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Il presepe a scuola: ma anche no

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Monta la discussione sul presepe a scuola, e qui su Libernazione, dove sobrietà e pacatezza sono cifre costitutive, volano gli stracci.

Ha iniziato Mazzone, il quale difende il presepe nelle scuole sostenendo che gli argomenti di chi vorrebbe farne a meno si basano su una malintesa idea di integrazione, convivenza e laicità. Un paese veramente laico e tollerante – argomenta Mazzone – è quello in cui le convinzioni – e i simboli che le rappresentano – di individui e gruppi diversi dal proprio si accettano e si discutono, non si nascondono in nome del rispetto e della necessità di non urtare le sensibilità altrui:

L’idea opposta è la stessa idea alla base del safe space, nonchè la stessa idea di base di ogni fondamentalista: ció che mi offende non ha diritto di essere manifestato in pubblico.

Ha ragione Mazzone? Secondo me no. Da un punto di vista pratico, non ha tutti i torti Absynthe quando gli fa notare che l’Italia è a tutti gli effetti un paese semi-confessionale dove l’occupazione religiosa (cioè cattolica) degli spazi pubblici è tentacolare e poter dire “no, grazie” al presepe nelle scuole è una forma di disobbedienza quasi liberatoria. Non ha torto, eppure quest’ultimo modo di argomentare sposta la discussione lontano dai termini in cui Mazzone l’aveva impostata, facendolo incazzare ancora di più.

Io al contrario vorrei soffermarmi esattamente sul punto mazzoniano e provare a mostrare che è sbagliato. Luca è evidentemente molto turbato e giustamente preoccupato per la retorica del safe space che sta invadendo la società anglosassone a partire dai luoghi che più di tutti dovrebbero garantire il libero scambio delle idee per quanto fastidiose e potenzialmente disturbanti, le università. Il problema è che, essendo turbato e preoccupato, sembra aver cominciato a vedere safe spaces ovunque, anche lì dove non ci sono.

Con questo, non voglio negare che, potenzialmente, anche tra i difensori nostrani del principio di laicità potrebbe esserci qualcuno che sarebbe pronto a difenderne esattamente questa interpretazione safe space, in fin dei conti intollerante e fascistella, secondo la quale se qualcosa mi offende va punito prima e bandito poi. Questa idea, secondo me, è semplicemente insostenibile, per la banale ragione che decidere se qualcosa è o meno un’offesa, e con ciò meritevole di biasimo e rimozione, non può dipendere dal mio reputarla tale. Chiunque sano di mente può vedere che, ragionando in questo modo, lo slippery slope per cui ogni cosa è potenzialmente un’offesa è dietro l’angolo.

Ma la difesa della neutralità degli spazi pubblici (a partire dalla scuola) dai simboli religiosi non è la stessa cosa dell’invocazione del safe space. Qui Mazzone fa una confusione cruciale tra quello che ciascuno è libero di fare, dire o esibire in tutti i luoghi (inclusa la scuola) e ciò che l’istituzione scolastica e i suoi rappresentanti sono tenuti a fare, dire o esibire.

Per come la vedo io, il ruolo dell’istituzione scuola e dei suoi rappresentanti (preside e insegnanti) è, limitatamente a questi temi, paragonabile a quello dell’arbitro in una partita di calcio. L’arbitro controlla che lo svolgimento della partita segua determinate regole, sanziona i giocatori che le violano e non prende parte per l’una o per l’altra squadra. Per continuare sulla stessa metafora, l’idea che a Mazzone fa (giustamente) orrore, quella del safe space, è un po’ l’idea per cui quando l’attaccante sta correndo verso la porta il difensore avversario dovrebbe astenersi dal contrastarlo perché, così facendo, potrebbe provocare un danno fisico o psicologico. E il ruolo dell’arbitro, in questa versione folle del gioco, sarebbe quello di garantire che il difensore si attenga a queste direttive e lasci passare l’attaccante avversario senza opporre alcuna resistenza. Questa è naturalmente una follia e il risultato che ne seguirebbe sarebbe nient’altro che la fine del gioco in quanto tale, sostituito da una assurda pantomima.
A me, come a Mazzone, sembra ridicolo che coloro che difendono la retorica del safe space non si rendano conto che è in una simile pantomima che essi, forse inconsapevolmente e in buona fede, vogliono trasformare l’università e la società.

