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Camionisti rumeni, razzisti italiani

in giornalismo/società/televisione by

Nell’ennesimo, tragicissimo, incidente estivo, due gemelli di nove mesi hanno perso la vita in A12 in seguito allo scontro tra l’auto su cui viaggiavano e un’autocisterna che trasportava prodotti chimici.

Il conducente del tir è stato denunciato per omicidio colposo, ma solo come atto dovuto da parte della procura, dato che, per il momento, non gli sono state attribuite responsabilità o negligenze gravi. Il camionista non era ubriaco e non ci sono state manovre azzardate. Semplicemente è scoppiato uno pneumatico, probabilmente per l’elevata temperatura dell’aria e dell’asfalto.

Capita, in estate, in autostrada.

Epperò.

Epperò il telegiornale ha tenuto a precisare, a più riprese, la nazionalità del conducente del tir. “Camionista rumeno”, per la precisione. Come se la provenienza dello sfortunato lavoratore avesse qualcosa a che fare con quello che è successo, come ci sia una connessione tra l’essere rumeno e provocare accidentalmente delle morti in autostrada – o con l’esplosione degli pneumatici in estate.

Credo non siano necessari ulteriori commenti. Niente di nuovo sotto il sole di luglio.

Ma la cosa davvero preoccupante è che non parliamo di uno Studio Aperto qualsiasi, che su questo populismo di stampo nazi-leghista ci campa, ma del notiziario di Sky, un canale solitamente serio o perlomeno sobrio. Un’attitudine d’altronde diffusissima in maniera trasversale tra la maggior parte dei notiziari televisivi, giornali e siti d’informazione.  Il che rivela una tendenza tanto subdola quanto preoccupante: l’implicito razzismo dei servizi di informazione italiani.

Detesto il buonismo capriccioliano che inventa spiegazioni socio-economiche dal nulla su fenomeni antropologici estremamente complessi (“gli zingari rubano perché sono poveri ed emarginati”), così come mi disturbano profondamente gli ammiccamenti vigliacchi e reificatori sull’origine nazionale/etnica/razziale di certe persone, come se queste fossero segnate da un ineluttabile destino di perversione e delinquenza.  E trovo la cosa ancora più disturbante dal momento che viviamo in un paese che si nutre di televisione, anzi, un paese costruito sulla televisione.

E se la nostra televisione è razzista, noi cosa siamo?

L’Erasmus ha rotto il cazzo

in società by

Siete sulla statale, non c’è traffico. Nel portabagagli giacciono uno zaino e un trolley a rischio esplosione. Lui è felice, indossa un paio di Rayban e fischietta tenendo il braccio fuori dal finestrino. È una splendida giornata di sole, che ha stranamente deciso di fare il suo mestiere. Tu guidi e pensi a Chiara, che è a Lisbona da qualche mese per fare un’esperienza di studio all’estero. Ti manca, ti manca tantissimo. Da quando ti ha lasciato su WhatsApp, confessandoti di averti tradito con sedici portoghesi (non tutti in una volta; almeno speri), ti manca da togliere il fiato. Pensi a Chiara, sei triste e lui fischietta una canzone di Lou Reed.

“Dicono che a Barcellona si trombi un casino” se ne esce rompendo il silenzio. Taci, non gli dài corda, continui a fissare la strada. “Pare che le spagnole siano delle zozze…” continua lui cercando una tua reazione. “Ah sì?” dici per non sembrare scortese. Ed è un enorme errore perché a quel punto lui si sente legittimato a rovesciarti addosso tutto il suo entusiasmo. “Un mio amico c’è stato un semestre l’anno scorso e garantisce che le spagnole fanno certi pompini… Pure le vegetariane! E poi il mare a due passi, il caldo, la paella. Cazzo, non vedo l’ora di arrivare” aggiunge accendendosi una sigaretta.

