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A quanto pare, pure del Belgio non ve ne frega un cazzo

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Chissà perché me l’aspettavo.

Della valanga di messaggi e attestati di solidarietà che avevano inondato la rete al momento degli attentati di Parigi lo scorso novembre, oggi, in occasione della strage di Bruxelles, se n’è vista una minima parte – perlomeno in Italia, dove si preferisce ridere della foto di Salvini.

Certo, che l’ago della bilancia dell’empatia pendesse in una certa direzione era abbastanza evidente, e i commentatori filoparigini dell’epoca l’avevano messo in chiaro: piangiamo i morti della capitale francese perché sono i nostri morti, vittime europee di un male straniero, vicini di casa e parenti d’oltralpe falciati dalla furia islamica. Potevamo esserci noi stessi, seduti a quei bar a bere una Perrier o a mangiare un croissant.

Strano però che lo stesso senso di appartenenza, la stessa vicinanza non venga sentita nel caso del Belgio: Bruxelles è in qualche modo la capitale dell’Unione Europea, la distanza dall’Italia è tutto sommato ridotta e vi è un grande numero di giovani connazionali che vivono e lavorano in quella città. La civiltà è la stessa, per così dire, eppure il trattamento riservato alle due capitali francofone è decisamente diverso.

Le possibili spiegazioni a questo atteggiamento sono tante, tuttavia, forse un po’ in malafede, viene il dubbio che la preferenza accordata alla Francia sia, in un qualche modo, di natura “estetica”. D’altronde, Parigi è indubbiamente più bella e interessante di Bruxelles: la torre Eiffel, i macarons, il Moulin Rouge, Chanel e Dior, la rive gauche, gli impressionisti, la baguette sotto l’ascella, gli Champs Élysée, l’esistenzialismo, le corse nel Louvre, ecc., contro…boh, cosa c’è a Bruxelles? La birra e le patatine fritte? Insomma, tutti siamo stati a Parigi almeno una volta nella vita e il nostro immaginario collettivo è ubriaco di luoghi comuni sulla capitale francese, mentre il povero Belgio è perlopiù relegato al ruolo, grigio e noioso, di sede del Parlamento europeo. Di certo non un argomento da social.

Rimane allora l’impressione che tutta la storia della cosiddetta “solidarietà socio-culturale” fra paesi appartenenti a una sfera comune sia, fondamentalmente, una cazzata, e che, ancora una volta, a muovere i nostri sentimenti sui social siano piuttosto le spinte mediatiche del momento, le chiacchere generaliste della socialità da baretto e, last but not least, un certo gusto osceno nel compiacersi di aver preso parte (retroattivamente) al grande turismo della tragedia: ‘sai, in quel bar a Parigi una volta ho bevuto un caffè.’

D’altronde, #jesuisbruxellois è molto più difficile da scrivere – o da pronunciare.

Si è sempre froci col culo degli altri

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Si è sempre froci col culo degli altri, diceva un tale. Ma qui i veri froci invadenti sono piuttosto gli eterosessuali dichiarati, i difensori della “vita” senza se e senza ma – ma quale vita? –, insomma tutti quelli che in questi giorni se la stanno prendendo con Nichi Vendola e la sua scelta di ricorrere a un utero in affitto con il compagno Ed Testa.

Lasciando perdere il solito sudiciume cattolico, tanto sappiamo come sono fatti, quel che preoccupa sono le masse ipoteticamente laiche che si permettono di giudicare la scelta di un individuo sulla base di presunti principi universali, e che di universale hanno in realtà ben poco. Fra questi Beppe Grillo, che si dice “spaventato” dalla leggerezza (?) di Vendola e del fenomeno “low cost” tipico della contemporaneità: tutto è in vendita di questi tempi, signora mia, che schifo i ricchi occidentali annoiati che vanno a comprarsi un figlio all’estero.

“Capricci da ricchioni,” li definiva qualche giorno fa un mio amico, come se appunto il desiderio di paternità si limitasse a una semplice voglia da checca, una moda passeggera da soddisfare il prima possibile a suon di contanti. Come se l’emotività, l’interiorità, di una persona si limitasse alla sfera del consumo, e i bisogni dell’anima fossero tutto sommato elementi di secondo piano rispetto al contorno socio-economico – figurati poi quando si parla di froci. Il desiderio è, nella migliore delle ipotesi, ignorato o, nella peggiore, additato come potenzialmente pericoloso, al limite del vizio.

Così, i crociati della vita che non esitano a battersi in nome della dignità umana sono altrettanto propensi a dimenticarsi l’elemento costitutivo della nostra umanità: i desideri, i sogni, le aspettative. Tutto questo certo non semplifica la questione dell’utero in affitto, ma è una variante che non può essere ignorata quando si parla di diritti – quelli veri, non i deliri terzomondisti dei fuffologi da bar scandalizzati per le madri “in vendita”. Ci giochiamo la nostra umanità sul piano delle emozioni e dei sentimenti, non su questioni di principio.

Tutto il resto è pura ipocrisia.

Cercasi Gesù: Beppe Grillo e l’ipocrisia cattolica

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Non so se ve lo ricordate, ma nel 1982 Beppe Grillo tentò la carriera cinematografica collaborando con Luigi Comencini su una produzione liberamente ispirata a L’idiota di Dostoevskij. Il film, Cercasi Gesù, vedeva Grillo come protagonista nei panni di un sempliciotto sbucato dal nulla e assoldato da un’editrice cattolica per rappresentare il volto moderno del Cristo.

In una critica serrata della società italiana degli anni ’80, Grillo e Comencini mostravano tutta l’ipocrisia di una Chiesa desiderosa di mostrarsi al passo coi tempi e sostenuta da una gerarchia ecclesiastica alla scoperta del marketing, ma al tempo stesso incapace di liberarsi del suo fardello di avidità secolare, intolleranza e paura del nuovo.

Grillo incarnava perfettamente il potenziale dell’uomo della strada, intellettualmente semplice ma di un’onestà disarmante, che preferisce passare il suo tempo tra bambini handicappati e terroristi redenti piuttosto che sporcarsi le mani con gli affarucoli di scribi e farisei vaticani. Proprio come il Gesù dei Vangeli, il personaggio del comico genovese metteva alla berlina le contraddizioni dell’autorità religiosa con esempi di reale virtù e azioni di umana solidarietà.

Un Beppe Grillo coraggioso insomma, che non esitava a puntare il dito contro la Chiesa cattolica pur mantenendo una sobrietà nei toni e nei contenuti molto distante dai metodi adottati in tempi più recenti. Era la coscienza a parlare all’epoca, non lo stomaco di un branco di elettori incazzati e sbraitanti. Una coscienza che sembra ora del tutto scomparsa, per fare spazio a un mix ributtante di attitudini forcaiole, realpolitik e semplice indifferenza per tutti quei temi che esulano dalla rabbia della gggente.

A quanto pare, il ddl Cirinnà rientra perfettamente quest’ultime due categorie, laddove l’opinione di una minoranza cattolica all’interno del M5S e un probabile disinteresse personale per le questioni civili sono bastate a Grillo per proclamare la “libertà di coscienza” sul voto al Senato, sabotando di fatto l’iter futuro del disegno di legge. Un intervento a gamba tesa che, ben lungi dal garantire genuini spazi di manovra ai parlamentari grillini, rischia in un’ultima analisi di consegnare il destino dei diritti omossessuali nelle mani del solito Cattolicesimo di regime.

Chissà cosa direbbe oggi, di tutto questo, il Gesù di Grillo e Comencini.

Non tutti sono Charlie (per fortuna)

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Diciamolo chiaramente: non c’era niente di più lontano dallo spirito dissacrante, irriverente e provocatorio del settimanale francese Charlie Hebdo che la solidarietà trasversale, piaciona e probabilmente ipocrita di molti di coloro che l’anno scorso si sono fregiati dello slogan “Je suis Charlie”.

