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Not about creating an intellectual space

in società by

Non è passata molto sui media italiani, ma è una storia che merita.

Antefatto. Preparativi per i festeggiamenti di Halloween, campus di Yale. Inizia una polemica più o meno sotterranea, che poi emerge con invio di mail collettive sul tema, circa l’opportunità di vestire certi costumi. L’idea è grossomodo la seguente:  i costumi etnici e storici sono offensivi, quindi se ti vesti da colono americano stai supportando lo schiavismo, se ti vesti da appartenente a un’etnìa diversa dalla tua potresti offenderne gli appartenenti perchè stai promuovendo stereotipi, e così via. Sembra irrilevante, ma non lo è in tempi in cui il mondo anglosassone si tormenta intorno all’idea di garantire i cosiddetti safe spaces.
Secondo un blog femminista, un safe space è un “posto o una comunità – online o meno – dove il bigottismo e i punti di vista reazionari non sono tollerati. Sono ambienti controllati (per quanto possano esserlo) in cui i partecipanti possono discutere certi temi e supportarsi a vicenda. Tipicamente, i safe spaces riguarderanno alcuni temi, come il sessismo, il razzismo, etc, e avranno regole per assicurare che i partecipanti sappiano cosa è accettabile e cosa no. Se i partecipanti le violano, si espongono a richiami, sanzioni, o espulsione“. Corrisponde alla vostra definizione di cosa debba essere una Università? Il meglio sono le “sei ragioni” per cui stabilire un safe space: al secondo punto troviamo il capolavoro.

Debate is important. But it’s also overrated.

Nessun intellettuale apologo del totalitarismo avrebbe saputo metterla giù meglio.

La Mail. Una professoressa di Yale, Erika Christensen, interviene nel dibattito con una lettera aperta. Il testo è disponibile qui. Il succo della lettera, comunque, è in queste frasi:

I don’t wish to trivialize genuine concerns about cultural and personal representation, and other challenges to our lived experience in a plural community. I know that many decent people have proposed guidelines on Halloween costumes from a spirit of avoiding hurt and offense. I laud those goals, in theory, as most of us do. But in practice, I wonder if we should reflect more transparently, as a community, on the consequences of an institutional (which is to say: bureaucratic and administrative) exercise of implied control over college students. (…) Nicholas says, if you don’t like a costume someone is wearing, look away, or tell them you are offended. Talk to each other. Free speech and the ability to tolerate offence are the hallmarks of a free and open society. 

Nicholas, citato nella lettera, è il marito della Christensen: anch’egli impiegato a Yale come house master, cioè come responsabile di una residenza degli studenti. Questa citazione lo coinvolgerà. Ancora una volta, la questione potrebbe chiudersi qui. La Christensen non nega che esistano sensibilità che possano soffrire per certe rappresentazioni, e rispetta questa sensibilità. Ma, proprio in nome di questo rispetto, non ritiene sia possibile imporre la sensibilità di qualcuno, chiunque sia, per censurare lo stile di vita di altri. In fondo, non è forse il caso dei fanatici religiosi “offesi” dalla mostra del corpo femminile un argomento sufficientemente forte? Evidentemente no. La mail alza il livello dello scontro, invece di placare gli animi.

Not about creating an intellectual space. Nicholas Christensen viene affrontato da un numero incredibile di studenti che protestano chiedendo le dimissioni sue e della moglie. Dimissioni. Perchè “turbati” dalle parole della moglie, dal ruolo di lui, e dalla posizione di entrambi. Il confronto tra Christensen e alcuni degli studenti è stato filmato, e qui emerge un estratto. Vale la pena di evidenziare gli scambi più importanti (ma di video simili se ne trovano parecchi, e seguire tutta la conversazione è istruttivo):

(…)

Christensen: if everyobody says “I am hurt” does it mean anyone else has to stop speaking??

https://www.youtube.com/watch?v=gM-VE8r7MSI

Poi..

