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Le tre posizioni della sinistra radicale a proposito di Paesi Arabi

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La crisi ideologica che la sinistra sta attraversando la porta ad assumere posizioni molto eterogenee in materia di politica estera. In particolare sulla questione islamica e il rapporto con i Paesi arabi emergono differenze profonde nel modo di concepire la politica da parte delle diverse fazioni radicali. Possiamo individuare almeno tre filoni di pensiero che vanno per la maggiore: gli antiamericani, i movimentisti e i destabilizzatori.

    1. ANTIAMERICANISTI: l’antiamericanismo è una componente trasversale della sinistra; c’è però una parte di essa che pur di limitare l’egemonia statunitense ha cominciato a vedere in Putin una guida (anche a destra abbiamo posizioni di questo tipo). Poco importa la politica interna del presidente russo e il suo imperialismo ai confini dell’ex URSS: per questi orfani della guerra fredda l’unica cosa che conta veramente è costruire un polo alternativo che possa contrastare gli americani. In Ucraina, Georgia e recentemente in Siria il presidente russo si è guadagnato tante medaglie su questo versante. Nietzsche diceva che se vuoi combattere i draghi devi diventare un drago: per quest’area di sinistra tale principio è diventato un faro. Non riuscendo a percepire la Cina come attore antiamericano, dato l’intreccio di relazioni commerciali e finanziarie tra i due Paesi, la Russia viene vista come l’unico attore indipendente in grado di creare un contropotere internazionale. Gli antiamericani cercano di essere realisti, come le altre correnti hanno una venerazione per i curdi e il loro movimento, ma al contrario dei movimentisti non credono alla capacità di questi gruppi di emanciparsi da soli senza l’aiuto di una potenza forte alle spalle. Lo stesso tipo di ragionamento prevale nella loro considerazione sull’Egitto di al-Sisi: meglio il dirigismo economico e lo stato di polizia rispetto alla disorganizzazione movimenti sindacali e islamici che gli fanno opposizione. Gli antiamericani di sinistra difficilmente perdoneranno gli attacchi della Nato in Libia che hanno lasciato il paese nel caos, in mano ai fanatici religiosi, ai terroristi e ai militari. L’analisi sulla situazione libica rafforza l’idea che hanno del potere, quello che temono è la sua assenza e la mancanza di un’opposizione al grande “Satana americano”. In fondo sono cultori della potenza, retaggio di un bolscevismo che fu e che è ben radicato nel pensiero occidentale.

 

    1. MOVIMENTISTI: essi rifiutano ogni forma di imperialismo, compreso quello russo. Credono che l’esempio dato dal popolo curdo sia la strada da seguire. Hanno visto di  buon occhio le primavere arabe e tutti i moti di rivolta contro l’establishment. Al contrario dei compagni filorussi e alsisiani non hanno mai perdonato il patto tra al-Sisi e il premier israeliano Netanyahu in funzione di contrasto ad Hamas. Non considerano il fattore religioso come un discrimine nelle loro prese di posizione, simpatizzano più per Hamas che per al-Fatah, rimangono però anti-Isis e sostengono i movimenti sindacali tunisini. Si mantengono spontaneisti sempre e comunque, anche quando ciò crea dei cortocircuiti ideologici. È una sinistra  che in Italia affonda le radici nel movimento del ’77, nel decostruzionismo oltre che nell’anarchismo spagnolo degli anni Trenta: la storia li ha sempre schiacciati, ma mai annientati. Sono la maggioranza dei frequentatori dei centri sociali più politicizzati del Nord Italia e alcuni di loro sono andati a combattere in prima persona, fianco a fianco, in una sorta di brigate internazionali 2.0.

 

  1. DESTABILIZZATORI: questi ultimi credono che qualunque forma di intralcio al funzionamento del capitalismo internazionale possa essere considerata positiva. Sono spinti dall’idea che “il nemico del mio nemico sia un amico” e, pertanto, gli attentati in Europa non sono che una reazione della violenza che l’Occidente porta in giro per il mondo; la riemersione del fattore religioso è visto come un fenomeno positivo in quanto forma di resistenza al nichilismo del società dei consumi; la crisi economica appare come un momento di confusione più che di rivoluzione (chissà poi quale…). I più noti di loro si definiscono allievi indipendenti di Marx, dicono di avere meditato la questione della tecnica oltre all’opera di Pasolini e di Gramsci (vedi Fusaro); come spesso accade, però, i sincretisti finiscono per diventare dei “sincretini” e gli allievi indipendenti verrebbero pesantemente bocciati dal maestro di riferimento. Quest’area della sinistra è presente nei talk show e trova spazio nei giornali (proprio perché innocua), non ha una base definita ma nella confusione generale crea consensi anche fuori dall’alveo della sinistra radicale (principalmente destra estrema, cattolici reazionari e populisti vari).

