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Trivelle: centralizzare per scelta o per necessità?

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Si vede poca attenzione alle cause profonde che hanno portato al caos istituzionale degli ultimi anni, di cui il referendum sulle trivelle sembra essere solo una conseguenza. Ancora una volta, questa è l’occasione per una chiacchierata telematica con un amico*, qui riportata integralmente, come in altre occasioni.

 

Luca: Direi di partire da qui. Il referendum nasce come un braccio di ferro “simbolico” tra Stato e Regioni. I comitati avevano cercato di raccogliere le firme, con l’appoggio del movimento di Civati e di altre sigle, non ci sono riusciti, e allora sono state varie regioni, più o meno interessate al fenomeno, a prendere in carico la cosa. Si nota, infatti, l’assenza della Regione Sicilia che pure all’estrazione e la raffinazione di idrocarburi non è estranea…

Tommaso:  Esatto. Come ha scritto Michele Ainis all’origine del referendum vi è uno «scontro fra poteri, ancor prima che fra partiti e movimenti». Mai era accaduto, nella storia d’Italia, che alcune regioni si avvalessero di questa facoltà. E già questo rivela, secondo me, un preoccupante logoramento nei rapporti fra Stato e enti locali. Raccogliere mezzo milione di firme non è una passeggiata; ottenere una delibera da cinque Consigli regionali, su questioni macro che riguardino il ‘Sud’ o il ‘Nord’, è più semplice. Il conflitto fra potere centrale e certe aree del Paese potrebbe, in futuro, diventare endemico.


Luca
: Bene. Prima di procedere, su questo ho due domande. La prima: quanto di questo conflitto nasce dalle riforme costituzionali degli ultimi vent’anni, e quanto da una progressiva incapacità dei livelli di governo di prendere decisioni? La seconda: quanto la vicenda delle trivelle è una spia di un assetto istituzionale formale inadeguato? Nella seconda domanda è implicito il giudizio che le istituzioni “informali” – nel caso specifico, il senso dello Stato di chi occupa le cariche – siano in una situazione abbastanza grave. Questo in particolare se è vero, come penso io, che Michele Emiliano è consapevole di tutto quello che stiamo toccando superficialmente qui, ma lo vede unicamente come uno strumento per la sua personale scalata politica.

Tommaso: Dunque: per quanto riguarda le riforme costituzionali, non v’è dubbio che, nel 2001, alle regioni italiane siano state conferite competenze molto ampie, in alcuni casi superiori a quelle dei Länder tedeschi. Questo ha indotto alcuni Presidenti a considerarsi i depositari dell’interesse generale, laddove un ordinamento federale ben funzionante preserva sì le autonomie locali ma crea anche contesti in cui i conflitti inter-istituzionali possono essere risolti, o quantomeno attenuati.
In Italia ciò non è accaduto: un Senato federale sarebbe stato assai utile, e avrebbe prevenuto il boom dei contenziosi. Per quanto riguarda la capacità decisionale, la situazione a livello regionale è eterogenea, e riflette anche la qualità molto varia del ceto politico. Non tutte le regioni sono un peso morto, anzi: il decentramento ha favorito la sperimentazione e permesso l’affermarsi di eccellenze (si pensi alla sanità veneta o emiliano-romagnola).  In merito al referendum di aprile, mi pare si mescolino varie questioni: il rapporto fra poteri, senza dubbio, ma anche le ambizioni dei leader coinvolti (Emiliano, Renzi).

Luca: In che senso, secondo te, il referendum chiama in causa il rapporto tra i poteri? La politica energetica non dovrebbe essere un tema nazionale?

Tommaso:  Premetto, a scanso di equivoci, che considero il referendum popolare uno strumento non idoneo a risolvere una questione tecnicamente complessa e delicata come la durata delle concessioni estrattive: ragion per cui mi asterrò.

