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Perché le trending news di Facebook devono preoccuparvi

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C’è un’accesa discussione in corso, in questi giorni, su una parte di Facebook che gli utenti italiani in buona parte non conoscono: il box delle trending news. Stando alle dichiarazioni di alcuni ex dipendenti dell’azienda, la sezione delle notizie più in vista (che non è presente nella versione italiana del social network) sarebbe non solo controllata da una redazione invece che puramente automatica, ma anche intenzionalmente guidata eliminando le notizie di area conservative.

Possiamo sicuramente dare alla vicenda il tempo di svolgersi pienamente, e aspettare che si capisca di preciso cosa sia vero e cosa no, prima di entrare nel merito. Ma c’è un’altro tipo di riflessione che andrebbe fatta, e andrebbe fatta a lato di questa storia.

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Perché a lato

Da quando la notizia è venuta fuori, la si è letta in molti posti. Su Gizmodo, dove è nata, sul Guardian, su varie testate italiane e straniere e su diversi blog. Sapete dove l’ho vista poco, di recente? Su Facebook.

Non mi interessa, qui, affrontare il problema di petto. Nel merito, mi limiterei a dire che è del tutto normale, e anzi positivo che ci sia una mano umana ad aiutare l’algoritmo, consentendo di mettere una pezza a difetti, bug e imperfezioni inevitabili. La mia impressione è che concentrandosi sulle colpe degli editor cattivi o sull’ipocrisia degli utenti liberal (specie a faccenda non ancora chiarita) non si arrivi in nessun posto utile, e si trascuri un problema più grave.

Domanda: quante delle notizie che leggete ogni giorno vi raggiungono via Facebook? Quante dichiarazioni e opinioni di politici, giornalisti, amici, vi passano sotto gli occhi solo tramite il feed di Facebook? E chi decide quali vi raggiungono e quali no?

A me sembra che il punto chiave sia qui.

Il giardino murato

Non sono certo il primo a sottolinearlo, ma Facebook è sempre di più e per sempre più persone un walled garden. Uno spazio all’interno del quale gli utenti sono perfettamente a loro agio, interagiscono tra loro, si muovono, ma il tutto avviene entro limiti invalicabili e secondo le regole del sistema. Per un gran numero di utenti web, oggigiorno, Facebook di fatto è Internet. E come biasimarli? Gli amici sono tutti a portata di mano, le notizie e gli aggiornamenti arrivano da te senza che tu debba sforzarti di andarle a cercare. Il giardino (sarebbe più corretto chiamarlo recinto) è un’oasi di comodità. Solo che il web è fuori.

Gli status degli amici, le news che raggiungono ciascun utente Facebook, sono premasticati e proposti secondo regole che sono allo stesso tempo ben definite, segrete, e soprattutto non nelle disposizioni dell’utente. La discussione sulle trending news, al momento, tende a prendere una piega del tipo algoritmo sì o algoritmo no, di solito suggerendo che se ci fosse un sistema automatico il problema della neutralità non si porrebbe, ma credo che bisognerebbe chiarire a tutti che questa distinzione non ha nessun senso.

L’algoritmo non è una divinità calata dal cielo con un senso innato di giustizia rivelata: è uno strumento usato da alcune persone. Il problema del boxino non è se l’algoritmo che lo controlla è imparziale o se le persone che lo controllano sono corrette o se Facebook doveva spiegare meglio come lo controlla, il problema è che ci siamo messi spontaneamente in una situazione in cui qualcuno controlla privatamente e per suo tornaconto una fetta enorme delle informazioni che raggiungono un’enorme quantità di persone.

Il nemico è l’Algoritmo

Quello con la A maiuscola. L’Algoritmo non è un software, non è una persona, è un’entità astratta di cui sappiamo poco, ma alla quale affidiamo le nostre informazioni e i nostri interessi. Non farebbe nessuna differenza, ai fini del ragionamento, se a decidere quali status e quali link mostrare a ciascun utente fosse il signor Zuckerberg in persona da uno scantinato.

Naturalmente l’utente ha un ruolo. I like, i click, le impression influiscono sull’Algoritmo. Ma è un’influenza declinata al passivo, che si limita a un “questo sì” o un “questo no”, e che se anche fosse determinante finirebbe solo per creare un recinto ancora più stretto, in cui vedere solo quello che si vuole vedere.

Alle aziende dietro ai grandi network (Facebook, Twitter, Google) abbiamo dato un compito fondamentale, quello di selezione delle informazioni (e non parliamo neppure della questione privacy) , in cambio della comodità; e loro se ne sono prese carico con immenso piacere.

Ok, quindi?

Quindi niente, questa è la parte più interessante: non c’è una vera soluzione. Potrei invitarvi a non restare chiusi nel recinto di Facebook, a uscire, a cercare le notizie sui siti di informazione, sui blog, a diversificare tutto il diversificabile, ma sarebbe un consiglio per pochi seguito da pochi. Non siamo nel 2006, e il dato di fatto è che la massa degli utenti di Facebook è troppo grande per qualunque cambiamento immediato rilevante.

Dobbiamo per ora accettare il fatto che milioni di persone, ogni giorno, si collegano volontariamente col mondo esterno attraverso la finestra di Facebook; e che anche se Facebook è un’entità privata che può, teoricamente, decidere in maniera del tutto arbitraria cosa mostrare a chi e perché, questa sua scelta editoriale influisce pesantemente su una fetta importante della società.

Facebook, se siamo fortunati, non durerà per sempre, ma la direzione che ha preso lo sviluppo di Internet porta inevitabilmente a questo tipo di situazioni. Una manciata di grandi network gestisce (e gestirà) il flusso delle informazioni nei propri recinti, mentre un gran numero di piccoli network e piccole app si contende (e contenderà) le briciole, le attività laterali e le poche chance di entrare nella serie A. Ai margini di tutto questo resta l’underground: siti indipendenti, blog, il deep web e tutto il mondo non HTTP. In quest’ultimo confuso spazio rimarrà la possibilità di scegliersi i contenuti e di essere gli editori di se stessi. Se vi sembra uno scenario distopico, vi capisco ma vi sbagliate: ci siamo già arrivati.

Le canzoni di Sanremo 2016 spiegate meme

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Le abbiamo ascoltate tutte. Recensirle sarebbe banale, e poi già c’è venuta l’orchite a sentirle, figuriamoci a leggerne. E allora perché hanno inventato l’internet? Per i porno e per leggere di meno, naturalmente. Eccovi serviti.

Lorenzo Fragola – Infinite volte
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Noemi – La borsa di una donna
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Dear Jack – Mezzo respiro
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Giovanni Caccamo e Deborah Iurato – Via da qui
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Gli Stadio – Un giorno mi dirai
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Arisa – Guardando il cielo
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Enrico Ruggeri – Il primo amore non si scorda mai
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Bluvertigo – Semplicemente
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Rocco Hunt – Wake Up
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Irene Fornaciari – Blu

Dolcenera – Ora o mai più” (le cose cambiano)
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Clementino – Quando sono lontano
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Patty Pravo – Cieli immensi
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Valerio Scanu – Finalmente piove
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Francesca Michielin – Nessun grado di separazione
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Alessio Bernabei – Noi siamo infinito
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Elio e le Storie Tese – Vincere l’odio
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Neffa – Sogni e nostalgia
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Annalisa – Il diluvio universale
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Zero Assoluto – Di me e di te
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Il nume della rosa

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Il nome della rosa                                                  A margine: sarà pure retorica da quattro soldi, ma io sto con lui.

