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Cosa pensa l’ISIS del referendum

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Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Noi e i profughi, legati a filo doppio

in mondo by

Il triangolo, in linea di massima, mi pare questo: c’è Isis (o Daesh, per meglio dire) da una parte, ci siamo noi dall’altra e c’è nel mezzo una massa traboccante di profughi; ai quali ultimi viene non di rado attribuito un ruolo sul quale mi pare necessario spendere due parole, se non altro per evitare il cortocircuito cui ci tocca assistere sempre più spesso nel miserabile dibattito pubblico che abbiamo davanti agli occhi.

Un fatto, tanto per cominciare, mi pare più sicuro degli altri: quei profughi, o perlomeno la stragrande maggioranza di loro, stanno fuggendo dagli stessi fondamentalisti che mettono bombe in mezza Europa: il che, in linea di principio, dovrebbe caratterizzare noi e loro, noi europei e quella massa di disgraziati, come soggetti che hanno in comune se non altro il nemico.

Questo, naturalmente, in sé e per sé dice poco: se è vero, com’è vero, che avere lo stesso avversario non implica automaticamente la disponibilità immediata di strumenti per combatterlo insieme.
Senonché colpisce, e colpisce molto, non tanto il fatto che questa comunanza non si traduca in una strategia comune (cosa che date le circostanze sarebbe sorprendente), quanto dover constatare come essa finisca per diventare, apparentemente, un ulteriore, e inquietante, elemento di divisione: al punto da indurre un ragazzino in fuga dai suoi aguzzini a chiederci scusa, mediante apposito cartello, per le devastazioni che quegli stessi aguzzini stanno compiendo nelle nostre città.

Non aiutano, in questo contesto, le recenti decisioni europee sull’accoglienza ai rifugiati, che in buona sostanza consistono nel lavarsi le mani della questione appaltandola alla Turchia: non soltanto perché, com’è evidente a chiunque, costituiscono una retromarcia di portata epocale sul fronte dei principi fondanti dell’Unione, e oserei dire della nostra civiltà; ma soprattutto perché finiscono per portare definitivamente a compimento quel cortocircuito, che invece a questo punto (un punto di quasi non ritorno) sarebbe cruciale scongiurare.

Non voglio addentrarmi nel livello tattico del problema, mettendomi a discettare su quanto, e in che modo, la dismissione di fatto dell’accoglienza ai rifugiati possa alimentare un generico sentimento anti-occidentale, ingrossando in tal modo le fila del terrorismo: si tratta di un’analisi scivolosa, controversa e tutto sommato marginale rispetto al cuore della questione.

Il punto, mi pare, è che siamo in guerra, come qualcuno continua a ripeterci credendo chissà perché che la circostanza non ci sia ormai chiarissima: ed è evidente, senza neppure scomodare Sun Tsu, che per vincere le guerre occorre da un lato valorizzare al massimo le armi di cui si dispone, e dall’altro evitare, per quanto possibile, di combattere sul terreno scelto dal nemico.
Ebbene, non credo che la nostra civiltà disponga di armi diverse rispetto a quelle che le hanno consentito, nei secoli, di diventare un modello vincente: quella armi si chiamano libertà e stato di diritto. Dei quali, sarà bene precisarlo, l’accoglienza ai profughi non è che un corollario, una conseguenza, una declinazione.

Deporre quelle armi e decidere di scimmiottare i nostri nemici sul terreno del loro fondamentalismo, della loro attitudine ad imporre i propri principi con la forza, della loro propensione alla chiusura e all’esclusione, non è soltanto una scelta drammatica sul piano etico: ma anche, e direi soprattutto, un’idea strategicamente suicida; perché si tratta, molto semplicemente, di un terreno sul quale loro sono infinitamente più forti di noi.

Disinnescare quel cortocircuito, nel quale il nemico comune finisce per creare conflitto anziché produrre coesione, diventa quindi una questione di vita o di morte: perché, che ci piaccia o no, credo che la sopravvivenza di quei profughi e la nostra siano legate tra loro a filo doppio.
Prima ne prendiamo atto, meglio è per tutti.

Shock presepe: statuine dell’ISIS a scuola

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Il tema del presepe a scuola viene portato sulla tavola dell’opinione ogni Natale, ma mai come quest’anno. Sulla spinta di quanto accaduto a Rozzano, è nata una costellazione di casi che hanno mosso interesse su scala nazionale. Questa scuola fa il presepe, quella non lo fa, quell’altra lo fa ma organizza anche feste musulmane, ebraiche e induiste. Stavamo cercando anche noi di stilare una sorta di statistica, ma navigando tra i forum degli studenti siamo venuti a conoscenza di un caso eccezionale che sarà destinato a fare scandalo.

Si tratta dell’Istituto Tecnico di Borgo del Prato (TR), dove pare che il Preside, F. Cavani, abbia deciso di inserire nel presepe, tra un pastore e un angioletto, alcune statuine raffiguranti terroristi islamici. Una scelta che lascia interdetti e, immaginiamo, potrebbe provocare non pochi problemi in un momento in cui probabilmente non ce ne sarebbe bisogno. Siamo però riusciti a contattare il Preside, che – lo ammettiamo, sorprendentemente – ci ha invitato nel suo ufficio presso la scuola.

 

Buongiorno Preside. Non giriamoci intorno, questa cosa è parecchio…strana? Provocatrice? Pericolosa? 

“No, è semplicemente l’espressione democratica degli studenti, che hanno scelto deliberatamente dopo un percorso approfondito.”

Non sono sicuro di capire. Partiamo dall’inizio: è vero che verranno messe statuine di terroristi nel presepe? E chi l’ha deciso?

“Si, è vero, e lo hanno deciso gli studenti. Le spiego: ogni anno all’ingresso di questo istituto organizziamo il presepe. Ci sono tutte le statuine classiche, tranne alcuni elementi tratti dalla quotidianità. Riserviamo infatti un posto d’onore a figure nominate nei consigli degli studenti, scelte tra una rosa di personaggi che sono stati ritenuti fondamentali nel corso dell’anno solare. Lo scopo era quello di unire la tradizione alla contemporaneità. Per esempio un anno abbiamo avuto Neymar, un’altra volta Checco Zalone. Diciamo che gli studenti hanno sempre scelto divi dello sport o dello spettacolo, allontanando un po’ lo scopo didattico dell’esperimento”

E quest’anno hanno votato per l’ISIS?

“Onestamente quest’anno ho dato io una rosa di nomi all’interno dei quali votare. La presenza di star del cinema o del calcio stava diventando ripetitivo e come le dicecvo portava via un obbiettivo importante, cioè quello di capire gli elementi del presente e contestualizzarli nella nostra cultura, nella nostra società, nel nostro vivere quotidiano.”

Chi c’era in nomination?

“L’ISIS, che ha vinto. Poi: Papa Francesco, Angela Merkel, il Presidente Mattarella e Malala, la vincitrice del premio Nobel . Lo sa? L’ISIS ha vinto con grande scarto.”

Non crede che sia una burla da parte degli studenti?

“Può essere, ma d’altro canto gli studenti sono consapevoli delle scelte che fanno, nonostante queste poi possano trasformarsi in qualcosa di irresponsabile. Scegliere di mettere le milizie dell’ISIS al posto dei Re Magi avrà conseguenze significative all’interno del presepe. Come interagiranno tra loro, i pastori e i terroristi? E’ un aspetto che gli studenti hanno considerato. Non c’è ovviamente una risposta precostituita: le statuine jihadiste potrebbero farsi saltare in aria o rinunciarvi per accogliere il significato tradizionale che diamo noi occidentali al Natale: pace e salvezza per tutti. ”

Scusi, non credo di aver capito un passaggio. Le statuine dell’ISIS “potrebbero” saltare in aria?

“Certamente, saranno rivestite di petardi di buona potenza e collegate ad un detonatore. L’attivazione di quest’ultimo sarà del tutto aleatoria e verrà decisa il giorno dell’Epifania da un sistema di calcolo elettronico di cui nessuno conosce il funzionamento. Nemmeno io. L’abbiamo realizzato affinché la macchina decida tutto in maniera completamente randomica. Come per il gatto di Schrodinger.”

Lei vuole distruggere il Natale, se ne rende conto? Il licenziamento, direi, è praticamente garantito.

“Io non voglio distruggere né salvare alcunché. E’ stata fatta una scelta ed ora se ne pagano le conseguenze, se mai la macchina deciderà di accendere la miccia.”

Dio non gioca a dadi, e non lo dico io.

“Una frase senza senso; è la classica, meravigliosa frase retorica a cui si giunge quando si vuole difendere con la poesia ciò che ormai è scientificamente indifendibile. L’infantile speranza che tutto sia determinato da terzi, per cui noi non abbiamo responsabilità. Noi invece ne abbiamo, di responsabilità, perché possiamo scegliere mentre il fato ci accompagna. I dadi danno risultati casuali, ma scegliamo noi se giocare o se smettere. Lei ha paura per il Natale? Venga, la porto a parlare con le statuine. Venga. Eccoci qua. Parli con loro, ascolti cosa hanno da dire”

Parlare con le statuine? Lei è pazzo! 

