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Le trame intricate di Governo risolte da Evangelion.

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Solitamente le società statali sono gestite da grigi burocrati che non sono altro che l’appendice dei poteri politici esistenti in un dato momento. Se sono diligenti il loro operato rimane nell’anonimato, altrimenti la fama li aspetta sulle pagine di cronaca giudiziaria. Poi ci sono i casi eccezionali in cui la guida è affidata ad un vero leader, la cui indipendenza è garantita dal proprio carisma e da un attaccamento quasi ossessivo all’azienda, tanto da fondere casa ed ufficio in un unico edificio.

Per noi italiani il nome-simbolo è quello di Enrico Mattei, il cui appartamento si trovava racchiuso nella metanopoli di San Donato Milanese, gli uffici dell’ENI come fondamenta e l’eliporto personale come tetto. Nel mondo, invece, il ruolo di colui che subordina lo Stato –  meglio ancora, quell’insieme di Stati comunemente chiamato ONU  – anziché esservi subordinato spetta a Gendo Ikari, comandante dell’agenzia NERV.

Un uomo che secondo alcuni (in fondo in fondo secondo tutti) troppo forte materialmente e troppo debole caratterialmente. Un comandante che ha in mano l’arma più micidiale mai creata e ne consegna le chiavi al figlio quattordicenne. Eppure, a distanza di mesi, il saldo è positivo. “È positivo perché un sottoinsieme non è mai superiore all’insieme che lo contiene, e le perdite umane e materiali, per quanto grandi, non saranno mai preferibili alla fine dell’umanità.” mi dice seccamente, in piedi davanti a me, nel salone più grande della NERV. Gli dico quindi che, se la sua unica paura è la fine dell’umanità, non si farà troppi problemi ad esporre in tutta franchezza il suo parere sulla crisi di governo italiana. Per qualche secondo rimane in silenzio, e mi rendo conto che non ha la minima idea di chi io sia e di cosa ci faccia in quella stanza, uno di fronte all’altro, mentre qualsiasi cosa intorno a noi sembra fluttuare in un mare di enigmi. Lo deduco dal piegarsi delle labbra, ché lo sguardo è come sempre mascherato dai sottili occhiali da sole arancioni scuro. Poi finalmente sorride: “Oh, l’italiano! Ma certo! Ma certo! Venga, andiamo a prenderci un caffè, le va? Vero espresso italiano!” e con un saltello si avvicina bonaccione a battermi sulla spalla. Non mi aspettavo una reazione simile. “Mi scusi eh, ma pensavo fosse l’ennesimo giornalista venuto a sentirsi moralmente migliore per avermi fatto una lezione di etica.”.

La teleferica inizia la sua veloce salita dal Geofront verso la superficie, su, verso Tokyo 3. Gli chiedo se gli piaceva, Renzi. “Ho incontrato diversi premier in questi anni, e credo alla fine di aver capito una legge fondamentale. Quando non sanno di cosa si sta parlando, tirano in ballo il made in Italy. Insopportabile. È successo con Renzi, è successo con Berlusconi, tutti insopportabili. Tranne Monti.” Non le ha parlato del made in Italy? “No, lui addirittura peggio. Mi ha chiesto una stima dei consumi degli EVA in uno scenario di prezzi del petrolio in crescita.”. Quindi tutti da buttare? “No, no. Non mi dipinga anche lei come il tizio che pensa di essere sopra a tutto solo perché ha i robot. Soltanto… tanti calcoli, troppe chiacchiere e poco coraggio. Guardi questa vostra crisi, per esempio.” Ammetto di provare imbarazzo, giunto davanti a lui, nel fargli la banale domanda per cui sono arrivato fin li. Ma, visto che ci vuole coraggio… Cosa consiglierebbe a Renzi? Nel frattempo siamo giunti in superficie. Anche oggi il frinire delle cicale è fortissimo e mi chiedo se non sovrastino la registrazione (tornato a casa, riascoltando l’audio, mi verrà l’amarcord delle vuvuzela dei mondiali in Sudafrica). “Non avrei nessun consiglio, ma una semplice frase, la stessa che dico a mio figlio Shinji ogni volta che non vuole salire su un EVA: o lo piloti tu che sei il migliore e vinci, o ci mando un pilota – bravo, ma non abbastanza bravo – a farsi ammazzare.” Tipo Franceschini. “Tipo chiunque abbia a cuore una vita politica.” Però ci sono i tecnici, quelli apparentemente disinteressati ad un futuro politico. Tipo Grasso, o Padoan. “E questa è infatti la dimostrazione che governare non è una cosa seria, se possono salire al potere persone con un futuro comunque garantito”.

Entriamo in un bar e ci sediamo ad un tavolino. Pesco dal portaposate un fazzolettino umidificato, con l’immancabile insicurezza di un turista che in Giappone non sa se lo si usa solo per lavarsi le mani o anche come tovagliolo per la bocca. Ikari non si scompone: lui indossa immancabilmente i guanti bianchi. Aneddoto: diceva di lui Montanelli che, a causa dell’ossessione per i guanti, se fosse stato un cartone animato sarebbe certamente stato un abitante di Topolinia. “Vorrei rettificare ciò che ho detto: non è vero che governare non è una cosa seria. In fondo esistono persone che ci credono e sacrificano parti anche importanti. Affetti, amicizie.” Gli chiedo un esempio. “Mio figli Shinji era affezionato ad un compagno di classe, Toji. A un certo punto, plagiato, Toji si è ribellato e ha aggredito la NERV, e Shinji è stato costretto ad fermare la minaccia.” E chi sarebbe Toji, in Italia. “Tutti coloro che si sono ribellati. Fini. Civati. Tosi. Quanto spreco di tempo e risorse”. Solo che Toji è  stato vittima innocente di un attacco nemico e meschino, mentre quegli altri hanno fatto scelte personali seguendo i propri ideali. “E infatti Toji sara’ ricordato come martire, Civati e Tosi come degli stupidi perdenti.”.

