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Quanti profughi stanno veramente scappando dall’Isis?

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Se il mito del profugo potenziale terrorista viene quotidianamente smentito dai fatti (gli attacchi in Europa degli ultimi mesi sono da attribuirsi a cittadini comunitari o a immigrati di seconda/terza generazione), l’idea di una stretta connessione tra l’azione militare dell’Isis in Medio Oriente e le recenti ondate di profughi nel nostro continente resiste tenacemente nei luoghi comuni mediatici.

La fuga dalla minaccia islamista viene spesso presentata come uno dei motivi principali di questo esodo epocale, una sorta di “attenuante” – legittima nelle intenzioni – a quella che da molti è percepita come una vera e propria invasione: “guardate che questi disgraziati stanno scappando dal nostro stesso avversario, quello che mette le bombe nelle città europee.” Il tipo-profugo costituirebbe, di conseguenza, una sorta di potenziale ma misconosciuto alleato nella guerra di civiltà che vede contrapporsi l’Occidente da un lato, e l’estremismo islamico incarnato dall’Isis/Daesh dall’altro. Il nemico del mio nemico è mio amico, insomma.

Sebbene io comprenda, e condivida, la necessità di spiegare le tragiche necessità che spingono un essere umano ad abbandonare paese natale casa e famiglia per imbarcarsi in imprese al limite della sopravvivenza, mi sembra tuttavia giusto sottolineare che l’affermazione di partenza secondo la quale il rifugiato medio sta scappando dall’Isis è, dati alla mano, semplicemente errata.

Guardiamo allora le statistiche dei rifugiati in Italia e in Europa degli ultimi due anni, con un occhio di riguardo per la componente siriana (indubbiamente quella più implicata nel discorso Isis).

Nel 2014 in Italia è arrivato un numero decisamente impressionante di Siriani, circa 40.000, poco meno di un quarto dei 170.000 extracomunitari in fuga giunti nel nostro paese. D’altronde, a livello continentale, i Siriani rappresentavano il 20% dei 625.000 profughi circa arrivati in Europa, più del doppio rispetto all’anno precedente. Tuttavia, per quanto riguarda il nostro paese, quasi la metà delle richieste d’asilo in quell’anno proveniva dall’area sub-sahariana, in particolare Nigeria, Gambia e Mali (44%).

Nel 2015, il numero di rifugiati in Italia è diminuito di poco (153.842), di cui la maggior parte (circa il 40%) provenivano da Eritrea e Nigeria. I Siriani costituiscono solo il 5% dei profughi (7.444), gruppo minoritario persino rispetto a Somali (12.176), Sudanesi (8.809) e Gambiani (8.123). A livello europeo, una fetta consistente di profughi arriva dal Medio Oriente (Siria in primis), ma vi sono anche nazioni “insospettabili” che hanno largamente contribuito al flusso migratorio: tra queste Kosovo e Albania, con 60.000 unità circa ciascuno su poco più di un milione di rifugiati (quindi il 10-11% del totale). Al calderone multietnico che si sta riversando nel Vecchio Continente vanno poi aggiunti Afghani, Iraniani, Pakistani, Tunisini, Senegalesi, ecc.

L’Africa nera è dunque al cuore del problema rifugiati, perlomeno per quanto riguarda l’Italia. La situazione in paesi come Mali, Somalia e Nigeria non è di certo semplice, e la responsabilità è anche in parte da attribuirsi alla violenza di alcuni gruppi islamisti radicali che si sono affermati negli ultimi anni in buona parte del continente – ad esempio, il famoso gruppo jihadista nigeriano Boko Haram (quello che rapisce le ragazzine, per intenderci). Ciononostante, i fattori che spingono i subsahariani ad abbandonare le loro case sono molteplici, tra cui la componente economica: in Gambia, la fragilissima economia (ulteriormente messa in crisi dal crollo del turismo causa virus Ebola) si regge in buona parte dai soldi inviati a casa dagli emigrati. Inutile dire che, in casi come questo, le bombe dell’Isis non c’entrano niente.

Diverso ma non meno complesso il discorso in Medio Oriente. Daesh, allo stato attuale, controlla una fascia piuttosto ampia della Siria settentrionale orientale e dell’Iraq centrale – nonché alcune roccaforti costiere in Libia. Il territorio del Califfato islamico non comprende invece grandi e medie città come Homs, Latakia, Tartus, Damasco e Aleppo, dove i guerriglieri dell’Isis non ha messo mai piede. Lo scontro nell’occidente e nel sud della Siria riguarda le truppe pro-Assad coadiuvate dall’esercito russo da un lato, e ribelli di varie fazioni e gruppi etnici dall’altro (più o meno appoggiate dalle forze occidentali). In poche parole, la crisi umanitaria che ha travolto la Siria, conseguenza di uno stato di guerra che dura ormai da cinque anni, coinvolge anche quella parte di popolazione che non è stata vittima – perlomeno direttamente – dell’Isis: è quindi lecito pensare che, sebbene al momento sia difficile avere delle cifre attendibili, parte dei rifugiati arrivati in Europa non siano scappati dalle grinfie del Califfato, ma piuttosto dalla violenza degli scontri fra sostenitori e oppositori del regime di Assad. I numeri dei morti civili sembra confermare questa ipotesi: sono quasi 19.000 le vittime dei bombardamenti aerei del governo ufficiale, a cui vanno aggiunti i morti per arma da fuoco (28.000 circa) o per colpi d’artiglieria (26.000). Senza contare ovviamente le centinaia di migliaia di persone all’interno di città sotto assedio che rischiano di morire di fame o disidratazione.

In sostanza, del totale dei rifugiati arrivati in Europa e in particolare in Italia negli ultimi due anni solo una minoranza difficilmente quantificabile (ma non preponderante) sta scappando dall’estremismo islamico. Questo certo non significa che tutti gli altri rifugiati siano potenziali terroristi o estremisti, ma risulterà nondimeno difficile trovare, nell’ideale lotta contro l’Isis, un nucleo compatto di “alleati” all’interno di una massa di persone spinte a emigrare dalle più disparate ragioni economiche e geopolitiche.

Chiaramente, la strada più auspicabile rimane quella del dialogo e del confronto interculturale, in una prospettiva di coesistenza possibilmente pacifica con masse di esseri umani destinate, che ci piaccia o no, a cambiare per sempre il volto del nostro continente.

Ma, per iniziare questo dialogo, bisogna innanzitutto capire da dove proviene il nostro interlocutore.

FONTI:

UNHCR, Limesgiornalettismo.com, west-info.eu, today.it, corrieredellemigrazioni.it, Cir-Onlussmartweek.it, integrazionemigranti.gov.it, europinione.it, greenreport.it, huffingtonpost.itbbc.com, theguardian.com

Reato di clandestinità for dummies

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Siccome qualcuno, nonostante tutto, fa ancora finta di non capire, mi corre l’obbligo di tentare con la consueta spiegazione a prova di scemo. O, più probabilmente, a prova di chi fa finta di esserlo.

  1. Yakubu arriva clandestinamente in Italia dalla Nigeria, luogo nel quale si puzza dalla fame, allo scopo non marginale di provare a sopravvivere;
  2. Yakubu, dopo un calvario del quale in questa sede non dirò, viene avvicinato da Pasquale, il quale gli propone di lavorare alla raccolta dei pomodori in cambio di una paga da fame e senza alcuna prospettiva di regolarizzazione;
  3. Yakubu, suo malgrado, accetta: primo perché crepare di stenti non piace a nessuno, secondo perché un lavoro onesto, ancorché sottopagato, è sempre meno pericoloso che delinquere, e terzo perché è un clandestino, ragion per cui storcere il naso è un lusso che non si può permettere;
  4. dopo qualche settimana Yakubu fa mente locale, e si rende conto non soltanto che la vita toccatagli in sorte dopo l’arrivo in Italia non è poi questo granché, ma anche (e soprattutto) che su tale vita di merda c’è qualcun altro che sta lucrando allegramente;
  5. perciò Yakubu si reca da Pasquale e gli chiede gentilmente di essere messo in regola: sia allo scopo di portare la sua paga da fame a un livello perlomeno dignitoso, sia per avere (giacché lavora) un permesso di soggiorno e smettere di campare in una condizione in cui se lo ferma una guardia viene rispedito dritto dritto in Nigeria;
  6. Pasquale prima si fa una bella risata, e poi invita Yakubu a smetterla di scassare la minchia, avvertendolo che in caso contrario provvederà egli stesso a fare in modo che le guardie lo trovino;
  7. a questo punto Yakubu può scegliere: o restarsene (da clandestino) a raccogliere i pomodori per una paga da fame, oppure intraprendere (sempre da clandestino) una carriera criminale qualsiasi, nella speranza di mettersi in tasca qualche euro in più.

