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idiozia - page 3

Squadra Speciale Preservativo

in politica/religione/società by
Questa storia è la dimostrazione che tutte le obiezioni ai matrimoni egualitari e alla restrizione delle adozioni siano delle cagate pazzesche e chiunque le tiri fuori sia una spaventosa testa di cazzo (ciao a tutti, sono El Presidente questo è il mio primo post).
E il bello è che la questione è piuttosto banale perché da dovunque si guardi la faccenda esistono solo due possibilità:
1) Il gentiluomo in questione, quando asserisce che si trattasse di uno scherzo, mente per tentare di alleggerire la propria posizione mentre era perfettamente conscio di stare stuprando e brutalizzando, sia fisicamente che psicologicamente, un altro essere umano.
2) Il gentiluomo in questione, quando asserisce che si trattasse di uno scherzo, dice la verità e non pensava di fare (troppo) male alla sua vittima: in pratica la sua linea di difesa è che da piccolo ha visto troppi cartoni di Wile E. Coyote.
maledetta tv, smettila di traviare i nostri giovani

Ed ora, signore e signori, la domanda da un milione di dollari: ad un tizio così affidereste un bambino? Riformulo: ritenete che un sociopatico e/o un deficiente come il nostro eroe possa assumersi la responsabilità di crescere un figlio?

La risposta esatta, e sono costernato per il sacro fuoco della vostra indignazione, è “questa è una domanda del cazzo”.

“Ma i bambini…”
I bambini un cazzo: state seriamente dicendo che secondo voi c’è gente che non dovrebbe fare figli?
E come pensate di selezionarli?
Un bel test di attitudine alla genitorialità? Obbligatorio su scala nazionale? Magari con un bel periodo di prova sotto supervisione?
E che criteri utilizzereste per la selezione?
L’attitudine alla violenza? L’intelligenza? L’empatia?
E perché non il reddito? La religione? Il colore della pelle? La squadra di calcio?

Occhio, tutto questo non significa che, nel caso di riscontrati abusi e/o inadempienze, i servizi sociali non debbano intervenire di conseguenza: stiamo dicendo che a certa gente andrebbe a priori impedito di avere figli (non suona più tanto bene, eh?).

Ma c’è di più: anche ammesso che esistano dei criteri universali di selezione dei genitori idonei  (che, comunque la si metta, fa tanto razza ariana), che vorreste fare con i non idonei? Impedire loro di riprodursi? E come? Castrazione chimica? Cintura di castità? Sesso sicuro obbligatorio? Pillola anticoncezionale sciolta nell’acqua del rubinetto? Ogni volta che qualcuno scopa senza preservativo arriva la SWAT e gonfia tutti di botte? La SWAT la avvisiamo grazie ai microchip impiantati nel cazzo? Siamo d’accordo che quella di prima era una domanda del cazzo o devo continuare?

La verità è che in qualsiasi posto che non sia la Corea del Nord, impedire a qualcuno di avere figli è naturalmente considerato sia orrendo che impraticabile; la diretta conseguenza di ciò è che si accetta comunemente che i peggiori di noi possano crescere dei figli nonostante possano essere del tutto inadatti al compito o persino dannosi per i poveri pargoli.

Ed ora dite pure che l’adozione da parte dei gay e/o dei conviventi e/o dei single è dannosa per la psiche del bambino: ricordatevi però di preavvisare la SWAT per tutte le teste di cazzo sposate.

P.S. il buon (si fa per dire) Capriccioli qui, qui e qui affronta l’argomento molto meglio di come abbia fatto io.

Rigori elettorali

in sport by

Voi adesso obietterete che parlo così perché sono della Lazio: però, abbiate pazienza, argomentare che siccome Juventus e Roma sono quotate in borsa, e stante il fatto che le sorti dei rispettivi titoli dipendono anche dai risultati sportivi, nelle partite che vedono impegnate queste due squadre (e già che ci siamo anche la stessa Lazio, che in effetti è il terzo club italiano quotato a Piazza Affari) è necessario abrogare gli errori degli arbitri, e non contenti sostenere questa suggestiva battaglia a tutela dei risparmiatori presentando un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Economia e un esposto alla Consob, rappresenta una delle alzate d’ingegno più fantasmagoriche che sia dato immaginare.
Fantasmagoriche, dico, perché convincersi di poter eliminare per via parlamentare gli errori umani è un po’ come cercare di impedire per legge che piova, o voler scongiurare le eruzioni vulcaniche mediante decreto: tempo perso, sprecato, buttato.
Casomai, sarebbe il caso di chiedersi se sia ragionevole che un’attività come il calcio, intrinsecamente sottoposta in misura assai cospicua non soltanto agli errori umani, ma anche all’approssimazione e al caso, venga svolta da società quotate in borsa, con tutto ciò che può conseguirne (e che in effetti, puntualmente, ne consegue) a livello di oscillazioni dei titoli.
Dopodiché, lasciando da parte queste considerazioni che appaiono scontate per quanto sono lapalissiane, il sospetto che mi viene è un altro: non è, dico per dire, che per un politico, la cui carriera è legata in modo indissolubile al consenso, cavalcare il disappunto popolare dopo una partita disgraziata (o “rubata”, come usa dire in questi casi) portando quel disappunto nientepopodimeno che in parlamento rappresenta una tentazione così ghiotta da non poter fare a meno di cederle?
Intendiamoci: la mia non è che un’ipotesi. Magari più fantasiosa dell’interrogazione in questione.
Però una cosa mi pare certa: tra qualche giorno, probabilmente, di quell’interrogazione non si avrà più alcuna memoria; mentre il suo autore resterà un beniamino nell’immaginario collettivo dei tifosi romanisti per molto, molto tempo.
Al di là delle congetture, questo mi sembra un fatto.

Quanto ci costa discriminare i rom

in politica by

Oggi, se non vi dispiace, vorrei dedicarmi per qualche riga all’aritmetica.
Allora, Riccardo Magi ci spiega che attualmente a Roma ci sono circa ottomila rom, corrispondenti grosso modo a mille famiglie.
Queste ottomila persone sono distribuite in 7 “villaggi attrezzati” (4.200 persone), 8 “campi tollerati” (1.300 persone), 3 “centri di raccolta” (700 persone) e circa 100 “insediamenti informali” (le restanti 1.800 persone).
Ebbene, dovete sapere (e qua potete verificarlo) che nel solo 2013 i villaggi attrezzati (altrimenti detti “villaggi della solidarietà”) sono costati ai cittadini circa 16 milioni di euro, i centri di raccolta altri 6,5 milioni e le azioni di sgombero dai campi tollerati e dagli insediamenti informali un altro milione e mezzo.
Fanno, se l’aritmetica non è un’opinione, 24 milioni di euro tondi tondi. Ripeto: soltanto nel 2013.
Ebbene, 24 milioni diviso mille fa circa 24mila. Il che significa che una politica consistente nel segregare tutte le famiglie rom in condizioni igieniche vergognose e in spazi inadeguati, o sgomberarle dai posti in cui si trovavano per portarle altrove, non è per niente gratis: anzi, è costata ai cittadini romani circa 24mila euro per famiglia.
Con 24mila euro l’anno, tanto per fare il primo esempio che verrebbe in mente a chiunque, si potrebbe pagare l’affitto di una signora casa: una casa probabilmente idonea ad accogliere una famiglia numerosa (otto persone in media), specie in una zona periferica.
A questo punto la domanda è la seguente: per quali oscure ragioni si preferisce spendere i soldi dei cittadini in questo modo, anziché dar corso a una politica dell’inclusione seria? Voglio dire: perché buttare dalla finestra tutti questi soldi per mantenere i rom in condizioni letteralmente disumane (cosa che, ne converrete, non incentiva certo il percorso verso la cosiddetta “integrazione” e la conseguente “normalizzazione del fenomeno”) anziché impiegarli in modo non soltanto più “umano”, ma soprattutto più efficace e razionale?
La risposta è semplicissima: perché la situazione attuale conviene a tutti.
Conviene a chi si aggiudica gli appalti milionari per la gestione dei servizi nei campi e conviene a chi, stante la situazione di perenne “emergenza”, può allegramente continuare a buttare benzina sul fuoco della “sicurezza”, tenendosi così ben stretto il suo patrimonio elettorale.
Ecco, nel mezzo ci sono i rom.
I rom dileggiati, insultati e maledetti, metà dei quali sono perfino cittadini italiani, che semplicemente con la loro esistenza (e con la vita di merda che sono costretti a fare) arricchiscono di denaro e di consenso la destra, il centro e la sinistra.
I rom contro i quali ci si scaglia con rabbia, astio e violenza, quelli che “non vogliono integrarsi” e che “le case prima agli italiani”; mentre la verità è che integrare i rom non conviene a nessuno, e i soldi di questa fantomatica casa che bisognerebbe dare prima agli altri li stiamo già spendendo, impunemente, anno dopo anno: roba che a quest’ora avremmo potuto dargli dei palazzi, a loro e a tutti gli altri.
Ecco, questa è l’aritmetica: questi, come si dice, sono i numeri.
Il resto sono chiacchiere, per quanto drammatiche.
E come tutte le chiacchiere il vento se le porta.