Christensen: …other people have rights too.

Interviene una ragazza., e quando Christensen cerca di correggere, gli intima BE QUIET!

Ragazza: As your position as master it is your JOB to create a place of comfort and home for the students to live in Silliman… by sending out that e-mail, that goes against your position as Master, do you understand that?

Christensen: No, I don’t agree with that.

Ragazza: THEN WHY THE FUCK DID YOU ACCEPT THE POSITION? WHO THE FUCK HIRED YOU?

Christensen: I have a different vision…

Ragazza (interrompendo): YOU SHOULD STEP DOWN! If that is what you think about being a house master, you should STEP DOWN. It is not about creating an intellectual space. IT IS NOT! Do you understand that? It is about creating a home here. (…) You should not sleep at night! You’re disgusting!

 

https://www.youtube.com/watch?v=7QqgNcktbSA

 

Questi sono i miei coetanei, o un poco più giovani. Una parte dell’èlite dell’Occidente di domani la pensa così, ragiona così, si confronta così. Avete paura? Io si.

Halloween, Hollywood e altri Horrori

in cultura/ by

Da bravi satanisti, gli autori di Libernazione passeranno la notte di Halloween tra orge sfrenate e libagioni a base di sangue di vergine. In questa occasione vorrei però ricordare come molte delle creature spaventose che popolano i nostri incubi siano in realtà il prodotto della fantasia hollywoodiana, se non nel contenuto perlomeno nella forma. A seguire dunque, un breve elenco della “vera” natura dei più famosi protagonisti dell’orrore – al netto delle peggio americanate.

 

Vampiro

Il vampiro è forse la creatura che ha subito maggiormente l’influenza del cinema americano. Il Nosferatu succhiasangue e vulnerabile alla luce non è infatti altro che una rielaborazione estremamente moderna di una categoria ben più antica e variegata a diffusione pan-europea. Con questo termine si indica infatti in maniera generica individui provenienti dall’aldilà che si nutrono di una qualche essenza umana (non necessariamente sangue), la cui pericolosità deve essere mitigata da precise pratiche rituali. Le testimonianze più antiche al riguardo si trova nopresso i Boi, tribù celtica stanziata nell’attuale territorio emiliano, i quali erano soliti seppellire i morti considerati “pericolosi” (quelli cioè suscettibili di ritornare dalla morte a tormentare i vivi) con gli arti legati o la testa staccata dal corpo. Tali costumi e credenze rimasero in uso in tutto il continente almeno fino al XVIII secolo (celebre è il caso dell’epidemia di vampiri nei Balcani a cui dovette interessarsi l’imperatrice Maria Teresa d’Austria stessa). Persino la rivisitazione più famosa del mito del vampiro, quella del Dracula di Bram Stoker, è stata ampiamente travisata dall’immaginario contemporaneo: il conte transilvano del romanzo sopravvive benissimo alla luce del sole (anche se indebolito), non dorme necessariamente in una bara, bensì nella terra natale da cui trae forza, e teme particolarmente le collane di… fiori d’aglio – il solo bulbo sarebbe infatti del tutto inutile.

 

Frankenstein

Scordatevi l’immagine dell’omone stupido con la faccia verde e i chiodi piantati in testa così cara all’interpretazione di Boris Karloff degli anni ‘30. La Creatura nata nel 1818 dalla penna di Mary Shelley è un essere estremamente intelligente, benché orribile d’aspetto, che decide di perseguitare il suo creatore, il ginevrino dottor Frankestein (francofono, e non di lingua tedesca come comunemente rappresentato), dopo aver preso coscienza della malvagità della propria natura, semplice riflesso del corrotto animo umano. Pare che la moglie del poeta Shelley, per realizzare la figura dello scienziato pazzo che tenta malamente di imitare il potere di Dio, si sia ispirata  al naturalista reggiano Lazzaro Spallanzani, (proto-)scienziato mattacchione dell’epoca che si divertiva a unire parti di animali diverse per far credere di aver scoperto nuove specie.

