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Halloween, Hollywood e altri Horrori

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Da bravi satanisti, gli autori di Libernazione passeranno la notte di Halloween tra orge sfrenate e libagioni a base di sangue di vergine. In questa occasione vorrei però ricordare come molte delle creature spaventose che popolano i nostri incubi siano in realtà il prodotto della fantasia hollywoodiana, se non nel contenuto perlomeno nella forma. A seguire dunque, un breve elenco della “vera” natura dei più famosi protagonisti dell’orrore – al netto delle peggio americanate.

 

Vampiro

Il vampiro è forse la creatura che ha subito maggiormente l’influenza del cinema americano. Il Nosferatu succhiasangue e vulnerabile alla luce non è infatti altro che una rielaborazione estremamente moderna di una categoria ben più antica e variegata a diffusione pan-europea. Con questo termine si indica infatti in maniera generica individui provenienti dall’aldilà che si nutrono di una qualche essenza umana (non necessariamente sangue), la cui pericolosità deve essere mitigata da precise pratiche rituali. Le testimonianze più antiche al riguardo si trova nopresso i Boi, tribù celtica stanziata nell’attuale territorio emiliano, i quali erano soliti seppellire i morti considerati “pericolosi” (quelli cioè suscettibili di ritornare dalla morte a tormentare i vivi) con gli arti legati o la testa staccata dal corpo. Tali costumi e credenze rimasero in uso in tutto il continente almeno fino al XVIII secolo (celebre è il caso dell’epidemia di vampiri nei Balcani a cui dovette interessarsi l’imperatrice Maria Teresa d’Austria stessa). Persino la rivisitazione più famosa del mito del vampiro, quella del Dracula di Bram Stoker, è stata ampiamente travisata dall’immaginario contemporaneo: il conte transilvano del romanzo sopravvive benissimo alla luce del sole (anche se indebolito), non dorme necessariamente in una bara, bensì nella terra natale da cui trae forza, e teme particolarmente le collane di… fiori d’aglio – il solo bulbo sarebbe infatti del tutto inutile.

 

Frankenstein

Scordatevi l’immagine dell’omone stupido con la faccia verde e i chiodi piantati in testa così cara all’interpretazione di Boris Karloff degli anni ‘30. La Creatura nata nel 1818 dalla penna di Mary Shelley è un essere estremamente intelligente, benché orribile d’aspetto, che decide di perseguitare il suo creatore, il ginevrino dottor Frankestein (francofono, e non di lingua tedesca come comunemente rappresentato), dopo aver preso coscienza della malvagità della propria natura, semplice riflesso del corrotto animo umano. Pare che la moglie del poeta Shelley, per realizzare la figura dello scienziato pazzo che tenta malamente di imitare il potere di Dio, si sia ispirata  al naturalista reggiano Lazzaro Spallanzani, (proto-)scienziato mattacchione dell’epoca che si divertiva a unire parti di animali diverse per far credere di aver scoperto nuove specie.

 

Zombie

Ovviamente in principio furono Romero e La notte dei morti viventi, il cui canone è rispettato dalla quasi totalità delle opere di fantasia a tema zombie. Tuttavia, la vera genesi dei morti-che-camminano è legata ai culti sincretici del mondo caraibico afro-americano, in particolare voodo e santería. Lo zombie in questo contesto è un essere umano assolutamente vivente ma svuotato dei suoi attributi interiori (intelligenza, spirito o anima) attraverso pratiche di stregoneria. Sebbene questo genere di magia sia piuttosto diffusa in vari continenti, ad Haiti la portata di tale fenomeno ha assunto in passato una vera e propria dimensione politica: si dice che tra gli anni ’50 e ’60 il dittatore dell’isola François Duvalier abbia fatto uso di incantesimi per “zombizzare” parte della popolazione e obbligarla a lavorare in condizioni di schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero. Si è in seguito ipotizzato che questa passività fosse indotta fisiologicamente dall’utilizzo mirato di una tossina ricavata dal pesce palla. La figura dello zombie è stata dunque fonte di ispirazione per metafore politiche ben prima degli sviluppi hollywoodiani, mentre tutto il discorso legato a cannibalismo e consumo smodato di carne umana rimane appannaggio dell’immaginario cinematografico contemporaneo.

 

Lupo Mannaro

Miti universalmente diffusi trattano della trasformazione di uomini in animali, anzi, per meglio dire il travestimento di uomini in animali (o viceversa): solo gli dei hanno infatti la capacità di assumere concretamente i tratti di creature di altre specie, mentre gli esseri umani possono tutt’al più vestire o svestire magicamente le pelli di bestie di varia natura. Stesso discorso per il licantropo del mondo europeo, in origine semplice vestizione sovrannaturale di guerrieri valorosi versati nelle arti della stregoneria. Anche l’elemento lunare è frutto di una sovrapposizione successiva: non ci sono condizioni particolari per la trasformazione del Lupo Mannaro del folklore europeo (e non); tuttavia, il satellite della Terra funge da catalizzatore magico negli antichi culti di Ecate-Artemide-Diana, divinità ambivalente legata alla caccia e ai sabba notturni spesso evocata fino alla più tarda Modernità. L’argento necessario a uccidere il mostro costituisce probabilmente un’ennesima aggiunta hollywoodiana, sebbene questo materiale abbia virtù particolari e sia considerato tabù da diverse popolazioni (ad esempio i Rom).