 

 

Generatore automatico di titoli di VICE

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VICE, si sa, è ormai la rivista più ingiovane d’Italia, tutta un pullulare di articoli interessantissimi quali “Ho vissuto per una settimana con 2 euro al giorno”Ho guardato Agon Channel per 15 ore consecutive”, o “La tua colazione a base di vagina” e anche “Abbiamo chiesto a 20 sconosciuti che non sono modelli di baciarsi”.

Sull’onda di tutto questo carico d’informazione di qualità, noi di Libernazione abbiamo pensato bene di dare una mano. Quindi fate refresh per scoprire nuovi titoli di articoli di VICE.

Abbiamo vissuto una lunga settimana senza cambiarci le mutande: ecco com'è andata.

Clown assassini, genesi di una psicosi

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Il 10 maggio 1994, pochi minuti prima della mezzanotte, John Wayne Gacy venne giustiziato  per mezzo di un’iniezione letale nella Stateville Prison di Joliet, Illinois. Gacy, che negli Stati Uniti è noto come Killer Clown, fu condannato a morte per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 uomini (molti dei quali poco più che adolescenti) tra il 1972 e il 1978. Quando la notizia del suo arresto finì su tutti i giornali, la comunità di Chicago rimase incredula: tutti lo conoscevano come un uomo generoso e dedito al volontariato. In quegli anni John si distinse infatti per la sua attività di intrattenimento clownesco durante eventi di beneficienza. Da qui il soprannome che gli attribuì la pubblicistica.

La sua storia fece così scalpore e penetrò così a fondo nella cultura popolare americana che contribuì a formare l’immagine del clown malvagio. Si dice, ad esempio, che Stephen King prese spunto da questa vicenda per scrivere il suo celebre romanzo horror It, pubblicato nel 1986. «Sono l’incubo peggiore che abbiate avuto, sono il più spaventoso dei vostri incubi diventato realtà, conosco le vostre paure, vi ammazzerò ad uno ad uno» diceva il clown Pennywise, antagonista del romanzo. Dal libro venne successivamente tratta una miniserie televisiva di grande successo, che diede ulteriore linfa all’immaginario orrorifico e lo portò prepotentemente nelle case degli americani prima e degli europei poi.

Negli anni ’90 il tema continuò ad essere presente nella cultura pop americana. Letteratura, musica, cinema, videogames alimentarono il topos del pagliaccio assassino, che con l’avvento di Internet si diffuse a livello mondiale. Un esempio significativo: in un episodio della quarta stagione della famosissima serie animata  The Simpsons si racconta di quando Homer costruì un letto a forma di clown malvagio per il piccolissimo Bart, che terrificato ripeteva tra sé e sé «non posso dormire, il clown mi mangerà». Can’t sleep, clown will eat me divenne poi un meme Internet ed ispirò una quasi omonima canzone del cantante rock americano Alice Cooper.

La rappresentazione violenta e antisociale del pagliaccio ha trovato quindi terreno fertile nella Rete. Secondo John G. Robertson, autore del dizionario della lingua inglese Robertson’s Words for a Modern Age, il termine ‘coulrophobia’ (paura dei clown) si sarebbe propagato più sull’Internet che sulla carta stampata.  Provare per credere: fate una ricerca immagini su Google con le parole chiave “Internet clown“. I risultati  saranno in grande prevalenza raffigurazioni negative, violente, orrorifiche. Questo dimostra quanto sia effettivamente cambiato il personaggio nel repertorio dell’immaginario popolare, testimoniando inoltre il ruolo fondamentale del nuovo mezzo di comunicazione di massa nel processo di trasformazione.

Ma veniamo finalmente all’attualità. Ho appreso da un articolo de Le Monde che nel mese di ottobre sono state segnalate alle autorità francesi numerose apparizioni pubbliche di clown “assassini”, cioè di persone travestite e armate di armi in plastica (soprattutto coltelli). Episodi di questo tipo sono accaduti a Périgueux, a Liévin, a Douvrin; la maggior parte delle segnalazioni sono pervenute dal nord della Francia ed in particolare dalla regione Nord-Pas-de-Calais. Queste comparse hanno provocato un certo allarmismo tra la popolazione, ingrassato naturalmente dai titoli della stampa locale e nazionale. Così, nel giro di qualche giorno, sono nate diverse pagine Facebook anticlown e si sono formati numerosi gruppi di “cacciatori di clown”, che hanno preso a girare in alcune città francesi armati di coltelli e mazze da baseball. E non sono mancati episodi di violenza: il 24 ottobre scorso a Montpellier un uomo travestito da pagliaccio è stato aggredito da un pedone con una spranga di ferro; il giorno precedente un ragazzo mascherato aveva distrutto un’autovettura nell’Hérault. La faccenda si sta quindi facendo via via più seria.

Ma dove nasce questa nuova tendenza? A quanto pare a Wasco, California, dove una coppia di artisti travestiti da It ha cominciato a manifestarsi per le strade della cittadina americana in piena notte. Le foto, che sono state postate sui social network, hanno fatto il giro del mondo, facendo crescere rapidamente il numero di emulatori sia nel piccolo centro californiano che al di qua dell’Atlantico. In Europa, grande successo ha avuto il canale You Tube DmPRANKS, gestito da due ragazzi umbri che hanno ripreso e messo online una serie di scherzi in cui terrorizzano i passanti inscenando omicidi e violenze travestiti anche loro da clown malvagio. Il loro video più famoso ha avuto più di 32milioni di visualizzazioni.

Da quando ha cominciato a diffondersi questa candid camera horror, anche in Italia le segnalazioni alla polizia si sono moltiplicate. La fobia collettiva è cresciuta soprattutto in provincia di Perugia (dove effettivamente sono stati realizzati gli scherzi di DmPRANKS) ma anche a Modena e Reggio Emilia, e persino a Brindisi, dove i clown non sarebbero soltanto “picchiatori” ma anche “rapitori”.

Insomma, il fenomeno continua a svilupparsi (si vocifera di casi simili anche in Belgio e in Svizzera) e fa leva sull’apparato immaginativo di quella che ormai è diventata una tradizione narrativa. Per il momento, a quanto sembra, in Italia si tratta soltanto di leggende metropolitane alimentate dal passaparola sui social network, cioè di una psicosi. Ma è difficile escludere che possa trasformarsi in qualcos’altro, persino in manifestazioni antisociali violente. Del resto, non sarebbe la prima volta. E del resto il volto sformato e ghignante del clown fa maledettamente paura.

Pop porno: intervista ad Alberto Abruzzese

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Ogni secondo circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collega e sceglie il suo genere preferito. Il 70% di maschi tra i 18 e i 24 anni visita almeno un sito porno nell’arco di un mese. ‘Sex’ è la parola più ricercata sui motori di ricerca. Addirittura il 70% del traffico sui siti porno si verifica tra le 9 e le 17, cioè in orario di lavoro. Questi sono soltanto alcuni dati sulla pornografia online, un fenomeno che ormai è entrato a far parte della vita quotidiana di milioni di persone. Un fenomeno che, in qualche modo, si va via via facendo pop.

Ciononostante sembra non esserci molto spazio per la pornografia nel dibattito sulla contemporaneità; ciononostante sembra che il discorso sul porno online sia per la maggior parte degli utenti ancora un tabu. Ma perché non se ne parla? E cosa significa oggi discuterne? Lo abbiamo chiesto al Prof. Alberto Abruzzese, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrittore e saggista, che sulla sua pagina facebook e sul suo blog ha da qualche tempo avviato una riflessione sulla pornografia d’oggi.

Prof. Abruzzese, perché è utile parlare di pornografia?