Ciò che emerge da quanto precede non lascia spazio a molti dubbi: il reato di clandestinità (come del resto era ampiamente prevedibile fin dalla sua introduzione) ha l’unico effetto di consolidare la clandestinità che in teoria dovrebbe combattere, anche quando ci sarebbero tutte le condizioni per farla venir meno, oltre a produrre, in un numero non trascurabile di casi, comportamenti delittuosi.
Questo, unitamente alla consapevolezza (numerica, e quindi difficilmente controvertibile) che l’introduzione detto reato non ha minimamente diminuito il flusso di migranti che arrivano nel nostro paese, dovrebbe essere più che sufficiente per dichiarare il reato stesso un fallimento completo, e pertanto dovrebbe condurre senza ulteriori indugi alla sua abrogazione indipendentemente dalla presunta “percezione” che ne avrebbe “la gente”: posto che le persone, com’è noto, sono molto meno sceme di quanto si voglia far credere, a patto che si spieghino loro le cose in modo razionale.
Voi che ne dite, si tratta di buonismo o semplicemente di logica?

L’immigrazione, e il punto di non ritorno che fingiamo di non vedere

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Mi pare, e credo non paia soltanto a me, che il dibattito sull’immigrazione sia ormai arrivato a un punto di svolta cruciale, nella misura in cui l’entità del fenomeno ci consente, anzi probabilmente ci impone, di semplificare i nostri ragionamenti riducendoli ai loro termini essenziali.
Mi spiego.
Quando la massa di individui che si sposta per il pianeta assume dimensioni ciclopiche, come mi sembra di poter dire che stia accadendo di questi tempi, e quando la pressione che deriva dallo spostamento di quella massa, che piaccia o non piaccia, non reagisce più in modo significativo alle regole restrittive dei paesi che cercano di arginarla, il suo contenimento non può che avvenire in un modo: l’eliminazione fisica.
Poco importa, a tale riguardo, che si tratti di un’eliminazione cui si provveda direttamente (leggasi: bombardiamo i gommoni) o che venga più o meno volontariamente indotta in modo indiretto, lasciando che in ragione dei divieti posti abbiano luogo affogamenti, soffocamenti, morti per malattie e stenti in quantità sempre più copiosa: la soluzione, nei fatti, è sempre quella, prova ne sia il fatto che proprio in questi giorni siamo costretti ad assistervi in modo sempre più frequente.
Senonché, i paesi che impongono regole restrittive all’immigrazione sono, guarda caso, gli stessi che hanno codificato e condiviso ormai da tempo, considerandoli tra l’altro fondanti della propria civiltà, alcuni inderogabili principi di tutela dei diritti umani: principi che da quelle eliminazioni fisiche (ripeto: dirette o indirette) vengono messi in discussione in modo sempre più vistoso, al punto che molti iniziano a dubitare, permanendo le attuali condizioni, della loro stessa effettiva sussistenza.
Si tratta, con ogni evidenza, di una vera e propria spirale, di una vite che si sta stringendo e che dovrà necessariamente condurre, ove la situazione non si modifichi in modo sostanziale, a un esito ineludibile: l’abdicazione espressa a quei principi, vale a dire il loro formale abbandono a beneficio di principi diversi.
Ebbene, a me pare sia questa la scelta che dovremo compiere nei prossimi mesi: eliminare o modificare in modo rilevante quelle restrizioni, e quindi cambiare radicalmente il nostro approccio alla questione dell’immigrazione, o dichiarare ufficialmente che i principi di tutela dei diritti umani che sino ad oggi hanno connotato in modo peculiare la nostra civiltà debbono essere abbandonati; cioè che consideriamo tollerabili lo sterminio, l’eccidio di massa, l’olocausto.
Continuare a ragionare di immigrazione senza tenere conto di questo dato che a me pare chiarissimo, fingere di non vedere che siamo a un punto di non ritorno, significa girare intorno al problema senza volerlo affrontare davvero.
Prendere e prendersi in giro, ciurlando nel manico, mentre ci trasformiamo progressivamente, in modo sotterraneo ma non per questo meno imponente, in qualcosa di molto diverso da quello che abbiamo faticosamente conquistato in millenni di storia: senza avere alcuna idea di cosa saremo diventati alla fine di questo processo, di quanto le modifiche che esso avrà indotto nella nostra società incideranno in modo determinante non soltanto sulla vita degli altri, ma anche sulla nostra.
Onestamente, non mi pare una cosa da poco.

La fantasmagorica puttanata dei “migranti economici”

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La domanda è una domanda semplice, ed è più o meno questa: date le premesse che spingono (o dovrebbero spingere) i paesi economicamente “sviluppati” all’accoglienza dei migranti, esiste un motivo ragionevole per cui riteniamo che chi scappa dalla guerra, da una calamità naturale o da un regime illiberale debba essere accolto, e invece chi fugge dalla fame, dalla miseria e dalla disperazione no?
Voglio dire: la disgrazia di dover condurre un’esistenza segnata dalla povertà è oggettivamente meno drammatica, e quindi meno meritevole di tutela, rispetto a quella consistente nella persecuzione politica o nei bombardamenti?
Onestamente, a me non sembra.
Eppure, come tutti ben sappiamo, attualmente la distinzione esiste, ed è una distinzione tutt’altro che marginale: se è vero, come purtroppo è vero, che da essa discende la cospicua differenza di trattamento che passa tra l’accoglienza da un lato e i cosiddetti “respingimenti” dall’altro.
Sul piano lessicale abbiamo risolto questa ingiustificata disparità inventando la locuzione “migranti economici”: una formula, ne converrete, alquanto blanda, che sembra essere stata concepita apposta per neutralizzare e normalizzare i contorni di un fenomeno che nella realtà non è affatto meno grave e meno penoso degli altri.
Così gli affamati, i denutriti, i disperati che arrivano dalle nostre parti per non crepare di stenti, di miseria e di malattie, sono diventati semplicemente “migranti economici”, pronti per essere metabolizzati dal cosiddetto immaginario collettivo come una massa di rompicoglioni che si possono rispedire al mittente senza troppe manfrine, con buona pace delle coscienze di tutti.
La realtà, quella vera, è che si tratta di una distinzione giuridicamente fondata, in nome delle convenzioni internazionali che proteggono i rifugiati, ma nella sostanza assai povera di nesso logico, che declinata come la stiamo declinando finisce per assumere le spaventose sembianze dell’arbitrarietà: un po’ come se un giorno o l’altro decidessimo di accogliere solo gli immigrati che superano un certo peso e di rispedire a casa tutti gli altri, dopo averli graziosamente battezzati “migranti leggeri”.
Dietro quella  distinzione si nasconde un concetto di accoglienza ipocrita e peloso, che si barrica dietro il paravento degli accordi tra stati in modo meschino, dimostrando nei fatti di aver completamente smarrito le ragioni per cui le società avanzate ne hanno concepito l’esistenza e teorizzato la necessità; un concetto distorto e monco, il cui unico spirito autentico consiste ormai nella frenesia difensiva di demoltiplicare, ridurre i numeri, escludere.
Di questo passo, prima o poi, finiremo inevitabilmente per pulirci il culo anche con la convenzione di Ginevra.
È solo questione di tempo, e di inventare qualche parola nuova di zecca per poterci dimenticare pure quella. 

