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Come finire in un pantano senza accorgersene

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La Costituzione da quando è in vigore, in singole parti, è stata modificata almeno 30 volte.

Quando devi vararne una nuova o modificarla ampiamente, lo puoi fare solo a maggioranza allargata, altrimenti, se lo fai da solo, ti suicidi.

Per tale motivo la riforma Boschi passò in Parlamento con la maggioranza dei 2/3.

Ci si arrivò dall’assunto che bisognava cercare una maggioranza ampia. I grillini si sfilarono subito. Silvio, dato per morto dall’esito delle politiche 2013, fiutò l’occasione per restare a galla e diede la sua disponibilità. E Patto del Nazareno fu.

Poi però quel vecchio lupo del Berlusca, per bruciarlo politicamente, come aveva fatto con D’Alema in occasione della Bicamerale, si tirò indietro lasciando il cerino in mano a Renzi. Grillo lo sapeva e non aspettava altro.

A quel punto Renzi o lasciava perdere (ma poteva mai farlo con il timbro efficientista che aveva dato a se stesso ed al suo governo?) o portava avanti la riforma attraverso il referendum, che doveva essere l’unico modo per farla passare, sigillandola con un potenziale ampio consenso elettorale.

Si potrebbe obiettare:
1) Renzi ha sbagliato a chiedere referendum. Ma il referendum sarebbe stato chiesto lo stesso dalle opposizioni o da 5 Consigli regionali.
2) Renzi ha sbagliato a personalizzare. Sicuramente si, ma poteva fare diversamente quando aveva ricevuto come obiettivo principale del suo mandato Fare le riforme?

Da capo del Governo, che rappresenta tutto il paese e non una parte soltanto, doveva starsene in disparte. Infatti all’inizio aveva dato incarico alla Boschi che però non si è dimostrata all’altezza del compito di promuoverla e portarla avanti. Renzi, di conseguenza, costretto dalle cose a personalizzare, si è trovato in acque agitate, anche perchè la sua politica economica di stampo blairiano da Terza via anni novanta, giusta o sbagliata ognuno la pensi come vuole, non ha migliorato le condizioni peggioranti di larga fascia della popolazione che, insoddisfatta, di fronte ad una sua narrazione iperottimistica da Milano da bere anni ottanta, è andata a votare e l’ha bocciato.

Come si è arrivati a tutto ciò? Facciamo un passo indietro. Elezioni 2013. Non vince nessuno, entrano in crisi, richiamano Napolitano, il quale dice “ragazzi qua siamo nella cacca quindi dobbiamo fare le riforme”. A quel punto non andando subito di nuovo al voto, i governi (Letta/Renzi) scelti dal rieletto presidente della Repubblica, hanno come obiettivo principale le riforme.

Ma che tipo di riforme? L’errore è stato questo, cioè porre un’ampia riforma della carta costituzionale al centro dell’azione di governo (una roba troppo generica e rischiosa visti i precedenti, perchè se non si sono mai fatte prima un motivo ci sarà ed è la forte contrapposizione politica).

L’errore di Renzi è stato accettare l’incarico da Napolitano. Renzi,divenuto padrone del Pd dopo la disfatta di Bersani, aveva dalla sua l’euforia della novità che porta con sé sempre un certo fascino nell’elettorato. Vinceva le Europee e si sarebbe presentato a nuove elezioni senza il carico impopolare che stare al governo comporta. Molti elettori indecisi che nel 2013 avevano votato Grillo, avrebbero votato per lui. Ma ha pagato i punti deboli degli ambiziosi: l’impazienza e la spavalderia.

L’errore di Napolitano è stato pensare di uscire dall’impasse del risultato elettorale del 2013 attraverso un troppo ampio quanto vago disegno di riforma costituzionale, quando bastava più semplicemente fare una legge elettorale decente. Poteva dare l’incarico ad una personalità superpartes con scopi brevi di ordinaria amministrazione e di riforma della legge elettorale, con un governo che per forze di cose sarebbe stato sostenuto da tutti o quasi i gruppi parlamentari. Incaricando un politico ha innescato la politicizzazione delle riforme e chi non ci è entrato infatti ha potuto gridare al “ladri ladri ladri… non avete vinto elezioni etc etc” criticizzando il contesto ancora di più.

Il Napolitano rieletto ha fatto questa mossa spinto dalla paura di consegnare il paese ai 5 Stelle. Ma da organo di garanzia e terzietà, facendo quindi una mossa da molti percepita  come ‘di parte’ e quindi facilmente strumentalizzabile, ha finito con il caricare la faccenda di una forzatura eccessiva, sporcando un intento pacificatore e stabilizzante, innescando effetti opposti e ulteriormente divisivi.

Ma l’errore principale è stato richiamare Napolitano. La proposta a rieleggerlo è nata all’interno di una rilevante parte di quel mix di mondo liberale nostrano ed ex picisti, che possono essere dei buoni tattici da salotto ma a strategia stanno a zero, capendo da sempre molto poco le dinamiche politiche e sociali della realtà italiana. La rielezione comportava di per sè il mettere sul piatto qualcosa in più per giustificarla, un plus emergenziale e drammatico sproporzionato però a ciò che poi effettivamente poteva essere concretamente realizzato e che bolliva in pentola.

Un più prudente Presidente della Repubblica, magari non condizionato dal carico emergenziale di una rielezione mai avvenuta nei settant’anni di una Repubblica che ha conosciuto momenti molto ma molto più drammatici, avrebbe detto: “Cari parlamentari, siete dei caproni, quindi fate una riforma elettorale decente entro un anno e poi rivotiamo. Inutile fare un ampia riforma costituzionale perché non ne siete capaci né ci sono le condizioni politiche e culturali, e perché se vi concedo questo mandato combinerete un bordello”.

Ed infatti bordello è.

Soundtrack:‘Brothers in arms’, Dire Straits

Il requiem del garantismo nell’opinione pubblica

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Ce l’hanno fatta, alla fine, e non era poi così difficile da prevedere. Nel ciclone retorico dell’onestà come virtù cardinale della scienza politica e Pietra Filosofale della cosa pubblica, dalle virtù taumaturgiche e ricostituenti, è successo l’inevitabile. Il dibattito pubblico, che già non godeva negli ultimi anni berlusconiani di una salute di ferro, si è degradato al punto tale da dare per scontato il livello ridicolo e tossico in cui versa.

Il MoVimento 5 Stelle è, come sempre più spesso accade di questi tempi, concausa e cartina al tornasole del fenomeno. Per quanto non in qualità di pioniere, ma certamente di abile fantino, il grillismo ha cavalcato per anni l’ondata di indignazione automatica per le inchieste della politica. L’equazione messa in piedi dal M5S e dalle sue penne feroci e gli organi stampa che dirigono – e che in questo hanno avuto, nella nostrana stampa di sinistra, dei degni maestri – è quella per cui a indagine corrisponde condanna. Un avviso di garanzia è di per sé una testimonianza di colpevolezza, e il triangolo magistratura-giornalismo-speculazione politica non ha fatto prigionieri in questa certosina attività di pessima informazione. Anche la semantica ne è uscita sconvolta: l’avviso di garanzia, da ruolo appunto di garanzia che aveva, è diventata  marchio d’infamia, roba che sarebbe quasi meglio non notificare niente.

