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Il futuro, il lavoro, il reddito. Per una volta, grazie al M5S.

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Oggi la nostra pagina FB ha lanciato, ironicamente, una parte di una intervista al sociologo Domenico De Masi.

De Masi, assieme ad altri studiosi, invitato a una iniziativa del Movimento 5 Stelle sul futuro del lavoro. Ha poi rilasciato una intervista a La Stampa. L’intervista, a dire la verità, è un po’ sconclusionata nel senso che riporta un po’ confusamente le riflessioni di De Masi sulla ripartizione del lavoro dei disoccupati, un nuovo paradigma “rivoluzionario” del lavoro, il reddito di cittadinanza. Sembra di trovarsi di fronte al solito sproloquio utopistico. Ma non è così.

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non è molto chiaro, eh?

In realtà, letta tra le righe, sia l’intervista a De Masi – che è uno dei più autorevoli esperti di questioni del lavoro in Italia – ma soprattutto il tema di riflessione proposto dalla convegno del Movimento pongono delle questioni fondamentali. Se la prospettiva è che molti dei nostri posti di lavoro verranno automatizzati (cioè saremo sostituiti dalle macchine) e non è detto che tutti verranno riassorbiti dalla creazione di nuovi settori e occupazioni (cosa che invece è tutto sommato avvenuta, con inevitabili scompensi dall’inizio della rivoluzione industriale) che succede al lavoro? O meglio, cosa succede a una società dove la stragrande maggioranza delle persone deriva dal lavoro, o dall’avere avuto un lavoro, la fonte principale di reddito e di inclusione sociale?

Che succede a noi tutti?

Non è un tema solo italiano, altrove se ne parla anzi da tempo. La riflessione in Italia arriva anzi un po’ in ritardo e si fa molta confusione, ad esempio, tra reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito e poi tra altre misure di welfare (vedi alla voce “tassazione negativa” coi suoi pro e contro).

Fino ad oggi in Italia si sono espressi in pochi, manca una riflessione di sistema: se vogliamo riformare il sistema di welfare con che obiettivi lo riformiamo? Ad esempio, con l’obiettivo di sostenere tutti a condizione che si attivino per trovare un lavoro o per aggiornare la propria formazione? O con l’obiettivo, davvero rivoluzionario, di liberare dal bisogno di lavorare, dando un reddito a chiunque indipendentemente dalla sua ricerca di lavoro retribuito tradizionalmente inteso, ponendo quindi una pressione su chi offre lavoro tradizionale ad offrire condizioni decorose?

In ogni caso, quali sono le opportunità e le controindicazioni rispetto a queste scelte? E soprattutto dove troviamo i soldi?

Io credo che questi temi debbano interessare tutti ed è un sollievo sapere che alla giornata del M5S abbiano partecipato anche altri esponenti politici. E’ indispensabile che sui problemi di prospettiva del lavoro, del reddito e della inclusione sociale si reinizi a riflettere ad ampio raggio, uscendo dalle polemiche quotidiane sui voucher o sui dati mensili dell’occupazione. Che pure sono questioni importanti e di cui il Governo, incaricato di gestire il quotidiano, ha il dovere di occuparsi. Il M5S, però, come forza di opposizione ha il dovere di guardare un po’ più in là e questa volta, a differenza che in altre occasioni, sembra averlo fatto. Non si può non dargliene atto.

Santé

I Precari? “Parte del pacchetto”!

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Matteo Renzi ha chiarito che il decreto che ha recentemente deregolamentato totalmente contratto a termine e dell’apprendistato, non si possono toccare perché “parte di un pacchetto”.

In sostanza, con la riforma del contratto a termine, il lavoro precario diventa giuridicamente equiparato al lavoro a tempo indeterminato: non si deve più giustificare la ragione per la quale l’imprenditore assume a termine o tramite somministrazione (“lavoro interinale”), invece che con un contratto standard.

Entro un limite di tre anni il datore di lavoro è libero di prorogare il contratto fino a 8 volte: vuol dire che può far durare il contratto a suo piacimento ed estenderlo quanto vuole, anche utilizzando lavoro precario per coprire una esigenza temporanea. Al termine dei 3 anni, il datore di lavoro è libero di ricominciare il giochetto con un altro lavoratore.

Il contratto di apprendistato è un contratto in cui, da un punto di vista economico, un lavoratore accetta di essere pagato di meno in cambio di formazione. Prima del decreto Renzi, il progetto formativo andava specificato per iscritto, adesso non più: vuol dire che il lavoratore non ha alcuna certezza sulla formazione che riceverà e che può pretendere. Non sarà praticamente più possibile far convertire contratto di apprendistato con un contratto standard se il datore di lavoro non offre in realtà nessuna formazione, perché è praticamente impossibile provare la mancanza di formazione se il progetto non è predeterminato per iscritto.

Prima del decreto Poletti-Renzi, inoltre, un datore di lavoro non poteva assumere altri apprendisti se non aveva assunto con contratto standard il 50% degli apprendisti assunti in precedenza: era un modo per dimostrare che si era ricorso all’apprendistato per fornire vera formazione finalizzata all’assunzione dopo aver raggiunto la qualificazione richiesta e non solo per godere di manodopera a basso costo. Anche questo limite, via! Vai con le assunzioni di apprendisti finalizzate solo a pagare meno!

Tutto giustificato dall’idea che precarizzare il lavoro serva a creare nuova occupazione o a migliorare la produttività: idea mai provata (vd. qui, paragrafo 3) e anzi  smentita empiricamente.

Soprattutto, la precarizzazione è stata blindata da Renzi, perché è parte di un “pacchetto“, quale? Quello per cui si impiegano risorse per ridurre l’irpef sui lavoratori: le imprese sono scontente perché volevano invece si riducesse l’IRAP? Eccole accontentate con la loro parte di pacchetto: la quasi totale deregolamentazione del lavoro precario.

Cioè: dovevamo per forza ridurre l’irpef, in vista delle europee perché così mettiamo in tasca quattrini agli elettori. Siccome se avessimo ridotto l’irap gli elettori contenti sarebbero stato gli imprenditori, che sono di meno, allora abbiamo ridotto l’irpef. Però, per ricompensare le imprese e tranquillizzare i loro giornali di riferimento, abbiamo precarizzato ancora di più i lavoratori atipici.

Cari lavoratori atipici, avete capito? Siete merce di scambio; siete “parte del pacchetto”! Gioite!

Santé

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