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Dimissioni dall’umanità

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Possibili definizioni della parola “umanità”:

Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini“, “Sentimento di fratellanza e solidarietà fra le persone; capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri“; ma questa, nella sua forma dubitativa, è la mia preferita: “Complesso di doti e sentimenti solitamente positivi che si ritengono propri dell’uomo e lo distinguono dalle bestie“.

Farsa – Sono giorni che, facendo semplici ricerche su Google o sui social network, ottengo dei risultati in grado di farmi passare ogni briciolo di speranza nel genere umano. Cominciamo? Rispondendo ad alcuni partigiani, desiderosi di rimuovere l’obelisco mussoliniano del Foro Italico, Laura Boldrini ha proposto di limitarsi ad un ritocco al monumento, ovvero alla rimozione della scritta “Dux”. Risultati della ricerca Google “Obelisco Dux Boldrini”: l’orrore. La prima occurrency richiama una dichiarazione di Matteo Orfini, secondo cui la scritta deve restare dov’è. Il suo ragionamento è, su per giù, il seguente: la storia non si può cancellare (anche quando è profondamente imbarazzante e lorda di sangue?), e che in ogni caso ormai i valori antifascisti sono iscritti con marchio a fuoco nell’anima di tutti gli Italiani, in quanto presenti nella Costituzione. Ah, per chi non l’avesse capito – in effetti non è immediato – Orfini è deputato e presidente del Partito Democratico. Il link de “Il Tempo” recita sobriamente “la talebana Boldrini: via ‘Dux'”. Ovvero, discutere della rimozione di una scritta infame che celebra un orrendo tiranno equivale a comportarsi come un estremista islamico pronto a distruggere a cannonate i Buddha di Bamiyan. Chiude la parata Lettera 43: “Boldrini iconoclasta“: qui il pensiero della presidente della Camera viene equiparato alla dottrina che, nell’VIII e IX secolo, riteneva inaccettabile (in quanto sacrilega) la rappresentazione artistica di Dio. Capito? Nell’inconscio di molte, troppe, persone, il Duce è oggetto di un culto religioso, meritevole di una qualche forma di rispetto. Molto bene. Concludiamo con il rutto scritto di Sgarbi, che dà dell’ignorante alla Boldrini, facendo leva sulla seguente, ficcante argomentazione: “La scritta Dux è come quelle lasciate dagli studenti sessantottini sui muri“. Ora, a parte che vorrei sapere quante scritte a spray vergate dai miei parenti sessantottini sui muri di Valle Giulia siano sopravvissute ai nostri giorni, vi do il benvenuto nella solita caciara qualunquista all’italiana: iniziative individuali equivalgono a crimini di stato, destra e sinistra sono la stessa cosa, signora mia non ci si capisce più niente eccetera eccetera. Viene da concludere (qualunquisticamente?) che ogni paese ha gli “intellettuali” che si merita.

Dramma – Fa rabbrividire il modo in cui è stata recepita e commentata la notizia della tragedia del barcone di profughi rovesciatosi nella notte tra sabato e domenica al largo della costa libica, uccidendo tra le 700 e le 900 persone. Ad aprire le danze la troll ufficiale della destra, Daniela Santanché, la quale di fronte all’enormità di quanto accaduto, invita il presidente del consiglio ad “affondare le navi di migranti“. Si usi dunque la forza militare per uccidere attivamente, anziché accontentarsi di una politica che fa semplicemente crepare la gente per disinteresse.

tragediamigranti
grazie a Chiara Spano, dal cui feed Facebook ho preso questo printscreen

Prima di correre ad esecrare questa persona e concludere che si tratti di una squilibrata incapace di qualsiasi forma di empatia – in breve, di una persona malata, incapace di intendere e di volere, osserviamo sui social network come reagisce alla notizia la “gente normale”: “meno male, 700 parassiti di meno“, “il peccato è che ci sono dei superstiti“, “più ne muoiono, meglio è. Questi crepano e io apro un buon vino per festeggiare“. Dove si leggono, queste schifezze? Forse dalla pagina Facebook di un’organizzazione neonazista? No, da quella del quotidiano borghese Il Messaggero la cui imbarazzata redazione, come segnala Mazzetta, si è perfino sentita in dovere di scrivere qualche battuta sull’invasione di liquami prodotti dai suoi lettori, senza peraltro specificare che erano stati depositati proprio sulla pagina ufficiale del giornale. I lettori de Il Messaggero, direi persone normali, con famiglia, gente che porta a scuola i figli la mattina prima di andare al lavoro. Ma piena d’odio. Esemplare il caso di un’anziana signora (“pensionata curiosa”, si definisce) che risponde al tweet con cui Il Fatto Live annuncia la strage con un agghiacciante “Non ci credo… troppo bello per essere vero“. Scorrendo il suo feed di Twitter ci si imbatte in post che linkano su foto di animaletti pucciosi, opere artistiche, orchidee rare. Una persona “normale”, diremmo perbene quasi, ma no.