Detto questo, il conflitto fra Stato e Regioni sulle c.d. trivelle va inserito in un quadro più ampio, che coinvolge anche la riscrittura del titolo V. La mia impressione è che Renzi si sia convinto che la modernizzazione del Paese richieda uno Stato forte: non necessariamente uno Stato ingombrante, ma sicuramente uno Stato che non è frenato da decisioni assunte a livello substatale. Renzi si considera il sindaco d’Italia e non gradisce che i suoi ‘quartieri’ (ossia regioni e comuni) interferiscano con la sua agenda. Se guardiamo alla riforma costituzionale, il disegno complessivo è chiarissimo. Dopo l’abolizione delle Province e le esenzioni IMU-TASI, viene soppressa anche la competenza concorrente Stato-regioni, rendendo un gran numero di materie (non solo la politica energetica!) di competenza esclusiva statale. Viene inoltre introdotta una clausola di supremazia che permette allo Stato di intervenire in materia regionale “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” (una formulazione sufficientemente vaga per permettere ogni genere d’ingerenza e di commissariamento informale). La tassazione locale, poi, dovrà conformarsi “ai fini di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” fissati da Roma. E così via. Insomma: agli enti locali (con l’eccezione delle Regioni a statuto speciale, escluse dalla riforma per evitare – suppongo – sollevazioni popolari) spetterà un ruolo residuale, di fatto subalterno alla volontà del governo in carica. Una vera e propria inversione a U rispetto all’orientamento espresso dal centrosinistra quindici anni fa.

È una scelta del tutto legittima, ma a mio parere destinata a produrre esiti fallimentari. L’Italia è un Paese troppo vasto e disomogeneo al suo interno per essere interamente governabile dal centro. Non solo: le regioni più virtuose vedranno inspiegabilmente compressa la loro autonomia decisionale, nonché un probabile abbassamento nella qualità dei servizi. Al tempo stesso, la sindrome NIMBY potrebbe manifestarsi in forme ancor più virulente, perché mancheranno interlocutori istituzionali in grado di incanalare e gestire il dissenso.

Esiste, infine, un interrogativo che i modernizzatori benintenzionati dovrebbero porsi: che succederebbe se, dopo una riforma simile, una forza anti-sviluppo vincesse le elezioni? Vogliamo davvero che tutto dipenda dagli equilibri politici creatisi fra Palazzo Chigi, Montecitorio e Madama, oppure preferiamo un sistema pluralistico, che valorizzi il buongoverno locale (laddove già esiste)?

Luca: Sono d’accordo, in linea di principio. Però, caso per caso, questa idea va applicata anche dove il governo centrale è necessario – ad esempio, appunto, nella politica energetica? Perché in quel caso trovo difficile legittimare la richiesta di decentralizzazione: le Regioni si trovano spesso a prendere scelte di cui poi tutto il paese subisce i costi, senza che questo abbia alcun tipo di ripercussioni tangibili. Il che ovviamente da un lato rende costoso politicamente essere più ambiziosi, dall’altro moltiplica i “filtri” politici e quindi le occasioni di corruzione. Altrove, invece, dovrebbe essere il governo centrale a fare dei passi indietro, permettendo alle best practices di essere adottate localmente, e ai cittadini di avvantaggiarsene spostandosi dentro il territorio nazionale come nel caso della sanità. Ti torna?

Tommaso: Sì, condivido. Conferire competenza concorrente in materia energetica alle Regioni fu, molto probabilmente, un errore. Già nel 2002 un economista serio, Carlo Scarpa, invitava a “riformare la riforma” del titolo V in quest’ambito per ragioni di manifesta irrazionalità economica. Dopodiché, non penso dovremmo essere costretti a scegliere tra un modello in cui il singolo ente detiene il potere di veto su progetti di interesse nazionale e uno in cui l’apertura di un impianto viene stabilita a notte fonda, in base a dinamiche poco trasparenti (l’ultima direzione del PD mi ha ricordato “Rashomon” di Kurosawa: un fatto, ricostruzioni molteplici che non combaciano).