La fortuna di avere un Salvini, la iattura di non saperlo usare

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Immaginate di sostenere convintamente qualcosa. Qualsiasi cosa. Che ne so, la superiorità dell’acqua frizzante su quella liscia. Poi supponete, come del resto accade spesso, di avere un avversario che cerca di propagandare il punto di vista diametralmente opposto al vostro. Ipotizzate, infine, che il vostro avversario sia uno che ama spararle grosse: tanto grosse da diventare paradossale, grottesco, una specie di caricatura di se stesso. Che ne so, roba del tipo l’acqua frizzante provoca la crisi economica, mette in pericolo la convivenza civile, fa venire l’AIDS.
Ebbene, una situazione del genere dovrebbe senz’altro rallegrarvi: giacché l’enormità di quanto il vostro avversario va blaterando dovrebbe spingere naturalmente verso le vostre posizioni gente che magari, di suo, ci si avvicinerebbe molto meno volentieri: tipo, a me l’acqua frizzante fa cagare, però suvvia, dire che bevendola si perde a burraco mi pare un po’ troppo, a tutto c’è un limite.
Insomma, un avversario così sarebbe una vera e propria manna caduta dal cielo: e quindi, ne sono sicuro, qualunque individuo ragionevole lo coccolerebbe con grande cura per assicurarsi i suoi involontari servigi il più a lungo possibile.
Ecco, Matteo Salvini è un avversario di questo tipo: e il fatto che ci si indigni per lo spazio che gli viene dato sui media, invece di aprire una bottiglia di quelle buone ogni volta che la sua faccia appare in televisione, dice almeno due cose.
La prima, di carattere ormai pressoché storico, è l’endemica incapacità della cosiddetta “sinistra” italiana di affrontare i propri avversari, tantopiù quando si tratta di cabarettisti più che di esponenti politici, opponendo alle loro fregnacce la politica, anziché la semplice indignazione; perché l’indignazione è una cosa seria, da adoperare con parsimonia e soprattutto da spendere nei confronti di chi la merita, per evitare che diventi, paradossalmente, uno strumento di legittimazione; è successo per vent’anni con Berlusconi, sta accadendo di nuovo, pari pari, con Salvini.
La seconda, di ordine più strettamente politico, è che evidentemente la cosiddetta “sinistra” italiana non ce l’ha mica davvero, tutta ‘sta passione per l’ acqua frizzante; anzi, in molti casi la preferisce liscia pure lei, proprio come il suo avversario, dal quale si differenzia esclusivamente per i toni più lievi, soffusi, a volte perfino subliminali, ma non certo per la sostanza, che scava scava rimane, a spanne, la stessa.
Ecco il motivo per cui un personaggio come Salvini, che in linea astratta dovrebbe essere una benedizione, finisce per diventare una iattura: perché fin troppo spesso non rappresenta ciò che si combatte, ma è lo specchio riflesso di quanto non si è capaci di fare, non si è convinti di fare, non si vuole fare.
Vediamo di pensarci, la prossima volta che ci verrà il mal di pancia facendo un giretto sulla sua bacheca.

Sensibilità femminile ‘sto cazzo

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La mia spiccata sensibilità/si contrappone al tuo gretto materialismo maschilista.

Per quanti anni ce l’hanno menata con l’importanza dell’apporto del Femminile – sì, con la F maiuscola – in politica e in società, in nome di una presunta virtù innata delle donne in quanto madri, mogli, suorine della carità?

Secondo questa fin troppo abustata retorica, la Donna, così diversa dall’Uomo per il suo essere intimamente legata a una sfera emotiva dell’esistenza, sarebbe istintivamente portata a un’umanizzazione della politica, destinata a chiudere una volta per tutte il cerchio dello scandalo patriarcale della Storia grazie all’Amore uterino, l’istintiva solidarietà ginecea, la sorellanza universale.

Bene, nella giornata di ieri, il cancelliere tedesco Angela Merkel, di indubbio sesso femminile (checché ne dicano Berlusconi&Soci), dopo aver ascoltato la storia strappalacrime di una bambina rifugiata palestinese con gli occhioni da Bambi che richiedeva il diritto a studiare in Germania, ha risposto picche. Nein. Non c’è spazio per tutti.

E la bambina è scoppiata in lacrime. Che cazzo, sarei scoppiato in lacrime pure io.

Non voglio entrare nel merito della questione sull’immigrazione in Germania e in Europa, e chissà, forse per certi versi la Merkel ha pure ragione – realpolitik, bitch. Ma la freddezza dimostrata di fronte a un essere umano, perlopiù minorenne, di fronte a una testimonianza fatta col cuore in mano, con tutta la purezza e l’innocenza (l’ingenuità?) di un bambino, è la dimostrazione del fatto che il Femminile in politica non ha apportato nulla di nuovo in termini di emozioni e sentimenti.

Anzi, il Femminile non esiste proprio. È un’enorme cazzata. L’identità sessuale e di genere di una persona non ha niente a che fare con la sensibilità personale, le qualità di una persona, l’empatia del singolo.

Viviamo in un mondo fatto di individui, ognuno con la propria storia personale, ciascuno dotato di un bagaglio umano ed emotivo che lo rende unico e irripetibile. L’arricchimento della politica e della società passa attraverso il contributo che possiamo apportare nella nostra specificità, non per mezzo della stereotipizzazione o della generalizzazione sessista, classista, razzista.

E se sei uno stronzo essere nato uomo o donna non fa alcuna differenza.

Le frontiere sbarrate, l’Isis e la cecità suicida dei paesi “sviluppati”

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Io, in estrema sintesi, la vedo così: da una parte del mondo c’è chi ha qualche soldo in tasca, una tetto sulla testa, due o tre cose commestibili da mettere nel piatto a pranzo e a cena, qualche indumento di cui vestirsi e un surplus per lo sciupo, più o meno consistente a seconda dei casi; dall’altra, invece, c’è chi semplicemente non ha niente.
Ora, tralasciando i motivi per cui i due gruppi si trovano rispettivamente nelle condizioni in cui si trovano (motivi su cui potremmo scannarci all’infinito senza cavare un ragno dal buco), una cosa mi pare pacifica al di là di ogni ragionevole dubbio: non è affatto sorprendente, anzi è decisamente prevedibile, che i componenti del secondo gruppo, quello che non ha di che vivere, cerchino disperatamente di avventurarsi nei territori del primo, nella speranza di trovare colà qualcuna delle cose che gli mancano laddove sono nati e tentare così di sopravvivere.
Questo, a meno di ricostruzioni avventurose, mi pare oggettivo.
A questo punto gli abitanti della prima parte del mondo, quella più agiata, sono di fronte a una scelta: ricacciare indietro le orde di diseredati che accorrono a frotte dalle loro parti, onde evitare di dividere con loro ciò che hanno, oppure accoglierli, rinunciando a parte del loro benessere per sfamarli, aiutarli, assisterli e via discorrendo.
Domanda: quali sono le conseguenze ipotizzabili per la prima delle due scelte, prescindendo dai motivi prettamente umanitari che potrebbero indurre qualcuno a preferire aprioristicamente la seconda?
La risposta mi pare scontata al limite dalla banalità: scacciare i disperati non può sortire altro effetto che aumentare ulteriormente la loro disperazione.
Se anche questo è oggettivo, come mi pare di poter affermare, e se è vero che l’istinto di sopravvivenza è il primo e la più potente dei motori che alimentano il comportamento degli esseri umani, si deve presumere che l’incremento globale della disperazione, così come succede a un corso d’acqua fermato da una diga, produca prima o poi una sorta di pressione progressivamente crescente, che andrà accumulandosi da qualche parte e che, dai oggi e dai domani, troverà il modo di farsi strada.
E qua arriviamo a un punto di svolta, che si chiama “terrorismo internazionale”.
Succede, anche di questo avrete cognizione, che alcune organizzazioni di malintenzionati, finanziate da diversi portatori di interessi in determinate parti del mondo, abbiano preso già da tempo a reclutare manovalanza proprio tra i disperati di cui parlavamo poche righe fa; e succede, guarda caso, che le fila di quei manovali disperati, disponibili a qualsiasi nefandezza pur di assicurare un futuro (o semplicemente un presente) di sopravvivenza a se stessi o ai propri familiari, si stiano ingrossando giorno dopo giorno.
Badate, uso a caso la parola “manovalanza”: ché i teorici di queste iniziative non sono né poveri né disperati, ma semplicemente, come dicevo, portatori di interessi; mentre la carne da macello che telecomandano per portare a termine le loro imprese, quella sì, è composta perlopiù da derelitti senza arte, né parte né prospettive di vita.
Questo “accumulo di pressione”, a rigor di logica, è uno dei più probabili esiti della strategia “ultradifensiva” tanto in voga nei paesi agiati: favorire, nell’oceano di poveri che vengono condannati senza più possibilità di appello a morire di stenti, la formazione di un lago di poveri disposti a tutto, che andranno a ingrossare le orde degli assassini e dei fabbricanti di caos.
Un lago piccolo, intendiamoci. Un laghetto. Epperò sufficiente a seminare morte e devastazione un po’ dappertutto, visto che per far saltare in aria un migliaio di persone ne basta una piazzata nel punto giusto, e armata come si deve della consapevolezza di non aver più nulla da perdere.
Ecco, mi pare di poter dire che la cecità dei cosiddetti “paesi sviluppati” sia più o meno questa: non vedere, o fingere di non vedere, che asserragliarsi sprangando le frontiere è solo apparentemente un atteggiamento difensivo, mentre nella sostanza finisce per diventare un boomerang pericolosissimo, in molti casi addirittura suicida.
Li stiamo cacciando a calci in culo per non dover rinunciare a quattro soldi: qualcuno di loro, un giorno o l’altro, potrebbe portarci via la pelle.
Non è né bello né brutto, né giusto né ingiusto. Semplicemente, logicamente, mi pare sia così.
A prescindere da ogni retorica, direi che sarebbe il caso di rifletterci sul serio.