Sarajevo, Arabia Saudita

in mondo by

“Lots of arabic men. They come with their wives, many wives. I like to make jokes, so I tell them ‘You have only three wives? You’re not a good muslim. Look at me, I have ten, I have a wife in every village all around’. You see, it’s just a joke. I’m a muslim, a good muslim, but I only have one, and it’s enough”.

L’uomo è robusto, ha gli occhi chiari e una gran voglia di parlare. Siamo al museo del tunnel, in cui hanno aperto al pubblico pochi metri della galleria di quasi un chilometro scavata tra Sarajevo e i territori liberi nel ’93, durante l’assedio più lungo della storia moderna. L’ha scavato anche lui, dice, insieme agli altri soldati, ma adesso il governo ha tolto la gestione del museo ai reduci: gli hanno lasciato la gestione del parcheggio limitrofo, uno spiazzo di ghiaia dove lasci la macchina e te la riprendi a visita completata, per meno di cinquanta centesimi. Nient’altro, per chi ha fatto la guerra. Corruzione, dice. Forse criminalità.

Sta di fatto che sono tanti, gli “arabic men” nella Bosnia musulmana. E ancora di più, per una banale questione aritmetica legata alla poligamia, le “arabic women”. Arrivi a Sarajevo, lasci le valige in albergo, ti incammini verso la piazzetta del centro storico lungo le caotiche stradine in salita e quando la scena ti si apre davanti agli occhi ti pare di essere arrivato a Ryiad. Moltissime donne neppure velate, ma col niqab nero, quello che lascia scoperti solo gli occhi, i loro mariti, suocere e passeggini al seguito. Con ogni evidenza non sono abitanti del luogo, ma arabi. Sauditi, si direbbe, o giù di lì. Le stradine del centro brulicano quasi solo delle loro famigliole, che nel fresco del tardo pomeriggio fanno la spola tra le gioiellerie che vendono argento, i negozi alla moda, i piccoli cimiteri bianchi che spuntano dietro ogni angolo e le moschee: stradine nelle quali, non a caso, è diventato difficile trovare un bar che serva una rakija. Per quella bisogna allontanarsi un po’.

Anche durante la visita al tunnel ti accorgi di essere quasi l’unico occidentale. Insieme a te, nell’auletta con televisore in cui la ragazza bosniaca introduce il documentario sull’assedio, ci sono tre o quattro famigliole che a occhio e croce potrebbero venire dal Bahrein o dal Qatar. Sono tutti preparatissimi, anticipano continuamente il racconto intervenendo in un ottimo inglese, uno addirittura si alza e dichiara solennemente “my country helped You after the war”. Basta farsi un giretto per capire quanto la cosa sia vera. A Sarajevo non c’è un palazzo, una scuola una biblioteca ricostruiti su cui manchi la targa di ringraziamento per chi ha finanziato i lavori, e nove volte su dieci si tratta di un paesi del Golfo Persico. Nessuno escluso, neppure (occasionalmente) l’Iran: anche se è chiaro che si tratta di un fenomeno quasi esclusivamente sunnita (meglio, wahhabita), e di persiano in giro non ce n’è uno.

“They come because it’s cheap”, dice l’uomo del parcheggio, “they can stay here two or three months spending the money that in their country they spend in a week”. Ragione fondata, ma che evidentemente non è né l’unica, né la più importante. Prima di partire avevi già sentito le voci sugli sceicchi che pagherebbero gli uomini e le donne del posto per (rispettivamente) farsi crescere la barba lunga e portare il velo, per non parlare di quelle sui presunti campi di addestramento di Daesh nel sud della Bosnia, al confine col Montenegro; e avevi presente la storia dei mujahideen accorsi da tutto il mondo negli anni ’90 per difendere la roccaforte musulmana nel cuore del paese dai serbi a nord est e dai croati a sud ovest. Poi, passeggiando per Sarajevo (ma anche per Mostar), leggiucchiando qua e là approfittando del wifi negli alberghi, metti insieme i pezzi che ti mancavano, e quei pezzi compongono la parola denaro. Un fiume di denaro, a occhio e croce.