So bene che il mio orrore è improduttivo quanto l’odio di questi commentatori folli di Facebook, ma ne sono fiero e me lo tengo stretto. Lo considero, tutto sommato, un segno di equilibrio psichico.

Ansia urbana 3

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I’m a reasonable man. Get off my case“. Qui dentro non si respira: come da diversi giorni a questa parte, anche oggi la Metro B arriva a Piramide quando ne ha voglia. C’è il tabellone dei tempi di attesa, ovviamente truccato: per un bel po’ resta nero, poi, dopo un diciamo 3 / 4 minuti di ostinato silenzio, ci dice che mancano 8 minuti al prossimo treno – in questo modo, se e quando qualcuno si degnerà di fare un po’ di benchmark sulla qualità del (dis)servizio di trasporto pubblico romano non troverà mai picchi più alti di 8 minuti – che geni, eh?

La sensazione è di sconforto e frustrazione, un po’ come quando, sul Roma – Padova mi è venuta una colica renale. Dopo un po’ di manovre e dopo aver dovuto esercitare un po’ di pressione fisica sul muro pulsante che tende a respingermi sulla banchina, sono dentro. Incazzato, in mezzo a migliaia di altri esseri umani variamente incazzati, guardo di traverso i coglioni che abbracciano i mancorrenti, i timidi che non vogliono proprio spostarsi in un’area che non sia a 10 centimetri dalle porte, gli imbecilli che entrano con lo zaino sulle spalle sui cui ragazze raffreddate spalmano cucchiaiate di muco nasale.

Ogni tanto mi perdo a guardare i loro capelli – non cessano di stupirmi i risultati delle mie mini-statistiche su quante persone (uomini e donne) escano di casa senza essersi fatte uno shampoo. “Datemi il superfluo, farò a meno del necessario“: deve essere questa la massima che avevano in mente questi fenomeni dell’ATAC quando progettavano i nuovi convogli; non ci viene concesso il diritto a spostarci in modo dignitoso – per la verità non ci è concesso di essere dignitosi, e spesso siamo proprio noi quelli privi di dignità, vedi alla voce Scureggiatore Misterioso – ma in compenso possiamo contare su un piccolo televisore sistemato in corrispondenza delle porte. Sono perso in pensieri vagamente criminali, la rabbia (esistenza, lavoro, vita in generale, “va tutto bene, ma io sono morto”) mi risale acida come un reflusso gastrico, mentre istintivamente guardo lo schermo senza attenzione: mi rimangono impressi solo gli spot di ristoranti giapponesi all-you-can-eat a quote sospettamente basse. Ma ecco che sul display appare un cartone animato che ha come protagonista un ladruncolo, rappresentato come un tizio magro, alto e un po’ curvo, vestito con una tuta nera, una mascherina sugli occhi. Una bojata immonda, che ricordo di aver già visto in precedenza sugli altrettanto inutili schermi installati sugli autobus.

La storia. Al ladruncolo ne capitano di tutti i colori, è talmente malaccorto e sfortunato che tutte le sue imprese criminose sono destinate al fallimento. L’episodio (diciamo così) che ho visto ieri merita un premio speciale, però. Il ladro punta un signore vestito in abiti eleganti ottocenteschi, redingote e cilindro inclusi; si impadronisce in qualche modo del suo portafoglio: invece di concentrarsi su denaro e valori, il nostro sciocco protagonista consulta la carta d’identità della sua vittima, scoprendo che di nome fa “Jack” e di congnome “Lo Squartatore“, nato non-so-dove nel 1842. Un attimo dopo il derubato afferra il ladro per il collo. Sipario. Il mio problema, che ormai assomiglia ad una perversione, è che in questa merda io mi sforzo di vederci un senso. Lo so, è un atteggiamento assurdo, essendo lampante che questo cartone è il parto di qualche “creativo” fallito e raccomandato che campa con i soldi delle mie tasse. Ma io insisto: qual è il senso di questa cosa? Davvero. Avrei capito se si volesse dare l’idea che il crimine non paga, che l’ATAC, la polizia e in generale le autorità vigilano costantemente sull’incolumità dei cittadini… Ma il messaggio trasmesso da questo prodotto inutile, realizzato in modo sciatto da qualcuno asfissiato dalla mancanza di idee, sembra piuttosto: il comportamento criminale paga fino a quando non interagisce con una condotta ancor più criminale. Ripensandoci, penso che l’animazione rappresenti perfettamente la mia città.

Abercrombie And Fuck

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Lo ha spiegato chiaro e tondo lo stratega della vendita al dettaglio Robin Lewis su International Business Times: il marchio fighetto Abercrombie & Fitch ha fatto la deliberata (ed ora esplicita) scelta strategica di escludere le persone sovrappeso (in particolare le donne) dai suoi negozi . Ci rincoglioniscono da anni con l’immane scempiaggine secondo cui oggi chi vende merce non deve vendere cose, ma emozioni, sensazioni, un mondo ideale, uno stile di vita apparentemente elusivo eppure relativamente abbordabile – basta metter mano al portafoglio.