Tutta questa palude maleodorante è stata trattata come una fonte d’acqua cristallina finché questo si è rivelato utile a sobillare gli elettori, ma il pantano era prevedibilmente dietro l’angolo. Pizzarotti prima, poi Nogarin, ora il caos della giunta Raggi: chi assume ruoli di governo rischia di subire delle indagini. È una cosa normale, naturale, addirittura sana, se solo non fosse stata criminalizzata fino al giorno prima, gallina d’oro del consenso facile. E il cortocircuito è servito: sul Fatto Quotidiano è in scena uno psicodramma, mentre Di Maio rinuncia alle trasmissioni TV per non doversi trovare nell’imbarazzo di giustificare la propria irresponsabilità prima e incoerenza poi, e Di Battista sospende il tour che lo ha visto impegnato in una sorta di Festivalbar dei bei tempi, solo molto più noioso. Viene il sospetto, e un po’ la speranza, che non abbia più voce.

La cosa autenticamente disgustosa di tutto questo carnevale è, come già detto, che lo stiamo dando per scontato. È regolare e ben accettato ingessare il dibattito pubblico intorno alle iscrizioni nel registro degli indagati e agli atti dovuti che ne conseguono. Siamo completamente assuefatti alla morte del garantismo, quantomeno nella pubblica opinione, alla tavola della quale quasi nessuno che si alzi, batta forte con la punta della forchetta sul bicchiere di cristallo per poi frantumarlo a terra, e nel glaciale silenzio che ne consegue urli: “Ma siete impazziti? Tutti quanti? Tutti insieme? Vi rendete conto di cosa stiamo scrivendo e dicendo, con che faciloneria?”. Niente: si discute serenamente, quasi davanti a una tazza di tè, se dimettersi o non dimettersi, se c’è stata poca o adeguata trasparenza. Il pozzo l’avete avvelenato, e ora da lì vi tocca attingere intere caraffe. Che ci beviamo noi.

M5S: se il problema non sono gli avvisi di garanzia

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Gli avvisi di garanzia hanno iniziato a bussare anche alla porta immacolata del M5S. Non è certo una bella notizia, ma forse più l’opportunità per il MoVimento di testare sulla propria pelleun po’ del valore del garantismo, che puntella quello stato di diritto dileggiato quotidianamente dalla barbarie del loro giustizialismo sbraitato. Pizzarotti è l’ultimo della lista degli amministratori pentastellati indagati, proprio stamattina, Nogarin qualche giorno fa.

Il problema, qui, non sono però gli avvisi di garanzia. Dopotutto, si tratta dell’inizio di un procedimento penale, aspettiamo che faccia il suo corso prima di gridare allo scandalo: nella selva di regole e regolette, rischiare di inciampare per un amministratore pubblico – anche nella più completa buonafede – è un rischio con cui scendere ai patti nel momento stesso della propria candidatura. Il problema qui sono le condotte rivendicate dai 5 stelle, a prescindere dal reato eventualmente contestato.

Prendiamo il caso Nogarin ad esempio. C’è un avviso di garanzia per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per l’avvio del concordato preventivo di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti livornese. Voci giornalistiche insistono su altre ipotesi di reato, ma concentriamoci su questa: qual è la questione? Nogarin ha stabilizzato 33 precari dell’azienda quando già stato dato mandato al Cda di presentare la richiesta di concordato preventivo. Con una mano si dichiara che l’azienda è alla frutta, e con quell’altra si stabilizzano i contratti di trentatré dipendenti, con gli oneri che questo comporta. Ora, qui nessuno si augura naturalmente il licenziamento di nessuno. Ma a fronte di questi lavoratori stabilizzati, altri vedranno tremare il proprio posto di lavoro a causa dei crediti non incassati verso l’Aamps che fallisce, e che magari farà fallire a loro volta le aziende fornitrici. Con un atto del genere il sindaco sostiene, di fondo, che il posto di lavoro dei dipendenti della municipalizzata, partecipata al 100% dal Comune di Livorno, ha più valore di un qualsiasi altro posto di lavoro di un’azienda sul mercato. Ma la retorica della stabilizzazione del precario fa molta presa, naturalmente, e quindi Nogarin rivendica fieramente questa posizione:

A ben vedere, però, non è andata proprio così, se è concesso un parallelo fuori dalla stretta semantica giuridica: in un certo senso, rubare si è rubato, decidendo di spendere male i soldi del comune – e quindi dei cittadini; in un certo senso frodare si è frodato, nei confronti di quei creditori che non vedranno più i loro soldi, con le annesse conseguenze; in un certo senso corrompere si è corrotto, perché si sono sostanzialmente usati denari pubblici per acquistare voti.

Tutta questa vicenda è penalmente rilevante? Chissenefrega. Non è questo il punto. Anzi: speriamo di no, speriamo che non lo sia – renderebbe solo un fatto, già grave di per sé, doppiamente grave. Il punto è la costante rivendicazione politica da parte del M5S di scelte sbagliate, dannose, deprecabili, imprudenti e irrispettose, solo perché bellegiuste. Alla fine, si stabilizzano 33 lavoratori e ci si fa un bel titolo e un po’ di voti. Delle conseguenze se ne occuperà qualcun altro. E non parlo della magistratura.

Il M5S e la rovina del dibattito pubblico

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Come hai fatto ad andare in rovina? – chiese Bill.
In due modi – rispose Mike – gradatamente prima, e poi di colpo.

Ernest Hemingway riportava questo scambio di battute nel suo primo romanzo, Fiesta, ed era il 1926. Ora sono passati 90 anni tondi tondi e sembra che, nelle maglie larghe dell’adattabilità delle frasi brevi, questa citazione vesta bene anche la qualità del dibattito pubblico italiano. Se è vero come è vero che la rovina è arrivata, appunto, gradatamente, mi sembra che il “colpo”, quello repentino e inatteso come un autentico gancio, sia coinciso con l’ingresso sulle scene politiche di quella compagine sgangherata che va sotto il nome (mai sufficientemente analizzato: io ancora non l’ho capito) di MoVimento 5 Stelle.

È stato un liberi tutti, a quel punto. Sì, è vero, volendo lasciar fuori la Prima Repubblica e il suo ben altro tenore del confronto, Berlusconi non è mai stato un asso di coerenza comunicativa. Una sparata prima, la sua ritrattazione dopo, alzare l’asticella con la mano destra e riabbassarla subito con la sinistra mentre si afferma che, no, mai vista nessuna asticella. Era lo stile comunicativo del singolo però, un personaggio realmente fuori dal comune per quel che si era visto fino ad allora – e dunque quasi una firma – e comunque centellinato, senza abusarne. Non a caso non mancava chi, proprio su questa contradditorietà apparentemente goffa, non perdeva occasione per bastonarlo.

