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Ignazio Marino

Se Renzi ha un piano per Roma, qual è

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Si invocava il modello Milano, si è rischiato il modello Platì: nessun candidato sindaco per Roma.

Comprensibilmente, d’altra parte, come ci spiegano i colleghi: nessuno vuole più fare il sindaco, in generale. In particolare a Roma, che è la piazza politica peggiore d’Italia. Nonostante tutto, però, a Roma un sindaco c’era: in due anni avrebbe potuto portare a termine il mandato e consolidare il giudizio degli elettori per poi, come pare avvenga nelle democrazie, essere premiato o punito alle urne.

L’interventismo del premier sul caso Marino ci aveva fatto pensare che avesse un piano per Roma, un piano irrevocabile nelle tempistiche e che rendesse necessario e urgente sbarazzarsi dell’inquilino del Campidoglio. A distanza di quasi cinque mesi, invece, anche ai più attenti osservatori sfugge l’avvistamento di una qualsiasi strategia per la Capitale, a meno che non si voglia spacciare per tale la famigerata candidatura alle Olimpiadi del 2024, progetto sul quale non si può che essere benaltristi, prima che favorevoli o contrari (chiunque frequenti Roma si rende conto che la Capitale ha bisogno di ben altro che un grande evento, e ben più in fretta).

Sfugge anche l’avvistamento di un qualsiasi contenuto politico nelle mosse timide del candidato Giachetti e del suo sparring partner Morassut. Tra interviste bonarie in cui rivendica l’autonomia da Renzi e ostenta voglia di fare, ma senza dire cosa, e silenziose passeggiate di ricognizione “sul territorio”, dalle parti di Giachetti si respira una campagna dimessa, malinconica, il tempo ci dirà se solo attendista. Nel confronto con Morassut, poi, nulla di simile alle performance animate degli sfidanti milanesi che, farsa o no, hanno reso credibile una dialettica tra le anime del centrosinistra.

Centrodestra non pervenuto, la piazza appare sgombra per un Alfio Marchini in campagna elettorale permanente.

Gli osservatori moderatamente cattivi pensano che sia lui il vero candidato del Governo, e questo farebbe tornare i conti con l’esigenza di allontanare Marino per lasciare libertà di manovra al comitato olimpico Malagò-Montezemolo che ha in Marchini il suo garante. Inoltre, con Milano a Sala, un candidato di convergenza con il centrodestra su Roma può essere un pegno ragionevole per traghettare il Governo Renzi attraverso le amministrative senza troppi mal di pancia in zona Alfano.

A sentire gli ottimisti, invece, lo stallo di questi giorni non sarebbe che la quiete prima della tempesta. La campagna non è quindi ancora iniziata, e si traccheggia per lasciare al Movimento 5 stelle la prima mossa sperando sia sbagliata. Il Movimento, per tutta risposta, traccheggia anche lui davanti al suo esame di maturità, non più rimandabile oltre queste amministrative romane.

E’ a questo esame che guardano gli osservatorio davvero cattivi: il Campidoglio è l’unico obiettivo concretamente raggiungibile per la squadra di Grillo e – ammesso che non prevalga in loro la paura di vincere – glielo si potrebbe lasciar fare. Lasciare cioè che spariglino le carte in tavola per il tempo necessario, fino a un inevitabile scandalo e alla parola FINE scritta da una Procura sulla storia del Movimento. Non sarebbe il primo caso in cui Renzi opta per la tattica del vincere perdendo.

Roma come pegno per la pax renziana, dunque, oppure Roma come trappola per i grillini. D’altra parte abbiamo sempre pensato che avesse un piano per Roma, l’unica cosa che sappiamo finora è che questo piano non sembra passare per le primarie del PD.

I sacerdoti dell’onestà che armano la mano della “kasta”

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A volte è curioso, come vanno a finire le cose: oppure no, a patto di avere un minimo di lungimiranza.
Prendete questa faccenda dell’onestà, per esempio.
Ci sono voluti anni di inoculazioni pazienti e costanti, somministrate a forza di progressivi e implacabili innalzamenti dell’asticella giustizialista, per irrigare accuratamente il terreno e apparecchiare un paese pronto a gridare indignato alle manette non soltanto di fronte agli scandali conclamati da giudizi definitivi, ma perfino al cospetto della più flebile agitazione di un mezzo, e non meglio identificato, avviso di garanzia.
C’è voluta la progressiva emersione di fronti forcaioli multipli, da quello giornalistico fino all’escalation del livello movimentista prima e parlamentare poi, per imprimere a lettere di fuoco la parola “onestà” nel cervello degli italiani, come se si trattasse di una prodigiosa panacea per sconfiggere malattie che a regola di bazzica andrebbero curate con la politica: fino a innalzare il suo opposto, vale a dire la cosiddetta “anti-politica”, al rango di unico faro possibile cui ispirare le proprie opinioni, le proprie azioni, finanche le proprie scelte elettorali.
Ebbene, qual è stato, alla fine della fiera, l’effetto di tutto questo fermento?
Un paese governato da legioni di onestissimi imbecilli del tutto inadeguati alla politica, come pure abbiamo paventato a più riprese in molti, non senza un brivido di terrore gelido lungo la schiena?
A occhio e croce no. A occhio e croce, se possibile, è andata a finire ancora peggio di così.
E’ andata a finire, e la vicenda di Marino lo dimostra in modo molto chiaro, che i primi a utilizzare la dilagante facilità di sdegno costruita “dal partito degli onesti” con tanta minuzia sono stati gli stessi che quegli onesti avversavano, o credevano di avversare, più di qualunque altro: gli esponenti della cosiddetta “vecchia politica”, i volponi delle strategie e delle tattiche, le talpe da procura, i professionisti decennali delle trame machiavelliche e delle macchine del fango.
Così, prendendo al volo e utilizzando, senza fare neppure un po’ di fatica, il clima di indignazione galoppante e perenne messo a punto dagli amici “con la schiena dritta” in anni e anni di piagnistei, lamentazioni e minacce, uno dei noti gruppi di tradizionali marpioni (nel caso di specie quello del PD) ha potuto imporre a suo piacimento le dimissioni del sindaco di Roma limitandosi a tirare fuori un paio di scontrini.
Questo bel risultato, amici che lanciate anatemi strabuzzando gli occhi al grido di slogan che terminano con “a” accentate, si deve a ciò che avete fabbricato voi: vi illudevate di giocare ai piccoli Robespierre per sconfiggere la “kasta”, e invece avete finito per regalarle un paese che reagisce con pavloviana e scientifica prontezza a tutte le loro schifezze. E quindi le avete fornito, vostro malgrado, il più efficace degli strumenti per perpetuarsi e prosperare.
Che bella impresa, eh?