Si chiama presepio

in società by

Mi corre l’obbligo di segnalare ai vescovi della SIR, autori di un polemico editoriale contro la “Barbie Madonna“, che grazie ad alcune indiscrezioni ho appena scoperto un nuovo, raccapricciante caso di manichini mignon raffiguranti una religione di plastica che potrebbe ridurre la devozione a oggettistica, anch’esso già comprendente dei pastorelli a corredo, che in taluni casi si spinge fino alla messa in scena di una chiesa apribile completa di accessori.
Pare che si chiami, questa nefandezza, “presepio”, e sembra (da fonti non ancora confermate) che milioni di italiani ne allestiscano uno nella propria casa, tutti gli anni, verso natale.
Confido in una reazione abbastanza vibrante da sradicare per sempre questo ignominioso “religion kit”.

A che serve la scienza se c’è la Lorenzin?

in politica by

A quanto pare dalle nostre parti funziona così: se qualcuno (leggasi ad esempio Vannoni e caso Stamina) se ne esce che ha inventato una cura per qualche malattia, ma quella terapia non è considerata scientificamente attendibile secondo le modalità e i protocolli stabiliti dalla legge, la cura non viene finanziata dal servizio sanitario nazionale, o viene addirittura vietata se risulta pericolosa per la salute, e qualora ne ricorrano i presupposti quel qualcuno viene denunciato per aver commesso un reato.

Se invece un ministro afferma del tutto arbitrariamente che per il corretto sviluppo dei bambini occorrono due genitori, uno maschio e uno femmina, da ciò facendo discendere importanti conseguenze nel campo delle adozioni e della fecondazione assistita da parte dei single e degli omosessuali, e tale affermazione è priva di qualsiasi fondamento, al punto che il Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (mica un blogger qualunque) la definisce “non assolutamente supportata da ricerche e fonti scientifiche accreditate“, la legge continua a tenere conto delle infondate convinzioni del ministro anziché adeguarsi alle evidenze scientifiche.

Converrete con me che la cosa è singolare: è singolare, voglio dire, che in un paese moderno la psicologia, e tutto ciò che da essa consegue, non venga considerata una materia scientifica, da approcciare con apposita professionalità e specifici criteri, ma una roba su cui il primo che si sveglia la mattina, a prescindere dalle sue competenze, sia legittimato ad esprimere la sua opinione e ad ottenere che la legge vi si adegui.

Ebbene, visto che a quanto pare in Italia le cose funzionano così, da domani inizierò a pubblicizzare una miracolosa pozione ricavata dal sangue di pipistrello per la claustrofobia, un fantastico elisir con peli di ratto per le crisi di panico e una sensazionale panacea a base di getto del sale dietro la schiena per l’ansia.

Poi, se qualcuno mi denuncia, chiamo la Lorenzin a testimoniare in mia difesa.

L’ebola è colpa dei gay

in mondo by

A volte succede che si legga una cosa, ci si riprometta di scriverla subito e poi, complici gli impegni della giornata, la si dimentichi.
Possono sparire per sempre dalla memoria, quelle cose, a meno che non ci si imbatta in una notizia che, miracolosamente, le fa riaffiorare.
Oggi, per esempio, leggevo di questo fatto che l’Ebola sarebbe un’invenzione dei bianchi e della strage che ne è conseguita in Guinea: così, per associazione di idee mi è tornata in mente una cosetta che avevo letto questa estate.
Ebbene, questa estate una simpatica combriccola di circa cento vescovi, pastori, preti e altri ministri di culto assortiti liberiani (tra cui l’Arcivescovo Lewis J. Zeigler, immortalato nella foto) si è riunita in pompa magna per discutere, e infine partorire l’illuminante pronunciamento che segue:

God is angry with Liberia, and that Ebola is a plague. Liberians have to pray and seek God’s forgiveness over the corruption and immoral acts (such as homosexualism, etc.) that continue to penetrate our society

Cioè: Dio ce l’ha su con la Liberia, e l’Ebola è una piaga che ha mandato. I liberiani debbono pregare e chiedere perdono a Dio per la corruzione e gli atti immorali (come l’omosessualità) che continuano a invadere la nostra società.
A ben guardare non si tratta di una novità: forse ricorderete l’edificante caso dell’Arcivescovo di Maputo (Mozambico) Francisco Chimoio, e della sua folgorante idea di andare a raccontare in giro che il virus dell’AIDS si propagava in Africa perché gli europei lo mettevano apposta nei preservativi.
Superstizioni, naturalmente. Puttanate. Come sempre incoraggiate, non appena se ne presenta l’occasione, da alti esponenti del clero (anche cattolico): i quali, almeno a quanto risulta, non solo non vengono rimossi dai lori incarichi, ma neppure presi da parte e cazziati per le fregnacce che raccontano.
Ora, io so bene che in giro per l’Africa ci sono migliaia di missionari che se ne strafottono, curano i malati rischiando la vita e distribuiscono preservativi ogni volta che possono: però l’impressione di fondo, specie al livello delle gerarchie, è quella di una Chiesa multiforme e insinuante, che nelle parti più sviluppate del pianeta è costretta a cedere terreno alla secolarizzazione, mentre altrove continua ad avanzare finché le si consente di farlo.
Sarebbe un bel segnale, davvero, se Bergoglio decidesse di farsi un giretto in Liberia e arringando la folla, nel modo diretto che pare contraddistinguerlo, se ne uscisse con una cosa semplice del tipo “ehi, avete presenti quelli che hanno detto dell’Ebola e degli omosessuali? Beh, sono un manipolo di coglioni, ora li rimandiamo a casa”; così come sarebbe stato un bel segnale se Chimoio fosse stato preso per un orecchio e confinato in qualche comodo pensionato, senza ulteriori possibilità di nuocere con le sue minchiate.
Fino ad allora, finché ciò non succederà, la sensazione sarà sempre la stessa: gli tocca abbozzare perché da queste parti abbiamo studiato, ma se potessero ricomincerebbero a raccontare le stesse fandonie anche a noi.