L’utilizzo quotidiano e reiterato dell’approssimazione – della spannometria – come metro di misura del mondo e della sua qualità è invece un marchio di fabbrica grillino. Beninteso, nessuna novità, se non il fatto di averlo reso un metodo non occasionale, ma puntuale e quotidiano. La volgarità della banalizzazione opposta al presunto latinorum di chi “non ci dice le cose” è l’essenza stessa del MoVimento: non c’è analisi, non c’è complessità, non esistono chiaroscuri. Quello di Di Battista e di Di Maio, dei loro post esplicativi, è un universo binario, fatto di noi e di loro, in cui ogni questione è fatta a brandelli, smembrata e spalmata in una “spiegazione” che in realtà è solo narrazione. Le banche, le lobby, il rapporto con la politica, le trivelle, le indagini – non c’è stata una parola su nessuno di questi temi recenti che fosse sostanziata da un’analisi; tutto è semplicemente filtrato dalla dicotomia di buoni e cattivi, mentre la complessità viene rigettata e bollata come fumo negli occhi. Non è un caso che il sistematico rifiuto nel riconoscere la complessità sfoci in posizioni che sono assolutamente predicibili prima delle dichiarazioni: OGM? No. TAV? Ci mancherebbe. Bail-in? Per carità. Bail-out? È il contrario di quello di prima, ma comunque no. Rapporto politica e investitori? Non sia mai. Grande industria? Il male. Trivelle? Inquinano. Potrei andare avanti all’infinito. È vero? Non è vero? Non importa, fintanto che si può costruire una narrazione dicotomica. Naturalmente vale il converso, cioè un sì generalizzato e convinto a tutto quello che può sembrare buono in senso assoluto, senza fare un passo oltre nell’analisi degli scenari, della fattibilità, dei costi, dei conversi. Nulla.

Ma qual è il vero rischio di questa impostazione? Se il M5S fosse un sistema isolato, nessuno: basterebbe non votarlo – e sarebbe la democrazia, bellezza. Ma non è questo il caso, e siccome la semplicità del bicromatismo è affascinante – non richiede sforzo, non servono competenze, e voilà! si ha sempre un’opinione su tutto – il metodo inizia a prendere piede anche al di fuori dei grillini. Ditemi, ad esempio, che differenza c’è tra un Di Battista ed Emiliano sullo show che stanno mettendo in atto intorno alle trivelle. Certo, Emiliano si muove con ben altra consapevolezza politica, ma lo stile è tutto mutuato dal grillismo: il tema è complicato ma noi ce ne freghiamo, facendo leva su argomenti semplici e di facile presa, come l’ecologismo spicciolo, l’inquinamento, il petrolio, la bellezza, il mare cristallino, le rinnovabili, i torbidi rapporti tra industrie e politica. E perché no, magari in tutto questo calderone ci sta anche una bella spallata al governo, che è un po’ come il prezzemolo. Attenti a non farne indigestione, però, ché rischiate di dovere uscire dal recinto della narrativa e confrontarvi con la realtà.

La Cirinnà e le critiche dell’Italia Migliore

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Neanche il tempo di approvarla, questa “mezza Cirinnà” che già ovunque è tutto un fiorire di dotte analisi politologiche, critiche feroci, aggressioni verso i protagonisti: Alfano, Verdini, Renzi, il Governo, il PD – e un’inspiegabile, vi giuro inspiegabile, santificazione dei Cinque Stelle.

Insomma, il mostro di tutta la faccenda è chi, alla fine, questa legge l’ha approvata. Non è un granché, certo, ci piaceva di più prima, certo, ma è un primo passo. C’è una leggina sulle unioni civili che è passata al Senato. Per molto meno è caduto più di un governo. Però, addosso. Altrimenti non siete sufficientemente progressisti, ché l’importante è ribadire che Alfano è retrogrado e puzza – e invece pensate un po’ ha votato la fiducia sul provvedimento. Ha chiesto qualcosa in cambio? Certo, così funzionano i parlamenti. Sapete chi invece non ha fatto proprio nulla per questo piccolo traguardo, se non un mortale, micidiale, continuo e inarrestabile casino, come da copione? Il MoVimento 5 Stelle. Che però erano a favore, eh, ci mancherebbe. Però sì, poi no, poi il canguro, l’sms, il controcanguro, mi si nota di più se vengo o non vengo, ma la democrazia signora mia, e le analisi di Dibba secondo cui è tutto un modo per nascondere il dissenso interno al PD (nascondere a chi, Dibba, che lo sanno pure le pietre?). Però, non si capisce come, secondo molti di questa storia non c’è niente per cui rallegrarsi, manco una briciola, e i grillini sono gli integerrimi salvatori della Coerenza, con la “C” maiuscola.

Verdini non è simpatico a nessuno, vi assicuro, è un politicante della peggior specie, ed è anche piuttosto abile nel fare questo mestiere. Però, sapete, la politica è anche (proprio?) questo: è compromesso. È continuo compromesso e mediazione – io do qualcosa a te, tu dai qualcosa a me, però prima lascia che ti convinca della bontà della mia idea e tu mi dirai della tua. I governi, ripeto, cadono su provvedimenti come questo in paesi come questo. Questo ha tenuto, e ha portato a casa il risultato. Non è il risultato migliore? Capita. Spesso, in politica. Se non vi sta bene, in effetti, l’approccio squadrista del MoVimento è ottimo per voi, lì si mantiene barra a dritta e pedalare.

Che poi alla fine, a chi oggi critica il PD per esaltare i 5 stelle, di fondo, delle unioni civili non gliene importa proprio nulla. L’importante è sentirsi persone migliori di Renzi e Alfano e dare addosso al Partito Democratico, alla politica brutta brutta del compromesso, mentre si sta comodi nei propri divani. È l’Italia Migliore, amici miei: c’era con Berlusconi e non se n’è ancora andata.

Vincere, e vinceremo

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Come ben sappiamo grazie ad un infaticabile Mentana, ormai a dire la verità ben lanciato verso i limiti del grottesco in quella che sempre più è uno spettacolo da tendone più che una diretta, domenica si è votato per le regionali. Non sono un grande appassionato dei tecnicismi elettorali (altre sono le questioni politiche che mi solleticano e affascinano), per cui ho lasciato che fossero i mitologici media, a traghettarmi come novelli Caronte verso la sponda della Comprensione. Ecco quello che mi è stato spiegato, in innumerevoli interviste e dichiarazioni.

  • Ha vinto il PD, visto che ha conquistato 5 regioni su 7. Cioè la maggioranza. Di solito, quando succede questo, ti danno una coccarda, o qualcosa. La vittoria è incontrovertibile, sono i numeri a dirlo.
  • Ha vinto FI, perché comunque i numeri, si sa, sono cose per freddi tecnici chiusi nelle loro muffite stanzette: nonostante lo scarso risultato quantitativo, hanno strappato il feudo ligure al PD. Qualcosa di storico, sotto un profilo politico. Netta vittoria.
  • Ha vinto il M5S, che tutti davano per spacciato ma che ha avuto un’ottima tenuta in ogni regione, nonostante lo scarso coinvolgimento diretto del leader-non leader (ogn1 vale 1) Beppe. Se non è una vittoria questa.
  • Ha vinto la Lega Nord, i cui voti sono vertiginosamente aumentati grazie al carisma da autotrasportatore del leader Salvini, che per l’occasione ha anche indossato una splendida maglietta che recitava “RUSPE IN AZIONE”. Vittoria indiscussa e un punto extra per l’abbigliamento.
  • Ha vinto FdI, o almeno così qualcuno ha detto in varie interviste, per l’ottimo risultato e per essere stati l’ago della bilancia in molte situazioni (boh). Vittoria evidente, d’equilibrio.
  • Ha vinto la minoranza del PD, perché comunque ha espresso candidati vincenti e perché ha destabilizzato la maggioranza PD, che infatti ha vinto. Se qualcosa non vi torna di questo giro, prendetevi del tempo per pensarci. Comunque, palese vittoria.