Roma e la teoria della fenice

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Nel bel post di El Presidente su Roma si traccia una cronologia degli eventi, una loro interpretazione, e una conclusione. Fin qui tutto bene.  Poi il crollo:

“peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie”

L’ idea, molto comune, ha accarezzato a volte anche me: fare tabula rasa e ricostruire, rimuovendo i peggiori e liberando la società da chi la “opprime”. Le cose, purtroppo, vanno spesso molto diversamente. Detta banalmente: si rimuove Pahlavi e arriva Khomeini. L’ANP con Fatah è corrotta? Ecco che arriva Hamas. E dopo Eltsin, incapace e corrotto, fu il turno di Putin.

Oppure, banalmente, succede che il sistema istituzionale regge, come accadrà verosimilmente a Roma, e allora la rabbia che vuole distruggere tutto ed è ancora disposta ad intrupparsi verrà canalizzata dietro qualcuno che, state certi, avrà interesse a installarsi in cima alla monnezza per arraffare tutto l’arraffabile. Ma una città di tre milioni di persone, una Capitale, non muore neanche così: può agonizzare a lungo, distruggere la vita di chi ci abita, destabilizzare la vita politica di un Paese. Ma l’evento catartico, voluto o non voluto, non arriverà mai.

A margine, la mia impressione è che il gruppo di individui peggiore in assoluto per raccogliere questo sentimento sia quello che gira intorno a Giorgia Meloni. La quale, peraltro, ha bisogno proprio di questo clima per vincere.

Fossi nel caro Presidente, invece di inseguire improbabili fuochi purificatori, proverei a chiedermi se c’è qualcosa da salvare, o qualcuno che fa qualcosa che valga la pena sostenere. La mia impressione è che ci siano entrambe le cose, ma ovviamente mi si dirà che è facile parlare quando non devi prendere la metro a Roma tutte le mattine.

 

#VotaNerone

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Come ci insegna The Wire la regola aurea della politica è una e una sola: a nessuno piacciono i rompicoglioni. Venire segato fa parte del gioco e può accadere per mille ragioni diverse che, spesso e volentieri, neanche riguardano direttamente te o come hai svolto quel lavoro. La cosa importante è che, quando accade, tu resista alla tentazione di montare un casino e faccia gioco di squadra: sorridi, ringrazi, saluti e ti levi dal cazzo. Fai così e vedi che quando si tratterà di di affidare un incarico, una poltrona in un consiglio di amministrazione o in una fondazione, magari una candidatura in un seggio sicuro, sai che verrai ricordato come uno tranquillo, uno che non dà problemi, uno di noi. Prendete Marrazzo che oggi è inviato Rai a Gerusalemme o la Polverini che è deputato; prendete Sassoli e Gentiloni, umiliati alle primarie ed oggi, rispettivamente, parlamentare europeo (dove, non paghi di quello che aveva combinato la volta scorsa, l’hanno fatto pure vicepresidente) e Ministro degli Esteri: tutte persone che hanno capito che non è importante doversi dimettere o perdere un’elezione ma non fare casino.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ultimo capitolo di quell’incidente ferroviaro al rallentatore che è stata la permanenza di Ignazio Marino in Campidoglio, ha dimostrato fuor d’ogni dubbio che lui della squadra non ha mai fatto parte, anzi: autocandidatosi contro l’establishment del partito, in quella che è probabilmente stata la sua unica espressione di acume politico, ha stravinto sia primarie che elezioni proprio per l’ostentata estraneità al blob stratificato e putrescente composto da mattone, sanità, monnezza, palazzinari, fascisti, sindacalisti, cooperative, fondazioni, giornalisti e preti noto ai più come scena politica romana. Il problema è che se per governare Roma c’è bisogno di capacità eccezionali di per se, Marino ha ampiamente dimostrato non solo di non avere tali capacità, ma, come molti incompetenti, di non rendersi nemmeno conto di quello di cui avrebbe avuto bisogno (una visione chiara per il futuro della città, la selezione di competenze cui delegare le questioni cruciali, l’umiltà di chiedere aiuto a chiunque fosse in grado di fornirlo). Marino, invece, si è lanciato contro il moloch con un’incoscienza immotivata e, spesso, deleteria, collezionando figuracce e litigando con tutti quasi a prescindere. Se ti metti in testa di pulire le stalle di Augia o sei Eracle o la tua Hubris ti porta ad affogare nella merda.

È anche difficile dire cosa Marino sperasse di fare perché, in effetti, non ha mai avuto la possibilità di farlo. Se Renzi fosse stato chi ha sempre raccontato di essere, Marino sarebbe stata la testa di ponte, il punto di appoggio per rinnovare il partito e cambiare la città. Il Renzi rottamatore avrebbe offerto il suo aiuto, messo a disposizione i suoi uomini migliori, fatto sentire tutto il peso del nuovo cazzo di segretario del partito con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su chiunque avesse provato anche solo ad aprire bocca contro il primo sindaco del nuovo PD; sfortunatamente il Renzi futuro Presidente del Consiglio alle persone con cui Marino è in guerra sta deve un bel pezzo della sua poltrona. Ed ecco quindi ZERO appoggio a Marino dal PD nazionale, l’invio di Orfini a gestire il partito (ovvero giunta e assessori) e Gabrielli per il resto, dichiarazioni deliranti nel mezzo di Mafia Capitale, visita alla Festa dell’Unità come un ladro e, a coronare il tutto, tre assessori imposti dall’alto che nemmeno due mesi dopo sono i primi a dimettersi dando il via alla crisi. Tutto ovviamente sensatissimo se si pensa che, una volta segato Marino e tolta di mezzo ‘sta stronzata delle primarie c’è un bel giubileo straordinario da organizzare come si deve (con tante grazie al Papa).

Flashback, aprile 2008. Mi sono laureato da un mese e mezzo, sono partito per l’interrail e sono in Andalusia quando mi arriva la notizia che Alemanno ha vinto le elezioni. Per il ballottaggio ero già partito ma il primo turno ero a Roma e mi ero rifiutato di votare Rutelli: sapevo che avrebbe vinto Alemanno, immaginavo lo schifo che avrebbe fatto alla mia città ed ero pronto ad accettarlo nella speranza della reazione che avrebbe suscitato nel PD. In questo senso la vittoria di Marino l’ho vissuta quasi come una vittoria personale, una scommessa vinta.