Ma l’idea di Mazzone è altrettanto sbagliata: il gioco che Mazzone immagina è quello in cui le regole del calcio sono le solite, i difensori e gli attaccanti se le danno senza remore, e tuttavia l’arbitro indossa la casacca di una delle due squadre nel primo tempo e poi quella della squadra avversaria nel secondo, e alla squadra che temporaneamente gioca in inferiorità numerica e con l’arbitraggio dichiaratamente a sfavore non si può fare altro che dire: STACCE.

Non è così che funziona, caro Luca. Nella scuola, come in qualunque spazio pubblico, tutti hanno il diritto di indossare la propria casacca, che ci sia disegnato sopra Gesù, Maometto, Satana o Walter White. Ma la scuola stessa, cioè il luogo pubblico, così come l’arbitro di una partita di calcio, deve indossare una casacca di un colore diverso, un colore neutro, che nessuno dei giocatori deve poter sbianchettare e ridipingere con i propri colori, neanche per un secondo.

Stacce.

La malintesa laicità dei laici a senso unico

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Ho la sensazione che un considerevole numero di persone, complici alcuni avvenimenti cruciali degli ultimi anni, abbia sviluppato un concetto piuttosto distorto della parola “laicità”.
Per costoro, a quanto pare, essere “laici” consiste essenzialmente nel propugnare la cosiddetta “laicità dello Stato”, con ciò dovendosi intendere la necessità che le decisioni di quest’ultimo siano svincolate dai precetti religiosi e dalle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche.
Senonché, a me pare che questo punto di vista, che pure riguarda latu sensu il tema della laicità in termini generali, nasconda un’equazione insidiosa e fondamentalmente errata sul piano concettuale: quella in ragione di cui si finisce per attribuire a se stessi la laicità che invece appartiene a un altro soggetto, nel caso di specie lo Stato, come se le due cose coincidessero.
Mentre, di fatto, non coincidono.
Ad esempio può accadere, come in effetti accade spesso, che la stessa persona da un lato sostenga (a ragione) che le leggi su determinati temi quali l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita e via discorrendo debbano essere elaborate senza tenere conto dei dogmi religiosi, e poi dall’altro guardi con sospetto la Chiesa Cattolica, o addirittura si rifiuti di collaborare politicamente coi suoi esponenti, anche nel caso in cui essa assuma su temi diversi (per dirne uno l’immigrazione) posizioni analoghe alla sua.
Ebbene, io ritengo che persone del genere possano definirsi come individui non laici che si battono per vivere in uno Stato laico: e che si illudano che la laicità dello Stato, in quanto tale, possa trasmettersi per induzione anche a loro stessi, nella misura in cui a quello Stato appartengono.
Mentre, con ogni evidenza, così non è.
Dice Wikipedia, con una definizione che si avvicina molto alla mia: “La  parola laicità, in senso politico e sociale, denota la rivendicazione, da parte di un individuo o di una entità collettiva, dell’autonomia decisionale rispetto a ogni condizionamento ideologico, morale o religioso altrui”. La Treccani, dopo aver declinato i significati letterali e spingendosi quindi nell’accezione più complessa che è propria del campo politico, definisce laici “quelli che dichiarano la propria libertà da ogni forma di dogmatismo ideologico, non soltanto religioso”.
Mi pare evidente, quindi, che per dichiararsi “laici” sia necessario essere liberi da qualsiasi condizionamento e dogmatismo, non soltanto da quelli che ci si sono scelti; che l’idea secondo cui con la Chiesa non si parla e non ci si allea, mai e per nessuna ragione, sia essa stessa un condizionamento ideologico e un dogmatismo gigantesco; e che chi soggiace a quel condizionamento e a quel dogmatismo, illudendosi che ciò configuri un atteggiamento “laico” per il semplice fatto di avversare un’istituzione religiosa, si dimostri proprio per questo “non laico”, vale a dire l’esatto contrario di quello che crede o dice di essere.
Ne ho conosciuti parecchi, di questi paladini della “laicità” a senso unico: e debbo confessare che io stesso, fino a qualche anno fa, ho fatto parte a pieno titolo della loro schiera.
Poi uno cresce, e a un certo punto i condizionamenti e i dogmatismi iniziano a diventargli tutti ugualmente pesanti, tutti ugualmente odiosi.
Finché non capisce che per dichiararsi “laici” non è affatto sufficiente scagliarsi contro la Chiesa “senza se e senza ma”, a prescindere dal contesto e dall’argomento di cui si parla: anzi, è indispensabile l’esatto contrario.
Anche se, e forse proprio perché, fa molto meno figo.