Ora, io trovo tutto questo molto bello, declinato in un mondo meraviglioso, senza sconfitti, in cui ognuno raggiunge il proprio obiettivo e torna a casa felice e soddisfatto. Oggi si sorride, ognuno è contento, e magari domani io un giro di Superenalotto me lo faccio: sia mai che qualche portavoce politico non sappia rendere anche il mio, di sogno, realtà. Mi accontento anche del 5+1.

Ei fu

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Ma dov’è finito Berlusconi?

Va bene, ok, ogni tanto ne sentiamo ancora l’eco, tipo quando deve scusarsi per Dudù o vendere il Milan, oppure quando richiama ai ranghi il Giudice di De André. Ma si tratta, per l’appunto, di un’eco, una sorta di rumore di fondo dallo spazio profondo, qualcosa di ben diverso dalla sostanziale, immanente, fisica presenza quotidiana nelle nostre vite a cui eravamo ormai abituati da tempo.

Berlusconi è uno zio, quello zio bastardo che ti ha fregato i soldi dell’eredità della nonna, quello zio di cui non puoi fare a meno di parlare tutte lo domeniche a pranzo, stronzo maledetto.

E poi lo zio scompare.

O meglio, si spegne, si spegne lentamente. Ecco, forse è proprio questo che mi lascia un po’ così, stordito, persino deluso: per B. mi aspettavo un finale scoppiettante, un terzo atto wagneriano, una caduta roboante degna di una divinità norrena. Dai, almeno una fine à la Craxi.

Invece no, niente esplosioni, niente fuochi d’artificio, niente drammi collettivi. L’abbiamo visto assottigliarsi, scomparire lentamente ma inesorabilmente dai nostri telegiornali, da internet, dagli strepiti indignati dell’anima e a un certo punto, forse non ce ne siamo neppure accorti, è scomparso dai nostri pranzi domenicali.

Qualcuno ne profetizza il ritorno. Si tratta pur sempre di una figura cristologica, si sa che prima o poi il Messia tornerà a fare i conti con noi peccatori – e saranno cazzi amarissimi. D’altronde, non sarebbe nemmeno la prima volta che Berlusconi sorprende tutti, emergendo improvvisamente dall’ombra e facendo “BUH!” ai politichini ignari e ai commensali della domenica.

Eppure. Eppure c’è Renzi ora. Ci sono Grillo e Casaleggio. C’è Salvini. Tanti bruttissimi, lombrosianamente brutti, burattini 2.0 che gli stanno rubando la scena. L’attenzione ora sembra essersi spostata su altro e, non so il perché, mi immagino Berlusconi come un vecchio Pierrot dalla lacrima perenne che aspetta che cali una volta per tutte il sipario. Tanto vale persino occuparsi dei diritti degli omosessuali, nel frattempo. Che noia.

La noia. La noia che mi assale ogni volta che accendo la televisione, assieme a un pensiero inquietante a cui mi vergogno a dar voce…

Non sarà mica che, sottosotto, Berlusconi mi manca?

Il piano Marshall

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Quello di Grillo è il tipico caso in cui scoccia aver avuto ragione. Scoccia perché il tizio sta facendo brutte cose, e ancor più brutte appaiono perché ha avuto l’occasione di fare tutt’altro. Ma come il coraggio (di cui Grillo non difetta), non ci si può dare neanche altre virtù, e al “megafono” del M5S molte gliene mancano.

Quasi dieci anni fa mi capitò (all’epoca non c’era ancora da vergognarsene) di lasciare qualche commento sul suo blog. Commenti ovviamente critici e che mi fecero precipitare immediatamente nel girone dei bannati. Raccontai l’esperienza sul mio blog e su un paio di giornali (ricordate quei cosi di carta?), ma ne ricavai solo severi strali da parte dei tanti che pur di spalleggiare qualcuno che parlasse male di Berlusconi era disposto a negare qualsiasi nefandezza condotta ad altre latitudini.
Un fenomeno che del resto descrive la cifra della sinistra italiana, che poi da Grillo si è fatta rovinare nelle fondamenta, giacché – si è visto – a Renzi e bastato solo spingere. Una rovina alla quale evidentemente non corrisponde chissà quale grave perdita.

Il potere, la fama e il successo, diceva Massimo Troisi, sono una cassa amplificatrice che fa ascoltare meglio chi eri prima di diventare potente o famoso. “Se eri imbecille, diventi imbecillissimo; se eri umano, diventi umanissimo”. Ed ecco, Grillo di successo – in forma di potere e fama – ne ha avuto molto, e prima di averne era uno che bannava la gente dal suo blog perché lasciavano critiche nei commenti, come un Luttazzi qualsiasi.
Ora – passato attraverso l’amplificatore – è così come lo vedete: espelle gli iscritti pentastellati, non risponde alle domande, e nomina colonnelli fingendo processi democratici. Che poi il risultato dell’amplificazione lo abbia indotto a scegliere per se stesso la definizione del megafono è solo una beffa del caso. Ed il caso sa essere un’adorabile canaglia.

Per ora c’è poco da fare, dobbiamo aspettare che le casse dalle quali Grillo esplode la sua cialtroneria si sfascino da sole (e sono sulla buona strada).
Intanto noi possiamo mettere a frutto la lezione di Troisi e difenderci dai prossimi imbonitori che si faranno avanti sulla scena pubblica. Valutandoli, immaginiamo di proiettarne la natura a valle di una potente amplificazione valvolare, così scopriremo come sarebbero da potenti e famosi. Potrebbe essere una buona strategia per evitare le prossime buche sulla strada che ci attende. Se vi piace, possiamo chiamarlo “Piano Marshall”.

La morale della mafia spiegata alla gggente

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Affermando che la mafia un tempo aveva la sua morale, Grillo dice una delle solite sciocchezze? La risposta non è banale come sembrerebbe, anche se non c’è bisogno di scomodare complessi relativismi per spiegare che ogni morale è tale per sé stessa. La mafia di un tempo, quella cui allude Grillo, “ancora non corrotta dal denaro e dalla finanza”, era morale per chi e in cosa? Lo dovrà spiegare Grillo a chi avrà voglia di parlarci, ammesso che ci riesca.
Una cosa però è certa, le organizzazioni criminali di quello stampo sono molto cambiate. Nel senso in cui dice Grillo, per cui sono diventate delle multinazionali con straordinario potere economico, infestando le istituzioni degli stati nazionali a livelli sempre più alti, ma anche in altro. Ad esempio le mafie, per dire delle camorre, della ‘ndrangheta o di qualsiasi altra organizzazione assimilabile, si sono molto involgarite, semplificate e abbrutite. Non perché mutando pelle abbiano cambiato anima, ma perché evolvendo – nei termini in cui suggerisce il leader del M5S – hanno anche completamente mutato costumi. E i costumi hanno sempre qualcosa a che vedere con la moralità percepita.