Gli chiedo cosa ne pensa di Mattarella, del fatto che ha messo un freno alla frenesia collettiva per le elezioni anticipate. Mentre la mia domanda è a mezz’aria tra la mia bocca e la sua comprensione, gli suona il cellulare. In lontananza si sentono le sirene del coprifuoco. La chiamata dura pochi secondi, in cui lui rimane in silenzio. Poi posa il telefono e con la stessa bocca storta di prima, quando non sapeva chi fossi, dice: “è un angelo.”.

 

 

 

 

Foto di copertina presa dalla pagina facebook “I’ve seen some shit”. Poi se l’hanno fatta loro bene, altrimenti pazienza. Il video invece è uscito dall’internet.

Non importa l’esito del referendum, Renzi potrebbe vincere in ogni caso.

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Una volta alla settimana succede che si finisce a parlare di riforma costituzionale e del referendum annesso. Vuoi perche’ e’ uno dei punti politici piu’ importanti degli ultimi due anni, vuoi perche’ i referendum costituzionali, di portata certamente maggiore rispetto alla maggior parte di quelli abrogativi, sono stati un evento piuttosto raro nella vita della Repubblica. Ma soprattutto, perche’ al suo esito sono state collegate le sorti di questo governo ed in particolare di Matteo Renzi.

Gli ultimi referendum non hanno portato a cambiamenti politici delineati. Quello sulle trivelle per esempio non ha avuto impatti diretti sul governo. Quello sull’acqua pubblica nemmeno, salvo darci i primi segnali dell’arrivo dei 5 stelle. Questo soprattutto perche’ in questi tipi di consultazioni il coinvolgimento delle forze politiche tradizionali e’ sempre piuttosto bassa se c’e’ incertezza, se c’e’ poco da guadagnare o se e’ alta la probabilita’ di essere sconfitti: per esempio il centrodestra non fece di fatto nulla per salvare il Decreto Ronchi, ed onestamente ben pochi hanno idea di chi abbia approvato la legge sulle estrazioni in mare.

Questa volta invece Renzi ha voluto incentrare su di se’ il voto e le opposizioni hanno benedetto questa scelta perche’ ha spostato il dibattito dai temi difficili e noiosi di un testo costituzionale a quelli piu’ vicini al Bar Sport.

Eppure la personalizzazione, per quanto forse controproducente per il PD e per quanto frutto di meri calcoli opportunistici, non e’ stata una scelta sbagliata come molti dicono. Probabilmente Renzi non l’ha fatto apposta, ma di fatto sta rispettando quanto indicato da Napolitano nei giorni caotici nella primavera 2013, quando a seguito delle elezioni non si riusciva a trovare ne’ un governo ne’ un nuovo Presidente della Repubblica. Vi ricordate cosa disse Re Giorgio, nel discorso di apertura del suo secondo mandato? Disse: Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005. Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi. […] Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.

E’ evidente quindi che qualunque governo sarebbe uscito dalle consultazioni avrebbe dovuto avere nelle priorita’ la legge elettorale e la ristrutturazione delle Camere.

E’ cio’ che e’ avvenuto: un governo di larghe intese (Forza Italia inclusa) ha prodotto l’Italicum e la Riforma Renzi-Boschi. E’ quindi giusto che un’eventuale bocciatura si tramuti in una sconfitta drastica dell’esecutivo, con le relative dimissioni. Per questo Renzi sta facendo di tutto per vincere, comprese promesse ahime’ al limite della cialtroneria quali il “ciao ciao Equitalia”, che ricordano terribilmente le panzane di Berlusconi.

Eppure una strategia piuttosto affascinante esiste, e si rifa’ al discorso di Napolitano. Il governo potrebbe infatti promettere le dimissioni anche in caso di vittoria. Se a questo governo – anzi, se a questa legislatura – e’ stato affidato il compito di portare a casa tali riforme, e’ bene che termini la sua vita sia con una vittoria dei SI che con quella dei NO. Con un annuncio di questo tipo le opposizioni, sia partitiche che gentiste, si troverebbero spiazzate e costrette a parlare esclusivamente della riforma e della difficolta’ di giustificare punti tecnici votate anche da loro.

Un’osservazione finale. L’eventuale sconfitta potrebbe non significare affatto la fine politica di Renzi. Immaginiamo che i NO vincano per il 60%. In una sfida cosi’ altamente personalizzata, vorrebbe dire che i favorevoli a Renzi sono il 40%, tutti compatti. Gli sfavorevoli, invece, sono dispersi in un 60% dato dalla somma di forze di sinistra, di destra, e antisistemiche. Quando nel 2006 ci fu un referendum molto simile e anch’esso piuttosto personalizzato, il governo Berlusconi perse 40 a 60. Lo stesso anno ci furono le elezioni e vinse Prodi e la sua disomogenea ammucchiata, ma con margini risicatissimi. E dopo appena due anni Palazzo Chigi era di nuovo in mano al biscione.