Spostare all’indietro il confine del buonismo

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Se ci provavi vent’anni fa, a dire che gli esseri umani perseguitati nei loro paesi dovevano essere accolti tutti, in modo tempestivo e assicurando loro le migliori condizioni di vita possibili, ti davano al massimo dell’idealista, con ciò intendendosi l’atteggiamento di chi dice una cosa condivisibile nella teoria ma assai complicata da realizzare nella pratica.
Oggi, se ti azzardi a proporre lo stesso concetto, in otto o nove casi su dieci vieni bollato direttamente come “buonista”.
Si tratta, con ogni evidenza, di uno scarto sostanziale: qualunque cosa significhi la parola, il confine del buonismo è stato preso e spostato una spanna all’indietro; di tal che, se un tempo era buonista chi diceva -tanto per fare un esempio qualsiasi- che i reati commessi dagli immigrati dovessero essere considerati meno gravi degli altri, poiché generati non tanto dall’intenzione di coloro che li commettevano quanto dalle condizioni di marginalità e di miseria in cui essi versavano, di questi tempi sono etichettati come buonisti perfino quelli che cercano di ribadire concetti elementari contenuti nelle carte costituzionali e nei trattati internazionali.
E’ uno scarto sostanziale, dicevo, perché nella percezione collettiva il passaggio che lo spostamento del confine si porta dietro contiene un evidente e brutale declassamento: dalla nobiltà, per quanto ingenua, che viene riconosciuta all’atteggiamento del sognatore alla stupidità, e quindi al disprezzo, che si attribuisce all’autolesionismo ottuso del buonista.
Messa così, la faccenda assomiglia molto da vicino a una vera e propria campagna di delegittimazione culturale, prima ancora che politica: grazie alla quale l’avversario non è più soltanto uno con cui non si è d’accordo, ma più banalmente un coglione, che apre bocca per dare fiato ai suoi fantasmi e che non merita neppure l’attenzione vagamente ironica e la disincantata tenerezza normalmente riservate a chi ha la testa piena di idee tanto belle quanto irrealizzabili.
Questo, mi pare, sta succedendo.
E quando succede questo, ci vuole molto poco perché da un momento all’altro possa succedere di tutto.

Vale tutto

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Quand’ero un marmocchio, e si giocava a pallone sulla spiaggia per ore e ore, arrivava il momento in cui ci squagliavamo dal caldo, le ginocchia non reggevano più e non vedevamo l’ora di farla finita per tuffarci nell’acqua fresca e toglierci di dosso la sabbia, che nel frattempo ci si era infilata pure nelle orecchie.
A quel punto qualcuno, di solito un ragazzino biondo di cui mi ricordo soltanto che era parecchio intraprendente ancorché più piccolo degli altri, e che per questo era significativamente soprannominato “Bombardino”, prendeva il pallone in mano, si schiariva la voce e strillava forte “VALE TUTTO!”.
Da quel momento in poi, per una decina di minuti, si scatenava l’inferno: un’iradiddio di sgambetti, spinte, calci nel culo, pallonate in faccia e salti a gambe unite sulle schiene altrui; dopodiché, sfiniti e col fiatone, ci buttavamo a mare prendendo la rincorsa, dribblando e schizzando manipoli di bagnanti infastiditi e tuffandoci quando non riuscivamo più a correre perché l’acqua ci arrivava alla vita.
Ecco, mi viene in mente questo quando vedo il leader del partito secessionista più importante del paese, quello che Padania is not Italy e mettiamo un muro da Bologna in giù e mi dichiaro prigioniero politico di Roma ladrona e col tricolore mi ci pulisco il culo, che gira il paese in lungo e in largo allo slogan di “prima gli Italiani” facendo pappa e ciccia coi movimenti nazionalisti, quelli che la patria e Dio e l’unità nazionale e l’inno di Mameli.
Questo, mi viene in mente: Bombardino biondo e pieno di sabbia dappertutto, col pallone in mano, che strilla “VALE TUTTO”.
E il bello è che manco c’è un cazzo di bagnasciuga verso cui correre.

Immigrazione: una soluzione finale

in giornalismo/politica/religione/società/televisione/ by

Signori, la situazione è chiaramente diventata insostenibile.

Gli sbarchi di immigrati sono sempre più numerosi, il fatto che siano costretti all’illegalità li rende un’enorme fonte di reddito per la criminalità organizzata, le condizioni degradanti in cui vivono in Italia li portano a diventare (se non lo erano già) criminali e ad abusare di alcool e sostanze stupefacenti. La politica si rifiuta di affrontare la questione in maniera realistica proponendo sparate occasionali in presenza di disastri e ignorando la situazione quanto più possibile. I media, d’altro canto, oscillano tra la costruzione di un clima di sospetto, quando non di paura, e improvvisi rigurgiti di una vacua pietas da riflesso pavloviano.

Eppure la soluzione c’è, ha già funzionato in passato per grandi civiltà ed è parte di una lunga tradizione che, orgogliosamente, ci vede eredi: i giochi gladiatori.

Invece di farli affogare soli e lontano dalle telecamere, reclutiamo profughi e migranti, li addestriamo e li facciamo combattere per il pubblico. Si creeranno una serie di competizioni suddividendo peso, stile di lotta e tipo di match (Team Tag Match, Royal Rumble, Spada, Lancia o mani nude) da trasmettere in alternativa al calcio, o alla formula uno; le fasi di selezione e allenamento diventeranno reality show, il pubblico deciderà la pena degli sconfitti su twitter, siamo già in trattativa con Russel Crowe per apparire come special guest.

So che, come tutte le idee innovative, c’è bisogno di un attimo per apprezzarne tutti gli aspetti ma se mi concedete cinque minuti provvederò ad illustrarvi tutti i vantaggi della soluzione a fronte dei quali i contro risultano pressoché risibili.

Innanzitutto l’aspetto economico: il business plan mostra che, a fronte di una spesa iniziale per le infrastrutture, i guadagni crescono in maniera esponenziale. Pensate ai proventi televisivi, al merchandising, all’esportazione del format in tutto il mondo (gli Stati Uniti si sono detti molto interessati): sarebbe un trionfo per il Made in Italy. Inoltre si creeranno numerosi posti di lavoro (pensate al reclutamento, al training, alla costruzione delle infrastrutture) che abbatteranno la disoccupazione e alzeranno il gettito fiscale.

L’aspetto comunicativo, d’altro canto, potrebbe apparire un po’ ostico ma in verità la GI (Gladiator Initiative) non è che il naturale approdo della strategia mediatica tesa alla disumanizzazione di “negri”, “arabi” e “zingari” che in Italia da anni riscuote notevole consenso (un trend riscontrabile anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti) in modo del tutto trasversale: non è un caso che il firmatario della legge che ha inventato i CIE sia stato eletto (due volte) Presidente della Repubblica. D’altronde il concetto di Monkeysphere è chiaro: l’empatia verso queste persone è al più frutto di un senso di colpa individuale del quale il pubblico sarà più che lieto di liberarsi. In questo una grossa mano ci è venuta dai media che negli ultimi anni anni hanno sempre più avallato il concetto che il cosiddetto “razzismo” è null’altro che la coraggiosa espressione di una minoranza che non si piega al politicamente corretto o, in alternativa, un’insieme di esternazioni forse un po’ “fuori luogo” o “sopra le righe” ma scevre di cattive intenzioni.