Per cercare di pensare in modo diverso dal pensiero umano in quanto pensiero occidentale, volontà di potenza del soggetto moderno. Siamo in un’epoca di crisi profonda, globale e locale. Nessun ceto dirigente e nessuna istituzione pubblica e privata sembra essere in grado di risolverla. Ora e nel futuro. Il capitalismo finanziario va distruggendo ogni vecchio strumento di governo del capitalismo storico, compresi gli stati e le loro forme di organizzazione amministrativa e politica. Ogni promessa della civilizzazione moderna sembra essere venuta meno. Ogni “principio speranza” cancellato. A questa crisi di valori e a questo vuoto di responsabilità e capacità nelle classi dirigenti che governano o credono di governare nazioni e mondo, si continua a rispondere facendo riferimento ai valori etici, estetici, religiosi e sociali dell’Umanesimo. Ma c’è da domandarsi: se siamo al punto in cui siamo – là dove è tragedia poiché non c’è più alcun eroe e alcun dio a salvare – la causa non sarà forse proprio avere fatto uso dei valori dell’Umanesimo? La pornografia offre argomentazioni adatte a ragionare su tale dilemma. Ci aiuta a toccare la distanza tra violenza del desiderio di sopravvivenza di ogni cosa vivente e “falsa coscienza” di un essere umano convinto della propria supremazia sul mondo in virtù della propria presupposta “libertà” di linguaggio.

In una recente intervista all’edizione fiorentina de “La Repubblica” ha definito la pornografia d’oggi “uno degli elementi della crisi della civilizzazione, uno di quei fenomeni antisociali a cui il futuro del web sembra sempre più incline”. Se ho ben capito, non si tratta di una riflessione di natura estetica o morale, bensì di una valutazione della pornografia come pratica. Sta forse dicendo che la produzione e la fruizione di materiale pornografico contrastino in qualche modo con i princìpi che governano la vita sociale?

Pensare che la pornografia è una pratica significa dire che essa va affrontata per ciò che produce: l’orgasmo. La pornografia è un insieme di mezzi – carne, pelle, mano, immagini, attrezzi, ecc. – volti a raggiungere un fine specifico: la “piccola morte”. Ma a ragionare così sono in pochissimi (nei più scatta quasi un censura inconscia, una rimozione automatica: ciò che nella pornografia si produce sfugge al pensiero, in realtà è indicibile). Del resto, a volerlo dire in modo più triviale, la pornografia è il mezzo necessario alla “masturbazione”: sappiamo bene quanto tale pratica sia stata ostacolata – inquisita – dalla chiesa, dalla famiglia, dalla medicina e dalla società. E resti oggi, nella più parte dei casi, ridicolizzata o nascosta.

Lei ha appunto parlato di una “erotizzazione sempre maggiore del mondo”. Questo fenomeno modifica il rapporto che gli individui hanno con il sesso – pronunciato e praticato – e quindi con la pornografia, che si va via via ‘normalizzando’, cioè entra sempre più nel quotidiano, in qualche misura si ritualizza. Si può quindi dire che il porno online sia soltanto un elemento, e nemmeno il più importante, di un rinnovamento globale dei costumi sessuali?

L’idea su cui sto lavorando da qualche tempo non è più quella surrealista dell’erotismo in rivolta contro le norme della società. Dimenticare Bataille, potremmo dire. Quell’idea (oggi sopravvissuta nel senso comune dei costumi e del loisir, in culture che potremmo definire piccolo-borghesi, da ceto medio, di “vecchio regime”) ha contato nel primo Novecento, nelle sue avanguardie, ma in realtà dentro il processo di erotizzazione delle merci, processo in cui – come tipico di ogni grande salto di qualità compiuto dalla civilizzazione moderna – hanno agito tanto gli impulsi a trasgredire le regole private e pubbliche della società, quanto la risposta dei regimi di controllo e sorveglianza sulle dinamiche del desiderio. Appunto della volontà di potenza. Al centro, il sesso e la sessualità, ma non soltanto: gli oggetti d’uso. Il sex appeal dell’inorganico. Per me invece ora conviene fare cadere ogni con-fusione tra erotismo e pornografia. Non farsi distrarre dalla convergenza tra un erotismo sempre più erotico e una pornografia sempre più comune… ordinaria.

Ma questa sovrabbondanza di immagini e parole sessualizzate non rischia di sminuire la funzione stimolativa e appagante della pornografia? Se il sesso è ovunque, l’eccezionalità è da ricercarsi in un tipo di materiale sempre più ‘spinto’? Siamo già arrivati alla “banalità dell’anale”?

Al momento a me interessa ragionare sul fatto che l’esasperazione del consumo di pornografia in rete ha un effetto preciso di sottrazione dalla società. A fare sì che non cada la capacità di eccitazione della attuale pornografia, ci penserà lo sviluppo tecnologico di nuove pratiche. Potrà essere accentuando la simulazione tattile o visuale o olfattiva, potrà agire direttamente sui neuroni senza più alcun nesso con il fare sesso, con i generi e con la procreazione. Una pillola o uno spray per venire, e via! Quello che mi pare di potere dire è che c’è un desiderio crescente (la tecnica) di alienazione del proprio corpo – l’individuo, il soggetto sociale – in una radicale morte del sé, nel piacere del suo nulla: sfera organica e inorganica, carne messa in condizione di sprofondare in se stessa.

Sfatiamo il mito secondo cui il porno online sarebbe una faccenda prettamente maschile: le statistiche rivelano infatti che un utente su tre è donna. È la prova che un certo femminismo moralista che definiva (e definisce) la pornografia lesiva della dignità della donna ha fallito?

Concordo. Comunque credo che studiare la pornografia con una attitudine psico-sociologica possa ancora fruttare qualcosa di utile. Non soltanto per sfatare appunto gli stereotipi costruiti su una visione tutta ideologica delle differenze di genere (che tanto ha nuociuto persino nei confronti della donna), ma anche nell’ambito ancora certamente moderno e tuttavia comunque più “civile” di altri contesti antropologico-culturali, in cui la pornografia viene studiata come luogo di maturazione, in sostanza democratizzazione, dei rapporti sessuali in “famiglia”. Nel praticare la pornografia e parlarne, le coppie e ciascuna delle parti vivono processi di emancipazione. Consumando ad esempio video porno in cui si inscena sesso tra donne lesbiche, penso che i giovani di sesso maschile siano sottoposti ad una educazione erotica infinitamente più sensibile rispetto alla educazione ricevuta, o più spesso per nulla ricevuta, nelle famiglie o cerchie amicali della mia generazione (la cui violenza, del resto è facilmente riscontrabile – intatta e oberata di ben altri carichi simbolici e ritualistici – nella più parte dei video etero).

Le ragazze del porno propongono una pornografia al femminile contro “gli ideali di bellezza malati”, il capitalismo e il patriarcato. Ma politicizzare il porno non significa trasformarlo in qualcos’altro?

Sicuramente. Da un lato “Le ragazze del porno” riducono il porno alla stessa funzione socializzatrice – estetica, affettiva, culturale – attribuita alla sfera erotica. Innestandolo sulle ideologie progressiste e democratiche hanno ancora probabili margini educativi, ma si tratta, come si diceva un tempo, di “battaglie di retroguardia”. Il ripescaggio di vecchie utopie liberatorie.

A suo parere, in un futuro prossimo o remoto il genere “amatoriale” potrà essere sdoganato? Come facciamo oggi con le selfie, condivideremo sui social network le nostre prestazioni sessuali? Oppure esiste un limite morale invalicabile tra sfera pubblica e sfera privata?