Denaro non soltanto erogato dai paesi del Golfo per la ricostruzione, ma oggi investito nella creazione e il rafforzamento di un legame identitario tra l’Islam salafita e quel fazzoletto di terra, a tratti sottile come uno spago, che è la Bosnia musulmana: progetti miliardari per la costruzione di resort, alberghi e case più o meno di lusso da destinare a turisti sauditi, del Bahrein, del Qatar, in un paese che sperimenta tassi di disoccupazione spaventosi e che continua a essere schiacciato tra serbo-bosniaci e bosniaco-croati, in mezzo a spinte nazionaliste che a occhio nudo, a vederle dal vivo, sembrano tutt’altro che sopite.

L’esito, almeno per chi si ritrova a guardare le cose per come si presentano e senza neppure fare troppi collegamenti, ha profili potenzialmente inquietanti: siamo di fronte al tentativo, magari in fase già avanzata, di costruire una roccaforte jihadista nel cuore dell’Europa? Chi finanzia il complesso intreccio di criminalità e nazionalismo (ne parleremo) che riaffiora nella vicina Serbia e nella parte serba della Bosnia? Quale nuovo equilibrio può nascere, o sta già nascendo, da queste forze contrapposte? E soprattutto, quanto fragile sarà quell’equilibrio, e che ruolo potrà giocare nella difficilissima situazione legata al fondamentalismo islamico che l’Europa sta affrontando?

Interrogativi che restano aperti, almeno per chi scrive: ma che probabilmente nei prossimi mesi diventerà decisivo approfondire.

Prospettive marxiane sull’Islam: religione e conflitto

in politica/religione/ by

È ricorrente in ambienti conservatori l’analogia tra islam e comunismo come minaccia per il sistema liberale occidentale. In alcuni casi di faciloneria, si arriva ad ipotizzare vere e proprie alleanze tra i reduci del dio che ha fallito e i musulmani. Una analisi seria del tema richiederebbe piuttosto di complicare la questione prendendone in considerazione i diversi aspetti, tra i quali innanzitutto la compatibilità teorica del comunismo con un sistema religioso. 

Nella dottrina di impianto marxiano a cui facciamo riferimento per definire il comunismo, l’epoca moderna coincide con il capitalismo: viviamo cioè all’interno di un sistema economico storicamente determinato che non è altro che il prodotto del processo storico, quel movimento che vede l’uomo produttore dell’uomo attraverso il lavoro. Il capitalismo è inoltre quella situazione umana in cui l’uomo è considerato altro dall’uomo. L’uomo, aristotelicamente animale sociale, non si percepisce più come tale. Nel capitalismo egli si identifica sempre in quanto produttore  ma non come produttore sociale di “cose” destinate a un uso sociale. In tal modo l’uomo si  interpreta a partire dalle cose che produce come se gli fossero estranee: come se esse, dotate di esistenza autonoma, determinassero il suo essere. Le cose prodotte a questo punto diventano disumane, merce. Il capitalismo è il modo di produzione che si basa su questa apparenza falsa e falsante che pertanto si lega a un totale disconoscimento dell’essenza dell’uomo.

La società capitalista, formata da persone libere che interagiscono sul libero mercato, e che dunque si presenta, nel vulgata liberale, come l’emancipazione dell’uomo dagli arbitri del potere  religioso per rimetterlo alle leggi dell’economia e del libero scambio, è considerata la distorsione suprema di tale libertà. Il problema di Marx è stato dunque quello di analizzare tale distorsione e di avviare un pensiero della “liberazione” che nulla ha che fare con qualsivoglia forma di religione, ritenuta al contrario un elemento sovrastrutturale prodotto dalle classi dominanti per perpetrare lo sfruttamento di una classe sulle altre (il famoso oppio dei popoli).