È possibile ipotizzare forme e gradi diversi di coinvolgimento dei territori e degli enti locali, non solo mediante la Conferenza Stato-regioni. Alcuni parlamentari del PD, ad esempio, stanno elaborando una legge modellata sul débat public francese.  Insomma, le terze vie non mancherebbero: a condizione che si riconosca la necessità di fare sintesi fra esigenze talvolta divergenti anziché ripiombare in una concezione romanocentrica dello sviluppo economico.

Al tempo stesso, sarebbe interessante capire perché, in Italia, gli enti locali spesso sposino le tesi dell’ambientalismo più radicale. Ciò non avviene altrove. In Alaska, ad esempio, i rappresentanti dello Stato sono per lo più favorevoli a estendere le trivellazioni (la governatrice Sarah Palin sdoganò uno slogan di successo)  mentre il governo di Washington è tendenzialmente contrario. Ha a che fare con le modalità di assegnazione delle royalties? Forse. È un problema culturale? Anche. Ma è un tema da approfondire e su cui riflettere. In Emilia-Romagna, ad esempio, non mi risulta che le piattaforme abbiano frenato il turismo. Nel piacentino hanno persino inaugurato un museo del petrolio e del gas promosso da Eni ed Edison. Eppure la regione incassa dalle compagnie molto meno che la Basilicata (sia in valore assoluto sia in percentuale), dove le trivellazioni non sembrano essere viste di buon occhio.

 

 

Luca: Mi sembra un ottimo punto. Credo che per alcune classi dirigenti locali – specialmente al Sud – conti più il potere di intermediazione ottenibile o conservabile che non l’interesse dei territori da rappresentare. Per questo, pur capendo la bontà degli argomenti federalisti, sto iniziando a convincermi che ogni passaggio in questo senso debba essere costituito da una serie di griglie definite in modo molto rigido a livello centrale. Costituisce un rischio, casomai dovessero andare al potere i populisti, ma ormai siamo diventati abbastanza propensi al rischio – come un giocatore di poker che ha le ultime fiches e preferisce sopravvalutare le opportunità piuttosto delle possibili perdite.

 

Tornando al centro del nostro discorso, sono molto sorpreso dal fatto che non si discuta di quale emendamento ha portato alle dimissioni di Federica Guidi. Perchè, alla luce di quanto abbiamo detto, Renzi può avere ragione di difenderlo se, come sembra, vuole ri-centralizzare una parte importante delle decisioni politiche. Cito: “nella Legge di Stabilità 2015, al comma 552, è introdotta l’estensione dell’autorizzazione unica anche per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti…”. Cosa sia l’autorizzazione unica credo sia spiegato bene qui.

 

Ora, la questione è: Renzi si sta facendo portatore di una visione ideologica, che in sè non fa male ma è contestabile partendo da altre premesse, o ha pragmaticamente preso atto dell’inadeguatezza delle (sue, visto che ad esprimerle è prevalentemente il PD) classi dirigenti locali? Se fossi a Roma, potrei avere in mente un contesto ottimale di lungo periodo con una maggiore decentralizzazione, ma oggi anche assumermi il rischio di centralizzare delle decisioni pur di procedere nel breve. Ti sembra una prospettiva troppo benevola?

 

Tommaso:  Non saprei. Io dubito che Renzi si sia soffermato a lungo sulle implicazioni istituzionali dello Sblocca Italia. Dal suo punto di vista contano i fini (in questo caso il rilancio di progetti infrastrutturali fermi da anni, il che incide sulla credibilità internazionale del suo governo, dal momento che alcuni investimenti, fra cui quelli per Tempa Rossa, sono esteri) e i mezzi vengono scelti di conseguenza. È lo stesso approccio tenuto nel modificare la legge elettorale: pur di assicurare un vincitore certo dentro l’Italicum è stato inserito di tutto (dal ballottaggio nazionale al premio di maggioranza), senza andare troppo per il sottile.

