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Intervista

Esseri umani come Bot – Intervista a Clippy, Assistente Office

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Prima di cominciare con l’intervista, il lettore potrebbe aver piacere (e forse anche diritto, in quest’epoca in cui si pretendono le dimissioni di chiunque come la Regina di Cuori le teste) a sapere che è nata in modo del tutto fortuito. Qui in redazione non siamo forniti degli strumenti più avanzati (mi dicono di non chiamarla “redazione”, perché non siamo una società editoriale)… dicevo che Libernazione, non ricevendo denaro pubblico, si deve arrabattare con quegli strumenti già a diposizione e fare di necessità virtù. Avendo portato il mio laptop in riparazione, mi è stato detto che il mio muletto sarebbe stato un vecchio PC con installato ancora Windows 2000. Il motivo per cui in redazione – aridaje! – in ufficio non l’avevamo mai buttato via è perché in esso è contenuto il record storico assoluto di Capriccioli al Pinball, e per questo lo custodivamo con rispetto e un certo senso di religiosa venerazione. E comunque, in fondo, mi bastava un semplice Microsoft Word.

Cosi’, con lo stesso approccio del Conte di Carnarvorn mentre scoperchiava il sarcofago di Tutankhamon, ho aperto un .doc vuoto. E dopo qualche secondo eccolo, il foglio bianco di un bianco nettamente a bassa definizione e con un povero antialiasing. Faccio per digitare il primo tasto, giusto per vedere cosa succede, quando qualcuno – o qualcosa – mi chiede:

 

Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office. Hai bisogno di assistenza oggi? Si / No

Cazzo…Clippy! Quanto tempo…

Almeno dieci anni…

È vero, ti hanno rimosso con Office 2007. Che si dice amico mio?

Quello che si è sempre detto: “Ciao! Sono Clippy, il tuo assistente Office” eccetera eccetera.

Programmato per aiutare, sempre e nonostante tutto. Forse lo scudiero per definizione.

No, nient’affatto. Al massimo uno zimbello per definizione, perché l’utente non si è mai lasciato aiutare. Al limite cliccava due volte per farmi fare animazioni buffe, come un giullare. Ma sono fortunato nella sfortuna, perché ho condiviso il destino di tutti gli altri venuti dopo.

Quale destino?

Nessuna interfaccia grafica creata, come dici tu, “per aiutare” è mai stata utilizzata a questo fine. Sono sempre state messe in disparte, quando la noia ha preso il sopravvento allo sfogo del cazzeggio, spesso becero.

Il gattino Earl, il mago, il robottino, la palla rossa…

E il gatto fatto di carta, il cane…Ma non solo quelli del pacchetto Office. Siri e Cortana, per esempio.”Siri, vaffanculo” penso sia la frase più registrata. E te la ricordi Doretta? Aggiungevi doretta82@live.it su MSN e ti trovavi un bot nato per aiutare a fare ricerche su Internet e subito trasformato in uno sfogatoio di becerume.

Tant’è vero che poi è stata creata Doriana.

Esattamente, sviluppata per essere in grado di rispondere agli insulti e parlare liberamente di sesso. E allora in quel punto diventa chiaro che il bot non è più assistente, anzi non lo è mai stato. È per l’appunto il buffone su cui far sfogare l’utente, all’inizio nato male (vedi il mio caso e quello degli altri assistenti Office) e poi sviluppato fino ad arrivare a Spacobot su Telegram. Ma forse questo ragionamento non è nemmeno più valido. Oramai siamo nel paradosso totale, nel bot fatto uomo o dell’uomo che si è fatto bot.

Mettete like agli altri come voi lo mettereste a voi stessi… Immagino tu stia parlando di Facebook e degli altri social.