L’aeroporto non è lontano, ancora un quarto d’ora e potrai finalmente scaricarlo al gate con i suoi bagagli stracolmi. Prima di partire hai provato a dirgli che sono troppo grossi, che gli faranno pagare il supplemento; ma lui niente.”Sticazzi” ha detto facendo spallucce. Del resto ormai è entrato nella modalità “Erasmus”: nulla può scalfire il suo buon umore, la sua voglia di vivere.

“Quando mi verrai a trovare, ti farò conoscere una marea di figa” dice dandoti un leggero colpetto sul braccio. Ti volti un istante verso di lui: lo conosci da una vita, siete cresciuti insieme. Ti chiedi che hai fatto di male. Ti volti ancora: sorride come un coglione. Allora pensi che non puoi permetterlo, che non puoi assolutamente permetterlo, devi fare qualcosa immediatamente. Svolti alla prima uscita, prendi una strada secondaria, poi una di campagna. “Ma…dove stiamo andando? L’aeroporto è dall’altra parte” prova a protestare lui. “Lo so” rispondi laconicamente tu. “E…allora perché stai andando per di qua?” prosegue timidamente. Ha visto troppi film americani per non capire quello che sta succedendo. “Cosa vuoi fare, ehi, cosa vuoi farmi???”. Taci, continui a guidare nella stradina ormai sterrata. “Agitarsi non serve a niente” dici soltanto, senza neanche guardarlo.

“Porca puttana, Malcolm, sei impazzito??? Siamo cresciuti insieme!” balbetta lui disperato. Inchiodi. “Siamo arrivati, scendi” prorompi aprendogli lo sportello. Non c’è un’anima viva nel giro di chilometri. Lui scoppia in un pianto disperato, si inginocchia, raccoglie un po’ di terra nei pugni e ti implora. A quel punto ti metti ad elencare.

Le feste col bagno perennemente occupato da qualcuno che vomita o tromba o si rolla una canna; l’euforia di quelli che ti dicono quant’è stato fico il loro Erasmus; quelli che lo chiamano Orgasmus pensando di essere simpatici; quelli che lo chiamano Orgasmus ma si capisce che non hanno trombato mezza volta; gli esami non dati, quelli dati alla cazzo di cane (tanto l’importante è l’esperienza all’estero, no?, mica ti devi laureare); quelli che cominciano a parlare, a vivere, a respirare come la popolazione locale; quelli che quando tornano dicono “cazzo, questa parola non mi viene in italiano, te la dico in portoghese”; quelli che un minuto dopo essere atterrati cambiano la città su facebook; il fatto che lo studente Erasmus frequenta soprattutto italiani e dice che è un peccato frequentare soltanto italiani (ma te lo ha prescritto il medico di frequentarli, perdio?); le nostalgie gastronomiche dello studente Erasmus (il caffè troppo lungo, la pizza che è molla, la pasta che scuoce); il fatto che poi l’unica cosa che si cucina è la pasta col tonno (che naturalmente non è buono come quello che trova in Italia); l’ipocrisia delle promesse d’amore eterno fatte al proprio ragazzo/a: lo sanno tutti che al primo bicchiere di rum alla prima festa della prima settimana smanaccerai qualcuno.

Il tuo amico ha smesso di frignare, adesso ti guarda allibito. “L’Erasmus ha rotto il cazzo” dici. “Sì, l’Erasmus ha proprio rotto il cazzo” insisti allargando le braccia come a significare “mi hai costretto, non volevo arrivare a tanto, ma è per il tuo bene”. Gli frughi nelle tasche, trovi il biglietto dell’aereo. Lo strappi lentamente in tanti pezzettini, poi li lanci come se fossero coriandoli. Lui è inebetito, non capisce più né dove si trova né come si chiama. “Erasmus, festa, figa, paella, Barcellona” comincia a ripetere in modo compulsivo. Allora ti avvicini, gli poggi una mano sulla spalla, con l’altra gli fai una carezza. ” È tutto finito, amico mio, è tutto finito. Possiamo tornare a San Giovanni in Persiceto”.

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