“Parli, le dico, si rivolga a loro, domandi quel che vuole!”

E cosa mai dovrei dire?! Mi lasci andare, pazzo scatenato.

“AHIA Mannaggia all’agnello!”

Come scusi?

“Non ho parlato io…guardi bene laggiù… lo vede il suonatore di cornamusa che è caduto?”

“Tiratemi su cazzo, e stavolta mettetemi qualcosa sulla pedana sennò tra dieci minuti sono di nuovo per terra. Maledetto made in china, guarda a fare le cose con il culo cosa succede. Ecco grazie, mi metta quel tocco di muschio sotto il piede signor preside, così non cado più, spero.”.

Ma lei parla!

“Si, porca miseria. Ma nessuno mi raccoglie mai da terra, anche se urlo tutto il giorno. Ho più contusioni io di Mike Tyson.”

“Caro suonatore di cornamusa, il signore qui è un giornalista a cui ho spiegato la scelta di quest’anno riguardo ai terroristi al posto dei Re Magi. Ha delle domande a cui preferirei rispondeste voi statuine.”

“Ok, no problemo amigo…quindi?”

Quindi…oddio che assurdità…

“Allora? Cosa vuole domandare?”

Beh, insomma, ma voi non avete paura di saltare per aria?

“Aaaaah, ok, quella cosa lì… Oddio, paura sì, ma alla fine speriamo di poterli convincere a non farlo”

Ma il preside dice che la detonazione avverrà per scelta di una macchina inaccessibile che sceglierà in maniera casuale e imprevedibile!

“Vero, vero, ma è anche vero che i terroristi possono slacciarsi i petardi di dosso. La statuina del fabbro ha già detto che per lui non è un problema martellare via i candelotti scollegando così i cavi, sempre se i terroristi sono d’accordo.”

Ma come potrete mai convincerli?

“Guardi che non sono statuine nuove. In realtà si tratta sempre dei Re Magi, che ora sono coperti da una tuta e da un passamontagna nero. Ma alla fine sono sempre i Re Magi che da anni, ogni anno, portano i doni e ci fanno compagnia. L’unica cosa che un po’ ci turba è che quando c’è stato detto dal preside che qualcuno di noi avrebbe dovuto fare il terrorista dell’ISIS, ecco, loro si sono offerti subito volontari con entusiasmo. Ma c’è ancora tempo per convincerli ad evitare questa seccatura dell’esplosione. Sarebbe meglio per tutti.”

Ma allora c’è una speranza.

“Speranza, speranza, caro amico, ma certo, speranza. In fondo in questa storia c’è stato un po’ di tutto: l’irresponsabilità degli studenti, l’aleatorietà del macchina-Dio, e infine ci sarà la scelta delle statuine. Altro che statuine dei calciatori e dei divi: questo presepe sì che è uno spaccato della vita reale. E ora ci suoni una bella canzone, amico suonatore.”

“Andiamo coi classici Dropkick Murphys, eh signor preside?”

“Vada per i Dropkick Murphys.”

 

La vera guerra non è tra religioni, ma tra religione e secolarizzazione

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Vediamo di capirci: al netto delle differenze che pure esistono e che sarebbe stupido negare (prima tra tutte, il radicale cambio di prospettiva intervenuto col Nuovo Testamento, che è fondamentale e dall’altra parta manca del tutto), la differenza tra noi e quelli dell’Isis non sta nel cattolicesimo, ma nella secolarizzazione; con ciò dovendosi intendere, in estrema sintesi, il fatto che dalle nostre parti la religione diventa sempre più ridotta alla sfera privata degli individui e corrispondentemente sempre meno importante nella vita pubblica.
Il punto, in altri termini, non sta nel fatto che la nostra religione sia più pacifica, più tollerante, più dispensatrice di amore rispetto alla loro, ma nella circostanza che per noi la religione conta molto meno rispetto a quanto conti per loro: il che, evidentemente, sposta la prospettiva dalla fin troppo spesso evocata “guerra tra religioni” ad una (secondo me assai più appropriata) “guerra tra religione e secolarizzazione”.
Se si accetta questo punto di osservazione, l’importanza della specifica “religione” di cui si parla tende a sfumare: e insieme ad essa si rivelano meno chiari e utili i confronti, che di questi tempi sembrano andare per la maggiore, finalizzati a stabilire quale libro sia più compassionevole tra Bibbia e Corano; mentre diventa sempre più nitida la percezione del fatto che i veri problemi siano il modo in cui e lo scopo per il quale quei libri vengono usati.
La questione non mi pare secondaria, e porta con sé alcune angosciose riflessioni.
Prendete le polemiche sui canti natalizi a scuola, tanto per fare un esempio. Basandosi sul modello Islam vs. Cattolicesimo gli strenui difensori delle tradizioni italiche, quelli che si stracciano le vesti per il “no” di un preside a “Tu scendi dalle stelle”, dovrebbero essere annoverati nell’esercito “amico”, vale a dire dalla “nostra parte”; al contrario, seguendo il modello che individua il discrimine nel diverso grado di secolarizzazione, essi appaiono (se non altro concettualmente) molto più vicini al “nemico”.
Il che non equivale a dire, naturalmente, che saranno i residuali bigotti che abitano l’occidente a spalancare materialmente le porte a Daesh: piuttosto, indica un metodo di scontro che è intrinsecamente perdente, perché utilizza le stesse armi del nemico con una potenza di fuoco molto più ridotta. In altri termini, se il terreno di scontro diventasse questo avremmo perso la guerra in partenza.
Riflettiamoci, prima di renderci protagonisti, sia pure involontari, di intelligenza col nemico.
Il resto mi pare la solita polemicuccia, che tra l’altro da qualche tempo va in scena ogni anno, qua e là, con poche varianti.
Terrorismo o non terrorismo.

La violenza-farsa dei vendicatori della domenica

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In un vecchio post scritto in concomitanza con l’uscita al cinema di Django Unchained, Anna Missiaia evocava il valore catartico della violenza tarantiniana: secondo l’autrice del pezzo, l’elemento splatter della totalità dei film di Tarantino non costituirebbe un invito alla violenza, bensì un ottimo mezzo a disposizione dello spettatore per sentirsi in un qualche modo appagato (o meglio, prosciugato) di tutto quel carico di istinti negativi che, nella nostra esistenza quotidiana, accumuliamo incessantemente.

Aggiungerei all’analisi di Anna (semplice nel suo psicologismo ma assolutamente corretta) che la violenza di Tarantino è, paradossalmente, pedagogica: il sangue a fontanelle, le decapitazioni improbabili, le torture grottesche sono un modo per ricordare costantemente allo spettatore che quello che sta guardando non è reale. Difficile impressionarsi per scene dove, piuttosto, la risata viene quasi spontanea. Una reazione la nostra che non ci rende mostri, ma che, al contrario, dimostra come il messaggio sia stato perfettamente recepito: questa è fiction, e nient’altro.

Tuttavia, da buon pedagogo (o, più semplicemente, da artista) Tarantino non manca di sottolineare che, al di là dell’intrattenimento cinematografico, esiste una violenza reale, storica: un aspetto è particolarmente chiaro in Django, dove alle solite scene di follia granguignolesca con sanguinamenti irreali e donne che volano via sbalzate da proiettili di colt si alternano momenti di una tragicità irriducibile, ovvero la ricostruzione delle varie umiliazioni, privazioni e torture inflitte agli schiavi afroamericani. Nei passaggi dove il cinema fa posto alla storia, la telecamera non si sofferma morbosamente sui dettagli, ma lascia spazio a campi lunghi in cui il sangue, quello “vero”, è solo intuito. Un po’ come succedeva nel teatro della Grecia antica, dove le situazioni di pura brutalità erano del tutto bandite dal palcoscenico – si evocava, ma non si rappresentava. Vi è, in Tarantino, una consapevolezza profonda della differenza tra realtà e finzione.

Tutto ciò mi è venuto in mente di leggendo e ascoltando le dichiarazioni deliranti (istituzionali e popolari) che hanno fatto seguito alla strage di Parigi: da guerre-lampo redentrici a rese dei conti a mani nude, sembra che un’assoluta incoscienza della dimensione reale della violenza stia pervadendo l’opinione pubblica. Un esempio fra tanti, le scritte ultras apparse sui muri di Roma che invitano l’ISIS a un confronto “alla pari”, spranghe alla mano, con tanto di avallo del blogger survivalista di turno. Complici sicuramente i media (ma questa, ahimè, non è una novità), abbiamo trasformato un’esperienza umana terribile nella solita farsa da bar. E l’unica risposta che siamo in grado di dare di fronte al dramma della realtà è quella di una violenza tanto immediata quanto virtuale, in un lampo di finta empatia che si esaurisce nel tempo di cambiare canale, di passare al prossimo spettacolo.

Insomma, da Quentin Tarantino non abbiamo imparato proprio un cazzo.

Parole in libertà

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Grande bulimia di cordoglio e rabbia sui Social dopo l’ennesimo attentato terroristico che ha sconvolto la Francia e Parigi in particolare. Gente che non sa neanche cosa significhi “Stato Islamico” esprime livore contro i musulmani, altri si risvegliano da una granitica superficialità per elargire pietà per le vittime e le vite spezzate, preoccupazione per l’attacco contro i valori e la cultura occidentale.

