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Perché non vado più allo stadio

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Per carità, è tutto giustissimo: insulti volgari e pubblici come quelli apparsi sabato scorso sugli striscioni della curva sud, che travalicano il limite della semplice “opinione” per sfociare dritti dritti nella calunnia, non si possono e non si debbono tollerare.
D’altra parte, non è mica giusto che tutti paghino per le gesta di pochi “stronzi idioti“: e paghino salato, ché quando chiudono una curva per colpa di un pugno di scemi nemmeno tutti gli altri abbonati potranno andare a vedere la partita successiva, pur avendo comprato regolarmente l’abbonamento (oltretutto prepagandolo) e pur non avendo esposto non dico uno striscione, ma manco un francobollo; anzi, per dirla tutta non potranno proprio andare allo stadio, visto che risultando già abbonati in un certo settore sarà loro precluso perfino l’estremo rimedio di comprare un altro biglietto (pagando di nuovo) per andarsela a vedere in un posto diverso.
Un daspo in piena regola, quindi, emesso di fatto nei confronti di migliaia di persone che non hanno commesso alcunché: e quindi una curiosa inversione del motto “punirne uno per educarne cento” declinata al contrario, punendone cento per educarne uno, o pochi di più.
Senonché, qualcuno sottolinea che questo è l’unico mezzo possibile per sanzionare quella mondezza, e bisogna ammettere che quel qualcuno non ha torto: o fai così oppure non fai niente, e quindi consenti che persone inermi possano essere allegramente diffamate senza neppure la possibilità di chiedere i danni in tribunale, visto che la diffamazione viene posta in essere da individui indeterminati e indeterminabili.
Ecco, io me lo sono chiesto a lungo, quale fosse la quadra tra questi due estremi: e ho creduto a lungo di non saperla trovare, senza tuttavia accorgermi che era proprio là, davanti ai miei occhi, e anzi che in realtà la stavo già mettendo in pratica da un pezzo.
E’ molto semplice: io allo stadio non ci vado più.
Io non ci vado più, in un posto in cui corro rischio di mischiarmi con quegli “stronzi idioti”, in cui per entrare mi debbono perquisire come se fossi un delinquente, in cui mi tocca stare con le antenne dritte perché non si sa mai, magari scoppia una rissa e trovarcisi dentro senza accorgersene è un attimo.
Non ci vado più, allo stadio, e le partire le guardo con la pay-tv, spendendo pure molto meno: anche se il calcio mi piace tanto, e so fin troppo bene che vederlo dal vivo è tutta un’altra storia.
Sta di fatto che è così: questa mi pare l’unica soluzione plausibile, l’unica ragionevole, l’unica che consente di uscire dalla tagliola della calunnia gratis da una parte e delle punizioni agli innocenti dall’altra. Andarsene, lasciarli puzzare nella loro merda e buonanotte.
Come dite? Se tutti facessero come me il calcio finirebbe?
Non lo so. Non saprei dirlo. Forse sì, forse no.
Del resto, dovesse davvero finire per questo, forse è giusto che finisca.

Tangentopoli e l’albero genealogico dell’antipolitica

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Non sono d’accordo con Alessandro Capriccioli, per cui i 5stelle sarebbero i figli di Tangentopoli. O meglio, forse sono d’accordo ma con molte precisazioni.

La prima: Tangentopoli come fenomeno politico sociale da cui è scaturito (anche) il lancio delle monetine, va tenuto distinto dai vari filoni di inchiesta di “Mani Pulite”. Quelle inchieste e quei processi, piaccia o non piaccia, anche se svolti con metodi criticabili e spesso eccessivi, erano  inevitabili e dovuti di fronte a un sistema di gestione pubblico quasi interamente caratterizzato da livelli di corruzione elevatissimi e ormai intollerabili in un regime democratico. Se a “Tangentopoli” va data la colpa, Tangentopoli va intesa come fenomeno mediatico-politico che includeva giornalisti perennemente accampati fuori da procure e tribunali (remember Paolo Brosio?) o opinionisti – vedi l’Indipendente di Feltri – o i programmi di Funari, non solo a meccanismi di spettacolarizzazione giudiziaria e politicizzazione delle figure dei magistrati, Di Pietro in primo luogo.

Qualche anno dopo, Montanelli ebbe l’onestà intellettuale di assumersi una parte di colpa e di accusare degli effetti peggiori di Tangentopoli proprio i giornalisti.

 

La seconda, io non credo che il problema dei 5 Stelle si possa ridurre alla loro idea per cui “la politica altro non sarebbe che una parata di onesti in pompa magna tutti protesi a puntare il dito sui mascalzoni” .

Penso che il problema sia più ampio e sia parte di un vizio che non riguarda solo i 5 Stelle; anzi, i 5 Stelle hanno imparato da altri a pensare che in politica esistano soluzioni semplicissime a problemi complicati: il pensiero da bar, per cui “se ci fossi io in Parlamento, questi problemi si risolverebbero in cinque minuti”.

Questo, non  il manettarismo becero, è il contrario esatto della politica, credere che questioni complesse possano risolversi con pochissimo tempo e risorse e che, se non si risolvono, è colpa della “casta” o, dall’altra parte, dei “gufi rosiconi” oggi come di “Berlusconi” o dei “comunisti” fino a poco tempo fa.

Ora, questa tendenza all’ipersemplificazione è presente in tante democrazie pure mature ma è stata portata al culmine del potere, in Italia, proprio da Berlusconi, per poi essere  ripresa anche dai suoi avversari che, seguendolo nel campo dove lui era più forte, si sono suicidati.

Il “ghe pensi mi”,  il Berlusconi che “aggiusta l’Italia, come aggiustava le televisioni” e, dall’altra parte, l’antiberlusconismo à la Di Pietro (e dei molti che ci son cascati) sono i figli di Tangentopoli e hanno ammazzato la politica, insieme a una buona dose di scandali bipartisan, non va dimenticato. Questo ha convinto la Ggente che bastava avere l’uomo giusto al posto giusto – o gli “uomini onesti” al posto giusto – per risolvere in un lampo tutti “i problemi dell’Italia”.

I grillini vengono dopo, sono i nipotini di Tangentopoli, non i figli. In più, da qualche parte di questo bell’albero genealogico, fra i loro antenati c’è anche il giornalismo di cui sopra (con le sue manifestazioni più recenti, tipo “la Casta” di Rizzo e Stella e il loro raffinato seguito da bar). E la tara dell’ipersemplificazione dei problemi e del “basterebbe un attimo a risolvere tutto” non ce l’hanno certo solo i poveri, ormai cloroformizzati, grillini.

Santé

 

 

L’eredità più catastrofica di Tangentopoli

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Com’era prevedibile, l’uscita della serie “1992” ha rilanciato, in modo particolare sui social network che quando si tratta di litigare non si fanno mancare mai niente, il dibattito su Tangentopoli, scatenando orde di giustizialisti da una parte e manipoli più sparuti (ancorché, mi pare, in leggero e progressivo aumento) di garantisti dall’altra.
A me, lo dico subito, lo scontro coi manettari non appassiona in sé e per sé: anche perché se c’è qualcuno (e per esserci, c’è) che si fa scendere una lacrimuccia di nostalgia ricordando antichi lanci di monetine (peraltro effettuati in ottima compagnia), criticare la loro smania di godimento è conclamatamente inutile, per non dire controproducente. Eppoi, diciamocelo, ognuno è libero di eccitarsi come gli pare, dal glory hole all’arresto in tv: il che, occorre ammetterlo, è un bell’affresco sulla multiforme varietà dell’animo umano, che tutto sommato ci consente di guardarci intorno senza doverci annoiare anche dopo aver passato i quaranta.
A interessarmi di più, invece, è un’altra delle innumerevoli conseguenze di Tangentopoli, forse la più sottovalutata ma al tempo stesso la più attuale: l’idea, secondo me proveniente direttamente dai giorni immortalati nella fiction di Sky, che esista la possibilità di fare politica limitandosi a pretendere il rispetto della legge.
Pensateci un attimo: di chi sono figli, se non di Tangentopoli, i movimenti che negli ultimi decenni si sono moltiplicati, culminando drammaticamente (essì, ragazzi, è un’opinione, portate pazienza) nell’orgia urlante e forcaiola dei 5 Stelle, a parere dei quali la politica altro non sarebbe che una parata di onesti in pompa magna tutti protesi a puntare il dito sui mascalzoni? Da dove proviene, se non da là, questa stramba concezione della politica che nega se stessa, occupando le postazioni che alla politica sarebbero destinate ma contestualmente premurandosi di proclamarsi altro? Da dove sbuca fuori l’ossessiva abiura delle ideologie, la fiera negazione di destra e sinistra e la conseguente introduzione di incomprensibili indicazioni spaziali alternative quali “oltre”, “al di là”, “più in alto”, “di lato”?
Questa, a me pare, è stata la conseguenza più catastrofica di Tangentopoli: aver ficcato nella testa delle persone l’alzata d’ingegno, sorprendentemente perdurante negli anni ed anzi rafforzatasi col passare delle generazioni, che siccome la parola “politica” è diventata una sorta di insulto, allora occorre iniziare a fare politica senza fare politica, ripudiando tutto ciò che della politica sarebbe prerogativa (la visione del mondo, il cambiamento dell’esistente, la contrapposizione delle idee e, sentite che dico, finanche delle ideologie) e attestandosi su competenze a metà tra quelle del giornalismo scandalistico di terz’ordine e quelle delle forze di polizia.
E’ una iattura, sapete? Perché senza politica, vi do questa notizia, non si va da nessuna parte.
E disconoscere la politica per il solo fatto che alcuni (molti) politici siano, o siano stati, disonesti, è il modo migliore per non arrivare mai a sostituirli, quei politici: perché per farlo occorre progettare una realtà diversa, cioè rivendicare il proprio ruolo politico in modo ancora più forte anziché negarlo in nome dell’onestà; non basta semplicemente gridare che c’è qualcuno che deve andare al gabbio.
Questo, mi interessa davvero.
Di chi si eccita appena sente il suono delle manette, francamente, chissenefrega.