La tendenza è già in atto. Sino a quando i sistemi di controllo della società civile – nelle sue forme di effettiva o simulata democrazia o deliberata restaurazione autoritaria o di sopravvivenze premoderne – non riterranno troppo pericoloso il porno, avremo magari un ulteriore allentarsi della tolleranza. Ma calamità in rete come il gioco di azzardo e la pornografia non potranno essere tollerate in modo permanente data la crescita virale di questo genere di dissipazioni. Del resto la tolleranza è anche il dispositivo con cui si prepara l’intolleranza, con cui si crea l’allarme necessario a intervenire e a giustificare la radicalità delle misure repressive che si vogliono imporre. Accadrà quando per una serie di più e diverse ragioni (e non solo a causa di una visione bigotta del sesso e dei rapporti sessuali) i sistemi moderni avranno bisogno di frenare la deriva antisociale di una serie complessa di fattori disgregativi di cui il porno potrebbe essere parte e anche emblema. Il divieto delle droghe e l’intreccio tra cause e effetti che produce, lo conosciamo bene. Le grandi manovre mondiali sul divieto del fumo sono riuscite, stanno riuscendo in modo sorprendente. Il porno potrebbe essere la prossima grande manovra a difesa della salute dell’individuo. Della famiglia. Della solidarietà sociale. Delle religioni. Delle caste “nascoste” e “protette” dietro i loro privilegi, la loro intoccabilità. Magari questo salto repressivo potrà accadere inglobando anche una serie di valori che sono stati il frutto di battaglie progressiste: la parità dei sessi, la politica delle famiglie e delle nascite, e via dicendo.

 

Pure sulla monnezza, la presa per il culo! FATe GIRAREEE1!!1!

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Sta girando in queste ore su Facebook un video che mostra due signori italiani che spiegano come in Germania, nei supermercati esistono delle macchinette nelle quali uno inserisce bottiglie di plastica vuote, che verranno riciclate, ricevendo in cambio un buono acquisti il cui valore dipende dal numero di bottiglie inserite.

Il video è accompagnato dalla scritta testuale “aprite l occhi e smettiamo di votare ste merde!!! Tutte!!!” e durante il video uno dei signori dice: “ci fanno credere che in Germania costa tutto di più” mentre invece, se ne deduce, in Germania, al posto di farti pagare le imposte sulla immondizia lo Stato addirittura ti paga se fai la raccolta differenziata. “3 euro per aver buttato la monnezza“, nientemeno!

Ovviamente è falso: le tasse sui servizi locali come la raccolta dell’immondizia in Germania dipendono dai Land, cioè cambiano di regione in regione e non hanno alcun rapporto diretto con la raccolta differenziata.

Soprattutto, lo Stato non ti paga affatto per aver fatto la raccolta delle bottiglie. Funziona così: ogni volta che acquisti una bottiglia di plastica paghi una sorta di cauzione (“Pfand” in tedesco) al massimo di circa 25 centesimi in più rispetto al prezzo della bevanda in bottiglia: se la bevanda costasse diciamo 1,50 Euro,  la bottiglia alla cassa si paga circa 1,70 Euro, cioè si paga la Pfand in aggiunta.

Quando poi tu hai bevuto la bevanda puoi scegliere se riconsegnare la bottiglia di plastica tramite quella macchina che, per ogni bottiglia riconsegnata, ti paga indietro la cauzione che avevi versato all’acquisto.

Capito? Prima paghi di più e poi, se e quando riconsegni la bottiglia, ti restituiscono la Pfand.

E’ un buon sistema, che incentiva di sicuro a fare la raccolta differenziata, ma che non significa che lo Stato ti paghi per fare la differenziata o che non si paghi l’imposta dei rifiuti come si sarebbe portati a credere vedendo il video.

Così, tanto per non farsi prendere per il culo pure sulla monnezza.

Santé

YouPorn Premio Nobel per la Pace

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C’è un velo di ipocrisia che copre il tema della pornografia online. Una specie di pudore autocensorio che impedisce ogni seria e genuina discussione. Si preferisce generalmente catalogare la questione come un affare di pochi e di pochi neanche troppo puliti. La sozzura della visione, della fruizione, della strumentale esperienza delle proprie fantasie fatte video è spesso rincondotta alla depravazione, ad una inguaribile stortura morale di alcuni membri dell’umanità. Chi guarda il porno è un maiale (o una maiala). Suina equazione che, come frequentemente accade, tende a nascondere, ad eliminare il dato reale a favore di un ideale di vita, di società, di cultura.

Ogni secondo, circa 28mila persone stanno guardando un porno online. Ogni secondo una Verbania di sconosciuti si collegano e scelgono il loro genere, la loro fantasia del giorno, il loro spunto per una gioia improvvisa e necessaria. Tra questi utenti sporcaccioni e goderecci, uno su tre è una donna. Fatto, quest’ultimo, che nega i facili argomenti di coloro che bollano la faccenda come esclusivamente maschile. E’ bene chiarirlo una volta per tutte: anche le donne fanno uso della pornografia online.

Il porno non riguarda una piccola parte della società. Esso è al contrario un fatto di pubblico dominio, sul quale molti potrebbero esprimersi ma pochi lo fanno. L’uomo medio sembra preferire essere accusato pubblicamente di aver preso tangenti piuttosto che essere scoperto nell’impuro atto di farsi le pippe guardando YouPorn. La terribile vergogna per questo umanissimo bisogno, per questa necessità di dare corpo alla propria immaginazione, ha finito con l’ammazzare la riflessione intorno al potenziale di pacificazione dello strumento. Se è vero che le dinamiche sociali sono l’aggregazione delle azioni individuali, l’individuo che placa i propri istinti, che pone fine alla frustrazione o sublima la propria gioia, interviene direttamente sul mantenimento della pacifica convivenza.

YouPorn rappresenta nell’immaginario collettivo la controparte zozza di YouTube; quel luogo virtuale in cui il sesso si afferma e si contraddice grazie alla sua meravigliosa indeterminatezza; quel paradiso della fantasia dove quasi tutto è concesso e in cui quindi è possibile ricercare una individuale dunque collettiva pace. In questo senso, esso non è soltanto il territorio della goduria, ma anche il paesaggio dell’appagamento non violento.

Per tutte queste ragioni; per aver favorito la distensione e l’erezione delle coscienze nell’epoca della frenesia; per il suo ruolo di educazione alla comprensione delle proprie preferenze in materia sessuale; per la sua opera di mediazione etnica e culturale; per aver incentivato lo slancio liberatorio della morale e quindi la conoscenza dell’altro nella sua dimensione più intima, quella sessuale; per la diffusione di un principio di pace fondato sul piacere

Libernazione propone YouPorn come Premio Nobel per la Pace 2014.