Le mafie hanno abbandonato i loro riti iniziatici e mistificato le loro gerarchie regredendo a dinamiche ancestrali. Anche la loro rappresentazione letteraria e cinematografica negli anni è mutata in modo radicale, tanto che fin dalla retorica più affettata sono scomparsi i termini della famiglia, della fede e dell’onore. Tutti feticci insulsi, adoperati per vestire di una qualche forma di “morale” la cupidigia e la sete di potere, sangue e denaro, certo. Ma oggi di quella veste non vi è più alcuna traccia. E se la mafia non si presenta in abito di sartoria, allora appare in un ghigno feroce che riconosce neanche la tribù come contesto naturale, ma soltanto il branco.

Oggi non sarebbe possibile rappresentare con effetto verosimile e credibile la storia di una ipotetica famiglia Corleone negli stessi tratti che adoperò Mario Puzo. Cerimonie, salamelecchi e penombre non disegnano più la scenografia di un padrino regnante. Oggi lo troviamo raffigurato – e lo troviamo credibile – tra i fusti di scorie radioattive e le discariche abusive. Non in un night sfavillante ma in una tetra sala da videopoker.
Ha forse qualcosa in comune Michael Corleone con l’erede Savastano di Gomorra? E Ciro Di Marzio, nonostante sia stato rappresentato con pure troppa compiacenza, ha qualcosa dell’abnegazione di quell’Alfredo Canale che riceve in carcere il bacio della morte dal Professore della Nuova Camorra Organizzata?

Si potrebbe dire che i toni pubblici della delinquenza “strutturata” si siano abbassati in ragione di un corposo arretramento inflittogli dalla lotta che con più determinazione gli muove lo Stato. E può essere anche vero, ma quel che più conta è che le mafie oggi non ostentano e non fanno mostra di alcuna ipotetica moralità, sia pur logicamente ipocrita e autoreferenziale. E da questo punto di vista – a proposito delle rappresentazioni artistiche – andrebbero rilevate pure le polemiche che speciosamente fioriscono sul rischio emulazione: perché non vi è dubbio che gli eroi della serie di Gomorra non possono competere con il Padrino o con il Camorrista neanche nell’immaginario del più abbrutito e suscettibile degli amorali.

Insomma, nonostante si tratti di fenomeni altrettanto spietati, ci vengono proposti modelli più semplici, destruttrati e mediaticamente più innocui. E che la mafia abbia disperso le sue liturgie, dimenticato la sua bibbia e trascurato la sua morale non è una cattiva notizia. Perché – nonostante ancora fortissima – così è più debole.
E’ chiaro però – tornando a Grillo – che con una chiave di lettura del genere non ci puoi imbastire un comizio.

Silenzio

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Qualcuno lo ha puntualmente rilevato, ma solo qualcuno. Eppure Berlusconi surclassato in un giorno da titoloni è notizia che merita qualche parola. Il fatto stesso che tutti si domandino se abbia vinto Renzi o Grillo sta lì a dire che di certo ha perso il Cavaliere. Non che ci si aspettasse molto: ci ha cresciuto a generose porzioni di smentite e contraddizioni, ma ci ha anche abituato a lunghi e ostinati silenzi. Diverso è il caso di oggi, che ha parlato e nessuno lo ha preso in minima considerazione. Stima Renzi, ne aprezza le idee e gli mette a disposizione i voti per le riforme (cioè per l’unica cosa che Renzi ha annunciato di voler fare), però non gli vota la fiducia “per responsabilità”. Ecco, con una posizione del genere è davvero difficile far titolo, al punto che si può immaginare che sia esattamente quello che vuole. Perché? Forse perché crede sia questa la colonna sonora ideale per il lento e inesorabile logoramento di Renzi. Così ecco la parola d’ordine che non si può pronunciare, perché – come in quel film – se solo fai il suo nome, non c’è più. 

Viva il re!

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La direzione nazionale PD di oggi pomeriggio, quella definitiva che dovrebbe decidere il governo, chi andrà alle consultazioni con Napolitano, chi guiderà il partito in questa fase, le sorti di Bersani e di tutto il gruppo dirigente, non sarà a porte aperte. In streaming, come si dice adesso. Mentre lo erano state le altre dopo la batosta delle elezioni. E persino la riunione generale dei parlamentari. Era la nuova era, ciò che avevano imparato da quelle elezioni. L’apertura.
E’ durato poco. Anzi, non è mai iniziato.
Il cambiamento non lo puoi copiare. O è tuo, o non lo è. E come Roma non si costruisce in un giorno.

Il resto è stilistica. O buffonata. Come la prima direzione in streaming: auguri a Bersani da parte di tutti. E la seconda: gente convocata per sms la mattina e convogliata nella Capitale da tutta italia il pomeriggio, è stata rimandata a casa dopo 5 minuti perchè uno dopo il primo intervento ha fatto mozione d’ordine per dire che non era quello il momento di discutere. E la presidente Bindi senza votare ha accolto quella mozione rispedendo tutti a casa. Chi era quello che ha fatto la mozione d’ordine senza voti? Franco Marini. Quello che poi dalla Annunziata ha detto che il problema del pd è che nelle riunioni non si vota.

Che poi è la stessa cosa di tutti quelli, del Pd, che si sono lanciati al grido Ro-do-tà-tà-tà.

Che gli elettori 5s che l’avevano decretato loro candidato Presidente fossero 4 gatti non è una notizia. Si sapeva. Quelli sono gli iscritti e quelli votano. Come alle parlamentarie. Non è come le tessere pd che aumentano vertiginosamente in pacchetti alla vigilia di ogni elezione interna. E al “perchè no?” bastava rispondergli “perchè Rodotà è quello del comitato del NO ai referendum Tortora. E’ un no che vale quanto una Repubblica. Anzi 3”.
E invece il guaio sono quelli del pd che gli sono andati dietro. Dimostrando di non conoscere nè la matematica, nè la storia, nè la Costituzione, nè le basi piu elementari della politica. Ma neppure le regole del circo.
Con questo ufficializzando che il vero problema del PD non sono i vertici. E’ la base.
Tutti contro l’accordo col PDL, quando praticamente in quasi tutti i comuni province e regioni ce l’hanno con l’UDC, l’accordo. Che è peggio.
Come i Giovani Democratici che ora occupano le sedi pd dicendo che loro sono la parte buona del pd. Loro e le primarie. Sarà per questo che le hanno cancellate dal loro statuto non facendole per il secondo Congresso GD. Mentre stiamo ancora aspettando i risultati del primo, quello finto che senza neanche una scheda bianca o nulla, elesse Fausto Raciti. A proposito: Fausto Raciti, il segretario dei GD appena eletto in parlamento senza primarie, mentre i giovani di cui è a capo occupano le sedi pd di mezza italia, qualcuno l’ha visto?