Di cosa parliamo quando parliamo di puttane

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Tanto per cambiare, nell’elevato (sic) dibattito tra la Biancofiore (“almeno per l’iniziazione, tutti gli uomini sono andati con le prostitute, è sempre stato così”) e i suoi indignati detrattori (“io a puttane? mai!”) manca un particolare, l’unico realmente importante quando si parla di prostituzione.
Chi sono, le puttane di cui ci stiamo occupando?
Perché secondo me senza rispondere a questa domanda non si può dire se sia davvero “squalificante”, per un maschio, pagare una donna in cambio di prestazioni sessuali.
Se le prostitute in questione sono delle schiave vittime di tratta, di quelle portate sul marciapiede a forza di botte e stupri e violenze, non riesco a non vedere i loro clienti come complici di un reato orribile: così come mi sembrano complici, tanto per fare un esempio, quelli che comprano i video pornografici coi bambini, poiché alimentano un mercato che sarebbe il caso di combattere.
Se le meretrici in oggetto, invece, esercitano la professione per libera scelta, non vedo dove sia il problema: e quando dico che non lo vedo intendo dire che ai miei occhi chi va con quelle donne è esattamente uguale a chiunque altro, rilevando la sua predilezione per il sesso a pagamento, perlomeno ai miei occhi, quanto la preferenza per il dentice piuttosto che per l’orata.
Allargando la riflessione, ecco che come al solito al dibattito sfugge questo: il fatto che quando si parla di prostituzione si usa una sola parola per designare due fenomeni completamente diversi; con la conseguenza che tutti i giudizi che ne derivano, non soltanto quello soggettivo relativo agli “utenti”, ma soprattutto quello che dovrebbe tradursi in attività legislativa e di governo, si confondono tra loro fino a non significare più niente.
Viene ignorata da entrambe le parti in causa, questa distinzione: da quelli per cui le “puttane” sono un’istituzione da inizio del secolo scorso (leggasi Biancofiore & Co.: suvvia, la parola “iniziazione” è roba da retrospettiva di Tinto Brass), e da quegli altri, i “moralizzatori”, secondo i quali non è possibile che una donna scelga liberamente di prostituirsi.
Viene ignorata ottusamente, ideologicamente, e questo è un bel guaio: perché per mettere le mani dentro la questione occorrerebbe distinguere ciò che attiene all’ordine pubblico e ciò che invece riguarda il giudizio morale, occupandosi del primo attraverso le forze dell’ordine e astenendosi, come si converrebbe in uno stato di diritto, dal secondo.
Invece no. Si va avanti a parlare di “puttane” così, senza discernimento.
E il risultato è l’unico possibile: le schiave restano per strada e continuano a essere picchiate e stuprate; le professioniste sono costrette all’illegalità; i maschi che vanno con le une o con le altre sono alternativamente dei mandrilli in cerca di iniziazione o dei maiali.
Si può fare un pochino meglio di così, sapete?

A cosa servono le ordinanze?

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Ricordo che qualche anno fa, in concomitanza di non so quale partita serale allo Stadio Olimpico, ero invitato a cena a casa di non ricordo chi.
Quindi verso le 19:30, come si conviene alle persone beneducate, mi recai al supermercato di Santa Maria Maggiore per acquistare una bottiglia di vino da portare ai miei ospiti, ma la cassiera mi comunicò con molta gentilezza che quella bottiglia non poteva vedermela, giacché quel giorno era in vigore un’ordinanza anti-alcool per evitare che alla partita conseguissero disordini e tafferugli.
Provai ad eccepire che tra Santa Maria Maggiore e il suddetto stadio c’era una distanza in linea d’aria di circa nove chilometri, e che mi pareva surreale impedire a uno che evidentemente non era alla partita di comprarsi un Nero d’Avola per impedire ad altri, collocati all’altro capo della città, di ubriacarsi: ma la cassiera, pur dimostrandomi una certa solidarietà, ripeté che non poteva farci niente, poiché se mi avesse venduto quella bottiglia il supermercato sarebbe incorso in gravissime sanzioni.
Io, quella volta, me la cavai con un dolce.
Mi pare invece che Roma se la sia cavata molto più a fatica, ieri sera, allorché orde di scalmanati l’hanno assediata e saccheggiata come si usava ai tempi delle invasioni barbariche, inscenando una guerriglia urbana degna della sceneggiatura di un film con gli zombie: il tutto, ovviamente, mentre era in vigore una rigorosa ordinanza anti-alcool, del tutto simile a quella che anni fa mi impedì di portare una bottiglia a chi mi aveva invitato a cena.
Il che, credo, ci conduce a un punto: a che servono queste ordinanze, che tra l’altro da primavera in poi ricominceranno a fioccare abbondanti e pervasive nelle nostre città non soltanto quando c’è una partita, ma tutte le sere?
A niente, evidentemente. Se non a impedire che altri disgraziati come me portino del vino ai loro ospiti o si facciano una birra al fresco: mentre gli hooligans o chi per loro, che non si fermano certo davanti alle ordinanze (cosa che del resto comprenderebbe perfettamente anche un bambino piccolo) continueranno allegramente a seminare devastazione.
Il risultato? Semplicissimo: i cittadini già vessati dai teppisti (da stadio o non da stadio, fa lo stesso) si troveranno ad essere vessati pure dall’amministrazione o dal prefetto, dovendosi sorbire il saccheggio di turno senza neppure la consolazione di farsi un fernet.
A questo punto, già che ci siete, la prossima volta che c’è una partita vietateci pure di cenare.
Così soffriamo di più.

La parte mancante

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Mi corre l’obbligo di far presente agli amici del Movimento 5 Stelle, ed in particolare a Paola Taverna, che al loro notevole spot avente per oggetto l’agognato ritorno alla lira (del quale, sia detto per inciso, ho molto apprezzato il fatto di essere praticamente immune da eventuali parodie, essendo esso stesso una parodia pressoché inarrivabile) manca una parte: quella in cui ricominciamo a stampare soldi come assatanati e già che ci siamo a fare debiti strafottendocene di pagarli, poi quei disgraziati dei nostri figli o dei nostri nipoti si trovano a doverli rimborsare al posto nostro e a quel punto arrivano altri fenomeni a raccontare loro nuove, suggestive fregnacce sui motivi della loro disperata condizione.
Non so, dev’essermi capitata una versione del video incompleta, dove trovo quella integrale?