Libero esce con il titolo Bastardi Islamici, gli altri giornali sottolineano le nazionalità siriane ed egiziane dei passaporti trovati accanto ai corpi degli attentatori. Il messaggio che passa per la maggiore è questo: i musulmani ci invadono, ci fanno gli attentati, ci uccidono, vogliono distruggere il nostro sistema culturale libero, democratico e pacifico, per instaurare il loro, medievale e sottosviluppato, con il sangue e gli attacchi kamikaze.

Pur ammettendo che possa essere così, detto ciò, ad oggi, chi sta veramente fronteggiando l’Isis? Con i fatti dico, sul campo, non con qualche raid aereo dimostrativo ed innocuo per beoti che guardano talk show impacchettati, non con le chiacchiere di qualche pupazzo leccaculo mediatico o con i dati statistici preparati da qualche agenzia pagata per far uscire appunto statistiche favorevoli a chi le ha commissionate. Lo aggredisce Obama? La Nato? Non mi pare proprio.

Lo Stato Islamico al momento lo combattono sul campo, seriamente, faccia a faccia,  oltre ai Curdi, l’esercito siriano di Assad (nostro nemico), Hezbollah (nostro nemico), forze di terra dell’Iran (nostro nemico), ciò che rimane del Free Syrian Army e l’esercito Iraqeno. Insomma, musulmani.

Quindi: i curdi combattono contro l’Isis, la Turchia (alleata Nato) combatte contro i curdi. Questi ultimi combattono anche contro Assad che combatte contro l’Isis e contro i ribelli siriani supportati dagli Usa, che a loro volta combattono contro Assad nemico dell’Isis. Poi contro l’Isis interviene Putin in difesa di Assad, bombardando anche i villaggi dei ribelli pro Usa e Nato. Alleati con il mondo occidentale minacciato dallo Stato Islamico, troviamo anche i Sauditi (nostri amici) e il Qatar (nostri amici), che supportano e finanziano, più o meno apertamente, il Califfato.

Detto ciò, al momento, quindi, la stragrande maggioranza degli assassinati e sgozzati dall’Isis sono musulmani, in Siria, in Iraq e Libia.

Solo due giorni fa, due esplosioni rivendicate dai fondamentalisti dello Stato Islamico, causate da quattro attentatori suicidi e  avvenute nella periferia sud di Beirut,  roccaforte del movimento sciita Hezbollah, hanno provocato più di 40 morti e circa 200 feriti. Ovviamente per queste morti nessun cordoglio di rilievo sui social o sui media nazionali ed europei.

Senza entrare, in questa occasione, nel merito geopolitico di una situazione molto complessa e confusa e riguardo al ruolo che lo Stato Islamico sta giocando in tutta questa faccenda che potrebbe tramutarsi in una Danzica al rallentatore, vorrei sottolineare e ricordare agli affranti e tristi indignados dei Social, che l’Isis ammazza soprattutto musulmani.

Sono quasi 50 anni che coabitiamo con atti di terrorismo fondamentalista. Basti ricordare solo gli ultimi sanguinosi attentati in Spagna (un treno fatto saltare con più di duecento morti), in Inghilterra (un assalto alla stazione Victoria e ad un bus), a Parigi  (assalto ad una stazione della metropolitana e strage di Charlie Hebdo). Atti di terrorismo che vengono dimenticati in fretta. Due settimane di facile e sterile indignazione per poi tornarsene avvolti nella routine dell’ovvio ed illusi dal torpore dell’anima e dell’intelligenza, per poi risvegliarsi di soprassalto al rumore di detonazioni sempre più vicine alle proprie case.

Ma questo è quello che accade.

Ed accadrà sempre in quanto abituati a pensare al proprio ombelico per poi gridare impauriti quando lo sentiamo in pericolo.

Soundtrack1:’Mistreated’, Rainbow

Soundtrack2:”I Saw You Shine’, Flipper

Soundtrack3:’Demoni e dei’, Contropotere

Le frontiere sbarrate, l’Isis e la cecità suicida dei paesi “sviluppati”

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Io, in estrema sintesi, la vedo così: da una parte del mondo c’è chi ha qualche soldo in tasca, una tetto sulla testa, due o tre cose commestibili da mettere nel piatto a pranzo e a cena, qualche indumento di cui vestirsi e un surplus per lo sciupo, più o meno consistente a seconda dei casi; dall’altra, invece, c’è chi semplicemente non ha niente.
Ora, tralasciando i motivi per cui i due gruppi si trovano rispettivamente nelle condizioni in cui si trovano (motivi su cui potremmo scannarci all’infinito senza cavare un ragno dal buco), una cosa mi pare pacifica al di là di ogni ragionevole dubbio: non è affatto sorprendente, anzi è decisamente prevedibile, che i componenti del secondo gruppo, quello che non ha di che vivere, cerchino disperatamente di avventurarsi nei territori del primo, nella speranza di trovare colà qualcuna delle cose che gli mancano laddove sono nati e tentare così di sopravvivere.
Questo, a meno di ricostruzioni avventurose, mi pare oggettivo.
A questo punto gli abitanti della prima parte del mondo, quella più agiata, sono di fronte a una scelta: ricacciare indietro le orde di diseredati che accorrono a frotte dalle loro parti, onde evitare di dividere con loro ciò che hanno, oppure accoglierli, rinunciando a parte del loro benessere per sfamarli, aiutarli, assisterli e via discorrendo.
Domanda: quali sono le conseguenze ipotizzabili per la prima delle due scelte, prescindendo dai motivi prettamente umanitari che potrebbero indurre qualcuno a preferire aprioristicamente la seconda?
La risposta mi pare scontata al limite dalla banalità: scacciare i disperati non può sortire altro effetto che aumentare ulteriormente la loro disperazione.
Se anche questo è oggettivo, come mi pare di poter affermare, e se è vero che l’istinto di sopravvivenza è il primo e la più potente dei motori che alimentano il comportamento degli esseri umani, si deve presumere che l’incremento globale della disperazione, così come succede a un corso d’acqua fermato da una diga, produca prima o poi una sorta di pressione progressivamente crescente, che andrà accumulandosi da qualche parte e che, dai oggi e dai domani, troverà il modo di farsi strada.
E qua arriviamo a un punto di svolta, che si chiama “terrorismo internazionale”.
Succede, anche di questo avrete cognizione, che alcune organizzazioni di malintenzionati, finanziate da diversi portatori di interessi in determinate parti del mondo, abbiano preso già da tempo a reclutare manovalanza proprio tra i disperati di cui parlavamo poche righe fa; e succede, guarda caso, che le fila di quei manovali disperati, disponibili a qualsiasi nefandezza pur di assicurare un futuro (o semplicemente un presente) di sopravvivenza a se stessi o ai propri familiari, si stiano ingrossando giorno dopo giorno.
Badate, uso a caso la parola “manovalanza”: ché i teorici di queste iniziative non sono né poveri né disperati, ma semplicemente, come dicevo, portatori di interessi; mentre la carne da macello che telecomandano per portare a termine le loro imprese, quella sì, è composta perlopiù da derelitti senza arte, né parte né prospettive di vita.
Questo “accumulo di pressione”, a rigor di logica, è uno dei più probabili esiti della strategia “ultradifensiva” tanto in voga nei paesi agiati: favorire, nell’oceano di poveri che vengono condannati senza più possibilità di appello a morire di stenti, la formazione di un lago di poveri disposti a tutto, che andranno a ingrossare le orde degli assassini e dei fabbricanti di caos.
Un lago piccolo, intendiamoci. Un laghetto. Epperò sufficiente a seminare morte e devastazione un po’ dappertutto, visto che per far saltare in aria un migliaio di persone ne basta una piazzata nel punto giusto, e armata come si deve della consapevolezza di non aver più nulla da perdere.
Ecco, mi pare di poter dire che la cecità dei cosiddetti “paesi sviluppati” sia più o meno questa: non vedere, o fingere di non vedere, che asserragliarsi sprangando le frontiere è solo apparentemente un atteggiamento difensivo, mentre nella sostanza finisce per diventare un boomerang pericolosissimo, in molti casi addirittura suicida.
Li stiamo cacciando a calci in culo per non dover rinunciare a quattro soldi: qualcuno di loro, un giorno o l’altro, potrebbe portarci via la pelle.
Non è né bello né brutto, né giusto né ingiusto. Semplicemente, logicamente, mi pare sia così.
A prescindere da ogni retorica, direi che sarebbe il caso di rifletterci sul serio.

Il principe alla guerra

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Correggetemi se sbaglio, ma credo che sia la prima volta in Italia che un presidente del consiglio si presenta davanti alle telecamere in tenuta mimetica, come ha fatto Renzi durante la visita agli Alpini della brigata Julia in missione in Afghanistan. Tecnicamente, non ne avrebbe alcuna ragione: il capo delle forze armate è il Presidente della Repubblica – ve lo immaginate Mattarella in mimetica? – mentre la sovraintendenza dell’esercito è nelle mani del Ministero della Difesa. L’eventualità, i tempi e le modalità di intervento da parte dei militari vengono poi stabiliti dal Parlamento. In tutto ciò, insomma, la presidenza del consiglio dei ministri c’entra ben poco.