Da ieri Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma e la sua carriera politica è più morta di Dillinger; non si sa chi vorranno mettere al suo posto (faccio un nome a caso) ma è francamente irrilevante a questo punto. Se c’era una possibilità di redenzione per questa città era qui e ora ma la fine di Marino dimostra che il sistema è troppo marcio per potersi autorigenerare.

Che fare allora? Facile: votate i 5 stelle. Si, quei beoti che stavano in piazza con i fascisti a festeggiare le dimissioni. Quelli che hanno urlato in faccia a chiunque provasse a mettere su qualcosa di costruttivo. Quelli che il candidato sindaco NON deve avere esperienza di politica. Possono candidare la qualunque, io li voto lo stesso. Anzi, peggio è il candidato, più volentieri lo voto: datemi un Nerone che riduca Roma in cenere e potremo cominciare a ricostruire sulle macerie.

“Marino dimettiti!”, tra miseria e nobiltà

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È in atto, proprio mentre scrivo, un sapido psicodramma, di quelli in cui l’accezione di pietoso assume la sfumatura della misericordia più che dello scherno. È il canto del cigno di Ignazio Marino, che spegne la propria goffa carriera da sindaco (chissà quella da politico, se mai ci sia stata, che fine farà) travolto dall’unica cosa con cui si può travolgere il niente: il niente a sua volta.

Marino è diventato nelle ultime settimane il parafulmine ultimo di qualsiasi problema cinga la Capitale in tempi recenti: da quelli enormi, irrisolvibili, ai più ridicoli. Un tiro al bersaglio che è riuscito a trasformarsi, nel sentimento suscitato, dalla rabbia iniziale ad una lenta, morbida tenerezza, mano a mano che ci si rendeva conto del fatto che il Sindaco è, di fondo, materia inerte. È forse su questo che andrebbe attaccato, nella sua mediocrità non cattiva, compassata, mai sotto né sopra le righe, ma comunque colpevole. È la medietà dell’uomo che nasce piccolo e diventa minuscolo, sovrastato da un mondo che non gli appartiene, in cui inciampa continuamente. È la sua incomunicabilità, la sua incapacità di spendersi mediaticamente, di non risultare inopportuno e ingenuo, di non mostrare il fianco senza saper reagire, di non sapersi guardare dai nemici e soprattuto, come sempre, dagli amici compagni di partito. E dunque mi sta bene, Marino dimettiti, ma non perché i ventimila euro, l’inchiesta, il malaffare, la mala gestione, l’immobilismo. Dimettiti perché non è roba per te.

La politica (quella romana, poi!) non è sport in cui bastano cuore e coerenza, è una disciplina che non perdona chi adopera la leggerezza dell’autoconvincersi di essere dalla parte giusta, solo perché – forse, in effetti – lo si è. È vero che la politica locale è amministrazione,  problemi concreti, è ordinanze e interventi mirati, roba che insomma un chirurgo sentirebbe propria, ma qui siamo a Roma. Qui la linearità non esiste, e si gioca in serie A: ognuno è pronto a farti le scarpe, senza troppi riguardi, alla prima occasione utile. Non basta essere onesti: bisogna essere accorti. Accorti non solo per salvarsi le penne, ma per poter ottenere un qualche risultato diverso da quello di vedersi ricoperti da una colata di cemento. Roma ha bisogno di bravi amministratori che siano bravi politici, e di bravi politici che sappiano amministrare bene la complessità terribile e magnifica della Capitale.

Di Marino, nel suo essersi rivelato –forse– un medio amministratore e un pessimo politico, non possiamo che avere allora un po’ di compassione. Essere sì contenti di un cambio; avere la consapevolezza che è probabile che andrà anche peggio, per com’è popolato l’orizzonte oggi; ma non credere di avere risolto niente, con questo. Marino forse è stato l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, è vero: temo però che la soluzione non comparirà aspettando, affacciati alla finestra, che passi l’uomo buono.

¡Que viva La Zanzara!

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Questo è un pezzo di difesa preventiva. Accorata e sentimentale. Difesa di una trasmissione radiofonica, La Zanzara su Radio24, dove martedì sera è andato in onda un nuovo, geniale scherzo telefonico.
Riassunto: un finto Renzi (il bravissimo Andro Merkù) telefona al monsignor Paglia, presidente del pontificio consiglio per la famiglia (sì, esiste una cosa del genere!). Questi rivela al suo interlocutore la presunta insofferenza del pontefice nei confronti del sindaco di Roma, che si sarebbe ‘imbucato’, non invitato, a un incontro del Papa a Philadelphia.

Pochi minuti, dai quali emerge con una vividezza più eloquente di qualunque analisi socio-politica, la fotografia di un’Italietta immobile, in bianco e nero, eternamente democristiana. E di vertici Vaticani che dimostrano di avere, ora come sempre, nei confronti del potere politico una consuetudine sollecita e affettuosa, che tradisce una tradizione di lieta e pacifica sudditanza del secondo nei confronti dei primi.

Ma torniamo alla questione dello scherzo. Il copione, per la trasmissione di Cruciani e Parenzo, non è nuovo: il caso più memorabile è probabilmente quello di Fabrizio Barca che, interpellato nel febbraio 2014 da Merkù/Vendola, si lascia andare a commenti e allusioni poco lusinghieri a proposito del nascente governo Renzi. O la telefonata della finta Margherita Hack (sempre Merkù!) che nel 2013 invita il costituzionalista Onida a sbottonarsi sull’inutilità dei ‘Saggi’ nominati da Napolitano.

All’indomani della telefonata della Hack a Onida, Gad Lerner ha scritto sul suo blog un pezzo durissimo e indignato in cui attaccava “il giornalismo degli insetti”, che sguazza nel suo “campionario di ‘mostri’ consenzienti”, “alla ricerca del bieco, rasentando l’osceno”. Similmente, dopo lo scherzo a Barca, Michele Serra ha vergato un corsivo su Repubblica, lamentando lo stravolgimento dell’ “argine tra notizia e diceria, tra polemica leale e colpo basso”, laddove “tutto finisce in un melmoso streaming che si autopromuove a ‘trasparenza’ anche quando attinge nel torbido”. Più di recente, Famiglia Cristiana se l’è presa con Cruciani (del quale, scrive, “facciamo fatica a citar[e] anche solo una frase, perché nella sua trasmissione il turpiloquio è elevato a sistema”) per via di alcuni interventi odiosamente razzisti di ascoltatori e ospiti della trasmissione.