Sicuramente Renzi ci tiene a non passare per immobilista, il che è un bene, se si considera il contesto in cui opera. Ma certe inclinazioni accentratrici e decisioniste, io credo, servono anche a compensare un deficit di classe dirigente di cui è corresponsabile. Non va dimenticato che il primo Renzi, quello candidatosi alle primarie del 2012, al Sud era debolissimo: in Calabria raccolse il 25%, in Sicilia il 33%. Un anno dopo, anziché puntare su candidati locali propri, archiviò la rottamazione, strinse accordi con i Pittella, gli Emiliano, i De Luca, e le percentuali sotto Roma schizzarono al 55-60%. Poi ha rimpiazzato Letta con le modalità ben note, trovandosi a gestire un gruppo parlamentare non suo e ministri ex berlusconiani in transito. Per puntellare la maggioranza ricorre a Verdini mentre Orfini co-gestisce il partito.

Il mio non è moralismo: la politica si basa anche su compromessi. Ma non c’è da stupirsi se un’ascesa realizzata in questo modo renda più difficile riformare il Paese. Forse l’unica strada, per lui, è davvero concentrare quante più competenze possibili a Roma e cercare di conservare il potere a lungo, scavalcando le élite locali che lo avevano appoggiato. Così facendo, però, rischia di innescare dinamiche centrifughe incontrollabili. Tu accennavi, giustamente, ai costi del decentramento. Beh, seppellire il federalismo significa far riemergere la questione settentrionale, tuttora irrisolta ma mitigata dalla riforma del 2001. La recente conversione all’autonomismo di Luca Zaia è significativa, e potrebbe innescare un effetto domino.  Vedremo. Certo è che il PD, oggi, non sembra spendere troppe energie interrogandosi su questi temi. Le priorità, evidentemente, sono altre.

 

*Tommaso Milani e’ attualmente dottorando in International History alla London School of Economics and Political Science.

 

Le intercettazioni spiegate a mio figlio

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Io non ce l’ho mica un figlio, ma se ce l’avessi e se un giorno lui, ancora piccolo, mi chiedesse papà mi spieghi che cosa sono le intercettazioni, io quel giorno gli spiegherei così.

Vedi Emiliano (io se avessi un figlio l’avrei sempre chiamato Emiliano) fino a pochi anni fa i giornali in Italia, diciamo alcuni giornali, pubblicavano i testi delle telefonate di alcune persone, e la gente comprava i giornali per leggerle. Pubblicavano, i giornali, i testi delle telefonate tra le persone che si mettevano d’accordo per fare delle cose sbagliate insieme, che la polizia però li stava ascoltando e loro non lo sapevano e poi li arrestavano. E il giornale pubblicava questo testo magari prima che poi li arrestavano e tu dicevi “Ecco, lo vedi? Han fatto bene ad arrestarlo (poi)!”.

E poi a un certo punto i giornali, alcuni giornali, pubblicavano anche le conversazioni di telefonate di persone che forse erano cattive o forse no e dicevano delle cose brutte, ma non si capiva mica tanto bene se si stavano mettendo d’accordo per fare qualcosa di sbagliato oppure eran li che dicevano solo delle sciocchezze. Per esempio pubblicavano le conversazioni di uno che diceva a un suo amico che gli piaceva un’altra donna, anche se era sposato con sua moglie. Cose così insomma. Cose private.

Vedi figliolo c’è stato un tempo in cui anche tuo padre leggeva le intercettazioni sui giornali. Tutti i giorni. A volte anche 2, 3 volte al giorno. Non guardarmi così Emiliano, era giovane il papà allora, cosa ci vuoi fare. Insomma a volte papà leggeva i giornali delle intercettazioni, quei giornali che la mamma si arrabbia se li leggi.