 

No: non stanno salvando le banche con i soldi dei risparmiatori

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L’emendamento 42.73 alla Legge di Stabilità a firma del Governo reca norme di procedimento per agevolare l’implementazione del cd. “decreto quattro banche”, già approvato dal Consiglio dei Ministri domenica 22 novembre e convertito in legge la settimana immediatamente successiva (A.C. 3446).

Non entrerò nei dettagli del design dell’intervento, ma mi preme soffermarmi sul rapporto con risparmiatori e correntisti, dal momento in cui in giro si legge di tutto: “salvataggio dei banchieri sulle spalle dei finanziatori”, “Governo amico delle banche”, “bomba da 2 miliardi: 130mila risparmiatori sul lastrico”, e così via.

Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine su questa vicenda, nella maniera più semplice possibile.

  1. La manovra non coinvolge soldi pubblici. Neanche un centesimo. Questo perché, riducendo all’osso, in osservanza delle direttive europee viene implementata una leggera variazione sul tema del cd. bail-in: non è la fiscalità generale a intervenire, ma –in prima istanza– i detentori di capitale di rischio e di capitale di debito non garantito. Il bail-in vero e proprio diventerà operativo per tutte le operazioni di questo tipo dal 1 gennaio 2016, ma il Governo ha ritenuto utile intraprendere una strada molto simile anche nei confronti delle quattro banche.
  2. Le perdite che queste banche hanno accumulato nel tempo vengono assorbite dagli strumenti d’investimento a maggior rischio: azioniobbligazioni subordinate. Ricordiamo che queste ultime sono esposte al rischio d’impresa. Chi le acquista, cioè, accetta il rischio che possano succedere il genere di cose che stanno accadendo proprio ora, sapendo –fin da subito– che non sarà tutelato.
  3. Questo salvataggio tutela, invece,  tutti i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie. Ripeto: neanche un centesimo detenuto in questa forma verrà intaccato dalla manovra.
  4. La parte di onere eccedente azioni e obbligazioni subordinate è a carico dell’intero complesso del sistema bancario italiano, che alimenta a mezzo dei propri contributi il cd. Fondo di Risoluzione.
  5. Il salvataggio è, in effetti, prevalentemente a carico del sistema bancario italiano, che si sobbarca di 3,6 miliardi di oneri complessivi.
  6. Dunque questa manovra non è esattamente quello che si potrebbe definire un “regalo alle banche”: non a caso quelle stesse banche, per voce dell’ABI, non sono esattamente entusiaste della cosa.

Quindi, in estrema sintesi, l’intervento non coinvolge un centesimo di denaro pubblico ed è completamente a carico dei detentori di attività rischiose degli istituti in sofferenza e del vituperato sistema bancario italiano.

Adesso. Io capisco che vedere le proprie attività finanziarie svalutate sia un colpo durissimo per molti bilanci, che apre scenari difficili per la stabilità economica di una famiglia o di una piccola impresa. Però, se domani investissi in un’impresa che mostra pessime performance nei prossimi, che so, cinque anni, senza tutelarmi, e quell’impresa dovesse fallire, con chi me la dovrei prendere? Con lo stato che non mi ha salvato dalle mie cattive scelte d’investimento?

Può anche essere una risposta, per carità. Discutiamone. A me, come punto di partenza, basta che sia chiaro ciò di cui stiamo parlando.

Ma la base del Pd serve veramente?

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Il Pd ha perso 400mila iscritti, scriveva ieri Repubblica. Al momento gli iscritti sarebbero meno di 100mila, a differenza del 2013 quando i militanti ammontavano a 539.354. Niente più base. In Emilia Romagna solo 58 mila elettori si sono recati alle primarie: Stefano Bonaccini ha preso 57.036 voti e lo stesso Bonaccini, nel 2009, diventò segretario regionale con 190 mila voti.Numeri forti in negativo, come è cmq forte (in positivo) quel 41% ottenuto alle elezioni europee del maggio scorso. Perché, parliamoci chiaro, se senza 400mila iscritti prendo il 41% dei voti e vinco, e con la base forte e militante non supero il 25% e perdo o al max non vinco, beh, credo che tutti preferiscano la prima opzione. Meglio vincere con un leader forte che affascina le masse, o perdere con una base politicizzata e qualificata? E se alle primarie aperte possono partecipare anche i non iscritti, che ci si iscrive a fare?Il Pd diventa liquido, americano. Si parla agli elettori, non agli iscritti.

