avrebbe potuto interpretare Fitzcarraldo, lo sapevi da subito!”

L’ottimismo di K.K. dura qualcosa come 5 minuti, perché appena giunto in loco inizia a impazzire per qualsiasi cosa. Cibo scadente, umidità, fame, insetti, cose.

Una volta Herzog, di fronte alle sue lamentele su nonsisabenecosa, gli mangia davanti agli occhi una tavoletta di cioccolato che aveva tenuto nascosta (cibo ambitissimo in quelle condizioni). Kinski sta zitto e medita vendetta. Herzog scrive sui suoi diari che l’aveva fatto con malcelata cattiveria e soddisfazione.

Finché un giorno K. fa una delle sue sfuriate in maniera particolarmente teatrale, a causa del caffè troppo tiepido (tutte cose che se volete si trovano nell’eccezionale Burden of Dreams di Les Blank, documentario sulla realizzazione del film in questione: roba de Kinski che strilla come una scimmia, incurante di essere ripreso).

Fra gli strepiti del pazzo, H. si limita a preparare il set per la scena successiva, dimostrando una notevole e olimpica calma: non è facile organizzare le cose mentre uno ti urla nell’orecchio di licenziare l’assistente alla regia.

Gli indios locali sono allibiti: vedono questo tizio biondissimo che grida di tutto in tedesco e accanto un uomo calmissimo che sposta dei cavi.

Sono terrorizzati da Herzog, e allo stesso tempo provano rispetto per lui.

Timidamente, il capo degli indigeni si avvicina al regista: “Signor Herzog, quel demone bianco la infastidisce? Se vuole, ecco, noi avremmo delle punte avvelenate…insomma, potrebbe sembrare un incidente. Cosa ne dice?”

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“Piuttosto vedimpo’ che sta succedendo là in fondo, che sento casino e dobbiamo girare.”

Herzog ci pensa su un attimo.

“Grazie”, dice alla fine, “ma ho davvero bisogno di finire questo film. Coraggio, andatevi a mettere in posizione.”

 

 

JJ

Bonus trivia: uno degli attori del film, tale Miguel Angel Fuentes, ha il primato di aver recitato in uno dei film più belli del mondo (Fitzcarraldo) e in uno dei più brutti, L’Uomo Puma, del quale vi consiglio una visione completa

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Questa è la foto sul cv di M. A. Fuentes che convinse Herzog a sceglierlo per interpretare il ruolo dell’indio Cholo, conosciuto nel villaggio per il suo carattere particolarmente sveglio e attento

Qui comunque ne propongo una scena parecchio significativa: https://www.youtube.com/watch?v=zjdjrjfuz1gù

Le appassionanti avventure di Zio Herzog

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Ok, siamo sul set di Aguirre, furore di Dio.

W. H. ha scritturato un instabilissimo Klaus Kinski, attore che già conosceva per diversi motivi che non anticipo.

Kinski, in quel periodo, era impegnato in una tournée teatrale nella quale interpretava il ruolo di Gesù Cristo.

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[intraducibili insulti in tedesco]
Lo chiamano e gli fanno: “Werner Herzog ti vuole per interpretare Aguirre.”

“Chi?”

“Aguirre, Lope de Aguirre, uno spagnolo che nel mill-”

“No, idiota, intendevo chi diavolo è Werner Herzog!”

“E’ un regista, Klaus. Un regista tedesco, dice che avete anche vissuto insieme quando eravate giovani e che tu sei l’unico che secondo lui potrebbe interpretare il protagonista del suo film.”

“Ok, ci penso io.”

Sono le tre del mattino. Herzog dorme tranquillo.

A un certo punto, lo squillo del telefono rompe il silenzio della casa. Herzog risponde, assonnato.

“Pron-”

“WOHOGWOHAHQOFHWOAZHQOAHAAAH!H!h!!”

“Ma chi parla?”

“ARIGIEWGHO VAUGUIRRE WORHFAHHHAHFH!”