Marx è molto chiaro nel definire il fattore religioso, all’interno della società capitalista, come semplice folklore. Questo vale per ogni tipo di religione e sopratutto per il cattolicesimo e per l’islam che chiamiamo “radicale”. Ogni forma di orientamento religioso può essere accettata all’interno del sistema capitalistico solo a condizione e fino al punto di non intralciare il movimento di valorizzazione del valore. Alcuni esempi: il divieto del prestito a interesse islamico non è più compatibile con il sistema vigente in maniera sistemica (seppur esistano forme marginali di “finanza islamica”), la cessione del mantello cristiana un ricordo lontano (lo era già…), il “dare a cesare quel che è di Cesare” presuppone un Cesare che riconosca un dio che gli indichi la sua competenza e questo è sparito da Westfalia etc. Pertanto per un comunista, laddove l’elemento religioso sia forte come nell’islam, ci si trova davanti a una società a un livello di sviluppo storico precedente a quello capitalistico.

Un elemento che accomuna senz’altro comunismo e islam, e che per le società liberali è un grosso problema, è il tema del conflitto. Per un comunista la realtà non è armonica  ma è un movimento di contrapposizioni: l’ente viene percepito come lotta di classe allorché il capitalismo e l’economia politica predicano l’armonia distributiva – ovvero un “giusto” compenso dei fattori di produzione terra, lavoro e capitale garantito dal “libero” mercato.

Anche l’islam che chiamiamo radicale è caratterizzato da un alto tasso di conflittualità che può creare instabilità al processo di valorizzazione del valore. Tuttavia, al di là dei tragici episodi che si sono verificati in Occidente dall’attentato alle Twin Towers a oggi, l’islam radicale non sembra rappresentare ad oggi una minaccia sistemica. Le società islamiche non si sono al momento mostrate in grado di mobilitare le proprie risorse a un livello di potenza paragonabile a quello occidentale, nonostante il programma nucleare iraniano sia una spia che ciò non è impossibile.
Resta però un dato fondamentale: terrorismo e “guerra santa” possono destabilizzare momentaneamente il sistema, provocando turbolenze su mercati borsistici e nel panorama politico-elettorali dei paesi colpiti.

Reato di integralismo islamico for (very) dummies

in politica by

Siccome, lo ammetto, a volte vengo assalito da una curiosità morbosa, stavo dando un’occhiata alla proposta di legge della Meloni per l’introduzione del reato di integralismo islamico.
Che recita, testualmente, così:

1. Dopo l’articolo 270-sexies del codice penale è inserito il seguente:
«Art. 270–septies (Integralismo islamico) Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da quattro a sei anni chiunque, al fine di o comunque in maniera tale da mettere in concreto pericolo la pubblica incolumità propugna o propaganda idee dirette a sostenere sotto qualsiasi forma:
a) l’applicazione della pena di morte per apostasia, omosessualità, adulterio o blasfemia;
b) l’applicazione di pene quali la tortura, la mutilazione e la flagellazione;
c) la negazione della libertà religiosa;
d) la schiavitù, la servitù o la tratta di esseri umani.

Quello che mi lascia a metà tra il riso e il pianto, al di là del “propugna” e del “propaganda” (che pure meriterebbero molta attenzione, perché qua siamo a tutti gli effetti nel campo del reato d’opinione), si può riassumere nella seguente domanda: dove sta scritto che chi fa le cose elencate nelle precedenti lettere da a) a d) dev’essere, come recita il titolo della norma, necessariamente islamico? Cioè: voi non avete mai sentito nessun italiano, o europeo, o occidentale, o comunque non musulmano dire che per i pedofili ci vorrebbe la castrazione, che i froci andrebbero messi al muro, che bisognerebbe infliggere delle pene corporali ai criminali particolarmente recidivi? Non forse è l’Italia, il paese in cui non si riesce a introdurre il reato di tortura perché “non consentirebbe alle forze dell’ordine di lavorare con serenità”? Non è l’Italia il paese di Bolzaneto e della Diaz, di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi e di Giuseppe Uva, dei sudanesi ridotti in schiavitù che crepano come le mosche nei campi di pomodori per un euro l’ora, delle nigeriane vittime di tratta strappate alle (o comprate dalle) loro famiglie, violentate e sbattute a prostituirsi in mezzo alla strada, di chi va dicendo che bisognerebbe radere subito al suolo tutte le moschee?

Facciamo una cosa: approvatela in fretta e furia, ‘sta proposta di legge sul reato di “integralismo islamico”, e dal giorno dopo iniziate ad applicarla in modo accurato, capillare e sistematico. Dopodiché, aspettiamo qualche mese e iniziamo a contare.
Ho come la sensazione che nove condannati su dieci saranno italiani.