Ma buon lettore del Machiavelli (e direi anche da grande appassionato di House of Cards), Renzi ha colto l’essenza moderna del potere carismatico: il principe è innanzitutto un condottiero, la testa – caput – dell’esercito. E come tale deve indossare elmo e armatura per affermare la retorica del generalissimo che passa in rassegna le sue truppe prima della grande battaglia.

D’altronde la storia ci insegna come ogni potere in via di consolidamento – o in crisi – cerchi una legittimazione attraverso la metafora militare. Anche quei capi che non nascono come condottieri (avendo avuto accesso al potere vuoi per discendenza, vuoi per intrallazzi politici di varia natura, vuoi per culo) a un certo punto della loro carriera hanno avuto la necessità di mostrarsi in abiti bellici, per ribadire una posizione di preminenza a discapito di tutte quelle forze esogene che ne minacciano gli intenti egemonici.

Senza scomodare casi troppo vetusti (a titolo d’esempio basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni dei sovrani europei con spadone e cavallo), si può semplicemente rammentare la recente apparizione mediatica di un incazzatissimo re di Giordania Abdallah in uniforme da combattimento impegnato a vendicare la morte atroce di un suo soldato per mano degli aguzzini dell’Isis. In un mondo islamico lacerato da conflitti fratricidi, l’erede di Maometto ha ricordato al mondo chi è che porta i calzoni in casa Allah.

La veste guerriera, oltre a segnalare un tempo di crisi, segue un obbiettivo ben preciso: quello dell’accentramento del potere. Quando il rappresentante di un organo legislativo e/o esecutivo si addossa anche la prerogativa della guerra – o perlomeno della sua simbologia – la pluralità propria delle realtà nazionali si contrae nell’immagine egocentrica del monarca assoluto. Il celodurismo della retorica militare è l’essenza stessa dell’ambizione politica che pensa in grande.

Il messaggio di Renzi è dunque ben chiaro: l’État c’est moi, bitch. E sbrighiamoci a fare ‘sto cazzo di selfie.

Come farsi assumere dall’ISIS

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Come ben sappiamo in Italia i giovani faticano a trovare lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile si aggira al 44% e anche quelli che non sono conteggiati perché studenti universitari non hanno da essere felici: le loro prospettive di carriera sono ai minimi storici. Da anni gli atenei offrono incontri con i più importanti recruiter, mentre i giornali accolgono variegati elenchi di “x qualità per aver successo nei colloqui di lavoro”. Già alla fine degli anni ’80, in pieno boom dell’economia giapponese, si importava spudoratamente L’arte della guerra di Sun Tzu per la preparazione delle candidature. Il risultato è che oggi i consigli sono talmente tanti – e spesso in contraddizione tra loro – che chi desidera farsi assumere non sa dove sbattere la testa. Ma spesso, dalle situazioni più buie emergono opportunità incredibili.

Negli ultimi anni numerosi cittadini europei hanno trovato lavoro presso i dipartimenti pubblici di uno Stato che sta senza dubbio puntando ai cervelli cresciuti nei licei e nelle università occidentali. Questo Stato è l’ISIS. Per comprendere meglio i processi che portano alle selezioni e, infine, all’arruolamento, abbiamo parlato con il Dott. Sameh Salem Yasin Tariq, direttore dell’ufficio HR dello Stato Islamico.

 

Innanzitutto ci dica: la cultura islamica è vista spesso come chiusa in se stessa, eppure avete aperto esplicitamente alla forza lavoro cresciuta lontano dai deserti mediorientali. Non è una contraddizione?

“Assolutamente no. Non c’era contraddizione secoli fa, quando i più grandi filosofi, artisti, e scienziati viaggiavano da una corte europea all’altra, e non può esserci nel 2015. Quasi 70 anni fa gli USA chiamarono a sé esperti di fisica e chimica di tutto il mondo, addirittura provenienti da quei Paesi che stavano combattendo nelle trincee europee. Più recentemente lo Stato di Singapore ha attratto numerosi lavoratori occidentali sapendo premiare il loro sacrificio, se di sacrificio si può parlare.”

 

Insomma, accettate una visione internazionale del mercato del lavoro. E cosa potete offrire ai ragazzi che cercano disperatamente un’occupazione?

“Chiariamoci subito, Dan. Noi non stiamo offrendo un’occupazione. L’Occidente è entrato in crisi quando ha pensato che “lavoro” e “occupazione” fossero sinonimi. È così che avete assunto persone del tutto disinteressate alle mission aziendali, o che credono che un posto nel pubblico sia un parcheggio d’oro senza alcuna responsabilità. Avete accettato che le persone trovassero un’occupazione alle loro ore. Per noi non è così. Per noi è fondamentale che il dipendente riconosca in sé i valori di ciò che facciamo, la nostra mission.”

 

Prima scrematura fondamentale, quindi, la condivisione dei valori.

“Assolutamente. E guarda che è già di per sé un premio. Lavorare per qualcosa che veramente ami. Chi può dire seriamente, oggi, di farlo? Se sei semplicemente in cerca di uno stipendio, beh, mi spiace: all’ISIS non interessa la mediocrità.”

 

Su quali altri punti deve fare attenzione il candidato per avere successo nella selezione?

“Ovviamente valgono tutte le regole base sulla composizione del CV e della lettera di motivazione. Non mandateceli in Word! Non mandateci lo standard europeo! E soprattutto non devono scrivere cose false, o del tutto illogiche. Non è possibile avere una conoscenza “buona”, o anche solo “scolastica”, dell’arabo se come unica prova a dimostrarlo è un’estate come animatore in un villaggio turistico a Marsa Alam. Sono cose che fan perdere tempo a noi e fanno imbarazzare i candidati. Una volta è venuto un ragazzo che sosteneva di essere un esperto in combattimento avendo lavorato a Londra sei mesi in un negozio di armi. Gli ho detto “Benissimo, allora non ti dispiacerà spiegarmi come si smonta e rimonta questa Desert Eagle.” e lui risponde veloce:”Sì, dunque, è facilissimo, basta tirare…”. “No, aspetta!” Aggiungo io: “Voglio che tu me lo dica in inglese”. Ci crederete? Ha cominciato a balbettare: “Ah…eh…eh…I…I push…I pull the…the pistol…no?…you throw the carrell…would….should…”. Scrivete cose vere ragazzi. Conoscere i propri limiti permette a voi e al datore di lavoro di indirizzarvi verso il percorso di carriera migliore!”

 

Concretamente, quale piano di inserimento offre l’ISIS ai neoassunti?

“Posso affermare – e lo dico con una nota d’orgoglio, avendo lavorato tanto su questo – che la nostra è una struttura che capisce le necessità dei lavoratori e per questo offre diverse possibilità di carriera. Abbiamo infatti sviluppato tre percorsi diversi. Il primo è l’assunzione standard, con inserimento immediato in presso gli uffici centrali o periferici, con assegnazione del ruolo per cui è stata fatta la candidatura. Il secondo, nella tradizione dei graduate program, prevede un contratto di internship di un anno nel corso del quale la risorsa va a conoscere funzioni diverse (da quella di Pubblic Relations a quella Finance), lavorando per sei mesi nell’HQ di Al-Raqqa e per sei mesi in una filiale estera. Ritengo che questo inserimento sia di alto valore aggiunto: la dirigenza del futuro deve sapere leggere i report finanziari di un pozzo petrolifero sequestrato ai siriani, così come avere la sensibilità comunicativa nel produrre comunicati efficaci.”

 

Parlava di tre percorsi. Il terzo?

“Il terzo è il cosiddetto si basa sul franchising. Su questo, lo ammetto, ho tratto pienamente dalla mia precedente esperienza in Tupperware. Capiamo perfettamente che non tutti quelli che vogliono lavorare con noi hanno la possibilità di venire a vivere per sempre in Siria o in Iraq. Ci sono motivi comprensibili di adattamento e non vogliamo forzare nessuno né tantomeno chiudere la porta a risorse preziose, tanto meno in una strategia di forte incremento della presenza all’estero. Per questo motivo forniamo direttamente i mezzi produttivi e finanziari a chiunque voglia aprire un’attività ISIS nel proprio Paese d’origine. Ovviamente le condizioni sono tre per il candidato: deve vivere in un Paese con interesse strategico, deve partecipare – gratuitamente – ai i nostri corsi di preparazione ad Al-Raqqa e soprattutto deve identificarsi nella nostra mission.”

 

Un’ultima domanda. Perché i candidati dovrebbero scegliere voi e non, diciamo, altri Big del settore?

“Non credo sia corretto fare confronti, e preferisco parlare semplicemente dell’ISIS e del suo modello. Noi cerchiamo candidati per offrire loro ruoli tanto sfidanti quanto formativi, grazie al fatto che le persone nell’ISIS sono sempre al centro dei progetti, mai isolate o ai margini. Senza dubbio molti dei nostri attuali dipendenti provengono da esperienze presso realtà simili, all’interno delle quali si stavano burocratizzando troppo. Da noi hanno riscoperto la dinamicità prodotta dall’implementazione di ambienti informali all’interno di un network internazionale.”

