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Grecia

L’incredibile storia del pellicano Petros (Una storia estiva per l’autunno)

in mondo by

Oggi dalle mie parti il tempo è uggioso. E quando il tempo è uggioso, alle volte, viene la malinconia. La malinconia del sole, del mar, e dell’ ultimo amore estivo, ad esempio.
Il mio amore estivo di quest’anno si chiama Petros. O meglio, si chiama “la storia di Petros”.
Ci siamo conosciuti a Mykonos, nelle isole Cicladi, io e “la storia di Petros”, ed è stato amore a prima vista.
Petros è dolce, presente, e rosa. Si, rosa, perchè Petros è un pellicano. O meglio IL Pellicano. E al pari di Dei, filosofi e guerrieri della terra greca, porta con se il suo mito.
Oggi, in questa giornata uggiosa, vi racconto l’incredibile storia di Petros. Una storia che non è una, ma molte.

Una fredda mattina del 1954 il capitano Charitopoulos trova sulla spiaggia un pellicano ferito. Stava probabilmente migrando da est verso la regione del Nilo (ah! queste migrazioni sono sempre un gran casino) quando si era imbattuto in una terribile tempesta. Impietosito, il buon uomo, decide di prendersene cura e rimetterlo in forma. Il volatile si salva e non lascia più Mykonos, dove viene accolto e coccolato dai suoi abitanti, che gli danno il nome di Petros.
I religiosi vedono nell’arrivo del Pellicano un segno di Dio, in quanto simbolo cristiano della crocifissione. Gli altri miconiani, che delle religione se ne fregano e preferiscono fumare e giocare a backgammon, lo ritengono un segno della Fortuna. E a quanto pare funziona. Con Petros iniziano ad arrivare a Mykonos i turisti, in quantità sempre maggiori, portando un po’ di soldi e la bella vita. Viene, inoltre, scoperto un giacimento di barite.
Tra gli abitanti di Mykonos, Theodoris Kyrantonis prende particolarmene a cuore Petros. I due diventano inseparabili. Theodoris è un po’ uno Zorba delle cicladi, ama ridere, bere e ballare. Aveva perso sei dei suoi dodici figli ma non gli era mancato amore da dare a Petros. Scatena quasi una guerra contro la vicina isola di Thinos, quando i suoi abitanti cercano con l’inganno di sottrarre Petros ai miconiani per farne la loro mascotte.
L’amicizia tra l’uomo e il pellicano continua ininterrotta fino al giorno precedente la pasqua del 1975. Quel triste giorno, Theodoris, seduto al bar a bere e ridere, scivola improvvisamente a terra e muore, accanto a Petros.
I miconiani raccontano che il povero Petros non si separò dalla bara di Theodoris fino a quando questa fu tumulata. Fu il figlio di Theodoris, Georgios, a continuare a prendersi cura di Petros.
Ufficialmente la storia di Petros termina, in pace, nel 1986, quando, orami vecchio, muore, lasciando un vuoto enorme negli abitanti di Mykonos. Per colmare questa tristezza, Jackie Kennedy- Onassis decide di regalare all´isola un nuovo Petros. A cui si aggiugono Irene, la pellicana donata dallo zoo di Amburgo, e Nikos, un terzo pellicano trovato anch’esso trovato ferito e rimesso in forze. I tre vengono spesso visti gironzolare intono alla taverna Nikos, al mercato del pesce vicino al porto, e nella zona della “piccola Venezia”.

Fine della storia, direte voi. Eh no, perchè come nei migliori miti greci, le leggende sul pellicano aggiungono strati di verità alla verità.
Impazzita per la storia di Petros sono partita alla ricerca dello stesso per i vicoli di Chora, la città di Mykonos, ed ho iniziato a interrogarne gli abitanti. I quali sembravano piuttosto restii a parlarne. La cosa mi ha insospettita. Ma, travestita da Sherlock Holmes in bikini, non mi sono data per vinta finchè non sono venuta a conoscenza di particolari scabrosi sul caro Petros.