C’è da aspettarsi, insomma, commenti di analogo tenore anche nei confronti di quest’ultima impresa di Cruciani e Parenzo ai danni del monsignore (o forse no, visto che di questi tempi gettare secchi di merda contro il sindaco di Roma è uno sport che garantisce soddisfazioni bipartisan).

E dunque: da domani, tutti addosso alla Zanzara! Fucina di giornalismo spazzatura, di oscenità allo stato puro, palcoscenico per i peggiori mostri, i razzisti, la famosa ‘pancia’ di un Paese affetto da colite cronica.

Ora, io seguo La Zanzara praticamente da sempre, dai tempi (bui) in cui il co-conduttore era Telese. La seguo soprattutto perché mi fa ridere moltissimo e trovo che sia un format di intrattenimento perfettamente riuscito. Ma ne sono ascoltatore appassionato anche perché sono convinto che sia una trasmissione rivoluzionaria, un unicum assoluto nel panorama italiano, un piccolo angolo di anarchia che dovremmo difendere con le unghie e non dare per scontato.
Certo: Cruciani è notoriamente un provocatore. Le sue opinioni sono a volte male o per nulla argomentate e poco documentate. Spesso io stesso le trovo agghiaccianti. Ma da una trasmissione di opinione non mi aspetto di essere sempre d’accordo con chi la conduce (che noia!): mi auguro piuttosto di ascoltare una voce libera, un punto di vista che scavalchi l’ovvio e mi sorprenda, che possibilmente vada al di là degli steccati ideologici.

La Zanzara è l’unica trasmissione nazionale e di successo dove il conduttore si permette di esprimere, quotidianamente, posizioni risolutamente anti-clericali, prendendo per il culo preti ed esorcisti, ascoltatori beghini e politici baciapile. In cui si assegna la medesima importanza alle parole del Papa e a quelle di Donato da Varese.

Alla Zanzara si è combattuta e si combatte una battaglia radicale, senza mezze misure, per i diritti degli omosessuali, per il matrimonio gay e per l’adozione. Negli anni, sono stati messi alla berlina i peggiori omofobi, se ne sono scoperti di nuovi e insospettabili tra politici, imprenditori, gente comune, e si sono sollevati casi internazionali che hanno contribuito a sensibilizzare milioni di persone (vedi il caso Barilla).

Alla Zanzara si parla quotidianamente di sesso, in maniera libera ed esplicita, in una fascia oraria non protetta. Si intervista Valentina Nappi, si parla di Viagra e Cialis, di vaginismo e piogge dorate, ma anche di legalizzazione della prostituzione, di case chiuse e di transessuali che esercitano la professione più antica del mondo e vorrebbero pagare le tasse a uno stato che glielo impedisce salvo poi perseguitarli con il fisco.

La Zanzara spaventa e scandalizza perché è una trasmissione laica in un paese clericale. Un paese in cui ciascuno, a cominciare da chi si indigna e la attacca, sembra non avere a cuore nient’altro se non la propria, piccola o grande, reale o immaginaria, spirituale o umanissima chiesa.

Oh fascist, where art thou?

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C’è un curioso silenzio questi giorni e non so davvero come interpretarlo. Non lo trovate strano anche voi? Voglio dire, sabato sera, c’è stato un incidente mortale (a Napoli un dj di 29 anni ha preso la tangenziale contromano ubriaco lercio e si è schiantato contro un’altra auto) eppure, fino ad oggi, non ho sentito di nessuna misurata manifestazione di solidarietà, di Matteo Salvini neanche l’ombra, e, so che farete fatica a crederci, i media ne parlano come di un normale incidente stradale.

Eppure sappiamo bene che la reazione appropriata agli incidenti stradali (notare con che classe sono grassettate le parole tre rom zingari) dovrebbe essere ben diversa. Dove sono le torce e i forconi sotto la casa dell'”assassino”? Dove sono le invocazioni di ruspa per le discoteche? Dov’è l’indignazione contro l’alcool? Dove sono le richieste di buttare nel cesso la legge perché laggente vuole il sangue e bisogna placarla? Dov’è il sindaco che si bulla di aver preso i responsabili? Dove sono le pretese di pene esemplari da parte di tutto il sottobosco del politicume vario su su fino al Ministro dell’Interno?

È chiaro che esistono innumerevoli ragioni per cui l’episodio A entra nel frullatore politico/mediatico mentre l’episodio B passa in sordina (d’altronde le vittime di incidenti stradali sono 3.400 all’anno, non è che possono fare notizia tutte); è solo che, a parte l’ipotesi di Billy Pilgrim, non me ne viene in mente nessuna. Ma è il mio animo malfidato che si permette di giudicare chi esprime nobili sentimenti mosso da altruistica commozione e solidarietà: è solo che, come dire, temo che la loro impronta stilistica lasci un po’ a desiderare.

La tassa Totti

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43 milioni di euro l’anno. E’ quanto il Comune di Roma spende per pagare la cosiddetta “emergenza abitativa”. Una somma incassata dai costruttori che affittano immobili al Comune, e dalle cooperative sociali come il Consorzio Eriches 29 di Salvatore Buzzi.