I gay “malati” e i rantoli della famiglia tradizionale

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Qua, perdonatemi, non è il caso di scagliarsi contro, ma di capire.
E cercando di capire, con la dovuta pazienza, uno si chiede: è davvero importante stabilire se l’omosessualità sia una condizione geneticamente determinata, una scelta, una devianza o una malattia?
Naturalmente no. Neppure per quelli dell’Associazione Chaire, che tante polemiche stanno suscitando in questi giorni col loro famigerato convegno.
La questione, tuttavia, diventa rilevante nel momento in cui l’omosessualità viene posta alla base di alcune “rivendicazioni”, in ragione del fatto che secondo i nostri amici tali rivendicazioni (e qua casca l’asino) condurrebbero (testualmente) “alla disgregazione sociale attraverso la ridefinizione del concetto di famiglia e la negazione del valore della differenza sessuale“.
Il ragionamento, dunque, è più o meno questo: a me degli omosessuali in sé e per sé non importerebbe niente, ma poiché a forza di chiedere il matrimonio e l’adozione questi rischiano di spappolarmi la società, mi tocca segnalare che la loro condizione non è “normale”, e dunque a quelle “pericolose” richieste occorre rispondere di no.
Come vedete, il punto si è spostato sensibilmente da quello iniziale, di tal che la vera domanda da porsi non è “i gay sono malati?”, ma piuttosto: “le rivendicazioni dei gay sono tali da disgregare la società?”; nel senso che se fossero “innocue”, cosa che i nostri amici negano a spada tratta, della causa della loro “condizione” potremmo beatamente fregarcene.
Ebbene, riflettete un secondo e chiedetevi: in cosa consisterebbe, secondo i nostri amici che strepitano, il rischio “disgregativo”? Evidentemente nell’eventualità che al modello di famiglia “tradizionale” ne venga affiancato un altro, a loro dire “alternativo”: e quindi, sostanzialmente, nella possibilità che venga a cadere un “monopolio”.
Ora, abbiate pazienza: chi è, in qualsiasi ramo dello scibile umano, che intravede un pericolo quando oltre al proprio modello di riferimento ne viene introdotto un altro, del tutto facoltativo e per giunta indirizzato a un “target” completamente diverso? La risposta è semplice: chi non crede nel proprio modello. O ci crede poco. O perlomeno intuisce le enormi crepe che lo attraversano, e perciò decide di difenderlo con l’arma tipicamente utilizzata dai deboli: il protezionismo.
Ne consegue che vicende come questa, al di là della comprensibile indignazione che suscitano nella cosiddetta “comunità omosessuale”, non hanno niente a che vedere con i gay in sé e per sé: sono semplicemente gli (o alcuni degli) spasimi della “famiglia tradizionale” che sta chiaramente (e rumorosamente) tirando le cuoia; cosa del resto ampiamente comprovata dal calo dei matrimoni e dall’aumento vertiginoso dei divorzi da un lato e delle convivenze dall’altro.
Questo, sta succedendo: la famiglia muore, e i suoi sostenitori più accaniti si disperano. Chiamando in causa, come spesso avviene nella disperazione, qualsiasi cazzata capiti loro a tiro per negarne l’amaro destino. Anche se, come nel caso di specie, c’entra poco e niente. E’ colpa dei marziani. Dei rettiliani. Dei cinesi. Dei gay. Dell’arbitro. Scusi, maestra, ho cancellato piano piano ma ho fatto lo stesso un buchino sul foglio.
Insomma, amici omosessuali ed eterosessuali “progressisti”: date retta, non vi indignate.
Anzi, se vi riesce sforzatevi di avere un minimo di compassione. Di empatia. Di pietà.
Sono pur sempre rantoli.

Le peggio frasi dei vice di Grillo

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E’ il loro giorno. E in questo giorno vogliamo ricordarli così.

Carlo Sibilia

Discutere una legge che dia la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (o unioni civili), a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti – 11 dicembre 2013

Oggi si festeggia anniversario sulla #luna. Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa – 20 luglio 2014

Carla Ruocco

Ho trovato quasi naturale essere una ‘volontaria della politica’, anche perché, avendo due bimbi, è stato come occuparmi di loro – dal suo blog

Brunetta è il capo indiscusso del gruppo unico dell’affare, del malaffare, delle larghe intese e dell’inciucio – 25 luglio 2013

Roberto Fico

Violante è una cacchetta di pseudo-uomo. Giorgio Napolitano è un cane addomesticato per scagliarsi contro l’evoluzione dell’essere umano – 15 marzo 2013

Alessandro Di Battista (detto Dibba)

Renzi è  un sindachello assenteista che fa ricatti mafiosi, ladro e pure condannato – 16 dicembre 2013

Con i droni il terrorismo è l’unica arma rimasta a chi si ribella. Dobbiamo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione – 16 agosto 2014

Il Pd vuole colpirne uno (Fedez) per educarne 100: questi sono i metodi che utilizzavano le Brigate Rosse! – 11 ottobre 2014

In Grecia cittadini disperati si iniettano il virus dell’AIDS per prendere il sussidio – 11 ottobre 2014

Luigi di Maio

D’ora in poi Beppe Grillo e Casaleggio avranno meno spazio, ma loro sono contenti – 19 luglio 2014

 

Beppe Grillo e la democrazia diretta delle investiture

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Oggi sul blog di Beppe Grillo (e nella casella e-mail degli iscritti al M5S) è apparso questo interessante messaggio:

Quando abbiamo intrapreso l’appassionante percorso del MoVimento 5 Stelle, ho assunto il ruolo di garante per assicurare il rispetto dei valori fondanti di questa comunità

Bene. E’ il garante. Io pensavo che fosse il capo, ma vabbe’, fa niente.

Oggi, se vogliamo che questo diventi un Paese migliore, dobbiamo ripartire con più energia ed entusiasmo

Dai, entusiasmiamoci!

Il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto. Io, il camper e il blog non bastiamo più. Sono un po’ stanchino, come direbbe Forrest Gump

Fermi, fermi. Vediamo se ho capito: siccome lui, che è il garante (mica il capo, eh), non basta più e per giunta è stanco, il Movimento ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia. Quindi: per sopperire alla stanchezza di uno che non si capisce se sia un capo o un garante, servono dei rappresentanti. Tutto molto chiaro.

Quindi pur rimanendo nel ruolo di garante del M5S ho deciso di proporre cinque persone, tra le molte valide, che grazie alle loro diverse storie e competenze opereranno come riferimento più ampio del M5S in particolare sul territorio e in Parlamento

Ah. Ok. Non sono proprio rappresentanti, ma punti di “riferimento più ampio” sul territorio e in parlamento. Insomma: capo, garante, rappresentanti, punti di riferimento, territorio. Un guazzabuglio. Ma vabbe’, vediamo come verranno scelte, queste persone che “servono”. Dalla piattaforma, immagino. Dagli iscritti. Dalla gente, no?

Oggi le propongo in questo ruolo per un voto agli iscritti, in ordine alfabetico:
– Alessandro Di Battista
– Luigi Di Maio
– Roberto Fico
– Carla Ruocco
– Carlo Sibilia

Ah, ecco. Li propone lui. Monocraticamente. E in ordine alfabetico. Li propone lui “in questo ruolo”, che tra parentesi non si capisce che ruolo sia. Anzi no, aspettate, forse qua sotto c’è scritto.

Queste persone si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l’aiuto di tutti, il futuro del MoVimento 5 Stelle

Ah, be’. Eccoci. I rappresentanti, o punti di riferimento, in sostanza avranno il compito di prendere “le decisioni più urgenti” (cioè potenzialmente tutte) insieme a lui (che però è solo un garante, eh) “con l’aiuto di tutti”. Poi cosa faranno ‘sti “tutti” per “aiutare” non è dato sapere. Vabbe’, direte voi, almeno gli iscritti li voteranno: se uno gli piace diranno di sì, se non gli piace diranno di no. Invece guardate che bella sorpresa:

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In blocco. Gli iscritti devono votare in blocco cinque persone scelte dal capo (pardon, garante) non si capisce bene in base a quale criterio, se non quello di essere le più “visibili” e avere delle non meglio precisate “diverse storie e competenze”, per fare una cosa che nella migliore delle interpretazioni non si capisce cosa sia, e nella peggiore consiste sostanzialmente nell’incontrarsi regolarmente col capo (ops, garante) stesso allo scopo di decidere tutto.
Ora, io dico una sola cosa: Beppe Grillo è lo stesso che faceva fuoco e fiamme perché i candidati alla segreteria del PD venivano “calati dall’alto”, proposti “per grazia di partito”, di tal che dette primarie non erano altro che una farsa, al punto da ribattezzarle “buffonarie“? Era lui, vero, oppure mi sbaglio?
Ecco, la “democrazia” interna del partito (pardon, scusate, “movimento”) che mette alla frusta gli altri per il suo “verticismo” è tutta qua: in cinque nomi proposti dal capo, che possono essere votati solo in blocco allo scopo di formare una specie di “gran consiglio” con il capo stesso.
Siamo al livello delle investiture medievali, e questi ancora parlano di democrazia diretta.