Tutte le nostre analisi concordano nell’indicare che il mercato (scusate, l'”opinione pubblica”) risponderà positivamente alla GI: l’assenza di empatia verso target quali “negri”, “arabi” e “zingari” è già una realtà, e va solamente innescata inquadrando la questione sotto il corretto punto di vista: il nostro fine è attrarre segmenti di mercato diversificati per creare un sentire condiviso.

Ad esempio, per i più poveri si punterà sul succitato aspetto economico anche sottolineando il risparmio confrontato alle alternative: infatti sia la copertura militare delle coste, tesa all’affondamento dei natanti, che la distruzione preventiva di tutti i porti di Libia, Egitto e Libano è chiaramente troppo dispendiosa ed impegnativa per le nostre forze armate.

Presso le fasce di pubblico più informate sono due gli argomenti da affrontare: da un lato l’inconcludenza delle proposte attuali (ad esempio “Ok, gli abbattiamo le case con le ruspe. E poi? Dove andranno? Tornano per strada a rubare?”) e dall’altro la possibilità di scelta per l’individuo, che, invece di crepare in mare, potrà combattere per la libertà.

Verranno coinvolti nel progetto anche gli attuali residenti nelle prigioni venendo così incontro alle richieste dell’Europa di diminuire la popolazione carceraria: si includeranno gli zingari in questo gruppo in quanto rientranti nel target stabilito ,a prescindere dal fatto che siano o meno “italiani”.

I soggetti non adatti al combattimento potranno essere utilizzati per sperimentazioni mediche: in questo modo si attrarrà ulteriore consenso dal mondo animalista.

Inoltre, tramite selezioni mirate, si provvederà a graziare un (limitato) numero di concorrenti, qualora si convertano al cristianesimo (pare sia un bias che fa abbastanza presa su certe fasce di popolazione): oltre a, chiaramente, accontentare la Chiesa, provvederà ottimo materiale per la programmazione pomeridiana.

Comune a tutti questi argomenti, e pietra miliare della nostra opera di persuasione, è, e dovrà sempre essere, il rifiuto dell’ipocrisia, del buonismo e di tutte le falsità moralizzanti che impregnano la società: a tutti noi, lo sappiamo benissimo, di negri, arabi e zingari non frega nulla, sono quindici anni che non li consideriamo esseri umani e li facciamo crepare senza che ne siamo minimamente toccati, non dobbiamo aver paura di dirlo perché è normale che sia così, è come siamo fatti e non c’è niente di male. E per giunta non c’è davvero alternativa: l’unica soluzione possibile è una soluzione finale.

Dimissioni dall’umanità

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Possibili definizioni della parola “umanità”:

Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini“, “Sentimento di fratellanza e solidarietà fra le persone; capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri“; ma questa, nella sua forma dubitativa, è la mia preferita: “Complesso di doti e sentimenti solitamente positivi che si ritengono propri dell’uomo e lo distinguono dalle bestie“.

Farsa – Sono giorni che, facendo semplici ricerche su Google o sui social network, ottengo dei risultati in grado di farmi passare ogni briciolo di speranza nel genere umano. Cominciamo? Rispondendo ad alcuni partigiani, desiderosi di rimuovere l’obelisco mussoliniano del Foro Italico, Laura Boldrini ha proposto di limitarsi ad un ritocco al monumento, ovvero alla rimozione della scritta “Dux”. Risultati della ricerca Google “Obelisco Dux Boldrini”: l’orrore. La prima occurrency richiama una dichiarazione di Matteo Orfini, secondo cui la scritta deve restare dov’è. Il suo ragionamento è, su per giù, il seguente: la storia non si può cancellare (anche quando è profondamente imbarazzante e lorda di sangue?), e che in ogni caso ormai i valori antifascisti sono iscritti con marchio a fuoco nell’anima di tutti gli Italiani, in quanto presenti nella Costituzione. Ah, per chi non l’avesse capito – in effetti non è immediato – Orfini è deputato e presidente del Partito Democratico. Il link de “Il Tempo” recita sobriamente “la talebana Boldrini: via ‘Dux'”. Ovvero, discutere della rimozione di una scritta infame che celebra un orrendo tiranno equivale a comportarsi come un estremista islamico pronto a distruggere a cannonate i Buddha di Bamiyan. Chiude la parata Lettera 43: “Boldrini iconoclasta“: qui il pensiero della presidente della Camera viene equiparato alla dottrina che, nell’VIII e IX secolo, riteneva inaccettabile (in quanto sacrilega) la rappresentazione artistica di Dio. Capito? Nell’inconscio di molte, troppe, persone, il Duce è oggetto di un culto religioso, meritevole di una qualche forma di rispetto. Molto bene. Concludiamo con il rutto scritto di Sgarbi, che dà dell’ignorante alla Boldrini, facendo leva sulla seguente, ficcante argomentazione: “La scritta Dux è come quelle lasciate dagli studenti sessantottini sui muri“. Ora, a parte che vorrei sapere quante scritte a spray vergate dai miei parenti sessantottini sui muri di Valle Giulia siano sopravvissute ai nostri giorni, vi do il benvenuto nella solita caciara qualunquista all’italiana: iniziative individuali equivalgono a crimini di stato, destra e sinistra sono la stessa cosa, signora mia non ci si capisce più niente eccetera eccetera. Viene da concludere (qualunquisticamente?) che ogni paese ha gli “intellettuali” che si merita.

Dramma – Fa rabbrividire il modo in cui è stata recepita e commentata la notizia della tragedia del barcone di profughi rovesciatosi nella notte tra sabato e domenica al largo della costa libica, uccidendo tra le 700 e le 900 persone. Ad aprire le danze la troll ufficiale della destra, Daniela Santanché, la quale di fronte all’enormità di quanto accaduto, invita il presidente del consiglio ad “affondare le navi di migranti“. Si usi dunque la forza militare per uccidere attivamente, anziché accontentarsi di una politica che fa semplicemente crepare la gente per disinteresse.

tragediamigranti
grazie a Chiara Spano, dal cui feed Facebook ho preso questo printscreen

Prima di correre ad esecrare questa persona e concludere che si tratti di una squilibrata incapace di qualsiasi forma di empatia – in breve, di una persona malata, incapace di intendere e di volere, osserviamo sui social network come reagisce alla notizia la “gente normale”: “meno male, 700 parassiti di meno“, “il peccato è che ci sono dei superstiti“, “più ne muoiono, meglio è. Questi crepano e io apro un buon vino per festeggiare“. Dove si leggono, queste schifezze? Forse dalla pagina Facebook di un’organizzazione neonazista? No, da quella del quotidiano borghese Il Messaggero la cui imbarazzata redazione, come segnala Mazzetta, si è perfino sentita in dovere di scrivere qualche battuta sull’invasione di liquami prodotti dai suoi lettori, senza peraltro specificare che erano stati depositati proprio sulla pagina ufficiale del giornale. I lettori de Il Messaggero, direi persone normali, con famiglia, gente che porta a scuola i figli la mattina prima di andare al lavoro. Ma piena d’odio. Esemplare il caso di un’anziana signora (“pensionata curiosa”, si definisce) che risponde al tweet con cui Il Fatto Live annuncia la strage con un agghiacciante “Non ci credo… troppo bello per essere vero“. Scorrendo il suo feed di Twitter ci si imbatte in post che linkano su foto di animaletti pucciosi, opere artistiche, orchidee rare. Una persona “normale”, diremmo perbene quasi, ma no.

So bene che il mio orrore è improduttivo quanto l’odio di questi commentatori folli di Facebook, ma ne sono fiero e me lo tengo stretto. Lo considero, tutto sommato, un segno di equilibrio psichico.