Porn is Peace. Clicca qui per aderire anche tu

Controllo

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Una volta, parlo di appena una ventina d’anni fa, c’era il telefono e basta.
Quando cercavi qualcuno dovevi chiamarlo a casa: se c’era bene, se non c’era, o se si faceva negare, ciccia. Dovevi riprovare dopo. O aspettare che ti richiamasse. Ammesso e non concesso che a quel punto fossi a casa tu.
Ci si davano appuntamenti precisi: alle undici e un quarto a Porta Pia, sotto al bersagliere; perché se non si specificava finiva che uno si metteva da una parte e uno dall’altra, ed era possibile che non ci si trovasse. Se avevi un contrattempo, per avvertire quell’altro ti toccava aspettare che fosse lui a trovare una cabina e a chiamarti a casa: ammesso che fossi a casa, naturalmente, e che il contrattempo non fosse intervenuto in mezzo alla strada, nel qual caso quello dopo un po’ se ne andava e per spiegarsi si doveva aspettare la sera.
Tutto ciò con un telefono per famiglia, e quindi al netto della linea che a volte poteva essere occupata, e lo era sistematicamente nelle famiglie numerose, nelle quali per fare una chiamata si facevano segni di taglio con le dita, si istituivano turni, si biascicavano anatemi, ci si scannava.
Poi arrivarono i cellulari.
All’inizio non cambiò quasi nulla, perché ce li avevano in pochissimi, molti dei quali lo tenevano spento e lo accendevano solo per telefonare.
Bisognò aspettare qualche anno (non pochi) perché si diffondessero, implementassero gli sms e diventassero uno strumento grazie al quale le persone si potessero effettivamente trovare mentre erano in giro.
Gli appuntamenti diventarono via via più vaghi: ci vediamo verso le undici dalle parti di Porta Pia, poi quando siamo là ci telefoniamo. Si fece più facile avvertire le persone in caso di ritardi e inconvenienti, ma allo stesso tempo diventammo tutti meno puntuali e meno attenti. Quelli che erano già ritardatari si trasformarono progressivamente in individui disastrosamente inaffidabili, capaci di dare tre appuntamenti a tre persone diverse in tre posti lontani chilometri tra loro, tanto poi vediamo ci sentiamo o ci messaggiamo e dio vede e provvede.
Nel frattempo, inesorabilmente, aumentava il controllo.
Fu un processo inevitabile, del quale non ci accorgemmo neppure: però, oggettivamente, poter contattare una persona dovunque fosse, se da una parte si rivelò utile, dall’altra ridusse in modo drastico lo spazio “privato” di tutti noi. Dov’eri? Perché non mi hai risposto? Non hai visto il messaggio? Nascevano in modo naturale, quelle domande. Perlopiù senza malizia. Ma in un modo o nell’altro nascevano, e noi non ci accorgevamo che non ce ne saremmo liberati mai più.
In una manciata di anni la situazione precipitò: segreterie telefoniche, avvisi di chiamata, ricevute di notifica, software che ti dicono se quell’altro ha letto il messaggio, a che ora lo ha letto, quando è online, quando si sconnette, quando ha il telefono in mano, quando lo posa, quando sta scrivendo, quando cancella, quando si ferma e quando riprende.
Tutta roba comodissima, ci mancherebbe. Voglio dire, scrivere una cosa importante a qualcuno e sapere che l’ha letta è obiettivamente utile. Ma al tempo stesso le domande di prima si moltiplicano e tendono a diventare incontrollabili: perché hai letto e non mi hai risposto? Perché mi hai detto che avevi da fare e intanto twittavi? Dovevi essere a Firenze, perché Facebook dice che sei dietro al Pantheon?
La gente discute, litiga e a volte si lascia, per queste domande. Domande che vent’anni fa non avrebbe materialmente potuto porsi. Domande che il più delle volte hanno risposte stupide, banali, innocue: ma che finiscono per diventare un problema a prescindere dalle risposte, per il solo fatto di essere formulate.
Si chiama controllo, il prezzo che paghiamo per le nuove cose utili che abbiamo. E’ un controllo spesso involontario, implicito, perché le informazioni da cui scaturisce ci vengono sbattute in faccia e non possiamo non vederle: però, che ci piaccia o no, in quel controllo ci siamo immersi fino al collo, anche quando non avremmo la minima intenzione di esercitarlo.
E’ una delle cifre dei nostri tempi, forse la più importante.
Non credo sia possibile dire se si tratti di una cosa buona o di una cosa cattiva, se il gioco valga la candela, se essere trasformati in potenziali controllori o controllati sia un prezzo equo per ottenere in cambio la possibilità di comunicare col mondo in tempo reale.
Sta di fatto che a me piacciono ancora gli appuntamenti precisi. Che a volte, se devo incontrare qualcuno a Porta Pia, mi scappa di specificare che ci vediamo sotto al bersagliere. E che quando mi rispondono che poi ci sentiamo, poi ci messaggiamo, poi dio vede e provvede, mi viene sempre un vago senso di nausea.
Che volete, ognuno cerca di difendersi come può.

Un minimo di decenza, mister Byrne

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Intendiamoci: il fatto che un artista del calibro di David Byrne si scagli contro i servizi di musica in streaming come Spotify è del tutto legittimo: così com’è ragionevole, probabilmente, ritenere che tali servizi riducano i ricavi degli artisti, in modo particolare di quelli emergenti, in modo così massiccio da poterli indurre a cambiare mestiere.
Sta di fatto, tuttavia, che quando si ragiona sui maggiori o minori guadagni che scaturiscono da un certo sistema, occorrerebbe se non altro essere precisi sui termini generali della questione.
Tanto per cominciare: né Byrne, né gli altri artisti che come lui hanno segnalato il potenziale pericolo rappresentato dalla diffusione della musica su internet sono riusciti mai a chiarire, perlomeno a me, in cosa consista esattamente quello che vendono.
Ad esempio, supponiamo che io compri il White Album dei Beatles per una venticinquina di euro: qualcuno è in grado di spiegarmi esattamente che cosa sto comprando? Il diritto ad ascoltare quelle canzoni, in quella specifica versione, tutte le volte che voglio? A prima vista parrebbe di sì: ed il corrispettivo, per come la vedo io, sarebbe ragionevole.
Eppure così non è, dal momento che se dovessi perdere o rompere quel cd sarei costretto ad acquistarne un altro, a prezzo pieno, per potermi assicurare nuovamente quel diritto: a prezzo pieno, dico, mentre se quel diritto l’avessi acquisito con la prima transazione, e se l’avessi acquisito una volta per tutte, dovrei avere la possibilità di riappropriarmene sostenendo soltanto i costi riconducibili alla stampa e alla distribuzione del supporto fisico, non anche quelli legati alla concessione di ascoltare la musica che c’è dentro.
Per venticinque o trenta euro, dunque, mi viene venduto un pezzo di plastica con della musica stampata sopra: e, con ogni evidenza, nessun diritto, ché se quel diritto lo acquisissi veramente il meccanismo dovrebbe funzionare come spiegavo prima, al di là delle chiacchiere che mi vengono ammansite da chi cerca di fregarmi facendo il gioco delle tre carte.
Tant’è che a me è capitato spesso (così come sarà successo a voi) di comprare lo stesso album tre o quattro volte: una in vinile, un bel po’ di anni fa, una in cassetta qualche anno dopo e poi due in cd, magari perché il primo era finito chissà dove e non riuscivo più a trovarlo o il cane l’aveva sbriciolato prendendolo per un osso; avessi acquisito davvero un diritto, dalla seconda volta in poi avrei dovuto rimborsare soltanto il supporto, cosa che invece non è avvenuta.
Orbene, mentre trenta euro possono essere considerati un prezzo equo se corrispondono all’acquisto di un diritto, diventano una cifra letteralmente indecente se si riferiscono esclusivamente alla disponibilità di un pezzo di plastica: e lamentarsi se la gente cerca di spendere meno utilizzando Spotify, o addirittura (essì, mi tocca dirlo) scaricando musica illegalmente, mi pare una pretesa un tantino eccessiva.
Di questo gli artisti come Byrne sono perfettamente consapevoli, ma non mi risulta che qualcuno tra loro l’abbia mai correttamente denunciato: incamerare tre o quattro volte gli stessi soldi dalla stessa persona per la stessa “merce”, del resto, fa comodo, e poco male se l’oggetto che corrisponde a quei denari non è né chiaro né definito.
Io avrei una proposta: mettiamoci intorno a un tavolo a discuterne, di questo problema: perché il fatto che internet costituisca un potenziale pericolo per il giusto compenso che si deve a chi crea un’opera artistica (sia essa musicale o di altro genere) è incontrovertibile, così com’è incontrovertibile che rubare quello che sarebbe giusto pagare è un comportamento censurabile.
Però cerchiamo di svolgere questo dibattito accompagnandolo con una premessa di onestà: vale a dire la disponibilità degli artisti a privarsi di quei guadagni che appaiono, dal punto di vista prettamente logico, del tutto ingiustificati.
C’è in giro qualche Byrne disponibile a discuterne in questi termini?