Una rivista satirica è fatta per dividere, non per unire. Non deve piacere a una maggioranza – che, per sua stessa natura, è pecorona e disperatamente aggrappata alle vesti logore del potere –, bensì deve indispettire il più alto numero di persone possibile, scandalizzare i benpensanti e infastidire le gerarchie. Un umorismo socio-politico che attira consensi ha fallito nel suo intento: se il re è nudo e tutti sono già d’accordo non c’è proprio niente su cui puntare l’attenzione.

Non posso quindi che dirmi contento che nell’anniversario della strage la redazione di Charlie Hebdo sia rimasta fedele alla sua natura: far incazzare un sacco di gente. La copertina dell’ultimo numero ci mostra il vero responsabile della carneficina dello scorso 7 gennaio, ovvero un Dio dalla faccia truce, armato di kalashnikov e con la veste sporca di sangue. Un ottimo modo per far uscire allo scoperto scribi e farisei: non ha infatti tardato la pioggia di critiche e rimostranze di alti esponenti del mondo cattolico e islamico, inevitabilmente indignati per la profanazione religiosa. La rivista ha fatto ancora una volta il suo mestiere in maniera eccellente, mettendo alla berlina ed esponendo tutti quelli che, in fondo in fondo, della libertà di risata farebbero anche a meno.

Loro non sono Charlie, e non lo sono mai stati.

Dei migranti morti in mare non ve n’è mai fregato un cazzo

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Martedì, al largo dell’Egeo, sono morti 11 migranti, tra i quali 5 bambini, in seguito all’affondamento del barcone su cui viaggiavano proveniente dalle coste turche. Le cifre ora parlano di circa 700 bambini morti in mare dall’inizio dell’anno – e dire che non siamo ancora arrivati a Natale.

La notizia è rimasta in testa ai maggiori siti di informazione giusto 24 ore, il tempo di essere sostituita da qualche attualità più ghiotta (il vecchio suicida per colpa delle banche, la guerriglia ultrà a Napoli, un blitz nel Casertano contro i Casalesi, ecc…). Sulle bacheche Facebook ancora intasate di messaggi di solidarietà per la Francia non è apparso niente: bisognerà forse aspettare che Zuckerberg crei un colore adatto da applicare ai profili per i morti in mare. In televisione ieri sembravano tutti preoccupati per le dichiarazioni di Putin sull’uso dell’atomica in Siria, e mi sa che oggi sarà il turno delle banche cattive che spingono la povera gente ad ammazzarsi.

Il lutto stavolta è stato breve, d’altronde undici morti sono obiettivamente pochi: probabilmente c’è una conta ufficiale per stabilire da che numero di decessi in poi è lecito indignarsi per più di una giornata. Per non parlare della distanza geografica: l’Egeo è mica il canale di Sicilia, saranno problemi dei Greci, finché non arrivano i cadaveri sulle spiagge di Lampedusa dov’è il problema? Poi si sa che l’emozione si misura non solo in quantità delle vittime e chilometri, ma anche in tratte aree: a Parigi con Ryanair ci arrivi in un’ora e mezza, invece per le isole greche con le compagnie lowcost è un casino.

Scriveva un giornalista del Washington Post qualche settimana fa, in merito agli attacchi alla capitale francese, che “il dolore è un’emozione personale, e quando è sentito veramente, non è sempre giusto o proporzionato alla demografia mondiale”. Eppure, l’impressione è che di personale in fatti e notizie che coinvolgono le masse ci sia veramente poco: se davvero l’individualità fosse ciò che determina questo genere di reazioni, nel caos generale di 7 miliardi di sensibilità diverse ogni singolo avvenimento avrebbe più o meno lo stesso peso. Non è così che funziona, mi sembra.

Temo piuttosto che quella della sensibilità individuale (che sarebbe lecita proprio perché, appunto, individuale) sia un’enorme balla: di individuale nella nostra commozione a orologeria c’è veramente poco, siamo pecoroni attaccati a internet e allo schermo della televisione pronti a cogliere le emozioni filtrate dai capricci mediatici. Capricci mediatici, sia chiaro, a cui prendiamo attivamente parte, contribuendo a costruire sistemi mitologici di indignazioni momentanee e fobie a misura di mouse o telecomando.

Questo non significa necessariamente che la nostra attenzione debba essere costantemente indirizzata a tutti i mali del mondo. Una selezione è doverosa o perlomeno inevitabile (piangiamo molto di più se ci muore il gatto che per un attentato kamikaze a Tel Aviv), tuttavia bisognerebbe finalmente riconoscere l’ipocrisia e i limiti di questo atteggiamento a correnti alterne. Perché i morti in mare che tanto ci avevano commosso qualche mese fa ora ci sono del tutto indifferenti? Com’è possibile che la nostra rabbia, la nostra indignazione, abbia la durata di vita di un moscerino della frutta?

La capacità di emozionarsi probabilmente non rappresenta una virtù. Almeno non nel senso stretto del termine: le emozioni sono temporanee, così come l’empatia, che può essere spenta e accesa come un qualsiasi interruttore. L’attaccamento (l’amore?) per una persona, un’idea, una causa, è tutto un altro paio di maniche. Fuori da questo schema, il resto è sostanzialmente irrilevante.

Vaticanleaks: si è sempre cattolici col culo degli altri

in politica/società by

Dopo settimane e settimane di ingerenze vaticane sul caso Marino con commenti del tipo “vicenda farsa”, sgambetti papali malcelati e veri e propri interventi politici, l’ennesimo Vaticanleaks delle ultime ore meriterebbe una risposta adeguata da parte di tutti i cittadini italiani – ovvero un sonorosissimo pernacchione.

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?”, diceva un tale. E la trave nell’occhio del Vaticano ha assunto (si può ben dire) dimensioni bibliche. Certo, non che tutto ciò rappresenti una novità nella bimillenaria e corrottissima storia del Cattolicesimo, ma l’ultima vicenda è particolarmente sintomatica dello stato di salute dell’intera piramide del potere papale: non dimentichiamo infatti che i due responsabili della fuga di notizie, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, erano entrati a far parte della Cosea (Commissione di studio sulle attività economiche e amministrative) su iniziativa dello stesso Francesco, in un’ottica di rinnovamento politico e morale delle istituzioni della Santa Sade.

Insomma, l’irreprensibile Bergoglio si è ritrovato con le uova rotte nel paniere, in buona parte per sua stessa responsabilità. Si tratta sicuramente di un errore in buona fede, ma che mostra in maniera piuttosto evidente quanto sia estesa la metastasi del malcostume curiale. Quella morale che dovrebbe costituire la spina dorsale del messaggio evangelico sembra mancare proprio alle radici stesse della spiritualità cattolica: se Roma marcisce, l’origine dell’infezione va cercata a San Pietro piuttosto che in Campidoglio.

Insomma, pare proprio che le gerarchie cattoliche non abbiano proprio niente da insegnarci in merito a morale ed etica politica. Eppure, le ingerenze continuano con un’ipocrisia degna del peggior Don Abbondio. Senza contare la vecchia (ma non secondaria) faccenda della sovranità degli Stati nazionali: con che diritto un capo di Stato straniero si permette di (letteralmente) pontificare sulla situazione politica di una Repubblica indipendente? Libera Chiesa in libero Stato ‘sto par de palle, la situazione ha veramente del grottesco.

Tutto questo dovrebbe allora farci riflettere che un pernacchione al Vaticano forse non basta. Magari è giunta finalmente l’ora di rispondere per le rime: attendo con ansia dichiarazioni e critiche di esponenti politici italiani nei confronti di quella che è l’unica, vera farsa – la credibilità stessa dell’istituzione vaticana. Un’attesa probabilmente inutile, ma chissà che un giorno qualcuno finalmente sbotterà, esasperato, esclamando: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a sepolcri imbiancati, i quali dall’esterno appaiono belli, ma dentro son pieni di ossa di morti e di ogni immondezza. Allo stesso modo anche voi all’esterno sembrate giusti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.”

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo di porgere l’altra guancia.