Questo 41% è il vessillo, la pietra fondante del nuovo potere renziano. Giustamente, di fronte alle critiche, accuse e recriminazioni varie, Renzi ed i suoi lo sventolano gloriosi e minacciosi. “Con me stai al 41%. Senza di me scendi sotto al 30. La gente a me vuole, io piaccio, io prendo voti, voi avete sempre perso. Io attiro voti dello “schieramento a noi avverso”. Non dicevate che questo era il problema principale della sinistra italiana? Io ve l’ho risolto. Come vi ho risolto la questione dell’iscrizione al partito socialista europeo. Voi ancora che litigavate con Rutelli e Fioroni. Io ve l’ho risolto in un attimo. Non eravate voi che volevate un partito moderno, un Partito Nazione, che rappresentasse tutte le classi, i lavoratori e gli imprenditori, Calearo e l’operaio della Tyssen, i giovani ed i vecchi, i disoccupati e gli occupati, i garantiti ed i non garantiti, i gay ed i solidi valori della religione cattolica, i romanisti ed i Laziali? Ecco, voi volevate tutto questo, e non riuscivate a realizzarlo. Io l’ho realizzato. Ho persino annientato Grillo e fatto le riforme con Berlusconi. Ah, mi comanda Verdini? E quando  D’Alema faceva la bicamerale, chi lo comandava? Letta col patto della crostata? La Boschi non è di sinistra? Perché, la Finocchiaro o la Turco che hanno fatto di sinistra più della Boschi? L’art 18? E quando D’Alema voleva abolirlo, quando attaccava Cofferati e la Cgil? Lì lui era di sinistra ed io invece ora sono la Thatcher? Guardate che la legge Treu, quella che ha portato e diffuso malamente la precarietà in Italia, non l’ho mica fatta io? L’avete fatta voi che adesso mi dite che io voglio rovinare le condizioni di vita di migliaia di lavoratori. E mi dite che non faccio nulla per la crescita. E voi che avete fatto per la crescita? Voi che avete governato per 12 anni negli ultimi 20?”.

Come dargli torto. Perché, al di là degli annunci senza mai esito, della confusione e della impresentabilità lampante di quasi tutta la compagine ministeriale, chi sarebbe l’alternativa da sinistra a Renzi? Bersani? Ancora D’Alema? Orfini? Cuperlo e Civati? Vendola? Per l’amor di dio, tutte persone degnissime. Ma che consenso potrebbero mai avere? E quali prospettive di innovazione politica, visto che la maggior parte di questi stava nei governi che hanno guidato il paese fino al baratro in cui siamo?

Perché più che il 41%, ciò che avvantaggia Renzi è proprio questo che abbiamo detto prima. Il 41% ha tutta una storia a sè.

Si trattava di elezioni europee, e nelle elezioni europee gli elettori si sbizzarriscono. Basta vedere l’exploit dei Radicali o dei Democratici di Prodi e Parisi nelle europee del 1999. Sono state elezioni con una campagna elettorale senza opposizione. Berlusconi, sotto ricatto e mischiato nelle sue vicende giudiziarie, attendendo sentenze che lo avrebbero potuto mandare in galera, aveva optato (e continua ad optare per salvaguardare le aziende dei figli) al basso profilo del non fare assolutamente opposizione.

Anche se Forza Italia è sotto al 10%, sticazzi. Senza di lui dove devono andare Fitto e co. E a Silvio Renzi conviene. Su di lui ha un non  piccolo potere di ricatto del 50%, in quanto se facesse cadere le riforme, i nemici interni del Pd si scaglierebbero contro il segretario come avvoltoi sopra un cadavere.

Grillo e Casaleggio con l’avvento del premier toscano non ne hanno più azzeccata una, finendo con l’essere etichettati come un movimento che sa solamente dire di no e che non ha voluto prendersi la responsabilità di governare, nonostante l’alibi insostenibile ed assurdo di Grillo secondo cui andrebbero al governo solo con il 100%dei voti. Hanno trasformato le europee in un referendum, credendo che sfruttando con rabbia ed invettive da guerra termonucleare, crisi e insoddisfazione, gli elettori si rifiondassero a votare  contro il governo. In questo modo invece non hanno fatto altro che rinsaldare, con la paura del “se vince Grillo”, situazioni tra di loro opposte e nemiche, che però in questo frangente si sono amalgamate per necessità, spostando voti verso il pd, che a quel punto era divenuta l’unica forza in campo che ‘potesse salvare l’Italia dall’avvento del m5s’.

E poi la novità della leadership renziana appunto. Fresca la nomina a premier, prima competizione da segretario del partito. La novità è sempre trascinante.

E poi ancora, l’astensione enorme. Ha votato quasi un italiano su 2. Il Pd ha preso più del 40% ed ha stravinto, prendendo però 1 milione di voti in meno di quando perse le politiche nel 2008 con Veltroni. La differenza tra percentuali e voti effettivi si spiega con l’alto numero di astenuti (il 58% di votanti, contro l’80% del 2008). Non dico che il 41% sia una bolla elettorale, ma potrebbe esserlo. Sicuramente rappresenta un risultato condizionato da molti fattori eccezionali.

Certo, al momento il centrodestra non esiste. Berlusconi non fa più opposizione e rappresenta un ostacolo ad ogni tentativo di riorganizzazione di quell’area. I grillini sono svuotati dai loro errori politici e si avviano verso un forte ridimensionamento in termini di consensi.

A comandare è un perfetto “sistema comunicativo” che meglio di altri attualmente riesce a mascherare le contraddizioni, creare confusioni ideologiche, designare falsi nemici. Un meccanismo comunicativo che opportunisticamente e con blando illusionismo legittima ancora la dicotomia destra/sinistra come stratagemma per la mobilitazione elettorale, illude quel che resta del ceto medio, si fabbrica degli alibi perfetti. Nascondendosi dietro il giovanilismo, la bellezza e la spontaneità porta avanti il proprio disegno di potere, rappresentando  determinati interessi ed equilibri che potrebbero essere prossimi alla rottura.

Disoccupazione in crescita. Le aziende chiudono. I consumi calano. Tutti si sentono (e sono) più poveri. Due mila e trecento miliardi di debiti, il 135 per cento rispetto al Pil e presto arriveremo al 150. Per essere di nuovo un paese normale, bisognerebbe creare due milioni di posti di lavoro, mentre non si riesce  nemmeno a tenere in piedi quelli che ci sono già.