Niente, tutti a cercare i 101 traditori. Dimenticando che la “Più bella del mondo”  difende il voto segreto e l’assenza di vincolo di mandato, mentre condanna i voti riconoscibili con questo riconsegnando SEL all’ala extraparlamentare della DC.
Tra l’altro quando i grillini liberi votarono Grasso e Grillo si arrabbiò, Bersani difese l’ art 67 chiamando Grillo leninista, mentre ora chi l’ha fatto con lui è un traditore.  E comunque delle due l’una. O vi convincete una volta per tutte che le liste bloccate sono il senso di una democrazia parlamentare, o vi scagliate contro i traditori. Perchè quei traditori, sono quelli usciti dalle primarie.

Perchè non è inseguendo Grillo che il pd uscirà dal burrone. Perche non è Grillo ad avercelo spinto lì.
L’unico vero grande artefice del collasso del PD è Giorgio Napolitano. Come quelle fighedilegno che prima te la fanno annusare, poi se la tirano, poi le porti a cena, poi al pic nic fuori porta, poi al week end alla spa, poi in viaggio a Sharm e solo quando scoprono che c’è un’altra che ti vuole, finalmente te la danno. Con l’unico risultato di aver disintegrato il pd. E loro applaudivano.

E’ da quegli applausi che bisogna ripartite. Non spolpando come sciacalli il capo vecchio a terra, e cambiandolo con il capo nuovo.
Presentarsi alle consultazioni con Renzi candidato premier adesso vi farebbe finalmente ammettere, e sarebbe ora, che avevamo ragione: le primarie non esistono.

Che come ben ha detto Fassina, la classe è dirigente se dirige, sennò si chiama seguente. Che non vuol dire puntare al sovversivismo delle classi dirigenti, ma che la rivoluzione è un passo al giorno verso la direzione giusta.

aggiornamento: dal sito Europa “ore 16.00 Il Pd ha fatto sapere pochi minuti fa che si potrà seguire la direzione in diretta streaming, una decisione presa in extremis. A minuti si inizia”

IL PD CI LEGGE.

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Leninisti!

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Ora che qualche senatore cinquestelle ha votato Grasso contro le indicazioni del gruppo, e Grillo ha minacciato di cacciarli, tutti contro Grillo.
Persino Bersani, no dico non Berlusconi ma Bersani, dopo averlo stolkerato i giorni scorsi, dice che Grillo è come Lenin. Che è come se io  dicessi a Pamela Anderson che è una tettona.

Quando fino a 2 mesi fa i radicali votavano liberamente dal gruppo pd, ma anche liberamente da loro stessi, come ad esempio per il decreto salva Riva, gli davate dei traditori.

“Stronzi” li chiamò Rosy Bindi (e ora voi mi dite che la salutereste, Rosy Bindi?).

E infatti per la prima volta non è il Pd a inseguire Grillo, ma Grillo a inseguire il Pd.
Del principio costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato, ma anche di quello dell’insindacabilità dei parlamentari, il Pd fa carta straccia da anni (la piu bella del mondo quando conviene a loro).

Il capogruppo Franceschini mandava sms alle 9 con gli ordini per cosa votare alle 11. Senza discussioni, incontri di gruppo, posizioni maturate insieme, nè altro. Guai a votare diversamente. Disciplina di gruppo la chiamava, quella dell’sms, altrimenti stronzi e traditori.

Perchè i radicali non li hanno voluti candidare piu secondo voi?
“Perche stavolta vogliamo una legislatura tranqulla” dichiarò Bersani.

Ecco, tiettela!!!


NB: anche Bersani ha fatto firmare ai suoi  candidati Pd, ma anche di Sel e Tabacci, un patto che li impegna a votare come deciderà la maggioranza del gruppo.

Con questi funzionari non vinceremo mai

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Chiariamo una cosa. Che il PD abbia una struttura di funzionari stipendiati è cosa normale. L’iniziativa politica di un partito abbisogna di competenze che meritano di essere organizzate e retribuite.
L’unico guaio è che senza rimborso elettorale pubblico queste non riuscirebbero a mantenersi. Forse, non è detto. Dipende da quanto il pd riuscirebbe a stare sul mercato.

Insomma, discorso che andrebbe fatto ,ad esempio, per tutti i musei d’Italia.

Al momento (a parte quello dei parlamentari ed eletti) l’autofinanziamento del pd è praticamente nullo (a parte quello ricevuto dalla famiglia Riva). Diversamente da Giannino ad esempio, che in una sola campagna elettorale ha raccolto più di un milione di euro, o come da sempre fanno i radicali con una tessera  di 200 euro e la raccolta fondi per le campagne tematiche, oltre che quelle ai tavoli di raccolta firme.

Dopodicchè  fin tanto che il finanziamento è pubblico, non ci dovrebbe essere bisogno di dossier segreti per sapere come vengono spesi quei soldi. Dovrebbe essere regolare, sempre come fanno i radicali, che nel bilancio fossero esplicite le spese sui collaboratori e fornitori. Con nomi cognomi e retribuzioni.
Se questo fosse stato fatto nel PD  sarebbe subito balzato agli occhi, ad esempio, l’imbroglio di Zingaretti, che avevamo spiegato qui.

E ci saremmo risparmiati anche la ridicola giustificazione di Matteo Orfini che ci fornisce la notizia del giorno: il neoeletto gia membro di segreteria di Bersani va a lavoro in metro e viaggia in seconda classe. Domani ci dirà che si allaccia anche le scarpe da solo (ciò che manca di dire Orfini è che il mestiere che faceva fino a ieri, quello che dice per cui era pagato di più, era per  Italianieuropei, la fondazione di Massimo D’Alema. Quella si, come tutte le Fondazioni, meriterebbe di un dossieraggio).

Perchè poi oggi il dibattito intorno all’articolo di Maria Teresa Meli è girato intorno al dossier di Renzi e lo stipendio di Orfini, e non sul cuore della questione. Che è nel titolo dell’articolo di Meli: “gli sprechi del pd”.
Perchè come in ogni cattiva pubblica amministrazione, il problema è che finche i soldi non te li sei sudati e non sono tuoi, li sprechi. E a giudicare dai risultati, Matteo Orfini è per il PD, e quindi per noi cittadini che volenti o no lo finanziamo, uno spreco. E invce il PD lo promuove a parlamentare. Perchè il problema nel PD è che il ruolo di funzionario o parlamentare troppo spesso coincidono, oppure si avvicendano. Perchè nella selezione non vi sono ragioni meritocratiche  o competenze specifiche, ma obbedienza. Come citavamo sempre in quell’articolo su Zingaretti, la strategia del limite dei due mandati serviva al pci per portare i funzionari di parito in parlamento, e dopo due mandati maturato il vitalizio, continuare a fare i funzionari a spese di tutti. Il guaio è che adesso anche prima di diventare parlamentari sono a spese di tutti.

PS: a chi ci chiede “perché secondo voi un privato si metterebbe a finanziare la campagna elettorale o l’attività politica di un partito” chiedo: perchè 3 milioni di privati hanno dato 2 euro per le primarie? o perchè a ogni natale milioni di privati danno altrettanti milioni alla Telethon di Montezemolo?