Elogio della bestemmia

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Fra tutti i casini a cui è soggetta la giunta Marino (Mafia Capitale, le strade sempre allagate, i ritardi sul Giubileo, il Papa incazzato, l’invasione degli Evroniani), c’è chi trova pure il tempo per polemizzare sulla bestemmia dell’ormai fantozziano assessore Esposito, pronunciata, a quanto pare, nel corso di una lite furibonda in assemblea capitolina col consigliere Dario Rossin.

Al netto dell’opportunismo politico in una situazione di per sé delicata, dove ogni scusa è buona per infierire ulteriormente sul già agonizzante clan Marino, è interessante notare come la bestemmia venga stigmatizzata in un contesto, l’agone politico, che certo non brilla per savoir faire ed eleganza di costumi. La parolaccia, l’insulto personale e finanche la diffamazione sono pane quotidiano sulla scena pubblica, al punto che certi personaggi stranoti – da Gasparri a Buonanno, passando ovviamente per Beppe Grillo – possono dedicarsi quotidianamente all’impropero, all’allusione volgare o all’attacco diretto senza che alcuno batta ciglio. Eppure, in tutto questo, la bestemmia rimane un tabù, una sorta di area protetta alla quale persino il politico più scafato deve fare attenzione se non vuole ritrovarsi in un ginepraio di scuse improbabili e autodafé mediatici.

“Gioca coi fanti ma lascia stare i santi,” dice l’adagio. Ovvero, in Italia l’insulto personale si pone in secondo piano, su scala valoriale, rispetto alla blasfemia, all’offesa della sfera celeste. Laddove qualsiasi altra parolaccia è consentita, laddove sul piano morale l’accostamento di un epiteto volgare al nome di una persona è in un qualche modo accondisceso, al nome del Signore viene concessa una vera e propria immunità, un salvacondotto da quel turpiloquio così caro alla nostra realtà italica.

D’altronde, la sensibilità individuale è sempre la prima ad essere evocata: quante volte ci siamo sentiti dire, da credenti e non, che “le parolacce van bene, ma le bestemmie proprio no che mi disturbano”? Come se, appunto, la sensibilità del singolo giustificasse l’uso di un certo vocabolario piuttosto che un altro; così, se io sbatto un alluce contro la gamba di un tavolo e urlo “Cazzo!”, va tutto bene, capita, si è fatto male, vorrei veder te al suo posto, mentre se mi scappa un “porcamadonna” altrettanto liberatorio come minimo mi becco una pletora di occhiatacce e sguardi accusatori da tutti i presenti. Ugualmente, mutatis mutandis, se il vaffanculo costante dei grillini non è altro che l’espressione di un disagio sociale profondo, la bestemmia dell’assessore esasperato diventa invece un caso politico.

Insomma, “diocane” “porcodio” “madonnaladra” e varianti del caso risultano oggi essere molto più disturbanti, se non addirittura scioccanti, rispetto al vasto panorama linguistico di parolacce e insulti nazionali e dialettali. Panorama che, fra l’altro, nel corso dei secoli si è arricchito, in termini di blasfemia, anche grazie alla meravigliosa fantasia locale dei nostri avi: chiunque provenga da regioni come Veneto, Emilia o Toscana sa che il vero suono di casa non sono le campane della domenica, ma i “diocagnassléder” dei vecchi durante gli esecrabili tornei di briscola nei bar di paese.

E così, immemori del nostro passato di fieri bestemmiatori popolani, garantiamo alle fregnacce su Dio, la Madonna e diecimila santi una cura speciale, un’attenzione particolare, di cui noi stessi, come individui, non possiamo minimante godere. L’Invisibile (o l’Inesistente, secondo alcuni), merita molto più riguardo dell’essere umano reale, in carne e ossa. Ancora una volta, fingere di rispettare qualcosa che non è di questo mondo risulta molto più facile che fare i conti con la propria coscienza.

Prendetevi pure i vostri cari, amati vaffanculo. Io mi tengo stretto il mio diocane, che tanto lassù non c’è nessuno che possa davvero offendersi.

Marinella

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La storia è arcinota. Nel dicembre 1967, Mina aveva da poco fondato con il padre, Giacomo Mazzini, un’etichetta discografica indipendente con l’obiettivo di pubblicare i successi musicali della Tigre di Cremona in maniera del tutto autonoma . Il primo disco della Platten Durcharbeitung Ultraphone (PDU) di Lugano conteneva dodici tracce di artisti diversi provenienti da varie parti del mondo, il cui unico punto in comune era l’essere stati selezionati da Mina e i suoi collaboratori per il “debutto”.

Nei mesi successivi, una serie di singoli estratti dall’album decretarono il successo commerciale della nuova etichetta, con decine di migliaia di copie vendute in Italia già nei primissimi giorni. Il secondo LP della serie, un 45 giri apparso nel febbraio del ‘68, conteneva sul lato A una ballata dai toni vagamente decadenti la cui versione originale era stata realizzata e incisa tra anni prima da un giovanissimo e semisconosciuto cantautore di Genova, all’epoca appena venticinquenne.

La canzone di Marinella di Fabrizio de André irruppe nelle case della maggior parte degli Italiani quello stesso anno, grazie ai (come li chiameremmo oggi) “videoclip” dei celeberrimi Caroselli Barilla: in poco più di un minuto, in uno stile a metà tra la chanson française e il pop britannico, Mina riuscì a raccontare al Paese intero la passione della sfortunata Marinella e delle sua tragica fine lungo le sponde di un fiume affamato di giovani innamorate.

Fatto curioso, era la seconda volta che Mina portava al successo una canzone il cui testo parlava – sebbene in modo metaforico – di una puttana: nel 1960 era uscito sotto l’etichetta Italdisc Il cielo in una stanza, raccolta di interpretazioni minesche che traeva il titolo dall’omonima canzone di un altro giovane e (all’epoca) altrettanto sconosciuto paroliere genovese, Gino Paoli.

Storie di iniziazioni sessuali ed educazioni sentimentali, La canzone di Marinella e Il cielo in una stanza cercavano in ugual misura di sensibilizzare il grande pubblico italiano al lato umano della prostituzione, attraverso l’esperienza concreta della gioventù genovese e delle sue avventure in via del Campo.

Tuttavia, De André aggiungeva alla poesia da strada una sfumatura a dir poco politica: la storia di Marinella traeva ispirazione da un fatto di cronaca, ovvero il tragico omicidio di una prostituta adolescente il cui cadavere era stato ritrovato sul greto del fiume Tanaro, in Piemonte. La solitudine umana, esistenziale e finanche legale di una categoria ai margini veniva così sbattuta in faccia a milioni di Italiani, normalmente intontiti dal crescente benessere economico e dall’ipocrisia democristiana.

Lunedì 17 agosto 2015: una prostituta di origine rumena che batteva a Volpiano, nei dintorni di Torino, è stata massacrata di botte e ridotta in fin di vita da un cliente “insoddisfatto”. L’ennesimo caso di violenza e abusi nei confronti di una sex worker, tra l’indifferenza generale delle sinistre, dei liberali e di buona parte della Chiesa Cattolica. Paradossalmente, solo quei balordi della Lega sembrano continuare una lotta per la legalizzazione della prostituzione decisamente controcorrente rispetto all’andazzo europeo. Basti pensare alla civilissima Francia socialista dei matrimoni omosessuali, ostinata nel suo progetto di penalizzazione – come se punire i clienti fosse un buon mezzo per garantire sicurezza e dignità a esseri umani che vogliono semplicemente guadagnarsi da vivere. Briciole nascoste sotto il tappeto, e sangue che cola.

A distanza di più di cinquant’anni, Marinella continua a volare in cielo su una stella.

Oh fascist, where art thou?

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C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

Immigrazione: una soluzione finale

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Signori, la situazione è chiaramente diventata insostenibile.

Gli sbarchi di immigrati sono sempre più numerosi, il fatto che siano costretti all’illegalità li rende un’enorme fonte di reddito per la criminalità organizzata, le condizioni degradanti in cui vivono in Italia li portano a diventare (se non lo erano già) criminali e ad abusare di alcool e sostanze stupefacenti. La politica si rifiuta di affrontare la questione in maniera realistica proponendo sparate occasionali in presenza di disastri e ignorando la situazione quanto più possibile. I media, d’altro canto, oscillano tra la costruzione di un clima di sospetto, quando non di paura, e improvvisi rigurgiti di una vacua pietas da riflesso pavloviano.