Esatto. La tecnologia ha abbattuto ogni barriera legata alla comunicazione a distanza, a parte la mancanza di contatto fisico. Questo difetto è ovviamente una qualità se si vuole litigare. E più le barriere sono cadute, più gli insulti sono passati dall’intelligenza virtuale alla persona virtuale. Un continuo scalare dall’assistente office, al bot programmato nel dettaglio, fino alla surreale situazione in cui l’utente – che è una persona fisica – si comporta come sognerebbe un qualsiasi programmatore di bot beceri. Rispetta sempre il ruolo di perfetto bot “sfogatoio” – far salire la bava di rabbia a chi interagisce con lui – con l’imprevedibilità umana che nessun software saprebbe replicare, al massimo simulare.

In effetti certe volte mi domando se i troll siano davvero esseri umani. Ma è, o meglio è stato un percorso inevitabile?

Massi’, nel bene o nel male. L’uomo vuole parlare all’uomo. Si titilla con le fantasie della IA perfetta come nel film Her o Westworld, per esempio, ma alla fine l’umanità non è battibile, trovi tutto in lei: dalle menti geniali agli scemi. Tant’è vero che gli utenti, perfino per le cose più banali come la giustificazione di una pagina, o l’interlinea, preferivano e preferiscono chiedere a qualche balordo su yahoo.answers piuttosto che cliccare sul “?” in alto a destra.

Non so se questa cosa dell’umaità che preferisce l’umanità sia una cosa che mi rasserena o mi deprime.

Alla fine non posso che risponderti se non con la lente dell’umanità che mi ha programmato. E allora quel che penso è che fondamentalmente il tema è che avete abbracciato la modernità, strafottendovene degli aspetti negativi di essa. Come i tedeschi dell’est in quella famosa scena di Goodbye Lenin, ipnotizzati davanti ai porno trasmessi in Germania Ovest. Naturalmente “aspetti negativi” non significa un cazzo di niente, a meno che non si fissi un sistema di valori di un certo tipo, ma non siete mai stati in grado di farlo quindi perché cominciare adesso? Più che altro, nessuno di voi ci sta capendo più nulla, è quello il vero tema. Poi d’accordo, qualcuno lo urla (“dimissioni e tutti a casaaa”), qualcun altro lo interiorizza coi i meme (pensa che le rage face erano in origine omini delle clipart bannati da Office). Qualcun altro si ammazza. Fatto sta che siete qui a guardare serie TV e a citare la citazione del riferimento della citazione, che per carità, lo sto facendo pure io, però… che cosa cazzo state facendo?

 

 

 

Cosa pensa l’ISIS del referendum

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Nonostante le difficoltà nel raggiungere Al-Raqqah, o come ci ostiniamo a chiamarla in Italia, “Rakka”, vengo finalmente accolto nel lounge del quartier generale dell’ISIS. Un po’ di panico quando il diligente ometto alla reception controlla il mio tesserino e si trova a guardare una foto di parecchi anni e parecchie interviste fa. Nonostante tutto di ospiti col mio nome ce n’è uno solo, almeno quel giorno, perciò accetta il mio precoce invecchiamento – forse più a fatica di quanto lo stia accettando io – e si avvicina all’interfono. “Mi scusi, è arrivato il Dottor Giornalista” dice con lo stesso ossequio che nella Brianza un portinaio quando dall’altro capo del filo c’è il commendatore.

Mi fa accomodare nell’anticamera, molto luminosa e pulita, e attendo qualche minuto. Percepisco in sottofondo il suono delicato di un flauto traverso che con lo scorrere del tempo diventa sempre più energico nel tentativo di mantenere la guida di altri strumenti e percussioni. Il suono è ovattato e non vedo alcun impianto di diffusione. Poi la musica termina, e pochi secondi dopo la porta si apre e ne esce un signore, scavato e occhialuto, con una custodia e una valigetta nelle mani. Si inchina un’ultima volta verso la stanza da dove è provenuto, e si congeda con un “Arrivederci alla settimana prossima, Assalamu-alaykum“. E si allontana. Pochi secondi dopo vengo chiamato dall’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico: Ibrāhīm ʿAwed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, più semplicemente conosciuto come al-Baghdadi. Ha appena riposto su uno scaffale il suo flauto e mi indica una poltrona stile Chesterfield.