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Tra queste da tempo risulta anche l’Immobiliare Ten di proprietà di Francesco Totti, il capitano della A.S. Roma. La struttura, affittata regolarmente da Totti al Comune, si trova a via Tovaglieri, Tor Tre Teste, ed è stata scelta dall’amministrazione Veltroni con contratto 6+6: se l’amministrazione non disdice 12 mesi prima della scadenza si va avanti ad oltranza.
Nel residence di via Tovaglieri vivono 35 famiglie. Il comune spende per mantenerle la bellezza di 26 mila euro l’anno (cioè più di 2.100 euro al mese) per nucleo famigliare: un affitto da attico terrazzato al centro storico. Una enormità descritta da Sergio Rizzo, autore del celebre libro “La Casta”, domenica sul Corriere della Sera in un articolo dal titolo “Roma, affitti d’oro pilotati dai boss“.
Il risultato -scrive Rizzo- è che l’emergenza «temporanea» si trasforma sempre in emergenza stabile, con le famiglie (circa 1.850 in tutto) che restano perennemente a carico del Comune pure quando viene accertata la mancanza dei requisiti. Anche perché le ordinanze di sgombero quasi mai vengono eseguite“. Pare siano infatti più di 100 i nuclei famigliari attualmente residenti nei residence ad avere un reddito superiore a quello previsto dalla delibera 150 del 2014, o a possedere addirittura altre case di proprietà.
L’immobiliare Ten è parte di Numberten, la holding del gruppo Totti. Il settore immobiliare supera di molto i guadagni dei capi di abbigliamento di Never Without You, società gestita anche dalla moglie Ilary Blasi, che tra l’altro ne disegna alcune collezioni.
A Rizzo oggi replica, sempre sul Corriere della Sera, il Sindaco Marino, ricordando quando in campagna elettorale aveva promesso la conversione di queste ingenti risorse in buoni casa e la chiusura dei residence: “Li ho visitati e alcuni mi sono apparsi come dei veri e propri lager dove si vive anche in 8 in pochi metri quadri“. Costosissimi Lager insomma. Dopo più di un anno qualcosa pare muoversi.
Ma il risultato sembra difficile da portare a casa, specie se -tra gli altri- c’è di mezzo l’intoccabile “Pupone de’ Roma”.

Quando gli onesti diventano complici dei corrotti

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Grosso modo funziona così: quando viene fuori che i politici hanno rubato, quando scoppia lo scandalo e si alza l’onda dell’indignazione generale arrivano quelli “onesti”, quelli che “adesso basta”, quelli che “tutti a casa”.
E si stracciano le vesti, e scendono in strada e strillano e lanciano monetine, e tutti gli altri dietro a dire hanno ragione, basta, è ora di finirla.
Senonché, per finirla davvero sarebbe necessario capire come sia iniziata: o meglio, quali siano le condizioni che hanno reso possibile quell’inizio. E modificarle.
Osservando le cose che non funzionano, studiando perché non funzionano e inventandone di nuove che funzionino meglio.
Prendete la mafia romana, per esempio. Qualcuno ce li ha pronti, dei progetti alternativi seri per gestire in modo trasparente ciò che finora è stato il terreno di caccia dei delinquenti: dai piani abitativi di inclusione dei rom alla gestione individuale dei servizi alla persona, dall’anagrafe pubblica degli appalti alla razionalizzazione delle società partecipate. Sarebbe il caso di ascoltarlo, di dargli una mano, di lavorare con lui, invece di strillargli in faccia.
Altrimenti va a finire com’è sempre andata a finire: i corrotti se ne vanno “tutti a casa”, e il loro posto viene occupato sistematicamente da nuovi corrotti, che sfrutteranno le stesse condizioni di prima per iniziare a rubare esattamente come facevano gli altri: fino allo scandalo successivo, alla prossima ondata d’indignazione, al nuovo lancio collettivo di monetine.
Spiace dirlo, ma i “partiti degli onesti”, quelli che strillano basta, non servono: anzi, finiscono per diventare perfino controproducenti.
Perché nel marasma della loro collera coi paraocchi, che fa di tutta l’erba un fascio e confonde la merda con la cioccolata, pongono le condizioni affinché quelli (magari pochi) che non hanno mai rubato, e che due o tre buone idee per sistemare le cose le avrebbero pure, vengano travolti insieme a tutti gli altri.
Ecco, quindi, il paradosso: gli onesti, che si indignano contro i ladri, finiscono loro malgrado per diventarne i migliori complici: coprendo con le loro urla le magagne di un sistema che occorrerebbe rifondare con calma, metodo, razionalità.
Con la politica, per dirla sinteticamente: che magari per loro, per gli onesti che strillano, sarà pure una parolaccia.
Epperò, da che mondo è mondo, è l’unico strumento plausibile per venirne fuori.

Il trauma dell’elettore medio del pd romano

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Nemmeno immergendoci in una vasca da bagno piena di benzina con delle grosse candele accese nei bordi, riusciremmo a vivere il travaglio che sta attraversando in questi giorni l’elettore medio del Pd romano. E non solo per il verminaio che è stato scoperto l’altro ieri.

Guardatelo, l’elettore medio del Pd romano, nel momento in cui rimane solo con se stesso, mentre inizia a riflettere su tutto ciò che ha visto in questi ultimi anni e continua a vedere quando si interessa alle vicende del suo partito. Roba forte, da tagliuzzi lenti ed implacabili su tutte le parti del corpo. Tagliuzzi che quasi quasi dovrebbe farsi perché la colpa, in fondo, non è che sua, che ha votato e continua a votare (e quindi ha fatto diventare importanti) ‘cose’ (perché in fondo di cose stiamo parlando) assurde. “Si”, si dice tra se e se l’elettore medio del Pd romano, “l’ho dovuto fare per contingenze varie. Ma questo mi scagiona? Allevia il mio senso di colpa? Sono meno responsabile raccontandomi questa puttanata delle contingenze varie?”

Nel 2008 l’elettore medio del Pd romano si ritrova come candidato a sindaco del suo partito, Francesco Rutelli. Il Pdl piazzava un tipo della destra sociale, Gianni Alemanno. Il Pd avrebbe vinto anche candidando la lanella che ti rimane nell’ombelico. Solo con un candidato poteva perdere. Quel candidato era Francesco Rutelli. E chi candidano come sindaco? Lui. Ed il povero elettore medio del Pd romano, per la contingenza di non far vincere un ex fascista va e vota Francesco Rutelli. E perde. E l’elettore del pd romano si ritrova l’ex fascista sindaco.

L’ex fascista governa male, fa disastri. Si arriva al momento di votare il nuovo sindaco ed alle primarie l’elettore medio del pd romano si ritrova, manovranti e manovrati, elementi di spicco del pd de Roma: Sassoli, Gentiloni etc etc. Ma l’elettore preferirebbe bere dell’acquaragia appena sveglio la mattina presto piuttosto che votare Gentiloni o Sassoli o etc etc. Solo che lui è del partito, il non voto non gli appartiene per storia personale e politica e quindi, per la contingenza di non far vincere ‘ste ‘cose’, vota quello che non c’entra niente: Ignazio Marino. Ed Ignazio Marino vince le primarie del Pd de Roma.