Eppure la soluzione c’è, ha già funzionato in passato per grandi civiltà ed è parte di una lunga tradizione che, orgogliosamente, ci vede eredi: i giochi gladiatori.

Invece di farli affogare soli e lontano dalle telecamere, reclutiamo profughi e migranti, li addestriamo e li facciamo combattere per il pubblico. Si creeranno una serie di competizioni suddividendo peso, stile di lotta e tipo di match (Team Tag Match, Royal Rumble, Spada, Lancia o mani nude) da trasmettere in alternativa al calcio, o alla formula uno; le fasi di selezione e allenamento diventeranno reality show, il pubblico deciderà la pena degli sconfitti su twitter, siamo già in trattativa con Russel Crowe per apparire come special guest.

So che, come tutte le idee innovative, c’è bisogno di un attimo per apprezzarne tutti gli aspetti ma se mi concedete cinque minuti provvederò ad illustrarvi tutti i vantaggi della soluzione a fronte dei quali i contro risultano pressoché risibili.

Innanzitutto l’aspetto economico: il business plan mostra che, a fronte di una spesa iniziale per le infrastrutture, i guadagni crescono in maniera esponenziale. Pensate ai proventi televisivi, al merchandising, all’esportazione del format in tutto il mondo (gli Stati Uniti si sono detti molto interessati): sarebbe un trionfo per il Made in Italy. Inoltre si creeranno numerosi posti di lavoro (pensate al reclutamento, al training, alla costruzione delle infrastrutture) che abbatteranno la disoccupazione e alzeranno il gettito fiscale.

L’aspetto comunicativo, d’altro canto, potrebbe apparire un po’ ostico ma in verità la GI (Gladiator Initiative) non è che il naturale approdo della strategia mediatica tesa alla disumanizzazione di “negri”, “arabi” e “zingari” che in Italia da anni riscuote notevole consenso (un trend riscontrabile anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti) in modo del tutto trasversale: non è un caso che il firmatario della legge che ha inventato i CIE sia stato eletto (due volte) Presidente della Repubblica. D’altronde il concetto di Monkeysphere è chiaro: l’empatia verso queste persone è al più frutto di un senso di colpa individuale del quale il pubblico sarà più che lieto di liberarsi. In questo una grossa mano ci è venuta dai media che negli ultimi anni anni hanno sempre più avallato il concetto che il cosiddetto “razzismo” è null’altro che la coraggiosa espressione di una minoranza che non si piega al politicamente corretto o, in alternativa, un’insieme di esternazioni forse un po’ “fuori luogo” o “sopra le righe” ma scevre di cattive intenzioni.

Tutte le nostre analisi concordano nell’indicare che il mercato (scusate, l'”opinione pubblica”) risponderà positivamente alla GI: l’assenza di empatia verso target quali “negri”, “arabi” e “zingari” è già una realtà, e va solamente innescata inquadrando la questione sotto il corretto punto di vista: il nostro fine è attrarre segmenti di mercato diversificati per creare un sentire condiviso.

Ad esempio, per i più poveri si punterà sul succitato aspetto economico anche sottolineando il risparmio confrontato alle alternative: infatti sia la copertura militare delle coste, tesa all’affondamento dei natanti, che la distruzione preventiva di tutti i porti di Libia, Egitto e Libano è chiaramente troppo dispendiosa ed impegnativa per le nostre forze armate.

Presso le fasce di pubblico più informate sono due gli argomenti da affrontare: da un lato l’inconcludenza delle proposte attuali (ad esempio “Ok, gli abbattiamo le case con le ruspe. E poi? Dove andranno? Tornano per strada a rubare?”) e dall’altro la possibilità di scelta per l’individuo, che, invece di crepare in mare, potrà combattere per la libertà.

Verranno coinvolti nel progetto anche gli attuali residenti nelle prigioni venendo così incontro alle richieste dell’Europa di diminuire la popolazione carceraria: si includeranno gli zingari in questo gruppo in quanto rientranti nel target stabilito ,a prescindere dal fatto che siano o meno “italiani”.

I soggetti non adatti al combattimento potranno essere utilizzati per sperimentazioni mediche: in questo modo si attrarrà ulteriore consenso dal mondo animalista.

Inoltre, tramite selezioni mirate, si provvederà a graziare un (limitato) numero di concorrenti, qualora si convertano al cristianesimo (pare sia un bias che fa abbastanza presa su certe fasce di popolazione): oltre a, chiaramente, accontentare la Chiesa, provvederà ottimo materiale per la programmazione pomeridiana.

Comune a tutti questi argomenti, e pietra miliare della nostra opera di persuasione, è, e dovrà sempre essere, il rifiuto dell’ipocrisia, del buonismo e di tutte le falsità moralizzanti che impregnano la società: a tutti noi, lo sappiamo benissimo, di negri, arabi e zingari non frega nulla, sono quindici anni che non li consideriamo esseri umani e li facciamo crepare senza che ne siamo minimamente toccati, non dobbiamo aver paura di dirlo perché è normale che sia così, è come siamo fatti e non c’è niente di male. E per giunta non c’è davvero alternativa: l’unica soluzione possibile è una soluzione finale.

Il diritto a essere dei poveri stronzi

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Quanti di voi non hanno dormito per i 900 morti nel Mediterraneo? Quanti di voi hanno lasciato lì la cena, lo stomaco troppo chiuso dal dolore per potere affrontare un’altra forchettata? Quanti di voi si sono recati di corsa dallo psicologo per dare sfogo a un insormontabile senso di lutto? Quanti, pochi? Pochissimi? Nessuno?

Io di certo no. La verità è che non me ne frega un cazzo.

La mia reazione alla notizia è stata un “poverini” biascicato davanti al televisore, prima di passare all’ultima puntata di House of Cards e spendere il resto della giornata a mangiareberescoparedormire tranquillamente, con l’unico pensiero della sveglia maledetta il lunedì mattina.

E voi, cosa avete fatto? Stracciate le vesti, siete corsi giù in Sicilia ad aiutare quei poveri disgraziati appena sbarcati dal gommone? Vi siete arruolati in una qualche milizia anti-qualcosa per difendere a spada tratta i più deboli? Vi siete candidati al parlamento europeo per ribadire l’importanza dei diritti umani?

Niente di tutto questo, vero?

E non venitemi a dire che voi fate volontariato nella mensa di stocazzo tutte le domeniche a pranzo, o che a cinque anni avete adottato un bimbo negro della vostra età che ora grazie ai vostri soldi è presidente degli Stati Uniti. Nella maggior parte dei casi sono poco più che hobby, riempitori di buchi di tempo, fillers, passatempi passeggeri pronti ad essere accantonati di fronte alle priorità della vita reale (priorità che comprendono una vasta gamma da “nonna morente all’ospedale” a “partita di calcetto”).

Allora, sarà mica che, sottosotto, neppure a voi frega un cazzo?

E non state sbagliando, eh. Siete semplicemente dei poveri, stronzissimi esseri umani. Avete i vostri guai, i vostri casini, le vostre personali battaglie da affrontare quotidianamente, e non potete di certo perdere tempo a preoccuparvi di perfetti sconosciuti. È così che funziona, tiriamo avanti con le nostre vite a discapito dei miliardi di tragedie che si affacciano continuamente sulla porta della realtà. Un giorno ce ne sarà anche per noi, però ce ne freghiamo. Non possiamo fare altro. È persino un nostro diritto, è forse è ora che venga riconosciuto, senza troppi scassamenti di minchia da parte dei soliti moralisti da cappuccino&gazzetta che discutono su cosa è giusto e cosa è sbagliato. L’universo va in malora, e abbiamo il sacrosanto diritto di strafottercene.

Siamo figli della nostra piccolezza, e forse, in fondo, va bene così.