A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

in società by

Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

La tolleranza che non ti aspetti

in religione by

A scanso di equivoci: Rohani non ci piace così come non ci piacciono i regimi totalitari in genere, non importa il colore politico o l’ideologia che li sorregge. E ancora meno ci dovrebbe piacere la religione, oppio dei popoli e aborto dell’immaginazione umana – abbiamo davvero bisogno di Dio per pensarci migliori? Sorprende però che nel clima attuale di “tensione fra civiltà” – non siamo ancora allo scontro, per fortuna – il presidente iraniano in visita a Roma abbia sottolineato un punto piuttosto importante, cioè che “il Corano insegna a rispettare chiesa e sinagoga”.

L’idea che il mondo islamico consideri gli appartenenti alle altre due grandi religioni monoteiste come “infedeli” è profondamente erronea – sebbene tale idea sia stata alimentata in buona parte proprio da alcune fra le correnti musulmane più radicali. Nel Corano infatti, Cristiani ed Ebrei vengono definiti “la gente del Libro”, in chiaro riferimento all’Antico e al Nuovo Testamento, nettamente distinta dai “pagani” veri e propri, cioè i politeisti. Pare anzi che tale definizione possa addirittura applicarsi a Induisti, Buddhisti e Zoroastriani, i cui testi sacri erano tenuti in grande considerazione dall’Islam delle origini.

Le genti del Libro sono miopi, ci dice il Corano, poiché fanno un po’ troppa confusione sull’idea di Messia, e, soprattutto, non riconoscono Maometto come profeta. Tuttavia, esse hanno la possibilità di salvarsi e di accedere al Paradiso, in virtù di un substrato monoteista fondamentalmente condiviso; una volta che ci si è messi d’accordo sull’esistenza di un unico Dio, sul resto si può (più o meno) chiudere un occhio. Ecco cosa dice la sura V (detta “della mensa”), versetto 48, a proposito dei differenti approcci alla Verità:

A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio, avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato.

Certo, Ebrei e Cristiani rimangono in errore nel momento in cui abbandonano la via che è stata loro indicata da Dio nella Torah e nei Vangeli – e questo, secondo il Corano, capita piuttosto spesso – , ma ciò non toglie che esista per loro, grazie a una sorta di potenzialità salvifica universale, la possibilità di godere “dei frutti che hanno sulle loro teste e sotto i loro piedi” (sura V, versetto 66). Insomma, un bell’esempio di tolleranza e relativismo religioso che, purtroppo, non trova uguali nel Vangelo o nelle parole di Gesù (su questo punto magari ritorneremo un’altra volta).

Tutto ciò non significa che dobbiamo per forza farci piacere l’Islam – e tanto meno Rohani. Si tratta però di considerare, almeno per un attimo, che l’alterità del Corano in quanto testo sacro non si traduce sempre e necessariamente in un invito alla violenza o alla persecuzione religiosa. C’è un mondo di complessità in quelle pagine che, per poter essere interpretato, andrebbe letto con una certa attenzione e, soprattutto, senza pregiudizi.

L’alternativa a questo metodo è Oriana Fallaci.

Non tutti sono Charlie (per fortuna)

in religione/società by

Diciamolo chiaramente: non c’era niente di più lontano dallo spirito dissacrante, irriverente e provocatorio del settimanale francese Charlie Hebdo che la solidarietà trasversale, piaciona e probabilmente ipocrita di molti di coloro che l’anno scorso si sono fregiati dello slogan “Je suis Charlie”.

Una rivista satirica è fatta per dividere, non per unire. Non deve piacere a una maggioranza – che, per sua stessa natura, è pecorona e disperatamente aggrappata alle vesti logore del potere –, bensì deve indispettire il più alto numero di persone possibile, scandalizzare i benpensanti e infastidire le gerarchie. Un umorismo socio-politico che attira consensi ha fallito nel suo intento: se il re è nudo e tutti sono già d’accordo non c’è proprio niente su cui puntare l’attenzione.