Frank Van Den Bleeken, il paradosso vivente

in società by

Credo che il nome di Frank Van Den Bleeken non vi dica granché: del resto non diceva niente neppure a me, prima di leggere questo articolo sul Corriere.
Frank Van Den Bleeken, in estrema sintesi, è un paradosso (ancora per poco) vivente.
Belga, stupratore seriale e assassino in carcere da trent’anni, ha ottenuto l’eutanasia che chiedeva da un bel po’: badate, mica perché era un malato terminale, ma semplicemente perché aveva fatto quello che aveva fatto e non ci riusciva più a convivere senza soffrire come un cane.
Un paradosso vivente, dicevo: perché un cospicuo numero di individui, collocabili in un’area politico-culturale che potremmo definire ultra-conservatrice, un personaggio del genere lo manderebbe volentieri al patibolo; senonché le stesse persone, o perlomeno un insieme di persone ampiamente sovrapponibile al primo, normalmente si dichiarano contrarie all’eutanasia.
Di tal che verrebbe da chiedersi: come si regolerebbero, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente, gli amici di Forza Nuova al posto dei belgi? Non so, magari gli risponderebbero di no, e immediatamente dopo ricomincerebbero a strillare che occorre farlo secco mediante boia: il che, effettivamente, sarebbe piuttosto curioso. O invece gli risponderebbero di sì, approfittando dell’occasione per toglierselo dai coglioni: il che sarebbe ancora più bizzarro, perché otterrebbe il paradossale effetto di concedere a un omicida seriale il sollievo (perché di sollievo si tratta) che ritengono di negare a dei malati innocenti senza speranza di guarigione in nome di un’imprecisata “indisponibilità della vita umana”.
Chissà. Del resto, come si usa dire, manca la controprova.
Però, concedetemelo, mi piacerebbe poterglielo chiedere. Li metterei seduti, ripeterei loro la domanda due o tre volte, con calma, finché non sono sicuro che abbiano capito bene. Poi mi godrei lo spettacolo della loro faccia che arrossisce mentre soppesano le conseguenze delle possibili risposte, e che impallidisce mentre si rendono conto che la risposta giusta per evitare una gran figura di merda non esiste.
Che volete, sono uno a cui piace sognare a occhi aperti.

La politica dello gnè gnè

in politica by

Non so voi, ma a me ‘sto fatto che la Taverna si sia sentita in dovere di scusarsi per aver stretto la mano a Verdini fa un curioso effetto a metà strada tra lo spaventoso e il ridicolo.
Voglio dire: ritenere che la convinzione e l’autenticità con cui si fa politica contro (nel senso “sano” del termine) qualcuno possa essere misurata dal fatto di salutarlo o non salutarlo è roba da terza elementare, e mi sto allargando.
Voi li avete presenti, i bambini che litigano e poi non si parlano più e uno si porta via il pallone e quell’altro gli fa le corna e poi, magari dopo un mese, uno dei due si avvicina per chiedere una cosa e quello gli risponde “gnè gnè“? Immagino di sì. Ebbene, voi ritenete che una reazione del genere, in ragione della sua infantile drasticità, debba essere considerata particolarmente credibile?
Io, personalmente, sono sicuro di no. Anzi, per la verità sono piuttosto convinto del contrario: che questa fregnaccia di non salutare le persone (ricordate la vicenda di Rosy Bindi?), oppure di salutarle e poi chiedere scusa come se si fosse commessa chissà quale nefandezza, invece di comportarsi in modo consapevole e determinato ma serenamente educato, siano segni di debolezza, di inconsistenza, di poca “ciccia” e tanta, tantissima fuffa.
A me, insomma, un po’ spaventa e un po’ fa ridere, che nel parlamento della Repubblica si sia arrivati allo gnè gnè.
Sinceramente, preferirei essere rappresentato da persone adulte.

Quei coglioni snob che vi ripuliscono l’aria

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La cosa curiosa è che nessun giornale, dico nessuno, nel dare la notizia del rapporto ONU sul drammatico aumento delle emissioni di gas serra ha citato, sia pure di striscio, lo spinoso argomento “allevamenti intensivi”.
Eppure secondo la FAO la filiera produttiva zootecnica è responsabile del 14,5% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dagli esseri umani.
Non è una percentuale trascurabile, o sbaglio? O perlomeno, non mi pare così irrisoria da giustificare un silenzio dei media sull’argomento così compatto da risultare assordante.
Fateci caso: quante volte vi siete sentiti dire dalla televisione o avete letto sul giornale (giustamente) che occorrerebbe limitare i consumi energetici domestici e l’utilizzo dell’automobile? Molte, moltissime.
Quante, invece, qualcuno si è preso la briga di invitarvi a un consumo ragionevole e responsabile della carne? Quante volte vi è stato spiegato, con calma e dati alla mano, che mangiare troppe bistecche o hamburger o petti di pollo non è tanto (o soltanto) una questione di “animalismo”, quanto (e direi soprattutto) una faccenda di natura ambientale?
Poche, credo. Pochissime.
Dev’essere successo così, giorno dopo giorno, che è nata e si è accresciuta la vulgata secondo la quale quelli che vanno in giro con l’autobus e spengono le luci di casa (ed è vero) sono dei cittadini modello, gratificabili perfino mediante il calcolo puntuale della quantità di CO2 che risparmiano alla collettività, mentre i vegetariani e i vegani sono una massa indistinta di eccentrici coglioni snob che scassano il cazzo a destra e a manca con le loro manie.
Ecco, magari vi sarà utile sapere una volta per tutte che quella massa di strambi radical chic, consapevolmente o meno, ma anche che vi piaccia o no, fanno la loro parte a beneficio di tutti; che quella parte non è una parte di poco conto: e che magari, pensate un po’, con le loro fisime finiranno per contribuire in modo determinante a consegnare un mondo migliore ai vostri nipoti.
Provate a ricordarvene, la prossima volta che li prenderete per il culo.

Il popolo? Che si fotta

in politica by

E’ passato un anno, un anno esatto dopodomani, da quando la legge di iniziativa popolare sull’eutanasia legale promossa dall’Associazione Luca Coscioni fu depositata alla Camera, corredata da 67mila firme a fronte delle 50mila richieste dalla legge.
Ebbene, pensate che i nostri amici che siedono in parlamento l’abbiano dibattuta? O perlomeno che l’abbiano calendarizzata?
Manco per niente. Come non ricevuta.
Voi mi direte: c’è altro in agenda, l’argomento non è urgente e con questi chiari di luna non si può dar retta a tutti.
Ma davvero ve la sentite di dire che è marginale, una questione che riguarda la vita e la morte di migliaia di persone? E poi, quand’anche fosse marginale, non ci sarebbe proprio stato il tempo di parlarne, accanto alle questioni più “importanti”? Neppure una conferenzina stampa di cinque (dicasi cinque) minuti per dire “ehi, pazientate un attimo, abbiamo ricevuto la proposta e appena abbiamo un momento ce ne occupiamo”?
Ma soprattutto: in un’epoca in cui ci si riempie la bocca di espressioni come “iniziativa popolare”, “politica dal basso” e “democrazia diretta”, possibile che una proposta di legge che viene dai cittadini venga ignorata in questo modo? Dobbiamo desumere che un’iniziativa sia “popolare” e si debba rispettarla come tale solo se si esercita cliccando qualche secondo su un sito, mentre non vale più niente quando viene portata avanti a norma di legge, andando in mezzo alla strada e facendosi il culo per raccogliere le firme?
Io, da parte mia, un sospetto ce l’ho.
Secondo me non vogliono parlarne, di questa roba. Perché parlarne li costringerebbe da un lato a sbilanciarsi, a dire come la pensano, magari scontentando qualcuno che sarebbe il caso di tenere buono e calmo; e dall’altro a verificare in modo non più contestabile che il “paese”, il famoso “paese” che viene citato ogni tre minuti quando citarlo non costa nulla, su questi temi è molto più avanti di loro. E chiede loro una risposta.
Gli fa paura, parlare di eutanasia. Una paura fottuta. E allora, semplicemente, tacciono: ignorando allegramente le (tante, tantissime) persone che vorrebbero disporre della propria esistenza da esseri umani liberi, come si converrebbe in uno stato di diritto, e fregandosene altrettanto allegramente del “popolo” che chiede loro di pronunciarsi.
Quel popolo, oggi, non serve. Anzi, a dirla tutta infastidisce, imbarazza, fa paura.
Che si fotta.