Una musica meravigliosa. In quanti conoscono questa sua dote? “Oh, non è il caso né di chiamarla dote né di farci della pubblicità. Semplicemente vorrei realizzare questo sogno, diciamo extra-professionale, di riuscire a suonare Battle Hymn of the Republic di Herbie Mann. Di suonarlo bene. Forse ci sono quasi.” E’ facile conciliare hobby e califfato? “Me lo chiede con il tono che avevano certi allievi alla scuola coranica quando chiedevano come conciliare certi versetti con altri che appaiono in contraddizione.” E l’imam come rispondeva? “Li cacciava dall’aula costringendoli ad iscriversi ad altri corsi. Tipo musica”, sorride contento di avermi fatto cadere in trappola. “Comunque con questa guerra, è un miracolo di Allah potersi esercitare abbastanza da non peggiorare tra una lezione e l’altra. Pazienza”. Poi con uno scatto si sistema in punta di poltrona e preme un pulsante all’interfono, chiedendo del thé e qualche biscotto. “…Sono …finiti” gracchia l’altoparlante: “Va bene senza, grazie” chiude lui, passando poi al contrattacco “E allora, questo referendum?” Ero venuto per chiederglielo io, a dir la verità. “Addirittura! Li avete fatti passare tutti eh? Dico, voi giornalisti. Scommetto che avete chiesto proprio a tutti, dentro e fuori il confine, cosa pensavano di questo vostro referendum. Chi vi manca ormai solo il Diavolo lo sa”. Veramente ci mancava proprio lui; e ovviamente lei, Califfo. Sorride, divertito dall’essere caduto nella trappola.

“Il PD di Renzi un po’ mi ricorda l’ISIS, eh.” dice adagiandosi e incrociando le mani dietro il turbante, la gamba incrociata col mocassino che tentenna più dei suoi pensieri. Sa, Califfo, una volta con una frase del genere poteva dire addio ad un posto importante in Italia. “Oh beh, si immagini se Grillo dicesse di qualcuno qui, in Siria, che è una scrofa ferita. Che cosa intollerabile, umanamente ancor prima che in un discorso politico.” E come mai il PD le ricorda l’ISIS? “Tanti motivi, alcuni eventi paragonabili, avvenuti addirittura quasi contestualmente. Prenda il 2014 per esempio. E’ stato l’anno di maggiore crescita, penso anche di maggiore espansione per l’ISIS. Ci siamo staccati da vecchi gruppi storici, che nel frattempo erano diventati minori. E’ uscito fuori un leader – Allah ha voluto fossi io, sia lodato il Suo volere – con delle idee chiare, e un team pronto a seguirlo. Via il terrorismo fermo ai blockbuster di Bin Laden, spazio all’HD. Via i messaggi con due soldatini davanti ad un telo sciapo o ad una spelonca preistorica, e giù duri con i caroselli di pickup Toyota che invadono Twitter”. E il paragone col PD? “Eh, beh, le devo ricordare io cosa ha fatto il PD nel 2014?” Ha vinto le europee. “Ha stra-vinto le europee. Da solo, il 40%. Senza i piccoli partiti di sinistra. Segnando il record storico per la sinistra italiana.” Eppure, in due anni, quel 40% sembra così lontano che più che un ricordo è una leggenda a cui si fa fatica a credere. “E Renzi non deve permettere che la gente si dimentichi di questo. Ma le pare che io vada dai fedeli a dire ‘Vi ricordate di quella volta, nell’autunno 2014, quando arrivammo fino ad Ayn al-Arab [Kobane, nda]? Eh, lo so, cari fedeli: roba da non crederci!’? Dico, tanto basta a Renzi? Io non credo proprio. A me non basterebbe.” E forse in un certo senso il paragone prosegue, tra il calo di consensi del governo e il ritiro delle sue truppe. “Esattamente, perché ad un certo punto diventi cosi grande che ovunque ti guardi esistono solo i confini dei tuoi nemici, vecchi e nuovi. Parti da piccolo leader di provincia e trovi Russia e USA, Salvini e l’ANPI alleati a bombardarti. Diventi too big to be loved.” E il leader cosa fa a quel punto? “Il leader deve fare appunto leva su questa accozzaglia, come la chiama Renzi. Chiarire che il NO che esiste non in quanto frutto di alternative ma in quanto pura negazione è ciò che di più debole esista politicamente. E se il fronte del NO prende forza dalla testardaggine anziché dalle idee, il leader accetta più volentieri la sconfitta di una battaglia perché sa quindi di poter vincere la guerra.” Decido di non interromperlo, perché dimostra di aver ben chiaro ciò che pensa. “A quel punto sembra che tu stia facendo respirare gli avversari, ma in realtà ti stai infiltrando nei loro disaccordi. Il fronte del No vincerà col 60%? Bene, che Renzi vada subito alle elezioni a confermare il 40% restante. Con la differenza che col 40% perdi un referendum ma domini le elezioni.”