Il blocco del blogger ovvero la sindrome dell’Automasticazzi.

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Tutto nacque da una pagina facebook prodiga di puttanate. La mia. Da cui scaturì quel “Vuoi scrivere sul nostro blog?”

Ecco, metti il fascino del nuovo (tu: mò il blog sarebbe nuovo?mandòvivi – io: ahò, i blogghe non me li sono mai pisciati, mea culpa mea culpa mea maxima culpa, chettedevodì, damme na cortellata), metti gli amici di facebook, mettici pure quel soave tittillìo all’ego…e dissi sì. Contento. Sì. Scrivo sul blog. Con la faccia seria, eh. Scrivo. Sul blog. Tranquilli. Ci sto dentro.

Dopo poco però, molto poco, la pagina di wordpress iniziò a guardarmi con una strana espressione, qualcosa in mezzo tra “forse dovresti approfondire più attentamente l’argomento che stai affrontando per basare la tua tesi su elementi univoci, precisi e concordanti affinché la tua disamina possa arricchire l’ipotetico lettore dal punto di vista della conoscenza e della grazia espressiva” e “questo è tutto? Masticazzi?”. Ecco, forse la seconda impressione era più evidente e questa parola riecheggiava sempre più insistentemente. Masticazzi.
La domanda, profonda, implacabile, assordante di questa moderna sfinge chiamata wordpress: in base a quale principio ritieni che quello che pensi dovrebbe o potrebbe in qualche maniera interessare a qualcuno? Risposta: Silenzio tombale.

Diagnosi: sindrome dell’Automasticazzi. Conclamata.

Che fare? non è che uno ha una sindrome del genere e ci convive serenamente.

Dopo l’infausta diagnosi,  ho iniziato a leggere blog su blog perché, mi sono detto, non è che uno vuole fare il chitarrista e non sente gli altri chitarristi, non funziona così, vediamo quindi come si regolano gli altri blogger, vediamo come si relazionano loro, alla sindrome dell’automasticazzi.

Ho passato insomma notti su notti piantato sulle pagine dei blog più famosi. Quelli che poi i blogger vanno su LA7 con il sottopancia con la scritta “blogger”.  E ho avuto un’illuminazione: i blogger non soffrono della sindrome dell’automasticazzi. Ne sono immuni. Ritengono che quello che hanno da dire è fondamentale.  Proprio per la vita della gente. Tipo “I have a dream” di Martin Luther King. Così. Esticazzi se il più delle volte è qualcosa di una banalità allucinante o estremamente irritante. “Io la penso così. Se non ti frega il problema è tuo.”
Dopo qualche minuto di sconcerto ho capito allora che le prime cose che servono per affrontare la sindrome dell’automasticazzi è la faccia come il culo e un ego piuttosto sviluppato. Ottimo.

Superato il dilemma soggettivo interiore con una mossa che possiamo chiamare “Sovvertimento dell’introflessione del masticazzi – ovvero: Sai cosa c”è di nuovo, masticazzi lo dico io)  il problema si rivolge al pezzo da scrivere. Il “post”. Perché va bene tutto, ma le stronzate dio mio veramente no, meglio tacere. Non c’entra l’automasticazzi, è proprio un sentimento di umana decenza.

Quindi, dopo ore di lunghe ed approfondite analisi comparate, ho intuito che la cosa che si avvicina di più al concetto di blog è l’articolo di fondo di un quotidiano. L’ editoriale. Cioè quello che in redazione affidano alla penna più cazzuta, perché da una notizia, da una serie di avvenimenti etc., l’editorialista tira fuori una lettura che in qualche maniera aiuta chi legge a tirare le fila di un certo argomento. Il post non è uguale al fondo, certo. Ma si avvicina. Parecchio. Quindi per fare un post decente (almeno per il proprio giudizio) serve una certa competenza dell’argomento di cui si tratta più una spiccata capacità di astrazione.

Con quest’altra mossa, che possiamo definire “Esegesi delle fonti dell’automasticazzi-ovvero: Ma io sta cosa la so, la reputo importate e sticazzi se non ti frega”, dopo il problema soggettivo, abbiamo circoscritto anche il problema oggettivo, cioè la scelta dell’argomento e come affrontarlo.

Ora, la forma: il pensiero va espresso con un linguaggio sbarazzino e moderno,  con i “cioè”,  i “comunque”, insomma pensiero frammentato a go-go. Un po’ flusso di coscienza e un po’ parlato, che piace tanto ai giovani, con buona pace della grammatica italiana, che sennò mi diventa pesante e non è un articolo, è un post su un blog. Tutta un”altra cosa, capito.
E molto breve, perché la soglia d’attenzione media dedicata al post sul blog è stimabile intorno ai 15 secondi.
E almeno un battutone, o una articolata presa per il culo a qualcuno o qualcosa, perché i blog più fichi fanno ridere. Fact.

Quindi ricapitolando: faccia da culo, ego sviluppato, argomento che si padroneggia o quanto meno si conosce, capacità di astrazione, linguaggio sbarazzino, senso della sintesi e battutone.

Un sano Cocktail di questi elementi, e  la sindrome dell’automasticazzi può andare diretta affanculo.

A parte che se sei belloccio o hai le tettone, può essere che ci vai davvero su LA7 con la scritta “blogger” sotto, a prescindere dalle puttanate che scrivi e che conseguentemente dici o dalle profonde verità che riveli, succede che se hai un po’ di spirito critico, un po’ di auto-umorismo e una penna felice, finisce che scrivi davvero una cosa sincera e simpatica che ha l’unica pretesa di voler condividere un’esperienza, un pensiero o un’intuizione, profonda o banale che sia, senza l’arroganza di voler insegnare qualcosa a qualcuno. Che credo sia alla fine la cosa migliore.

E sticazzi del resto.

I blog sono morti?

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Due premesse, entrambe importanti: primo, Diego Bianchi è un amico, un professionista di tutto rispetto e una cara persona; secondo, nella classifica dei blog politici/d’opinione al Macchianera Italian Awards, le cui premiazioni si sono svolte l’altroieri durante il Blogfest di Rimini, questo blog si è classificato al di sotto della quinta posizione; ragion per cui, quello che sto per scrivere non è motivato né dall’avversione antipatia per Zoro -il quale peraltro non ha mancato di esprimere la propria meraviglia per aver ricevuto il premio- né dall’irritazione per non aver vinto, giacché senza di lui non avremmo vinto lo stesso.
Desta un certo stupore, tuttavia, il fatto che ad aggiudicarsi il premio come miglior sito d’opinione del 2013 sia stato un blog su cui nell’ultimo anno solare sono stati pubblicati undici post; e credo che prendendo spunto da questo stupore sia il caso di porsi, seriamente, un paio di domande.
Potenza della televisione, mi hanno detto alcuni commentando la vittoria di Diego: e non c’è dubbio -non lo scopriamo certo oggi- che la televisione sia effettivamente uno strumento potentissimo, e che quindi la diagnosi sia sostanzialmente corretta.
Senonché, il tratto peculiare dei blog, o per meglio dire della cosiddetta “informazione dal basso” che proviene dal web, dovrebbe essere proprio l’alternatività rispetto ai mezzi di comunicazione “mainstream”; e il fatto che questa alternatività venga meno in modo così evidente, al punto da indurre gli utenti del web -gli utenti del web, badate, non una giuria di “addetti ai lavori”- a premiare come miglior blogger uno che nell’ultimo anno ha fatto -bene, ci mancherebbe- tutto tranne che il blogger, non può non generare una serie di domande: nel 2013 i blog rappresentano ancora qualcosa di significativo o si sono ridotti a un biglietto da visita, un complemento, un ammennicolo per chi in effetti svolge altre attività? Esistono ancora in quanto tali, i blog, o si tratta di una roba ormai sommersa e di fatto cancellata dall’informazione tradizionale da un lato e dai social network dall’altro?
Insomma, per farla breve: i blog, nel senso in cui abbiamo inteso la parola nel corso degli ultimi dieci anni, sono vivi o sono morti? Ha ancora senso quello che facciamo scrivendo qua dentro? E se ce l’ha è lo stesso senso di quando abbiamo iniziato a farlo o si è trasformato in qualcosa di diverso?
Io non ce l’ho ancora, una risposta compiuta, ma credo che sarebbe il caso di rifletterci e iniziare a elaborarla.
Chi volesse dare una mano, naturalmente, è il benvenuto.