Testuali parole di Herzog: “Il telefono squillò fra le tre e le quattro del mattino. Mi ci vollero almeno un paio di minuti per realizzare, attraverso quelle urla (test.: “inarticulate screaming”, n. d. A.), che all’altro capo c’era Klaus Kinski che accettava di interpretare il ruolo di Aguirre.”

Ora, dovete sapere che non c’è niente di più impervio, complicato, disagevole e problematico di un set di Herzog. Se per Anche i nani hanno cominciato da piccoli quell’uomo ha deciso di buttarsi su un cactus per scongiurare eventuali altri casini (vi rimando alla precedente puntata delle avventure herzoghiane per ulteriori informazioni), qui le cose si fanno ancora più complicate, perché c’è un pazzo come protagonista.

Kinski si lamenta, vuole stare al centro dell’inquadratura, vuole dormire all’asciutto, si è portato qualcosa come 20 valigie, beve solo acqua importata.

Herzog si lava i calzini da solo, mangia quello che trova nella giungla amazzonica e ascolta, paziente, le urla di Kinski.

Ma questo è solo l’inizio.

Per realizzare questo film Herzog s’era fatto in quattro. Un terzo dei costi di produzione era la paga di Kinski; il budget limitato, perciò, era un problema. Ciò diede luogo, ad esempio, all’episodio delle scimmie, che dovevano essere 400 nella sequenza finale. W. H. aveva pagato dei tizi per farsele prendere; questi però prima s’erano intascati i soldi di zio H., poi le avevano vendute ad altra gente. Allora lui prende la jeep, corre tipo protagonista del film che deve impedire il matrimonio della sua donna con un altro, e blocca le scimmie prima che si imbarchino per un volo verso Los Angeles.

“Sono un veterinario, queste scimmie devono essere vaccinate prima di lasciare il paese!” Herzog gira la scena e poi libera le 400 scimmie nella giungla.

Oltre a questo, H. girava con una telecamera rubata dalla Munich Film School, perché non aveva i soldi nemmeno per quella.

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“Oh, guarda che poi l’ho restituita, eh!”

Un giorno, Kinski ha un altro dei suoi attacchi. Se la prende con un innocente operatore, il quale, durante una ripresa, viene apostrofato con “COGLIONE! STAI RIDENDO DI ME???”

W. H. chiama lo stop.

“Klaus, cosa succede?”

“Questo pezzo di merda sta ridendo di me!”

“Nessuno ride di te. Ora, per favore, finiamo la scena.”

“Licenzialo.”

“Puoi ripetere?”

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“Lui, lui, non fare lo gnorri che sai benissimo di chi parlo!”

“Licenzia questo stronzo che ride!”

“Non essere ridicolo.”

“Allora me ne vado io.”

“Klaus, per fav-“

“No, Werner, questa è l’ultima goccia!! Qui non mi rispetta nessuno, io me ne vado!”

Kinski fa i bagagli, e inizia a caricare una canoa a caso con tutto ciò che è suo.

Herzog lo guarda.

“Non puoi farmi questo. Questo film è importante, per me, e lo è anche per te. E viene prima di tutto, anche prima dei nostri sentimenti. Non esiste.”

“Va’ al diavolo, io me ne vado da qui.”

“Klaus. Sulla jeep ho un fucile. Dentro ci sono nove colpi. Otto pallottole le avrai in corpo prima di arrivare sull’altra sponda del fiume. La nona me la pianterò in testa quando vedrò che non ti muovi più.”

Klaus Kinski guarda Werner Herzog.

Scende dalla canoa, smantella i bagagli e finisce Aguirre.

JJ

Le appassionanti avventure di zio Herzog

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L’anno scorso cominciai la mia tesi sul cinema, poiché in altro non potevo laurearmi. In questo scritto, alla fine della fiera (e dell’università), decisi di analizzare in particolare quattro registi e il loro lavoro con gli attori, poiché secondo me avevano un rapporto molto interessante con i suddetti interpreti: Alfred Hitchcock, Jean Renoir, John Cassavetes e Werner Herzog.