L’elettore medio del pd romano un po’ è contento, perché in qualche modo è riuscito a mettergliela in quel posto a quei marpioni capoccioni del suo partito, quei capi locali di cui non si fida tanto e di cui non ha tanta stima. Solo che  ci sono le elezioni vere. Ed Ignazio Marino sfida Gianni Alemanno, l’ex fascista che ha fatto disastri e ridicolizzato la città. E quindi l’elettore medio, che non è che creda molto in questo Marino che è stato scelto per far un dispetto a quegli altri, si ritrova però costretto a votarlo per la contingenza di non far rivincere l’ex fascista che ha ridicolizzato Roma caput mundi.

E Marino vince. Solo che dopo un po’ l’elettore medio del pd romano scopre e capisce che il principale nemico del sindaco espressione del suo partito, è proprio il suo partito stesso, che intraprende una strisciante guerra senza freni.

Marino non convince fino in fondo, e l’elettore medio del Pd romano ad un certo punto, condizionato pure da queste strane pressioni che arrivano dai media (Panda rossa, multa non pagata, i matrimoni gay, Tor sapienza, le Iene) comincia a pensare che forse ha sbagliato a votarlo, che forse quelli che prima gli stavano sulle balle, di cui si fidava a naso poco, hanno ragione. “Forse sto Marino non è all’altezza. Forse è meglio se cade”.

Poi arriva il patatrac dell’altro ieri. E l’elettore medio del pd romano non parla da tre giorni. Sta zitto. Cova rabbia. Lo prendono sempre per i fondelli. Ma lui ci crede a sta roba del Pd, del partito. Ma più ci crede più se la prende in quel posto. “Questi ladri farabutti mi vogliono far passare la voglia, la passione”. Ed in questi giorni sta zitto. Osserva.

E pensa: “lo commissariano sto pd romano. Chi sarà mai il commissario? Manderanno uno di fuori, di Torino o dell’Emilia sicuro” No. Uno romano. “Ma forse uno della minoranza, un emarginato del partito”. No. Orfini. “Era ed è uno importante. E’diventato pure presidente del Pd nazionale, quindi figuriamoci se non era nella elite del pd de Roma. E tutti quelli che criticavano spavaldi Marino per la questione della panda e delle multe e di Tor Sapienza, e che però non hanno detto niente sul malaffare e sulla corruzione del partito, si saranno dimessi?” No, stanno tutti là. “E quello che mentre gente vicina al partito e del partito si spartiva con mafiosi ed ex nar soldi pubblici destinati ai Centri per i rifugiati, alle politiche di integrazione dei Rom e ad appalti vari di pubblica utilità, non si accorgeva di niente, ma faceva gli esposti alla Consob per la partita Juve/Roma, quello sta ancora lì o si è (metaforicamente) suicidato?” No, anche lui sta ancora lì.

E giustamente queste cose l’elettore medio del pd romano le osserva nella sua mente e se le chiede. E pensa a se stesso. A quanto sia stato ingenuo e passivo. A quanto possano essere trappole pericolose le contingenze che l’hanno portato a fare forzature che in fin dei conti non hanno mai portato niente di buono se non qualche sollievo di breve durata.

Caro elettore medio del pd romano, non so come uscirai da questa storia. Sicuramente ti suiciderai ancora, ormai assuefatto alla  depressione che hai accumulato, con il tuo essere passivo che ti da sollievo, ti consola, ti protegge. E quindi affiderai ancora il tuo voto alla Madia o a Gentiloni o a etc etc. Insomma, sarai anche ed ancora parte di un finto rinnovo del ciclo produttivo del pd de Roma, dimenticandoti che le forzature hanno sempre portato solamente carestie. E che le contingenze possono metterti in mano l’arma del peggior crimine di cui essere accusati: l’essere riconoscenti a chi ti rovina la vita.

Soundtrack1:‘Jubilee Street’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack2:‘Push the sky away’, Nick Cave and the Bad Seeds

Soundtrack3:‘Sparring partner’, Paolo Conte

La pagliuzza della panda rossa e le travi del pd romano

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Se qualcuno di voi avesse una vaga idea (e magari qualcuno ce l’ha) di che razza di roba sia il PD romano, di fronte alla storia delle multe di Marino e all’indignazione che avrebbero suscitato nei suoi compagni di partito avrebbe la mia stessa, identica reazione: si scompiscerebbe, e di brutto, dalle risate.
Perché sarà pure vero che il buon Ignazio, sin qui, è stato abbondantemente deficitario rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi: ma è vero anche (e direi soprattutto) che i vertici del suo partito nella capitale sono stati e continuano a essere protagonisti di situazioni che al confronto la Panda rossa è la scureggina di una zanzara in un campo di calcio.
Non so, vogliamo parlare della vicenda della Metro C, i cui costi sono lievitati negli anni da 3 a 6 miliardi senza che l’opera sia stata completata e senza che se ne conosca ancora il percorso definitivo? O magari, tanto per dirne un’altra, dell’amena consuetudine rispondente al nome di “manovrina d’aula”, grazie alla quale venivano distribuiti milioni di euro ad associazioni scelte direttamente dai consiglieri? Oppure dello scellerato sperpero di denaro pubblico perpetrato anno dopo anno con l’unico risultato di segregare i rom nei campi e nei lager dei centri d’accoglienza? O magari dell’ostruzionismo contro l’anagrafe pubblica dei rifiuti, dell’indifferenza nei confronti del muro” di Ostia e delle dinamiche letteralmente criminali che ne sono il presupposto, dell’arroganza con cui sono state sistematicamente ignorate e mai calendarizzate le delibere di iniziativa popolare, dei patetici equilibrismi per non dover affrontare temi come il testamento biologico o le unioni civili, degli affidamenti di appalti a fornitori esterni effettuati senza gara e senza bando, in barba a ogni normativa nazionale ed europea, dello spaventoso dissesto delle aziende municipalizzate come l’ATAC e l’AMA, ormai ridotte a vere e proprie riserve di caccia elettorale alla faccia dei cittadini e dei servizi cui avrebbero diritto?
Vogliamo parlare di questo, dico, o della Panda Rossa?
No, perché un fatto è sicuro: Ignazio Marino, sia pure in modo “timido”, il becco in queste schifezze ha cercato di mettercelo; e più di una volta, sia pure con la necessità di qualche “stimolo”, ce l’ha messo in modo efficace.
E allora, abbiate pazienza, quando ci si indigna per la Panda rossa, si chiede il “rimpasto” e si chiama il sindaco a riferire in aula non si può proprio fare a meno di rilevare che a volte, nella vita, si verificano delle strane, stranissime coincidenze.
Perché io un’idea -neppure tanto vaga- di che razza di roba sia il PD romano ce l’ho, e siccome ce l’ho non posso fare a meno a scompisciarmi dalle risate.
Per non piangere.