Questo me lo ingropperei

in società by

Premesso che lo scrivente non è solito fare osservazioni sull’aspetto fisico dei protagonisti della vita pubblica italiana, e che quindi non scrive questo post pro domo sua, stavolta proviamo a partire dal fondo.
Domanda: come mai quando un maschio fa una battuta sulla bruttezza di una politica femmina si grida all’insulto sessista, e quando una femmina fa altrettanto con un politico maschio no?
Voglio dire: se uno osserva che Rosy Bindi è brutta si scatena una ridda incontrollabile di ah sì e perché dovrebbe essere bella, tu giudichi le donne solo per l’aspetto fisico, mostro, maschilista, vuoi solo vedere culi e tette ma noi ci abbiamo anche il cervello cosa credi, sessista, stupratore, mostro; se invece una dice che Brunetta (o Fassino, fa lo stesso) è un cesso nessuno si sogna di fare altrettanta cagnara. E’ un cesso, stop. Qualcuno ride, qualcuno (tra cui me, ad esempio) non ride. Ma finisce là, fatto salvo il cattivo gusto della battuta, naturalmente, e la sua gravità, per altri versi che in questa sede non c’entrano, quando da cesso si arriva a insulti peggiori tipo nano. Ma sto divagando.
Dicevo: azzardare un’osservazione negativa sull’aspetto fisico di una donna che fa politica si porta dietro, inevitabilmente, pesanti accuse di maschilismo nei confronti di chi la fa; come se dalla semplice evidenza che egli abbia rilevato la bruttezza della persona in questione si possa evincere che lui, il lurido infame, ritenga che le donne in politica si debbano giudicare soltanto in base al loro aspetto fisico. Il che, se fosse vero, sarebbe effettivamente odiosamente maschilista: solo che, piccolo particolare, non è necessariamente vero. Voglio dire, molti, moltissimi di loro mica la pensano ‘sta cosa. Prova ne sia, oltre alla logica elementare, il fatto che le donne sono solite fare altrettanto parlando dei politici maschi, e nessuno si sogna di dir loro brutta femminista, questi sono politici non oggetti, devono essere capaci e non belli vergognati e via discorrendo.
Orbene, la stessa cosa, uguale identica, accade quando il giudizio che viene formulato è di segno contrario: ed accade in special modo quando quel giudizio viene espresso con locuzioni più o meno ispirate a pulsioni di natura sessuale.
Esempio: provate a dire che la Boschi è una bella manza. Provateci, ditelo proprio così, e vedrete come arrivano a frotte le indignate, pronte a divorarvi vivi e a sputarvi addosso accuse di sessismo bieco e ignobile, al limite della violenza carnale virtuale.
Poi, un giorno, arriva ‘sto Sanchez. Arriva e allora tutte si mettono là a scrivere quanto me lo farei, te chiudo in casa tre giorni e manco te faccio parla’, passa che me te pappo, bel pezzo di carne (giuro, l’ho letto), finalmente un politico bello.
Finalmente un politico bello. No, dico, finalmente.
Cioè: finalmente la posso fare anch’io, quella cosa che quando la fanno loro mi incazzo come un’ape.
Il che, di per sé, non sarebbe neppure un male: uno pensa ok, la fanno pure loro, così magari si accorgono che il più delle volte un apprezzamento, ancorché sguaiato, è quello che è, vale quello che vale, non implica per forza tutta quella merda che rovesciano addosso ai maschi quando dicono che la Carfagna ci ha un bel culo. Cioè, uno pensa chissà, magari si rendono conto.
Invece no. Manco per niente.
Il messaggio, alla fine della fiera, è: le femmine lo possono fare perché scherzano, i maschi no perché sono delle merde.
Intendiamoci, non che dicano proprio così: ma si evince con una certa chiarezza, giacché molte delle stesse fanciulle che oggi si dichiarano bagnate (anche questa ho letto davvero) per Sanchez saranno là, pronte e scatenate a vomitare improperi, appena qualcuno se ne uscirà con un “questa me la tromberei”.
Dice: ma ci sono elementi di contesto che giustificano la disparità di trattamento. E sono elementi gravi, che tutti conosciamo fin troppo bene.
Ineccepibile.
Però siete sicure, ma proprio sicure sicure, che così facendo questi elementi di contesto non finiate per rafforzarli anziché combatterli? No, perché quella che a volte sembrate voler praticare non è una parità, manco per il cazzo: è semplicemente una disparità diversa.
Ed è molto, molto improbabile che due cose storte ne facciano una dritta.

La serietà del pisello e della patata

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Facciamo una cosa, vi va? Lasciamo da parte per un attimo la questione del plagio a Toscani (che pure non è roba da poco), mettiamoci un attimo nell’ottica dei nostri amici Fratelli d’Italia, immaginando che la supposta esigenza di indagare sull’eventualità che un bambino sia un “capriccio” abbia qualche fondatezza, e vediamo un po’ che succede.

Domanda: cos’è che qualifica il desiderio di un figlio come “capriccio” o come aspirazione “seria”? Io direi, a occhio e croce, l’intenzione e la motivazione con le quali quel figlio viene concepito (naturalmente o mediante fecondazione assistita) ovvero adottato.
Voglio dire: se due omosessuali si trovassero a prendere un aperitivo, uno dicesse all’altro “ehi, ciccio, che facciamo ci compriamo la tv a 80 pollici o ci prendiamo un marmocchio?” e quell’altro rispondesse “guarda cippalippa, se me lo avessi chiesto ieri avrei optato per la tv, ma siccome oggi mi gira strano dai, che ce frega, andiamo a adottare un bambino, poi al limite lo diamo indietro”, allora in effetti sì, una scelta simile potrebbe essere definita ragionevolmente come “capriccio”.
D’altro canto, anche se due eterosessuali fertili fossero sdraiati sul lettino al mare, lui dicesse a lei “aho, te va un mojito?”, lei rispondesse “nun lo so amo’, er mojito m’ha rotto, cheddici se annamo a casa e me vieni dentro?” e lui chiudesse la conversazione con un bel “massì, checcefrega, almeno famo ‘na cosa diversa, poi al limite er regazzino lo damo a tu’ madre”, ci troveremmo di fronte a un “capriccio” del tutto analogo al precedente.

L’esempio, me ne rendo conto, è didascalico (del resto che volete, con gente in grado di concepire simili manifesti l’atteggiamento didascalico è indispensabile se si vuole nutrire la pur flebile speranza di cavare un ragno dal buco), ma aiuta a chiarire in modo puntuale la nostra premessa: è l’intenzione con cui si concepisce o si adotta un figlio a configurare o a non configurare l’eventuale “capriccio”, mica il sesso di chi lo fa.

Invece mi pare che i nostri amici Fratelli d’Italia la pensino diversamente.

Secondo loro, a giudicare dalle campagne che promuovono, il “capriccio” c’è solo quando ci sono di mezzo due gay: e non negli altri casi, si deve presumere, giacché altrimenti, ansiosi come sono di affermare la propria esistenza sputando sentenze a destra e a manca, si sarebbero premurati di preparare delle belle affissioni pure per stigmatizzare quelli.

Se ne deduce, dunque, che a parere della Meloni & Co. per qualificare le intenzioni degli aspiranti genitori come “serie” e non come “capricci” siano necessari e sufficienti i seguenti requisiti:

1. il pisello;
2. la patata;
3. l’atto materiale di infilare il primo nella seconda;
4. qualche vigoroso movimento ondulatorio-sussultorio avanti e indietro;
5. l’accortezza di non adoperare il preservativo, né la pillola, né la spirale, né il diaframma, né il coito interrotto.

Quelli che fanno così, a quanto pare, sono automaticamente “seri”. Cioè per loro i figli non sono “capricci”, ma scelte consapevoli: e a garantire quella consapevolezza non è mica il loro atteggiamento verso la paternità e la maternità, né la cura e l’attenzione con cui intendono interpretare il ruolo genitoriale, ma il mero possesso di un ammennicolo di carne che diventa duro quando lo si agita e di un anfratto, altresì carnoso, che al momento opportuno si lubrifica un po’.

E così siamo a posto, no?