A quanto pare la fine dell’animale fu tutt’altro che pacifica.
Le voci più insistenti parlano di Petros investito da una macchina, evento che ha creato una pesantissima onta per i miconiani e un grandissimo senso di vergogna per la sventura dell’animale tanto amato, e che ha dato vita a sua volta alla ilare, direi, leggenda secondo cui Petros ora vada in giro con una “guardia del corpo”.
Deve essere il lavoro più bello del mondo, fare la guardia del corpo a un pellicano, ho ovviamente pensato io, già impazzita all’idea di dare una svolta alla mia carriera.

Se non chè, questa versione non era abbastanza scabrosa per un finale VERAMENTE drammatico. E’ stato solo dopo divesi bicchieri di retzina e altrettanti shots di mastica che ho scoperto la verità. A fornirmela è stato il mio oste di fiducia, Anastasiou, che piu´ brillo di me, a voce bassissima, per non farsi sentire, mi dice solo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità: Petros, il primo e originale, è stato, cito letteralmente, “raped to death”, stuprato a morte, da un turista olandese ubriaco. Il quale, a quanto pare, ha poi ucciso anche due ragazze.

Cinque minuti di silenzio. Neanche i successivi shots di mastica possono cancellare lo shock per la triste fine del povero pellicano. E non ci sarà pellicano al mondo, che non mi ricorderà il mio ultimo amore estivo.

Io, Petros, (o Nikos o Irene), quello vivo e vegeto, non l’ho incontrato, ma la storia di Petros l’ho amata da subito, e certamente d’ora in poi  guarderò con enorme sospetto ai turisti olandesi.

La Grecia ha rotto il cazzo

in società by

Siete nel giardino di Camilla, si festeggia la sua ammissione al dottorato in antropologia culturale all’Università di Bologna e ha organizzato la solita tristissima grigliata vegetariana. È una serata di fine agosto, il clima è quello afoso tipico della Bassa Padana. Il cielo sopra San Giovanni in Persiceto è stellato. I discorsi pure sono quelli tipici di fine estate: le esotiche vacanze a Riccione di Mario, le turiste tedesche che non è riuscito a trapanare, l’ormai imminente rientro in ufficio, le vegane che non fanno i pompini. Ci sono tutti: c’è Carla, che è rientrata da poco dall’Australia, dov’è stata un anno a raccogliere pere williams in una fattoria sperduta nel nulla; c’è Mimmo, che è di nuovo single e ha cominciato a usare Tinder con la pacatezza emotiva di un incallito giocatore di videopoker; c’è Mario ubriaco lercio arrivato direttamente dal campionato mondiale di Beer Pong Cesenatico 2015.

È una bella rimpatriata e si beve Sangiovese e si mangiano peperoni grigliati. Carla racconta che in Australia ha fatto una gita sul monte Uluru, un luogo sacro degli aborigeni, ed esibisce fiera il suo pezzettino di roccia – sacra pure quella – da cui ha ricavato un piccolo portachiavi per l’auto. Quando lo vede, Camilla l’antropologa ha un calo di zuccheri e intona un antico canto aborigeno per purificare le anime dei presenti. Mario è incuriosito ma non dal portachiavi; chiede a Camilla se secondo lei le aborigene fanno i pompini. “Stantuffo o rifrullo?” domanda mimando platealmente le differenti tecniche. L’intera tavolata sorvola e si torna a parlare di altro.

A un certo punto succede che il tizio che frequenta Camilla, uno che di nome fa Enea e s’è appena laureato al DAMS con una tesi sull’estetica popolare dell’opera poetica di Pasolini, comincia a dire che il vero problema è il-senso-della-misura. Proprio così dice: “Non abbiamo imparato niente dalla cultura greca antica, non abbiamo il-senso-della-misura“. Mario lo guarda perplesso. “Ma non è vero! Guarda che Camilla ce l’ha il-senso-della misura! Daje, Cami’, raccontagli di quando stavi con quel giocatore di basket senegalese!” urla dando una leggera gomitata all’amica dottoranda. Segue qualche secondo di imbarazzato silenzio. Nel frattempo Mimmo ha beccato una milfona di Castelfranco Emilia su Tinder e ci tiene a mostrarla a tutta la comitiva.