Voglia di bestemmiare

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Nel Pd della Capitale gli sbardelliani, i veltroniani, i popolari e perfino qualche ex berlusconiano, tentano di rifarsi una verginità renziana. Si riuniscono, progettano, rilanciano.

Più il marziano Marino fa buchi nell’acqua, più i marpioni si ringalluzziscono. “Il fuso orario del Campidoglio va regolato con quello di palazzo Chigi” dicono. Forti – s’intende – non di qualche risultato politico, ma esclusivamente di campagne elettorali concluse in grande stile, magari con i dipendenti di Atac, di Ama, o di un’altra fabbrica di consenso romano, tutte in dissesto con i soldi dei cittadini.
Nulla di nuovo. È il vecchio istinto gattopardesco. Del resto vi siete mai chiesti quali meritorie iniziative politiche abbia condotto Enrico Gasbarra per totalizzare 102.411 preferenze? Per non parlare degli altri capi corrente ancora più sconosciuti.
Su questo il dibattito dentro il Pd non è pervenuto. Neppure quando l’unico consigliere Radicale, Riccardo Magi, ha denunciato con Sergio Rizzo, il meccanismo ventennale di accumulazione del consenso a Roma. A destra, al centro e a sinistra. La manovrina d’aula o il maxiemendamento notturno, con i quali si foraggia de facto il bacino elettorale dei consiglieri, terminali dei capibastone. Non c’è alternativa a questo modello, dicono. I dirigenti comunali assunti esternamente all’organico già abbondante del Campidoglio per organizzare tra le altre cose la Festa dell’Unità di Roma (o Festa democratica), non hanno predisposto nessuna tavola rotonda sull’argomento.

Ma ci sarebbe dell’altro per quanto riguarda il maggiore partito della Capitale e del Paese, se la cronaca dei giornali romani non fosse peggiore dei politici che in buona parte dirige. Ad esempio si potrebbe riflettere sull’inossidabilità della “questione romana”. Il Papa apre nuove stagioni, loro no.

L’ostruzionismo del Pd in Campidoglio è velato ma a tutto campo. Per il Registro del testamento biologico c’è voluto l’intervento del Prefetto di Roma per calendarizzare la delibera. Per le Unioni civili si attende da due anni la votazione di un testo sottoscritto da 8 mila romani, dopo che Walter Veltroni, su richiesta del Card. Bertone, fece fuori il primo tentativo Radicale nel 2007. Miriam Mafai all’epoca la definì la “prima sconfitta per il Pd” che stava nascendo in quei mesi. Per alcuni una sconfitta per altri una vittoria che resiste nonostante la rivoluzione interna al Partito democratico. È forse un caso che per il futuro della Capitale tutti i nomi finora emersi siano legati ad un passato democristiano? Da Enrico Gasbarra a Dario Franceschini. O come nel caso di Marianna Madia, ad un presente contrario all’aborto e all’eutanasia. “Quando sei lì – racconta Marianna del suo viaggio a Medjugorje  in realtà non ti interessa capire se è vero o no quel che si racconta. Non ti poni il problema. Entri in una dimensione di fede più forte, di consapevolezza profonda”.

E quello di non porsi il problema di capire è un modello a forte vocazione maggioritaria. E così da una parte non bisogna farsi troppe domande sulle responsabilità del sistema clientelare nel fallimento in termini di dissesto finanziario di Roma, dall’altra meglio non tenere conto che sui diritti civili e la laicità il popolo da sempre è più pronto della sua classe dirigente. Lo dicono tutti i sondaggi da anni. Dall’ici per gli hotel cattolici all’eutanasia. Meglio non ricordare il 54% ottenuto della mangiapreti Emma Bonino che nel territorio di Roma vinse contro Renata Polverini, nonostante il sabotaggio orchestrato dei vertici del PD, raccontato poi da Concita De Gregorio.

Trasparenza, onestà, buon governo della cosa pubblica, ma anche laicità e nuovi diritti. A vincere furono altri. E i protagonisti a Roma – direttamente o tramite veline – quelli restano.

Fori imperiali, dentro provinciali

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Le cosiddette smart cities, le città intelligenti, sono il prodotto dell’interazione di due forme di intelligenza: quella amministrativa e quella individuale. Nel tornante storico che i nostri centri urbani stanno affrontando, il tornante della sostenibilità (o meglio: dell’insostenibilità), le nuove visioni, le nuove concezioni della città – ma soprattutto le capacità individuali di accogliere queste visioni e concezioni e di praticarle – sono il futuro del nostro spazio di vita.

In questo senso, gran parte della partita urbana si gioca sul fronte della mobilità. Infatti, la città, che è, almeno nella sua definizione dinamica, un insieme di flussi umani e veicolari, non è immaginabile in una dimensione sostenibile senza un traffico regolare, ovvero che segua delle regole ragionevoli sia dal punto di vista funzionale (che mantenga quindi un legame con le funzioni dello spazio urbano) sia dal punto di vista interattivo (che produca un incontro tra individui e ambiente rispettoso della logica della preservazione).

In alcune delle maggiori città europee, già da qualche decennio, la pratica amministrativa e quella individuale si sono incontrate nella comprensione della necessità di un cambiamento rapido e radicale, ovvero nella formazione di una “cultura urbana” lungimirante, dunque precauzionale, rispetto alle potenzialità e ai rischi di un vivere insieme denso e perciò intenso. Al centro di questo incontro c’è senza dubbio la mobilità.