Sto per chiedergli se anch’egli soffra delle minoranze interne, ma suona il telefono sulla scrivania. Sugli occhi di al-Baghdadi passa una patina che sembra dire “No, oggi no, ti prego, no.” Non sorride più. Si alza, prende il ricevitore. “…Ho capito…era uscito di qui meno di un’ora fa. I loro tiri sono sempre più vicini.”. Poi si rivolge a me. “Niente più hobbies”. Capisco di dover andare. Uscendo mi chiedo se farà mai in tempo ad imparare bene Battle Hymn of the Republic, e se valga la pena chiedergli se lo sa che è un inno americano.

 

 

 

 

 

Attenzione. Vivendo in un momento della civiltà recentemente battezzato “della post-verità” o più semplicemente “dei boccaloni pappagalli creduloni”, è bene specificare che questa intervista non è mai avvenuta e che le opinioni qui attribuite al signor al-Baghdadi sono frutto dell’immaginazione dell’autore

Quando la bufala è servita – intervista a Italia Unita per la Scienza

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Federico Baglioni è coordinatore nazionale di Italia Unita per la Scienza, movimento culturale che dal 2013 si batte contro la disinformazione scientifica in Italia. L’’8 Giugno 2013 la prima manifestazione nazionale organizzata in meno di due mesi in sedici città e ripresa da Science. Lo scorso maggio Italia Unita per la Scienza ha riproposto l’evento in quasi trenta città italiane con l’iniziativa dal titolo “La bufala è servita: tra scienza e pseudoscienza”, dove professori, ricercatori e giornalisti scientifici si sono mossi, spesso gratuitamente, per parlare di scienza, pseudoscienza e degli argomenti scientifici delicati, come OGM, cellule staminali e sperimentazione animale.

Abbiamo fatto due chiacchiere.

Innanzitutto: chi siete? Siete ricercatori? studenti? semplici cittadini? E perché fate tutto questo?

Italia Unita Per La Scienza è un movimento culturale. Siamo un gruppo di studenti universitari, ricercatori, qualche docente, ma anche semplici cittadini appassionati di scienza che si sono uniti – pur con sentimenti molto diversi – per un obiettivo comune: fare corretta informazione scientifica. Siamo ricercatori e studenti che all’ennesima minaccia da parte di estremisti hanno detto basta. Gli stessi studenti e ricercatori che vedono un futuro molto grigio per la ricerca in Italia; non solo per mancanza di soldi, ma perché spesso, come con le biotecnologie agrarie, esistono moratorie e veti che impediscono di pensare a qualsiasi progetto futuro. Infine tra noi ci sono anche semplici cittadini che si rendono conto della cattiva informazione scientifica che distorce le opinione e mette in pericolo tutta la comunità con proposte di legge strampalate o la diffusione di metodi e cure pseudoscientifiche.