Casaleggio che dice cornuto all’asino

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Cercando su Urban Dictionary la voce “click bait” (letteralmente: “esca per click”), e traducendo il risultato dall’inglese, si ottiene grosso modo questa definizione:

Un link che “acchiappa l’occhio” su un sito web, che incoraggia le persone a continuare a leggere. Spesso è pagato dagli inserzionisti (click bait “pagato”) o genera introiti basati sul numero di click

Si tratta di un fenomeno nel quale prima o poi ci siamo imbattuti tutti, specialmente sui social network: ci si trova davanti un titolo molto enfatico, nel quale vengono spese con grande generosità e disinvoltura, perlopiù in carattere maiuscolo, parole altisonanti come “VERGOGNA”, “SCANDALO”, “INCREDIBILE”, ci si clicca sopra per capire che diamine sia successo e si scopre che in realtà la notizia è molto meno clamorosa di quanto quel titolo lasciasse supporre; a tutto vantaggio degli accessi al sito web che usa questo metodo, il quale ne beneficia in termini di traffico e quindi di influenza, o più semplicemente di soldi.
Ora, voi sapete come la penso: ciascuno è libero di fare le cose come meglio crede. Ragion per cui, se uno vuole mettere su un sito che acchiappa gli accessi in questo modo non ho niente da eccepire, purché sia consapevole di quello che fa e se ne assuma la responsabilità. Voglio dire: vuoi scrivere una canzonetta orecchiabile per vincere Sanremo? Be’, non sarò certo io a giudicarti, accomodati pure. A patto che non ti metti in testa di essere Debussy. E soprattutto che non perculi gli altri, che scrivono canzonette tali e quali alla tua, accusandoli di essere troppo “pop”.
Ebbene, quest’oggi su Twitter sta andando in scena una vibrante polemica proprio su questo fenomeno. Qualcuno sta prendendo pesantemente per i fondelli quelli di FanPage perché a suo dire abusano del bait-clicking, e invita varie testate e giornalisti a sputtanarli anche loro, magari scrivendoci sopra un bell’articolo:

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Ora, voi vi domanderete: che testata autorevole e seriosa sarà mai, quella che denuncia il click bait come una patetica schifezza, indignandosi e sfidando polemicamente mezzo mondo a scriverne? Micromega? Limes? Internazionale?
Manco per niente. Guardate un po’ qua:

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Non so se mi spiego: stiamo parlando nientepopodimeno che di Tze-Tze, cioè del sito di proprietà di Casaleggio che funziona da vera e propria grancassa mediatica per Beppe Grillo e per il Movimento 5 Stelle. E che appena qualche centimetro più in basso, sullo stesso stream di Twitter, presenta le proprie notizie così:

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Allora, capirete, uno rimane un tantino perplesso. Perché passi produrre a manetta titoli smodatamente sensazionalistici e “eyecatching” per indurre la gente a cliccarci sopra, e -guardate che vi dico- passi perfino farlo a scopo di grossolana propaganda politica: però poi, abbiate pazienza, sarebbe quantomeno dignitoso non accusare gli altri di produrre “puttanate acchiappa click e gonzi”. Voglio dire: ci vuole davvero una faccia di bronzo (quella sì) clamorosa, incredibile e scandalosa.
Il punto, probabilmente, è che il pudore funziona senza mezze misure: o lo si ha, o non lo si ha. Quindi, se non si prova il benché minimo imbarazzo a pubblicare gragnuole di titoli esagerati al solo scopo di accaparrarsi qualche click, perché mai se ne dovrebbe avere a prendere per il culo quelli che fanno esattamente, né più né meno, la stessa cosa?
Dopodiché, per completezza, sarebbe appena il caso di aggiungere che fare bait-clicking per racimolare qualche soldo di pubblicità è un tantino più dignitoso che adoperarlo per fare propaganda politica in favore del secondo partito politico italiano. Ma lasciamo correre.
Sia come sia, si vede che le cose stanno così: a noi mortali è concesso di scrivere soltanto roba molto, molto sobria, perché il monopolio assoluto delle pallonate è riservato a Casaleggio e ai suoi amici.
E guai, dico guai, a insidiarlo.

Dovreste ringraziare la D’Urso, altro che denunciarla

in giornalismo by

Sarò io, che non capisco.
Però, abbiate pazienza, se una esercita il lavoro di giornalista “abusivamente”, cioè senza essere iscritta al relativo Ordine, e lo fa a cazzo di cane (testualmente: “con modalità che non tengono conto di esigenze quali la difesa della privacy e/o il coinvolgimento di minori”), che senso ha denunciarla?
Voglio dire: l’iniziativa avrebbe la sua logica se simili comportamenti fossero posti in essere da un iscritto, perché in quell’ipotesi, effettivamente, il buon nome dell’Ordine ne sarebbe infangato.
Mentre nel caso di specie, razionalmente parlando, dovrebbe prodursi l’effetto diametralmente opposto: Barbara D’Urso non è iscritta all’Ordine e guarda caso svolge male il lavoro di giornalista. Quindi l’Ordine dei giornalisti è una figata.
Invece no. Enzo Iacopino ha l’alzata d’ingegno di difendere l’organizzazione che presiede denunciando una che non vi appartiene: mentre in realtà dovrebbe ringraziarla.
Non starò qui a ripetere che gli ordini professionali, ed in special modo quello dei giornalisti, sono enti anacronistici che andrebbero abrogati: mi limito a rilevare che quando il tasso di corporativismo che già li caratterizza intrinsecamente tocca vette così elevate da generare reazioni pavloviane come questa, completamente priva perfino della logica elementare, la loro eliminazione diventa una questione urgente, direi emergenziale.
Prima che nel loro delirio se la prendano pure col mio barista, che mentre mi fa il caffè parla di Garlasco e di Wikileaks senza aver verificato le fonti.

Tu chiamala se vuoi astensione

in politica by

Debbo fare una premessa importante: non sono, né ambisco a essere, un politologo.
Cionondimeno, giacché mi ostino a ritenermi un essere pensante, tutto ‘sto dibattito sull’astensione mi lascia parecchio perplesso.
Vedo di spiegarmi: con ogni evidenza il calo dell’affluenza alle urne, preso in sé e per sé, non è né una cosa positiva né una cosa negativa. Voglio dire: se per fare un’ipotesi di scuola dovessimo apprendere che non si sono recati a votare tutti quelli che alle tornate elettorali precedenti lo avevano fatto esclusivamente per ragioni di tipo clientelare, dovremmo salutare il boom dell’astensione come una delle notizie più entusiasmanti nella storia del paese; se viceversa dovessimo accertare che a disertare i seggi sono stati soprattutto gli altri, cioè quelli mossi dalla passione per la politica e per l’impegno civile, si tratterebbe di dover constatare la definitiva sconfitta della politica e la caduta del paese in un baratro dal quale non uscirà mai più.
Si tratta di due esempi accademici ed estremi, naturalmente, nessuno dei quali corrisponderà alla realtà dei fatti, ma che tuttavia mi sembrano utili a evidenziare il punto: commentare il fenomeno dell’astensione elettorale senza avere la minima idea di come sia composto non ha semplicemente alcun senso.
E noi, a quanto mi risulta, quell’idea non ce l’abbiamo. Neppure vaga. Non sappiamo chi siano, quelli che sono rimasti a casa, quanti anni abbiano, cosa avrebbero votato se fossero andati alle urne e perché. Non sappiamo come la pensino, che grado di istruzione abbiano, a che classe sociale appartengano. E non sappiamo quanti di questi, quanti di quelli e quanti di quegli altri.
Insomma, non sappiamo niente.
Epperò tutti commentano. Nessuno escluso. E si sa, quando si discute una cosa che nessuno conosce vale tutto, ma proprio tutto. L’astensione? Un dramma. No, un fatto trascurabile. No, una panacea. Una iattura. Un nostro trionfo. Una vostra disfatta. Il segno della nostra riscossa. L’emblema del vostro fallimento.
Commentano, e i giornali lo scrivono. Come se la cosa avesse un senso. Come se fosse minimamente significativa. Come se si trattasse di un argomento che davvero vale la pena di discutere, e non semplicemente tutto un pescare delle frasi dal buio e buttarle nel mezzo, visto che tanto nessuno può verificarle.
Ecco, io questo lo trovo inquietante.
Perché dà la misura di una propensione alla propaganda priva di sostanza divenuta ormai cronica, irreversibile, incancrenita: un teatrino elettorale permanente, nel quale ognuno dice la sua a proprio uso e consumo anche se (soprattutto se) non dispone di alcun elemento per farlo.
Questo, onestamente, mi pare davvero preoccupante.
Altro che l’astensione.