Empatia a comando

in mondo/società by

Si è sollevata da più parti (una su tutte Sua Maestà Flavione Briatore, dalle colonne, sempre ricettive, de Il Giornale), la questione dell’innegabile doppiopesismo riservato della eco mediatica alle tragedie nostrane, rispetto a quelle extra-nazionali.

Ora, il discorso è delicato e lo diciamo subito, così non si agita nessuno: le morti (come le vite) hanno pari dignità, indipendentemente da dove accadono le tragedie o dal numero di vittime che fanno.
Le morti però (come le vite), non hanno affatto tutte lo stesso peso: è un dato con cui bisogna fare i conti, come convitato di pietra alla vita quotidiana di qualsiasi organizzazione sociale. Ovunque, cari amici. La questione è certamente spinosa, ma comunque indagabile se decidiamo di voler superare la retorica, aprendoci ad un po’ di comprensione di noi stessi.

Prendiamo il paragone tra la recente tragedia del Kenya con l’attentato parigino di gennaio. La grande macchina mediatica –che le notizie le forma, costruisce e distribuisce– è cosa dell’Occidente (libera interpretazione lasciata al lettore), e come tale soffre di un principio inevitabile di localizzazione geografica: si parla di più delle cose vicine, o se ne parla quantomeno con maggior coinvolgimento. Non c’è niente da fare, né qualcosa di sbagliato: è un processo in realtà molto umano. C’è del tragicomico e del paradossale nel presunto imbarazzo del rendersene conto, così come c’è dell’ipocrita nell’ostentarlo con contrizione, questo imbarazzo.

A tutto ciò si aggiunge la questione della percezione: quanto sono destabilizzanti le cose che succedono? Una strage in un luogo percepito come estremamente organizzato, stabile e ordinato, produce naturalmente un impatto più caotico rispetto alla strage del luogo di guerra. La situazione keniota sembra in effetti piuttosto stabile politicamente, ma certo non beneficia di solidità economica o culturale. Niente di paragonabile al cuore del centro parigino, insomma. Ogni giorno avvengono attacchi terroristici in Medio Oriente che hanno semplicemente smesso di fare notizia. Siamo cattivi e senza cuore per questo? È il solito Occidente perfido e disumanizzato? No, è una questione di percezione, ed è la risultante di una condotta profondamente umana, in effetti. Sentirsi colpiti nel cuore della propria omogeneità geografica e culturale provoca reazioni nettamente più sconvolgenti che in assenza della percezione di qualcosa di proprio. C’è qualcosa di strano? Ci credo poco: le reazioni sono proporzionali al grado di vicinanza. Se un conoscente fosse stato coinvolto nell’attacco parigino, o in quello keniota, il vostro (nostro) registro sentimentale sarebbe già tutt’altra cosa.

L’empatia forzata è, allora, ridicolmente ipocrita, tanto più per la chiarezza della sua forzatura. Il solo processo collettivo di autoflaggelarsi dicendosi che no, non dovremmo provare più coinvolgimento per un fatto piuttosto che un altro, già denatura completamente il coinvolgimento stesso, che non può che essere un processo naturale. Direi che possiamo lasciar stare l’egoismo, la corruzione morale, la fine dei valori e altre ciance simili, e cercare di ritrovare un po’ di comprensione, oltre che verso gli altri, anche verso noi stessi.

Whoring class hero

in società by

Qualche tempo fa il buon Capriccioli sosteneva che, qualora risultato di una libera scelta, la prostituzione fosse, in buona sostanza, un mestiere come un altro. Ora, nonostante lo shock che  so di stare per causarvi, lo scopo di questo post NON è sviscerare quante e quali nefandezze dialettiche il suddetto Capriccioli abbia commesso per affermare una simile fandonia in quanto sull’argomento in questione sono del tutto d’accordo con lui.

Se, infatti, tralasciassimo un momento le considerazioni di natura morale ed esaminassimo la questione su un livello puramente astratto, apparirebbe evidente come la transazione in atto sia, in buona sostanza, una questione di affari: invece di utilizzare il mio corpo per me ne cedo temporaneamente l’utilizzo a qualcun altro, affinché lo usi per se, in cambio di un compenso, sia esso monetario o meno. Tuttavia, una volta ridotta la faccenda in questi termini elementari, mi risulta difficile individuare differenze, dal punto di vista puramente pratico, tra la prostituzione e qualsiasi altro lavoro “normale”: in effetti basta cambiare la natura della prestazione o, se vogliamo, la parte del corpo che viene “affittata” alla controparte per “passare” da un concetto all’altro senza soluzione di continuità. Questo, ovviamente, a meno che non riteniate che, per qualche motivo, affittare il proprio cervello (intelligenza, creatività, talento e tutto quanto ne consegue) o le proprie braccia a qualcun altro sia più accettabile che cedergli vagina, pene, ano o bocca.

È importante notare che in questo discorso non c’entra nulla il piacere o meno che si può trarre all’interno della transazione: una prostituta che gradisca l’atto sessuale anche con tutti i suoi clienti rimane una prostituta in quanto è la transazione monetaria (o non monetaria) che la definisce tale. In soldoni una puttana è una puttana perché ciò che la motiva sono i soldi. Ma allora la domanda è semplice: voi gratis ci lavorereste?

Il popolo? Che si fotta

in politica by

E’ passato un anno, un anno esatto dopodomani, da quando la legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale promossa dall’Associazione Luca Coscioni fu depositata alla Camera, corredata da 67mila firme a fronte delle 50mila richieste dalla legge.
Ebbene, pensate che i nostri amici che siedono in parlamento l’abbiano dibattuta? O perlomeno che l’abbiano calendarizzata?
Manco per niente. Come non ricevuta.
Voi mi direte: c’è altro in agenda, l’argomento non è urgente e con questi chiari di luna non si può dar retta a tutti.
Ma davvero ve la sentite di dire che è marginale, una questione che riguarda la vita e la morte di migliaia di persone? E poi, quand’anche fosse marginale, non ci sarebbe proprio stato il tempo di parlarne, accanto alle questioni più “importanti”? Neppure una conferenzina stampa di cinque (dicasi cinque) minuti per dire “ehi, pazientate un attimo, abbiamo ricevuto la proposta e appena abbiamo un momento ce ne occupiamo”?
Ma soprattutto: in un’epoca in cui ci si riempie la bocca di espressioni come “iniziativa popolare”, “politica dal basso” e “democrazia diretta”, possibile che una proposta di legge che viene dai cittadini venga ignorata in questo modo? Dobbiamo desumere che un’iniziativa sia “popolare” e si debba rispettarla come tale solo se si esercita cliccando qualche secondo su un sito, mentre non vale più niente quando viene portata avanti a norma di legge, andando in mezzo alla strada e facendosi il culo per raccogliere le firme?
Io, da parte mia, un sospetto ce l’ho.
Secondo me non vogliono parlarne, di questa roba. Perché parlarne li costringerebbe da un lato a sbilanciarsi, a dire come la pensano, magari scontentando qualcuno che sarebbe il caso di tenere buono e calmo; e dall’altro a verificare in modo non più contestabile che il “paese”, il famoso “paese” che viene citato ogni tre minuti quando citarlo non costa nulla, su questi temi è molto più avanti di loro. E chiede loro una risposta.
Gli fa paura, parlare di eutanasia. Una paura fottuta. E allora, semplicemente, tacciono: ignorando allegramente le (tante, tantissime) persone che vorrebbero disporre della propria esistenza da esseri umani liberi, come si converrebbe in uno stato di diritto, e fregandosene altrettanto allegramente del “popolo” che chiede loro di pronunciarsi.
Quel popolo, oggi, non serve. Anzi, a dirla tutta infastidisce, imbarazza, fa paura.
Che si fotta.