Tanto ci hanno martellato con questa idiozia, che cominciamo a crederci sul serio: la pomata anti-emorroidi marca Lapo è quella che usano i VIP, per cui sono disposto a spendere il 200% in più del valore industriale del prodotto pur di sentirmi rinfrescato nelle mie parti private con lo stesso “stile” di un bamboccio dotato del QI di una mucca ubriaca. Finora l’uomo della strada ha consapevolmente accettato il patto con il piazzista che promette di fare di te un tipo “cool” – anche se fai schifo, a dispetto della pancetta, delle occhiaie e delle vibrazioni assai poco rassicuranti che ti restituisce lo specchio del negozio, occupato manu militari dall’immagine del tuo culo impietosamente inguainato in jeans skinny pesca a vita bassa (in  cotone biologico).

Oggi abbiamo scoperto che Mike Jeffreis, il vispo e plasticoso CEO di A&F, ha fatto un passo in più. Non ti ha lasciato intendere che, mettendoti nelle sue mani diventerai figo/a… troppo facile. Lui vuole proprio una selezione all’ingresso dei suoi negozi; insomma, mentre gli altri brand ti fanno sentire inadeguato, ma poi chiudono un occhio anche se non sei perfetto (basta che paghi), Jeffreis i soldi dei ciccioni o degli uomini sulla quarantina senza addominali a tartaruga non li vuole proprio.

Lo abbiamo scoperto oggi, anche se in un’agghiacciante intervista del 2006 a Salon, Jeffreis aveva detto senza mezze misure che quello che aveva in mente era un marchio destinato alla declinazione pop della Hitler-Jugend:

In tutte le scuole si trovano i ragazzi fighi e che godono di grande considerazione; e poi, naturalmente vi sono quelli che non lo sono poi tanto. Ecco, senza falsi pudori, noi cerchiamo di intercettare i primi. Vogliamo il giovane americano al 100%, attraente, talentuoso, pieno di amici. Un mucchio di gente semplicemente non c’entra niente con i nostri vestiti, né è possibile ci abbia mai a che vedere. Siamo elitari? Senza dubbio“.

Mentre mi divertivo a leggere le minchiate di questo ratto, mi sono venute in mente le parole con cui Marilyn Manson, alla festa per gli MTV Awards (4 settembre 1997), arringò la folla :

Cari compatrioti americani: non saremo più oppressi dal fascismo della Cristianità! E non saremo più oppressi dal fascismo della bellezza. Vi vedo lì sulle vostre sedie a fare del vostro meglio per non apparire brutti, ad adoperarvi per non apparire fuori posto, a mettercela tutta per aprirvi la strada che vi condurrà al paradiso… ma permettetemi una domanda: davvero volete andare a finire in un posto che è pieno di pezzi di merda?“.

E poi c’è gente che insulta il Reverendo, sostenendo che è un fenomeno da baraccone. Lucido è stato, altroché. E ora provate ad immaginare a giustapporre le parole di “The Beautiful People” agli esemplari da fiera campionaria della carne umana “light” che animano le campagne di A&F.

Tra i tanti che si sono stracciati le vesti per quella che in fin dei conti è la schietta esposizione di una strategia di vendita esplicitamente basata sulla discriminazione, vi è lo scrittore Greg Karber, il quale, in un video, divenuto rapidamente virale su YouTube, invita i giovani a consegnare alla associazioni di volontariato i propri capi A&F, in modo tale che questi finiscano per essere indossati da barboni, alcolizzati e homeless. Un tentativo di rebranding sarcastico di A&F, che, pur essendo suggerito da ottime intenzioni, io giudico reazionario e razzista. La sua condotta Karber, diretta a stigmatizzare gli eccessi del mondo della moda e del consumismo più deleteri, finisce per convalidare una visione della società piramidale: al top i giovani bene tanto cari a Jeffreis, in fondo, gli homeless, i “perdenti”.

Il paradosso è che, per contestare un ordinamento iniquo, egli finisca per ricorrere ad una implicita approvazione dello status quo. Gli homeless, i “miserabili” di Skid Row ripresi mentre ricevono capi firmati A&F sono usati come una clava da sbattere sulla grottesca faccia Jeffries. E’ come se Karber avesse detto a Jeffreis: così ha deciso di vestire l’élite? Adesso ti faccio vedere io: faccio usare gli abiti che produci alla feccia della società”. Tutto questo dimostra che personaggi come Jeffries sono un po’ come Berlusconi: una volta che ci hai avuto a che fare, non te li scordi più e, piaccia o no, sei costretto a farci i conti. Mentre naturalmente con il suo virus degrada ogni cosa intorno a te, perfino i tentativi di opposizione.

 

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