Essere Schettino

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Stringi stringi, cos’è che viene rimproverato a Francesco Schettino? Il naufragio della Concordia in sé e per sè? Non esattamente. Gli viene rimproverato, se non ho capito male, il fatto di aver affrontato l’evento senza prestarvi l’attenzione e la diligenza che, dato il suo ruolo, sarebbe stato lecito aspettarsi da lui.
In una parola, gli viene rimproverata la colpa che risponde al nome di irresponsabilità.
Ebbene, succede che lo scorso 5 luglio l’ex comandante Schettino venga invitato alla Sapienza nell’ambito di un seminario di criminologia intitolato “Dalla scena del crimine al profiling”; in particolare, alle ore 11:00 di quel giorno l’Ingegner Ivan Paduano (non Schettino) tiene un intervento intitolato “Ricostruzione dell’evento critico della Costa Concordia con l’aiuto della grafica in 3D”, e a tale intervento, allo scopo di fornire la propria versione dei fatti, viene invitato Francesco Schettino: il quale si presenta con i suoi legali e commenta la ricostruzione -riferiscono i presenti- per una cosa come circa cinque minuti.
Ciononostante quasi tutti i giornali, tra l’altro con un mese di ritardo, in singolare concomitanza con la fine delle operazioni di recupero del relitto e quindi con un’opinione pubblica particolarmente “sensibile” all’argomento, pubblicano la notizia che l’ex comandante sia stato ricevuto alla Sapienza con tutti gli onori per tenere una “lectio magistralis” di circa due ore sulla “gestione del panico”: sollevando, come accade inevitabilmente in questi casi, una gigantesca ondata di indignazione generale.
Viene presto chiarito che le cose non sono andate così. Che non c’è stata nessuna lezione, che si è trattato di un semplice intervento a margine, che gli “onori” dei quali Schettino sarebbe stato insignito non sono mai esistiti: tant’è che per parlare pochi minuti si è perfino portato dietro i suoi avvocati; ma nel frattempo, come da copione, il messaggio è passato.
A questo punto la domanda è la seguente: secondo voi questo modo di raccontare le cose da parte di quelli che sarebbero preposti a farlo denota responsabilità?
Badate: lo chiedo a prescindere da Schettino, dal fatto che vi stia simpatico o no, dalle sue colpe (che tra parentesi debbono essere ancora accertate definitivamente per via giudiziaria), dai morti nel naufragio della Concordia, dal rispetto si deve a quei morti e alle loro famiglie; perché tutte queste cose sono senz’altro importantissime, ma non giustificano certo il fatto che su Schettino possa essere raccontata qualunque cosa, a prescindere dal fatto che sia successa o no.
Ecco, per come la vedo io si tratta di un comportamento semplicemente irresponsabile.
E conta poco, scusatemi, il fatto che se si è irresponsabili quando si fa il comandante di una nave muoiono le persone, mentre se lo si è quando si danno le notizie no. La sostanza, per come la vedo io, non cambia.
Insomma, a me pare che per scagliarsi contro Schettino, ammesso che lo si voglia fare e che sia necessario farlo, sarebbe necessario perlomeno essere diversi da lui.
Poi fate un po’ voi.

Cervelli surrogati

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Quanti bambini vengono maltrattati, stuprati, torturati, rifiutati, abbandonati da coppie che li hanno concepiti “naturalmente”? Voglio dire, sono cose che purtroppo succedono, e che di quando in quando leggiamo sui giornali.
Ebbene, quante volte capita che dopo aver appreso una notizia del genere si passi dalla comprensibile indignazione per il fatto in sé alla teorizzazione che le gravidanze “naturali” debbano essere vietate?
Mi pare di poter dire, con un ragionevole grado di certezza: mai.
Invece, a quanto pare, se a voler abbandonare un bambino sono due genitori che si erano avvalsi del cosiddetto “utero surrogato”, il passaggio dal biasimo per il comportamento specifico di due individui alla criminalizzazione della pratica in sé diventa spessissimo un processo quasi automatico.
In questi giorni, dopo la notizia del neonato down che “ha commosso il mondo“, mi è capitato di leggere decine e decine di invettive contro gli “uteri in affitto”, contro la fecondazione assistita e in generale contro le pratiche di concepimento “non naturali”: come se un solo episodio, ancorché odioso, fosse tale da mettere in discussione tutti gli altri casi, nei quali le cose sono filate più che lisce e nessuno ha avuto di che lamentarsi.
Ecco, io penso che ragionare in questo modo sia un’aberrazione. Che sia una mortificazione ottusa e irresponsabile della propria intelligenza e di quella altrui, a tutto beneficio di istanze ideologiche e irrazionali delle quali sarebbe bene occuparsi in sede terapeutica, invece che sparpagliarle in giro come spazzatura. Che usare il cervello in questo modo sia un’operazione stupida, scorretta e pericolosa.
Molto, ma molto più pericolosa che dare o prendere un utero in affitto.

Generatore automatico di cartelli di protesta al Senato

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Se tanto mi dà tanto, fare refresh per ottenere nuovi cartelli di protesta al Senato

Nessuna ragione di esistere

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Il paradosso, e mi spiace davvero che molti dei nostri amici pentastellati si ostinino a non vederlo, è che il Movimento 5 Stelle afferma da sempre, tra l’altro con una certa decisione, che la sua peculiarità consiste nel saper ascoltare la volontà del “popolo”; che la Camera, il Senato e i “palazzi” in genere non sono luoghi di democrazia, ma oscuri e incancreniti covi del più bieco “potere”, di tal che è necessario tornare a raccogliere il parere dei cittadini, delle persone, della “gente”, per comprenderne le esigenze e tradurle in legge. Al punto che, com’è noto, i parlamentari del Movimento si autoproclamano “portavoce”, con ciò volendo rimarcare, anche a scapito delle norme di legge sul divieto di mandato imperativo, il loro ruolo di semplici “esecutori” al servizio della volontà popolare.
Ebbene, alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle è stato votato da una cosa come quasi nove milioni di persone.
A questo punto la domanda che sorge spontanea è: chissà come le consulteranno, quelle persone. Chissà quali sofisticati strumenti avranno inventato, e poi dispiegato in modo capillare sul territorio nazionale, per dare voce a tutta quella gente. E la risposta è: lo facciamo via web.
Però si sa, mica tutti hanno internet. O magari ce l’hanno, ma non lo usano con disinvoltura. Oppure, semplicemente, non gli va di usarlo e basta. Dico, sarà legittimo non voler usare internet, no? Cioè, il voto di quelli che non vogliono usarlo, sia pure per un capriccio personale, sarà valso al Movimento tanto quanto quello degli altri, o sbaglio? Insomma, se lo sono preso, quel voto, mica lo hanno rispedito al mittente.
Sapete qual è il risultato di tutto ciò?
Il Movimento 5 Stelle, la cui pressoché unica ragione di esistere è proprio il riavvicinamento dei cittadini alla politica e l’abbattimento della democrazia rappresentativa a beneficio di quella diretta, prende le proprie decisioni consultando ogni volta (e succede molto spesso) una cosa come ventimila cittadini dei nove milioni che l’hanno votato. Che, divisioni alla mano, significa lo 0,2%.
Perbacco, e gli altri? Come dite? E’ troppo difficile consultarli? Be’, scusate ma questi sono cazzi vostri. Siete voi che vi riempite la bocca dalla mattina alla sera con la “bufala” (perché, dati alla mano, non c’è altra parola per definirla) secondo la quale le decisioni dei vostri parlamentari (pardon, “portavoce”) sono ispirate alla volontà del “popolo”: allora, scusate tanto, o trovate un modo per consultarli tutti, oppure piantatela di dire fregnacce.
Piuttosto, riflettete su un fatto: se siete dove siete esclusivamente perché vi proclamate i “portavoce” del “popolo”, e poi pensate di cavarvela con dei simulacri di consultazioni che di quelle “voci” ne ascoltano una su cinquecento, significa che siete dove siete senza alcun motivo ragionevole.
Poi fate voi.