Presepi, crocifissi e una grossa differenza

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“Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo”, “mio divino, o Dio beato”, “a te, che sei del mondo il Creatore”. Queste sono alcuni dei versi non proprio laici di una canzoncina che mi facevano cantare alle scuole elementari. Nonostante gia’ a quei tempi avessi sviluppato una profonda allergia verso il fan club terreno di Gesu’ (a.k.a. Chiesa Cattolica), ne’ allora ne’ oggi  la celebrazione del Natale con esplicito riferimento alla storia che Gesu’ e’ figlio di Dio mi ha mai provocato alcun fastidio (a differenza di quanto succede in una scuola di Bergamo). Io stessa a casa ho un presepe di dimensioni ragguardevoli e la mattina di Natale mi premuro di piazzare la statuina del bambinello nella mangiatoia, in attesa dei Re Magi.

Molti anni dopo le elementari, mi sono imbattuta nella benedizione da parte di un prete cattolico di un presepe allestito nell’atrio dell’Universita’ Bocconi. Quella volta ho invece percepito il gesto come un’invasione di campo da parte di una di una confessione religiosa a cui veniva riconosciuta dalla mia universita’ una qualche forma di monopolio sul Natale. Era lo stesso disagio che provo ogni volta che vedo un vescovo che benedice un ponte appena costruito o un crocifisso di plastica appeso in un’aula, come prescritto dal Concordato tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica.

Le diverse reazioni si spiegano molto semplicemente. Quel che conta non e’ il fatto che si faccia o meno riferimento al Cristianesimo fuori da un contesto religioso. Anche perche’ senno’ noi non credenti dovremmo lamentarci per come viene scandito il calendario delle vacanze, per il fatto che la domenica non si lavori e dovremmo pure chiedere di cambiare mezza toponomastica delle nostre citta’. Quel che conta e’ lo spirito con cui il riferimento al Cristianesimo viene fatto. Il Natale e’ diventata un’occasione di festa ben al di la’ del suo significato religioso e i riferimenti alla nascita di Gesu’ per moltissimi prescindono dalla fede e dal rapporto con il fan club terreno di Gesu’. Anche perche’ il rapporto di ognuno di noi con Gesu’, sia che sia di fede, di stima, di disprezzo o di indifferenza, non deve per forza passare attraverso una confessione organizzata. E’ cosi’ che il mero allestimento di un presepe o l’intonazione una canzone in cui si da’ per scontato che Gesu’ sia dotato di caratteristiche sovrannaturali non dovrebbe essere percepito dai non credenti come un’attivita’ religiosa. Se quel presepe o quella canzone vengono invece esplicitamente collegati ad una confessione religiosa, attraverso la presenza di un suo esponente, allora il Natale smette di essere una tradizione e diventa un rito religioso, cosa per cui esistono i luoghi di culto.