Gli zingari, e i numeri che potrebbero farvi cambiare idea

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Dopodiché, per fortuna, ci sono i numeri. E i numeri, come si dice parlano da soli.
A Roma, nel 2013, sono stati spesi 960 euro al mese a famiglia per il Villaggio della Solidarietà di Lombroso, 1.125 euro per il Villaggio della Solidarietà di Candoni, 1.130 euro per il Villaggio della Solidarietà di Gordiani, 1.490 euro per il Villaggio della Solidarietà della Cesarina, 1.750 euro per il Villaggio di Solidarietà di Camping River, 2.5250 euro per il Villaggio della Solidarietà di Castel Romano, 1.340 euro per il Villaggio della Solidarietà di Salone, 1.230 euro per il Villaggio di Solidarietà La Barbuta, 2.940 euro per il Centro di raccolta rom di via Salaria, 4.530 euro per il Centro di raccolta rom di via Amarilli, 3.090 euro per il Centro di raccolta rom Best House.
Ripeto: al mese, e a famiglia.
Un fiume di soldi sperperati per segregare, letteralmente, le persone in container malridotti, spesso riparati alla buona con materiale di risulta, per stiparle in spazi claustrofobici, senza areazione né luce, con servizi sanitari sotto il limite della decenza e senza cucine, per confinarli quasi sistematicamente in zone recintate e videosorvegliate, in cui bisogna comunicare il proprio numero (il numero, neanche il nome) ogni volta che si entra e che si esce, a chilometri di distanza dal negozio di alimentari, dall’ufficio postale, dalla farmacia più vicini.
Un fiume dei soldi per gestire dei lager.
Ebbene, secondo voi questo sistema funziona? Secondo voi, come dire, aiuta la cosiddetta integrazione? E’ di qualche utilità per la sicurezza collettiva?
E non ricominciamo, per favore, con la tiritera che i rom “non vogliono integrarsi”: sarà una vostra sensazione, ed in quanto tale è rispettabile. Ma via, dite la verità: voi “vi integrereste” se viveste in condizioni simili? Sul serio? Ne siete certi? Riuscite a immaginare, sia pure lontanamente, cosa significhi campare così?
Ebbene, la realtà, quella dei numeri e della cronaca, dice che no, non funziona. Non funziona per niente.
In compenso costa. Costa carissimo, ben più di quanto costerebbe prendere le mille famiglie di rom, sinti e camminanti che vivono a Roma e pagare loro, a ciascuna di loro, una casa: un posto dignitoso in cui vivere, per levarsi di dosso il lezzo del sovraffollamento e potersi fare, finalmente, una doccia o una cacata in grazia di dio; un posto ragionevolmente vicino ai servizi essenziali, in modo che operazioni banali come fare la spesa, andare a scuola, comprare l’aspirina, pagare una bolletta o cercarsi un lavoro non si trasformino in epici attraversamenti di niente suburbano; un posto senza filo spinato, telecamere, recinzioni. Un posto che non sia peggio di una galera.
Aiuterebbe, sapete? Aiuterebbe a “volersi integrare“, per usare un’espressione che a quanto pare vi piace da morire.
E perdipiù sarebbe (lo dico a voi che blaterate “la casa prima agli italiani” e non sapete quello che dite) a costo zero: anzi, rispetto a quello che si spende adesso sarebbe perfino un risparmio.
So bene che certi pregiudizi sono duri a morire. Che magari certe cose nessuno ve le ha mai raccontate. Che trovarsi a cambiare così, su due piedi, la prospettiva che si è avuta per decenni può essere complicato.
Però pensateci. Con calma. Date un’occhiata a quei numeri e rifletteteci un po’.
Nella vita si può anche cambiare idea, sapete?

L’insensata obiezione di coscienza dei volontari

in società by

Vediamo se mi riesce di spiegarmi.
Io non ho nulla contro l’obiezione di coscienza: anzi, ne sono un convinto sostenitore, e sono fiero che il mio partito, negli anni in cui non ero che un marmocchio frignante, abbia contribuito in modo determinante al suo riconoscimento come diritto civile di ciascun individuo.
Dopodiché, come sempre, prima di aprire bocca sarebbe opportuno pensare a ciò che si dice: anche, e direi a maggior ragione, se si riveste una qualifica importante come quella di papa.
Ebbene, pensandoci mi viene da rilevare questo: che l’obiezione di coscienza in relazione a un obbligo il cui adempimento viene sanzionato penalmente è un conto, mentre l’obiezione di coscienza rispetto a un’attività che si è scelto di svolgere è un altro.
Voglio dire: nel 1972, allorché arruolarsi nelle forze armate era un’imposizione per tutti, affermare la propria adesione alla nonviolenza, e quindi il proprio diritto a rifiutarsi di imbracciare un fucile senza essere arrestati, costituiva un’istanza sicuramente ragionevole; molto più ragionevole, ad esempio, rispetto all’ipotesi in cui qualcuno, nel 2014, prima decidesse volontariamente di arruolarsi, e poi blaterasse che l’uso delle armi lo ripugna. Perché in questo caso si potrebbe eccepire una cosa semplice del tipo: beh, fare il militare implica in sé la necessità di sparare, e se sparare non ti piace potevi sceglierti un altro lavoro, mica ti hanno obbligato. Adesso, scusa, che vai cercando?
Ecco, a me i ginecologi che sono obiettori di coscienza per l’aborto ricordano un po’ questo ipotetico militare.
Fare il ginecologo in Italia nel 2014 implica, tra le altre cose, l’incombenza di procurare aborti, e chi si iscrive alla relativa scuola di specializzazione (ripeto: volontariamente e senza essere obbligato da alcuno) lo sa dall’inizio: quindi, scusate, che va cercando? Se l’aborto è una faccenda che non gli piace (il che è legittimo) è liberissimo di scegliere altro: ortopedia, oculistica, odontoiatria, gastroenterologia e via discorrendo con tutta la lista delle possibili specializzazioni, oppure di fare il commercialista, l’avvocato, il prete o l’idraulico.
Casomai, il problema si può porre (e credo si debba porre) per i ginecologi che già esercitavano prima del 1978: perché quelli, effettivamente, avevano scelto la loro professione quando l’aborto non era legale, e quindi non potevano sapere che da un giorno all’altro sarebbero stati costretti a praticarlo.
Insomma, secondo me in questi casi l’obiezione di coscienza ha senso soltanto se concepita come regime transitorio per alcuni: un po’ come se domani legalizzassero l’eutanasia e alcuni degli anestesisti attualmente in attività, che si sono specializzati quando l’eutanasia non c’era, non si sentissero di praticarla.
Tutti gli altri, come ripeto, lo sanno prima: e quindi, poiché siamo in un paese libero, possono tranquillamente decidere di fare altro.
Perciò, per favore, smettiamola di fare paragoni col servizio militare e con le battaglie degli anni ’70: sono così palesemente fuori luogo da dare la sensazione che si stia, davvero, pescando nel torbido.

I gay, prima malati e adesso trendy

in società by

Al di là dei casi puntuali come questo, sui quali credo che ormai valga la pena di soffermarsi soltanto a livello aneddotico, un fatto mi pare chiaro: quelli di Santa Romana Chiesa devono aver capito che la storiella secondo la quale i gay sarebbero una massa di pervertiti e di malati da curare e da recuperare non regge più nemmeno con l’Attack; ragion per cui, a quanto pare, hanno deciso di cambiare completamente strategia.
Ci avrete fatto caso anche voi: ultimamente i nostri amici fondamentalisti parlano sempre più spesso, e con aria sempre più preoccupata, di “cultura gay”, “ideologia del gender”, “indottrinamento”, come se l’omosessualità fosse riconducibile più che altro a una scelta delle persone, o a una sorta di condizionamento “culturale” che esse subiscono, magari a partire dalla scuola.
La cosa singolare è che questa impostazione, evidentemente dettata dalla necessità di trovare un minimo appiglio cui continuare ad aggrapparsi dopo la caduta in disgrazia delle vecchie cantilene, è per molti versi esattamente opposta alla precedente: laddove si parlava di patologia, e quindi di un’obiettiva condizione -ancorché “disfunzionale”- degli individui, oggi si denuncia la “delegittimazione della differenza sessuale”, additando un fenomeno prettamente intellettuale, appartenente alla sfera dell’opinione e dei convincimenti personali più che a quella della fisiologia o della psiche.
Le persone diventerebbero gay, insomma, per una scelta di tipo culturale, per moda o perché qualcuno le convince a farlo: come se le proprie preferenze sessuali (perché di sesso, ancorché in senso lato, stiamo parlando) potessero dipendere da elementi del genere.
Badate, anche su questo bisogna essere “laici”, e non negare ideologicamente che certe situazioni possano effettivamente essere riscontrate. Voglio dire: a me per primo, occasionalmente, è capitato di avere notizia diretta o indiretta di qualche caso di “omosessualità di tendenza”, specie in età adolescenziale e in ambienti particolarmente “progressisti”; ma obiettivamente si tratta di casi così marginali, sporadici e limitati nel tempo da rappresentare un campione letteralmente insignificante ai fini di un ragionamento complessivo.
Insomma, se la vecchia strategia era priva di una gamba, quella del riscontro scientifico, mi pare che a quella nuova manchi anche l’altra, cioè la verifica empirica che tutti compiamo ogni giorno attraverso l’esperienza personale.
Chissà, magari i nostri amici credono che per avvicinarsi al cielo sia utile formulare teorie campate per aria.

Scioperi, ponti e parole in libertà!

in politica by

Ci mancava, in effetti, proprio una bella polemica sullo SCIOPERO PONTE.

Ricapitoliamo, la CGIL proclama uno sciopero per il 5 dicembre, cioè di venerdì. Ovviamente, visto che non c’è niente di più urgente su cui indignarsi, “la rete si indigna“.

E perché si indigna? Perché la CGIL, cattivona, approfitterebbe del “ponte” lungo con l’8 dicembre per attaccarci un bello sciopero.

MA CERTO!

Ora, al di là del fatto che la CGIL minaccia lo sciopero generale sul Jobs Act da almeno un mese e che anche se si utilizzasse il “ponte” non si capisce cosa ci sarebbe di male, c’è un dato che mi colpisce.