 

Fantasma

In questo caso il colpevole è forse il buon vecchio Bill Shakespeare, primo artefice dell’immagine moderna dell’anima dannata che si aggira lamentosa sui merli del castello. Eppure, il fantasma del teatro elisabettiano porta ancora in sé il marchio dell’Antichità: gli spettri shakespeariani sono infatti apparizioni che servono a guidare l’eroe tra passato e futuro, proprio come il phàntasma del mondo ellenico, più profeta di origine quasi divina che vera e propria creatura dell’orrore. Ci penseranno poi scrittori e poeti del Romanticismo a marcare ulteriormente la natura spaventosa e molto spesso maligna di tali entità, e nel XIX secolo fioriranno vere proprie scienze legate all’occulto e al mondo dei morti. Non bisogna tuttavia sottovalutare l’influenza giapponese nell’immaginario contemporaneo occidentale: il panteismo shintoista è stato veicolato in Europa e in America grazie al cinema del Sol Levante, attraverso trasposizioni filmiche e remake di diversa fattura e qualità. Quel che rimane della cultura giapponese, nonostante le innumerevoli traduzioni, è l’idea di un mondo completamente popolato da spiriti capaci di animare cose e oggetti, dalla sedia a dondolo alla bambola dal sorriso inquietante.

 

 

 

Les Revenants: il ritorno dei ritorna(n)ti

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In francese, il termine “revenant” indica, in maniera generica, un’entità proveniente dal mondo dei morti. La parola può infatti riferirsi indifferentemente a creature malevole o benigne, ectoplasmi innocui e senza voce, spettri infestanti, vampiri o, persino, zombie. Ed è proprio a partire da questa ambiguità etimologica che Les Revenants, serie televisiva francese apparsa per la prima prova sui canali d’Oltralpe nel novembre 2012, costruisce un intreccio tanto appassionante quanto difficilmente inquadrabile in una categoria specifica.

I protagonisti della storia, persone decedute che ritornano “in vita” così sconvolgendo vite e destini degli abitanti di un’anonima cittadina sulle Alpi, camminano sul confine incerto tra horror e racconto drammatico, romanzo gotico e zombie movie americano: ora sono normali esseri umani coinvolti dal vortice delle passioni, mangiano dormono e fanno l’amore, il momento dopo sono mostri deturpati da piaghe purulente e arti in cancrena, e un attimo dopo ancora sono creature inquietanti a metà tra il demoniaco e l’angelico, freaks dotati di poteri paranormali e capacità profetiche. Molti di loro sono confusi, e ancor più confusi sono gli “altri”, i viventi, invischiati in storie familiari, drammi d’amore e oscuri segreti del passato che credevano ormai sepolti: i morti in vita fanno un gran casino per il solo fatto di essere ritornati, figurati se ci aggiungi pure la carta esoterica, il mistero nel mistero.

Anzi, i morti non sono ritornati, stanno ritornando. La goffa traduzione del remake americano realizzato quest’anno per il pubblico anglofono, The returned, non restituisce la continuità del participio presente dell’originale francese: quello dei “ritornanti” è un processo in corso per tutta la prima stagione, un vero e proprio incipit d’Apocalisse in cui i primi defunti escono dalle loro tombe per annunciare la venuta di molti altri, l’approssimarsi inquietante di un’orda di non-morti. D’altronde, l’elemento biblico ed escatologico è fortemente presente nell’opera, un aspetto che getta nello sconforto i protagonisti e crea ancor più confusione nello spettatore: siamo di fronte alla resurrezione dei morti alla Fine dei Tempi, o a una rivisitazione europea del classico di George Romero?

L’horror caciarone americano sfuma dunque nell’introspezione esistenziale del Vecchio Continente; la cifra stilistica per eccellenza del cinema francese, la LENTEZZA, contribuisce a fare delle serie un vero e proprio stravolgimento di genere: laddove ci aspetteremmo urla, fughe deliranti, telecamere impazzite e sangue a fiotti, abbiamo lunghi silenzi, inquadrature di paesaggi, primi piani dei volti (bellissimi) dei personaggi e persino qualche lacrimuccia. Il risultato, inaspettatamente, è lungi dall’essere pedante – merito anche della buona scrittura dell’ideatore della serie, Fabrice Gobert, e del  co-sceneggiatore Emmanuel Carrère, noto romanziere.

Un prodotto a tratti eccellente che  sul finale della prima stagione (parliamo di sedici episodi da cinquantadue minuti l’uno) soffre, sfortunatamente, di quella maledetta patologia catodica nota come “sindrome di Lost”: della miriade si segreti, enigmi e misteri che si accumulano di puntata e puntata, alla fine non ne viene chiarito manco uno. Non che ci si aspettasse il manuale di istruzioni per una storia che punta tutto sul fascino etereo dell’Inconoscibile, eppure il gusto manierista del mistero per il mistero – à la J. J. Abrams – sfrutta in maniera un po’ vigliacca l’ovvia curiosità dello spettatore avido di risposte. Della serie: “Vuoi saperne di più? Ti aspettiamo alla prossima stagione.”

E così, tre anni dopo la messa in onda del primo episodio, eccoci qua ad attendere con sciocca speranza la seconda stagione, in debutto stasera (28 settembre) sulla rete francese Canal+ e domani sera in Italia su Sky Atlantic. Risposte alla marea di quesiti della prima parte della storia temo non ne avremo, tanto più che l’attrattiva della serie verte, in buona parte, sul disorientamento provocato dall’apparente mancanza di logica nella costruzione dell’intreccio. E se i produttori francesi conoscono la triste lezione Twin Peaks, dovrebbero sapere che non c’è niente di meglio (o peggio) per affondare una serie che rivelare chi ha ucciso Laura Palmer.

Staremo a vedere. D’altra parte, quando i morti ritornano è davvero difficile rimanere indifferenti.

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