In fasi come questa sono fisiologici il venir meno delle tradizionali contrapposizioni parlamentari e l’incremento dei conflitti tra lobby e gruppi di potere vari. Ed in fasi come queste meccanismi comunicativi perfetti e gruppi personali ben amalgamati e coesi, si insinuano come coltelli nel burro.

Quel 41% è usato come una clava dai renziani & co, che altro non sono/sembrano se non una vera e propria agenzia comunicativa al potere. Il messaggio è chiaro: qua siamo sull’orlo del disastro e gli unici che possono contenerlo comunicativamente, offuscarlo, confonderlo, farlo sparire e comparire a piacimento, siamo noi, perchè abbiamo le capacità, gli agganci, le parole, i modi e le facce perfette per fare tutto questo. Alla gggente, a quella che vota, ci pensiamo noi. Gli apparati, chi ha e continua a voler avere le mani in pasta nel potere per guadagnarci sopra, si sono fatti due conti ed hanno dato, anche a costo di scontentare qualcuno (vedi Letta), l’ok a concedere l’appalto.

Se da un lato questo stato di necessità rilascia non poca forza all’agenzia comunicativa renziana, allo stesso tempo ne svela anche il limite. Infatti, attenuata la tempesta, allevati nuovi “sacerdoti”, alleviati i rancori interni, riparate le falle, ricostruite le truppe, rinsaldato le alleanze, i committenti diranno grazie e tanti saluti, perché a nessuno piace appaltare la propria esistenza  a forze intermedie che potrebbero insinuarne fisiologicamente il terreno. Insomma, daranno il solito ben servito. Come hanno sempre fatto. E mai in modo indolore.

Soundtrack1:’Ineluttabile’,Marlene Kuntz

Sarebbe indelicato

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Senzanome
Nella homepage di uno dei due principali quotidiani italiani bisogna aspettare Schumacher, Messi, Londra in posa, lo scopone di Cesare Maldini, Grillo che “si arrende alla politica” (ma è un’anticipazione del giornale in edicola domani), Repubblica.it finalmente “più bella sullo smartphone” (sic), un delitto a Motta Visconti e le figurine dei calciatori padri e figli per trovare uno straccio di notizia vagamente riconducibile alle famose riforme, quelle che erano indispensabili per evitare che questo paese precipitasse nel baratro e in ragione delle quali, per il bene supremo della nazione, è stato necessario turarsi il naso e sciropparsi ‘sto sgorbietto che risponde al nome di “governo delle larghe intese”.
Adesso ditemi voi: o tutta ‘sta necessità di rivoltare il paese come un calzino, in fondo in fondo, non c’è mai stata; oppure, se c’è stata, per qualche insondabile ragione adesso non c’è più; oppure, più semplicemente, questi fanno una gran fatica perfino a rivoltare i calzini veri per metterseli nel verso giusto, figurarsi un paese.
E scriverlo, bello grande come meriterebbe di essere scritto, proprio oggi che le intese sono così larghe, sarebbe un tantino indelicato.
O sono io, ad essere malizioso?

La rottamazione a derivata negativa

in politica by

Questo è un coccodrillo al lemma della rottamazione. Si può dare per attuale o preventivo, ognuno scelga per sé, ma qui si dà per attuale se non addirittura in ritardo.
La rottamazione è arrivata d’improvviso nei titoli dei giornali: parola di lunghezza rognosetta, che gira male e indispone il deskista, e che nel caso renziano non ha maturato sinonimi accettati. Ma come d’improvviso è arrivata, così s’è presto svuotata. Persiste ancora perché il deskista medio è pigro, ma in realtà è morta e sepolta. Si può dire che per Renzi è trapassata la sera della sconfitta alle primarie del 2012, quelle che il sindaco di Firenze ha perso contro Bersani. Da allora il giovanotto, che per tutti è rimasto “il rottamatore”, l’ha pronunciata pochissime volte e sempre più di rado. Fino a bandirla di netto dal repertorio delle arringhe. Crozza, avrete notato, quella parola non la pronuncia mai quando imita quello che oggi è il premier incaricato: semplicemente perché quando ha studiato il personaggio per riprodurlo in scena non gliel’ha mai sentita dire.
La rottamazione dunque è valsa come straordinario artificio retorico, ed è stata usata finché ha saputo produrre consenso e altri frutti: la rassegna stampa fondata sulle reazioni di chi ci cascava, innanzitutto. Ma dalla sconfitta delle primarie del 2012 a Renzi non è servita più “la bomba fine di mondo” per farsi conoscere. Anzi, ha dovuto far dimenticare che tutto è nato con una rivendicazione giovanilistica posta in termini a tratti anche un po’ infantili.
Così la rottamazione, fatte le debite eccezioni di chi si attarda nella esegesi delle cronache, ogni tanto riaffiora, quasi come un delicato orpello vintage.
Se nelle parole è passata, nei fatti è addirittura è trapassata. Si guardi ad esempio alla collezione dei retroscena in cui si indicano i potenziali ministri del Governo Renzi: in questi affiorano nomi incompatibili con qualsiasi declinazione possibile della rottamazione. Ho letto quello di Arturo Parisi, di Tabacci e addirittura quello di Romano Prodi. Lasciamo stare quanto è vero che Renzi abbia avuto (o abbia ancora) intenzione di coinvolgerli nella compagine di Governo, e lasciamo andare anche quanto questi ci possano risultare graditi o meno. Basta il fatto che a un nutrito numero di addetti ai lavori questi ipotetici ministri siano risultati verosimili. Basta questo a chiedersi che fine abbia fatto la pressa del rottamatore.
Per non dire dei nomi che circolano fin da ora per il successore di Napolitano, atteso secondo le varie fonti abbastanza presto: Giuliano Amato, Romano Prodi e qualcuno ha addirittura scritto quello di Pierluigi Bersani. Tutti nomi sui quali si deve aver dato per scontato – a patto di non essere dei dissociati – il potenziale appoggio del più potente dei grandi elettori, ovvero proprio Renzi. Ebbene, che la rottamazione – ormai suppostamente compiuta e quindi esaurita in sé – possa reggere le ipotesi di ministri come Tabacci, Prodi o Parisi e che la corsa al Quirinale possa vedere protagonisti gli stessi candidati che erano in lizza prima che il rottamatore prendesse il potere è a dir poco strano. Così strano che sembra tanto un nuovo, e ancora più immaginario, miracolo italiano.

