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La Repubblica

Sarebbe indelicato

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Senzanome
Nella homepage di uno dei due principali quotidiani italiani bisogna aspettare Schumacher, Messi, Londra in posa, lo scopone di Cesare Maldini, Grillo che “si arrende alla politica” (ma è un’anticipazione del giornale in edicola domani), Repubblica.it finalmente “più bella sullo smartphone” (sic), un delitto a Motta Visconti e le figurine dei calciatori padri e figli per trovare uno straccio di notizia vagamente riconducibile alle famose riforme, quelle che erano indispensabili per evitare che questo paese precipitasse nel baratro e in ragione delle quali, per il bene supremo della nazione, è stato necessario turarsi il naso e sciropparsi ‘sto sgorbietto che risponde al nome di “governo delle larghe intese”.
Adesso ditemi voi: o tutta ‘sta necessità di rivoltare il paese come un calzino, in fondo in fondo, non c’è mai stata; oppure, se c’è stata, per qualche insondabile ragione adesso non c’è più; oppure, più semplicemente, questi fanno una gran fatica perfino a rivoltare i calzini veri per metterseli nel verso giusto, figurarsi un paese.
E scriverlo, bello grande come meriterebbe di essere scritto, proprio oggi che le intese sono così larghe, sarebbe un tantino indelicato.
O sono io, ad essere malizioso?

Firma ora: e ieri no?

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Mi corre l”obbligo di rilevare che i due quesiti referendari sull”immigrazione promossi dai radicali proponevano l”abrogazione del reato di clandestinità e l”abrogazione delle norme discriminatorie in materia di lavoro regolare e di soggiorno dei cittadini stranieri.
Mi fa un certo effetto, quindi, rilevare che in questi giorni la Repubblica se ne esca con una per abolire la Bossi-Fini: mica perché non sia d”accordo, ci mancherebbe, ma perché non mi pare di ricordare che il noto quotidiano si sia battuto in prima linea per la divulgazione e il sostegno di quei referendum.
Dopodiché, sia chiaro, ciascuno promuove quello che gli pare a piace: però sorprende che da un lato si sia negato il proprio supporto (magari adducendo la solita scusa che l”istituto referendario è ormai logoro e serve a poco) a un”iniziativa che se fosse andata in porto avrebbe avuto un valore giuridico stringente, oltre che un forte significato politico, e dall”altro, appena scaduti i termini che avrebbero potuto decretare il successo di quell”iniziativa, se ne lanci un”altra che mira più o meno agli stessi obiettivi, pur essendo decisamente più vaga e avendo delle potenzialità di molto inferiori.
Insomma, a me fa piacere che Repubblica inviti i suoi lettori a pronunciarsi sulle norme che regolano l”immigrazione: però, se tanto mi dà tanto, nei mesi scorsi avrebbe potuto dare una mano a quelli che volevano invitare ad esprimersi sul tema, in ossequio a quanto prevede la tanto sbandierata (dalla Repubblica in primis) Costituzione, tutti gli italiani.
Si vede che la Bossi-Fini è “uno scandalo” solo se quelli che lo denunciano ci stanno simpatici.
Altrimenti va bene così com”è.

Trattativa o Waterboarding?

in giornalismo/politica/società by

C’è una frase che mi è sempre rimasta impressa nella mente quando da ragazzetto facevo le mie ricognizioni sul lungomare del mio paese con la mia Bmx: “Dopo il gelo degli anni di piombo, godetevi il calduccio di questi anni di merda“. Di scritte scolorite quelle mura e pareti di cemento erano piene: “W Stalin“,  “Autonomia Operaia“, “Onore al camerata Delle Chiaie” , “Il popolo non vota il popolo lotta“. Oggi quando ci passo, senza Bmx, trovo frasi tipo “Italian Boy“, “Stella… la mia vita non esiste senza di te“, “W il pulcino pio pio” e altra roba simile. Seguendo a tratti la recente questione delle intercettazioni del Colle e della trattativa Stato/Mafia, quella frase è tornata ad intermittenza a frullarmi la testa. “Dopo il gelo degli anni di piombo godetevi il calduccio di questi anni di merda“.

Il 17 Dicembre 1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale americano James Lee Dozier. La squadra messa in campo dal ministero dell’Interno, guidato dal democristiano Virginio Rognoni, convocata presso la questura di Verona dal prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos), è composta da Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. Racconta Salvatore Genova: “Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato.
(…)
Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. E’ Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata.
(…)
Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.
Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli. Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. E’ uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier
“.*

Anche questo era il gelo degli anni di piombo. Il calduccio degli anni di merda narra invece di una trattativa tra lo stato e la mafia. Nell’estate del 1992, subito dopo l’uccisione del giudice Giovanni Falcone, alcuni ufficiali facenti parte del ROS dei Carabinieri avrebbero intentato una trattativa con i vertici di Cosa nostra per fermare l’ondata di attentati e per giungere ad un accordo che avrebbe previsto la fine della stagione stragista in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis. Si tende a ritenere che Paolo Borsellino possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla buona riuscita di tale trattativa.

