un blog canaglia

Tag archive

Indro Montanelli

Stronzo chi legge

in società by

“La manifestazione più rivoluzionaria di Milano, per quanto ho potuto vedere e comprendere, sono le scritte dei muri. È questa una vecchia tradizione romana che il fascismo rinnovò e che l’attuale democrazia ha ereditato. Gl’italiani hanno una deplorevole tendenza a considerare già fatto quello che hanno soltanto detto”. Così Indro Montanelli raccontava in un manoscritto inedito la Milano del 1945, l’eccitazione, il fervore politico del tempo e quel vento socialista che si sarebbe poi rivelato soltanto una “leggera brezza di fronda”.

La grande capacità di cogliere un’Italia che si disfaceva per rifarsi sta tutta in queste poche righe, che rivelano l’ingenuità della visibilità come patrimonio culturale, come matrimonio col popolo, come espressione inequivocabile di un genio politico e sociale nazionale. “Un mio amico socialista, parlandomi del certo trionfo del suo partito, mi additò come prova il fatto che sui muri delle case i «Viva Nenni» soverchiavano gli evviva di tutti gli altri personaggi politici. «Eppoi – aggiunse con convinzione -, noi abbiamo il vantaggio del colore: il rosso è quello che si vede di più» continuava con una punta di sarcasmo. Per poi concludere, facendo una piccola antropologia visiva e letteraria, che  “la «letteratura dei muri» trasse in inganno i visitatori dell’Italia al tempo del fascismo facendo loro considerare gl’italiani come guerrieri, aggressivi e disciplinati”.

Ora, settant’anni dopo, mi pare che le trappole della visibilità e della leggibilità come principi di comprensione non siano meno funzionanti. E non lo sono per una ragione molto semplice: la visibilità è tutto tranne che chiarezza, tutto tranne che inequivocabile dimostrazione della realtà sociale. Certo, non ci si può mica tappare gli occhi e negare la sua validità, la sua spontanea giustezza comunicativa. Epperò ai fatti sociali bisogna rendere giustizia interpretativa, non basta la giustezza: senza una sana intepretazione (ovvero capace di oltrepassare il facile e fascinoso istinto dell’autoconferma) si finisce dentro al giochino improduttivo del vedere-ciò-che-si-capisce. Mentre sarebbe opportuno il contrario, cioè capire ciò che si vede – ma per questo bisogna essere pronti pure a smentirsi e non è semplice.

Leggo su L’Espresso che una nuova campagna shock contro la violenza sulle donne sta in queste ore suscitando parecchia indignazione. La pubblicità progresso (come se il progresso venisse dalla pubblicità e non dalle istanze socio-culturali, che sono nient’altro che la capacità individuale di parteciparvi) propone dei manifesti in cui vengono ritratte delle donne con una nuvoletta fumettistica in cui si riportano alcune frasi del tipo “Vorrei che mio marito…”, “Quando torno a casa vorrei…”, “Dopo gli studi mi piacerebbe…” e così via.

L’obiettivo, spiega Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso, è quello di provocare mascoline reazioni, di suscitare gli istinti machisti e di dimostrare che “la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema”. E siccome nel giro di 48 ore le frasi sospese sono state concluse da volgari e irripetibili conclusioni, secondo alcuni la missione può dirsi compiuta. Ecco quindi l’ennesima conferma che siamo un paese maschilista e che il problema della violenza sulle donne è lontano dall’essere risolto. Unica magra ed inappuntabile consolazione: la creatività continua a non farci difetto.

Riporto alcuni creativi completamenti: “Quando cammino per strada mi piacerebbe…essere trombata“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un calcio in culo“; “Quello che chiedo alle istituzioni…un vibratore“; “Vorrei che mio marito…m’inculasse” (a quest’ultima immagine sono stati disegnati dei baffi alla Hitler); “Dopo gli studi mi piacerebbe…battere“; “Quando cammino per strada mi piacerebbe…zitta troia” (più sotto qualcun altro ha scritto “bona” con una freccia che indica la ragazza).

Ecco, questo è il tenore delle aggiunte. Ma torniamo un attimo a Montanelli e quelle scritte sui muri. Italiani guerrieri, aggressivi e disciplinati, si diceva. E socialisti, come dimenticarlo. Ebbene, si può forse dire che oggi il sarcasmo montanelliano non è soltanto il sarcasmo dell’osservatore acuto, è pure quello della storia, che gli ha dato ragione chiarendo la distanza – almeno parziale – tra l’Italia dei muri e il paese reale. Quella distanza che continua a manifestarsi oggi sui muri veri e su quelli virtuali.