Il teatrino, i disgraziati e la fabbrica del consenso

in politica by

Voi mi direte: ma come, non eri garantista? Come osi parlare, quando le indagini sono ancora in corso e non si è celebrato neppure un processo?
Giusto. Giustissimo. Ma un conto è pronunciarsi sulle singole responsabilità personali, cosa che non mi permetterei mai nemmeno di immaginare, un altro è prendere atto dell’esistenza di un contesto. Meglio, di un sistema.
Che poi, stringi stringi, a occhio e croce è sempre lo stesso: si prendono dei disgraziati -non importa se siano immigrati, o rom, o sinti, fa lo stesso- che una parte dei cittadini vorrebbe cacciare a calci nel culo e un’altra parte dei cittadini riterrebbe più consono accogliere in modo decente; poi ci si schiera ordinatamente -un po’ con gli uni, un po’ con gli altri e un po’ nel mezzo- e infine si apre il sipario e si dà inizio al teatrino.
Il teatrino dei talk show, dei dibattiti accesi, delle dichiarazioni ideologiche, delle prese di posizione strumentali e dei proclami populisti: insomma tutta quella roba che incidentalmente alimenta e fa crescere un consenso di portata marginale, quello comunemente denominato “d’opinione”, ma serve soprattutto a distogliere lo sguardo di entrambe le fazioni di cittadini da quello che succede davvero.
E quello che succede davvero è semplice: c’è da prestare assistenza ai disgraziati, mentre si litiga; e occorre farlo nel modo più costoso possibile, preferibilmente in condizioni d’emergenza endemica, giacché l’assistenza viene prestata dagli amici e dagli amici degli amici e non si può andare mica tanto per il sottile con bandi e gare d’appalto; il che rappresenta la vera e propria industria clientelare del consenso -quello vero, quello pesante, quello delle decine di migliaia di preferenze-, e chissenefrega se il risultato che si ottiene è uguale a zero, se i disgraziati finiscono per diventare ancora più disgraziati di prima, se nel frattempo si producono -per non dire che vengono alimentate ad arte- tensioni sociali insostenibili che di quando in quando sfociano in vere e proprie rivolte.
Anzi, meglio. Perché quelle tensioni sociali e quelle rivolte aumenteranno la preziosissima percezione dello stato d’emergenza perenne, e quindi potranno essere prese, impacchettate e utilizzate alla grande nel teatrino di prima, che si arricchirà di altri personaggi, imprevedibili colpi di scena, nuovi paladini e ulteriori dichiarazioni, prese di posizione e proclami. E via daccapo, ad libitum.
Ecco, il sistema funziona più o meno così: dietro le quinte si fabbrica il consenso, mentre sul palcoscenico va in scena la fiction. A beneficio di quelli che applaudono, fischiano, protestano o esultano per le battute del copione, mentre da sotto il naso gli sfilano milioni, e milioni, e milioni.
Nel frattempo i disgraziati restano tali: ed è paradossale, perché la produzione di tutto questo ben di dio, in soldi e in voti, si deve soprattutto a loro. Non esseri umani, ma carburante per mandare avanti il motore del sistema, asset trasversale e più che mai redditizio perfino per chi finge di blaterare che dovrebbero andarsene.
Questo, è il sistema.
Altro che discussioni sull’integrazione e sull’identità.

La belva che potrei essere io

in società by

Sbuca da nulla, mentre cammino con il mio pranzo, cioè un pezzo di pizza, in mano.
“Compramela anche a me, capo”.
“Non ho soldi”, rispondo. E oggi è vero, in tasca non ho un centesimo.
“Dai, capo”. E mi prende per un braccio.
Mi giro. Bruscamente, mi pare. E mentre mi giro mi esce fuori dalla bocca un “oh, lasciami” che deve suonargli male. Tanto che invece di lasciarmi stringe.
So come sono fatto. Oddio, sono cresciuto, il che dovrebbe aver levigato due o tre cose. Ma la situazione non promette niente, proprio niente di buono.
Lo guardo come ho dovuto imparare tanti anni fa, con l’espressione che vuol dire “non ho paura di te”, quella che certe volte se non sai farla sei fregato. Lo guardo e ripeto, lentamente: “Ti ho detto lasciami”. Sono minaccioso, credo, perché lui fa mezzo passo indietro.
Avrà trent’anni. Barba lunga, più basso di me di una spanna, quindici chili più pesante. Mi rendo conto che lo sto soppesando, il che già vuol dire qualcosa. Perdipiù soppesarlo non mi rassicura neanche un po’. Niente droga, niente alcool. E’ lucido, affamato e fuori di sé dalla rabbia. Se potesse mi darebbe una coltellata, sicuro come la morte che lo farebbe. C’è di buono che non può. E allora molla la presa.
Mi giro, faccio per andarmene. Dopo due o tre passi sento una spinta dietro la schiena. Leggera, o perlomeno non abbastanza forte da farmi cadere.
Mi volto di nuovo. E mi preparo al peggio, adesso. Lui mi sta guardando e mi odia. Letteralmente, mi odia.
“Tu ce li hai i soldi, capo”.
E io mi rendo conto che è vero. Io ce li ho, i soldi per la pizza. Non qua, non in tasca. Ma posso prelevarli. Quando voglio. Lui no. E ha fame. Il problema è tutto qua, ed è un problema di quelli che mica si risolvono facilmente.
“Io devo mangiare, capisci?”, e mentre lo dice guarda me ma in quel momento io sono gli stenti, le umiliazioni, la merda che ha dovuto ingoiare. Non è genericamente alterato. Vorrebbe ammazzarmi, proprio. E me lo dice: “Ti ammazzo, guarda che ti ammazzo”.
Io resto fermo, in piedi, con le mascelle che mi fanno male per quanto le tengo strette. Mi viene incontro e penso che in fondo in fondo ha ragione lui. Mi viene incontro e penso, perché per pensare certe cose che a scriverle ci vogliono venti righe basta una frazione di secondo, penso forse al posto suo farei lo stesso, avrei in corpo una furia cieca contro tutto e contro tutti perché magari mi è costato un patrimonio, farmi portare qua, e poi qua sono cacca, anzi peggio della cacca perché almeno la cacca ogni tanto la puliscono via, e adesso sono davanti a uno stronzetto col bancomat in tasca e le iniziali sulla camicia che mastica pizza, e se vuole chiama le guardie e quelle portano via me, mica lui, e non è giusto. No, che non lo è. Mi viene incontro e non ci ho la forza manco di mettere le mani davanti, perché so che al suo posto sarei una belva affamata, tale e quale a lui. Ed è un pensiero che mi paralizza.
Poi, sempre dal nulla, sbuca un altro. Un altro con gli occhi di fuoco per la fame e la barba lunga e le spalle larghe e forti, uno che sembra un albero. Lo abbraccia, e l’abbraccio è come una camicia di forza. Gli bisbiglia qualcosa nell’orecchio. Qualcosa di non propriamente gentile nei miei confronti, temo. Lo porta via. Lo trascina via.
Io sono ancora là, fermo. Li guardo. Non fossi rigido come un pezzo di granito mi verrebbe da piangere. Si allontanano, voltandosi di quando in quando. Incenerendomi con lo sguardo. Si allontanano volendomi uccidere.
“Delinquenti”, dice uno che si è fermato accanto a me, uno che dovrei conoscere ma che al momento manco vedo che faccia abbia.
“Eh?”
“Delinquenti”, ripete.
“Zitto”.
“Cosa?”
“Stai zitto”, dico io.
E non mi viene da rispondere altro.

Diventare leghisti a propria insaputa

in politica by

Ieri è passato l’emendamento di due portavoce senatori del Movimento 5 Stelle sull’abolizione del reato di clandestinità. (…) Non siamo d’accordo sia nel metodo che nel merito. (…) Nel merito questo emendamento è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia. Il messaggio che riceveranno sarà da loro interpretato nel modo più semplice “La clandestinità non è più un reato“. Lampedusa è al collasso e l’Italia non sta tanto bene. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?
Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio.