 

La ringrazio e le auguro un buon lavoro. Chissà ci si veda in Italia.

“Può essere Dan, puntiamo sempre a migliorarci. Grazie a te.”

 

 

 

Attenzione! Ogni riferimento a fatti e/o persone è puramente casuale. L’autore e il sito non sono terroristi, non conoscono terroristi, non hanno mai comunicato con terroristi, né con persone appartenenti, affiliate, collegate o aventi qualsivoglia relazione con gruppi terroristici.

Chiediamo inoltre comprensione a chiunque si sia sentito diffamato o comunque offeso per l’articolo sopra riportato. Sappiamo che tenete al vostro onore e quanto siate terribilmente pericolosi se infastiditi o oltraggiati. Quindi, cari amici dell’HR, vi chiediamo scusa anticipatamente.

Isis, questo sconosciuto

in mondo by

“La domanda giusta da porsi non è mai: Chi deve governare?, bensì, Come possiamo organizzare le istituzioni politiche per impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?”
Karl R. Popper

  • Intro
  • Sunniti e Sciiti
  • Isis part 1
  • Isis part 2
  • La Grande Israele
  • Conversazione con Haaa Haa
  • Soundtracks

Gli Isis sono stati una band di post metal fondata a Boston nel 1997 e scioltasi nel 2010. Figliocci irregolari dei monumentali Neurosis, attraverso un loro stile pregno di visceralità cangiante e dilatata, riuscivano a mescolare progressive, post rock e sludge metal. Una fusione per molti versi unica nel genere.

Intro 

Per i meno attenti pare opportuno sottolineare che non c’è nessun tipo di legame tra la band bostoniana e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), il gruppo islamico sunnita autodefinitosi Stato, protagonista delle cronache mediatiche delle ultime settimane in quanto prossimo ad occupare la capitale dell’Iraq, Baghdad.

Il termine Levante è stato ripreso in quanto collegato al concetto di Grande Siria, l’area cioè del Mediterraneo orientale comprendente Siria, Giordania, Palestina, Libano, Israele e Cipro.

Per i sunniti piu’radicali, infatti, non esistono stati. Esiste solo l’Ummah, ovvero la comunità dei credenti, l’unione di tutti i musulmani che seguono la Sunnah, la consuetudine.

Per questo motivo l’Isis rifiuta nettamente i confini imposti dall’accordo Sykes-Picot, che dopo la prima guerra mondiale ha ridisegnato il medio oriente, in seguito anche alla caduta dell’Impero Ottomano.

Sunniti e Sciiti.

Da secoli è sempre una faccenda di sunniti contro sciiti. (Vedi qui). Entrambi concordano su Allah unico dio, Maometto suo profeta, il Corano come libro sacro ed i cinque pilastri rituali dell’Islam: la testimonianza di fede (الشهادة Shahada), le preghiere rituali (الصلاة Salah o, in lingua persiana, Namāz), l’elemosina croonica  (الزكاة Zakat), il digiuno durante il mese di Ramadan (الصوم Ṣawm o Siyam), il pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo (الحج Hajj).

La divisione ebbe origine in seguito alla morte di Maometto, nel 632 d.C., con la contesa per l’eredità religiosa e politica tra Abu Bakr, amico e padre della moglie di Maometto, ed Alì, cugino e genero del Profeta.  Devoti alla tradizione, per i sunniti l’eredità e la guida dell’Islam spettano a coloro che seguono gli insegnamenti di Maometto, senza particolari legami di sangue. Per gli sciiti, invece, il successore di Maometto deve essere necessariamente un consanguineo del Profeta.

Per i primi quindi, il successore doveva essere eletto da e tra l’aristocrazia locale assumendo il ruolo di califfo. Per i secondi, al contrario, l’eredità religiosa e politica del profeta spettavano alla figlia Fatima ed a suo marito Ali, cugino dello stesso Maometto.

Un’ altra importante differenza riguarda la considerazione del clero: per i sunniti gli imam, persone con una profonda fede e altamente preparati sui testi sacri, si basano molto sugli insegnamenti e sulla pratica del profeta. Per gli sciiti gli ayatollah sono gli unici interpreti del Corano, ispirati direttamente da Allah.

Il termine «imam» è importante per comprendere le differenze dottrinali tra sunniti e sciiti. Tutti i musulmani usano questa parola per indicare la «guida della preghiera», chi conduce la congregazione nel culto. Ma la maggior parte degli sciiti, specialmente quelli che appartengono alla Ithna-‘Ashari – i duodecimani, il più grande gruppo all’interno dello sciismo e religione di Stato in Iran, usano il termine imam in un senso più ristretto, per riferirsi al legittimo leader spirituale dell’intera Ummah. (Vedi qui)

I paesi ad egemonia sunnita sono: Arabia saudita, paesi del Golfo, Egitto, Giordania, Turchia. Quelli sciita: Iran, Iraq, Siria, Libano.

I sunniti sono maggioranza tra i fedeli, maggioranza nel Sud-Est asiatico, in Africa e in gran parte del mondo arabo, mentre gli sciiti sono considerati una percentuale variabile tra il 10 e il 15% del totale dei musulmani. Vi è una maggioranza sciita in pochi paesi, per lo più concentrati in una mezzaluna che abbraccia l’area del Golfo Persico estendendosi fino al Caucaso e al Mediterraneo: Iran, Iraq, Libano e Azerbaijan. Il paese con più sciiti al mondo dopo l’Iran è il Pakistan.

Isis part 1

Come al-Qaida e molti altri gruppi jihadisti odierni, l’Isis emerge dall’ideologia dei Fratelli Musulmani, la prima organizzazione islamista al mondo fondata nel 1928 in Egitto.

La figura di Abu Musab al-Zarqawi è decisiva e fondamentale per la nascita e l’origine dell’Isis. Il gruppo si forma nel 2004 con al-Zarqawi come leader con la sigla ‘Organizzazione del Monoteismo e della Jihad’, JTJ. Nell’ottobre del 2004 giurano fedeltà ad Osama bin Laden e cambiano denominazione in ‘Organizzazione della Base della jihad nel Paese dei due Fiumi’, conosciuta come Al-Quaeda in Iraq,  AQI.

Ma, a differenza di Bin laden intenzionato a fondare una legione straniera sunnita che avrebbe dovuto difendere i territori abitati dai musulmani dall’occupazione occidentale, Zarqawi perseguiva l’idea di provocare una guerra civile su larga scala e per farlo voleva sfruttare la complicata situazione religiosa dell’Iraq, paese a maggioranza sciita ma con una minoranza sunnita al potere da molti anni con Saddam Hussein. L’obiettivo di Zarqawi era creare un califfato islamico esclusivamente sunnita.

Al-Zarqawi venne ucciso nel 2006.

Il 13 ottobre del 2006 venne annunciata la fondazione del Dawlat al-ʻIraq al-Islāmīyah, Stato islamico dell’Iraq, ISI.

Venne formato un governo e Abu Abdullah al-Rashid al-Baghdadi divenne l’emiro di ISI, ma  il potere era detenuto di fatto dall’egiziano Abu Ayyub al-Masri.

Al-Baghdadi e al-Masri vennero entrambi uccisi in un’operazione congiunta di Stati uniti e Iraq nell’aprile del 2010. Abu Bakr al-Baghdadi, che prese il potere successivamente, è l’attuale leader di ISIS.

Il 9 aprile 2013, essendosi espanso all’interno della Siria, il gruppo adottò il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto anche come Stato Islamico dell’Iraq e di al-Sham. Il nome viene abbreviato in Isis o Isil. (Vedi qui)

A fine giugno, dopo aver conquistato parte del territorio siriano e parte dellla regione settentrionale dell’Iraq, viene annunciata la fondazione di un nuovo califfato. Abu Bakr a-Baghdadi viene nominato come suo califfo e il gruppo cambia formalmente il suo nome in Stato Islamico.

Dopo aver combattuto in Siria contro le truppe di Assad e dopo aver conquistato una parte di territorio, si sono diretti in Iraq, conquistato le città di Falluja, Ramadi e Mosul, la seconda città irachena. Si avvicinano sempre più ad Erbil, importante città del Kurdistan iracheno. L’ Isis inoltre, attualmente controlla la frontiera con Libano e Giordania.

Il territorio del califfato, al momento si estende dal governatorato di al Anbar, nell’ovest dell’Iraq, al confine con Giordania, Siria e Arabia Saudita, fino alla provincia di Dyala a est, poco lontano dal confine con l’Iran. E prosegue in Siria, passando per basi strategiche come ar Raqqah, strappata ai jihadisti ed ex alleati di al Nusrah e arrivando a nord di Aleppo e a est di Homs.