Comunque.

Comunque Emiliano un giorno il papà ha letto la storia del figlio di uno che stava passando dei guai per delle partite di calcio che pensavano che eran truccate, uno antipatico forte eh, e insomma un giornale ha pubblicato la storia del figlio di questo diceva che lui aveva speso tanti soldi per portare a cena in aereo a Parigi questa giornalista, che a lui gli piaceva, ma lei gli aveva detto no grazie.

Questo, figliolo, che una signora ti dica no grazie, questo prima o poi capita a tutti, ma se capita a te nessuno lo scrive in prima pagina, perché è una cosa tua personale. Perché vedi figliolo portare fuori a cena una signora, anche se sei sposato, non è un reato. È sbagliato forse, è poco elegante, ma non è un reato. E quindi secondo me il giornale non deve scriverlo, perché son cose sue private, e devono restare tra lui e lei (e la moglie,  forse).

E poi altre volte i giornali pubblicavano le intercettazioni diciamo dei reati, e vicino delle altre intercettazioni delle stesse persone che non parlavano di nessun reato, ma che facevano fare la figura dei cattivi a queste persone che alla fine la gente diceva “Ecco vedi, uno così deve essere colpevole per forza!”.

Perché vedi al mondo non ci sono mai solo i buoni buoni da una parte e i cattivi cattivi dall’altra. A volte lo so che è strano, ci sono i colpevoli che ti sembran tanto simpatici e quelli antipatici che invece non hanno fatto niente di male. E un giorno, quando sarai un po’ più grande, anche tu vorrai leggere una intercettazione, lo so. Non ti devi vergognare. È normale alla tua età.

Ma cerca di ricordarti quando sarà la prima volta, che non ti devi preoccupare se un calciatore al telefono insulta la memoria di un servitore dello Stato, perché saranno tutti molto pronti a puntargli  il dito contro e a dirgli “cattivo!”. Preoccupati invece quando un politico, senza bisogno di essere intercettato, dimostra di non capire bene chi sono i servitori dello Stato, e non tutti punteranno il dito.

Clini dice il falso. Ma Travaglio?

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Clini dice il falso.

E dopo averlo detto alla Camera, lo ha ripetuto anche al Senato, al tg1 e a Servizio pubblico.

Nè i parlamentari nè i giornalisti presenti lo hanno smentito.

Secondo la versione riportata da Clini quindi, la Procura di Taranto ha sequestrato l’area a freddo di Ilva, e questa operazione ha impedito a Ilva di operare il risanamento dell’area a caldo e quindi ottemperare le prescrizioni di Aia.

Questo è l’assunto su cui si è costruito il Decreto “salva Ilva” (perchè quello “salva Taranto” lo avevano già votato di necessità e urgenza 2 mesi fa, necessità e urgenza cosi forti che di quel decreto ancora non si è visto nulla, e già ne approvano un altro).

Un decreto costruito sul falso.

Questa mattina, nel silenzio di politici e giornalisti, sia romani che tarantini, è stato lo stesso Procuratore di Taranto Sebastio a dover intervenire sulla stampa per smentire Clini.

 

Quindi ripetiamolo. Clini dice il falso.

E però.

Nella puntata di ieri sera di Servizio Pubblico, Travaglio e Santoro continuavano ad insistere sull’esistenza di un’ interccettazione che vedrebbe Archinà, l’uomo relazione esterne di Ilva dichiarare a telefono “Clini è uomo nostro”.

Intercettazione subito smentita da Clini e dallo stesso Procuratore Sebastio.

“Non è depositata” la giustificazione di Travaglio e della Gazzetta del Mezzogiorno, quindi non rilevante per le indagini secondo la Procura, ma c’è.

 

E allora, se non è depositata, Travaglio e Gazzetta, come fanno a conoscerla?

 

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