Enea non si lascia scalfire dalla misura del giocatore di basket senegalese e riattacca il comizio. “Ma vogliamo parlare di quello che stanno facendo alla Grecia? Vogliamo parlarne? È una colonizzazione, ecco cos’è! Stanno distruggendo la culla della democrazia!” dice infervorato il critico letterario in erba. Tu hai un brivido nella schiena. “Il pippone sulla Grecia no, dài” pensi mentre la mamma di Camilla porta una torta sulla quale hai simpaticamente fatto scrivere col cioccolato “Camilla non la dà nemmeno brilla”.

Neppure la torta frena l’entusiasmo filoellenico di Enea. “E vogliamo parlare degli aeroporti? Ormai sono roba dei tedeschi. Le banche? Tedesche pure quelle. Tutto tedesco!” ripete rivolgendosi all’intera comitiva. Dopo si mette a raccontare le sue meravigliose vacanze a Mykonos. Dice che è stato il suo modo di contribuire alla ripresa economica greca ed è diventato amico di un pescatore che una domenica l’ha invitato a unirsi al battesimo della nipote e hanno mangiato moussakà e bevuto ouzo e ballato il sirtaki tutto il giorno. Ci mostra fiero le foto scattate sul display della sua Reflex, che ha tirato fuori per immortalare Camilla intenta a tagliare la torta con simpatica scritta di cioccolato.

Tu hai la nausea. Hai ascoltato la filippica del tizio senza dire mezza parola. Hai pensato “bravo Malcolm, stai migliorando”. Ma quando lui attacca a parlare del referendum greco non ce la fai più. Di fronte a te c’è un’ampia ciotola di plastica rigida piena di olive verdi del diametro di otto centimetri avanzate dall’aperitivo. Con uno scatto felino lo agguanti, ti alzi e glielo lanci sulla fronte con precisione degna di un giocatore di curling canadese. Per l’urto e lo spavento Enea si sbilancia e cade dalla sedia. Mario sale in piedi sul suo sgabello e comincia a ululare come un coyote delle Montagne Rocciose. Mimmo ti guarda e sghignazza come a dire “ci sei mancato, Malcolm”.

Enea è confuso, Carla e Camilla lo aiutano a rialzarsi. “Assaggia ‘ste olive, Enea, so’ greche” gli dici. “La Grecia ha rotto il cazzo” aggiungi allargando le braccia come a significare “amico, ti mancano le basi, non puoi mica metterti a parlare impunemente di certe cose in mia presenza”. Poi ti metti a elencare.

La patetica retorica filoellenica sui social network; la Grecia “culla della democrazia”; la giacca di pelle di Varoufakis; la moto di Varoufakis; le foto delle vacanze sull’isola greca a mangiare pesce fresco con tanto di hashtag tipo #Greece #Tsipras #OXI; quelli che citano Platone alla cazzo di cane; quelli che citano Socrate ma non sanno che stanno citando Platone che cita Socrate; Il mio grosso grasso matrimonio greco; Mykonos; il liceo classico; lo yogurt greco; quelli che hanno frantumato i coglioni col referendum per mesi senza capirci un cazzo di niente; quelli che OXI OXI OXI; il Pi greco; Grexit; le invettive contro i tedeschi colonialisti; Santorini; la bandiera greca come immagine del profilo Facebook; quelli che negli status scrivono frasi in greco; la feta; Creta; Eschilo, Sofocle ed Euripide; Alexis Tsipras; Syriza; il crowdfunding per estinguere il debito greco, perdio, il crowdfunding per estinguere il debito greco!