Allora cos’è che autorizza ad adottare ancora una volta il metodo della visibilità per dimostrare che siamo un paese di maschilisti? Quale ragione, quale logica interpretativa? E ancora: se al posto delle donne ci fossero stati degli uomini con le stesse nuvolette e le stesse provocatorie frasi, chi dice che le volgari e pittoresche quindi italiche reazioni non ci sarebbero state? Questioni che meriterebbero una risposta.

Forse dovremmo darci una calmata. Magari riflettere sulla lezione montanelliana, magari non considerare come già fatto quello che è stato soltanto detto o scritto. Perché altrimenti si finisce col demonizzare pure la volgarità, l’insulto, che sono – piaccia o no – elementi vitali dello stare assieme e che, pur potendolo essere, non sono meccanicamente connessi alla pratica violenta e discriminatoria. Perché con questa logica si finisce pure col pensare che quella simpatica scrittina sul muro, quella che non risparmia nessuno e che dice “stronzo chi legge”, sia stata fatta da uno che è buono soltanto ad insultare.

Ah, dimenticavo: stronzo chi legge.

Appunti per una destra libertaria (1) – L’individuo

in politica/società by

Definirsi apertamente di destra è oggi un’operazione pericolosa. Lo è perché in Italia siamo ancorati ad una concezione statica e storicamente pigra del pensiero politico e dunque la parola evoca spettri novecenteschi, che a loro volta hanno prodotto stereotipi contemporanei. Sentirsi di destra è un fatto personale, che riguarda la sfera psicologica, oltre a quella etico-morale e culturale in senso ampio. Dunque, la cosa in sé non sarebbe degna di particolare attenzione, se non fosse inscritta all’interno di un discorso più complesso, ovvero nella dimensione della rappresentatività, della capacità degli attuali partiti di tradurre e rilanciare le idee di una certa fascia di elettorato. Il peso dello scarto tra le idee e la pratica politica si fa sentire per alcuni più che per altri: ci sono propositi che sono stati nel tempo traditi più di altri. Si tratta di una questione tutt’altro che filosofica; è anzi questo spostamento a favore della pratica (partitopratica, si potrebbe dire) che ingrossa l’esercito di coloro che non trovano una patria politica, che finiscono per ripiegare su se stessi e il proprio universo di valori.

Si tratta di una questione tutt’altro che marginale, perché lo svuotamento del senso del discorso politico è strettamente legato al disinteresse per la procedura democratica; l’incapacità di produrre immagini condivise e riconoscibili non può che rinforzare quella che Piero Calamandrei definiva “desistenza”, che è l’opposto dialettico della resistenza democratica. In sostanza, meno si è rappresentati più le rappresentazioni deperiscono. Questo naturalmente vale a destra come a sinistra. Essendo però io interessato alla sopravvivenza (o forse alla riscoperta) di una certa destra, voglio spendere due parole per definirla. Non ho pretese particolari, se non quella di fare un po’ di chiarezza, in primo luogo a me stesso. Per farlo non mi sembra inutile fare accenno al suo elemento fondante: l’individuo.

In Italia, ci troviamo oggi di fronte sostanzialmente a due diverse realizzazioni del pensiero di destra: una autoritaria legata all’apparato ideologico, all’immaginario ereditato dal ventennio fascista e rimodellato in senso costituzionalmente accettabile dal MSI (con tutte le relative varianti teoriche e pratiche); l’altra, sedicente liberale e più recente, nata dal pasticcio berlusconiano, che ha messo insieme coscienze politiche di varia natura in un coacervo ideologico essenzialmente privo di elementi liberali (le eccezioni, soprattutto in una prospettiva numerico-parlamentare, non contano granché). Vi sono poi delle nuove o nuovissime compagini, che si potrebbero collocare nell’emisfero destro del parlamento, che hanno nel loro bagaglio strumenti e approcci più o meno vicini al nucleo originiario del liberalismo (Fermare il declino, la lista di Mario Monti). Tuttavia, queste finiscono col perdersi nel monotrofismo, cioè finiscono col cibarsi di un unico alimento politico-ideologico, dimenticando quanto sia invece necessario un istinto, un approccio onnivoro per una forza che voglia davvero definirsi liberale: Diritto e diritti e libertà civili, politiche, sociali ed economiche sono il pasto imprescindibile per la ricerca e l’affermazione di una democrazia compiutamente liberale. Tutto il resto è noia o fuffa o lista di scopo.