Prendiamo ad esempio Parigi, una delle metropoli più popolose ed importanti a livello politico del continente. Per chi la conosca, Parigi non è mai stata una città facile per pedoni e ciclisti: il traffico è infatti energico e nemmeno troppo gentile (al volante, parigini e romani si somigliano parecchio). Per far fronte alle oggettive difficoltà di circolazione e ai rischi per i ciclisti, da diversi anni il sindaco Bertrand Delanoë sta portando avanti un progetto di progressiva e ragionata pedonalizzazione e ciclabilizzazione di molte aree del centro. Il servizio Vélib’, un vasto programma di bike sharing lanciato nel 2007, fa parte dell’intervento amministrativo a favore di una città più intelligente e sembra aver rivoluzionato non soltanto la vita dei ciclisti parigini ma anche, in prospettiva, l’intera mobilità urbana della capitale. Anche a seguito del grande successo di Vélib‘, che è stato accolto con entusiasmo dalla cittadinanza ed è diventato un mezzo di trasporto importante, a partire dal prossimo settembre è infatti previsto un nuovo sostanzioso incremento delle zone a velocità limitata; il 37% delle strade del centro saranno cioè percorribili a non più di 20 o 30km/h da qualsiasi veicolo. Si parla di 560 km di percorso urbano. Inoltre, a questo provvedimento si accompagna la conversione di molte aree (principalmente zone di interesse artistico-culturale),  che diventeranno interamente pedonali.

Certamente, in termini di piste ciclabili c’è ancora molto da fare: i circa 500 km parigini sono ancora decisamente lontani dai più di 1000 di Berlino. Ma le dimensioni del territorio urbano (105kmq per Parigi, circa 900 per Berlino) e la conformazione urbanistica indicano che, almeno in termini proporzionali, nella città francese si sta facendo un grande lavoro; lavoro che trova le sue linee progettuali in un piano quadriennale (Vélo 2010-2014), che prevede il raggiungimento di 700 km di piste entro il 2014. Insomma, a Parigi si hanno delle idee sulle opportunità, sul futuro della mobilità urbana e si tenta di metterle in pratica.

Ora, dal breve accenno alla realtà parigina arriviamo dritti alla vicenda romana della pedonalizzazione dei Fori Imperiali. La chiusura del tratto stradale è stato salutato da taluni come una conquista di civiltà, mentre altri (soprattutto gli abitanti della zona) stanno criticando aspramente la scelta del sindaco Ignazio Marino, scelta che a loro avviso bloccherà il centro e sfavorirà le attività commerciali del quartiere.

Dunque: conquista di civiltà o scelta sconsiderata? Dal punto di vista ideale, cioè dei principi, Marino non fa altro che seguire la scia dei sindaci delle maggiori città europee, tra cui, come abbiamo visto, Delanoë: invita a ripensare lo spazio urbano in un’ottica sostenibile e quindi a riconsiderare l’utilizzo di una porzione di città carica di significati simbolici. In questa prospettiva, difficile non condividere un sentimento, che è poi una necessità pratica, di rinnovamento radicale dell’ambiente (e del paesaggio!) urbano. L’impianto ideale deve però essere applicato. E applicato ragionevolmente, altrimenti l’intelligenza che si vorrebbe esprimere, diffondere e praticare diventa inefficienza ammantata di ambientalismo.

Mi spiego: se si libera dal traffico automobilistico la zona adiacente ad uno dei monumenti più conosciuti al mondo (per la gioia dei turisti, dei ciclisti e dei passeggiatori) ma poi si ingolfa il centro storico dello stesso numero di automobili, vaganti alla ricerca di un parcheggio che non c’è perché la nuova viabilità ha eliminato una quantità considerevole di posti auto, il beneficio ottenuto non sembra valere i costi. Ad ogni modo, questo lo lascio dire agli esperti di viabilità urbana, alcuni dei quali si sono tuttavia già espressi in termini negativi.

Quel che però è difficilmente contestabile sono i dati. Roma è la capitale europea col più alto tasso di motorizzazione: ogni 1000 abitanti ci sono 699,2 automobili (a Berlino ce ne sono circa 300 ogni 1000 abitanti), mentre sul territorio comunale circolano più di 3 milioni di veicoli. Ciò significa che i romani sono fortemente legati all’utilizzo dell’auto per spostarsi in città e forse anche – ma non solo – per la scarsa copertura del territorio urbano da parte dei mezzi pubblici (a Roma ci sono 3,7 fermate di metropolitana ogni 100 kmq, contro, ad esempio, le 41,2 di Milano o le 16,2 di Napoli; ed evito di segnalare i dati delle città europee). Oltre alla copertura, il sistema metropolitano presenta evidenti problemi anche in termini di accessibilità: nel 2011 si rilevava infatti una contrazione dei posti/kmq addirittura del 9,4%. Siamo quindi evidentemente (e non serviva questo post per constatarlo) ben lontani dagli standard europei.

Inutile andare avanti, i dati sono eloquenti ed innumerevoli. Queste sono le pressanti questioni da risolvere e i casi di Parigi, Berlino ed altre importanti città europee lo testimoniano. A Roma occorre un piano ed occorre la disponibilità dei cittadini ad accettare i cambiamenti, che però non devono essere soltanto idealmente affascinanti ma devono avere dei requisiti tecnici capaci di venire incontro alle esigenze della città.

In attesa che Marino decida di seguire pienamente le orme dei colleghi europei e presenti un serio piano di incontro tra le intelligenze, ci ritroviamo a sperimentare una viabilità discutibile, che, probabilmente, quando verrà settembre e la città riprenderà a lavorare a pieno regime, ne farà vedere delle belle. In attesa che Marino decida di far seguire la progettualità agli slogan e ai provvedimenti ad effetto, vediamo i nostri ambientalisti  esultare per la pedonalizzazione di qualche chilometro, senza neanche un grammo di emissioni in meno.

Va bene, nel frattempo, godiamoci la passeggiata. Ma ricordiamoci che senza un progetto e senza la disponibilità ad accoglierlo non andremo da nessuna parte. Insomma, continueremo ad essere Fori imperiali, ma dentro provinciali.

Un minimo di senso della realtà

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In estrema sintesi: secondo me quando si parla di una città che è stata amministrata per cinque anni da uno come Gianni Alemanno, e dopo il primo turno ci si trova di fronte al bivio tra riconfermarlo e eleggere uno come Ignazio Marino (pur con tutti i limiti suoi e del partito da cui proviene), far passare il messaggio che uno vale l’altro è un’alzata d’ingegno completamente priva di senso logico.
Non stiamo parlando di un parlamento nazionale, sul quale un ragionamento del genere ci sta, ma dell’amministrazione di una città: una città importantissima che rischia di precipitare definitivamente nella merda e restarci chissà quanto, o che alternativamente può diventare meglio, non so quanto ma obiettivamente meglio. A tutto beneficio (piccolo particolare) delle persone (persone, perbacco) che ci vivono dentro, e che attualmente sono costrette a pattinare sul limite della decenza.
Via, un minimo, ma proprio un minimo dico, di senso della realtà.

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