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Herzog e i vulcani: vita, morte e natura

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Era il 1976 quando, nell’isola di Guadalupa, fu dato ordine di evacuazione immediata a causa del vulcano locale, La Soufrière, il quale minacciava di eruttare sommergendo l’intero luogo (e la sua popolazione).

L’evacuazione era stata la soluzione finale di un’accesa diatriba che si era disputata fra gli scienziati Claude Allègre

Non sono un serial killer

e Haroun Tazieff.

Scusa se sono un figo

Il primo, agitatissimo, aveva convinto il prefetto dell’isola ad evacuarla completamente, cosa che alla fine fu fatta, almeno in parte: circa 75000 abitanti furono costretti ad abbandonare le proprie case, in vista del disastro che si prospettava. Di questa opinione però non era Tazieff, al quale poi la storia avrebbe dato ragione. Difatti la catastrofe non ebbe mai luogo, e pian piano, dopo un po’, l’isola tornò alla vita di tutti i giorni.

Noi però sappiamo che questo evento portò zio H. più vicino di quanto non avrebbe dovuto al vulcano attivo, generando quello che sarebbe diventato uno dei suoi documentari più famosi, La Soufrière. Ai più potrebbe non dire nulla, ma rimane in ogni caso un documento di straordinaria autenticità e bellezza, e, se il vulcano fosse esploso sommergendo i  dintorni dell’isola, la testimonianza di Herzog della città di Basse-Terre a oggi sarebbe l’unica che ci rimane.

Torniamo ai vulcani.

Nel 2007 sarebbe poi uscito Encounters at the End of the World, film in cui Herzog non aveva alcuna intenzione di parlare di vulcani, ma, come spesso accade nei suoi documentari, era partito per la tangente. Mentre filmava la vita degli scienziati sulla stazione McMurdo in Antartide, era rimasto affascinato da alcuni vulcanologi e dal loro lavoro: lì aveva conosciuto lo scienziato e vulcanologo Clive Oppenheimer, con cui aveva fatto amicizia. Clive e i suoi colleghi avevano spiegato a zio H. i rischi del loro lavoro, e cosa comportava stare all’aperto in giornate in cui la temperatura arrivava a -32°, mentre accanto a loro c’era il monte Erebus, uno dei pochissimi vulcani attivi al mondo il quale, se guardato dall’alto, mostra direttamente la lava.

Clive Oppenheimer e Werner Herzog in Encounters at the End of the World, 2007

L’incontro con Clive non sarebbe rimasto un semplice “ciao, come ti chiami”, ma avrebbe portato, dieci anni dopo, alla realizzazione di un altro documentario, questa volta direttamente dedicato ai vulcani, Into the Inferno, in cui Herzog, insieme al suo amico (che lo ha anche aiutato nelle riprese) si gira Indonesia, Islanda, Corea del Nord ed Etiopia esplorando una delle più grandi risorse e insieme pericoli del nostro pianeta.

Into the Inferno è un film molto più maturo del predecessore La Soufrière. Al di là del fatto che il suo gemello del 1977 era stato girato in pochissimo tempo (giusto per non rischiare di morire in mezzo ai lapilli) e che dura soltanto 30 minuti, La Soufrière affronta la conoscenza dei vulcani da un punto di vista meramente distruttivo. Sappiamo quando a zio H. piaccia l’idea dell’inevitabilità della morte, della violenza della natura e del suo essere per certi versi indecifrabile, e nel film del 1977 i suoi pensieri vengono fuori in modo molto chiaro: avrebbe dovuto essere l’ultima testimonianza di un disastro annunciato ma inesorabile, tanto più che H. e la sua troupe avevano incontrato ben tre persone che si erano rifiutate di lasciare le proprie case, adducendo come motivo comune “la morte si può solo rimandare, ma non evitare”.

In Encounters, invece, i vulcani solo un piccolo contorno, ma è proprio Clive, in un dialogo con Herzog, a esprimere un concetto fondamentale, che in un certo senso celebra la vita: vale la pena mettere la propria in pericolo per studiare un vulcano? La risposta naturalmente è negativa: Clive racconterà (dieci anni dopo) che inizialmente, conoscendo la fama di Herzog, aveva avuto paura che il regista gli avrebbe chiesto di scendere il più vicino possibile alla lava in nome del cinema. Ma poi aveva capito che Herzog, in realtà, dava più valore alla vita di quanto non volesse lasciar intendere nei suoi film.