Riprendi fiato. Enea è stordito, non è abituato al confronto dal vivo, è abituato a twittare roba tipo #freeGreece #ThisIsACoup. Ci prova a ribattere qualcosa ma emette soltanto suoni gutturali. “Demoazia, Zipas, Paatone, Ghecia, refeeendum…” biascica mentre Camilla gli passa un fazzoletto sul viso. “La Grecia ha rotto il cazzo” dici ancora una volta guardando Mario. Lui sorride, ti viene vicino e ti dà una pacca sulla spalla per farti capire che hai fatto la cosa giusta. Poi, sobrio come un operaio russo alla fine di un pranzo di matrimonio, richiama l’attenzione di tutti e fa partire un coro da stadio: “Camiiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla! Camiiiilla! Camiiiiilla non la dà nemmeno brilla…!” Ti risiedi soddisfatto, hai fatto il tuo dovere. Sul tavolo c’è un’oliva solitaria scampata al lancio di poco prima. La raccogli e la metti in bocca. “È greca” pensi.

Ode estiva al commentatore

in arte by

Così di luglio canicola mi colse
nel legger quivi dell’ellenico “no”
che del martirio niente risolse.

Stavvi in Atene Yanis, e a tono
a chi domanda di qual direzione
della moneta invita abbandono,

ché d’Europa un’unica costituzione
non trovò speme nel loro giudizio
ma sola sorgente, di trista agitazione.

Tutti dottori, fin dall’inizio:
ovunque è segno di granda cultura
scriver pareri in quel tale ospizio

blu, popolare, american di fattura,
di come evitare ratti il cadere,
di come non cedere alla paura.

“È la Democrazia, che ferma il potere
che ferma la gogna del neoliberismo
posta ‘sì all’uso del laido banchiere!

Non pagheranno: v’è il classicismo,
che con Ulisse, Parmenide e Achille,
serra la morsa d’ogni anglicismo

quello d’i conti, che somman a mille,
che nel pareggiar tosto il bilancio
vi guardan dritti nelle pupille

e chiedon maligni di spesa il trancio”.
Così parlavon da destra e mancina
tutt’i teorici del keynesiano rilancio

ma non si curavan della carneficina,
di povertà e mestizia ch’arriva
già nella Grecia di socialismo fucina.

Sull’altra sponda corre giuliva
la massa degli orbi, degli entusiasti
di quell’Europa, ch’è locomotiva

della ricetta che solve i contrasti
centralizzando (in guisa già vista!),
e che solo cura i possibili fasti.

Quivi restavo, volgendo la vista
al duttile schermo, sempre in rinnovo,
leggendo di tutti il parere onanista,

quand’ecco cogliemmi un pensiero nuovo:
lasciamo da parte il solito articolo
e diamo al lettore codesto stilnovo.

La Grecia, l’Europa e il gioco del pollo

in economia/mondo/politica by

Al di là delle questioni di merito (che lascio a gente ben più esperta di me in materia), quello che mi colpisce maggiormente di questa storia è che Grecia e (semplificando) Europa, invece di sedersi a un tavolo e cercare concretamente e responsabilmente una soluzione a questo casino, si siano messi a fare il gioco del pollo.

Cos’è il gioco del pollo? È questo qui sotto (minuto 2:35).

Perché, vi chiederete, di fronte ad uno snodo cruciale come quello a cui stiamo assistendo, i leader dei paesi coinvolti ci cimentano in quello che santa wikipedia martire ci spiega essere un passatempo da deficienti? Perché il loro scopo non è trovare la soluzione migliore al problema (la Grecia non ha i soldi ERGO se va per stracci l’Europa i suddetti soldi non li rivedrà mai) ma far contente le rispettive tifoserie che li dovranno votare alle prossime elezioni. Ed ecco quindi Tsipras che tira fuori un referendum con una settimana di preavviso (paventando le dimissioni in caso di esito negativo) per gettare in faccia alla Merkel* che ha dalla sua parte l’intero popolo greco (anche perché è stato eletto col 36%), e la troika insistere con le misure che già avevano fatto casino la volta precedente e ispirate, almeno in parte, su uno studio quantomeno controverso (ma che per altri paesi, tipo Irlanda e Portogallo, hanno effettivamente funzionato).