Gli zingari sono migliori di noi

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Poi, un giorno, ti viene voglia di prenderne due o tre a caso, tra quelli che “sì, sei bravo tu a parlare, si vede che non abiti vicino a un campo, qua la gente non ne può più e tu li difendi pure, proprio bravo”. Prendere due o tre di quelli là, che a volte sono pure amici, persone che stimi e a cui vuoi bene, metterli seduti, offrire loro un caffè e con grande gentilezza chiedere: noi come la prenderemmo?
Noi come la prenderemmo, per dire, se ci fosse toccato in sorte di nascere in mezzo alla mondezza in un posto di merda, e senza fare manco in tempo a sporcare il primo pannolino ci trovassimo catapultati a calci nel culo in un altro posto di merda, in mezzo ad altra mondezza, durante una procedura che risponde al significativo nome di “sgombero” tra urla, pianti, povere cose buttate in mezzo alla strada e manipoli di disgraziati che le raccattano?
Come la prenderemmo, se dovessimo crescere con dei genitori che siccome “non hanno voglia di lavorare” e “tanto rubano” nessuno si fida di farli lavorare, finché non si chiude mirabilmente il circolo vizioso e allora la vulgata che non hanno voglia di lavorare diventa verosimile e il fatto che rubano, inevitabilmente, diventa vero, di tal che tutte le mattine dovessimo alzare il culo, pur essendo ancora dei marmocchi alti così, per procurarci i quattro soldi che servono a dar da mangiare a tutti gli altri?
Come li prenderemmo, gli sguardi scostanti di quelli che passano mentre chiediamo l’elemosina, gli sguardi carichi d’odio di quelli a cui strappiamo un portafoglio o uno zaino perché morire di fame no grazie, gli sguardi spaventosi di quegli altri che zingarella vieni qua, ti faccio toccare qualche cosa che ti piace, tanto dalle tue parti siete abituati?
Come la prenderemmo, se ci toccasse di passare l’infanzia in un postaccio dove c’è solo un filo d’acqua per decine, centinaia di persone, roba che lavarsi non ci si può lavare e allora si puzza, e poi quando si va a scuola gli altri ti schifano perché puzzi finché a scuola non ci vuoi andare più, perché mica è bello entrare in un posto e starsene in mezzo a bambini come te che un po’ ti temono, un po’ prendono per il culo, e ai loro genitori che protestano col preside per mandarci in un’altra classe?
Come la prenderemmo, se fossimo costretti a crescere a forza di espedienti, a vivere in loculi puzzolenti quando va bene e in spiazzi abusivi che puzzano di piscio in tutti gli altri casi, portando abiti smessi, circondati da mosche e polvere e sorci e spazzatura e residenti del quartiere che ci odiano e firmano petizioni, se ci fosse stata negata la prospettiva non dico di un’esistenza luminosa, ma delle gioie banali di una vita modesta, di un segreto col compagno di banco e del primo bacio senza lingua con quella della fila dietro?
Come la prenderemmo, se all’età nella quale le persone normali si affacciano al mondo fossimo già piegati, stremati, rotti a tutto, con in bocca la metà dei denti, la fedina penale che è diventata lunga come un rosario e tra le gambe uno sciame di ragazzini da sfamare, o peggio dai quali essere sfamati?
Come la prenderemmo, se arrivati a quarant’anni ci rendessimo conto che la nostra vita, grosso modo, è finita là, che da quella vita non abbiamo fatto in tempo a prendere niente di bello, che ci sarà capitato di farci una dormita o una cagata in pace, senza essere circondati dal sudore e dal fiato di altri disgraziati come noi, sì e no una decina di volte in tutto, che alla fine siamo diventati, nostro malgrado, la feccia che gli altri andavano dicendo che fossimo fin dall’inizio?
Come la prenderemmo se guardandoci indietro, attraverso le generazioni, non vedessimo che sgomberi, persecuzioni e deportazioni di massa?
La prenderemmo male, io penso.
La prenderemmo così male che molti di noi, forse io per primo, andrebbero fuori di testa. Impazzirebbero, proprio. Altro che chiedere l’elemosina o rubare in qualche appartamento. Individui senza scruopli, branchi di belve assetate di sangue, diventeremmo, disposti alle peggiori nefandezze pur di prenderci per forza tutto quello che ci è stato negato, pur di far esplodere la nostra rabbia, come una granata, su tutto quello che ci ha ridotto così.
La verità è che gli zingari, come li chiamate voi, sono fin troppo pacifici rispetto a quello che subiscono. Da secoli, mica da ieri. Come diceva De André, meriterebbero il premio Nobel, perché da sempre girano il mondo disarmati e spogli dai propositi di vendetta che probabilmente animerebbero chiunque altro al posto loro.
Gli zingari danno fastidio, rubano, non lavorano. E’ tutto vero.
Ciononostante, continuo ad avere la sensazione che siano molto migliori di noi.

Cognomi borbonici

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Sarà, ma nell’epoca dei computer, di internet, del gps, degli smartphone, delle app che dicono al mondo dove sei, che fai e con chi ti accompagni, delle firme digitali, delle carte di credito che per pagare basta agitarle per aria, dei cani col microchip, della firma digitale e della posta certificata, sentire qualcuno che si oppone alla possibilità di scegliere tra il cognome del padre e quello della della madre perché “creerebbe confusione” mi fa scompisciare dalle risate.
Sapete cosa penso? Penso che volendo sarebbe possibile cambiarlo una volta l’anno, il cognome; scegliersene uno di fantasia solo perché ci piace più di quello dell’anno prima, decidere di chiamarsi Nibali o Siffredi o Scilipoti o Lennon o Santanchè semplicemente per un capriccio, e poi cambiare ancora, e poi ancora e poi ancora una volta, come si cambia il taglio del cappotto, le tende del soggiorno o la pettinatura.
Sarebbe possibile addirittura questo, io dico: e non si creerebbe alcuna “confusione”, se solo la pubblica amministrazione di questo paese sventurato si degnasse di dotarsi non dico di mezzi tecnologici all’avanguardia, ma degli strumenti di base che ormai sono alla portata di qualsiasi undicenne.
Invece no. Invece viviamo in uno stato borbonico che va ancora avanti con la carta, con i fascicoli polverosi e, nei casi più fortunati, col fax: e allora sì, che diventa un problema perfino la scelta di un cognome. Così come diventa un problema cambiare residenza, perché ancora si va avanti col vigile urbano che viene a controllare se sei in casa quando lo sanno tutti, che nelle ore diurne a casa non c’è quasi mai nessuno; ricevere una raccomandata, che poi trovi il cartoncino nella cassetta e ti tocca chiedere un permesso al lavoro per andare a ritirare la lettera in chissà quale remoto ufficio postale; portarsi dietro la patente per mostrarla ai posti di blocco, quando sarebbe fin troppo semplice controllare su un database, con uno smartphone di merda, se la patente ce l’hai o non ce l’hai o te l’hanno ritirata.
Ecco, a me pare che questa questione della scelta del cognome che “creerebbe confusione” altro non sia che una clamorosa e definitiva ammissione di inadeguatezza: da parte di uno stato vecchio, decrepito, cadente, che insegue ancora le persone a colpi disperati di carta bollata.
Mentre quelle, nel frattempo, si taggano su Facebook.

Quando la compassione diventa vanità

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La pietà è una cosa maledettamente seria.
E’ quello che distingue gli uomini dagli animali, mi verrebbe da scrivere: oppure, senza infognarmi nel dibattito specista, che distingue gli esseri umani, e basta.
Voglio dire: siamo uomini (anche, e forse soprattutto) in quanto capaci di provare pietà e compassione.
Ecco, a me pare di assistere, in questi giorni, allo spettacolo della pietà e della compassione ridotte a strumenti per dimostrare convincimenti istintivi e traballanti, colpevolmente poveri di conoscenza e pieni zeppi di un sentimento tanto precostituito da non meritare neppure il salto di qualità che dal semplice fastidio conduce all’odio.
Smettetela, per favore.
Smettete con questa ottusa galleria multimediale di “guardate cosa fanno”, spiattellata in modo indecente come un continuo schizzo di merda al solo scopo di affermare un’appartenenza così astratta da avere valore soltanto per voi stessi: come un paio di scarpe, una pettinatura, la sciarpa di una squadra di calcio.
Non fate questo, della compassione. Non trasformatela in vanità. E’ una cosa che fa tristezza, paura, schifo.
Abbiatene cura, piuttosto. Abbiate cura del fatto di riuscire a provarla. E nel frattempo, magari, fatene qualcosa. Studiate. Pensate un po’ di più a capire e un po’ meno a disegnare voi stessi come vi pare di venire meglio.
Restate umani sul serio, perdio, oltre che scriverlo.