Io, all’epoca, di Herzog conoscevo qualcosa a dire tanto: avevo visto Grizzly Man, mi ero commossa tantissimo; Fitzcarraldo al Palazzo delle Esposizioni (sì, sono radical chic); Cave of Forgotten Dreams su youtube. Boh, ho detto, fico ‘sto regista.

Ma è studiando il personaggio e la sua vita che ne sono rimasta prima affascinata, poi mi sono interessata tantissimo, poi ho deciso che avrei voluto vedere tutti i film suoi e su di lui e alla fine sono impazzita completamente.

Perché? Quando? Esattamente nel momento che vado a illustrarvi.

Mi trovavo nella biblioteca del DAMS di Roma Tre. E già ero agitata, in quanto esterna (mi sono laràta alla Sapienza, nota università da sempre in guerra con la terza); non potevo portarmi i libri fuori, c’erano delle tizie tutte precise che si studiavano i libri sul meraviglioso mondo di Amélie e ridacchiavano perché io mi vesto male, il mio vecchio pc aveva degli adesivi delle Big Babol in bella vista e avevo sul tavolo una pila di libri polverosissimi che quando l’avevo chiesti al bibliotecario caruccio m’aveva guardato come per dire “No, non ci rimorchierai me.  Mai.”

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“IH IH IH, MI PIACE INFILARE LE DITA NEI FAGIOLI!!!”

Ma io devo scrivere la tesi, c’ho il fiato sul collo della consegna.

Apro ‘sto castoro su Herzog (n. d. A.: i ‘castori’ non sono i simpatici roditori che fanno le dighe e sponsorizzano dentifrici, in questo caso, ma una collana di libri molto ben fatti sul cinema) e inizio a leggere la biografia.

A una certa.

“Durante la lavorazione di Anche i nani hanno cominciato da piccoli Herzog, per scongiurare altri problemi relativi alla lavorazione del film, fa un voto e si lancia su un cactus.”

Pausa.

Silenzio.

Rumore di libro che cade, fortissimo, sul banco.

Le tizie di Amélie si girano, mi guardano. Io cerco di rimanere impassibile.

Cactus.

Inizia a prendermi una roba di risata isterica che lèvati.

Mi viene in mente una scena analoga e al contempo diversissima, e cioè di me che (forse manco troppo) piccola, decido di afferrare una pianta grassa presente sul mio terrazzo perché “vediamo cosa succede”. Cosa è successo? Spine ovunque, disagio totale, due ore di mia madre con la pinzetta che si chiedeva “Dove ho sbagliato?”

Herzog però all’epoca del film non aveva dai 3 ai 6 anni. Ne aveva 28.

Era il 1970, e stava succedendo un bordello allucinante sul set. C’erano tutti i problemi possibili e immaginabili, e nessuno ce la faceva più, era difficile persino pensare di arrivare a fine giornata.

W. allora raduna tutta la troupe da una parte, e sale su una roccia: “Ragazzi, lo so che è dura, lo so che è un casino, che abbiamo un ritardo mostruoso e che non riusciamo a fare un passo avanti senza farne due indietro, però io voglio finire questo film.”

Maestranza a caso: “Signor Herzog, lasciamo perdere, nessuno ha la tempra morale e fisica per resistere un altro giorno.”

W. H. fa una pausa. Guarda l’uomo che ha pronunciato la frase.

“Portatemi un cactus.”

“Prego?”

“Un cactus. Voglio un cactus, possibilmente uno di quelli a tappetino, con tanti bozzetti.”

Portano ‘sto cactus. Herzog guarda la troupe. “Io mi ci lancio sopra, e voi finite il film.”

W. H. si lancia sul cactus.

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W. H. si alza in piedi.

Si gira verso l’uomo. “Cazzo ne sai te di tempra.”

Il 15 maggio 1970 Anche i nani hanno cominciato da piccoli viene presentato al Festival di Cannes.

 

 

JJ

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