Il bello del gioco del pollo è che l’unico motivo razionale per giocarci è essere convinti che l’altro si farà più male di te nello schianto (specie se entrambi i contendenti si affidano alla teoria del pazzo). Ho quindi la netta impressione la vera scommessa in ballo sia su cosa succederà quando la Grecia uscirà dall’euro con Tsipras che spera, almeno nel medio periodo, di cavarsela non troppo male (cosa che distruggerà l’idea stessa di austerity visto che nessuno mangerà più la minestra potendo saltare agilmente dalla finestra) e la Merkel che tifa per uno scenario Maxmaddesco/Kenshiriano da usare come monito per il prossimo stronzo che proverà a fare il furbo.

Per riepilogare la stupidità della situazione osserviamo che

1) Tutti gli attori coinvolti ritengono assolutamente normale scommettere sulla pelle di undici milioni di tizi

2) Qualsiasi esito ci sia nella vicenda l’idea stessa di Europa è probabilmente defunta nella mente di tutti i suoi cittadini

3) È la terza volta in 150 anni che la Germania raggiunge l’apice della sua potenza e si prodiga per buttare tutto nel cesso: stavolta è forse la peggiore di tutte in quanto avrebbe concretamente potuto guidare l’Europa ad assumere un ruolo chiave nello scacchiere internazionale (scusate l’orribile espressione da bignami del giornalismo). Immaginate un’Europa forte e unita come interlocutore credibile verso la Russia in alternativa agli USA (anche lì un bel gioco del pollo) e ponte verso Africa e Medio Oriente. Cara signora Merkel, in vista della prossima volta assuma come spin doctor il Dr. Jack Shephard.

4) L’ho già detto ma vale la pena ripeterlo: se la Grecia va per stracci, i debiti NON LI PAGHERÀ MAI: per la cronaca buona parte di quei debiti sono nei confronti dell’Italia. E questo ci porta a

5) Renzi fa la figura del tizio che, non avendo studiato un cazzo, pensa che sputtanando il compagno di banco con la maestra si salvi il culo dall’interrogazione. Anche in una situazione di merda, riusciamo comunque a distinguerci alla grande.

*Si intenda “Merkel” come personificazione della Troika, e dei vari elettorati nordeuropei

La morte dell’Homo oeconomicus

in economia/politica/società by

Spero mi si perdonerà la provocazione, ma io ho l’impressione che quello che sta succedendo in Europa con la crisi della Grecia segni, paradossalmente, la fine dell’Homo oeconomicus.

Non voglio ora sbilanciarmi su una posizione o sull’altra, pro-Tsipras o pro-Troika – sinceramente non avrei nemmeno i mezzi per farlo. Tuttavia, l’impressione è davvero quella di una partita che va ben al di là della pura questione economica, sebbene questa rimanga, almeno apparentemente, centrale. Anzi, credo proprio che l’idea di un’economia come espressione unica e assoluta della vita umana in Occidente, una volta giunta al suo massimo apice, sia destinata a subire un tracollo da cui non potrà facilmente riprendersi.

Mi spiego: l’altro giorno ho seguito in diretta l’appello (definito da più osservatori “accorato”) di Juncker al governo greco per una ripresa in extremis delle trattative. Juncker appariva davvero onesto e sincero nelle sue intenzioni di apertura invitando, quasi sull’orlo delle lacrime, il governo e il popolo greco alla ragione. Eppure, a seguito di una risposta, seppure tardiva, della Grecia, vi è stata una chiusura prima da parte della Germania e poi dallo stesso Juncker, che ha letteralmente stoppato i commissari europei fino al voto del referendum il 5 luglio. Un cambio di atteggiamento davvero sorprendente e radicale.

In questo gioco di rimbalzi è allora facile vedere logiche e non-logiche strategiche che vanno ben al di là di un calcolo di pure interesse economico: siamo nel pieno campo della politica e, forse, persino in quello dell’ideologia. Attenzione, sto parlando di entrambi i campi, Eurogruppo da un lato e SYRIZA dall’altro: mi sembra davvero che il movente di molte delle decisioni delle ultime ore siano avulsi dal puro calcolo di opportunità/opportunismo economica/o.