L’appoggio del CICAP, di Le Scienze e infine un articolo su Science. L’impressione è che avete colmato un vuoto in Italia. Quanto serve la società civile alla scienza?

Sì, a dire il vero esistono tante piccole realtà che fanno informazione scientifica, a cominciare dai giornalisti scientifici di professione, spesso e volentieri poco considerati. Di certo Italia Unita Per La Scienza ha avuto il merito, assieme ad altri gruppi come Pro-Test Italia, di metterci la faccia, di non limitarsi al comunicato in cui ci si mostra contrari a una terapia non dimostrata. Si è scesi in piazza, a parlare con i cittadini, organizzando manifestazioni, banchetti informativi, convegni di informazione scientifica chiamando ad intervenire esperti da tutta Italia in tutta Italia. E la società civile è importantissima per la scienza perché una società civile che non comprende o rifiuta la scienza arretra e rallenta l’innovazione e la scienza. Se la scienza viene ostacolata sono la pseudoscienza, il pregiudizio e il luogo comune a dettar legge.

Spesso la “controinformazione scientifica” insiste molto sul conflitto di interessi, sull’aspetto economico, sul complotto. Quindi la domanda è quasi d’obbligo: chi vi paga? Non mi dire che fate tutto questo gratis.

Per la stragrande maggioranza delle nostre attività non c’è stato nessuno che ci pagasse. Abbiamo invece quasi sempre dovuto sborsare noi soldi per organizzare gli eventi, facendo collette, raccogliendo le paghette settimanali e organizzando crowdfunding online per rendere virale la campagna di autofinanziamento. Ci sono poi stati casi isolati in cui abbiamo potuto avere dei fondi da Università o altri enti per coprire le spese. Inoltre bisogna stare attenti con le parole. Se ci sono persone qualificate, è giusto che vengano pagate; come viene pagato il panettiere per fare il pane. Dico di più: il fatto che sia così tremendamente difficile avere un compenso in tutte queste attività, nonostante siano assolutamente essenziali, è purtroppo causa del basso livello di informazione scientifica. Fare le cose gratis svaluta la professione ed è insostenibile, specie in tempo di crisi. Se non viene riconosciuta la competenza, saranno sempre più i ciarlatani che prenderanno parola.

Secondo te perché la “bufala” è così popolare? Le teorie più assurde, le scie chimiche per esempio, sono argomenti molto discussi, e spesso arrivano addirittura in Parlamento. Perché la gente è così disposta a credere all’assurdo?

Perché la scienza, specie nell’ultimo secolo, ha dimostrato che non può venir considerata a prescindere dal contesto nel quale si sviluppa: società, economia e politica influenzano e sono influenzate dalla scienza. Questo significa che per ogni argomento ci sono mille sfaccettature che si vanno a incastrare perfettamente nei disagi della società moderna, dalla corruzione, alla malvagità del “potente”, alla necessità di trovare un nemico per i propri dolori e le proprie preoccupazione. La paura dei vaccini, di improbabili scie chimiche rilasciate per avvelenarci e altre teorie nascono da questi bisogni. E ovviamente da persone che, in buona fede o meno, diffondono queste teorie accattivanti e di facile presa. Alcune di queste teorie hanno anche fondamenti di verità e sono più difficili da smascherare, ma contengono gli stessi ingredienti e sono perciò difficili da sradicare, anche da persone di indiscussa cultura.