Noi lo conosciamo come un regista che parla di grizzly assassini, di vampiri, di solitudine dell’uomo e chi più ne ha più ne metta, ma in Into the Inferno emerge più chiaramente il lato più, per così dire, “ottimista” di zio H. I vulcani rappresentano due facce della stessa medaglia: la vita e la morte. Per alcuni sono assimilabili a un dio, da onorare e rispettare, per altri una ragione di studio e di vita; in Corea del Nord addirittura il monte vulcanico Paektu è venerato dall’intera popolazione, citato nel loro inno nazionale e considerato un luogo di culto, in quanto, secondo una nota leggenda, sarebbe il vero luogo di nascita di Kim Jong-il.

Ed è in Etiopia, alle pendici del vulcano Erta Ale che alcuni paleontologi cercano instancabilmente e trovano nella terra tracce dei nostri progenitori: non dimentichiamoci che i terreni vulcanici sono fra i più fertili al mondo, quindi ha perfettamente senso che ci fossero insediamenti più vecchi di quanto non possiamo immaginare.

Ma non disperate: naturalmente il vecchio zio H. non ci risparmia la parte in cui ci racconta e fa raccontare cosa rappresenti per la vita l’eruzione di un vulcano, chiudendo anche il film con il capo del villaggio Endu, situato nell’arcipelago di Vanuatu, che spiega cosa pensa succederà alla fine dei tempi: sarà il vulcano a distruggere tutto, il vulcano che condannerà la razza umana, quello del villaggio di Endu e tutti i vulcani presenti sulla superficie terrestre. E vai.

Insomma, il cerchio si chiude.

La “trilogia dei vulcani” la reperite facilmente: La Soufrière è disponibile su youtube, Encounters at the End of the World ve lo potete comprare su Amazon (sempre dare soldi a Herzog, in tutte le occasioni) e Into the Inferno lo trovate pure su Netflix.

JJ

Lo and Behold: le aspettative di una fan

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Ciao.

Quando mi hanno detto che sarebbe uscito un nuovo documentario girato da Herzog, ho attraversato tre fasi: l’esaltazione, l’attesa spasmodica e le aspettative.

Naturalmente, adesso che sta per uscire, sono nella fase tre. E mi sono chiesta cosa possa scaturire da un documentario dello zio H. che, entrato nel settantacinquesimo anno di età, decide di parlare di internet. Uno che non ha nemmeno lo smartphone, uno che

Dunque.

1.Sarà un film epico

Stiamo parlando di internet, la piattaforma sulla quale ogni giorno puoi scegliere quale video di gatti guardare e di Herzog, uno che per non scendere a compromessi con una nota casa di produzione cinematografica ha fatto passare una nave da un lato all’altro di una montagna. Sono abbastanza certa che H. inserirà musiche altisonanti e ci farà vedere le immagini dello spazio, tipo “l’uomo è solo,  ma c’è internet con lui”.

2. I commenti del regista

Già dal trailer si possono sentire due o tre frasi che rendono l’idea di cosa sia un documentario girato da Werner Herzog: normalmente infatti nei documentari i registi sono restii a dare la propria opinione facendo sentire la propria voce. Herzog no: lui usa il cinema documentario quasi come una specie di diario personale, e se vuole dire una cosa, la dice. “Per adesso -sentiamo dire a uno scienziato nel trailer del film- non riusciamo nemmeno a mandare un singolo uomo su Marte” ma Herzog lo interrompe: “Io verrei”, dice, “non avrei alcun problema.” Non vedo l’ora di sentire il resto.

3. Solitudine e ansia

H. non perderà occasione per ricordarci di quanto siamo soli, tristi e senza speranza. Anche con i video dei gatti a disposizione.

4. Insegnamenti di vita, riflessioni, viaggi mentali

Se c’è una cosa che ho imparato guardandomi i documentari di zio H. è che poi si riflette su tutto ciò che ne concerne, e oltre. Inizi a pensare “diamine, ha ragione”, e parti per la tangente riflettendo su cos’è la tua vita, su come l’argomento si riflette sulle tue azioni, sulle tue opinioni, e finisci a piangere sotto la doccia per fare finta che sia solo acqua.

5. Me lo devo riguardare

Quando si finisce di vedere un documentario di Herzog, la prima cosa che viene in mente è “ok, probabilmente ho assorbito solo il 15% di quello che mi voleva dire”. Ed è esattamente così: sono talmente pieni di roba che è impossibile percepire tutto subito.

6. Casa

Guardarsi un documentario del genere deve essere un’esperienza che ti fa sentire a casa tua, con un signore gentile che ti spiega le cose e ti invita pure a rispondergli quando fa una domanda. E tu gli rispondi, perché veramente sembra che sia lì seduto accanto a te. Poi la gente al cinema si gira e tu pure ti giri scuotendo la testa, “ehhh, lo fanno, lo fanno.”