Il budget stimato dell’ Isis ammonta a due miliardi di dollari. Nella primavera del 2013, più della metà dei membri di Al Nusrah hanno giurato fedeltà al nuovo Isis e al suo leader Al Baghdadi, portandosi con sé armi, equipaggiamento e fondi raccolti nei due anni precedenti. La galassia di organizzazioni salafite cresciute sotto l’egida di finanziatori siriani esuli, qatarini e sauditi è poi in gran parte confluita nel nuovo Califfato. L’autofinanziamento è imposto alle popolazioni locali, attraverso un sistema di riscossione di imposte tradizionali islamiche, riscatti e confische. A Mosul, ad esempio, tutte le case dei cristiani sono state sequestrate e sono ora parte del patrimonio del Califfato. I loro abitanti, costretti in fretta e furia alla fuga, devono pagare un riscatto per poter rientrare in possesso dei loro beni e tornare a vivere nelle loro case. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non ci rientrano proprio per non vivere sotto la “protezione” di un Califfo che li vuole “convertiti o morti”. Introiti arrivano anche da attività criminali quali rapimenti, commercio di armi e di merce di contrabbando in tutto il Medio Oriente. La sola conquista della banca centrale di Mosul è fruttata all’Isis 425 milioni di dollari. I profughi yezidi e cristiani che fuggono verso il Kurdistan sono sistematicamente fermati ai posti di blocco e depredati di tutto, dall’auto ai beni personali. L’isis inoltre ha cominciato a vendere l’elettricità al governo siriano a cui aveva precedentemente conquistato le centrali elettriche. Ha altresì messo in piedi un sistema per esportare il petrolio siriano conquistato durante le offensive militari. (12)

I soldati del neocaliffato sono dotati di armi sofisticate, anche carri armati americani Abrams, abbandonati dall’esercito iracheno in piena disintegrazione.

L’Isis segue un’interpretazione estremamente anti-occidentale dell’Islam. Promuove la violenza religiosa e considera coloro che non concordano con la sua interpretazione come infedeli e apostati e mira a fondare uno stato islamista orientato al salafismo in Iraq, Siria e altre parti del levante.

L’ideologia di Isis trae origine dalla branca dell’islam moderno che mira a ritornare ai primi giorni dell’islam, rifiutando le “innovazioni” più recenti nella religione che sono ritenute responsabili della corruzione del suo spirito originario.

L’obiettivo è quello di strutturare un califfato islamico come governo politico sovranazionale e la shari’ah come legge fondamentale dello Stato. Il termine califfato si riferisce al sistema di governo adottato dal primissimo Islam, il giorno stesso della morte di Maometto e intende rappresentare l’unità politica dei musulmani, la Ummah.

Isis part 2

Queimada è un film del 1969 diretto da Gillo Pontecorvo.

La trama, per certi versi e secondo diverse ricostruzioni, sembra essere stata presa a modello per la creazione del neo califfato islamico. “Queimada è un’isola immaginaria dell’arcipelago delle Antille, da diversi secoli sottoposta alla dominazione politica ed economica del Portogallo. La corona britannica, interessata ad ampliare i propri commerci nella zona, appoggia la causa d’indipendenza della ricca borghesia dell’isola ed invia William Walker, un agente inglese sotto copertura diplomatica incaricato di fomentare la rivoluzione borghese a Queimada. Questi è un uomo pragmatico e intelligente, e riesce a coinvolgere nella rivoluzione anche gli schiavi neri dell’isola, servendosi della leadership di un uomo molto carismatico tra i diseredati di Queimada, José Dolores che lo stesso Walker si è incaricato di indottrinare ideologicamente.

La rivoluzione borghese avrà successo e nell’isola s’instaurerà il debole e incapace governo borghese di Teddy Sanchez. Quando il giovane rivoluzionario José Dolores infiammerà ancora una volta la sua gente per chiedere l’indipendenza economica dall’Inghilterra e l’uguaglianza di tutti gli uomini, sarà ancora Walker, ormai disilluso, l’incaricato di fermare questa nuova rivolta che sarà domata con l’intervento diretto dei cannoni e delle truppe inglesi che bruciando le piantagioni di canna da zucchero faranno uscire allo scoperto i rivoltosi. Ancora una volta l’isola sarà bruciata come dice il suo nome in portoghese: queimada.”

Il vero nome del califfo Abu Bakr al-Baghdadi è “Shimon Elliott”, di genitori ebrei. Il suo nome falso invece è Ibrahim ibn Awad ibn Ibrahim Al Al Badri Arradoui Hoseini.

Secondo il sito americano Veterans Today, al Baghdadi sarebbe stato scelto dall’intelligence israeliana per portare a termine un piano dei servizi americani, israeliani e britannici. Prelevato nel 2004, è stato in custodia per 4 anni  a Camp Bucca nel sud dell’Iraq dove fu sottoposto ad un massiccio indottrinamento politico-religioso-militare. Ha partecipato a varie riunioni con il senatore statunitense Mc Cain. (1, 2,3, 4, 5)

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Secondo alcune ricostruzioni, l’Isis sarebbe stato inventato dagli Stati Uniti con l’aiuto di Israele, Turchia ed intelligence britannico, finanziato ad intermittenza dal Qatar, con lo scopo di fomentare un ‘caos creativo’ favorevole alle varie occasioni di destabilizzazione/stabilizzante dell’area siriana/irachena. In primis, attraverso l’Isis gli Usa possono indirettamente continuare la guerra contro la Siria, ma dall’Iraq. Per Obama obiettivo principale è far cadere il governo iracheno sciita filo-iraniano di al-Maliqi e stabilire un cuscinetto tra Iran e Siria. In questo modo dovrebbe insediarsi un nuovo governo fantoccio favorevole ad accettare batterie di missili antiaerei Usa sul suolo iracheno, consentire agli Stati Uniti di bloccare gli aerei che riforniscono la Siria, far cessare ogni assistenza al governo siriano.

Il mirino sembrerebbe puntato sul controllo degli enormi giacimenti di gas al largo delle coste di Siria, Libano e Cipro e relativi oleodotti conseguenti.

Il gas naturale sarà la fissazione geomilitare dei prossimi 25 anni.

Il tutto in chiave di un lento accerchiamento dell’Iran.

Superando le ingenuità conseguenti alla passiva ed idiota dipendenza/sudditanza dall’ufficialità politica/mediatica, ed aggirando forzature complottistiche varie ed abitudinarie, si potrebbe delineare l’ Isis come il prodotto delle prime infiltrazioni di al Qaida, la cui programmazione s’è deteriorata e sfuggita al controllo originario. Nel quadro geopolitico attuale è logico che verrà sfruttato indirettamente ed annientato al momento decisivo, anche perchè grosse sono le opportunità di conquista ed avanzate territoriali che si stanno innescando attualmente in medio oriente.

La grande Israele

Secondo Edward Snowden, l’ex dipendente di Us National Security Agency (NSA)da prendere con le dovute precauzioni in quanto lavorando e parlando dalla Russia ha tutto l’interesse a diffondere disinformazione su Usa & co, l’Isis rappresenterebbe lo strumento iniziale di un piano ben preciso ed a lungo periodo: la creazione della Grande Israele.

Potrebbe accadere che a 68 anni dalla nascita dello stato ebraico, ad affermarsi sarebbe la prospettiva revisionista di Jabotinsky, quella che cioè affida a Israele una sorta di ruolo “messianico”, da popolo eletto; un’ idea per cui a essere centrale è “Eretz Israel”, la sacra Terra d’Israele, piuttosto che “Medinat Israel”, lo Stato d’Israele.

La Grande Israele biblica, che si estende dalla Valle del Nilo all’Eufrate. diventerebbe uno Stato che andrebbe dal Sinai Egiziano, passando per la Giordania, il nord dell’Arabia Saudita, il Libano, parte dell’Iraq e della Siria e la Palestina.

Questo piano strategico prevederebbe innanzitutto la balcanizzazione fratturante degli stati arabi circostanti in stati più piccoli e più deboli, con lo scopo finale della superiorità regionale israeliana.

Secondo vari analisti l’Iraq è stato delineato come il fulcro per tale balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo.

L’obbiettivo piu’ importante sarebbe la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti.

Nel contesto attuale, con l’Egitto nel caos, Iraq e Siria sotto la conquista dei jihadisti islamici dell’Isis, Giordania, Libano e Arabia Saudita che sono nel loro mirino, io se fossi in Israele ne approfitterei.

L a guerra in Iraq, la guerra del 2006 in Libano, la guerra 2011 sulla Libia, la guerra in corso in Siria, il processo di cambiamento in Egitto, si innesterebbero a perfezione in tale progetto a livello embrionale.

Nella sua analisi Israel hopes to colonize parts of Iraq as ‘Greater Israel’del 2009, Wayne Madsen, delinea l’oculata operazione espansionistica israeliana che rappresenterebbe una ripetizione del processo di espulsione della popolazione autoctona palestinese dal suo territorio nel periodo del mandato Britannico, prima e dopo della seconda Guerra Mondiale, e l’installazione di comunità israeliane in quei luoghi.

Riportiamo alcuni passaggi dell’articolo:

“E’ noto che gli espansionisti israeliani vorrebbero assumere il controllo totale della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, delle alture del Golan (in territorio siriano) ed espandersi nel Sud del Libano, ma ora paiono aver preso di mira anche una porzione dell’Iraq, considerata parte della “Grande Israele” biblica.(…)

(…) Secondo fonti turche gli Israeliani stanno lavorando segretamente con il Governo Regionale Kurdo (GRK) per realizzare l’integrazione dei kurdi e di altri ebrei nelle aree dell’Iraq controllate dal GRK stesso.