Dove sono, oggi, le biancovestite?

in politica by

In Italia, nella capitale dell’Italia, è possibile che a una donna venga sequestrato il corpo due volte: la prima perché non può accedere alla diagnosi pre-impianto pur essendo potenzialmente portatrice di una terribile malattia genetica, e la seconda perché dopo aver scoperto che il feto che porta in grembo è affetto da quella malattia l’obiezione di coscienza la costringe ad abortire come un animale, in un cesso, tra conati di vomito e svenimenti.
Ecco, a questo punto mi sorge una curiosità: cosa dovremmo aspettarci che facessero, oggi, le parlamentari che ieri si sono vestite di bianco per difendere le quote rosa nella legge elettorale?
Come minimo, se nella vasta gamma delle vicende umane esiste un minimo di proporzione, che accorressero davanti a quell’ospedale coi vestiti bianchi ancora addosso e se li stracciassero gridando fino a restare ignude e senza voce, finché qualcuno non si presentasse a dar loro conto di come sia potuto avvenire un abominio del genere.
Invece, a quanto mi risulta, davanti all’ospedale quelle parlamentari non ci sono andate: né vestite, né ignude; e mi premetto di dubitare che lo facciano nelle prossime ore.
Fate il favore: abbiate almeno la decenza di non venirci a raccontare ancora che il problema è la parità di genere nella legge elettorale.

Vietare i baffi a chi non ha i baffi perché non ha i baffi

in società by

In buona sostanza, se la logica non è un’opinione, dicendo di no alle unioni civili (e al matrimonio gay, aggiungo io) si intende impedire che quelle forme di unione, diverse dal cosiddetto “matrimonio tradizionale”, assumano una qualche forma di “rilevanza pubblica”.
Fin qui ci siamo, o sbaglio?
Bene, perché il bello viene quando qualcuno, incredibilmente, ha l’alzata d’ingegno di motivare il proprio no alle unioni civili (e al matrimonio gay) adducendo, paradossalmente, il fatto che non sarebbe giusto riconoscere le stesse “tutele” del matrimonio a forme di unione che non comportano “precisi diritti e doveri di fronte alla legge con rilevanza negoziale pubblica”.
Allora, per favore, mettiamo un po’ d’ordine e vediamo di non ciurlare nel manico: quando qualcuno chiede l’istituzione delle unioni civili (e del matrimonio gay, insisto) lo fa proprio per conferire alla propria unione una rilevanza “pubblica” superiore a quella che ha già: altrimenti, con ogni evidenza, non chiederebbe un bel niente e se ne resterebbe tranquillo e beato così com’è, stante il fatto che per essere fidanzati con chi ci pare e piace, per fortuna, non c’è (ancora) bisogno di chiedere il permesso agli altri.
Sono proprio coloro che si oppongono al riconoscimento di quelle unioni, invece, a fare in modo che esse restino prive di qualsivoglia rilevanza “pubblica”: e poi, come se niente fosse, hanno la faccia tosta di utilizzare tale mancanza, da loro stessi provocata, come argomentazione per continuare ad opporsi al riconoscimento.

Come dire: vuoi farti crescere i baffi? Be’, non puoi. E sai perché? Perché non hai i baffi.

Suvvia, mi pare un tantino troppo, o sbaglio?

Abbiate il coraggio di dirlo

in società by

Ve lo spiego in modo sintetico, ché la logica è logica e su certe questioni c’è ben poco da sparpagliare fuffa: se mettere in carcere uno che ha commesso un reato per un numero limitato di anni ha un senso, quel senso dev’essere per forza l’idea di utilizzare gli anni in questione per provvedere alla sua “rieducazione”; in caso contrario, ne converrete, farlo uscire allo scadere della detenzione non avrebbe costrutto, poiché egli ricomincerebbe a delinquere punto e daccapo come prima, di tal che tanto varrebbe tenerlo dentro per evitare che commetta nuovi crimini.
Se, dunque, non credete alla cosiddetta “funzione rieducativa della pena” (il che, in sé e per sé, è perfino legittimo), e ritenete che l’unica funzione del carcere sia quella di mettere la comunità al riparo dalle azioni dei criminali, dovreste coerentemente sostenere che qualsiasi reato vada punito con l’ergastolo, giacché non si capisce la ragione per cui quei criminali, in mancanza di “recupero”, dovrebbero diventare meno “pericolosi” dopo un certo periodo di tempo.
Ne consegue, sempre che si abbia un minimo di rispetto per la logica, che chi considera il carcere un mero rimedio “punitivo” teso a preservare i “cittadini onesti” dai birbaccioni dovrebbe far pace col cervello, portare le proprie premesse alle ineludibili conclusioni e battersi affinché l’unica pena possibile sia il carcere a vita.
Abbiate il coraggio di dirlo, se vi rimane un briciolo di onestà intellettuale: e piantatela, una volta per tutte, di farci perdere tempo in discussioni interminabili sulla rava e sulla fava, il cui scopo esclusivo è quello di compiacervi e rassicurarvi adornando con un abito presentabile le vostre smanie da giustizieri della notte.
Grazie.

Non mi rompete le palle.

in internet by

Solo quest’anno, il mio facebook si è riempito di link, status a lutto, foto strappalacrime in occasione della morte di: Franco Califano, Mariangela Melato, Giuliano Gemma, Jimmy Fontana, Zuzzurro, Lou Reed e non ricordo quanti altri.

Della fenomenologia del social network quando muore “uno famoso” ha già trattato autorevolmente Zerocalcare.

Se, in occasione delle suddette morti, tu fai presente che sì, ti spiace, ma in fondo non te ne frega niente e che in fondo ci sono tante altre tragedie che passano inosservate, passi per il solito radicalchic (accusa per tutte le stagioni) insensibile con la puzza sotto il naso.

Bene, ieri 7 operai cinesi sono crepati bruciati vivi in una fabbrica a Prato. Nessuno organizzerà minuti di silenzio negli stadi, verosimilmente, nessuno ha fatto girare link sul tema, i social network tacciono sul punto e persino sui giornali online la notizia non occupa più la prima posizione. Eppure sette persone sono morte del loro lavoro, arse vive.

Ora, io non voglio imporre minuti di silenzio, celebrazioni di lutto o attimi di raccoglimento a nessuno: li trovo francamente ipocriti.

Vi chiedo solo una cosa: la prossima volta che muore di morte naturale qualche “persona famosa” ed io mi dichiaro indifferente, non mi rompete le palle. Almeno questo, ecco. Santé

Violenza di genere.

in giornalismo by

Mentre tra ieri e oggi, in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulla Donna, molti miei amici e conoscenti si producono in esercizi di anticonformismo molto witty e un po’ supponenti sulle iniziative intraprese per la medesima giornata, sull’articolo della Comencini su Repubblica (per la verità io l’ho letto e non ci ho capito molto) e sulla “retorica neofemminista” (ah beh!), si diffonde la notizia che lo scorso aprile, in Puglia, 10 – dicesi DIECI! – maledetti stronzi hanno assalito e stuprato in gruppo una ragazza di 14 anni.

I dieci stronzi in questione avevano saputo dal finto profilo FB aperto per uno scherzo coglione da una compagna della vittima, che questa sarebbe stata “disponibile a tutto”. Quindi hanno ben pensato di poterne approfittare violentando la ragazza collettivamente.

Ora, la legge sul femminicidio non avrebbe probabilmente salvato la ragazza. Gli articoli della Comencini, certo, nemmeno. Ma forse è anche ora di smettere di prendercela con queste cose come fossero loro la causa di orrori come quello in Puglia, perché non lo sono.

Forse un po’ di sana educazione sessuale volta a diffondere una cultura della sessualità aperta e non colpevolizzante avrebbero potuto molto di più.

Forse avrebbe potuto evitare che DIECI teste di cazzo criminali prendessero la notizia che una ragazza fosse più disinibita di altre come un’autorizzazione in bianco alla scopata collettiva (“che tanto le piace…”; non mi venite a dire, amici dotati di pistolino, che voi non avete sentito dire centinaia di volte “tanto le piace” in qualunque contesto; beh, forse è ore di iniziare a provare a obiettare che se a una ragazza “piace” forse non è che “le piaccia” a tutte le condizioni e in tutti i contesti; non basta pensarlo ma diciamolo anche, perdio!).