E cioè che, secondo me, la rete che “si indigna” è probabilmente composta di gente che ha parecchio tempo da passare, appunto, “in rete” e che, quindi non lavora o lavora in maniera diversa dal lavoro subordinato tipico che è quello dove si concentrerà lo sciopero.

Perché, altrimenti, saprebbe che in moltissimi luoghi di lavoro, particolarmente quelli dove si concentrerà lo sciopero, come fabbriche, trasporto pubblico, scuole, servizi di ristorazione, uffici postali, si lavora anche nel weekend o, almeno, anche di sabato: quindi “ponte” proprio per niente perché, il sabato dopo, molti che avranno scioperato il venerdì lavoreranno.

Inoltre,  saprebbe anche che lo “sciopero” dei lavoratori non funziona come quando facevamo “sciopero” alle scuole superiori. Vi do una notizia, cari amici della rete, lo sciopero non è un giorno di vacanza aggratise!

Lo sciopero, infatti, “si paga”. Nel senso che chi sciopera perde la giornata di retribuzione, cioè accetta una riduzione dello stipendio – spesso già molto basso – che si riceverà a fine mese.

Per cui, se proprio uno volesse allungarsi il ponte, farebbe molto prima a chiedere un giorno di ferie che non a scioperare. Anche questo, probabilmente, chi ha tempo di indignarsi in rete non ha avuto il tempo di considerare.

Così, tanto per dire.

Santé

Non si permetta, Cardinale

in società by

Tra le (tante) cose che mi danno fastidio nel comportamento prossimo, l’unica che mi fa davvero imbestialire è senz’altro il tentativo di darmi a bere dei ragionamenti che non hanno né capo né coda sul piano logico.
Voglio dire: se provano a derubarmi in modo “tradizionale” (ad esempio fregandomi la bicicletta legata fuori dal portone, magari mentre dormo) ci posso anche passare sopra; ma se qualcuno tenta di portarmela via convincendomi che in realtà dargliela mi conviene, che senza bicicletta vivrò molto meglio e che in definitiva prendendosela mi sta facendo un piacere, allora mi incazzo.
E sapete perché? Perché quel tizio, evidentemente, mi ritiene così ottuso da potermi somministrare senza colpo ferire un ragionamento tanto insensato: e quindi, in ultima analisi, perché mi sta dando dello scemo.
Ebbene, quando quelli come Bagnasco dichiarano urbi et orbi che i matrimoni gay indebolirebbero la famiglia mi ritrovo a provare la stessa, fastidiosissima sensazione: perché è di tutta evidenza che se la famiglia “continua ad essere il presidio del nostro Paese, la rete benefica, morale e materiale, che permette alla gente di non sentirsi abbandonata e sola davanti alle tribolazioni e alle ansie del presente e del futuro“, è altrettanto ovvio che la nascita di nuove famiglie in aggiunta a quelle già esistenti sarebbe un fatto da salutare con gioia, non certo una iattura.
Invece no: i matrimoni gay rappresentano il “cavallo di Troia” che finirà per distruggere l’istituzione familiare; affermazione palesemente infondata, priva di qualsiasi nesso logico, assurda, alla quale tuttavia secondo Bagnasco dovremmo credere, evidentemente perché secondo lui siamo una massa di coglioni che si bevono qualsiasi idiozia senza battere ciglio.
Volete la prova di quanto dico? Ebbene, la prova è proprio là, nella parole con cui l’ineffabile cardinale giustifica la sua sagace teoria: i matrimoni gay “hanno l’unico scopo di confondere la gente”.
Confondere, capite?
Perché “la gente”, a quanto pare, è una massa informe di beoti che su questioni del genere si “confonde”: Marta, amore, volevo tanto portarti all’altare; ma sai com’è, ho sentito che adesso ci si può sposare anche tra maschi, non so, forse a questo punto lo chiedo a Pietro, sono un po’ confuso.
Ergo, secondo Bagnasco e i suoi amichetti noi, cioè “la gente”, non siamo altro che degli scemi: e il bello è che non si limitano a pensarlo, ma ce lo dicono apertamente, senza farsi il minimo scrupolo, come se non fossimo neppure in grado di accorgerci che ce lo stanno dicendo.
Ecco, eminenza, con grande serenità: il fatto che a volte tolleriamo le vostre fregnacce sull’immoralità degli omosessuali come si fa coi capricci dei bambini piccoli, anche perché obiettivamente ci scoccia star lì a ripetere le stesse cose tutti i giorni, non significa che ci si possa dare impunemente degli imbecilli.
Veda di non allargarsi, insomma.
Non si permetta, proprio.

Il problema siamo noi, non la spunta blu

in internet/ by

Togliamo dal ragionamento gli stalker, ok? Togliamoli, ché con gli stalker diventa un problema anche abitare a un certo indirizzo: né, per dire, uno si può scagliare contro la consuetudine di assegnare un nome a ogni via e un numero civico ad ogni portone. Gli stalker sono roba da ordine pubblico, e come tali vanno affrontati, Whatsapp o non Whatsapp.
Ecco, stalker a parte io mi domando: chiunque siano A e B, se A dà il numero di cellulare a B, B gli scrive su Whatsapp, ad A non va di rispondere, oppure non può perché sta facendo altro, oppure non vuole dire dov’è, oppure ha deciso di far impazzire B per i motivi più disparati, B si incazza perché vede la famigerata spunta blu apparire sul telefonino e allora A e B litigano, si insultano, si odiano, si picchiano, si lasciano, sarà colpa di A e B oppure di quella spunta?
Voglio dire: saranno affari di A e B se A è uno stronzo/a che non risponde mai ai messaggi, oppure se B è un/a ossessivo/a-compulsivo/a che si fa prendere una crisi di nervi quando non ottiene una risposta entro tre minuti, oppure tutte e due le cose insieme, mirabilmente innescate in un meccanismo di reciproca amplificazione, o devono diventare tutti problemi di Zuckerberg che ha introdotto la conferma e l’orario di lettura?
Occhio: non sto facendo la predica né agli “sfuggenti”, che si lamentano perché verranno più facilmente “incastrati”, né agli ansiosi, che si lagnano perché vedranno aumentare la loro angoscia; anche perché probabilmente io stesso, a seconda delle situazioni, sono occasionalmente cascato nell’una o nell’altra categoria. Sto solo dicendo che mettere in croce Whatsapp per la propria stronzaggine o per la propria ansia non mi pare un’idea particolarmente sensata.
Dice: ma io questo software l’ho comprato.
E capirai, hai pagato 89 centesimi per un anno.
Dice: sì, ma è una questione di principio.
Benissimo: allora, se è una questione di principio, al limite chiedete a Zuck se vi rimborsa la quota parte di quegli 89 centesimi corrispondente alla porzione d’anno da oggi alla scadenza.
Ma per l’amor di dio, smettetela di far finta che il vostro problema sia la spunta blu.
Il vostro problema siete voi, e quella spunta non fa che metterci sopra un bel riflettore.

Il popolo del web, maieuta delle fregnacce

in giornalismo/internet/società by

Vediamo se ho capito: quest’oggi il popolo del web è “in rivolta” (l’avrò letto sei o sette volte in cinque minuti, nei posti più disparati) a causa di un “articolo choc” nel quale si sostiene che l’ONU vuole introdurre la pedofilia e l’omosessualità come metodi pedagogici per i bambini, che l’OMS intende promuovere la masturbazione nella scuola materna l’omosessualità nei più piccini, e che l’approvazione del DDL Scalfarotto condurrà alla rieducazione in campi LGBT.
Clamoroso, nevvero? Voglio dire, e lo dico senza alcuna ironia: in sé e per sé è roba a dir poco allarmante.
Senonché, viene fuori che il corsivo in questione, firmato nientepopodimeno che da Cristina Zaccanti, insegnante del liceo classico Carlo Botta di Ivrea, è apparso ri-nientepopodimeno che sul bollettino parrocchiale di Rivarolo, ridente cittadina il cui parroco, all’uopo intervistato, ha immediatamente dichiarato che le opinioni dell’autrice sono state espresse a titolo personale e non rispecchiano l’opinione di tutta la comunità dei credenti rivarolesi.
Ora, io mi domando e dico: voi vi rendete conto, sì? Stiamo parlando del bollettino parrocchiale di un posto che conta poco più di dodicimila anime. Voglio dire: se riuscissimo a procurarceli tutti, i bollettini parrocchiali del paese, e li spulciassimo ad uno ad uno con un minimo di attenzione, avete una vaga idea di quante fregnacce ci troveremmo dentro? Siamo in grado, dico io, di parametrare non solo la portata della nostra “indignazione”, ma ancora prima la nostra attenzione, all’effettiva importanza di ciò che ne forma oggetto?
Oppure, come mi pare accade sempre più spesso, saliviamo pavlovianamente appena leggiamo le parole “choc”, “clamoroso”, “inaudito”, senza neppure domandarci se quello di cui parliamo è dotato dei requisiti minimali per sancire non dico la sua rilevanza, ma addirittura la sua sostanziale esistenza?
Purtroppo, mi pare che sia proprio così. Saliviamo, e saliviamo di brutto.
La realtà, quella vera, è che l’articolo (sic) della signora Zaccanti di fatto non esisteva, prima che il web decidesse di entrare nel mood “rivolta”, e che sia stata proprio la “rivolta”, per così dire, a darlo effettivamente dato alla luce, ché altrimenti l’avrebbero letto in tre, sul cesso, distratti dal pensiero della cena, della tinta venuta male e della frizione della macchina da rifare; mentre oggi, grazie all’ondata di “indignazione” del “popolo del web”, di quell’articolo abbiamo avuto notizia in molti. Meglio, in troppi.
Suvvia, ragazzi, facciamo un favore a noi stessi: vediamo, ove possibile, di occuparci di cose serie.
E piantiamola, di fare i maieuti con i deliri del primo che passa.