(…)Kurdi, iracheni sunniti e turkmeni hanno notato che i kurdi israeliani hanno cominciato a comprare terre nel Kurdistan iracheno – considerato storicamente “proprietà” ebraica – dopo l’invasione statunitense del 2003.

(…)Gli israeliani sono particolarmente interessati ai santuari del profeta ebreo Nahum, che si trova ad al-Qush, a quello del profeta Giona, che si trova a Mossul e alla tomba del profeta Daniele, a Kirkuk. Gli israeliani stanno anche cercando di rivendicare “proprietà” ebraiche al di fuori della regione curda, fra di esse il santuario di Ezechiele, nel villaggio di al-Kifl, in provincia di Babele, vicino a Najaf e la tomba di Ezra, ad al-Uzayr, nella provincia di Misan, vicino a Bassora, entrambi nel Sud dell’Iraq, in territorio sciita. Gli espansionisti israeliani considerano queste tombe e questi santuari parte della “Grande Israele”, alla stregua di Gerusalemme e della Cisgiordania, che loro chiamano Giudea e Samaria. (…)

Gli attacchi degli israeliani e dei loro alleati sono normalmente attribuiti ad “al-Qaeda” e ad altri gruppi della “jihad islamica”.

Lo scopo ultimo di Israele è scacciare la popolazione cristiana di Mossul e dintorni e rivendicare quelle terre come territori biblici appartenenti alla “Grande Israele”. L’operazione israelo/cristiano-sionista è una riedizione dello spopolamento della Palestina al tempo del mandato britannico, dopo la seconda guerra mondiale. (…)”

Dall’inizio dell’occupazione dell’Iraq, nel 2003, sempre secondo Madsen, il Mossad ha preparato i quadri delle milizie curde, i Peshmerga, e dei partiti curdi per alimentare l’indipendenza del Kurdistan rispetto all’Iraq e per far sloggiare gli arabi della zona che risiedono nel Kurdistan iracheno.

La maggiorparte degli analisti ritengono che i dirigenti israeliani abbiano abbandonato questo progetto.

Conversazione con Haaa Haa

Mi confermi che l’Isis e’ una creatura Usa/Mossad che viene utilizzata per soppiantare i fronti politici e militari filo-iraniani in tutto l’arco d’influenza di Teheran e gli Hezbollah lungo il Mediterraneo?

E’ una coincidenza fortuita che l ’ISIS abbia iniziato ad attaccare il Libano proprio quando Israele è in guerra con Gaza e rischia un attacco dal nord da parte dei Libanesi?

Poi, altra considerazione. Dopo gli accordi di Oslo, i palestinesi non contano un cazzo in quanto popolazione. Sono superflui: oppressi ma non sfruttati, dominati ma non necessari. Hanno bisogno di Israele per tutto (cibo, risorse, acqua, energia elettrica) Israele mantiene la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come mercati chiusi dove scaricare i suoi stessi prodotti senza che i palestinesi possano avere alcun strumento per determinare un proprio sviluppo economico e politico. Pare sempre piu’ evidente una politica militare di esclusione dei palestinesi dalla Palestina portando all’ eventuale annessione sia della Cisgiordania che di Gaza allo Stato di Israele. Un Palestina depalestinizzata con i palestinesi prossimi a diventare una riserva indiana tipo i pellerossa in america.

Sicuro che non ci sarà una cruenta fase due del conflitto, tipo a settembre/ottobre?

Richiederà mesi di combattimenti, durante i quali la Striscia sarà attaccata quartiere per quartiere, con un prezzo elevatissimo in vite umane sia di soldati delle forze armate israeliane che di civili palestinesi.

Il ruolo dell’Egitto mi sembra decisivo. La cacciata di Morsi ed il giro di vite contro il movimento islamico non ha solamente lasciato Hamas senza un alleato chiave regionale. La smobilitazione, repressione e disarticolazione della rivoluzione da parte dell’esercito e delle elite egiziane hanno anche lasciato i palestinesi senza il sostegno popolare egiziano di cui hanno bisogno per resistere e fronteggiare l’occupazione israeliana. Il regime egiziano, di conseguenza, ha avuto mano libera per soffocare Gaza quanto voleva, sia economicamente che geograficamente, contribuendo a bloccare il suo accesso al mondo esterno.

Poi Arabia. Il più grande sostenitore di Israele nella regione rimane l’Arabia Saudita. Incatenata all’alleanza con gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita vede Israele come una risorsa nella sua lotta regionale non solo contro il nazionalismo arabo, ma anche contro l’attuale aumento del potere iraniano e sciita nella regione.

Infine rimango spettatore autistico della ‘stranezza Qatar ‘,che appoggia Hamas, ma compra 11 miliardi di dollari di armi dagli Stati Uniti ed ospita la più grande base militare statunitense nella regione. Recentemente gli Emirati Arabi, il Bahrain e l’Arabia Saudita hanno ritirato i propri ambasciatori dal Qatar perché questo ha infranto la clausola di non ingerenza negli affari interni dei paesi arabi, finanziando la Fratellanza Musulmana, Hamas, i jihadisti dell’Isis e le milizie islamiche in Libia.

“Platano, per tutto ciò che riguarda Isis non non mi esprimo… !!! … La storia della grande Israele è una cazzata mediatica; vedila così: Piu’ questi mussulmani si ammazzano tra loro meno rompono il cazzo allo stato d’Israele… Ti faccio un esempio… Se per caso una milizia sunnita ufficialmente finanziata da un emirato vicino noto per ospitare leader di organizzazioni jihadiste o movimenti di resistenza, comincia a scontrarsi e a destabilizzare vari scenari politici a gestione sciita, magari pseudoregimi che mirano ad ottenere una deterrenza atomica; non vedo perché uno o molteplici stati, che vogliano vivere in santa pace senza rompimenti di scatola religiosi, non debbano approfittare di questa situazione…

Ti ricordi quale era l’assunto iniziale di tutto??? Se per caso L’iran dovesse raggiungere una nuclear nuke capability, quali sono gli stati, o meglio i califfati e gli emirati, che avrebbero da perderci ??? A chi conviene di più avere una regione destabilizzata a livello politico in cui incuneare un elemento a forte connotazione diversiva??? E questi ultimi, pur avendo ingenti capitali con cui finanziare, hanno la capacità organizzativa, tecnica e logistica per portare avanti questo progetto???

Accantoniamo volutamente, da parte mia, il capitolo isis & co, tornando alla questione Gaza…. Hamas e’ un movimento terroristico che ha esaurito la propria spinta propulsiva, e’ stato, in più riprese soppiantato da elementi jihadisti che, come un animale feroce ferito mortalmente che prima di esalare l’ultimo respiro cerca di azzannare inutilmente il suo uccisore , ormai l’unica chance che gli rimane per sopravvivere politicamente e’ disarmare le sue brigate e accettate di far gestire la striscia all’anp di mazen!!! Prima lo capiscono e meglio e’!!! Ormai l’hamas non conta piu’ niente per ciò che riguarda la gestione dell’affaire stato palestinese!!! E lo sa bene….”

Secondo te quindi non ci sara’ una fase due da parte di Israele per risolvere la questione una volta per tutte?

“Non credo !!!! Queste cose non si fanno mai sotto i riflettori!!! Adesso bisogna vedere se hamas accetterà di smilitarizzare le sue brigate armate senza alcun tipo di mentalità tattica e ancor meno strategica, per rimettersi nelle mani dell’anp… Un capitolo a parte sarà la liquidazione dei gruppi jihadisti, concorrenti della stessa hamas… Li bisognerà applicare altri tipi di tattiche a basso impatto, low profile… E come ben sai, in questo campo, Israele è all’avanguardia!!!! D’altronde non dobbiamo dimenticare che si ha a che fare con terroristi che si fanno scudo di donne e bambini e di civili in genere, gente che non  combatte vis a vis ma che è capace solo di nascondersi in tunnel…. Vedremo Vedremo ….”

Soundtrack1:’A sun that never sets’, Neurosis

Soundtrack2:’So did we’, Isis 

Soundtrack3 :’Parabola’, Tool

Soundtrack4:’Frankie Teardrop’, Suicide

Soundtrack5:’Up against the wall’, The icarus line

Soundtrack6:’Il seno’, Edda

Soundtrack7:’Domina’, Ritmo tribale 

Soundtrack8:’Watchfire’, Neurosis

 

 

 

Israele o Jihad?

in mondo by

02.08.2014
“Hai visto Platano ??? Ha smantellato i tunnel e sta ritirando progressivamente le truppe…. Non va al Cairo ai colloqui per la Tregua per non avere vincoli imposti con la firma di un cessate il fuoco… In questo modo Israele è libero di mantenere il blocco sui confini di Gaza con il proprio stato e reintervenire in qualunque istante senza che lo si possa accusare di violazione di un eventuale Cessate il Fuoco…. Vedrai che nei prossimi giorni/mesi si procederà alla smilitarizzazione delle brigate armate di Hamas e la Striscia verrà nuovamente affidata all’ANP di Mazen con cui Israele potrà procedere alla definizione per un’eventuale ricostruzione parziale dei centri abitati e per gli aiuti umanitari….”