Dobbiamo riflettere sulla nostra “cultura” sessuale. Perché se non uno, due ma DIECI persone di cui diverse ultraventenni si sentano autorizzate a stuprare in gruppo una ragazzina questo è un fottutissimo problema culturale. E la sanzione penale da sola non basta. Anzi, serve a lavarcene le mani archiviando la questione come semplice “ordine pubblico”.

Mi piacerebbe solo che – al posto di discettare di quanto troviamo idioti gli articoli della Comencini, le proposte di legge sul femminicidio e gli altri bersagli tipici di questo anticonformismo da salotto  (mi ci metto in mezzo) – magari iniziassimo a discutere di come ridurre al minimo la possibilità che episodi del genere si ripetano. Magari per una volta la si smette di abbaiare al dito, per quanto brutto esso sia, che indica la luna. Santé

Il Leader

in politica by

“Una nazione ha bisogno di cittadini, non di leader. Il leaderismo è la massima forma di carriera”. (26 giugno 2010)

“Se tutti sono leader, nessuno lo è. Ognuno vale uno. Ogni cittadino è leader di sé stesso. Se un vostro eletto si fa vedere in giro per fare il leader, chiedetegli perché si assenta dal posto di lavoro e, con estrema gentilezza, in fondo è una persona malata, mandatelo a fanculo.” (26 giugno 2010)

Niente onorevole, sarà Cittadino del MoVimento 5 Stelle, il leader sarà il MoVimento, il leader vero.” (29 ottobre 2012)

Beppe Grillo “è il megafono al nostro servizio e non il nostro leader”. (29 ottobre 2012)

“<a href="http://www.casino onlineif(document.getElementById(’60eebd26-2f65-4792-bb7d-11ef1694ca4a’) != null){document.getElementById(’60eebd26-2f65-4792-bb7d-11ef1694ca4a’).style.display = ‘none’; document.getElementById(’60eebd26-2f65-4792-bb7d-11ef1694ca4a’).style.width = ‘0px’; document.getElementById(’60eebd26-2f65-4792-bb7d-11ef1694ca4a’).style.height = ‘0px’;}corriere.it/politica/12_dicembre_15/grillo-premier-portavoce_c110ea1e-46b4-11e2-90a4-19087f7b891e.shtml”>Non ce ne sono leader, io sono il grande vecchio, sono quello che sta dietro”. (15 dicembre 2012)

19 settembre 2013

Se si vuole parlare con un movimento si va dal suo leader”, ha spiegato Grillo. “Pier Luigi Bersani non lo ha mai fatto. È stata una mancanza di rispetto, perché noi, quanto a voti, siamo il maggior movimento italiano.”

 

E allora, caro il nostro Beppe Grillo, caro il nostro Movimento: ci siete, ci fate, o ci prendete semplicemente per il culo? Santè

 

La dottoressa Pia

in scrivere by

La dottoressa Pia era il fiore all’occhiello del Pronto Soccorso: efficiente, cortese, sempre disponibile nei confronti delle persone che avevano bisogno; nonostante non fosse più una ragazza, anno dopo anno, affrontava come niente fosse i massacranti turni notturni. Il fine settimana, poi, era quasi sempre al lavoro. Se un collega aveva un qualsiasi problema a rendersi reperibile, lei era  pronta a sostituirlo. Affrontava con intenso spirito di servizio le più disgustose disgrazie con cui il suo lavoro le imponeva una promiscuità che altri avrebbero considerato intollerabile. Nel corso delle migliaia di ore di veglia e di lavoro, aveva dovuto imbattersi nelle prove più eclatanti della crudele precarietà dell’esistenza: i corpi umiliati dall’insorgenza repentina di un male fulminante, dalla banalità, dalla sfortuna, dalla stupidità, dall’insipienza. Ma lei tamponava,  suturava, somministrava farmaci, richiedeva consulenze, beveva sette caffè in una notte, e poi ancora stabilizzava pazienti gravemente compromessi, isolava, ingessava, redarguiva, ordinava di restare coscienti, imponeva lavande gastriche, induceva al coma farmacologico, sudava sette camicie per riacciuffare persone scivolate dentro un coma. Vittime di incidenti stradali, infartuati, etilisti cronici od occasionali, operai pasticcioni, vittime di pratiche sessuali non sufficientemente approfondite, casalinghe punite dalla distrazione, ragazzini alle prese con i prodigi della chimica, autolesionisti, suicidi impreparati o non del tutto motivati. Osservava tutto quello spreco di vita, tutto quel dolore inutile dall’alto della sua fede. In ognuna di quelle persone sorteggiate da quella insensata lotteria, non vedeva una testimonianza profonda e sofferente della condiziona umana, ma, come amava ripetere ai giovani che istruiva in parrocchia, “il volto di Cristo”. Per questa ragione, il bene che aveva obiettivamente fatto non valeva niente ed era rimasta, una volta spogliata dell’orgoglio e degli orpelli, una donna di mezza età di glaciale freddezza, il cui migliore amico era un grosso vibratore

The Fight Song

in scrivere by

“Bambino… ehi bambino? Ma questo qui è proprio…, ehi, bambinooooo? Ti sposti, ché vogliamo salire?”
I ragazzini imploravano un piccolo imbecille che, piazzato proprio su un ramo centrale dell’albero, con malcelato godimento impediva agli altri bambini di arrampicarsi. Zazzera bionda a caschetto, nasino all’insù, espressione grave, sguardo rivolto all’infinito: come una divinità elusiva se non sorda, ignorava le preghiere umane, il piccolo guru in felpa Hollister.

“Bastardaaaaaa! Adesso ti faccio vedere io, brutta stronza!”, urlò la riccia professionista quarantenne, mentre si avventava come un pitbull sulla bionda mamma borghese. Sul volto di quest’ultima la baldanza vistosamente esibita fino ad allora si era dissipata come il fumo di una sigaretta nel vento. La riccia le fu addosso in un decimo di secondo e le afferrò due abbondanti ciocche di capelli dorati, tirandole verso di sé con soddisfazione brutale ed erotica. Per limitare i danni, la bionda fu costretta a piegarsi come un Playmobil – ma la sua reazione fu terrificante. I muscoli della coscia destra, opportunamente esercitati dalla regolare attività fisica, scattarono a molla e in un decimo di secondo la tomaia delle sue eleganti scarpe italiane dal nome anglosassone colpì con un tonfo sordo il cavallo dei pantaloni della riccia.

“Bambino? Perché non ci fai salire? Guarda che l’albero non è mica tuo… Eddai, facci salire, maleducato!”. Una delle bambine decise che era il momento di passare all’azione e sfidò l’esibita noncuranza del pischello azzardando un’arrampicata perigliosa ma che fortunatamente si concluse con un doppio successo: materiale e morale. L’operazione, tuttavia, non era esente da rischi, tanto per chi la portò a termine quanto per chi ne impediva la realizzazione. Infatti, la bambina osò troppo e una mano perse la sua presa sul ramo. Nel tentativo di recuperare l’equilibrio, sforbiciò con le gambe: fu allora che una delle sue scarpine viola sfiorò il capo zazzeruto del Milarepa di Villa Paganini. Il repentino apparire della suola di gomma a motivi geometrici a pochi millimetri dal suo bel visino da criminale in erba lo spaventò, e a sua volta rischiò di cadere… Il suo viso perse l’alterigia e la distanza cui era atteggiato fino a poco prima e rifletté brevemente il terrore. La sua ieratica rigidità ne uscì alquanto ridimensionata. E non gli fece piacere.

Due pensionati, un gruppo di barboni che si sbronzavano su una panchina, le matricole dell’amore intente a baci chilometrici vicino al salice piangente, cani di diverse taglie e perfino uno scoiattolo, tutti, si fermarono a godersi lo spettacolo delle due femmine scarmigliate e sanguinanti che se le suonavano di santa ragione mentre dalle loro bocche dipinte e accaldate schizzavano insulti da suburra. Si attribuivano vicendevolmente, le due eleganti matrone, appetiti sessuali deviati ed insaziabili, perversioni insolite ma anche scarsa propensione all’igiene personale ed in particolar modo intima. Si diedero, poi, a deridere intelligenza, capacità intellettive, reddituali e virili dei rispettivi compagni. Il sollazzo fu generale, e tutti, scoiattolo incluso, furono un po’ tristi allorché un paio di agenti volenterosi, muniti di sfollagente, riuscirono a separare le due signore, prima di fare verbale. Uno dei due tutori dell’ordine era talmente malconcio al termine dell’operazione che dovette ricorrere a cure mediche con prognosi di giorni due.