D’altronde, questa posizione è stata espressa da economisti premi Nobel sicuramente molto più competenti di me in materia, i quali hanno a più riprese denunciato le manovre squisitamente politiche di certi poteri europei a danno dell’autonomia greca. Aggiungerei, però, che le considerazioni di questi stessi economisti hanno molto spesso il sentore della presa di posizione politica (ancora una volta: ideologica?), nei confronti di una situazione che è in realtà lo specchio di un problema persino più vasto – riguardante in ultima analisi la natura dell’Unione Europea.

Ognuno è poi libero di fare le considerazioni che vuole sulle varie responsabilità nel merito della questione. Vorrei sottolineare soltanto il fatto che l’economia come griglia interpretativa definitiva, totalizzante, quasi molochiana della realtà pare in questi giorni capitolare a fronte di un universo così ampio di fattori e variabili umane che gli stessi analisti sembrano ammutolire in un fremito di inadeguatezza.

L’Homo oeconomicus sta morendo. O perlomeno non si sente molto bene.

Ich bin griechisch

in economia/politica by

“Certo che le banche ci potevano pensare prima a perestare tutti questi soldi alla Grecia!”

Messa così pare che all’epoca il sor Papandreu si è recato nella filiale di Intesa Sanpaolo di Tessalonica dicendo “zio mi alzi 150 miliardi?”. In realtà, invece, fino ad un certo periodo storico, la Grecia, come qualasiasi altro stato sovrano, ha emesso titoli di debito pubblico che venivano acquistati dal mercato. Da voi lettori, da mio zio, da me, e ovviamente anche dalle banche. Anzi, prevalentemente dalle banche, perché, sempre fino a quel determinato periodo storico, acquistare titoli del debito di un Paese sovrano era una prassi consolidata per gli istituti finanziari, perché venivano considerati titoli “sicuri”. A maggior ragione quando tali titoli entrano sotto il “cappello” dell’Euro, moneta oggettivamente molto potente. Semplicisticamente: erogare un credito e acquistare un titolo di stato, se alla fine danno un effetto sostanziale uguale (“zio, me devi da i sordi!”), nascono come operazioni completamente diverse: nel primo caso sei tu che devi, da buon padre di famiglia, valutare le possibilità di rimborso del debitore; nel secondo caso, questa operazione è fatta, tendenzialmente, dalle società di rating. Che si basano su molte considerazioni, tra le quali i dati di bilancio. Che, come abbiamo avuto modo di apprendere, non sono propriamente ciò in cui eccellono i miei amati Opsiciani. E nemmeno i Bucellarii, se la cosa vi può consolare.

Ciò che poi è accaduto è che questo debito puzzone che girava per le banche (e per gli investitori privati) europei è stato sostanzialmente “trasferito” alle autorità sovranazionali. In buona sostanza, a tutti noi taxpayers europei. Questo, attenzione, non è stato fatto “rigirando” il debito dalle banche alla collettività: perché quel debito ha subito un pensante “haircut”, cioè una buona parte di esso è stato cancellato per sempre. Quindi occhio a dire “le banche hanno sbolognato il debito ai taxpayers”, perché a) non sono state solo le banche, ma magari anche mio zio che s’era comprato l’obbligazione ellenica b) in ogni caso, chi deteneva il debito greco all’epoca dell’haircut ci ha perso una discreta quantità di soldini. In soldoni: se prima JP Morgan Chase Manhattan deteneva un titolo che valeva 100, ha registrato una perdita secca a conto economico per 50; gli altri 50 se li è accollati la collettività europea.