04.08.2014
E’ l’ultimo, per ora, messaggio di Haaa Haa, la mia fonte in medio Oriente, che qualche giorno fa avevo contattato per cercare di capire qualche cosa in più sulla questione Israele/Palestina. Riporto la conversazione così com’ è avvenuta.

31.07.2014
Ma non credi che la situazione si stia incartando di brutto? Che faranno, occuperanno la striscia? Tra l’altro credo che Hamas sia indebolita al suo interno ed abbia perso il controllo della situazione in preda alla frammentazione di schegge impazzite jihadiste.

“Ciao Platano !!! Israele sta cercando di distruggere quanto più possibile l’arsenale di Hamas per disarmare completamente le brigate Ezzedin Al Qassam e di riflesso i Jihadisti… Con questo espediente il presidente egiziano Al Sisi, con l’appoggio del Mossad, stanno facendo in modo che il futuro “Cessate il Fuoco” abbia come prerogativa la smilitarizzazione della Striscia di Gaza riconsegnadola all’ANP di Abu Mazen, con cui Israele ha in corso diverse iniziative commerciali per fornitura di Beni e Servizi!!!! Il problema è che dell’estirpazione di questo cancro islamico/jihadista se ne può occupare solo Israele stesso con l’appoggio segreto dell’ANP di Mazen, quest’ultima troppo debole per portare a compimento lo scopo…..

Gia Shimon Peres stà cominciando a gettare qualche esca alla stampa circa questa possibile soluzione che in realtà è gia stata decisa…. Le operazioni in corso attualmente servono solo per ripulire il più possibile l’Area e contemporaneamente incrementare la percentuale di fiducia dei cittadini israeliani nei confronti del Likud di Nethanyau….”

Cmq tutto il resto sta cadendo in mano a jihadaisti vari. La Libia oggi è caduta. L’Isis attaccherà la Giordania? L’Isis non è finanziato dal Qatar?

“L’unica cosa a cui i media ancora non hanno fatto caso è l’affaire Iran…. Secondo me, vedrai, che di questo passo verrà colta la palla al balzo per creare un qualche pretesto affinchè Heil Ha Avir, l’aviazione israeliani radi al suolo i siti di Natanz e Al Bashir, dove risiedono le centrifughe per l’arricchimento dell’Uranio….”

Ma il capo di Hamas non sta pure lui in Qatar? Che mire ha il Qatar?

“Platano, il problema è questo !!! L’intero mondo arabo si è rotto i coglioni della Jihad…. Ovunque ci siano state primavere arabe, per rovesciare gli pseudotiranni che governavano limitando la libertà personale ma garantendo un tenore di vita elevato per tutti, con l’ascesa al potere di fratellanze musulmane varie, il popolo si è visto cadere dalla padella alla brace e oggi giorno, grazie ai social network, è sempre più duro tenere la gente soggiogata grazie all’ignoranza di ciò che accade nel mondo esterno….

Kaled Meshal, il capo dell’ala politica di Hamas, risiede in qatar !!! Il qatar è uno dei primi sostenitori finanziari della jihad e affini…. Hamas ormai ha capito di non aver l’appoggio della popolazione e l’unico modo per rimanere sulla scena politica internazionale è fomentare, provocare questo tipo di azioni, sperando sempre più di ottenere consensi dal mettere in luce l’enfasi militare con cui Israele risponde ai suoi attentati…. Chi credi che porti la gente nei siti dove collocheranno le rampe di lancio che i droni israeliani rilevano e annientano???? Chi credi che sia a posizionare rampe di lancio sui tetti di asili, ospedali, moschee ecc ecc…. Quello che combatte Hamas è prima di tutto un terrorismo mediatico, facendo leva sulla ben nota parzialità della stragrande maggiornaza di giornalisti europei, specialmente inglesi e italiani….

Io non sò se l’ISIS attaccherà la Giordania, ma se lo farà puoi starne certo che Israele interverrà sicuramente su richiesta della Giordania stessa…. A parte il fatto che in ogni caso, se l’ISIS continua così, quelli che dovranno essere più preoccupati sono gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita…. E con i soldi del loro petrolio sapranno comprare servizi di difesa dalle migliori nazioni in grado di fornirgliela, ossia USA e Israele….. Ricordi la prima desert storm, quella del 1991???? tutto nacque su richiesta dell’Arabia Saudita dopo che l’Iraq invase il Kuwait…”

01.08.2014

Senti. Ci stanno alcune cose che non mi convincono. In primis: Israele da solo potrà frenare l’ondata jihdaista che avanza su tutta l’area? ad esempio: c’è quella striscia geografica che va dalla Mauritania all’Afghanistan dove gli stati sono quasi del tutto scomparsi. Il Mali, il Niger, la Libia, il Sudan, la Nigeria, la Somalia, l’Iraq e la Siria non sono più Stati. Sull’orlo dell’esplosione sociale sono precipitati anche Marocco e Algeria. La Cisgiordania non c’è più, spezzettata dagli insediamenti. L’Arabia Saudita fino a quando terrà il controllo dei “suoi” jihadisti? I jihadisti nigeriani controllano il Nord del paese, si sono “federati” con i gruppi del Sahel e stanno penetrando nella parte meridionale di Chad e Sudan. L’Isis ha occupato metà Iraq, fondato un califfato e sta arrivando a Baghdad.

Secondo: riprendersi la Striscia nell’immediato tampona la situazione, ma la risolve? Non finirà con il radicalizzare i mille clan jihadisti che ormai hanno sfanculato Hamas? E quindi, Israele ce la farà a tenere a bada tutt’ stu burdellu?? Non rischia di incartarsi?

Il punto della questione per me è questo: di fronte a tale contesto di totale disfacimento e di seppellimento della ‘pace sociale’, una forza politica in grado di assumere decisioni e di assistere la popolazione nelle necessità minime (cibo, sanità, ecc.), potrebbe prendere il sopravvento. Non è che alla fine gli unici in grado di intervenire saranno i jihadisti? Israele ha preso in considerazione questa ipotesi?

Quindi: esiste un pericolo diffusione jihad? Israele sta facendo tali operazioni come guerra preventiva per tagliare tutti i presupposti per un’islamizzazione diffusa ed egemonica di tutta l’area? Teme e vuole evitare che da tutto questo sgretolamento venga fuori un vero e proprio Stato islamico? Oppure, avere nemici vicino alle proprie frontiere è una ‘strategia di protezione’ studiata a tavolino dal Mossad? E’ l’unico paese che si è accorto di questa dinamica geomilitare? Anche perché l’Europa al momento è sotto presidenza del replicante cazzonesco di Giorgio Mastrota in versione televendita perenne (non che le alternative siano migliori) e gli Usa ormai ragionano nell’ottica ‘arriviamo, vi infettiamo e ce ne andiamo, lasciandovi un governo fantoccio che gestiamo attraverso le basi militari costruite nel deserto, isolate, autosufficienti, aliene ed avulse da tutto ciò che succede’.

“Ma Israele non ha rioccupato la striscia e non vuole neanche…. Ariel Sharon nel 2004 la restituì xche’ conscio che il fattore demografico sarebbe stato sfavorevole x i governi israeliani…. Le uniche unità di fanteria presenti a Gaza sono i genieri che devono mappare, perlustrare e distruggere i tunnel… I caduti sono tra i soldati che devono coprire le operazioni dei genieri, mica le truppe a terra devono guadagnare e conquistare terreno…. La radicalizzazione di gruppetti jihadisti e lo smembramento di hamas in tanti gruppetti destabilizzerà l’intero medioriente e l’unico stato a sapersi e potersi difendere e’ solo Israele…. I problemi saranno di Egitto, Giordania, Siria, Arabia Saudita, ecc ecc

No Platano. Israele non sta facendo una guerra preventiva, xche’ militarmente e’ perfettamente conscio del proprio deterrente e del proprio potere reattivo… Chi e’ la vera vittima dei comportamenti di Hamas e’ l’anp di Mazen, l’unico interlocutore palestinese con cui Israele e la comunità internazionale possano intrattenere rapporti diplomatici e con essi conoscitivi per la soluzione del problema ” stato palestinese”, “coloni in Cisgiordania” e fornitura di beni e servizi al nuovo stato… Purtroppo l’anp e’ debole nei confronti di un’organizzazione terroristica che governa una parte del territorio palestinese densamente popolata…. Qual’ora Hamas e la jihad venissero annientate, l’anp avrebbe tutta la libertà di gestire la popolazione e il territorio palestinese in modo completamente autonomo e intrattenere rapporti commerciali e diplomatici con Israele , magari si potrebbe anche giungere ad una pace stabile con una road map duratura….”

(continua.)

Soundtrack1:’Music for a forgotten future’, Mogwai

Soundtrack2:’Angoli’ –  ‘Distanze’, Fine Before You Came

Soundtrack3:’Come fare a non tornare’, Fine Before You Came

 

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