Il posto sbagliato

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Magari sarò io che non capisco, ma a volte quello che succede mi pare letteralmente incredibile: voglio dire, prima predichiamo che lo stato laico non dovrebbe tener conto dei precetti religiosi, che la politica dovrebbe essere immune da quello che dicono le gerarchie ecclesiastiche, che quando si tratta di scrivere le leggi il papa e compagnia non dovrebbero essere neppure considerati, e poi andiamo a chiedere più tutele per l’aborto davanti a San Pietro, restituendo così alla Santa Sede, in modo pieno e incondizionato, la qualifica di interlocutore politico contro cui ci siamo scagliati fino a dieci minuti prima.
Non è la Santa Sede che deve assicurare più tutele per l’aborto, ma lo Stato. E quindi è nei confronti dello Stato, non dei vescovi, che quelle tutela debbono essere rivendicate.
Intendiamoci: nel merito le iniziative delle Femen mi sembrano molto condivisibili. Le inviterei, tuttavia, a piantarla di metterle in campo nei posti sbagliati.
Perché così sono loro stesse, a guadagnarsi la subalternità di cui si lamentano.

Abbiate un po’ di Bergoglio

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Dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano, dacci oggi la nostra telefonata quotidiana, dacci oggi la nostra stretta di mano, il nostro bacio, la nostra parola di speranza, i nostri sorrisi umili e casti quotidiani. Il Papa, la carta stampata, il giornalismo laico “de sinistra”: una storia d’amore senza precedenti, un afflato terzomondeggiante, cattolicheggiante, giornalisticheggiante. Basta. Basta con le telefonate alle casalinghe di Voghera sbattute in prima pagina. Hanno da preparare il ragù, che è un patrimonio dell’umanità, specie con le pappardelle. Basta chiamate improvvise agli studenti veneti o sardi o piemontesi. Hanno da studiare la geografia, ché non sanno manco se Matera è in Basilicata oppure in Molise. Basta al grande miracolo del darsi telefonicamente e pauperisticamente del tu. Giornalisti, italiani, amici, parenti abbiate uno scatto d’orgoglio laico, laichino, laichetto (orgoglio, non ho detto Bergoglio, non vi eccitate). Basta papeggiarsi con la punta delle dita, basta genuflessioni atee, tastierizzazioni spirituali. Ah, gli atei, che belle creature: sempre a parlare di Dio e dei suoi portavoce. E Begoglio il povero e Bergoglio l’innovatore e Bergoglio facciasimpatica.  Basta, sul serio. Parliamo di calcio, piuttosto. Della difesa dell’Inter, del centrocampo del Milan, del nuovo grosso centravanti della Fiorentina, Mario Gomez. Che c’ha il cognome argentineggiante ma è tedesco, giuro. Cosa dite? Come l’altro Papa, quello che s’è dimesso per il bene della Chiesa? No, va be’, ci rinuncio. Amen.

 

Adesso dovete farvi i cazzi vostri

in politica by

Sapete, cari vescovi, che avete combinato?
Avete combinato che per farvi dare man forte quando si trattava di evitare che i gay si sposassero, che la gente morisse come meglio riteneva opportuno o che le donne usassero la contraccezione d’emergenza siete diventati pappa e ciccia con questi qua: per i quali, evidentemente, se migliaia di disgraziati crepano nel tentativo disperato di sfamarsi non è poi un gran problema.
Ora, posto che le vostre posizioni sui cosiddetti “temi etici” sono legittime, ancorché -lasciatevelo dire- medievali perfino per voi, converrete con me che la lunga serie di stragi (stragi, letteralmente) riconducibili a una gestione barbara dell’immigrazione costituiscono, come dire, una faccenda un tantino più grave; come del resto, a quanto pare, sostiene perfino il vostro capo, mica soltanto i blogger scapestrati come me.
Ebbene, guardate cosa succede, quando fate notare questa faccenda ai vostri compagnucci: succede che vi mandano a cagare. Succede che vi dicono (perché stavolta, al contrario delle altre, ve lo dicono) che un conto è predicare e un altro è legiferare, che lo stato deve essere laico, insomma che fareste bene a starvene al vostro posto.
Proprio come noi, i laicisti, i relativisti, i senzadio contro cui avete puntato il dito più e più volte accusandoli di voler compiere chissà quali attentati alla vita umana.
Adesso eccoveli davanti agli occhi, gli attentati alla vita umana: ed eccovi, su un piatto d’argento, il benservito di chi pareva disposto perfino a inginocchiarsi sui ceci, pur di compiacervi.
Date retta: la prossima volta sforzatevi di mettere i problemi in un ordine di priorità ragionevole: e, di conseguenza, sceglietevi meglio gli amici.
Altrimenti è inutile che vi lamentiate, se va a finire così.