Parole parole parole

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Ma davvero le parole “fomentano” l’odio?
Voglio dire, come funziona? Metilparaben se ne sta tranquillo, poi legge lo status di Tizio che dà della zoccola a una, quello di Caio che la manda a cagare, il tweet di Sempronio che la minaccia di spezzarle le gambe, e da che era in pace col mondo diventa pieno d’odio pure lui?
In sostanza voi sostenete che se quegli status non fossero esistiti, o per tagliare la testa al toro se non fossero esistiti gli strumenti (Facebook e Twitter, o per fare ancora prima internet) attraverso i quali si sono propagati, Metilparaben sarebbe rimasto serafico a giocare a Angry Birds invece di essere repentinamente trasformato in un potenziale assassino?
Dite che funziona così? Cioè, ci credete davvero? Lo ritenete ragionevole?
Io, personalmente, ho dei dei dubbi.
A me pare che le parole, più che fomentare l’odio, lo esprimano: cioè che l’odio sia precedente alle parole con cui viene manifestato. Non è che io scrivo delle cose brutte a qualcuno e poi lo odio: prima lo odio, e dopo, siccome lo odio, gli scrivo delle cose brutte.
Il che non esclude, sia chiaro, che quelle parole risultino disturbanti, offensive, a volte perfino terrorizzanti per chi si trova ad esserne il destinatario. Anche se, a pensarci bene, il problema vero non sono le parole, ma quello che c’è a monte.
Voglio dire: se uno, per un motivo qualsiasi, volesse ammazzarmi e me lo scrivesse, probabilmente me la farei sotto dalla paura. Ma quella paura non scomparirebbe se al tizio in questione venisse impedito di scrivermelo: perché la sua pessima intenzione nei miei confronti esisterebbe lo stesso, con la semplice differenza che io non lo verrei a sapere.
Intendiamoci: a me piacerebbe un sacco che nessuno minacciasse nessun altro, mai, a prescindere dallo strumento con cui lo fa.
Ma siccome, purtroppo, a volte capita, relegare la minaccia nel buio non mi pare una gran soluzione per scongiurare i suoi possibili esiti: anzi, ha tutta l’aria di essere il modo perfetto per lasciarla silente, inespressa, sconosciuta, e per questo ancora più insidiosa.
Io ci rifletterei, prima di sparare giudizi tranchant sul pericolo delle parole.

Basta con l’anarchia dell’aria!

in internet by

Stando a quanto mi hanno raccontato fin dalle scuole elementari, viviamo tutti immersi in un fluido che risponde al nome di “aria”, composto principalmente da azoto, ossigeno, argon e anidride carbonica.
Attraverso quel fluido, tramite le oscillazioni delle particelle provocate dai movimenti vibratori provenienti da un determinato oggetto, detto “sorgente del suono”, si propagano le cosiddette “onde acustiche”, in buona sostanza corrispondenti ai suoni che ci capita di sentire tutti i giorni.
Ciò significa che quando qualcuno ci sussurra una parola dolce, quando ci emozioniamo ascoltando i Beatles, quando sentiamo il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, lo dobbiamo all’aria: ma è sempre attraverso l’aria che possiamo essere mandati a fare in culo, insultati, diffamati, minacciati di morte.
Ecco, vorrei far presente una cosa a Laura Boldrini, che pure stimo: prendersela col web se qualcuno lo usa per scrivere delle schifezze è un po’ come criminalizzare l’aria quando vi si propagano delle parole che non ci piacciono.
Insomma, se volete gridatelo pure, “basta con l’anarchia del web”; purché vi rendiate conto che è più o meno come urlare “basta con l’anarchia dell’aria”.
Semplicemente, non ha senso.

Un netbook e du’ spaghi

in internet by

No, dico, ve lo immaginate? Una fila di omini lunga fin dove lo sguardo riesce ad arrivare, ciascuno seduto davanti al suo computer, controlla in tempo reale i post sui blog, i tweet, gli status di facebook, gli interventi nei forum, il tutto comprensivo dei relativi commenti, per assicurarsi che anche sul web venga applicata la par condicio.
Figuratevi lo scenario: Giannino va sanzionato perché ha settecentotredici like in più rispetto a Ingroia, Berlusconi perché è più ritwittato di Bersani e Monti perché i suoi sostenitori esagerano con gli interventi rispetto a quelli di Vendola, che invece sono più taciturni.
Roba che i Monty Python dedicherebbero alla faccenda non un solo film, ma una trilogia.
Ora, io non pretendo che il presidente dell’AgCom sia un blogger o un maniaco dei social network: però mi aspetterei perlomeno che nel suo staff ci fosse qualcuno in grado di spiegargli, sia pure sommariamente, in cosa consista internet.
Facciamo così: se serve sono disponibile per un corso base accelerato. Che ne so, una sera a settimana a casa mia. Ci ho solo un netbook, ma penso che possa bastare. Ah, naturalmente gratis.
E magari se facciamo tardi ci scappa pure che preparo du’ spaghi.

Gli indichi la luna e guardano Facebook

in internet/società by

Secondo i genitori, a quanto pare, il punto non è che ci siano in giro dei ragazzi che fanno i bulli (diciamo così per capirci al volo, anche se sarebbe più appropriato definirli degli ottusi pericolosi coscienziosamente allevati a merendine, meschinità e fondamentalismo), ma il fatto che esista uno strumento come Facebook su cui possono esercitare il loro bullismo: un po’ come dire che se uno viene accerchiato e dileggiato in mezzo alla strada da cinque stronzetti il problema non sono gli stronzetti, ma la strada; o che se uno si ammazza perché gli fanno gli scherzi telefonici bisogna limitare l’uso dei cellulari.
Sarebbe assai più responsabile, credo, tenere a mente una memorabile pagina di Stefano Benni che personalmente ho sempre presente. Ve la regalo, credo sia molto più efficace di altri commenti.