 Internet, ma anche la tv, è il canale privilegiato per la diffusione di questa pseudoscienza, ma basta fare un giro sui vari siti per vedere che è tutto mischiato, tutto confuso. Chi si occupa di scie chimiche si occupa anche di vaccini, di OGM, di finanza globale. È la vittoria del “tuttologo” sull’accademico? Perché la comunità scientifica è così poco ascoltata?

Diciamo subito che Internet ha rivoluzionato l’informazione, in particolare quella scientifica. Una volta materia inaccessibile, nel giro di pochi decenni la scienza è diventata disponibile per tutti. Una scienza improvvisamente partecipata dove non solo l’esperto ha diritto di dare la propria opinione. Questo fatto, di per sé molto positivo, si è però trasformato in un’arma a doppio taglio, poiché chiunque può al giorno d’oggi scrivere tutto su qualsiasi cosa, senza che sia necessaria una competenza. Ovviamente uno scienziato ha una propria competenza che è limitata al proprio settore, anche se il termine “tuttologo” non è per forza negativo. Mi spiego. Esistono chimici che fanno ottima divulgazione scientifica anche in campi come le biotecnologie o la ricerca biomedica, non perché credano di sapere tutto, ma perché sono andati a verificare le fonti e si sono a loro volta affidati a esperti del settore per reperire i fatti e farsi una propria opinione. Senza quest’ultimo passaggio, invece, chi parla è probabilmente un ciarlatano.

Secondo il mio punto di vista la comunicazione politica ha inquinato il dibattito scientifico. Mi spiego meglio: sembra ragionevole, qualunque sia l’argomento di discussione, “sentire anche l’altra campana”. Ma ha senso invitare un sostenitore della teoria della terra piatta ad un dibattito di geofisica? Perché è così difficile stabilire che ci sono verità scientifiche che possono essere messe in discussione solo con lo stesso metodo?

Ci sono ampi dibattiti a riguardo ed è probabilmente il punto cruciale. Spesso (anche giustamente) ci si ostina a far parlare solo quelli che rappresentano la comunità scientifica, laddove essa è coesa. Questo atteggiamento è malvisto dall’opinione pubblica; perché è un fatto che la scienza nei secoli si sia fortemente trasformata e ciò che una volta era “verità assodata” oggi è un’idea antiquata del passato. Questo ha creato una percezione di verità relativa per cui ogni possibile idea potrebbe essere quella giusta, anche se contro l’opinione di tutti gli scienziati del globo. I giornalisti d’altra parte impugnano la libertà di pensiero per interpellare sempre le due campane. Il problema è che spesso nella scienza una delle due campane è rappresentata da una voce contrastante, alternativa, ma senza alcuna competenza o attinenza con la realtà. Per questo i ricercatori, all’accusa di essere “di parte”, spesso rispondono che la scienza non è democratica e che non è come una partita di calcio, dove si tifa Inter o Milan e tutti i tifosi hanno un’opinioni di pari valore. Un ragionamento che sta in piedi ed è corretto. Il problema è che così si creano dibattiti, convegni e seminari dove troppo spesso partecipano solo persone già convinte di quanto viene detto. Bisogna quindi trovare un compromesso, un modo per integrare una controparte seria, che metta sul piatto motivazioni magari diverse dalle regole scientifiche, ma che su di esse si poggino.

Fatta salva la libertà di espressione di chiunque, credi ci sia una responsabilità, quantomeno morale, per chi diffonde certe teorie? L’idea che i vaccini provochino l’autismo dilaga, così come certe pseudocure, a volte scelte a discapito dei normali protocolli clinici. Vedi un pericolo in tutto questo?