Lasciando da parte per qualche riga il “metodo” e concentrandoci sul “merito”, mi pare che il post di ieri sul blog del comico genovese sia uno spartiacque decisivo, perché sancisce un concetto fondamentale: sull’immigrazione Grillo e Casaleggio si collocano esattamente sulla stessa linea dei leghisti.
Il che, manco a farlo apposta, ci riporta daccapo alla spinosa questione del “metodo”: i parlamentari che hanno presentato l’emendamento sarebbero disponibili, qualora la cosiddetta “piattaforma” dovesse attestarsi sulle posizioni di Grillo e Casaleggio, a fare retromarcia? Accetterebbero di buon grado l’idea di trasformarsi improvvisamente da detrattori del reato di clandestinità in leghisti fatti e finiti per adeguarsi alla volontà della “maggioranza”?
In altri termini: quei parlamentari sono davvero disposti a fare semplicemente da “portavoce”, oppure si ritengono portatori di idee, valori e punti di vista propri? E in quest’ultima ipotesi, trovandosi in disaccordo con la “base”, dovrebbero dimettersi? E se si dimettessero, quelli che dovessero subentrare sarebbero, a loro volta, dei semplici “portavoce”? E che succederebbe se anche loro, in una circostanza diversa non specificata nel “programma” (ce ne saranno mille), si trovassero in contrasto con l’orientamento della “piattaforma”? Dovrebbero dimettersi pure loro?
Insomma, in cosa consiste esattamente questo “metodo”? Nella scelta obbligata tra l’adeguamento passivo alle indicazioni provenienti dalla “base” e una serie interminabile di dimissioni, subentri, dimissioni, subentri e ancora dimissioni, e così via all’infinito? Vi pare che possa funzionare, un “metodo” del genere? Vi pare che si possa andare a votare un movimento politico che domani, o dopodomani, potrebbe collocarsi su posizioni del tutto imprevedibili in ragione dell’imponderabile decisione di una “piattaforma” che si pronuncia in modo estemporaneo su un tema qualsiasi che non era “contenuto nel programma”?
Vi stuzzica davvero l’idea di diventare leghisti, o fascisti, o comunisti, o liberali, o socialdemocratici, o marxisti da un giorno all’altro, a vostra insaputa, perché all’improvviso la “base” ha deciso di pronunciarsi così?
Contenti voi…

Firma ora: e ieri no?

in società by

Mi corre l”obbligo di rilevare che i due quesiti referendari sull”immigrazione promossi dai radicali proponevano l”abrogazione del reato di clandestinità e l”abrogazione delle norme discriminatorie in materia di lavoro regolare e di soggiorno dei cittadini stranieri.
Mi fa un certo effetto, quindi, rilevare che in questi giorni la Repubblica se ne esca con una per abolire la Bossi-Fini: mica perché non sia d”accordo, ci mancherebbe, ma perché non mi pare di ricordare che il noto quotidiano si sia battuto in prima linea per la divulgazione e il sostegno di quei referendum.
Dopodiché, sia chiaro, ciascuno promuove quello che gli pare a piace: però sorprende che da un lato si sia negato il proprio supporto (magari adducendo la solita scusa che l”istituto referendario è ormai logoro e serve a poco) a un”iniziativa che se fosse andata in porto avrebbe avuto un valore giuridico stringente, oltre che un forte significato politico, e dall”altro, appena scaduti i termini che avrebbero potuto decretare il successo di quell”iniziativa, se ne lanci un”altra che mira più o meno agli stessi obiettivi, pur essendo decisamente più vaga e avendo delle potenzialità di molto inferiori.
Insomma, a me fa piacere che Repubblica inviti i suoi lettori a pronunciarsi sulle norme che regolano l”immigrazione: però, se tanto mi dà tanto, nei mesi scorsi avrebbe potuto dare una mano a quelli che volevano invitare ad esprimersi sul tema, in ossequio a quanto prevede la tanto sbandierata (dalla Repubblica in primis) Costituzione, tutti gli italiani.
Si vede che la Bossi-Fini è “uno scandalo” solo se quelli che lo denunciano ci stanno simpatici.
Altrimenti va bene così com”è.

Commozione a intermittenza

in società by

Dalle nostre parti produciamo leggi a “tolleranza zero” sugli immigrati, li qualifichiamo come criminali semplicemente perché sono clandestini, proponiamo provocatoriamente di affondargli i barconi e rimandarli a casa loro a calci nel culo, li deportiamo nei CIE: insomma, li trattiamo come delle merde fatte e finite.
Però quando crepano gli organi ce li pigliamo eccome, in questo caso senza respingerli, e diciamo pure che è una cosa “commovente”.
Certo che vi funziona parecchio a intermittenza ‘sta commozione, eh?

Inneggiano a questo Stato

in politica by

Una domanda semplice: quale sarebbe l’autorevolezza di uno stato che da un lato dichiara di voler muovere una guerra senza quartiere al razzismo, all’intolleranza e all’apologia del nazifascismo in tutte le loro manifestazioni, ivi compresi i cori da stadio, e dall’altro continua imperturbabile a tenere in piedi i CIE, nei quali masse di individui aventi l’unica colpa di essere stranieri e disperati sono segregati e costretti con la forza a vivere (e talora a morire) in condizioni disumane?
Si vogliono reprimere gli scalmanati che celebrano i campi di concentramento?  Benissimo, facciamolo pure.
Però cerchiamo di non dimenticare che attualmente svariati campi di concentramento sono  operativi nel nostro paese: e quindi che quegli scalmanati, che piaccia o no, in qualche modo inneggiano anche a questo Stato.
Sono cose che danno da pensare, o sbaglio?

Adesso dovete farvi i cazzi vostri

in politica by

Sapete, cari vescovi, che avete combinato?
Avete combinato che per farvi dare man forte quando si trattava di evitare che i gay si sposassero, che la gente morisse come meglio riteneva opportuno o che le donne usassero la contraccezione d’emergenza siete diventati pappa e ciccia con questi qua: per i quali, evidentemente, se migliaia di disgraziati crepano nel tentativo disperato di sfamarsi non è poi un gran problema.
Ora, posto che le vostre posizioni sui cosiddetti “temi etici” sono legittime, ancorché -lasciatevelo dire- medievali perfino per voi, converrete con me che la lunga serie di stragi (stragi, letteralmente) riconducibili a una gestione barbara dell’immigrazione costituiscono, come dire, una faccenda un tantino più grave; come del resto, a quanto pare, sostiene perfino il vostro capo, mica soltanto i blogger scapestrati come me.
Ebbene, guardate cosa succede, quando fate notare questa faccenda ai vostri compagnucci: succede che vi mandano a cagare. Succede che vi dicono (perché stavolta, al contrario delle altre, ve lo dicono) che un conto è predicare e un altro è legiferare, che lo stato deve essere laico, insomma che fareste bene a starvene al vostro posto.
Proprio come noi, i laicisti, i relativisti, i senzadio contro cui avete puntato il dito più e più volte accusandoli di voler compiere chissà quali attentati alla vita umana.
Adesso eccoveli davanti agli occhi, gli attentati alla vita umana: ed eccovi, su un piatto d’argento, il benservito di chi pareva disposto perfino a inginocchiarsi sui ceci, pur di compiacervi.
Date retta: la prossima volta sforzatevi di mettere i problemi in un ordine di priorità ragionevole: e, di conseguenza, sceglietevi meglio gli amici.
Altrimenti è inutile che vi lamentiate, se va a finire così.

Guarda, Messi ha dato un calcio al pallone!

in religione by

Abbracciare i migranti, stringi stringi, è l’unica cosa che Cristo abbia detto in tutta la sua vita.
Abbracciare i migranti, voglio dire, come esemplificazione della necessità di andare incontro ai diseredati, ai derelitti, ai miserabili, di considerarli i primi anziché gli ultimi.
Solo questo, praticamente, ha detto Cristo: e badate, la parola “solo” significa che questo da solo basta a disegnare una rivoluzione straordinaria, che non c’era bisogno di altro, mica che si tratti di roba da poco.
Ecco, adesso ci ritroviamo nella situazione in cui il capo della Chiesa che sostiene di ispirarsi a Cristo si reca ad abbracciare i migranti e tutti i giornali ne parlano con titoli a corpo centotrenta e la gente si sdilinquisce e tutti a dire “ammazza che rivoluzionario ‘sto papa”, mentre dovrebbe trattarsi dell’abc, della normalità, del minimo sindacale.
Voglio dire, io se dovessi andare allo stadio a guardare il Barcellona e mi sorprendessi a esclamare “Ehi, guarda che roba, Messi ha dato un calcio al pallone!” mi preoccuperei, giusto un pochino.
Poi fate voi.