Non posso quindi che dirmi contento che nell’anniversario della strage la redazione di Charlie Hebdo sia rimasta fedele alla sua natura: far incazzare un sacco di gente. La copertina dell’ultimo numero ci mostra il vero responsabile della carneficina dello scorso 7 gennaio, ovvero un Dio dalla faccia truce, armato di kalashnikov e con la veste sporca di sangue. Un ottimo modo per far uscire allo scoperto scribi e farisei: non ha infatti tardato la pioggia di critiche e rimostranze di alti esponenti del mondo cattolico e islamico, inevitabilmente indignati per la profanazione religiosa. La rivista ha fatto ancora una volta il suo mestiere in maniera eccellente, mettendo alla berlina ed esponendo tutti quelli che, in fondo in fondo, della libertà di risata farebbero anche a meno.

Loro non sono Charlie, e non lo sono mai stati.

La vera guerra non è tra religioni, ma tra religione e secolarizzazione

in società by

Vediamo di capirci: al netto delle differenze che pure esistono e che sarebbe stupido negare (prima tra tutte, il radicale cambio di prospettiva intervenuto col Nuovo Testamento, che è fondamentale e dall’altra parta manca del tutto), la differenza tra noi e quelli dell’Isis non sta nel cattolicesimo, ma nella secolarizzazione; con ciò dovendosi intendere, in estrema sintesi, il fatto che dalle nostre parti la religione diventa sempre più ridotta alla sfera privata degli individui e corrispondentemente sempre meno importante nella vita pubblica.
Il punto, in altri termini, non sta nel fatto che la nostra religione sia più pacifica, più tollerante, più dispensatrice di amore rispetto alla loro, ma nella circostanza che per noi la religione conta molto meno rispetto a quanto conti per loro: il che, evidentemente, sposta la prospettiva dalla fin troppo spesso evocata “guerra tra religioni” ad una (secondo me assai più appropriata) “guerra tra religione e secolarizzazione”.
Se si accetta questo punto di osservazione, l’importanza della specifica “religione” di cui si parla tende a sfumare: e insieme ad essa si rivelano meno chiari e utili i confronti, che di questi tempi sembrano andare per la maggiore, finalizzati a stabilire quale libro sia più compassionevole tra Bibbia e Corano; mentre diventa sempre più nitida la percezione del fatto che i veri problemi siano il modo in cui e lo scopo per il quale quei libri vengono usati.
La questione non mi pare secondaria, e porta con sé alcune angosciose riflessioni.
Prendete le polemiche sui canti natalizi a scuola, tanto per fare un esempio. Basandosi sul modello Islam vs. Cattolicesimo gli strenui difensori delle tradizioni italiche, quelli che si stracciano le vesti per il “no” di un preside a “Tu scendi dalle stelle”, dovrebbero essere annoverati nell’esercito “amico”, vale a dire dalla “nostra parte”; al contrario, seguendo il modello che individua il discrimine nel diverso grado di secolarizzazione, essi appaiono (se non altro concettualmente) molto più vicini al “nemico”.
Il che non equivale a dire, naturalmente, che saranno i residuali bigotti che abitano l’occidente a spalancare materialmente le porte a Daesh: piuttosto, indica un metodo di scontro che è intrinsecamente perdente, perché utilizza le stesse armi del nemico con una potenza di fuoco molto più ridotta. In altri termini, se il terreno di scontro diventasse questo avremmo perso la guerra in partenza.
Riflettiamoci, prima di renderci protagonisti, sia pure involontari, di intelligenza col nemico.
Il resto mi pare la solita polemicuccia, che tra l’altro da qualche tempo va in scena ogni anno, qua e là, con poche varianti.
Terrorismo o non terrorismo.

Identità e tradizioni: il Natale talebano

in cultura/società by

Ogni volta che sento parlare di “cultura”, “tradizioni” e “identità” mi vengono i brividi. L’impressione è infatti quella che si voglia imporre come assoluti, necessari e indissolubili elementi che, da una prospettiva sociale e storica, sono squisitamente contingenti.

Prendiamo il Natale ad esempio, anche quest’anno al centro delle polemiche per le dichiarazioni del preside di un istituto scolastico di Rozzano che si è detto contrario ai canti religiosi, al fine di evitare provocazioni nei confronti dei musulmani.  Sommerso da critiche provenienti da ogni parte, il preside alla fine ha dovuto dimettersi. Sulla questione è però intervenuto lo stesso Matteo Renzi, dichiarando che “confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”.