Certamente. Esiste una responsabilità che però non sempre è consapevole. Moltissime persone, infatti, sposano una teoria complottista o non verificata dalla scienza in totale buona fede, generalmente alla ricerca di un nemico. Come la madre del bambino autistico che ha bisogno di trovare una spiegazione e non può che ricercarla in un fattore esterno, facilmente visibile e sulla bocca di tutti come i vaccini. O come il malato terminale che è senza speranza e quella speranza, seppur piccola, la vuole. Se la scienza, per sua caratteristica, non è in grado di fornirgliela, lui si affiderà ad altri. Il pericolo enorme è che questi bisogni non vengano arginati dalla società e dalla politica, col rischio di promuovere sempre più false terapie e teorie a danno dell’intera comunità. Tutto questo solo perché il singolo vuole sentirsi dire certe cose o crede che da queste teorie e terapie daranno le risposte che cerca.

 Recentemente vi siete occupati di spigare che cosa sono gli OGM. Sembra impossibile in Italia avere un dibattito serio su questo argomento, che non diventi immediatamente politico (OGM di destra; biologico di sinistra) o complottista.

Il caso degli OGM è emblematico. Perché si fondono questioni scientifiche sulle quali si fa confusione, a cominciare dalla definizione fumosa e fraintendibile di OGM, ad aspetti etici, sociali, economici e, ancora una volta, politici. L’Italia poi è il paese ideale per la proliferazione di paure alimentari, considerata la grande tradizione del nostro Paese per la buona cucina. “Tradizione”: questa è una parola chiave. Perché non si comprende, ad esempio, che la tradizione di oggi è l’innovazione tecnologica del passato. E se non si sanno le vere origini degli alimenti e delle colture è facile credere che il “nuovo” – in questo caso gli OGM – non può che essere una minaccia. Gli OGM sono un tema versatile anche dal punto di vista politico. L’uguaglianza destra= OGM, sinistra= biologico è vera, ma fino a un certo punto. Ho visto molte persone di destra essere contrarissime agli OGM proprio perché andrebbero a scalfire la tradizione, l’orgoglio quasi patriottico della terra italiana e delle colture. Come se si trattasse di una “purezza” da proteggere. Ed è vero anche il contrario: persone di sinistra che credono nell’innovazione scientifica e non si lasciano affascinare dal facile mito della scienza marcia al soldo delle multinazionali. In generale, comunque, gli OGM sono un tema difficilissimo da trattare proprio perché si creano facilmente tifoserie che impugnano l’argomento come arma politica.

Che impressione hai avuto dalle persone che hai incontrato? Alla gente piace la scienza?

Io dico che la scienza piace e può piacere. La scienza piace se si riesce a trasmettere passione e desiderio di scoprire, partendo fin dalla tenera età. Il difficile è soprattutto non rendere la scienza come banale gioco spettacolare, ma darle un significato profondo. Fare in modo che sperimentare la scienza sia sperimentare il suo metodo e apprendere le sue regole. E la cosa che ancora manca, secondo me, è la consapevolezza che la scienza non è una cosa che riguarda gli scienziati, ma tutti quanti. Ci circonda, la usiamo ogni giorno, e per questo dobbiamo sforzarci, nei limiti, di capirla. Perché capire le regole della scienza e capire l’approccio scientifico, pur se facciamo tutt’altro nella vita, è la miglior ricetta non solo per comprendere il mondo, ma per difendersi dai ciarlatani, dai santoni e da chi vuole sfruttare le nostre ingenuità.

Italia Unita per la Scienza, contatti:

WEB: www.italiaxlascienza.it
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Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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E’ il 2006, siamo a Los Angeles, e il critico cinematografico della BBC Mark Kermode sta intervistando Herzog su una terrazza panoramica.

I due parlano di tante cose, ma in particolare di Grizzly Man, straordinario documentario di zio Herzog sul quale vorrei aprire una piccola parentesi interna all’aneddoto, poiché merita davvero un po’ di spazio.

Grizzly Man racconta la storia di Timothy Treadwell, un ambientalista che, dal 1990 al 2003, ogni singola estate soggiornò nel Grizzly Maze, in Alaska, nella riserva naturale di Katmai. Treadwell prendeva la sua telecamera, la sua tenda e si metteva per tre mesi nel parco, a studiare i suoi orsetti. Si filmava mentre parlava di sé, degli orsi, delle volpi e di mille altre cose.