Dream on

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Con il piumino tirato fin sotto al mio ragguardevole naso, ho dormito sodo, stanotte, e ho sognato: nel mio sogno ero muscoloso e avevo anche una bella barba fitta – mi stavano molto bene le t-shirt e le ascelle non mi puzzavano mai, ma proprio mai. Alla tivvù ho visto il presidente della Repubblica Emma Bonino che parlava con una rappresentanza di donne islamiche; subito dopo, uno speaker ha intervistato il sindaco di Roma, Ignazio Marino, che ha parlato di come intenda radere al suolo e ricostruire da zero il Policlinico Umberto Primo. Poi la sveglia del telefonino mi ha riportato alla cruda realtà: manco ho fatto a tempo a prendere il caffé e già c’era il faccione di un corpulento pretone vestito di bianco che ci metteva in guardia dalle insidie del demonio (demonio? quello con le corna? OMD).

La crocifissione degli altri

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Tanto per chiamare le cose col loro nome, il crocifisso consiste in una piccola immagine o statua raffigurante un uomo stravolto e grondante sangue con le mani e i piedi inchiodati su due assi di legno, ritratto nella fase in cui crepa rantolando per soffocamento in ragione del fatto che dopo un numero imprecisato di ore -se non di giorni- trascorse a fare disperatamente leva sulle gambe allo scopo di contrastare la compressione della cassa toracica e respirare non ha più la forza di tenersi abbastanza in alto da riuscire far passare un filo d’aria nei polmoni
Si tratta, senza ombra di dubbio, di un’immagine agghiacciante come poche altre, dalla quale noi italiani -apparentemente- non siamo spaventati perché ce l’hanno inculcata nel cervello fin dai primi giorni di vita: mentre non oso immaginare cosa susciti negli stranieri, gente venuta da chissà dove che non ha sviluppato alcuna abitudine rispetto a quella scena e che se la trova davanti agli occhi ogni volta che mette piede in una scuola, in un ospedale, in un tribunale; eppure si tratta di persone che quelle scuole, quegli ospedali e quei tribunali dovrebbero poterli utilizzare serenamente come gli altri.
Dopodiché, a prescindere dal contenuto della raffigurazione, mettiamoci anche il solito -ma sistematicamente ignorato- problema della laicità dello stato: in ragione della quale apporre dei simboli di una certa religione in strutture che dovrebbero accogliere tutti i cittadini -anche quelli atei, o credenti in altro- rappresenta una forzatura bella e buona, per non dire una violenza.
Non basta ancora per decidere, una volta per tutte, che l’esposizione dei crocifissi dovrebbe essere limitata ai luoghi di culto, alle case delle persone e ai locali che in un modo o nell’altro possono definirsi privati? C’è bisogno di piazzare crocifissi ovunque in barba a chi non li vuole per ricordare -ammesso e non concesso che esistano- le ormai celeberrime “radici cristiane” del nostro paese? Bisogna dedurne che sono così fragili ed evanescenti, quelle radici, da aver bisogno di essere ribadite ogni giorno attraverso statuine, quadretti e manufatti appesi ai musi e poggiati sulle scrivanie?
Devo confessarvelo: fino a poco tempo fa ritenevo la questione tutto sommato marginale rispetto ad altre; ma riflettendoci mi sono convinto che si tratti di un argomento importantissimo, che riproduce in modo perfetto il dramma di una società -quella italiana- nella quale ci sono cittadini di serie A, ai quali viene levato ogni capriccio, e cittadini di serie B, di cui ci si occupa nel solito modo: strafottendosene.
E chissenefrega se non sono d’accordo.

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