Le parole erano importanti

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Golpe, colpo di Stato, democrazia violata. Termini ed espressioni che in questi giorni si sentono più spesso del solito. Ora sono in spolvero, ma fanno normalmente parte dell’arredo retorico al punto che vi si ricorre con straordinaria superficialità e altrettanta approssimazione. Fatto sta che da quando si è aperta la crisi di Governo è tutto un fiorire di imprecisioni sparate ad altezza d’uomo, senza alcuna remora o pudore. La banale, forse anche stanca e logora, ma comunque inevitabile applicazione della Costituzione, non si sa come, spinge moltissimi a gridare allo scandalo e alla democrazia interrotta. Non che tutte queste persone abbiano torto nel sentirsi incazzati e nel volerlo manifestare, ma perché ricorrere a termini così platealmente inappropriati, al punto di apparire sprovvisti dei principali rudimenti di educazione civica? Certo, d’accordo, si tratta di esagerazioni determinate da un sentimento diffuso e popolare, come quello cui si rivolge quel tizio che solo poche ora fa scriveva tronfio su Facebook: “Sono stato l’ultimo presidente del Consiglio eletto dagli italiani”. Ma ciò non toglie che si tratti di negare il senso delle parole.
Si dirà che mettersi a spigolare non ha gran senso, e che la forma è la sostanza dei fessi. Eppure, quando le parole erano importanti, la differenza tra “scelto”, “nominato” o “eletto” c’era ed era inconfutabile, e non si capisce bene per quali bizzarre dinamiche oggi non sia più così. Questo velo di marchiana approssimazione è frutto di un annidato ciclo di equivoci che fa vittime ovunque. Capisco che tutto sparisca di fronte alla verità secondo cui, comunque la si chiami, una fregatura è pur sempre una fregatura. Ma è proprio in quell’attimo, prima che tutto sparisca, che uno dovrebbe incazzarsi. Non dopo.

Mettendo insieme i pezzi

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Facciamo una cosa: io provo a mettere in fila il nugolo di pensieri disordinati che mi girano in testa e vediamo se ne viene fuori qualcosa.