Sono molto emozionata. Evviva il 2016.

 

JJ

 

Le Appassionanti Avventure di Zio Herzog

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JJ: Zio W, tu che sei un uomo di mondo. Saprai anche sparare, no?

W: Io le armi le odio. Lo sai che mi hanno sparato, no?

JJ: Sì, la so a memoria quella storia lì. Ma tu, tu sai sparare?

W: Mai imbracciato un’arma in vita mia.

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W: Tecnicamente non è proprio una pistola.

JJ: Vabbè, dai, su. Mi pare che hai pure minacciato Kinski con un fucile, no?

W: IO?! Mai successo.

JJ: Ma io l’ho scritto.

W: L’ho letto. Non aiuta ad accrescere la stima che ho di me stesso; e poi il fucile era nella jeep, mica glielo puntavo contro.

JJ: Vabbè, ma quando eri piccolo se non sbaglio hai vissuto nella Baviera occupata dagli americani, no? Avrai quindi avuto a che fare con dei fucili, robe del genere…

W: Questa cosa non sembra farina del tuo sacco.

JJ: Ti sbagli. Io conosco la storia.

W: L’hai letto su wikipedia?

JJ: Non tergiversare. Comunque sì, l’ho letto su wikipedia. A scuola non stavo mai attenta, mi piaceva disegnare sul banco invece di ascoltare.

W: Mi pareva. No, comunque calcola che quando ero ragazzino in Baviera era pieno di americani. Oddio, saranno stati sì e no una sessantina, ma a me sembravano comunque una cifra. Ero affascinato da tutta questa gente che parlava questa lingua strana, quindi avevo fatto amicizia con un tizio di colore con cui chiacchieravo in continuazione. Chissà di cosa, poi, che non capivamo una mazza l’uno dell’altro. Pensa che una volta questo mi regala un chewing-gum, e io me ne sono così innamorato (della gomma, non del negrone) da conservarlo per un anno; ogni tanto poi lo andavo a masticare.

JJ: Mi sono venute diverse malattie solo a sentirne parlare.

Kinski: Quante cazzate racconti.

W: L’hai fatto entrare tu?

JJ: Ho lasciato la porta aperta perché c’era corrente, scusa.

Kinski: Comunque sì che sparavi, Werner: raccontale della prima volta che hai avuto a che fare con un’arma, cazzo!

JJ: Ecco, io di questo ero curiosa!

W: Che palle che siete! Vabbè, un giorno ero nella foresta e vedo ‘sta mitragliatrice abbandonata lì, quindi ho pensato “Dai, adesso sparo a qualcosa!” Giusto qualche giorno prima avevo visto una truppa sparare a un corvo per poi poterselo cucinare. Visto che pure noi eravamo un po’ a pezzi per la fame, mica come voi giovani che avete vissuto nei tempi facili…

Kinski: Io veramente no, e comunque SMETTILA DI PRENDERTELA CON ME!!

JJ: Stai seduto, Klaus!

W: In sostanza volevo cacciare un corvo anch’io, quindi prendo la mitraglietta e inizio a sparare verso l’animale: ho colpito tutto tranne il corvo, che è rimasto lì a giudicarmi. Nel frattempo il rinculo mi aveva scaraventato a terra e mi ero fatto pure male.

Kinski: Che disagiato.

JJ: E poi?

W: E poi sopraggiunge mia madre, e io penso “Adesso mi dà il resto”. Invece mi fa “Ora ti faccio vedere io come si usa.” Quindi ho imparato a caricarla e a scaricarla, e poi mamma spara una raffica di colpi verso un albero: oh, vi giuro che mi ha fatto più impressione vedere il tronco crivellato di colpi che il corvo morto. Allora mamma mi dice: “E’ questo che ti devi aspettare da un’arma, per cui non devi mai puntarne una contro qualcuno, anche se è di legno o di plastica.” E questa cosa -ve lo giuro- mi è rimasta talmente impressa che da quel giorno non ho puntato più nemmeno un dito contro qualcuno.

JJ: …

Kinski: …

W: E’ inutile che mi guardate così. Quando t’ho minacciato il fucile stava nella jeep. Non ti avrei mai sparato (forse). E sei tu che poi ti sei mega spaventato e hai finito il film per paura della mia reazione.

JJ: Vabbè Werner, buone vacanze. Tu dove vai, Klaus?

Kinski: Io vado a farmi di cocaina sulle chiappe di una modella alle feste fiche di Hollywood.

JJ: Eh?

W: L’ho invitato da me a passare due giorni a Monaco ma dice che “fa freddo”, quindi mi sa che va al mare.