Zingari for dummies

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Gli zingari in Italia sono un problema più grave che altrove, perché sono di più.
Falso. In Italia la popolazione complessiva di rom, sinti e camminanti è pari a circa 150mila persone. Cioè, più o meno, lo 0,25% della popolazione complessiva. Nell’Unione Europea ne vivono complessivamente 15 milioni, pari circa al 2% della popolazione. Quindi, se tanto mi dà tanto, chissà cosa dovrebbe succedere da quelle parti…

Vabbe’, però con tutte le disgrazie che hanno gli italiani non è che possano farsi carico pure di questi che chissà da dove vengono.
Sarà. Sta di fatto, però, che la metà dei rom, sinti e camminanti che vivono in Italia sono cittadini italiani. Come voi, tipo. Anzi, niente tipo: uguali uguali. Che vi piaccia o no.

D’accordo, ma loro sono nomadi, quindi non rompano i coglioni e facciano i nomadi.
Cazzate. Tutti gli studi recenti confermano che il nomadismo è un fenomeno ormai molto marginale. I rom, i sinti e i camminanti sono stanziali. Nei posti di merda in cui li confinano, ma stanziali. Al punto che l’OSCE ha invitato l’Italia a non designarli più con la parola “nomadi”. Ma tanto si sa, quelli dell’OSCE sono una massa di black bloc senza ritegno, no?

Sì, ma rubano. Negli altri paesi se ci provano gli fanno il culo, invece qua siamo troppo tolleranti.
Gli altri paesi? Sicuri, che vogliamo parlare degli altri paesi? No, perché ho la sensazione che non vi convenga. Ok, se ci tenete tanto parliamone. Allora, in Italia solo il 6% dei rom arriva al diploma di scuola media o superiore. Invece la media della Comunità Europea è il 67%. C’è una certa differenza, o sbaglio?

Si vede che quelli che vivono qua non ci hanno voglia di mandare i figli a scuola.
Ah, no? Cosa sarà, l’aria? Il clima mite? I maccheroni? Oppure, dico per dire eh, il fatto che altrove hanno promosso delle politiche di inclusione come cristo comanda e qua no?

Ma smettila, tanto si sa che questi non gliene frega niente di lavorare, rubano e basta.
Interessante opinione, sapete? No, perché invece risulterebbe che in Italia i rom che lavorano non sono mica così pochi. Quasi il 40%. Quando li fanno lavorare, s’intende. Quando riescono ad acquisire qualche qualifica. Quando non li tengono nei lager, che solo a vederli vi verrebbe la depressione, figuratevi a viverci. Quando riescono a studiare tre cose, per dire. Oddio, nella UE la media è quasi il 60%, quindi parliamo di un’altra galassia. Ma magari, chissà, sarà colpa dei maccheroni pure questo.

Ecco, bravo. Allora stai a vedere che adesso ci tocca pure spendere dei soldi per fare le “politiche di inclusione”. Con la crisi che c’è.
Be’, sapete cosa? I soldi li spendiamo già. E ne spendiamo tanti. Il Comune di Roma, tanto per fare un esempio, spende milioni e milioni di euro ogni anno per tenere soltanto 300 persone ammucchiate in loculi senza finestre nel lager di Via Visso.

Seh, vabbe’. Adesso viene fuori che si potrebbe spendere meno…
…e ottenere risultati molto migliori. Certo che sì. La cosiddetta “emergenza rom” è una fregnaccia tutta italiana. La realtà è che non c’è alcuna emergenza: se non quella che si vuole creare ad arte per poter spendere (e quindi distribuire) soldi a palate, fomentando l’opinione pubblica con la politica degli sgomberi, tenendo migliaia di esseri umani in condizioni indecenti e continuando a papparci sopra allegramente.

Bravo, bravo. Diamogli le case, allora. Mettiamogli i tappeti rossi. E intanto questi rubano.
Rubano, eh? Abbiate pazienza, spiegatemi una cosa: com’è che in tutta europa i rom fanno i medici, i professionisti, i parlamentari e in Italia no? Ve lo chiedo di nuovo: cos’è, il clima? Oppure in questo paese c’è qualcosina che non va?

Ecco, sta’ a vedere che adesso è colpa nostra.
Be’, questa è una bella semplificazione. Però in effetti sì, volendo sintetizzare è soprattutto colpa nostra. O, per meglio dire, di chi ci ha governato negli ultimi decenni: a cui noi, tuttavia, abbiamo concesso un credito infinito e ingiustificato, bevendoci qualsiasi cazzata ci raccontassero e guardandoci bene dall’informarci per capire quali fossero i dati reali.

Oh, a me dei dati reali non me ne frega niente. Io so solo che c’è un campo dalle mie parti, che questi entrano nelle case e che non se ne può più.
E continueranno a farlo, finché le cose vanno così. Perché, vedete, c’è necessità che lo facciano: giusto per non privarsi di uno strumento perfetto per prendere voti sobillando il terrore della gente e allo stesso tempo ingozzarsi a più non posso spartendosi milioni e milioni di euro. Dite la verità: vi pare che ci rinuncerebbero così facilmente?

Il famigerato “complotto” del tesserino sanitario

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Girellando sul web e leggiucchiando su Facebook mi sono imbattuto in questo video, che magari molti di voi avranno già guardato:
https://www.youtube.com/watch?v=UHfM-cmO-5s
Il filmato, che peraltro è stato visto da una cosa come 205mila persone, è davvero interessante: non tanto, naturalmente, per la domanda (sic) che viene posta nella sua descrizione (“siamo una colonia degli Stati Uniti?”), quanto perché è illuminante sul metodo che caratterizza molti dei “complottismi” che ormai ci sfrecciano accanto tutti i giorni come scie chimiche (ops).
Allora, com’è agevole rilevare dal video la questione sarebbe la seguente: siccome il codice a barre e la banda magnetica che sono sul retro della tessera sanitaria (i quali, del resto, non rappresentano altro che nome, cognome e codice fiscale del titolare) sono conformi a determinati “standard di codifica” (MIL-STD 1189 e IATA/ABA, vale a dire, rispettivamente, uno standard di codifica militare americano, uno standard di codifica dell’Associazione Internazionale dei trasporti Aerei e uno standard di codifica bancario), ciò significherebbe che, in qualche modo indistinto e misterioso che non è dato capire, noi che abbiamo il tesserino in tasca saremmo “controllati” e “schedati” dall’esercito americano (alcuni arrivano a scrivere “schedati dal Pentagono“), da una non meglio identificata “aviazione” e, immancabilmente, dalle “banche”.
Badate: parliamo di uno “standard di codifica”, vale a dire di un insieme di regole attraverso le quali lettere e numeri vengono messe insieme in modo da poter essere successivamente riconosciute; cioè, per dirla in modo semplice, del sistema che consente a quel codice a barre e a quella banda magnetica di poter essere lette da un apparecchio che possa ricavarne, all’occorrenza, le informazioni necessarie.
Ora, è lapalissiano che usare lo stesso standard di codifica dell’esercito americano, delle compagnie aeree e delle banche per non significa affatto essere controllati dall’esercito americano, dalle compagnie aeree e dalle banche (né, onestamente, si capisce come ciò sarebbe possibile): vuol dire semplicemente aver scelto di utilizzare le stesse regole che usano loro (regole che evidentemente, sono abbastanza consolidate e affidabili da poter essere definite come “standard”) per mettere insieme lettere e numeri e poterli successivamente “leggere”, cioè riconoscere.
C’è di più. Alcuni siti si spingono oltre, indicando l’Eurogendfor come l’organismo nel quale verrebbe conservato il “database” dei dati in questione; solo che non si capisce bene non solo se la cosa corrisponda al vero, ma neppure di che dati si parli, giacché quelli codificati secondo i diabolici standard militari e bancari, e contenuti nel famigerato codice a barre e nella mefistofelica banda magnetica altro non sono che cognome, nome e codice fiscale, mica i “dati sensibili” di cui molti (gridando alla violazione costituzionale) vanno parlando; i quali dati sensibili, invece, sarebbero conservati in un microchip (ah, quindi non nel codice a barre e nella banda magnetica, giusto?), che non si capisce cosa c’entri né con gli standard di codifica di cui sopra né con l’Eurogendfor; che a sua volta (non si finisce più, eh?) è sistematicamente e lapidariamente designato dai siti in questione come “la Nato”, e quindi (sempre secondo loro) “il Pentagono”, mentre si tratta di una forza di polizia multinazionale cui partecipano Francia, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Romania e Polonia.
Ovviamente, come sempre, tutto questo non conta: non conta spiegare in che modo funzionerebbe, concretamente, il nostro “asservimento” al Pentagono; non conta descrivere in modo chiaro quali dati sarebbero posseduti da chi; non conta soffermarsi sulla differenza tra uno standard di codifica e un fantomatico strumento di “controllo”. Quello che conta è poter evocare delle parole-chiave inquietanti (esercito, aviazione, America, schedatura di massa) senza spiegarne i dettagli e poi lasciarle sospese, minacciose come avvoltoi, suggerendo l’idea che i “poteri forti” ci propinino come sempre una serie di indistinte “illusioni”.
E il complotto, ancora una volta, è servito.