Lettori di serie B

in società by

In estrema sintesi, l’IVA è un’imposta che colpisce il “valore aggiunto”, vale a dire l’incremento di valore che si verifica nel passaggio di un bene o di un servizio da un operatore economico all’altro: poiché, tuttavia, ciascun operatore detrae l’IVA pagata sui propri acquisti da quella addebitata ai propri acquirenti, di fatto l’imposta finisce per gravare completamente sui consumatori finali.
Ciò detto, attualmente in Italia sono in vigore tre diverse aliquote IVA: il 4%, il 10% e il 22%.
Ora voi vi domanderete: stante il fatto che l’IVA viene pagata interamente dai consumatori finali, qual è il criterio in base al quale vengono stabilite le aliquote da applicare ai diversi beni e servizi? Ebbene, in realtà i criteri sono molteplici, ma uno dei più importanti consiste nell’utilità e nella necessità dei beni colpiti dall’imposta.
Le spese mediche, tanto per fare un esempio, sono completamente esenti dall’IVA; scontano l’IVA al 4%, sempre a titolo esemplificativo, una grande varietà di generi alimentari, i libri (qua mettete un asterisco) e i giornali (salvo quelli pornografici, ma su questo ci sarebbe da scrivere un altro post); si passa al 10% per le prestazioni degli alberghi e dei ristoranti, per altri generi alimentari e per determinate operazioni di recupero edilizio; ci si attesta sul 22%, infine, per tutti gli altri beni e servizi. Il tutto, com’è lecito aspettarsi, minuziosamente illustrato in ponderose tabelle nelle quali viene classificato l’universo mondo, dalle “frattaglie commestibili degli animali della specie equina” agli “spettacoli di burattini e marionette ovunque tenuti”.
Ma torniamo all’asterisco di prima.
Come vi dicevo, i libri (peraltro con un meccanismo diverso da quello ordinario, ma con lo stesso effetto finale sui consumatori) scontano l’imposta nella misura del 4%: da ciò dovendosi desumere, evidentemente, che la lettura (tranne quella pornografica, ma questo è sempre quel post che prima o poi scriverò) è considerata un’attività necessaria e utile per gli individui, ed in quanto tale meritevole di essere incentivata attraverso l’applicazione di un’aliquota IVA ridotta.
Senonché, quando la lettura non avviene sulla carta, ma attraverso un lettore di e-book, cambia tutto: i libri elettronici, infatti, scontano l’aliquota del 22%, di tal che si dovrebbe concludere che godersi Calvino col Kindle è assai meno utile, necessario e quindi auspicabile che leggerselo nella (pur sempre affascinante) versione tradizionale.
Dite la verità: non si tratta di una faccenda paradossale? Voglio dire, che senso ha incentivare o scoraggiare la stessa attività a seconda del mezzo materiale attraverso cui viene svolta? E poi, nello specifico, se si ritiene che la lettura sia un genere di prima necessità, perché mai mai penalizzare l’utilizzo di uno strumento potenzialmente idoneo a diffonderla e incrementarla? No, perché per me, ad esempio, ha funzionato esattamente così: da quando ho per le mani un Kindle leggo il triplo di prima, vuoi per comodità, vuoi per ragioni di spazio, vuoi perché posso portarmi in vacanza una biblioteca intera e decidere quello che mi va di leggere a seconda di come mi gira la mattina.
Niente. Quelli come me pagano l’IVA al 22%. E quegli altri al 4%.
Di tal che succedono cose bizzarre: tipo che acquistare un libro di carta, sul quale gravano pur sempre costi materiali di stampa e spedizione, può costare meno che comprare lo stesso libro online e scaricarselo sull’aggeggio apposito. Tutto molto logico, nevvero?
Metteteci il fatto che dalle nostre parti i titoli disponibili in versione e-book sono tuttora pochissimi (a dispetto del fatto che ormai ogni libro, prima di essere tale, è un file, e quindi metterlo in vendita sarebbe facile come bere un bicchiere d’acqua) e ricaverete una conclusione semplicissima: in Italia chi legge gli e-book è un lettore di serie B.
E quindi, lo sottolineo, sono lettori di serie B soprattutto i giovani e i giovanissimi, che sono notoriamente più propensi degli altri a maneggiare dispositivi elettronici e digitali.
Ecco, poi ci si lamenta che i ragazzi non leggono più.

Se questa è censura

in giornalismo/società by

Sarò io, a non capire. Ma più leggo i commenti sul testo del “DDL diffamazione” passato al Senato, meno sono convinto: e dire che scrivo su un blog, ragion per cui la cosa dovrebbe interessare anche (e direi soprattutto, visto che non ho alcuna testata a difendermi) me.
Prendete quello di oggi su Repubblica, ad esempio. Ebbene, tanto per iniziare concordo sul fatto che il carcere per la diffamazione, in effetti eliminato dal DDL, fosse una misura “assurda”; non più assurda, però, di tante altre situazioni per cui il carcere continua e continuerà ad essere applicato senza che nessuno fiati. Voglio dire: non vedo perché sbattere in prigione un giornalista che dà arbitrariamente del pedofilo a qualcuno, tanto per fare un esempio, sia più “assurdo” che metterci uno che ruba un lettore DVD; per non parlare del fatto che in Italia, attualmente, finisce dentro perfino chi ha in tasca qualche spinello, e addirittura chi è clandestino. Ergo: non è che il carcere per la diffamazione sia assurdo perché la diffamazione è un reato meno grave di altri; anzi, se per fare un’ipotesi di scuola dovessi scegliere chi mandare al gabbio tra un diffamatore e uno che si fa le canne, personalmente non avrei dubbi e sceglierei il primo. Magari, e sottolineo magari, i giornalisti si indignassero per tutte le situazioni in cui il carcere è evidentemente spropositato con la stessa forza con cui difendono se stessi.
Ma passiamo oltre.
Ci si stracciano le vesti perché il DDL prevede una multa fino a 50mila euro per la diffamazione “avvenuta con la consapevolezza della falsità“: in parte, se non capisco male, perché la formulazione della norma sarebbe di per sé offensiva (per la serie: come vi permettete anche solo ipotizzare che un giornalista menta sapendo di mentire? Come osate? Mah, come se non fosse mai successo, aggiungerei io, ma lasciamo correre); in parte (e qua uno salta dalla sedia) perché “una multa da 50mila euro rappresenta molto più dello stipendio di un anno di un redattore”, e quindi “una multa così porta necessariamente con sé la censura o peggio l’autocensura”.
No, dico, ho capito bene? Una multa di 50mila euro per chi dà una notizia falsa sapendo che è falsa sarebbe “censura”? Cioè, “censurare” una persona significa punirla se dice consapevolmente bugie? In quale dizionario, di grazia, viene fornita questa definizione? La “libertà di espressione” consiste quindi nel poter dire menzogne sul conto degli altri sapendo di dirle?
Onestamente non lo sapevo: e l’occasione mi è gradita per dichiarare pubblicamente che non alzerei un dito, per difendere una “libertà di espressione” concepita così. Manco il mignolo del piede. E che non troverei niente di scandaloso se simili comportamenti venissero sanzionati con una multa pari allo stipendio di tre, cinque, dieci redattori.
Dopodiché, c’è tutta la faccenda del diritto all’oblio.
Sarebbe “punitivo” nei confronti della stampa il diritto di ciascun interessato a “chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori e dei dati personali trattati in violazione delle disposizioni di legge”.
Punitivo, capito? Se qualcuno ha scritto che Metilparaben chiede il pizzo ai commercianti, e Metilparaben chiede che questa calunnia venga rimossa dai siti internet e da Google in modo che quando qualcuno cerca il suo nome non appaia la parola “estorsore”, questo sarebbe “punitivo” nei confronti dell’informazione. Anzi, sarebbe “un danno epocale alla storia dell’informazione“. Epocale, capito? Alla “storia”, nientepopodimeno, dell’informazione. Bah. E sottolineo: bah.
Non mi addentro, perché non credo di avere tutte le competenze per valutarla appieno, nella questione delle rettifiche: né voglio ignorare il fatto che certe norme possano essere scritte meglio, che vi siano degli aggiustamenti da fare, che alcune parti del DDL possano essere approfondite o addirittura eliminate.
La sensazione di fondo, però, è che parole come “censura” e “bavaglio” vengano usate spesso e volentieri con troppa leggerezza, per non dire con disinvoltura: e che alla base di questa disinvoltura vi sia una nozione di “libertà d’espressione” che reputo quantomeno singolare, per non dire (e stavolta ci sta davvero) “assurda”.
Ecco, io la vedo così, anche se scrivo su un blog: e perciò la questione dovrebbe interessare anche (e forse soprattutto) me.