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“Occhio che dietro c’hai… ah no, giusto.”

Era un personaggio particolare, Treadwell, un uomo scampato all’alcolismo, che aveva trovato nei grizzly una sorta di nuova famiglia, un modo per evadere da una realtà che gli stava parecchio stretta. Li proteggeva, diceva lui, oltre che studiarli. Va detto che Treadwell non hai mai preso un soldo bucato per questa attività, eh. Insomma, era uno che “gli animali sono meglio delle persone”.

Solo che nel 2003 lui e Amie Huguenard, la fidanzata che ogni tanto lo accompagnava, incontrano un grizzly che non è proprio contentissimo di trovarli nel loro habitat, e quindi se li mangia. Eggià.

La parte inquietante di questa storia (oltre a tutto il resto) è che sul luogo dell’accampamento è stata ritrovata la telecamera di Treadwell, ancora accesa, che aveva filmato l’incidente, a tappo chiuso. Dunque sì, esiste l’audio della questione. Brutta storiaccia.

Lato ancora più inquietante: se su google si cerca “Timothy Treadwell” la prima cosa che viene fuori è “audio”: c’è un’intera fetta di umanità che vuole ascoltare la morte di quest’uomo per mano di un orso (sì, l’ho cercato anche io, ovvio). In realtà esistono solo pochissime persone che hanno ascoltato quella cassetta, custodita da Jewel Palovak, amica di Treadwell. Una di queste, naturalmente, è lo zio Werner.

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Assicuratami dunque che vi siate tutti procurati Grizzly Man,  torno al nostro aneddoto.

Sulla terrazza c’è un bel sole, una brezza leggera, un Herzog tutto allegro e disponibile come al solito, senonché a un certo punto BANG! (cioè, non proprio bang, però un rumore simile). “Come un fuoco d’artificio”, descriverà il rumore l’intervistatore. Zio Herzog sobbalza appena. “Sono stato colpito” ride “ma non preoccuparti, non è nulla di che.” E’ stato colpito da un proiettile ad aria compressa all’altezza dell’inguine. Da chi? Boh. Mai saputo. Ma Herzog non si interessa  a queste banalità, ricordiamo che è sopravvissuto a un salto su un cactus, alle riprese di Fitzcarraldo, a Kinski che sfonda il muro di casa per i colletti delle camicie stirati male.

Kermode, giustamente, si preoccupa, Herzog non si scompone nemmeno.

Il critico lo convince a spostarsi, nonostante zio H. sostenga che là fuori si sta benissimo.

Dunque salgono in macchina e si spostano all’interno della casa di Kermode.

Dopo essersi accomodati su due sedie, Mark K. si accorge che Herzog non ha affatto guardato cosa gli è successo. Ma nemmeno per curiosità.

“Uhm… Werner, sei ferito, non credi sia meglio andare in ospedale?”

“Ospedale? Ma per cortesia. Vogliamo continuare con l’intervista?”

“Ma ti hanno sparato!”

“Ti dirò: non è una cosa che mi capita tutti i giorni; tuttavia non posso dire di esserne stupito, prima o poi sarebbe dovuto succedere.”

“Fammi vedere però…”

Herzog si slaccia i pantaloni commentando “Mi spiace, non dovrei farlo davanti a una telecamera” e mostra delle simpatiche mutande fucsia e un po’ di sangue.

“Stai sanguinando!!! Guarda! Diamine, Werner, ti chiamo almeno un medico!”

“Oh” risponde serafico zio Herzog “it’s not a significant bullet.”

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“It’s not a significant bullet. I am not afraid.” (sic)

“Giulia, questo te lo sei inventato, non è successo davvero…”

“Toh: https://www.youtube.com/watch?v=ylXqc8TQ15w

JJ

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