Fermiamo il declivio – Dieci umili proposte per la collina Italia

in economia/politica/società by

Ho letto le dieci proposte di Fermare il declino. Da liberale di destra sono molto felice che si crei dibattito intorno a questioni così importanti. Tuttavia, pur essendo consapevole dei limiti che un’esposizione per punti possa avere, ritengo che le proposte del neonato movimento debbano essere accompagnate da una più consistente riflessione sulle libertà individuali, sui temi etici e sui diritti civili. Quelle che seguono sono le mie dieci umili proposte per la collina Italia, che lanciano il mio nuovo movimento. La maggior parte di queste non sono certamente novità, ma credo che formulate tutte insieme possano essere utili per riaprire la discussione. Fermiamo il declivio.

1)Legalizzazione delle droghe leggere. Le politiche proibizioniste sono evidentemente fallimentari e funzionali alle dinamiche commerciali di natura illegale, intraprese a livello macro dalle grandi organizzazioni criminali e a livello locale dalla microcriminalità. Legalizzare significa combattere il mercato illegale e allo stesso tempo produrre posti di lavoro e “fare cassa”.

2)Politiche dell’immigrazione e politiche per gli immigrati. L’immigrazione è da trent’anni una risorsa per l’economia del nostro paese e continuerà ad esserlo. Occorre sostituire le attuali pratiche temporanee di regolarizzazione (sanatorie) con strumenti permanenti, che permettano la valutazione individuale della condizione del migrante. Il lavoro nero degli immigrati – uno dei cancri del sistema economico italiano – e il loro ingresso in circuiti criminali si combattono anche modificando i vincoli imposti ai rifugiati politici e ai richiedenti asilo, che per il loro status non possono svolgere regolari attività lavorative. L’ha capito Obama, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana. Last but not least, le attuali norme in materia d’immigrazione (Bossi-Fini) sono del tutto inadeguate, l’introduzione del reato di clandestinità e la precarietà alla quale è sottoposta la condizione di immigrato regolare (che può diventare irregolare se non mantiene un posto di lavoro) sono un tipico caso di produzione istituzionale di illegalità. Ah, dimenticavo: introduzione del principio dello ius soli: chi nasce in Italia è italiano.

3)Regolamentazione della figura professionale di sex worker. L’industria del sesso è una realtà, che piaccia o no ai moralisti cattolicheggianti e ad un certo femminismo. La realtà tedesca, che si affida ad un modello regolamentarista, in cui la prostituzione è legale e regolamentata, dimostra chiaramente i vantaggi di questo sistema. Ancora una volta, si può combattere l’economia sommersa che ne deriva (i sex worker sarebbero sottoposti, come qualunque altro lavoratore autonomo, ad un regime di tassazione particolare e dunque contribuirebbero a “fare cassa”). Il modello tedesco zittisce i detrattori della regolamentazione che sostengono l’eccessiva spesa per i controlli: i costi di polizia si abbattono in un tempo ragionevole e c’è solo da guadagnarci. In ultimo, c’è la questione igienico-sanitaria, che si può affrontare soltanto con la regolamentazione.

4)Ognuno ha il diritto di scegliere la propria fine. Lo Stato Etico pretende di scegliere per noi. L’istituzione di un registro delle dichiarazioni di fine vita (o testamento biologico) conseguentemente ad una legge che tuteli la libertà di scelta individuale paiono la soluzione più ragionevole. Come per l’immigrazione, lo Stato produce illegalità: sono tanti gli italiani che ogni anno decidono di varcare i confini per andare a morire, sono tanti i medici consenzienti che aiutano i pazienti ad avere una fine che loro ritengono dignitosa.

5)Amnistia e depenalizzazione dei reati minori. Che sia strutturale oppure no, l’amnistia è l’unico provvedimento che io conosca capace di ripristinare una condizione legale e ragionevole per il nostro sistema giudiziario: in Italia ci sono infatti 9 milioni di processi arretrati e ben 170 mila che ogni anno cadono in prescrizione. Il nostro paese detiene il triste primato per quanto riguarda le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo rimaste inapplicate. Il danno, oltre che per coloro che sono coinvolti direttamente, è enorme anche per l’economia: chi mai può investire in un paese dove i tempi di un processo sono lentissimi e non vi è certezza di avere giustizia? L’amnistia da sola però non basta, bisogna che sia accompagnata da una riforma del sistema giudiziario e dunque dalla depenalizzazione di alcuni reati minori come la detenzione di stupefacenti (negli ultimi anni, il numero di tossicodipendenti in carcere è cresciuto in modo consistente, tanto che nel 2011 essi erano il 29% del totale della popolazione carceraria), nonché il reato di clandestinità. D’altra parte, il punto 2, ponendo fine alla produzione istituzionale di illegalità e attraverso politiche per gli immigrati, può potenzialmente favorire la diminuzione della presenza di immigrati nelle carceri italiane (ben il 38% dei detenuti sono stranieri).

6)Abolizione del meccanismo dei rimborsi elettorali. I rimborsi elettorali rappresentano il frutto più evidente della reazione allergica del sistema dei partiti ai processi democratici. Un referendum promosso dai Radicali nel 1993 aveva decretato (col 90% dei voti a favore dell’abrogazione della norma) la fine del finanziamento pubblico. Gli hanno semplicemente cambiato nome e hanno ripreso serenamente a succhiare soldi dalle casse dello Stato.

7)Per uno Stato concretamente laico. Abolizione del Concordato e quindi dei privilegi garantiti alla Chiesa cattolica. Dunque, niente più otto per mille, pagamento dell’Imu per gli immobili della Chiesa e niente più ora di religione a scuola (tra l’altro, gli insegnanti di religione vengono reclutati direttamente dalle Curie ma retribuiti dal Ministero dell’Istruzione).

8)Intensificare i rapporti tra la Scuola, l’Università e le aziende. Almalaurea è una buffonata, occorre un sistema che faccia concretamente da ponte tra il mondo accademico e le aziende. Il conservatorismo e la mentalità sinistrorsa rispetto all’Università hanno sempre impedito una riflessione seria sul meccanismo dei finanziamenti privati e sulla possibilità di formulare (a parte singole virtuose iniziative) accordi tra gli Atenei e le imprese italiane e straniere. Bisogna uscire dalla dimensione provinciale in cui hanno rinchiuso i nostri dipartimenti e aprirsi al mercato del lavoro internazionale. Gli istituti professionali sono qualitativamente scarsi e non garantiscono l’accesso al mondo del lavoro. Uno strumento su tutti: l’apprendistato sul modello tedesco. Il 49% dei ragazzi che svolgono il periodo di apprendistato presso un’azienda tedesca, al termine della formazione, trova un posto di lavoro fisso e un contratto presso l’impresa dove ha svolto il servizio e quindi imparato il mestiere. Lo so che l’Italia non è la Germania, ma almeno riflettiamoci.

9)Incentivare l’accesso alla cultura. Due esempi su tutti: i musei e l’Opera. Nonostante i musei italiani siano in condizioni pietose, sono molto cari e dunque poco frequentati. Una tra le possibili misure? Ingresso gratis o a prezzo “simbolico” per gli studenti. L’Opera è un lusso che pochi facoltosi appassionati possono permettersi, mentre altrove (provate a indovinare dove) tutti possono permettersi una serata in compagnia del barbiere di Siviglia o del Rigoletto. Dove trovare i soldi per effettuare miglioramenti strutturali ed agevolare l’accesso a prezzi ridotti? Da tutti i provvedimenti che suggerisco qui sopra.

10)Più pilu per tutti. Una ricerca della Northwestern University School of Law firmata dal prof. Anthony D’Amato ha dimostrato che, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti l’incremento dell’accesso alla pornografia è stato accompagnato da un declino del tasso di violenze sessuali. Negli stati in cui la pornografia ha avuto maggiore espansione, si è rilevata una forte riduzione di crimini a sfondo sessuale; mentre in quelli in cui essa ha avuto difficoltà ad affermarsi tali crimini sono aumentati. Ora, forse la questione è stata semplificata un po’ e si espone a critiche metodologiche, però ritengo che meriti una certa attenzione. La prendo alla larga per dire che è necessario ripensare le politiche moralizzatrici a favore di un’incentivazione della discussione sulla sessualità in genere. Credo che introdurre una vera educazione sessuale nelle scuole ed aprire un serio dibattito pubblico sulle questioni relative la sfera sessuale possa produrre benefici sotto l’aspetto della consapevolezza del proprio corpo e delle proprie scelte. Portiamo i preservativi nelle scuole e facciamogli vedere qual è il verso giusto.

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