“Solo la nebbia, avete solo la nebbia (in mente)”

in società by

Vorrei mettervi a parte di questa cosa. Dovete sapere, o voi lettori, che gli autori di Libernazione sogliono comunicare tra loro tramite diversi strumenti di comunicazione. Un po’ così:

L’importante è che si segua il flusso creativo, cioè che non si capisca un cazzo perché tutti dicono la loro nello stesso momento parlandosi addosso. Un po’ così, però rigorosamente a servizio dei Poteri Forti!

Ma questo non vuol essere un post autoreferenziale. No!

Dunque, dovete sapere che chattando in uno di questi posti con Canimorti, che ho appena scoperto che in realtà si pronuncia Canìmorti, siamo finiti a parlare di nebbia. Perché Canimorti è uno che è nato sopra il Tevere e quindi, pur vivendo io a Milano da decenni, per me sopra il Tevere c’è sempre la nebbia (e non chiedetemi di postarvi il video di Totò e Peppino che dicono “a Milano quando c’è la nebbia non si vede”, ché questo non è il Post, cerchiamo di essere un po’ originali, almeno questo).

Ora, la nebbia non ha alcun senso, amici. Parliamone.

La nebbia oscura il sole quando è sereno: che cazzo mi vuol dire che è sereno ma non c’è il sole. O piove o c’è il sole, non è che c’è la nebbia.

Anni fa, comunque, quando frequentavo ancora manifestazioni sportive, mi trovai – assieme ad altri tifosi terroni – a cantare, rivolto a una curva di tifosi del Bologna, un amoeno coro da stadio che fa “Solo la nebbia, avete solo la nebbia, sooloo la neeeeebbiaaa, avete solo la nebbiaaa!“.

I tifosi di Bologna – ma poteva essere qualunque altra città sopra l’equatore italiano, che in Italia passa per Roma – non si scomposero. Iniziarono a cantare, con lo stesso motivetto, “anche il lavoro, abbiamo anche il lavoro, anche il lavooorooo, abbiamo anche il lavoroooo”.

Così, credo sia stata una reazione geniale, davvero. Per quanto quando uno ha il lavoro poi deve lavorare, il che è un inconveniente non da poco.

Ed è così. Questo post non vuol dire proprio un cazzo, Ma ci tenevo comunque a farvelo sapere.

Santé

Quindi i rom vanno eliminati fisicamente

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Io non ho alcun motivo di dubitare che gli episodi lamentati dai cittadini di Borgaro siano tutti -drammaticamente- veri; piuttosto, ho più di qualche motivo per farmi una domanda semplice: perché questi episodi accadono?
Ecco, quando si arriva ai perché cominciano i guai: i rom non si vogliono integrare, è la loro cultura, sono fatti così, sono geneticamente delinquenti, non c’è niente da fare.
Sono questi, i perché più “gettonati” delle persone; e a loro, prima che ad altri, verrebbe da chiedere: a prescindere dai problemi innegabili che, data la situazione attuale, questa gente vi provoca, su quali basi vi siete dati queste risposte? Voglio dire: ci sono degli studi in merito? Esistono delle evidenze, anche lontanamente scientifiche, che le cose stiano davvero in questo modo?
Naturalmente no. Non ce ne sono e non ce n’è neppure bisogno, perché tanto “si sa che è così”.
Quelle risposte, cioè, altro non sono che la constatazione dell’esistente: sono comprensibili perché nascono dal disappunto, dal disagio e dalla rabbia, ma la verità è che non vanno a fondo, non spiegano proprio un bel niente, a meno di non voler decidere che sia tornato improvvisamente ragionevole parlare di razze, di predisposizioni genetiche al crimine, di superiorità e inferiorità declinate su basi etniche e compagnia cantando: roba che appena qualche anno fa ha provocato conseguenze che in questa, e in qualsiasi altra sede, sarebbe mortificante dover ricordare puntualmente.
Ebbene, che certe “non risposte” se le dia la gente, che tra l’altro ha i suoi bei problemi per campare, passi.
Ma che la stessa, identica analisi provenga da chi i fenomeni dovrebbe governarli, vale a dire chiedersene le ragioni vere e cercare di risolverle alla radice, lo trovo assai meno accettabile.
In altri termini e per essere chiaro: ritengo che istituire autobus separati per i rom, a Torino così come in qualunque altro posto, non già come misura emergenziale finalizzata a guadagnare il tempo per implementare le necessarie politiche di inclusione, ma ritenendo che quegli autobus siano essi stessi la soluzione del problema, è letteralmente irresponsabile.
Perché il problema, già lo sappiamo, si inasprirà: così come si è sempre inasprito -e la storia parla fin troppo chiaro- ogni volta che la risposta della politica è stata la segregazione.
Ora, gettando lo sguardo qualche metro, qualche anno in avanti, cosa c’è all’orizzonte dopo i campi e dopo la separazione dei bus? Dove credete che conduca, questa spirale, se non all’unico esito possibile dell’esclusione definitiva, della deportazione, dell’eliminazione fisica? Ve ne rendete conto, sì, che è questo il finale ineludibile che state fabbricando?
Be’, allora abbiate se non altro la franchezza di dirlo: sostenere che i rom non possono essere integrati significa affermare, alla lunga, che vanno eliminati. Oppure estinti sottraendo loro i figli e affidandoli ad altri, che poi è un altro modo per ottenere lo stesso risultato: sopprimere del tutto un’etnia perché si è convinti che sia irrimediabilmente “tarata” in ragione di insuperabili questioni genetiche.
Coraggio, ditelo. Non siate timidi.
Poi, con calma, io vi dirò chi mi ricordate.

Quegli sventurati con l’orologio guasto

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Ce ne sono tanti, sapete?
Apparentemente sono identici a noi, in tutto e per tutto. Voglio dire: lavorano, mangiano, guidano l’automobile, vanno al cinema e si vestono più o meno come gli altri.
Solo che a un certo punto, per una causa che la scienza non ha ancora accertato (forse un virus, forse un difetto genetico), gli si è guastata la parte dell’orologio biologico che misura gli anni: perciò credono di vivere nel 1956, e quindi si comportano di conseguenza, collezionando una serie di mortificazioni che manco ve le immaginate.
Si spaventano molto, ad esempio, quando accendono la televisione, perché ogni volta se l’aspettano in bianco e nero e l’esplosione di colori che gli si para davanti agli occhi li sconvolge; per non parlare della delusione cocente quando si accorgono che neanche quella sera andrà in onda “Primo applauso”, quel bel varietà condotto da Silvio Noto, ma trasmissioni indecifrabili col titolo in inglese (“sai chi parlava l’inglese, caro? Quel tuo cugino coi capelli rossi, che bravo che era!”) o programmi confusionari presentati da un certo Carlo Conti.
Il dramma è agghiacciante, e va in scena praticamente dappertutto: impiegano ore a trovare la macchina perché credono di avere Prinz, chiedono informazioni ai passanti per trovare negozi che non esistono più da anni, si congratulano col collega di lavoro perché prenderà l’aereo (“lei ha un bel coraggio: io la capisco, sa, avevo un cognato aviatore”), si incazzano quando sentono il vicino che telefona perché sono convinti di avere ancora il duplex, usano parole e sigle desuete (“amore, dobbiamo scrivere alla SIP, queste bollette sono sempre più alte”), si confondono nei supermercati perché non trovano l’Idrolitina, chiedono scusa quando pronunciano parole come “sciocco”, se la prendono molto a cuore per concetti come la verginità, la convivenza more uxorio e le gonne troppo corte, utilizzano locuzioni desuete come “fare all’amore”, si meravigliano quando vedono un “calcolatore” (“scusi, non vedo le schede perforate, dove le tenete?”), chiamano “capelloni” i cantanti rock e vanno a protestare alla scuola dei figli perché l’insegnante è gay.
Ce ne sono tanti. Più di quanti immaginiate.
A me fanno una tenerezza infinita, perché, povere stelle, dev’essere durissimo essere costretti a campare in un’epoca che non si capisce per niente.
Fatemi un favore: se ne incontrate uno non lo prendete in giro. Non lo discriminate. Siate delicati e accoglienti.
E proprio se vi viene da scompisciarvi, fatelo solo se siete sicuri che non vi veda.

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