Ecco, al di là delle motivazioni della scelta dell’ormai ex dirigente scolastico (certo ingenue e un po’ vigliacche), si potrebbe discutere proprio sull’affermazione del premier, a proposito di un presunto trittico “Natale-Identità-Italianità”. Da queste parole sembrerebbe infatti che le celebrazioni natalizie siano un’esigenza fondamentale della nostra società, indipendentemente dal nostro essere credenti o meno – quasi che non si possa realmente dirsi Italiani al di fuori di tale schema. Che poi Renzi si riferisca al Natale religioso in senso stretto o a quello commerciale del Santa Claus beone della Coca-Cola poca importa: non c’è possibilità di scelta, questa è la nostra identità.

Tuttavia, la posizione renziana sul tema mina (paradossalmente) il concetto stesso di identità –  intesa da un punto di vista democratico, e, aggiungerei, antropologico –, la quale è innanzitutto una questione di agency: ovvero, ognuno è libero di definirsi come meglio vuole e crede. Questo vale anche per le cosiddette culture che, lungi dal formarsi “fuori dal tempo” e al di là del libero arbitrio, non sono altro che il prodotto di scelte e selezioni (individuali o collettive) spesso finalizzate a uno scopo ben preciso. L’esempio più banale ce lo mostra proprio il Natale, paradigma per eccellenza di rottura consapevole con il passato: per contrastare le celebrazioni pagane del solstizio d’inverno, le gerarchie cristiane si inventarono di sana pianta la storia del Bambin Gesù nato il 25 dicembre. Alla faccia della tradizione.

Certo, come scrive qualcuno, si potrebbe semplicemente accettare la realtà di una scuola invasa da simboli più o meno religiosi e, senza vietare niente a nessuno, proporre delle alternative all’interno dello stesso contesto. Come è giusto che sia: libertà per tutti, minoranze e maggioranze. Eppure è evidente che in una dimensione pubblica in cui la “tradizione” appare indiscutibile non può esserci spazio per un qualcosa di diverso, un’alternativa di pari dignità nella sua natura culturale benché non necessariamente connessa agli usi e costumi del passato. Se vi è un’identità fissa e immutabile (come traspare dalle parole di Renzi) tutto il resto è – per forza di cose – secondario, subordinato. Roba da Italiani di serie B, insomma.

E di fronte a un’identità unica e assoluta a me viene in mente solo una parola: fondamentalismo.

Charlie Hebdo e gli istantanei paladini della libertà di parola

in società by

Cari i miei razzisti del “padroni a casa nostra”, che finalmente avete un motivo per riempire di insulti i musulmani senza che nessuno vi dica nulla perché – forza ragazzi, “siamo tutti Charlie Hebdo!” – vi fate scudo della libertà d’opinione.

Cari i miei bigotti promotori dell’Editto Bulgaro, paladini della libertà di opinione mentre mettevate giù la cornetta dopo una bella telefonata ai vertici AGCOM e che ora vi stracciate le vesti per mostrare sotto la scritta “Siamo tutti Charlie Hebdo”.

Cari i miei giornali e giornalisti, che già ora lanciate appelli “Siamo tutti Charlie Hebdo”, mentre sui vostri schermi e sulle vostre pagine scorrono le vignette di Charlie Hebdo unicamente rivolte all’Islam (qualcuno su RaiNews24 ha detto, mandandomi ai pazzi: “Charlie Hebdo non mancava di fare satira pesante anche sulla religione cristiana, per esempio su Papa Ratzinger” “Si, ma si percepiva sempre la tenerezza nelle vignette.”), quelle stesse immagini che vi cagavate addosso a pubblicare quando fu Calderoli a mostrarle e anzi condannavate chi, tra i media, le ripubblicava.

Ecco, carissimi, se volete un po’ di tenerezza pubblicate sui vostri profili, siti, giornali, televisioni questa vignetta di Charlie Hebdo.

Perché difendere la libertà d’opinione vuol dire accettare i messaggi di cui siamo antagonisti, non dare libero sfogo alla vostra bestialità solitamente frenata dal vostro essere quotidianamente benpensanti.