 

Zombie

Ovviamente in principio furono Romero e La notte dei morti viventi, il cui canone è rispettato dalla quasi totalità delle opere di fantasia a tema zombie. Tuttavia, la vera genesi dei morti-che-camminano è legata ai culti sincretici del mondo caraibico afro-americano, in particolare voodo e santería. Lo zombie in questo contesto è un essere umano assolutamente vivente ma svuotato dei suoi attributi interiori (intelligenza, spirito o anima) attraverso pratiche di stregoneria. Sebbene questo genere di magia sia piuttosto diffusa in vari continenti, ad Haiti la portata di tale fenomeno ha assunto in passato una vera e propria dimensione politica: si dice che tra gli anni ’50 e ’60 il dittatore dell’isola François Duvalier abbia fatto uso di incantesimi per “zombizzare” parte della popolazione e obbligarla a lavorare in condizioni di schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero. Si è in seguito ipotizzato che questa passività fosse indotta fisiologicamente dall’utilizzo mirato di una tossina ricavata dal pesce palla. La figura dello zombie è stata dunque fonte di ispirazione per metafore politiche ben prima degli sviluppi hollywoodiani, mentre tutto il discorso legato a cannibalismo e consumo smodato di carne umana rimane appannaggio dell’immaginario cinematografico contemporaneo.

 

Lupo Mannaro

Miti universalmente diffusi trattano della trasformazione di uomini in animali, anzi, per meglio dire il travestimento di uomini in animali (o viceversa): solo gli dei hanno infatti la capacità di assumere concretamente i tratti di creature di altre specie, mentre gli esseri umani possono tutt’al più vestire o svestire magicamente le pelli di bestie di varia natura. Stesso discorso per il licantropo del mondo europeo, in origine semplice vestizione sovrannaturale di guerrieri valorosi versati nelle arti della stregoneria. Anche l’elemento lunare è frutto di una sovrapposizione successiva: non ci sono condizioni particolari per la trasformazione del Lupo Mannaro del folklore europeo (e non); tuttavia, il satellite della Terra funge da catalizzatore magico negli antichi culti di Ecate-Artemide-Diana, divinità ambivalente legata alla caccia e ai sabba notturni spesso evocata fino alla più tarda Modernità. L’argento necessario a uccidere il mostro costituisce probabilmente un’ennesima aggiunta hollywoodiana, sebbene questo materiale abbia virtù particolari e sia considerato tabù da diverse popolazioni (ad esempio i Rom).

 

Fantasma

In questo caso il colpevole è forse il buon vecchio Bill Shakespeare, primo artefice dell’immagine moderna dell’anima dannata che si aggira lamentosa sui merli del castello. Eppure, il fantasma del teatro elisabettiano porta ancora in sé il marchio dell’Antichità: gli spettri shakespeariani sono infatti apparizioni che servono a guidare l’eroe tra passato e futuro, proprio come il phàntasma del mondo ellenico, più profeta di origine quasi divina che vera e propria creatura dell’orrore. Ci penseranno poi scrittori e poeti del Romanticismo a marcare ulteriormente la natura spaventosa e molto spesso maligna di tali entità, e nel XIX secolo fioriranno vere proprie scienze legate all’occulto e al mondo dei morti. Non bisogna tuttavia sottovalutare l’influenza giapponese nell’immaginario contemporaneo occidentale: il panteismo shintoista è stato veicolato in Europa e in America grazie al cinema del Sol Levante, attraverso trasposizioni filmiche e remake di diversa fattura e qualità. Quel che rimane della cultura giapponese, nonostante le innumerevoli traduzioni, è l’idea di un mondo completamente popolato da spiriti capaci di animare cose e oggetti, dalla sedia a dondolo alla bambola dal sorriso inquietante.

 

 

 

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