“Un giorno Algopedante e Pantamelo capitarono in una piazza ove si riuniva la gioventù del paese, e videro schierati gli esponenti di due generazioni successive alla loro, che era stata fiera, combattiva, sfortunata e logorroica.
Stavano, questi giovani, seduti all’interno di auto, o appoggiati a moto e motorini, quasi mancassero di equilibrio proprio e avessero bisogno di un puntello, e tutti erano elegantemente vestiti, ben nutriti e abbronzati e portavano occhiali scuri per nascondere l’innocenza dell’età.
Alcuni erano riuniti attorno a una grande moto nera irta di pinne e alucce come un dragone, e discutevano animatamente se questa, che chiamavasi Bivù 850 Fantomas, potesse competere con la Misiushi Tartaruga 1200 a carburazione settoriale.
Altri commentavano certami velici o ultimi modelli di scarpe, altri discutevano se in certi casi è lecito uccidere i genitori, e soprattutto se è lecito chiedere la collaborazione degli amici per uccidere i propri genitori, il che rende l’operazione più semplice ma fa correre il rischio che si debba restituire il favore.
E le ragazze commentavano l’abilità dei ragazzi nel far impennare la moto e i ragazzi la resistenza delle ragazze nella danza e sui muri erano scritti scherzosi commenti quali “Matteo cornuto” e “Tatiana pompinara fai pena”, e così la dolce sera calava su Gladonia, e ci si apprestava a rombare verso i luoghi del divertimento.
Proprio vicino ad Algopedante un nanetto dell’età apparente di dodici anni, incapsulato in una gigantesca Lancia Nemenis Tremila, sparò a volume terrificante l’autoradio, aprì la portiera e con gesto magnanimo fece entrare tre amici.
“Stavolta”, disse “ci spariamo a chiodo e siam lì in quattordici minuti, e se qualcuno ha scago smolli subito…”
L’auto partì con impressionante guaito di gomme e Algopedante disse:
“Ma che generazione è mai questa che non ha altri ideali che vacanze, vestiti e carburatori? Quanto sono diversi da noi, che parlavamo di filosofia e amore, e di come cambiare il mondo”.
Pantamelo non rispose. Guardava una coppia che parlava fittamente, e gli sembrava di udire nelle voci una dolorosa nota conosciuta.
La ragazza salì su una vespa e si allontanò. Il ragazzo restò immobile, e nemmeno i lazzi degli amici e il frastuono del dragone nero che si metteva in moto sembrarono scuoterlo.
“Non so che dire”, disse Pantamelo “se non che quello che fanno essi lo hanno imparato da qualcuno”.
“Non certo da noi,” disse Algopedante “i nostri sogni erano migliori dei loro”.
“Forse,” disse Pantamelo. “Oppure abbiamo sognato che i nostri sogni fossero migliori”.

Usare il web per complicare le cose

in internet/politica by

Uno potrebbe pensare: mi registro sul web, pago i due euro con carta di credito o con Paypal e poi voto online.
Oppure, al limite: mi registro sul web, pago i due euro con carta di credito o con PayPal, stampo un pezzo di carta e con quello vado a votare.
Invece, a quanto pare, la cosa funziona così: mi registro online, stampo un pezzo di carta, poi con quel pezzo di carta vado all’ufficio elettorale, là mi fanno pagare i due euro cash e mi danno un secondo pezzo di carta con il quale, finalmente, potrò andare a votare.
Ecco, qualcuno dovrebbe spiegare a quelli del PD che le procedure online servono a semplificare le cose, non a complicarle. Servono a stampare meno carta, non il doppio. Servono a far fare alle persone una cosa sola anziché due, non due anziché una sola.
Altrimenti, poi, alle gente viene il sospetto non solo che del web non abbiate capito un cazzo, ma che per giunta lo usiate strumentalmente per sembrare un po’ più fighetti.

Non sto con la Fornero, ma con l’italiano

in politica by

Vediamo di capirci: se siamo tutti a tavola e io dico che secondo me i bambini non devono fare gli schizzinosi quando mettono loro nel piatto una porzione di verdure bollite sto esprimendo un’opinione, sulla quale si può essere o non essere d’accordo; se invece siamo tutti a tavola e io accuso mio figlio di fare lo schizzinoso con le verdure bollite, quando quello se la mangia tutte le volte senza fiatare anche perché non gli cucino mai altro, mio figlio è legittimamente autorizzato a farsi girare i coglioni e mandarmi a cagare.
Converrete con me, però, che si tratta di due situazioni molto diverse tra loro: e che, mutatis mutandis, quello che la Fornero ha detto ieri sui giovani e sul lavoro si avvicina molto di più alla prima che alla seconda.
Dopodiché, sull’opinione della Fornero si può anche non essere d’accordo: cioè si può sostenere che i giovani non devono accettare il primo lavoro che capita loro a tiro, ma declinare ogni offerta finché non si imbattono in quella giusta. Però, abbiate pazienza, scrivere in ogni dove che secondo la ministra “i giovani italiani sono schizzinosi” significa semplicemente scrivere il falso: perché lei, al di là di ogni ragionevole dubbio, una cosa del genere non l’ha mai detta.
Non si tratta, badate, di essere un sostenitore o un detrattore della Fornero e delle sue idee sul mercato del lavoro: si tratta semplicemente di essere un sostenitore della lingua italiana e dell’onestà intellettuale.
Perché pigliare qualcuno e storpiare quello che ha detto, a prescindere dal fatto che quel qualcuno sia un alleato o un avversario, è un’operazione che non porta mai -ma proprio mai- da nessuna parte.

La giovinezza e l’idiozia

in giornalismo/società by

C’è un fortissimo hype attorno al video di Michelle Jenneke, una centometrista ad ostacoli australiana, che ha spopolato la scorsa settimana allo IAAF (World Junior Championships in Athletics) di Barcellona. L’enorme rumore mediatico non riguarda però la sua performance atletica, che ad un profano come me è apparsa notevole, o per lo meno tale da surclassare le altre concorrenti. Quanto dalla singolare routine di riscaldamento messa in scena da Jenneke prima della competizione. Prima di gareggiare, Michelle ha ballato e saltato in modo delizioso, dimostrando come, sotto quella macchina da corsa che è il suo corpo muscoloso, si agiti ancora una bambina piena di allegria.

L’autore del video, però, sperabilmente dopo aver acquisito il consenso dell’interessata, ha rallentato il video e lo ha rimontato aggiungendo come colonna sonora uno dei brani più mefitici della disco italica anni Ottanta. Ed ecco che sulla rete sono apparsi commenti assolutamente impropri sulla “danza sexy” della Jenneke. Peccato che in quel video delizioso vi sia tutto fuorché sensualità ed ammiccamenti, cui invece sembra grevemente alludere l’autore del video nel suo sgradevole “remix”.

Certo Jenneke è bella e giovane in modo sinceramente commovente, ma secondo me non è questo che ha reso il filmato un piccolo capolavoro: la ragazza appare piena di vita e di simpatia, basti considerare come abbia salutato i suoi fan (genitori, amici, fidanzato… chi sa) che la guardavano dagli spalti, prima e dopo il suo trionfo. O come abbia abbracciato alla maniera anglosassone (direi americana, ma non conosco le abitudini australiane) altre due concorrenti alla fine della corsa.

All’inizio, nella sequenza che ha creato il panico su internet, più che di fare la bambola provocante, Michelle mi ha dato l’impressione di voler stemperare il comprensibile nervosismo che precede la sfida agonistica prendendo e prendendosi un po’ in giro. Nella sequenza è evidente come il suo entusiasmo e quel suo modo di essere in generale “carismatica e divertente”, come si scrive molto bene qui contrasti con la seriosità delle altre concorrenti e delle ragazze certamente con qualche incarico formale per me incomprensibile, che si trovano dietro di lei, le cui espressioni facciali sono improntate ad una fissità impressionante.

Non che erotismo e sport non possano per definizione essere interconnessi (il sottoscritto ad esempio ricorda una partita di tennis tra due giovani donne, cui ha assistito oltre cento anni fa, come uno degli spettacoli più erotici della sua vita), anzi. Ma non in questo caso: a meno che non si pensi che una ragazzina con le gambe e le braccia in vista non possa essere altro che un oggetto sessuale.

 

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