 

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Contro le “forti identità culturali”

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Sono in vacanza per qualche giorno in Carinzia: tutti la conoscono per il suo defunto governatore Jeorg Haider, non proprio un`anima pura. Ma leggendo la guida che mi sono portato dietro, mi si sono rizzati i peli sulla nuca (in mancanza di capelli…). Secondo la mia Routard del 2010, la Carinzia, in Austria, rappresenta un´eccezione, in quanto i suoi cittadini si sentono praticamente tedeschi: tanto e` vero, che quando Hilter proclamo l´infame “annessione” alla Germania, gli abitanti della Carinzia non videro la cosa troppo male. Inoltre, cosa che ignoravo completamente, in Carinzia la maggioranza e`protestante. La guida spiega diplomaticamente che, tra le gesta “discutibili” di Haider, vi fu quella di farsi paladino della opposizione alla costruzione di moschee nel “sacro suolo” della sua Carinzia, aggiungendo che il 6o% dei suoi abitanti indosserebbe un costume tipico. Questa mi pare una favolosa cazzata, dal momento che in tre giorni, ho avvistato un solo giovane con addosso un magnifico paio di pantaloncini corti marroni di camoscio… Pero` bisogna dire che, in tutti i negozi di abbigliamento, senza eccezioni, si puo´ trovare ogni possibile declinazione del costume tipico femminile che si usa da queste parti (a me sembra quello che indossano le ampezzane, per dire). Unico segno di identita´, tuttavia, l´incredibile difficoltà a trovare qualcuno che parli inglese (in una zona in cui immagino che il turismo dia da mangiare a molte famiglie). A parte la presenza massiccia di brand internazionali (McDonald, A&O, H&M, Mediaworld), basta dirigersi verso l´autostrada che porta a Salisburgo per imbattersi in un´area che mi ha ricordato in modo incredibile gli Stati Uniti: spazi vuoti rubati a boschi letteralmente da favola, punteggiati da hangar adibiti ad attivita´ commerciali: ristoranti, gommisti, superstore… Da turista, non ho modo di misurare quanto forte sia questa identita´culturale, ma, se devo dare retta al francese che ha scritto la guida Austria del Routard, posso concludere alternativamente: che essa si e´ diluita parecchio; oppure che c´e´ ben poco che possa fare il sentimento di cio´ che si e´come popolo (o meglio quello che si vorrebbe essere), quando il nemico sono i dollari della globalizzazione forzata. Non che siano pensieri tanto originali, me ne rendo conto, ma dato che odio con uguale ardore i nazionalismi e l´omogeneizzazione imposta dal commercio made in USA, queste cose me le sono annotate mentalmente.

Una cosa l´ho notata, perche´ mi ha dato da pensare. A proposito di islamici, per ben due volte ho incontrato due persone, un uomo ed una donna, vestiti come vuole la tradizione del loro paese di origine (o del paese di origine del loro marito, nel caso specifico): un giovane straniero magrissimo, con una barba molto rada, che pero` si era fatto crescere a dispetto della micragna, con un paio di pantaloni chiari, un camiciotto largo che gli arrivava alle ginocchia, e un gilet, sempre dello stesso colore. La donna, invece, l´ho incrociata al supermercato: portava uno di quei vestiti informi che cui le islamiche si autocondannano (o sono condannate dai loro uomini), che le lasciava libero solo il volto, peraltro molto bello: un naso sottile, importante, arricchito da una curva elegante, labbra sottili e occhi grigi (in effetti, facendo scattare il solito pregiudizio idiota, ho pensato che fosse la moglie europea di un islamico, ma dove sta scritto che gli islamici sono tutti scuri di pelle e con gli occhi scuri?). Ora, a parte a Londra, a me non credo sia mai capitato a Roma di vedere delle persone vestite in quel modo… Quindi mi e´venuto questo pensiero: non e´ che chi pretende di rimarcare la sua identita´ a dispetto di tutto e di tutti, anche calpestando i diritti degli altri, finisce per rafforzare sentimenti uguali e contrari anche negli altri. Insomma non e´che il lederhosen creano i caffetani o i jilbab? Giusto per essere chiari, non condivido alcuna prescrizione di legge che intervenga sul modo in cui la gente vuole andare in giro vestita o addobbata. C´e`da capire se tale comportamento e´ frutto di una libera scelta, ma le leggi che sono state emanate in materia ad esempio in Francia non mi sembra che risolvano il problema: solo una forma di accanimento contro una singola comunita`. Tuttavia, sono molto critico con tutte quelle forme di affiliazione il cui obiettivo e` rivendicare di essere qualcosa d`altro rispetto al resto del mondo. Perche´, e`un attimo, e da diverso, si comincia a dire “migliore”; dopo, solo guai…

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