NB: si ricorda a tutti i giornalisti e commentatori che in questi giorni stanno ricordando che il finanziamento pubblico ai partiti è gia stato abolitito nel 93 con un referendum, che quel referendum non fu autoconvocato, ma fu indetto dai Radicali della lista Pannella, che fecero il primo referendum contro il finanziamento ai partiti nel 1978.
Nel 2011 se n’è accorto Beppe Grillo, nel 2012 Matteo Renzi, nel 2013 il PD ma non tutto.

Il guaio per qualcuno è di essere sempre troppo avanti, e anticipare i tempi con la semina che altri raccoglieranno.

Chi sono 'loro', adesso?

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Stanno girando molto, tra i miei compagni, le dichiarazioni di una stronza – passatemi il termine – del M5S che ha scritto cose tipo: “Il fascismo delle origine fu molto attento allo Stato e alla famiglia” – Ma va!  Fin troppo attento, direi -, “Aboliamo i sindacati”, etc… La ragazza sarà probabilmente rappresentante del Movimento alla Camera e le reazioni scioccate erano del tutto prevedibili.

Ma il merito del M5S è stato – anche – questo, possiamo finalmente dirlo: aver scoperchiato l”imbecillità, la rozzezza e la pochezza del nostro prossimo, del nostro coetaneo, di chi ha seguito percorsi di vita simili al nostro. In poche parole: del nostro “amico” su Facebook. Siamo onesti: molti di noi avevano uno status già scritto nel cassetto, pronto per l”uso ma perennemente bloccato dall”auto-censura: “I miei amici più cretini votano Grillo”. Ora è già superato dagli eventi: a votare M5s sono stati proprio gli under-25, i laureati, gli ex votanti di sinistra, i “connessi” alla Rete. Insomma, che ci crediate o no, il nostro mondo.

Eppure fino a pochi giorni fa i “cattivi” erano altri. Erano loro: un”entità vischiosa e indefinibile, il cui ritratto ci veniva fornito da mediatori professionali altrettanto vischiosi e ambigui: i Serra, i Maltese, gli Scalfari, i Benigni.. Quanti berlusconiani o democristiani conoscevate, di persona o virtualmente? Nella mia piccola campana di vetro, i razzisti e gli omofobi li avrei potuti contare sulle dita di una mano. Sulle nostre bacheche non v”era quasi traccia, di loro. In realtà, non li invitavamo nemmeno: davamo per scontato, recitando un mantra non scritto, che tra gli utenti della Rete ci fossero i più svegli e i più persuasi (per usare un”espressione cara a Capitini).

Ci credevamo, lo sentivamo.

Ci sbagliavamo.

Ora la SVEGLIA!!11!! ce la danno loro, i “prossimi” a noi, con tanti esclamativi usati a mo” di manganello. E scopriamo che loro sono tra noi, e forse siamo noi stessi. La cultura che ha prodotto la stronza di cui sopra non viene dal nulla, ma è il risultato di tante litigate rimandate col nostro vicino di banco “perbene”, di tante questioni di principio annacquate con un cocktail sui gradini di S. Lorenzo, a Milano – quando non venivano recintati dalla Moratti e da Pisapia. E” il mesto piegarsi alla logica del compromesso e del “meno peggio”. E” la cultura autoreferenziale di molti blogger dalla battuta leziosa e jovanottiana, di un sistema cultural-intellettuale che da due decenni fa acqua da tutte le parti, che ama “speculare” sui fenomeni sociali senza chiedersi come mai, in questo vuoto di idee coraggiose e soprattutto di scelte morali, qualcun altro – loro – abbia scelto di muoversi comunque anche se in modi e linguaggi che ci sembrano orrendi.

Ora le conseguenze le pagheremo tutti, in forme ancora da verificare. Forse svilupperemo un”ulteriore diffidenza, un”ulteriore paranoia dei confronti del nostro “prossimo”. Magari sbagliando bersaglio: prendendocela solo con i manipolati dimenticando i manipolatori. Oppure mettendo nuove serrature alle stanze vuote di una catapecchia che volevamo occupare da soli.

@kaosreport

Il ventennio grillino

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Ciao a tutti, io sono laureato in economia, mi occupo di decrescita ma vorrei occuparmi anche di difesa perché sono antimilitarista. Ciao a tutti studio tre lingue dunque mi candido automaticamente alla commissione esteri. Ciao a tutti, sono laureata in giurisprudenza e vorrei mettere le mie conoscenze giuridiche a disposizione di tutti. Avanti così, per 163 volte, una per ogni eletto del M5S. Intanto, connessa in streaming, circa un terzo dell’Italia guarda con un misto di stupore e orrore. E’ la parte d’Italia intellettuale, spesso di sinistra oppure liberale (mi ci metto dentro pure io), quella che sa dove si trova il Senato, che sa cosa dice l’articolo 67 della Costituzione e che sa pure come si elegge il Presidente della Repubblica e come funziona il voto di fiducia. Insomma, l’Italia che perde da vent’anni e si ritrova puntualmente davanti a una TV, dopo le elezioni, a scuotere la testa con occhio vitreo davanti ai raggianti neoeletti. I grillini di oggi sono come i neoeletti di Forza Italia nel 1994. Noi come tanti piccoli Nanni Moretti li prendiamo per il culo e a ogni presa per il culo li rendiamo più forti. E sai che risate se pure questi restano lì per vent’anni?

Il tuo nemico più prossimo

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Apertura Apple Store a Catania, Italia, 2011.

L”Italia si è riscoperta socialista.

E” riemerso “lo spettro del fascismo” e tutti stanno in allerta.

Quando a parlare sono Grillo e Berlusconi, ovviamente.

Il panico è grande e non c”è nemmeno un Aventino immaginario sul quale rifugiarsi. L”Italia perbene è in “trincea”, saldamente  seduta sulla propria sedia. Ossessionata dal bisogno di indignarsi, informarsi. Condividere, soprattutto. C”è un pericolo alle porte: l”Eterno Ritorno dell”Uguale. Altrimenti detto: il Totalitarismo dell”Uomo Qualunque. O Populismo della Piazza.

Se su Berlusconi è stato già usato ogni epiteto possibile, per descrivere questo venditore di tappeti capace di fingersi tutto e il contrario di tutto, di esibire qualuque cialtronata pur di catturare il disagio dell”elettorato più anziano e incolto, qualche breve parola la vorrei spendere sul Movimento Cinque Stelle, sapendo di correre il rischio di cadere nel già-detto.

Per chi scrive la figura di Grillo equivale a quella di Bersani: nel senso che il suo orizzonte politico e culturale è, nonostante i proclami, il trionfo del riformismo. Avendo come primo interlocutore il Cittadino, infatti – il Cittadino Che Lavora, il Cittadino Che Non Ci Sta, il Cittadino-che-paga-le-tasse, etc. – la sua utopia non può andare certo oltre la “riforma” del “sistema”. Il suo rimane sempre un “dialogo”, per quanto rozzo e a parole distruttivo. Detto questo, ho avuto modo di incontrare la maggior parte degli attivisti del M5S napoletano già nel 2005, molto prima che si pensasse a possibili sbocchi elettorali. Erano i cosiddetti meetup. C”erano persone di tutte le età, soprattutto giovani e istruiti, che organizzavano riunioni per discutere di temi davvero arditi, quali: la raccolta degli olii esausti, gli inceneritori, la raccolta differenziata, la pulizia delle piazze, il giardinaggio, i referendum per i “beni comuni” – i beni comuni sono una fesseria, ma è un discorso che qui non apriremo -, la critical-mass, i parchi pubblici, tanto per citare qualche esempio che mi torna in mente.