  1. Che cosa mi aspettavo da Renzi? Niente di entusiasmante: soltanto che, dato il contesto,  potesse riuscire a fare quattro o cinque cose utili per il paese, pur nella consapevolezza che il suo mondo ideale e politico è sensibilmente lontano dal mio per un milione di ragioni che in questa sede sarebbe inutile elencare.
  2. In ragione di quanto sopra, giacché non ho mai pensato che Renzi incarnasse chissà quale epocale cambio di prospettiva nel panorama politico del paese, quello che mi aspettavo da lui non può cambiare dopo gli avvenimenti di ieri: insomma, non posso dirmi deluso semplicemente perché non mi ero mai illuso.
  3. Ci andrei piano, pertanto, a qualificare l’ascesa al governo di Renzi come una “porcata”. Non mi pare quello il problema, sia perché –com’è stato efficacemente scritto– dalle nostre parti non c’è il presidenzialismo, e finché non c’è le cose funzionano così, sia -soprattutto- perché se accettiamo di ragionare in questi termini il governo Letta era una “porcata” niente affatto diversa: e siccome, ripeto, per me Renzi non ha mai rappresentato in alcun modo il “nuovo”, non vedo perché dovrei restare deluso nel verificare che il suo operato risponde a logiche “vecchie”.
  4. Sta di fatto, tuttavia, che la possibilità che Renzi facesse quelle quattro o cinque cose la intravedevo: e di conseguenza ritenevo potenzialmente utile la circostanza che avesse la materiale possibilità di provare a realizzarle.
  5. Date le premesse, l’unico giudizio che mi sento di esprimere sulla vicenda è di ordine laicamente strategico: Renzi ha fatto bene a correre questo rischio? Gli consentirà, questa decisione, di incidere in modo significativo sulle sorti del paese? Oppure non farà altro che risolversi in un suicidio?
  6. Ieri, istintivamente, ho scritto su Facebook: “In estrema sintesi: quello che sta accadendo oggi è una delle più grosse cazzate a cui abbia assistito nella mia vita“. Poi, spostandomi su un piano diverso, ho aggiunto: “A questo punto, quasi quasi mi scuso con D’Alema per tutto quello che ho scritto su di lui negli ultimi 10 anni“. Lasciando da parte  il secondo status (via, me la darete la soddisfazione di sottolineare che ‘sto “rottamatore” è tale solo nei proclami, e poi mi taccio?), continuo a ritenere che il punto sia nel primo: la scelta di Renzi è una “cazzata”? Qua si entra in un ambito delicato, perché è vero che la valutazione del rischio di un’operazione del genere è del tutto arbitraria e soggettiva, ed è vero pure che Renzi disporrà senz’altro di elementi infinitamente più accurati dei miei per misurare la possibilità di successo di quello che fa. Ragion per cui, la mia opinione sull’argomento dovrebbe essere assai meno fondata rispetto alla sua.
  7. Senonché, spesso e volentieri le cose non funzionano così: è successo più di una volta (lascio a voi, se volete, il piacere di stilare la casistica) che gli “osservatori esterni” azzeccassero le valutazioni sull’operato di qualcuno meglio di quel qualcuno;  un po’ come capita nel calcio, quando sei in tribuna e vedi meglio quello che succede rispetto ai calciatori in campo.
  8. Orbene, dopo averci pensato qualche ora, dopo aver letto quello che sono riuscito a leggere e soprattutto dopo aver discusso serratamente con persone che stimo molto più capaci di analisi di me, continuo ad avere la sensazione che la scelta  di Renzi sia un’azzardo a dir poco eccessivo: una “cazzata”, per dirla come la dicevo ieri. Un po’ perché il parlamento è quello che è, vale a dire lo stesso che aveva di fronte Letta, e non vedo in che modo, con questo parlamento, si possano compiere riforme significative; un po’ perché le ricadute in termini di immagine su Renzi, almeno per il momento, mi paiono disastrose; un po’ perché la faccenda verrà prontamente (ancorché, ripeto, in modo assolutamente ingiustificato rispetto al nostro assetto costituzionale) sfruttata da quelli che il popolo e la casta e il palazzo e vi fate i vostri giochi, i quali mi sembrano destinati inevitabilmente (e malauguratamente, per come la vedo io) ad ingrossare le proprie fila; un po’ perché la situazione attuale mette Renzi “sotto scopa” di Berlusconi, il che non è mai una bella premessa.
  9. Nell’eventualità che Renzi abbia sbagliato, infine, non mi pare significativo stare là a discettare sui motivi dell’errore, specie se finiscono per riguardare una sfera psicologista nella quale ritengo poco utile addentrarsi: si può sbagliare per foga, per avventatezza, per vanità, per megalomania, ma si tratta, in ultima analisi, di problemi di quello che sbaglia.

Staremo a vedere, naturalmente. Non smetto di augurarmi, sia pure senza illudermi, che Renzi riesca a “navigare e non galleggiare”. Da oggi, tuttavia, ci credo un po’ (molto) meno. Disponibile come sempre a essere smentito dai fatti.

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Istruzioni: fare refresh per ottenere nuove soluzioni istituzionali dei “saggi”

Governo di minoranza maggioritaria con corrente alternata sostenuto da Eva Henger, da Luigi Zingales e da Gorbaciov.

Vi hanno preso per il culo

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Lo sport del giorno è la gara, tra analisti, commentatori, autorevoli piddini, ma soprattutto tra sostenitori e promotori delle primarie, a dire a Bersani di non essere lui il nome da fare a Napolitano durante le consultazioni per il Presidente del Consiglio.

Ecco.

Se il vincitore delle primarie salendo al Colle non indica il suo nome come come capo del Governo, e se il Capo dello Stato non affida a lui, capo della coalizione che ha vinto le elezioni, la Presidenza del Consiglio, questo vuol dire, ufficialmente e definitivamente, una sola cosa.

Che le primarie non esistono.

E ve l’avevamo detto.

Immagine 994

La Weimar del 2013

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di Davide Iandoli

Non so come andrà a finire, ho un auspicio: che la coalizione Bersani e il Movimento 5 Stelle trovino accordo su alcuni punti irrinunciabili. Esempio: Presidente della Repubblica (deve essere eletto il nuovo), legge sul conflitto di interessi, legge anticorruzione e simili.

Il successo di Grillo rompe il bipolarismo inconcludente ed avvelenato cui assistiamo dal 1994. Si era affermato un principio simile allo spoils system, ovviamente in salsa italiana. Chi vinceva le elezioni prendeva: Presidenza della Camera, Presidenza Del Senato, e Presidenza delle commissioni Parlamentari più importanti.

Il peso del movimento 5 stelle nel nuovo Parlamento costringe tutti a cambiare strategia. Se il Parlamento dovesse tornare luogo di discussione, e non luogo di “soldati delle maggioranze”, questa sarebbe una buona notizia.

Allo stesso tempo Grillo non può più nascondersi. Il movimento 5 Stelle formerà un proprio gruppo parlamentare, quindi: nominerà i propri capigruppo, i propri membri nelle commissioni parlamentari, e potrebbe persino prendere la presidenza di qualche commissione “strategica” (Vigilanza RAI?). Tra l”altro: Beppe Grillo, in persona, non entra in parlamento. Per cui si porrà il problema di una possibile sovrapposizione tra il “portavoce interno” (es: capogruppo) e quello esterno del movimento, cosa che influirà nelle relazioni tra gruppi parlamentari.

L”interesse e la speranza di Grillo (lui) è che alla fine si faccia un governissimo PD-PDL con cui si torni a votare tra due/tre mesi. Per quanto il PD sia fortemente autolesionista, credo che non cederà facilmente a questa tentazione. E” più facile che il PD si spacchi in due: l”ala “moderata” potrebbe pure sostenere un governo con il PDL, mentre Bersani ed altri a quel punto penso si staccherebbero.