Il trasferimento alle autorità sovranazionali (quelle rappresentate dalla Troika, per intenderci) è stato un passaggio fondamentale a mio modo di vedere, perché così ha finalmente liberato la gestione del debito greco dalle mere logiche finanziario/contabili. O meglio, avrebbe dovuto, perché effettivamente i tedeschi ragionano come se uno stato sovrano fosse una azienda, e questa è una cazzata bella grossa. Ma, tenendo un attimo da parte the unfuckable big assed, ripeto: che il debito greco sia diventato una questione politica e non più finanziaria è una cosa positiva, molto positiva. A questo punto la battaglia da fare è: ma adesso che possiamo gestire con calma questa roba, senza dover pensare al Net Present Value dell’investimento, ha senso andare lì e fare i pignoratori che si comprano il Pireo a due lire e lo rivendono agli oligarchi? Certo che no. Così come, però, non ha senso fare i pagliacci per mesi dicendo “io non vi pago” e basta. Se Tsi&Var avessero avuto un tipo di approccio diverso, se avessero dimostrato buona volontà e una visione di lungo periodo, a quel punto gli unici coglioni sarebbero rimasti i tedeschi e la loro mentalità tedesca. E a quel punto avremmo tutti potuto a buon diritto dire Ich bin griechisch e studiare assieme una strategia di lungo periodo per fare stare bene la gente. Perché se questi disgraziati chiedono solo di cancellare il debito, altri stati sovrani si troveranno a dover gestire perdite molto ingenti. Tra l’altro mentre dall’altra parte dell’Adriatico un panetto di burro costa 3 miliardi di dracme.

Non aiutare la Grecia (o non farsi aiutare, alla fine è uguale) è un gioco lose-lose, ci perdono i greci e ci perdono gli europei. Finanziariamente ma, soprattutto, politicamente.

Europa

in #Ellenica by

Nacque tutto da una questione di corna.

Anzi no, nacque tutto da una questione di gonadi.

Eh già, perché Zeus era un dio dall’arrapamento facile, un nume dalla sessualità a dir poco esuberante che quando era il momento di infilare la folgore da qualche parte non ci pensava di sicuro due volte. Dee, ninfe, donne mortali e persino ragazzini imberbi erano tutti potenziali oggetti della, ehm, attenzione della divinità: chiedetelo al povero Ganimede, appena adolescente, trasportato in volo sul monte Olimpo da uno Zeus trasformato in aquila mosso dalle peggiori (migliori?) intenzioni.

Pure ‘sto brutto vizio di trasformarsi in animale: non è chiaro se l’attitudine metamorfica fosse dettata dalla necessità di nascondersi dalla gelosissima e cornutissima moglie Era (ve lo ricordate come andò a finire con Eracle?) o se vi fosse piuttosto un piacere nascosto, quasi freudiano, in questo furry ante litteram…ad ogni modo a Leda sicuramente il vizio non dispiacque, d’altronde quando si tratta di grossi uccelli non è proprio il caso di fare le difficili.

Dunque le gonadi, Zeus perennemente arrapato ed Europa che era una grandissima gnocca. O almeno così dice il mito, e chi siamo noi per mettere in discussione i gusti degli antichi Ellenici? Europa, principessa e figlia di Agenore, re di Tiro, con questa mania per l’igiene che la spingeva ogni giorno in spiaggia a lavarsi con l’acqua del mare, tuttignuda sul bagnasciuga, e vuoi che il Padre degli dei non colga l’opportunità al balzo? E così, all’ennesima provocazione, è chiaro che quella troia vuole del cazzo mo’ glielo faccio vedere io, il gaudente Zeus organizza il solito espediente animalesco e ordina a Hermes – nome tipico da bocciofila emiliana– di condurre la mandria di buoi di Agenore presso la spiaggia; fra questi si mischia lo stesso Zeus, tramutatosi in un bellissimo toro bianco (ma come si fa a definire se un toro è bello o brutto?) dalle corna perfette a forma di mezza luna (ah ecco, si guardano le corna). Europa si accorge di questo bellissimo toro, si avvicina, il toro si genuflette e la ragazza fa quello che una qualsiasi persona normale farebbe di fronte a un toro genuflesso: gli sale sulla groppa.

E Zeus reagisce come più o meno tutti ci aspettavamo: parte al galoppo con la bella Europa tutta nuda ancora sulla groppa. Lei urla, scalpita, vuole scendere, ma niente, in un attimo il toro ha attraverso il mare e più pratico di un volo Ryan Air atterra sull’isola di Creta, scarica il bagaglio e si mette all’opera.