Possiamo scandalizzarci quanto vogliamo delle dichiarazioni “fasciste” di Grillo e di alcuni suoi seguaci, dell”apertura a Casapound e della demagogia delle sue proposte. Ma questa è la mia esperienza e ci tenevo a raccontarla.

Scrive lo storico Emilio Gentile: “(il fascismo era) un fenomeno politico moderno… rivoluzionario… con un”ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilista e antiedonistica, sacralizzata come religione laica…”. Un movimento che si considerava, tra i suoi aderenti, trasgressivo e ribelle. Da qui il parallelo tra il “me ne frego” e il “Vaffanculo”, tra il culto di Benito e quello di Beppe. Manca nel M5S qualunque visione liberatrice per chi lavora o per gli immigrati, qualunque discorso di “classe”, di “liberazione” che non sia quella dalla burocrazia o dalle tangenti.

Se abbiamo paura del fascismo inteso come movimento nazionalista, antimarxista e antiliberista al tempo stesso, allora forse il grillismo si configura come tale. Fa un po” sorridere immaginare questi smanettoni esperti di Youtube come un pericolo per il potere costituito, specie in un Paese dove ancora si applicano codici degli anni Trenta e si condanna alla gogna chiunque lanci un sanpietrino, ma diamo per buona questa analisi.

Se invece parliamo di fascismo inteso come “regime”, un regime che tenta di controllare capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita, imponendone l”assimilazione ad una sola ideologia; un regime che controlla la Stato e non si limita ad imporre delle direttive, ma tenta di mutare radicalmente il modo di pensare, di inserirsi nell”intera vita privata dei suoi cittadini, al punto da far identificare essi stessi nello Stato, ebbene allora in questo caso il grillismo è arrivato troppo tardi: il fascismo c”è già.

Vero, abbiamo tutti la possibilità di votare. L”obbligo di leva è stato abolito. Le turpi squadracce che ad Atene e nella periferia romana vanno a caccia di immigrati ancora non hanno conquistato il nostro inutile Parlamento.

Ma è questo il fascismo come “idea totalizzante”? La svastiche e i fasci littori sono stati sconfitti. Ma i loro elementi essenziali – militarismo, razzismo, imperialismo – sono demoni che minacciano fuori la finestra, con le fattezze di cani rabbiosi, oppure sono stati già assorbiti, da decenni, nelle ossa avvelenate dei vincitori?

Ma soprattutto, perché  nessuno di questi Matteotti del 2013 chiamò “fascista” Gianni Agnelli a suo tempo, anziché riverirlo come simbolo di eleganza, quando mori” – Agnelli che col fascismo si era arricchito? Perché nessuno di questi giornalisti democratici chiama oggi “fascista” la nostra polizia o il nostro sistema carcerario, i più disumani d”Europa – forse perché fa troppo “2001” ed è fuori moda? E chi si degnò di chiamare “fascista” il reporter che oggi non vuol incontrare i nazi di Casapound ma ben pensò di pubblicare la foto con il domicilio di uno dei sospettati per la strage di Brindisi – che alla fine risultò pure innocente?

Alexander Stille da del rincoglionito e filo-terrorista a Dario Fo su Repubblica, un quotidiano che  aveva censurato un blacbloc come… Odifreddi, quando questo si era permesso di chiamare “terrorista” lo Stato di Isreale. Sì, ma Ahmadinejad? Ahmadinejad non è mai venuto a farmi paternali sui pregi dello stakanovismo, tanto per iniziare. Al contrario dei devoti di San Jobs da Cupertino. E questo già mi basta per non voler organizzare golpe contro di lui

Domandiamoci, per una volta, onestamente, chi o cosa rappresenta l”oppressore delle nostre esistenze. Qui e adesso. Sono sicuro che nella maggior parte dei casi non verrà fuori la testa rasata di un tifoso bestiale, né un sottoscala zeppo di studenti che discettano su leggi e corruzione.

Cos”è un saccheggio di un supermercato, una torta in faccia ad un intellettuale, un calcio nel sedere ad un giornalista, un cantare animalesco di cori nello stadio, a confronto dell”alienazione mortale delle nostre esistenze, dello squillo sempre troppo anticipato delle nostre sveglie, della prospettiva di quarant”anni da passare in fila al supermercato, con in mano una carta di credito rimpinguata, se ci va di lusso, dalla carità di qualcun altro?

Mi auguro che Casapound e Casaleggio non prendano troppi voti. Ma le adunate che più mi fanno paura, comunque vada a finire quest”avventura – e di avventura ne abbiamo bisogno – non sono in piazza – regno di scoramento e malinconia, soprattutto tra chi vota Grillo -, ma quelle robotiche e iper-eccitate dei dipendenti Apple, che ballano a ritmo rock. Il lavoro, sopratutto di questi tempi, rende estremamente euforici. Talmente euforici da non farci realizzare di aver sacrificato la nostra vita, la pienezza della nostra esistenza ad una religione civile, un”astrazione pericolosa tanto quanto il Dio, Patria & Famiglia di mussoliana memoria.

Non c”è manganello più pericoloso di quello invisibile e che non lascia lividi, bellezza. Alba Dorata sopra di me, il poliziotto armato dentro di me…

23 febbraio 2013.

Vedi: Inaugurazione Apple Store Porta di Roma

Weimar

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Riciclo una mia vecchia nota, per stare sul tema del giorno. Sui grillini c’e’, effettivamente, poco altro da dire, quindi riciclarmi va sempre bene. Notate che tutto cio’ accade prima del boom elettorale del M5S.

Ieri sera (nota: era il 21 Aprile) nel pubblico “L’ultima parola” erano presenti numerosi amministratori locali eletti con il Movimento 5 Stelle. Gente che acquisirà sempre più visibilità e consenso, dato che i politici “ufficiali” non sono meglio di loro.

Un discreto numero di questi erano seduti dietro di me. Io, pur essendo un po’ malaticcio – e forse per questo più irritabile – inizio a chieder loro come sia possibile che nel programma di un movimento che rischia di entrare in Parlamento ci sia il ripudio del debito pubblico.La discussione si fa divertente, perché appare evidente che i nostri eroi non sono assolutamente coscienti degli effetti di una cosa del genere: anzi, sparlano di separare il debito “detenuto dagli italiani” da quello “detenuto dalle banche”. Ambulanze su ambulanze.

A un certo punto mi salta la mosca dal naso e gli faccio notare due-tre cose, che non sembrano cogliere. Quindi dico, letteralmente: “Weimar, avete presente Weimar?”, e mi giro. Mi viene riportato che i tizi hanno iniziato a dibattere su chi fosse questo Weimar. La conclusione cui pare siano giunti è che Weimar sia un intellettuale critico del M5S, e quindi un membro del Sistema da boicottare. La ragazza che a quel punto è scoppiata a ridere e ha fatto loro notare che forse non era una persona si è sentita dare della berlusconiana o della bocconiana, o magari entrambe le cose.

Siamo in queste mani, gente.

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