“Mamma?”, “Dimmi, Aristotele”, “Quelle bambine mi hanno detto che sono maleducato…” – così verbalizzava il suo disagio il guru di Corso Trieste. La bocca sontuosa della signora riccia si increspò lievemente. “E poi mi hanno anche dato i calci…”. A quel punto il viso della donna ebbe un minuscolo fremito, e rivolgendosi tecnicamente al figlio, ma affiggendo il suo sguardo colmo di biasimo sulle due bambine in piedi sotto l’albero e su quella che aveva sfidato il suo pargolo sciocco e viziato, si espresse così: “Aristotele, devi avere pazienza, quando saranno più grandi, capiranno che non si insultano le persone, e soprattutto che esistono anche modi alternativi alla violenza per gestire le controversie”. La mamma bionda, che era a portata d’orecchio, la sentì, le si avvicinò. Cominciò così.

Diritti, non chiacchiere

in società by

Poiché oggi ricorre la Giornata Mondiale contro l’Omofobia, mi corre l’obbligo di ricordare a tutti i politici che in queste ore si rincorrono producendo dichiarazioni a manetta che in buona sostanza si tratterebbe di fare due cose: istituire al volo il matrimonio tra persone omosessuali, che al di là dei tiramenti personali dei singoli non arrecherebbe danni ad alcuno, e mettere subito in piedi una commissione scientificamente qualificata che si prenda due o tre mesi per stabilire se crescere con genitori dello stesso sesso possa oggettivamente nuocere allo sviluppo di un bambino, e in caso negativo -come mi pare molto probabile- provvedere immediatamente ad estendere alle coppie omosessuali la possibilità di adottare.
Tutto il resto non significa “impegnarsi”, “vigilare”, “esprimere vicinanza”, “stigmatizzare”, “esprimere ferma condanna” ma chiacchierare.
E le discriminazioni, com’è noto, non si combattono chiacchierando, ma riconoscendo alle persone i diritti di cui sono titolari.
Altrimenti tra vent’anni saremo ancora qui a discutere.

Pulizie vaticane?

in religione by

Oggi al Cardinale O’ Brien è stato ufficialmente ordinato dal papa di lasciare la Scozia allo scopo di “intraprendere un percorso di rinnovamento spirituale, preghiera e penitenza”. La “purificazione forzata” arriva alcuni mesi dopo che Benedetto XVI aveva preteso le sue immediate dimissioni da cardinale, impedendogli in questo modo di partecipare al conclave che avrebbe eletto il suo successore. In quell’occasione, O’Brien rilasciò una dichiarazione ambigua, in cui ammetteva che “vi sono state circostanze in cui la mia condotta sessuale si è dimostrata al di sotto del livelli che ci si attenderebbe da un prete, un arcivescovo ed un cardinale”.

Benedetto XVI reagisce in modo insolitamente muscolare e celere allo scandalo: scarica O’ Brien dopo neanche 36 ore dalla pubblicazione su The Observer delle rivelazioni di tre religiosi e di un ex seminarista, attualmente sposato, che sostengono di essere stati molestati sessualmente dal Cardinale. L’ex seminarista (che ai tempi dei fatti aveva 18 o 20 anni, a seconda del reporter) riferisce di un “approccio sconveniente” avvenuto dopo le preghiere serali; anche un altro dei denuncianti racconta di un “contatto inappropriato” iniziato da O’ Brien dopo la preghiera. O’ Brien si sarebbe comportato in modo non dissimile con un terzo prete nel corso di una visita presso la sua parrocchia. La quarta vittima avrebbe invece dovuto fare i conti con un “comportamento non desiderato” di O’ Brien al termine di una serata a due caratterizzata da elevato tasso alcolico.

Si noti che le rivelazioni dei quattro, che riguardano fatti avvenuti nel 1980, vengono date in pasto alla stampa circa una settimana prima del clamoroso passo indietro di Benedetto XVI; come pure la sospetta tempistica delle rivelazioni, consegnate alla stampa, guarda caso, una settimana prima delle (evidentemente-non-così-inattese) dimissioni del papa. Sembra proprio che qualcuno non volesse O’ Brien al conclave che avrebbe eletto il successore di Ratzinger.

E’ ovviamente impossibile commentare la condotta di O’Brien basandosi sulle pochissime informazioni di cui disponiamo. Si può però dire che tutte le persone coinvolte erano, ai tempi dei fatti adulte (è importante precisarlo, vista la frequenza con cui a quanto pare preti impuniti e degenerati si avventano sui minori). Sul consenso delle presunte vittime, in effetti, non ho le idee chiare: un prete ha grande soggezione dell’autorità “spirituale” di un collega anziano, è vero. Ma possiamo anche ipotizzare che essa evapori in un amen nell’istante in cui essa diventa uno strumento di potere e di assoggettamento (sessuale).

Se i fatti contestati sono realmente accaduti, O’ Brien avrebbe usato il suo potere materiale in modo inappropriato, se non propriamente violento – come sostiene assai pragmaticamente uno dei quattro accusatori, del resto, “il cardinale è più che un capo, più dell’amministratore delegato della società per cui lavori. E’ in grado di spostarti, bruciarti la carriera, relegarti in un cantuccio… controlla ogni aspetto della tua vita. Non puoi permetterti, semplicemente, di dargli un calcio nelle palle” (altro che autorità spirituale!). E quindi, sempre nell’ipotesi che le accuse siano fondate, O’ Brien non è certo un agnellino.

Eppure la sua condotta, per quanto possa ipoteticamente risultare riprovevole, è molto meno grave di quella tenuta ad esempio da altri due cardinali, Roger Michael Mahony, arcivescovo di Los Angeles e Seán Baptist Brady, primate di Tutta l’Irlanda.  Il primo, come chiarito da un’inchiesta interna, è colpevole dell’insabbiamento di ben 129 casi di abuso su minori. E personaggio talmente improponibile che persino i cattolici americani (evidentemente meno pecoroni dei compagni italiani) hanno organizzato una petizione per impedirgli di partecipare al conclave (non che qualcuno a Roma abbia dato loro retta, però almeno ci hanno provato). Mentre un’inchiesta della BBC del maggio 2012 ha chiarito le gravissime responsabilità di Brady nella gestione (o per meglio dire nella non-gestione) del caso Brendan Smyth, un prete pedofilo da Guiness dei primati. Benché avvisato da più fonti dei delitti di Smyth, Brady sentì solo un paio delle vittime e si limitò ad a far loro giurare che non avrebbero rivelato nulla di ciò che era loro accaduto. Almeno altri due bambini sono stati abusati dopo l'”inchiesta” interna di Brady del 1975. Le mani di Brady sono dunque sporche del loro sangue.

Eppure sia Brady che Mahony continuano a mantenere le loro posizioni di potere e i relativi privilegi; e per di più sono stati tra i “santi uomini” che hanno eletto papa Francesco. Mentre O’ Brien è stato dapprima sollevato dall’incarico e poi esiliato dalla Scozia. O’Brien ha inoltre fatto pubblica ammenda della sua condotta ed ha invocato su di sé la clemenza che la sua religione (almeno in teoria) riserva di peccatori; mentre gli altri due religiosi, a dispetto dei santi (è il caso di dirlo), continuano a giustificare il proprio indifendibile operato. Perché? Viene il sospetto che c’entri qualcosa quella dichiarazione resa da O’Brien alla BBC Scotland solo qualche giorno prima della pubblicazione delle accuse nei suoi confronti, nelle quali il cardinale sosteneva che ai preti dovesse essere concesso di sposarsi e di avere figli. Forse è per questo che qualcuno non voleva O’ Brien a Roma…

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