Che cosa abbia fatto Zeus una volta finita la monta non è ben chiaro, probabilmente è tornato sull’Olimpo a prendersi le mattarellate in testa dall’irritabile Era, o forse si è subito in cerca di un altro partner più o meno consenziente, però pare che prima di partire abbia fatto dei doni ad Europa. Tra cui un marito, Asterione, re dell’isola. Dettaglio non da poco, anche perché nel frattempo la ragazza era rimasta incinta. Dallo sperma divino nasceranno dunque tre semidei: Radamanto, Sarpedonte e…Minosse. Decisamente un futuro segnato anch’esso da tori arrapati e rapporti intraspecifici per il povero Minosse. Ma questa è un’altra storia.

Ebbene, ‘o mythos deloi oti, la favola insegna che: il mito di Europa iniziò con uno stupro.

Chissà come andrà a finire.

Mangino brioches (scadute)!

in economia/giornalismo/mondo/politica by

Più di dieci anni fa, alcuni lo ricorderanno, le geniali autorità della Corea del Nord chiesero ad alcuni Paesi europei, in particolare alla Germania, di inviare loro i capi di bestiame affetti dal morbo della mucca pazza: “meglio rischiare l”intossicazione che morire di fame”, pensavano i nordcoreani. O meglio, lo pensavano i loro carcerieri, alias le menzionate geniali autorità nordcoreane.

La Germania rifiutò; ricordo innumerevoli voci alzate contro la gestione fallimentare dell”economia comunista che costringeva i nordcoreani a scegliere tra carestia e possibile contagio “da mucca pazza”.

Bene: il 12 ottobre 2012, le geniali autorità Greche hanno autorizzato la vendita sottocosto di cibi scaduti, salvo il rispetto – ci informano i geniali media italiani – di “alcuni paletti chiari” (NIENTEMENO!): “i prodotti che hanno una data di scadenza che precisa giorno e mese, potranno rimanere sugli scaffali fino a un massimo di una settimana in più. Quello dove sono indicati solo mese e anno, 30 giorni oltre la scadenza. Dove invece è riportato solo l”anno oltre il quale è sconsigliata la consumazione, verranno garantiti tre mesi in più di vita commerciale“.

Ora, sicuramente altre geniali menti troveranno modo di esercitare il loro cinismo in susseguiosi distinguo, blaterando che le due vicende non hanno niente in comune.

Sarà per questo che non si alzano – contro le politiche economiche greche – le voci indignate che giustamente condannavano le geniali politiche nordcoreane.

Io invece penso che la testardaggine con cui le geniali autorità nordcoreane e le altrettanto geniali autorità greche (ed europee, trattandosi la Grecia di un paese commissariato) difendono le proprie fallimentari teorie e pratiche economiche, incuranti degli effetti che queste hanno sulle popolazioni dei propri Paesi, costringendole a scegliere tra fame e rischio di malattia, abbiano in comune la stessa feudale noncuranza del benessere dei propri cittadini (pardon, volevo dire “sudditi”!). Ma probabilmente accade perché non sono abbastanza geniale! Santè

E la Mesopotamia?

in mondo by

Cosa avrebbe fatto Nietzsche nella vita senza la Grecia? Forse l’idraulico. Fortunatamente così non è stato: Nietzsche ha letto tanti classici greci ed è diventato filosofo. Con il suo solito eloquio forbito Claudio Magris usa questo argomento per dirci che la Germania deve mettere mano al portafoglio e aiutare la Grecia. Possibilmente senza fare troppe storie. Il nostro intellettuale mitteleuropeo di riferimento sostiene che, senza la Grecia, culturalmente non può esistere l’Europa. La Grecia classica ha fondato tutto, “dalle domande fondamentali sulla vita all’esigenza di valori universali”. Da qui l’obbligo morale di aiutare finanziariamente i pronipoti di Aristotele e Eraclito. E se invece della Grecia fossero nei guai, che so, la Lituania o la Bulgaria, centellineremmo gli aiuti in base al numero di filosofi prodotti nei secoli? E che dire della Mesopotamia? Non dovremmo essere riconoscenti alla Mesopotamia, senza la quale non ci sarebbe stata la Grecia e dunque nemmeno Nietzsche? Che ingrati siamo stati a bombardarla e poi occuparla dal 2002 a oggi!

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