La mafia che vi ha salvato la vita

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Dopodiché, mi piacerebbe fare una domandina a quelli secondo i quali la “comunità scientifica” non sarebbe altro che una massa di corrotti al soldo dei poteri forti che raccontano menzogne alle persone giocando sulla loro pelle al solo scopo di arricchire i soliti speculatori che dominano il mondo, da cui le scie chimiche e l’AIDS che in realtà sarebbe una bufala e i vaccini che fanno venire l’autismo e chissà quali altre fregnacce di ogni forma, colore e dimensione.
Ditemi un po’, amici: se, come sostenete voi, tutto quello che ci hanno raccontato negli ultimi non so quanti decenni non è altro che un coacervo di clamorose bugie, com’è che la vita media si è raddoppiata rispetto a un paio di secoli fa? Com’è, ditemi, che oggi non siete quel sacco ambulante di pulci, zecche, cimici, scolo e sifilide che sareste ancora, che saremmo ancora tutti, se a un certo punto la “comunità scientifica” di cui sopra non avesse detto “ok, vediamo di darci una regolata e capire come funzionano le cose”? Come cazzo è che dalle nostre parti non si crepa più non dico solo di peste, vaiolo, difterite e colera, ma manco, com’era normale che succedesse appena l’altroieri, di tonsillite, di dissenteria o di una banale infezione a un molare? Come spiegate, fenomeni che altro non siete, il fatto che ve ne state qua vispi e arzilli a sfoderare sguardi studiatamente scettici compiacendovi della vostra supposta sagacia e a sparpagliare a pioggia le vostre menate complottiste, invece di essere da un pezzo sotto un metro di terra, rosicchiati dai ratti e mangiati dai vermi, dopo aver condotto un’intera esistenza in balìa di terrori irrazionali, pericoli oscuri e sofferenze incomprensibili ed essere stati infine ammazzati da un male invisibile, da una forza ignota, da un malocchio impalpabile che lo stregone di turno non è riuscito a togliervi di dosso a forza di macumbe e riti propiziatori?
Chi è stato, se non la tanto vituperata “comunità scientifica”, a consentirvelo? Chi è stato, se non quella che aprendo bocca e dando fiato con indizi vaghi, illazioni non dimostrate e deduzioni traballanti definite mafia, schifo, merda, salvo essere vivi, vegeti e sentenzianti soltanto per merito suo?
Vi salva la pelle tutti i giorni, la comunità scientifica sui cui sputate veleno: più volte al giorno, più volte al minuto, in modi che neppure immaginate, tanto siete accecati dalla vostra smania di farvi belli cantilenando a pappagallo costrutti mentali privi di senso. Mentre dovreste ringraziarla e baciare per terra ogni mattina che vi alzate.
L’unica impresa che non le è ancora riuscita, per essere del tutto onesti, è trovare un modo per salvarvi dall’idiozia che vi affligge.
Ma pazientate, non disperate e magari ingannate il tempo inventando nuove e sempre più affascinanti teorie: vedrete che nel frattempo ce la farà.

Vaccinazioni rettiliane

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Vediamo se ho capito: quando si parla di omosessuali che vorrebbero adottare ci si stracciano le vesti con anatemi, encicliche papali e oceaniche manifestazioni di piazza per proteggere ad ogni costo i malcapitati infanti potenzialmente a rischio di essere deviati, deformati, plagiati, pervertiti; quando invece si tratta di gente che ha letto chissà dove (magari negli stessi siti che illustrano doviziosamente le teorie sulle scie chimiche, il complotto rettiliano ai danni degli umani e magari pure la morte di Paul McCartney nel 1966 e la sua sostituzione con un sosia) che le vaccinazioni provocano l’autismo, e tanto gli è bastato per decidere di non proteggere i loro figli da una cospicua serie di malattie, si avverte appena qualche bofonchio leggero leggero.
Lasciatevelo dire: avete uno modo decisamente strano di proteggere i bambini, eh.

Cabaret

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Ricapitoliamo: uno non vota per Grillo perché lo mette non poco a disagio (tra l’altro):
1. sentire Grillo che strilla a tutti gli altri che devono “andarsene a casa”;
2. sentire Grillo che rinfaccia a Renzi che aveva detto una cosa e poi ne ha fatta un’altra, come se si trattasse di un gioco da tavolo e nel mezzo non ci fossero la politica, i suoi momenti che cambiano rapidamente, i relativi rischi e le connesse responsabilità.
Ebbene, uno non vota per Grillo, poi guarda i risultati delle elezioni con un certo sollievo, perché Grillo ha preso la metà dei voti degli altri, e a quel punto i sostenitori di quegli altri attaccano a dire a Grillo:
1. che deve andarsene;
2. che deve andarsene perché aveva detto che se perdeva se ne andava.
Cioè, in estrema sintesi, iniziano a fare esattamente come lui.
E allora, abbiate pazienza, uno finisce per porsi più di una domanda.
Tipo: ma esattamente da dove dovrebbe andarsene, Grillo? Da casa sua? Cioè, state paventando una specie di esproprio della villa? O magari, che ne so, deve dimettersi da comico? Cioè, per esempio, farsi serio serio e mettere in scena Ibsen? Oppure togliersi dalla guida del suo movimento? Ipotesi invero più plausibile e tuttavia ugualmente singolare, giacché gli unici titolati a fargli tale invito sarebbero gli iscritti al movimento medesimo, mica gli altri.
Ma soprattutto: cosa stiamo facendo, la politica o il rimpiattino delle fregnacce?
Perché se stiamo facendo il rimpiattino delle fregnacce avvertitemi: io mi metto a frugare l’archivio, come ho fatto altre volte tra il serio e il faceto, e tiro fuori un campionario di promesse disattese che per scriverle tutte mi toccherà aprire un altro blog.
Dopodiché, però, la prossima volta che mi parlate di responsabilità, di diversità da quelli che strillano, di populismo e di demagogia mi toccherà farmi una risata.
E magari, chissà, dovendo votare per il cabaret scegliere perlomeno quello originale.

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