Vedremo. Di sicuro, come dicevo, il bipolarismo all”italiana è finito, almeno per questa legislatura.

L”aspetto che mi preoccupa di più è il rapporto con l”europa e con l”euro. Davvero la maggioranza degli italiani vorrebbe tornare alla lira? In quel caso prenderei molto sul serio l”idea di emigrare non in un altro paese, ma in un altro continente. L”Europa, così, diventerebbe ancora più debole e sempre più provinciale, in balia delle nuove potenze Cina, India e Brasile.

La posta in gioco è altissima. Tornare al voto tra due settimane senza aver fatto una riforma elettorale decente rischia di essere un suicidio non per la vittoria del movimento 5 stelle, ma per le prospettive di questo paese, per il suo peso sempre più ininfluente in campo internazionale, come negli anni “30/”40 del novecento.

In quel periodo la guerra di Etiopia e la politica “dell”autarchia” hanno contribuito ad un isolamento diplomatico che in Italia era sconosciuto dopo il 1861.

L”Italia invece può, e deve, pesare in Europa per cambiarla e renderla più vicina ai cittadini. Anche in questo c”è un confronto da aprire coi parlamentari del movimento 5 stelle. Qual è la loro idea di Europa? Sono veramente convinti che uscirne sia la soluzione migliore? Cambiare il funzionamento delle istituzioni unitarie è sicuramente più difficile che non organizzare un referendum per uscirne.

Nel caso in cui se ne esca va considerato attentamente il “che fare?” dopo, quando molto probabilmente l”Italia sarà attaccata da tutti gli speculatori possibili (prevedo prezzi del carburante astronomici, nel caso).

In altre parole. O si trova una soluzione ragionevole, magari un accordo programmatico a breve termine tra PD e movimento 5 stelle, oppure il rischio è che si vada incontro ad una sorta di Weimar del 2013.

Scacco matto

in politica by

Secondo me, in estrema sintesi, adesso succede questo: PD e PDL fanno il governone “per il bene del paese”, Grillo inizia a strillare -non senza ragione, a questo punto- che i cadaveri si coalizzano per difendere le loro rendite di posizione e per conservare con le unghie quel morso di potere che gli rimane; dopo qualche mese di questo andazzo il giochino si rompe di nuovo, si torna a votare e a quel punto il Movimento 5 Stelle non prende più il venticinque per cento, ma il quaranta.
Voi mi direte: possibile che perlomeno Bersani e company non capiscano che andrà a finire così?
Sì. Secondo me è possibile. Perché se fossero stati in grado di capirlo l’avrebbero già capito. Perché l’idea del governissimo, in un momento come questo, rappresenta effettivamente -e qua l’analisi dei grillini è ineccepibile- più un riflesso di regime che altro. Perché l’unica strada percorribile sarebbe quella di prendere Grillo, chiedergli di governare e metterlo di fronte alla prospettiva di rispondere no, di assumersene la responsabilità politica e di giustificare questa scelta davanti a tutti -tutti, dico, non solo i grillini duri e puri della prima ora- quelli che l’hanno votato, con il rischio di perdere per strada gran parte degli indecisi che l’hanno scelto all’ultimo momento.
Invece Grillo, a meno di sorprese, se ne resterà fuori, e potrà pure dire che là fuori, come da copione, ce lo hanno lasciato gli zombie.
Sarei davvero felice di essere smentito: però, per come la vedo io, gli stanno regalando la possibilità di fare scacco matto a tutti.
E il bello è che manco se ne accorgono.

Clini dice il falso. Ma Travaglio?

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Clini dice il falso.

E dopo averlo detto alla Camera, lo ha ripetuto anche al Senato, al tg1 e a Servizio pubblico.

Nè i parlamentari nè i giornalisti presenti lo hanno smentito.

Secondo la versione riportata da Clini quindi, la Procura di Taranto ha sequestrato l’area a freddo di Ilva, e questa operazione ha impedito a Ilva di operare il risanamento dell’area a caldo e quindi ottemperare le prescrizioni di Aia.

Questo è l’assunto su cui si è costruito il Decreto “salva Ilva” (perchè quello “salva Taranto” lo avevano già votato di necessità e urgenza 2 mesi fa, necessità e urgenza cosi forti che di quel decreto ancora non si è visto nulla, e già ne approvano un altro).

Un decreto costruito sul falso.

Questa mattina, nel silenzio di politici e giornalisti, sia romani che tarantini, è stato lo stesso Procuratore di Taranto Sebastio a dover intervenire sulla stampa per smentire Clini.

 

Quindi ripetiamolo. Clini dice il falso.

E però.

Nella puntata di ieri sera di Servizio Pubblico, Travaglio e Santoro continuavano ad insistere sull’esistenza di un’ interccettazione che vedrebbe Archinà, l’uomo relazione esterne di Ilva dichiarare a telefono “Clini è uomo nostro”.

Intercettazione subito smentita da Clini e dallo stesso Procuratore Sebastio.

“Non è depositata” la giustificazione di Travaglio e della Gazzetta del Mezzogiorno, quindi non rilevante per le indagini secondo la Procura, ma c’è.

 

E allora, se non è depositata, Travaglio e Gazzetta, come fanno a conoscerla?

 

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