Questo quadro si presenta avvilente per tutti coloro che, come me, sentono di appartenere idealmente al mondo della destra liberale ma si vedono costretti a ricercare punti di riferimento – o perlomeno riferimenti elettorali – in altre aree politiche (in un paese dotato di una vera forza liberale, Renzi non avrebbe suscitato tutto questo entusiasmo da parte di elettori lontani anni luce dalla sinistra postcomunista e filovaticana italiana).

Quello che, a mio avviso, è il vero e più grave deficit del panorama politico italiano è la totale negligenza rispetto alla dimensione individuale come forma e luogo e fine del diritto e della libertà. Indro Montanelli sosteneva che il liberalismo è “una civiltà che, annidata nei cromosomi, permea di sé sia le Destre che le Sinistre” ma che in Italia, “quando cerca di uscire dalle esigue elites che ne hanno fatto sangue del proprio sangue, a sinistra diventa ciarlataneria piazzaiola, a destra manganello”. Questa deficienza di “civiltà liberale” è indubitabilmente ascrivibile anche al modo in cui è stato interpretato il posto dell’individuo nell’azione programmatica e nei riferimenti ideologici dell’ampia gamma di partiti e partitini che hanno imperversato sulla scena della nostra Repubblica. Per questa ragione, a destra come a sinistra, si rileva un sempre maggiore bisogno di portare finalmente l’attenzione sul singolo come universo di senso e di valori; cioè come patria e oggetto dell’impegno istituzionale. Una destra libertaria, così come me la figuro, dovrebbe perciò considerare la sfera sociale senza il fardello collettivistico (specchietto per le allodole utile a certa destra e a certa sinistra per imporre valori e regole del gioco democratico); dovrebbe quindi pensare la società come il risultato dell’aggregazione delle istanze e delle azioni individuali.

Attualmente, ad eccezione dei Radicali (i quali per storia e alleanze non possono però essere considerati di destra), non vi è una forza politica che utilizzi questo approccio, che si faccia agente di un cambiamento in senso liberale. Non vi è una destra in grado di adoperare in sede legislativa i principi liberali nell’unica forma possibile ed auspicabile, ovvero nella loro forma originaria: quella dei Beccaria, dei Locke e dei Kant; quella dell’uguaglianza formale dei cittadini nella dinamica legislativa e davanti al suo prodotto, la legge; quella secondo cui le libertà economiche devono essere parte del processo di liberazione e possono esserlo solo se strettamente legate alla scienza della libertà; quella che considera lo Stato come garanzia di libertà e non detentore (o detonatore) di verità morali.

Perciò, la destra che vorrei dovrebbe proporre una visione imperniata sul rispetto della differenza individuale attraverso il più importante strumento che abbiamo a disposizione, il Diritto, e sull’opposizione al silenziamento delle minoranze (seme e testimonianza di ogni democrazia liberale), che è elemento comune a tutte le legislature repubblicane. Per andare al sugo e alla carne della questione: temi quali la libertà di scelta sul fine vita, la legalizzazione delle droghe leggere e la regolamentazione della prostituzione non sono e non possono essere tabù per una destra che si dica libertaria, dacché le ragioni che supportano la loro difesa sono figlie di quel razionalismo illuministico a fondamento del liberalismo: laicità e libertà di coscienza; riduzione del rischio e dei danni; tutela della scelta individuale e lotta alla coercizione.

Il posto dell’individuo è il posto della ragione come principio democratico, il posto che la sinistra e la destra italiane hanno storicamente negato subordinando lo Stato di diritto alla Ragion di Stato, piegando i diritti individuali ai valori collettivi. Questo, a mio parere, dovrebbe essere il più importante compito di una destra libertaria: riportare col rigore della scienza e il sentimento di una visione del mondo (Weltanschauung) gli individui al centro della cosa pubblica. Ed è la mancanza di tutto ciò che mi spinge costantemente a ripiegare su me stesso.

Go to Top