Sono sicuro che tra qualche decennio di questa vergognosa minchia di trattativa che coinvolge i vertici istituzionali e militari di questo Paese, rimarrà stupefacentemente predominante, nel dibattito storico dell’editorialismo onanistico della sinistra riformista, la pseudofrattura tra Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari sulla linea che Repubblica ha adottato in merito alla questione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino e al connesso editoriale di Zagrebelsky, e, come corollario, la lite tra Giuliano Ferrara e Travaglio in una trasmissione di fine agosto condotta da Enrico Mentana con un Emanuele Macaluso più pimpante che mai, su chi sia un irresponsabile neogiacobino eversivo e giustizialista e chi invece un opportunista garantista a guardia della ragion di stato e della tenuta democratica dell’intero sistema che fa gli accordi con la mafia. Alla faccia dei morti ammazzati, giudici e non.

Ma nessuno scioglierà mai il dubbio se sia meglio la trattativa o il waterboarding. Se sia stato meglio il gelo degli anni di piombo o il calduccio di questi anni di merda. L’unica cosa che posso fare è andare a vedere, appena torno a casa, che fine abbia fatto la mia vecchia Bmx.

Soundtrack 1): ‘Pogo’, Digitalism
Soundtrack 2): ‘Dark city, dead man’, Cult of luna

*http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-torturavamo-i-brigatisti/2178029

 

Aidonghivascit – N° 0

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Inizia oggi una nuova rubrica di Sindacato Pagano: “Aidonghivascit“, antologia semiseria delle notizie passate sulla stampa italiana di cui si poteva tranquillamente fare a meno.

  1.  Tizio svizzero scava un tunnel di oltre 200 metri sotto il giardino di casa. “Sono stato pagato dalla portavoce del ministro Gelmini: il piano era arrivare al Gran Sasso.” ha dichiarato alla polizia elvetica.
  2. Vacanze italiane in Südtirol per il cancelliere Merkel. Panico tra gli altoatesini, rischia di venir fuori che il bilinguismo è una truffa e nessuno di loro capisce un cazzo di tedesco.
  3.  Dura protesta del Coni: “Napolitano mai inquadrato durante la cerimonia di apertura”. Imbarazzata replica dalla regia olimpica: “Napolitano chi?”.
  4. Pubblicato su diversi giornali l’appello di “www.fermareildeclino.it“. Polemica per la mancata notizia su Corriere e Repubblica. “Il nostro appello è una notizia del tutto irrilevante! Avrebbe quindi avuto tutte le carte in regola per esser pubblicato sui due principali giornali” ha dichiarato Oscar Giannino.
  5. i Radicali rifiutano l’adesione a “www.fermareildeclino.it”: “Abbiamo iniziato noi a fare le vittime perché nessuno ci calcola pur non avendo niente di nuovo da dire. Metteteve in coda!”.
  6. I protagonisti della saga di Twilight si lasciano. Kristen Stewart ha messo le corna al vampiro Pattinson. “Stava fuori tutte le notti…”, ha dichiarato la Stewart per giustificarsi.
  7. Lite tra SeL e Formigoni per i followers su Twitter. “Solo il 32% dei followers di Formigoni sono veri”, ha dichiarato il capogruppo Cremonesi. “Io ho trentamila followers, tu solo 1000!” ha risposto il governatore, che ha poi aggiunto: “Non mi hai fatto male, faccia di maiale!”.
  8. Chiesto il rinvio a giudizio per il figlio di Letizia Moratti. La sua Bat-Casa è un abuso edilizio. “Nessun abuso. Ho regolarmente pagato le tasse al comune di Gotham”, precisa Moratti.

Pluralismo cartaceo

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Ho sempre avuto difficoltà a relazionarmi con gli integralisti della carta stampata, con quelli che leggono da anni sempre e solo lo stesso giornale, con quelli che aspettano con ansia amache o travagliate.

Ho sempre avuto difficoltà perché, molto spesso, gli integralisti della carta stampata sono anche giacobini di partito o, più generalmente, pretendono di essere sibille cumane della politica.

Nella mia vita ho letto almeno una volta i seguenti quotidiani: Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, L’Unità, L’Indipendente, Il Messaggero, Liberazione, Libero, Il Fatto Quotidiano, L’Altro, Avvenire, L’Osservatore Romano, Il Giornale, Il Secolo d’Italia, Il Secolo XIX, Il manifesto, La Padania, Il Foglio, Il Riformista, Il Sole 24 Ore, ItaliaOggi, Il Tempo.