Kinski: Mai vero!

W: Credi più a me o a questo pagliaccio inutile?

JJ: Rega’, io non vi sopporto più

 

 

JJ

Buone vacanze, amici! Zio W.  torna a settembre!

 

Le appassionanti avventure di zio Herzog

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L’anno scorso cominciai la mia tesi sul cinema, poiché in altro non potevo laurearmi. In questo scritto, alla fine della fiera (e dell’università), decisi di analizzare in particolare quattro registi e il loro lavoro con gli attori, poiché secondo me avevano un rapporto molto interessante con i suddetti interpreti: Alfred Hitchcock, Jean Renoir, John Cassavetes e Werner Herzog.

Io, all’epoca, di Herzog conoscevo qualcosa a dire tanto: avevo visto Grizzly Man, mi ero commossa tantissimo; Fitzcarraldo al Palazzo delle Esposizioni (sì, sono radical chic); Cave of Forgotten Dreams su youtube. Boh, ho detto, fico ‘sto regista.

Ma è studiando il personaggio e la sua vita che ne sono rimasta prima affascinata, poi mi sono interessata tantissimo, poi ho deciso che avrei voluto vedere tutti i film suoi e su di lui e alla fine sono impazzita completamente.

Perché? Quando? Esattamente nel momento che vado a illustrarvi.

Mi trovavo nella biblioteca del DAMS di Roma Tre. E già ero agitata, in quanto esterna (mi sono laràta alla Sapienza, nota università da sempre in guerra con la terza); non potevo portarmi i libri fuori, c’erano delle tizie tutte precise che si studiavano i libri sul meraviglioso mondo di Amélie e ridacchiavano perché io mi vesto male, il mio vecchio pc aveva degli adesivi delle Big Babol in bella vista e avevo sul tavolo una pila di libri polverosissimi che quando l’avevo chiesti al bibliotecario caruccio m’aveva guardato come per dire “No, non ci rimorchierai me.  Mai.”

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“IH IH IH, MI PIACE INFILARE LE DITA NEI FAGIOLI!!!”

Ma io devo scrivere la tesi, c’ho il fiato sul collo della consegna.

Apro ‘sto castoro su Herzog (n. d. A.: i ‘castori’ non sono i simpatici roditori che fanno le dighe e sponsorizzano dentifrici, in questo caso, ma una collana di libri molto ben fatti sul cinema) e inizio a leggere la biografia.

A una certa.

“Durante la lavorazione di Anche i nani hanno cominciato da piccoli Herzog, per scongiurare altri problemi relativi alla lavorazione del film, fa un voto e si lancia su un cactus.”

Pausa.

Silenzio.

Rumore di libro che cade, fortissimo, sul banco.

Le tizie di Amélie si girano, mi guardano. Io cerco di rimanere impassibile.

Cactus.

Inizia a prendermi una roba di risata isterica che lèvati.

Mi viene in mente una scena analoga e al contempo diversissima, e cioè di me che (forse manco troppo) piccola, decido di afferrare una pianta grassa presente sul mio terrazzo perché “vediamo cosa succede”. Cosa è successo? Spine ovunque, disagio totale, due ore di mia madre con la pinzetta che si chiedeva “Dove ho sbagliato?”

Herzog però all’epoca del film non aveva dai 3 ai 6 anni. Ne aveva 28.

Era il 1970, e stava succedendo un bordello allucinante sul set. C’erano tutti i problemi possibili e immaginabili, e nessuno ce la faceva più, era difficile persino pensare di arrivare a fine giornata.

W. allora raduna tutta la troupe da una parte, e sale su una roccia: “Ragazzi, lo so che è dura, lo so che è un casino, che abbiamo un ritardo mostruoso e che non riusciamo a fare un passo avanti senza farne due indietro, però io voglio finire questo film.”

Maestranza a caso: “Signor Herzog, lasciamo perdere, nessuno ha la tempra morale e fisica per resistere un altro giorno.”

W. H. fa una pausa. Guarda l’uomo che ha pronunciato la frase.

“Portatemi un cactus.”

“Prego?”

“Un cactus. Voglio un cactus, possibilmente uno di quelli a tappetino, con tanti bozzetti.”

Portano ‘sto cactus. Herzog guarda la troupe. “Io mi ci lancio sopra, e voi finite il film.”

W. H. si lancia sul cactus.

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W. H. si alza in piedi.

Si gira verso l’uomo. “Cazzo ne sai te di tempra.”

Il 15 maggio 1970 Anche i nani hanno cominciato da piccoli viene presentato al Festival di Cannes.

 

 

JJ

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