Se ho letto tutta ‘sta roba non è certamente per masochismo giornalistico, benché meno per nomadismo politico. Piuttosto perché sono convinto che il pluralismo o si manifesta in un tentativo pratico di comprensione delle posizioni altrui oppure non è. Naturalmente, questo tentativo richiede un dispendio di energie non indifferente; ed è molto più comodo essere pluralisti e democratici a chiacchiere.

Perciò, non mi sorprendo quando mi capita di incontrare chi, dopo aver chiesto all’edicolante non so quale numero speciale su Marx, mi domanda, con aria tra lo sbalordito e lo sprezzante, come faccio a leggere un giornale come Il Foglio.

Il democratismo e il perbenismo chiacchierati  dai fedelissimi ed esclusivissimi lettori non mi sono mai piaciuti e col tempo ho imparato a diffidare. Questa fede e questo esclusivismo mi fanno pensare ogni volta che si abbia la necessità di nascondere una certa antipatia per le procedure e per la sostanza delle cose.          Che sono poi il sugo di ogni vero pluralismo e di ogni vera democrazia.

 

I dolori di un giovane scienziato sociale non di sinistra

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Sono un giovane scienziato sociale non di sinistra. Me lo ripeto spesso come un mantra, quasi a voler combattere un senso di colpa inconscio per un’eresia consumata quotidianamente sulle pagine di Durkheim e di Weber, di Boudon e degli amici della “scuola di Chicago”. Sono un giovane scienziato sociale non di sinistra e per giunta liberale. Potrei addirittura definirmi un giovane scienziato sociale di destra, di una destra liberale che, almeno in Italia, formalmente non c’è. Insomma, non la faccio troppo lunga: sono la minoranza di una minoranza.

Lo sono perché, pur con qualche eccezione, tra i muri delle facoltà umanistiche il pensiero dominante è ancora insindacabilmente quello “de sinistra”. È il pensiero dei collettivisti macroteorici che fanno l’inchino a Marx e baciano la mano a Latouche e Bauman, per intenderci. E quando cerco di spiegare le mie posizioni ai colleghi sociologi e antropologi (ma la cosa riguarda gli umanisti in genere), una buona parte di loro mi guarda con l’aria di chi proprio non riesce a capire; con l’aria di chi si chiede perché non sono andato a studiare Giurisprudenza o Economia (discipline neglette e ripugnate da ogni bravo studente sinistrorso con o senza kefiah).

Nella concezione del mondo di queste schiere di umanisti, quelli come me risultano simpatici come può esserlo una zanzara in una notte d’agosto (non lo confessano, ma i più vivaci e democratici gli farebbero fare volentieri la fine della zanzara). Perché è assurdo che un liberale (per di più di destra e quindi, semplificando, un fascista) si occupi di questioni delicate come i processi migratori, la gentrificazione e le nuove povertà urbane: è come se un gatto si mettesse a studiare il sistema sociale di una comunità di topi.

Del resto, il capitalismo sfrenato, la marginalità, i fenomeni discriminatori non nascono forse da un approccio alla vita di tipo individualistico e, per l’appunto, liberale? Questo è il sillogismo che sta a fondamento dell’ideale bolla di scomunica dei laicissimi e ortodossi umanisti-umanitari (e vaglielo a spiegare che proprio quel Sartre che qualcuno di loro osanna scrisse che, per essere umanisti, non occorre essere pure umanitari).

Gli umanisti-umanitari collettivisti non vogliono sentir parlare dell’individualità. A loro piacciono i dualismi di classe, le società liquide e si fanno le pippe pensando alla collettività. In fondo, gli basta poco per eccitarsi: un’intervista a qualche intellettuale di sinistra su Repubblica o un richiamo alla lotta di classe su qualche saggio neomarxista, quando sono allegri; un libro sulla Resistenza o una bella foto di Piazzale Loreto, quando sono annoiati.

Forse sono stato sfortunato, ma non mi è mai capitato di sentire qualcuno che parlasse di Camus, Adam Smith o Gobetti. Non ne parlano perché non li conoscono e non li conoscono perché non se ne deve parlare. È un circolo vizioso (o virtuoso, a seconda delle prospettive) che permette la conservazione di un modo di essere, di un modo di approcciare alle questioni umane e sociali: un millenarismo laico che profetizza instancabilmente la venuta di se stesso.

Nel 1948, il sociologo americano Robert Merton teorizzò il concetto di “profezia che si autoadempie”, volendo significare una previsione che si verifica per il solo fatto di essere stata pronunciata. Ahimè, mi pare un concetto buono anche per descrivere il mondo delle scienze umane: più si dice che sono “roba” di sinistra e più lo diventano. Con i rompicoglioni come me a fare le eccezioni.

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